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mag 13, 2013 - Senza categoria    No Comments

LO SBARCO DEGLI ALLEATI A LICATA

sbarco 3

 A Licata, al Porto Turistico Marina di Cala del Sole,  l’approdo di Finzia, dal 10  al 12 maggio 2013 si è svolto il I° Forum turismo provinciale promosso dalla provincia Regionale di Agrigento. La manifestazione ha avuto lo scopo di concentrare in un ampio spazio espositivo l’offerta turistica del territorio provinciale al fine di favorire l’incontro degli operatori del settore e di presentare le proposte ai consumatori turisti.Ha ospitato la manifestazione per tutta la durata degli eventi, e in forma assolutamente gratuita, il dott. Luigi Geraci, titolare di Marina di Cala del Sole. Sul tavolo dei relatori si sono succedute personalità delle province di Agrigento, di Caltanisetta, della Regione Sicilia e alcuni operatori turistici i quali hanno saputo intrattenere piacevolmente il pubblico presente coniugando Storia e Turismo.Fra le tante attività della manifestazione, di grande rilievo sono stati: il convegno sullo sbarco degli alleati in Sicilia e la mostra fotografica sullo sbarco a Licata allestita dal Gruppo Archeologico D’Italia “Finziade”. Lo sbarco degli alleati avvenne alle prime luci dell’alba del 10 luglio del 1943. Dopo una dura e faticosa campagna i soldati americani, francesi, inglesi, australiani, neozelandesi, polacchi liberarono la Sicilia dal fascismo. L’operazione Husky (nome in codice dello sbarco) è stata una delle più imponenti operazioni anfibie di tutta la Seconda Guerra Mondiale con la presenza nel Mar Mediterraneo di oltre 2600 navi. Più di cinquecento mila soldati hanno combattuto in Sicilia per un tempo lungo oltre un mese. La Campagna di Sicilia, che iniziò con l’occupazione da parte degli americani di Licata, di Gela, di Scoglitti, e con l’occupazione da parte dei britannici e dei canadesi di Pachino, di Augusta e di Marzamemi, fu conclusa in 37 giorni avendo come tappa finale la città di Messina conquistata dagli americani il 17 agosto del 1943.Lo sbarco degli americani a Licata è raccontato animatamente da Totò Scinà, il caratteristico banditore di Licata, protagonista del racconto “Sintiti, Sintiti” tratto dal libro pubblicato postumo “Sintiti, Sintiti” di Carmelo De Caro. 

Al baluginante lume della lanterna schermata, Totò Scinà trovò il posto buono quasi subito e sedette sistemandosi al meglio sull’erba seccata dal sole. Dall’alto della collina, con le spalle contro la scabra superficie calcarea, spenta la lanterna e abituati gli occhi  all’oscurità, riuscì a intravedere nel paesaggio illune il mare un tantino più scuro dellaspiaggia sottostante. Ma, più che vederlo, il mare lo sentiva. L’uomo rimase soddisfatto del posto scelto che, come aveva previsto, gli consentiva di spaziare con lo sguardo su un vasto orizzonte. Guardò l’ora nel vecchio orologio da taschino un po’ ammaccato, regalo dell’animuzza buona del precedente podestà e vide che era quasi l’una di notte. Gli venne appetito e si ricordò che non mangiava dal mezzogiorno. Sciolse allora i nodi alle cocche della mappina che aveva con sé e ne cavò il pane, il formaggio, i fichi secchi e un quarto scarso di vino: voleva trattarsi bene quella notte! Se li dispose accanto e cominciò a mangiare con gusto. Ricontrollò poi l’efficienza della lanterna a petrolio, di quelle che si appendevano sotto i carretti e si dispose ad aspettare. Era l’una e un quarto del mattino e tempo ne aveva. Attutito solo un poco dalla distanza, il rumore aspro dell’onda rivoltata con violenza sul basso fondale, sordo e sempre diverso, lo guidava a riflettere sulle circostanze che l’avevano portato in quel posto e in quel momento, determinato com’era a passarvi la notte perché convinto di voler assistere allo sbarco. Per Scinà i segni, nei giorni precedenti, c’erano stati e numerosi anche. Quelli che praticavano l’intrallazzo, trafficanti di borsa nera che giravano come anime del purgatorio per paesi e campagne e tutto sapevano; lo andavano dicendo da tanto tempo che lo sbarco gli americani lo avrebbero fatto proprio su quelle spiagge. Qualcuno affermava con sicurezza che si sarebbe trattato di uno sbarco per finta, che quella voce l’avevano messa in giro le stesse autorità alleate per distogliere dal vero obiettivo.Sarebbe stata solo quella che molti chiamavano una manovra diversiva per distogliere l’attenzione dal luogo dello sbarco effettivo, la testa di ponte. Forse la Sardegna o la Francia. Intanto dalla radio clandestina continuavano a uscire esortazioni a non resistere, che se i militari avessero deposto le armi non sarebbero stati avviati ai campi di concentramento. E poi c’erano state le notizie della perdita di Pantelleria e di Lampedusa, “perché sennò -ragionava Scinà – tanto interesse per quelle  isolette”? In una così gran confusione Scinà si era fatta la sua idea. E ciò che lo convinse definitivamente confermando la sua opinione fu la confidenza, ascoltata per caso e senza volerlo, che don Matteo Lojacono, il padrone di mezza Licata, fece all’amico presidente del circolo dei cappelli, il professore Filì. Don Matteo Lojacono era l’unico proprietario della più prosperosa raffineria di zolfo di tutta la costa meridionale e, malgrado le feste da ballo che regolarmente organizzava nei saloni liberty del suo palazzo e alle quali partecipavano volentieri gerarchi fascisti e ufficiali italiani e tedeschi, era considerato da molti filoamericano. Qualcuno addirittura si spingeva fino ad affermare che, intoccabile per le amicizie influenti e altolocate che coltivava, il Lojacono fosse in realtà una spia degli americani con tanto di radio a onde corte nascosta in casa. Esagerazioni per Turi Scinà che comunque era convinto che don Matteo, da quel buon affarista che era, aveva fiutato il girare del vento e si preparava a passare sul carro del vincitore. Quella luminosa mattina di luglio di cinque giorni prima Lojacono e Filì, nella loro quotidiana passeggiata sul lato in ombra del corso, si erano fermati a parlare di fronte alla casa del fascio, proprio dietro il vespasiano. Tanto assorti nei loro discorsi a bassissima voce da non accorgersi che le orecchie di Scinà erano a pochi centimetri dalle loro bocche, ma perfettamente invisibili dal momento che si trovava dentro il vespasiano, dietro la sottile parete di lamiera, a fare il suo bisogno. E non poteva non ascoltare l’inconfondibile voce di don Matteo: “E’ stato deciso, professore, sarà per la fine di questa settimana, forse venerdì o forse sabato; sbarcheranno proprio qua, all’alba e faranno vedere al Duce quant’è inviolabile il suo bagnasciuga! Ma anche noi dobbiamo andar via perché presto inizieranno i bombardamenti a tappeto della linea di costa e degli obiettivi. Sarebbe proprio da ridere se dovessimo lasciarci le penne proprio ora! E non venite a dirmi che non vi avevo avvertito, caro Filì. Non useranno di sicuro il guanto di velluto quelli!” E così fu. Preceduti dal suono delle sirene, i grossi bombardieri arrivavano altissimi con quel rumore possente di motori, scaricavano bombe e spezzoni, seminavano morte e distruzione nel cercare di colpire il porto, le raffinerie, la stazione ferroviaria e si allontanavano indisturbati e apparentemente tranquilli e noncuranti a dispetto della spetezzante contraerea che faceva fiorire invano, nel metallo del cielo estivo, sbuffi di nuvolette grigie. « Se sbarcheranno -ragionò tra sè Turi Scinà- lo faranno di certo all’alba come aveva detto don Matteo, per avere tutta la giornata davanti. E non andranno latini nel porto, con tutte quelle mine in giro. E’ molto più ragionevole che scenderanno sulle spiagge a levante e a ponente per entrare poi in paese per via di terra». Ma quel Venerdì non accadde niente, nessuno parlò di sbarco mentre gli aerei, con esasperante puntualità, tornarono a bombardare mirando, in verità con poca precisione, al porto, alla stazione ferroviaria e ai generatori di corrente della locale società elettrica, la Forza e Luce. Quegli americani erano diventati i padroni del cielo, ormai, e bombardavano anche in pieno giorno. L’ultimo bombardamento l’avevano fatto poche ore prima di quel venerdì e molte bombe avevano colpito anche le case della gente. Un bombardamento così intenso e violento da far mettere i piedi in culo a quei pochi paesani che fino a quel momento avevano caparbiamente rifiutato di abbandonare casa e beni intrasportabili. Per Totò Scinà quelle ultime bombe avevano lasciato il chiaro messaggio, se ancora ce n’era bisogno, che lo sbarco era imminente. E fu allora che gli venne l’idea, apparsa subito realizzabile, di assistere alla scena dello sbarco da un posto sicuro. Di quella collina, dove andava a fare capperi d’estate e vavaluci d’inverno, conosceva tutti i viottoli. La scelse perché in faccia al mare ma abbastanza lontana dalle postazioni di difesa costiera e dal paese da non correre il rischio di essere colpito per errore. Appena cessato l’allarme vi si recò in bicicletta, con lanterna a petrolio e truscia col mangiare. Il respiro possente del mare poco lontano e la pancia piena, gli conciliavano il sonno. Per resistere alla voglia di dormire si mise a rimuginare della sua vita e di quello che aveva fatto fino a quel momento, ai tempi buoni e a quelli tristi, al suo lavoro che gli aveva dato tante soddisfazioni. Perché in paese Turiddu Scinà non era una persona qualunque. Tutti lo conoscevano ed era stimato e rispettato perché era lui il banditore ufficiale del comune, colui che leggeva e spiegava in dialetto, per coloro che non potevano leggere perché ignoranti e analfabeti, le ordinanze e i bandi del podestà, gli avvisi e le comunicazioni di raduno del segretario locale del fascio. Per questo lavoro ci voleva una voce come la sua, potente, alta e sonora, straordinario dono di madre Natura. Ma quello che lo inorgogliva maggiormente era il tamburo: un bel tamburo con la cassa d’ottone decorata dello stemma civico che portava appeso alla bandoliera di cuoio, opera di un sapiente mastro sellaio, arricchita di lustrini e lucidissime borchie d’ottone come e meglio dei finimenti dei carretti parati a festa il giorno del Patrono Sant’Angelo. Quando il segretario comunale gli consegnava la copia del manifesto, egli tirava fuori da un armadio nella stanza degli uscieri l’adorato tamburo e si poneva per le strade. Giunto a un incrocio di strada, iniziava un lungo rullo seguito da tre doppi colpi secchi e con quella voce tonante cominciava: «Sintiiti! Sintiiti! Omini e fimmini, vecci e picciotti, l’ordini di sua eccellenza u potestà di sta bella città». E con aria importante si poneva a leggere e a spiegare e a tradurre. Arrotondava poi il salario del municipio bandendo anche per i privati che avevano informazioni da trasmettere alla comunità come l’arrivo di vino nuovo e speciale nella tale dispenza o del  ommerciante che ribassava i prezzi. Durante le grandi feste poi erano due gli avvisi più frequenti che gli commissionavano: l’annuncio di portafogli smarriti tra la calca e di bambini persi. Quando andava in giro per chiedere chi aveva trovato un portafogli puntualizzava sempre che i soldi potevano tenerseli, purché restituissero i documenti. Quanta angoscia provocava invece nelle mamme la frase: «Oh cò ha asciatu un picciliddu.» Ma spesso era solo una scarpa di bambino ad essere smarrita. In tutti i casi la ricompensa era assicurata dal legittimo proprietario che ordinava la grida. Scinà era insomma la radio e la televisione e il giornale e l’ufficio degli oggetti smarriti messi assieme: un vero e proprio mezzo di comunicazione di massa e l’unico e il solo per la povera gente del paese. Tra un bando e l’altro faceva poi il cameriere nel circolo dei cappelli, così detto perché frequentato dai benestanti e maggiorenti del posto che andavano sempre a capo coperto, contrariamente a quanto faceva la gente comune. Puliva i locali, teneva a posto i giornali e andava a fare qualche commissione. Quando i bombardamenti si fecero frequenti, costituendo grave pericolo anche e soprattutto per i civili, mandò moglie e figlioletta a Mazzarino dai suoceri e da quel giorno intraprese una vita da scapolo ell’appartamentino a primo piano di tre stanze con balcone. Turiddu Scinà si era appisolato e quando si svegliò, di soprassalto, gli parve di sentire un lontano motore d’aereo. L’orologio faceva le tre e dieci, era ancora buio e dello sbarco neanche un segno. Era giunta l’ora dello sconforto. Per tutti i cristiani, che vegliano aspettando qualcosa che accada o qualcuno che deve venire e arrivano a quell’ora del mattino prima dell’alba, è quello il momento della mestizia e dello sconforto, a volte perfino dell’angoscia che assomma dalla parte più oscura e insondabile dell’anima. Quel tempo sospeso tra le tenebre e la luce, linea di demarcazione tra notte e giorno, induce chiunque a perdere la fiammella della speranza fino ad allora covata con tanta fede, porta a pensare che quel fatto non si avvererà più o che chi è aspettato non verrà mai. Così era anche per Scinà che cominciò a riflettere su ciò che aveva fatto quella notte e che in quel momento gli apparve assurdo e inverosimile. Messo lì, in cima a quella collinetta ad aspettare che accadesse un fatto che si era solo immaginato, gli apparve in quel momento la più stupida cosa che avesse mai fatto in vita sua. Si sentì estremamente ridicolo e stupido «Sbarcheranno in Sardegna, -pensò irritato con se stesso- oppure in Francia. Qui no di sicuro. Quei grandi generali inglesi e americani non sanno nemmeno che esiste un paese chiamato Licata!» E decise di tornare non appena ci fosse stata luce sufficiente. Sarebbe stato veramente imbarazzante spiegare ad altri la sua presenza lassù! E con l’animo più sereno, per quella decisione presa, il pensiero più saggio di tutta quella nottata balorda, si riappisolò, tanto lo avrebbe svegliato il primo sole. Lo svegliò invece un martellante rombo d’aerei che il cielo a levante, verso Gela, trascolorava appena diffondendo un grigio lucore sul paesaggio ammollurato dall’umidità notturna. Il mare era un po’ meno agitato e una sorta di nebbiolina leggera alitava sull’acqua in movimento. Nessun segno di sbarco. “Saranno i nostri” – pensò- “che vanno a bombardare La Valletta” e si apprestò a muoversi ancora impasturato dal sonno. Raccolse le poche cose e si diresse dove teneva nascosta la sua preziosa bicicletta. Era ancora molto presto e contava di rientrare in paese prima che i pochi paesani rimasti uscissero per le vie. Fu allora che con la coda dell’occhio vide un movimento sul mare. Era una nave scura, bassa e irta di strane torrette: una nave da guerra che emergeva dal grigiore perlaceo dell’orizzonte. E mentre Scinà guardava, a quella nave se ne affiancò un’altra verso levante e un’altra seguita da un’altra e poi da un’altra e un’altra ancora. Turi Scinà lasciò cadere a terra la truscia e la lanterna che mandò un sinistro rumore di vetri infranti a cui l’uomo non prestò attenzione poiché stava accadendo qualcosa di straordinario. Vedeva l’orizzonte marino cambiare lentamente di colore, farsi grigio ferro fin dove l’occhio poteva vedere, il colore di migliaia di navi. Navi grandi e piccole, navi di tutte le dimensioni erano schierate a meno di dieci chilometri dalla costa e avanzavano lentamente. Navi tra Licata e Gela, navi oltre Gela fino a dove il suo sguardo poteva spingersi, ora che c’era molta più luce, navi fino a capo Scalambri. Un lungo doloroso tremore percorse il corpo dell’uomo. Si rese conto che lo spettacolo dinanzi ai suoi occhi voleva dire una cosa sola: era cominciato lo sbarco, ma non quello che si era immaginato; questo, pur essendo reale, esulava da qualsiasi delirante fantasia e la sopravanzava. Come gli antichi abitanti di Tauromenio assistevano dall’alto del loro anfiteatro a spettacoli di naumachia, così Scinà incredulo, timoroso, pieno di brividi non solo per la frescura umida del primo mattino, assistette al più imponente dispiegamento di forze che si fosse mai realizzato in una guerra moderna. Sei navi da battaglia, venti incrociatori, sei portaerei, cento cacciatorpediniere e mezzi da sbarco per un totale di duemila e ottocento natanti si affacciarono quell’alba del 10 luglio del ‘43 alla costa meridionale siciliana tra Licata e Pachino. Di questi, poco meno della metà erano sotto gli occhi strabiliati dell’uomo. Pensò ai pezzi d’artiglieria posti a difesa del paese, quasi tutti molto vecchi, non tutti funzionanti e qualcuno di legno dipinto per intimidire il nemico e gli sorse irrefrenabile una gran risata. Mentre le truppe alleate si disponevano per lo sbarco del 10 luglio 1943 in Sicilia, Scinà rideva; rise tanto, piegato in due, da doversi poi asciugare le lacrime col dorso della mano. Sibilo di proiettili navali alti di poco sulla sua testa, scoppi di cannone e crepitio lontano di mitragliere gli misero le ali ai piedi mentre un grappolo di tozzi e minacciosi mezzi da sbarco si dirigeva risolutamente sulla spiaggia sottostante. Tre giorni dopo Turi Scinà stava seduto sul balconcino di casa sua, triste e sconsolato, cosciente com’era di aver perduto per sempre il suo impiego più importante, disorientato e frastornato dal precipitare degli eventi susseguitisi con ritmo incalzante e imprevisto né immaginabile. Il pomeriggio del giorno prima aveva visto i militari americani tradurre in un campo di concentramento, allestito in quattro e quattr’otto alla villa comunale, tutti o quasi i detentori dell’agonizzante potere politico e militare. Aveva visto portarvi il podestà e il segretario del fascio, il segretario comunale e alcuni ufficiali italiani: quelli che non erano fuggiti al momento dello sbarco. Sentiva una profonda tristezza per la morte inutile e atroce dello scemo del paese, Angelo detto «a moscia», che era un buon cristiano e aveva perso la vita, la sua misera esistenza, il suo unico vero bene, per una guerra che non avrebbe mai potuto capire. Era rimasto piantato a muro schiacciato contro le cantoniere di un palazzo dal muso di un carro armato che aveva svoltato l’angolo troppo largo. Un momento prima era lì che si sbracciava a salutare gli americani della torretta del mezzo con grandi gesti delle braccia scarne, nella speranza di farsi lanciare sigarette e chewing-gum, e l’attimo dopo era a terra simile a una truscia di roba vecchia. La chiazza di sangue aveva intriso la pietra del palazzo e sarebbe rimasta visibile chissà ancora per quanto tempo: epitaffio per un idiota. La tristezza e il risentimento si trasformavano in angoscia quando cercava inutilmente notizie della moglie e della figlia. L’avanzata degli alleati si era arenata nei pressi di Mazzarino dove tedeschi e italiani avevano riorganizzato una valida opposizione che contrastava l’avanzata travolgente delle truppe del generale Patton e questo gli impediva di ricevere nuove da coloro che si trovavano ora al di là della linea del fronte. Poi c’erano i marocchini arrivati assieme agli americani con quelle lunghe vestine bianche che insidiavano le donne a tal punto da non poter più uscire di casa neanche accompagnate o restare in casa da sole perché quei diavoli si arrampicavano anche sulle grondaie e li trovavi dentro senza accorgertene. Una gran preoccupazione da non dormirci la notte per mariti, fidanzati, fratelli e padri. E in campagna era ancora peggio! Quelli non si accontentavano affatto di andare con le sei buttane arrivate chissà come a rinforzare i ranghi delle tre che normalmente stavano nel bordello vicino al fiume e che ora aveva sempre una coda di militari davanti alla porta, notte e giorno. Il comportamento di molti suoi paesani, all’arrivo degli americani, lo aveva sconcertato. Avevano tributato smodatamente, esageratamente, onori e gloria al nemico di ieri. D’accordo, gli alleati stavano facendo risplendere la parola libertà, si comportavano, tutto sommato, bene e onestamente, affermavano di voler combattere il fascismo e non gli italiani, ma era contro gli italiani che combattevano, e sul suolo italiano, sempre invasori erano. E se italiani e tedeschi, in un supremo sforzo, fossero riusciti a ricacciare in mare gli alleati, per quanto remota e improbabile gli era questa possibilità, non avrebbero forse quegli stessi individui osannato il ristabilimento dell’ordine sotto quel regime che li aveva oppressi per tutti quegli anni? Anche il suo bel tamburo era fonte di preoccupazione: forse era finito nelle mani di qualche soldataccio americano, forse lo avevano già sfasciato, magari con un calcio o si sarebbero divertiti a sparargli contro. Chissà! In quel terzo giorno di occupazione Turi Scinà cominciava a cambiare idea sugli americani che tanto scompiglio avevano portato nella vita del paese e nella sua. Mentre girava e rigirava i tristi pensieri di uno che a quarantotto anni si vede crollare attorno tutto, notò una di quelle buffe e rumorose auto militari con la grossa stella bianca dipinta sul cofano svoltare bruscamente l’angolo della via e fermarsi, con gran stridore di gomme, sotto il suo balcone. A bordo due militari in divisa, quella divisa strana di colore e di forma a cui non si era ancora abituato e che contribuiva non poco a disorientarlo, e con loro c’era nientemeno che l’usciere del comune, Peppino Incorvaja, che si sbracciava a far ampi cenni nella sua direzione: «Scinà, oh! Turiddu Scinà! Scendi presto, chè ti vuole parlare il signor maggiore mericano. Vieni!» «A me? E perché? Non ho fatto niente io. Neanche la tessera del partito avevo!» «Ma non è per arrestarti, stupido! Vieni e vedrai»  Fu così che Scinà si ritrovò sul mezzo militare lanciato per il corso a velocità folle verso il palazzo comunale affacciato sulla bella piazza e che, a scanso di equivoci, portava sulla facciata a lettere di bronzo la scritta: PALAZZO DI CITTA’. Mentre una lunga fila di carri armati e camion cingolati risaliva il corso in direzione della strada per Agrigento, l’ex banditore comunale, con la morte nel cuore, si avviava su per la scalinata liberty in compagnia di un militare che portava sulla manica una fascia con due lettere dipinte: M P. Si fermarono davanti a una delle porte che davano nel Salone del Consiglio e mentre il militare diceva qualcosa di incomprensibile alla sentinella che vi stava davanti, il banditore, sempre più allocchito, si domandò che significato avessero le lettere A.M.G.O.T. scritte su un cartello attaccato alla porta con puntine da disegno e gli sorse spontanea la constatazione che non era solo il regime fascista ad amare gli acronimi. Quando lo introdussero nell’aula stentò a riconoscerla. La prima impressione fu di un gran disordine, poi di pena. Gli occupanti si comportavano da perfetti invasori non curanti degli oggetti di quella sala, preziosi non solo per il valore venale quanto per quello affettivo. Un lungo filo telefonico era attorcigliato al collo dell’antica statua di marmo della Madonna quattrocentesca per finire all’apparecchio su un tavolo pieno di carte topografiche circondato da militari. L’altorilievo dell’aquila sveva scolpito nel legno, superbo simbolo della città, era diventato un attaccapanni per cinturoni, giubbotti e berretti. Zaini, elmetti e tazzine di caffè stavano dappertutto. Altri uomini in divisa entravano e uscivano dal gabinetto del segretario. Sotto l’enorme quadro di Giovanni da Procida ai Vespri Siciliani, che Turi era convinto trattarsi di Cristoforo Colombo, dietro il gran tavolo di legno intagliato attorno al quale per tanti secoli si erano seduti i Giurati della città, comodamente sprofondato nell’antico seggiolone in cui solo il podestà sedeva, stava un militare graduato, in tranquilla conversazione con don Matteo Lojacono, in candido vestito di lino, il panama sulle ginocchia, il padrone della raffineria e di mezzo paese. Rimase lì, vicino alla porta, impietrito dallo stupore a sentire i due conversare tranquillamente in inglese, proprio come due amici di vecchia data. Appena don Matteo lo vide lo chiamò: «Ah! Turiddu, vieni, avvicina, il maggiore ti vuole parlare». E il maggiore parlò in italiano, un italiano strano ma comprensibile. E quando finalmente Turi Scinà si decise a sollevare gli occhi sul viso dell’ americano, si accorse di aver davanti un volto noto. Ormai non si stupiva più di niente e come in un sogno, con distacco, sentì la voce, vide le movenze, la faccia, i capelli che erano di quel venditore ambulante di cose smesse venuto in paese qualche mese prima dello sbarco chissà da dove e che andava sempre ovunque e, ora che ci pensava, faceva strane domande a tutti. Il maggiore dell’A.M.G.O.T., che aveva momentaneamente assunto l’impegno di amministrare il paese, stava dicendo a Scinà che doveva avvisare la popolazione, indistintamente, tutta la cittadinanza, di alcune importanti regole da rispettare d’ora in avanti, quali il coprifuoco e il divieto assoluto di detenere armi. L’onnipotenza tecnologica dell’esercito alleato si era arenata di fronte a un imprevisto: come far arrivare il suo proclama anche agli analfabeti. Gli era venuto in aiuto don Matteo spiegandogli che quel problema la città lo risolveva da tempo immemorabile coi banditori, nella fattispecie, il problema del maggiore sarebbe stato facilmente risolto da Turi Scinà. «Paisà, hai capito, quello deve fare?» Ma Scinà era troppo stupìto di tutto quanto aveva visto e sentito negli ultimi dieci minuti per rispondere e allora don Matteo glielo ripeté. Disse che poteva tornare al suo lavoro di banditore perché, finché ci fossero stati cristiani analfabeti e ignoranti tra la popolazione, c’era ancora bisogno di lui e della sua voce straordinaria e della sua capacità di tradurre in parole semplici concetti complessi. Quando finì di parlare gli mise in mano un pacchetto di Chesterfield ancora sigillato. Scinà aveva capito, ma c’era ancora un punto da definire: «E il tamburo, posso usarlo il mio tamburo?» Don Matteo scoppiò in una fragorosa risata e, con le lacrime agli occhi, porgendogli un foglio dattiloscritto rispose: «Ma certo che puoi! Anzi dovresti cominciare subito, qui c’è scritto quel che devi leggere e spiegare. Fa’ sentire al maggiore che sai fare. Va’, va a prendere il tuo tamburo.» Era da poco passato mezzogiorno quando Turi Scinà scese nella piazza intitolata al duce. Un mezzogiorno che ormai da diversi anni arrivava e trascorreva in silenzio, senza l’armonioso suono delle campane della torre dell’orologio, il cui bronzo antico era finito in una fabbrica di armi, sacrificato inutilmente al folle dio della guerra. L’orologio a torre scandiva anche i quarti, mentre alle sette, a mezzogiorno e a mezzanotte intonava un festoso «carillon» per sottolineare i momenti significativi della giornata. A causa del forzato mutismo dell’orologio, anche Angelo l’orbo aveva perso la sua popolarità. Quell’uomo infatti si era ritagliato un cantuccio di celebrità sedendo su una panchina di fronte alla torre e dicendo con esattezza l’ora a chi gliela chiedeva. Non potendo più ascoltare e contare i tocchi ogni quarto, aveva perso la sincronia, nessuno più gli chiedeva l’ora e quell’uomo appariva sempre triste. Anche in quel momento Angelo l’orbo era lì, si era solo spostato ai piedi del monumento ai caduti per cercare un po’ d’ombra. Solo e silenzioso, le spalle al marmo dello zoccolo, apparve a Scinà come una propaggine del monumento stesso, vittima anche lui di una guerra. Un pensiero e un desiderio attraversarono la mente del banditore: «Chissà se gli americani potevano procurarci le campane?» Ma adesso toccava a lui e al suo tamburo. L’amato strumento lo aveva ritrovato integro nell’armadio dove egli stesso lo aveva riposto l’ultima volta. Aspettò che si allontanassero sferragliando alcuni Sherman e, quando tornò quel silenzio quasi assoluto che ricordava le dolci giornate estive dell’anteguerra, attaccò un lunghissimo rullio di tamburo seguito da tre doppi colpi secchi, magistrali, belli come mai. In un momento di cambiamenti epocali che avrebbero riempito migliaia di pagine di storia, si stava instaurando un ponte sul profondo solco tra il vecchio e il nuovo e quel ponte era lui. Turi Scinà rappresentava il tratto d’unione, la continuità, il punto fermo. La coscienza di ciò lo rese felice e dimentico di tutte le sue preoccupazioni che gli apparvero all’improvviso ben misera cosa. Volle riascoltare il suono del suo tamburo, riprovare la dolce carezza delle vibrazioni sul diaframma e ripetè la sequenza delle percussioni imprimendogli quel timbro imperioso e di urgenza come sapeva lui. Quasi fossero in attesa di sentire la voce di quel tamburo, molti licatesi facevano capolino nella piazza e altri ancora ne arrivavano, chi camminando e chi correndo. La frotta di ragazzini che sempre lo aveva seguito nei suoi giri per strade e piazze, vicoli e piani gli si stava assembrando attorno; proprio come ai bei tempi! Si assicurò con la coda dell’occhio che il maggiore americano e don Matteo fossero affacciati al balcone del podestà e riempì i polmoni d’aria. Un attimo dopo la sua voce potente esplose ancora una volta nel silenzio di quel luogo che presto avrebbe dovuto cambiare nome, riverberò tra le facciate degli antichi palazzi, salì verso il cielo di cobalto: «Sintiiti! Sintiiti! Omini e fimmini, vecci e picciotti…»

                                                                                                                                   maggio ’95

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apr 25, 2013 - Senza categoria    No Comments

L’ARBUTUS UNEDO

arbutus 1

Il 25 Aprile è una festa civile della Repubblica Italiana. E’ l’Anniversario della liberazione  dell’Italia dal nazifascismo. E’ chiamato anche Festa della Liberazione, anniversario della Resistenza o semplicemente il 25 Aprile. E’ un giorno importantissimo per la storia d’Italia. E’ la fine dell’occupazione nazista nel nostro paese avvenuta esattamente il 25 aprile del 1945.Durante la seconda guerra mondiale, l’Italia era divisa in due: al nord Benito Mussolini e i Fascisti avevano costituito la Repubblica Sociale Italiana vicina ai tedeschi e al Nazismo di Hitler. Al sud, in opposizione, si era formato il governo Badoglio in collaborazione con gli Alleati americani e inglesi. Per combattere il dominio nazifascista i Partigiani programmarono la Resistenza. I partigiani erano uomini, donne, giovani, meno giovani, sacerdoti, militari, di diverse estrazioni sociali, di differenti ideologie politiche e religiose, ma tutte persone spinte dalla volontà di lottare con gli ideali di conquistare la democrazia, il rispetto della libertà individuale, l’unione e l’uguaglianza del popolo italiano. Il 25 aprile del 1945 i Partigiani, supportati dagli Alleati, entrarono vittoriosi nelle principali città italiane. Esattamente il 25 aprile ricorda la liberazione di Torino e di Milano da parte dei partigiani al termine della seconda guerra mondiale. In seguito furono liberate altre città dell’Italia settentrionale: Bologna il 21 aprile, Genova il 26 aprile, Verona il 26 aprile, Venezia il 28 aprile. La fine della guerra per l’Italia intera avvenne i primi giorni del mese di maggio. Il 25 aprile del 1945, alle 8:00 del mattino, attraverso la radio, dall’esecutivo del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, formato da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini, Leo Valiani, Rodolfo Morandi, Giustino Arpesani e Achille Marazza, fu proclamata ufficialmente l’insurrezione, la presa di tutti i poteri da parte del CLNAI e la condanna a morte di tutti i gerarchi fascisti.Mussolini fu fucilato tre giorni dopo. La Liberazione mise fine a venti anni di dittatura fascista ed a cinque anni di guerra. Rappresentò, pertanto, l’inizio di un percorso storico che porterà al referendum del 2 giugno del 1946 per la scelta fra la Monarchia e la Repubblica, quindi alla nascita della Repubblica Italiana fino alla stesura definitiva della Costituzione Italiana. Il primo governo provvisorio, con il decreto legislativo luogotenenziale n. 185 del 22 aprile 1946 (“Disposizioni in materia di ricorrenze festive”), confermò la data del 25 Aprile dal 1946 giorno di festa nazionale. L’articolo 1, infatti, così recita: “A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale“. La Legge n. 260 del 27 maggio 1949 (“Disposizioni in materia di ricorrenze festive”) rese definitiva la giornata festiva della Liberazione. Il 25 Aprile è festa nazionale! Osservano il giorno festivo le scuole, gli uffici, le attività commerciali e artigianali con la sospensione delle attività lavorative su tutto il territorio nazionale.In molte città italiane ogni anno si organizzano manifestazioni, cortei e commemorazioni. Il presidente della Repubblica, Giorgio Pertini, a Roma, recatosi all’Altare della Patria, ha onorato il Milite ignoto deponendo una corona d’alloro. Durante la cerimonia di commemorazione ha detto che “la Resistenza insegna che nei momenti cruciali servono coraggio, fermezza, unità”. A Licata, il sindaco Angelo Graci, accompagnato dai rappresentanti dell’Amministrazione Comunale, ha deposto una corona d’alloro sul monumento dei caduti della I° e della II° guerra mondiale sito in Piazza Progresso. Una corona d’alloro è stata anche deposta ai piedi del monumento sito dentro la villetta Garibaldi per ricordare il coraggioso soldato e partigiano Raimondo Severino, nato a Licata il 22/02/1923, torturato e trucidato pubblicamente dagli aguzzini repubblichini nella piazza di Borzonasca il 21/05/1944. Anche la Natura omaggia l’Italia con la coltivazione della pianta di Arbutus unedo.

L’Arbutus unedo è una pianta della famiglia delle Ericaceae originaria dell’Irlanda e diffusa nei paesi del Mediterraneo. In Italia l’Arbutus unedo è l’unica specie del genere Arbutus diffuso in tutte le regioni centrali della penisola dove spesso forma piccoli boschetti; è assente in Val d’Aosta, in Piemonte, in Lombardia, nel Trentino Alto Adige e nel Friuli Venezia Giulia. Cresce dal livello del mare fino a 1000 metri di quota.

FRUTTI 2 ok

La leggenda vuole che fu proprio il Corbezzolo ad ispirare i colori della bandiera nazionale. E’ chiamato “l’albero d’Italia” poiché la presenza contemporanea del verde delle foglie, del bianco dei fiori e del rosso dei frutti  diede origine ai colori del tricolore italiano tanto da diventare, durante il Risorgimento, il simbolo dell’ Unità Nazionale. Virgilio, nelle “Georgiche”, indica questa pianta semplicemente col nome “Arbutus”,Arbusto”, mentre Plinio il Vecchio la denomina “unedo”, da “unus”, “uno” ed “edo”, “mangio”, vale a dire ne “mangio uno solo” per indicare che il frutto, sebbene buono da mangiare, non è gradevolissimo e l’assunzione eccessiva, per la presenza di un alcaloide nella polpa, potrebbe causare probabili inconvenienti a persone ipersensibili, quindi è consigliabile “mangiarne uno solo”. Dall’unione di questi due antichi termini deriva il nome scientifico della specie Arbutus unedo attribuito dal naturalista Linneo nel 1753. Volgarmente è chiamato “Corbezzolo”. Il Corbezzolo ha dato il nome al monte Conero, il promontorio più importante del medio Adriatico alto 573 metri a sud della città di Ancona. Il nome Conero deriva dal greco “Кόμαρος”, che vuol dire “Corbezzolo”. Il Corbezzolo, chiamato anche “Ciliegio di mare”, è un arbusto molto diffuso nei boschi del Conero e che produce frutti molto apprezzati localmente. Il Corbezzolo nelle diverse regioni d’Italia ha tanti altri nomi. In Calabria si chiama “Cucummaràra, Mbriacunedi, Cacùmbaru, Chùmma”, in Campania “Accummaro, Soriva pelosa”, in Liguria “Armôn” è l’albero e il frutto, “murta” sono le foglie, in Umbria “cerasa marina, lallarone”, in Toscana “albatro”, in Sardegna “Alidone, Arbòsc, Cariasa, Ghilisoni, Lidone, Mela de Lidone, Olidone, Olidoni, Olioni, Orioni, Ulioni”, in Sicilia “Per’i ruggia,” e “ ‘Mbriacula” perché fa ubriacare. Altri nomi comuni sono:“Fragolon, Pomino rosso, Elioni, Urlo, Tirosetto, Cerosa marina, Musta”. In francese si chiama “Arbousier”, in  inglese ”Strawberry tree fruits”, in spagnolo “Madroño”, in tedesco “Westliche Erdbeerbaum ”. L’Arbutus unedo è un arbusto compatto, elegante, molto ramificato, pollonifero, a crescita lenta. Presenta il fusto alto circa 2 metri, ma può raggiungere anche i 12 metri, dritto, tendente ad inclinarsi e a contorcersi, rivestito dalla scorza sottile, rossiccia, vellutata nei rami giovani, successivamente finemente e regolarmente desquamata in lunghe e strette placche verticali di colore bruno. Le foglie, molto decorative, addensate all’apice dei rami, semplici, alterne, di consistenza coriacea, glabre, brevemente picciolate, hanno la lamina lanceolata con apice acuto e con margine seghettato, la pagina superiore lucida e di colore verde scuro, la pagina inferiore opaca, di colore verde chiaro e presenta anche nervature prominenti rossastre nelle giovani foglie. La chioma è densa, tondeggiante e, a volte, un po’ disordinata. La bella peculiarità è la presenza dei fiori delicati ed ermafroditi. Piccoli racemi penduli portano da 15 a 35 fiori presenti da ottobre a marzo dell’anno successivo nella parte terminale dei rami dell’anno. Il fiore è formato da un piccolo calice e da una corolla di colore bianco-avorio, lucida, orciolata, ristretta all’orlo e rigonfia nel centro, appunto come un otre, che termina con cinque denti rivolti verso l’esterno. Fiorisce nei mesi di marzo-aprile.

FIORI 1 ok

Alla fioritura segue la maturazione dei frutti che maturano tra settembre e novembre dell’anno successivo contemporaneamente alla nuova fioritura di modo che la pianta ospita contemporaneamente fiori, frutti immaturi e frutti maturi, fenomeno che la rende particolarmente ornamentale. I frutti, chiamati “corbezzole”, commestibili, sono bacche carnose quasi rotondeggianti, con la superficie rugosa, irta di numerosi e piccoli tubercoli. La polpa, ambrata, succosa e di sapore dolciastro, è ricca di vitamina C. Le bacche sono divise in loculi e ciascun loculo racchiude numerosi minuscoli semi ellittici di colore brunastro-chiaro lunghi 2-3 millimetri, spigolosi, caratterizzati da una scarsa germinabilità.

FRUTTI 4 ok

FRUTTI 6 ok

In autunno si possono osservare il fiore bianco ed il frutto nelle varie fasi di maturazione: di colore verdastro quando è acerbo, di colore giallo in una fase intermedia e di colore rosso-arancio quando è completamente maturo. I corbezzoli possono essere consumati crudi, cosparsi di zucchero o con l’aggiunta di un vino liquoroso e in confettura. E’ importante mangiarli al giusto punto di maturazione, troppo immaturi o troppo maturi possono non essere gradevoli al sapore. A Mistretta i frutti si chiamano “ ‘miriacoli” perchè si sospetta che, mangiandone molti, fanno ubriacare.I Greci amavano molto consumare i frutti perché l’uso abbondante creava un piacevole stato di ebbrezza. Ogni anno organizzavano la festa del Corbezzolo durante la quale si ubriacavano e socializzavano più facilmente tra loro. La propagazione avviene per seme in primavera o per talea semilegnosa in inverno, ma anche per margotta, per propaggine o per divisione di polloni.
La potatura va eseguita con molta attenzione poiché, per tutto l’arco dell’anno, la pianta presenta fiori e frutti, pertanto si eliminano le parti secche o danneggiate e i rami disarmonici. La fronda recisa con i frutti immaturi è utilizzata per decorazioni floreali. La pianta ha uno spiccato potere pollonifero dovuto ad un ingrossamento ipogeo del fusto che funge da riserva nutrizionale per cui, anche se soggetta a continui tagli o all’aggressione degli incendi, riesce sempre a sopravvivere riemettendo numerosissimi getti dopo il passaggio del fuoco e ricostituendo, in tempi relativamente brevi, la vegetazione delle aree colpite e imponendosi sulle altre specie.
L’Arbutus unedo possiede un legno rossastro che è particolarmente dolce e può essere utilizzato per realizzare arnesi per alimenti e per piccoli lavori artigianali. In Sardegna i pastori lo utilizzano per realizzare “su pilìsu“, il particolare strumento impiegato per rompere la cagliata; è anche un ottimo combustibile e, non emettendo odore durante la combustione, è molto apprezzato come legna da ardere.
Il Corbezzolo esprime il suo valore ornamentale non solo per la bellezza del fogliame, ma, soprattutto, per la contemporanea presenza sulla pianta di fiori e di frutti a diversi stadi di maturazione.
Nel giardino il Corbezzolo dà altre gradite sorprese: ospita molti uccelli, insetti e mammiferi, che si cibano in gran quantità delle sue bacche mature preparandosi ad affrontare il lungo e freddo inverno, e la Charaxes jasus, la bellissima farfalla dai colori meravigliosi, chiamata la “farfalla del Corbezzolo” perché vive esclusivamente sulle foglie di questa pianta.Il Corbezzolo è una pianta facile da coltivare.
Predilige le aree soleggiate, ma tollera molto bene anche una parziale ombra posto su terreni acidi, anche se si adatta su quelli argillosi, ricchi di materia organica e ben drenati. Può resistere a temperature minime molto basse, ma mal sopporta le gelate precoci o tardive e non gradisce i venti freddi e secchi.
Non richiede grandi quantità d’acqua ed è opportuno interrare del buon concime organico ai piedi della pianta in primavera per favorire lo sviluppo ottimale. Teme anche alcuni parassiti. Gli eccessi d’umidità possono provocare attacchi da parte di alcuni funghi: l’Alternaria causa sulle foglie delle aree necrotiche circolari con alone rossastro; il Septoria unedonis causa maculature tra le nervature e sui lembi fogliari. L’Elsinoe matthiolianum aggredisce solitamente le foglie più giovani formando dapprima piccole macchie traslucide e, in seguito, bollicine di colore bruno che, al loro disseccamento, bucano il lembo.
Tra gli insetti sono principalmente riscontrabili: l’Otiorrynchus sulcatus, la cui presenza si nota per le erosioni sulle foglie; l’Afide verde del Corbezzolo, il Wahlgreniella nervata arbuti, che vive sulla pagina inferiore delle foglie più giovani. Varie specie di tripidi causano malformazioni dei fiori e dei frutti. La pianta, già conosciuta ed usata in tempi antichi, da Dioscoride e da Galeno era ritenuta nociva per la testa e per lo stomaco. In età medioevale la peste era combattuta mescolando la polvere di “osso di cuore” di cervo con l’acqua distillata dalle fronde di Corbezzolo. Era annoverata tra le cosiddette “Erbe di S. Giovanni“, ricorrenza che cade nel solstizio estivo.
A tale proposito, davanti alle chiese si allestivano mercati delle erbe dove anche il Corbezzolo faceva bella mostra di sè insieme con altre essenze: aglio, cipolla, basilico, prezzemolo, lavanda, mentuccia, salvia, rosmarino, biancospino, artemisia, ruta. Era considerata anche “erba cacciadiavoli e cacciastreghe” perché si credeva che diavoli e streghe viaggiassero, per partecipare ai loro convegni, proprio nella notte di S. Giovanni. In fitoterapia le parti usate sono: i fiori, i frutti, le foglie, la corteccia e le radici. Con le foglie e i frutti si ricavano tisane, infusi ed estratti. I fiori hanno azione sudorifera e diaforetica. Le foglie contengono l’arbutoside, un principio attivo che conferisce loro proprietà diuretiche e antisettiche del tratto uro-genitale, dell’apparato gastrico ed epato-biliare.
I frutti, consumati nella giusta quantità, hanno azione astringente e quindi possono essere utilizzati come antidiarroici. Il decotto della radice, della corteccia, delle foglie e del frutto è utilizzato come antinfiammatorio, antiarteriosclerotico, diuretico e nei disturbi renali in generale. Nell’industria alimentare il Corbezzolo ha numerosi impieghi. Specie mellifera, molto visitata dalle api, offre il famoso miele amaro della Sardegna e della Corsica che ha notevoli proprietà curative nelle affezioni bronchiali di tipo asmatico. Dalla fermentazione dei frutti si ricava il “Vino di corbezzolo” consumato soprattutto in Sardegna, in Algeria e in Corsica. In alcune regioni italiane è consuetudine utilizzare i frutti del Corbezzolo per preparare sciroppi, gelatine, frutta candita, marmellate, il “vino albatrino”, bibite molto dissetanti, una buonissima acquavite (il medronho portoghese), e perfino un tipo d’aceto.
Il frutto entra volentieri anche nei piatti di carne sotto forma di salse. Nei tempi passati le foglie del Corbezzolo, essendo ricche di tannini, erano usate per la concia delle pelli. I romani attribuivano al Corbezzolo poteri magici. Virgilio, nell’Eneide, racconta che i parenti del defunto depositavano sulla sua tomba rami di Corbezzolo. Un’orsa, appoggiata ad un albero di Corbezzolo, è il simbolo della città di Madrid. Nella tradizione ligure è usato, assieme all’Alloro, nel carro del “Confuoco“, il carro che portava al podestà doni per dare, con i suoi frutti maturi, una nota di colore. Sempre in Liguria si usava mettere sul portale della propria casa un ramo di Corbezzolo con tre frutti maturi come segno di benvenuto quando si dovevano ricevere ospiti importanti.
I vecchi liguri trattavano il Corbezzolo con un certo riguardo tanto da attribuirgli un notevole valore affettivo, chiamandolo, secondo la zona, “armuin, ermuin”, e perfino “ermelin”, cioè “ermellino” per indicare la sua preziosità. Nel linguaggio dei fiori la bianca campanula è sinonimo “di ospitalità e di stima”.
Nella tradizione popolare il frutto simboleggia “l’amore”, sempre raffigurato di colore rosso, non disgiunto dalla gelosia che ha il colore giallo: il frutto maturo ha, infatti, la peculiarità di essere rosso fuori e giallo dentro; per tale motivo agli innamorati gelosi era maliziosamente regalato dagli amici intimi un ramo di Corbezzoli.

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apr 17, 2013 - Senza categoria    No Comments

I TULIPANI

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 In primavera i fiori sbocciano abbondantemente in tutte le aiuole. Quella posta davanti   al distributore di benzina ENI, a Mistretta, nel mese di aprile regala un meraviglioso spettacolo per la presenza dei numerosi tulipani rossi e gialli. Il gestore, il signor Lirio, è molto premuroso nel deporre annualmente i bulbi di tulipani nella sua aiuola ed è molto rigido nell’impedire che sia calpestata da un qualsiasi corpo estraneo che possa interrompere la bellissima continuità dell’aiuola fiorita dove poggia l’occhio umano. Grazie per questo meraviglioso regalo della Natura! “Tulipa” è il nome di un genere di piante appartenenti alla famiglia delle Liliaceae che comprende specie bulbose, tra cui alcune spontanee, note col nome comune di Tulipano. ???????????????????????????????

Il tulipano è una pianta dai fiori variopinti, carnosi. Esistono circa 300 specie. Il tulipano ancora non possiede caratteri stabili, quindi è considerato di formazione relativamente recente dal punto di vista evolutivo. La pianta di Tulipa praecox, ad esempio,è stata classificata per la prima volta non oltre 100-150 anni fa e scoperta negli ambienti naturalidelle coste mediterranee, dalla Costa Azzurra alla Grecia. Il tulipano è originario della Turchia, suo simbolo nazionale floreale, dove nasce spontaneamente e dove iniziò ad essere coltivato circa 1000 anni fa. Ebbe la sua massima popolarità sotto il regno di Solimano il Magnifico, nel XVI secolo, che lo volle coltivare, in numerose varietà, ovunque in Turchia. Da sempre tutti i giardini d’Oriente sono gremiti di tulipani e, nel mese di aprile, a Costantinopoli si celebra la festa del tulipano. Dalla Turchia si è diffuso nel Nord Africa, nel Medio Oriente e nell’Asia Orientale e Centrale. In Europa è stato importato per la prima volta agli inizi del Cinquecento da Ogier Ghislin de Busbecq, ambasciatore di Vienna alla corte turca e appassionato botanico. Questi, che aveva visto i tulipani in fiore e si aspettava dai botanici europei approfonditi studi ed efficaci metodi di coltivazione nei giardini, inizialmente vide deluse le sue aspettative perché i tulipani non furono adeguatamente coltivati. I primi bulbi, forniti al famoso botanico italiano Clusio, furono utilizzati una parte in un’aiuola, per le prove orticole, e un’altra parte sopra i fornelli di un droghiere viennese che li lessò scambiandoli per cipolle. In Germania, il commerciante, che li aveva ottenuti senza conoscere la loro destinazione, li propose fritti e conditi in insalata. Nel 1559 una piccola quantità di bulbi di tulipani giunse nelle mani del ricercatore austriaco Konrad Gessner che avviò gli studi e fece nascere, a livello internazionale, un crescente interesse botanico per la pianta. Prima dell’inizio del seicento, la diffusione dei tulipani, almeno tra gli studiosi del Regno Vegetale, si era già estesa in Germania, in Inghilterra, in Francia. L’Olanda è stato il paese europeo dove i tulipani hanno avuto maggior successo. Nel diciassettesimo secolo, l’alta popolarità e l’interesse per i tulipani hanno creato una specie di “Tulipamania” e, in Olanda, è ancora una parte importantissima dell’agricoltura nazionale.  Dal 1600, infatti, i tulipani divennero ricercatissimi e costosissimi al punto che il governo olandese, nel 1637, dovette approvare una legge per controllare il prezzo. Il tulipano è diventato l’emblema degli olandesi, chiamati affabilmente “Tulipani“, a causa degli studi compiuti per migliorare la specie. Il termine “Tulipano” in turco deriva da “Tulbend”,copricapo, turbante”, oppure dal greco “Тύρβαν” per la forma del fiore simile a quella del suddetto copricapo, oppure è la correzione del francese “Tulipan”, una parola creata nel 1600 come libera interpretazione del termine persiano thoulyban e di quello turco tulbend, sempre con il significato di “turbante”. Il tulipano, dunque, è “il fiore a forma di turbante”. In Francia il vocabolo “tulipe” ha un altro significato. Sotto l’Ancien Regime, “La tulipa” era il soprannome dato ai soldati allegri e pieni di buon umore, e la “Fanfan la Tulipe” è una specie di eroe popolare nazionale. La corolla dei tulipani, per la sua forma aggraziata, ha sempre destato, anche in Italia, l’attenzione di pittori e di stilisti che hanno preso come modello il fiore di tulipano per imprimerlo nei quadri, negli affreschi, nei pannelli, nelle stoffe. Il tulipano è la più popolare fra le bellissime piante bulbose e considerato il re dei bulbi.

Nella villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta alcuni variopinti tulipani circondano il busto di Noè Marullo.

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Il tulipano è dotato di un bulbo sotterraneo, a base allargata e appuntito all’apice, e di un fusto robusto ed eretto. Le foglie, di colore verde brillante, che declina al grigio e all’azzurro, sono grandi, carnose, ovali e allungate, largamente lanceolate, ondulate, glabre e, nel mezzo delle quali, si erge lo stelo. In primavera, da aprile a giugno, in cima allo stelo si forma il fiore, solitario, formato da sei tepali tutti uguali e dalle diverse tonalità di bianco, di giallo, di arancio, di viola e con sfumature delicate ed eleganti secondo le numerose coltivazioni. L’altezza dello stelo varia da specie a specie: da 15 sino ad oltre 60 centimetri. I fiori possono essere semplici o doppi, precoci o tardivi, alti anche 7 centimetri.

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La raccolta dei fiori si effettua prima della completa fioritura. Quando la fioritura è terminata, è bene lasciare alla pianta tutte le foglie eliminando gli steli che hanno portato i fiori: è il miglior modo di impedire che le sostanze nutritive del bulbo siano disperse per produrre i semi. Si moltiplica tramite i bulbi che si estraggono dal terreno appena le foglie ingialliscono. In giugno i bulbi vanno estirpati, ripuliti e messi ad asciugare all’aria e al sole per un giorno prima di essere immagazzinati in cantina, al buio, al fresco e all’asciutto. I bulbi s’interrano in autunno per fiorire in primavera. Il tulipano è una pianta rustica e si coltiva facilmente nelle aiuole dei giardini, nei parchi, nei vasi. E’ commercializzato come fiore reciso. Il tulipano ama essere posizionato in un luogo soleggiato o in ombra lieve. Gradisce un clima temperato, ma ha una buona resistenza al freddo. Richiede un terreno sciolto, fresco, ben drenato, ricco di humus. L’irrigazione deve essere regolare, senza eccessi nella quantità d’acqua.

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I roditori amano i tulipani tanto quanto gli esseri umani nutrendosi dei loro bulbi. Se si piantano in gruppi, generalmente si riesce a creare una coloratissima aiuola. I bulbi sono velenosi per i principi attivi che possiedono.L’avvelenamento, in caso d’ingestione, può essere molto grave. I sintomi si manifestano con vomito, con bruciore del cavo orale, con crisi convulsive, con delirio, con interessamento del fegato e dei reni. Il contatto con i bulbi può causare possibili allergie anche alle mani. Il tulipano teme gli attacchi di lumache, di insetti terricoli e di muffe. Bisogna tempestivamente intervenire con l’uso di prodotti specifici. Il tulipano è descritto anche nelle leggende de “Le mille e una notte”, una raccolta di novelle e di fiabe della letteratura araba. Si racconta che il sultano lasciava cadere un tulipano dal colore rosso ai piedi di una donna del suo harem per farle capire che, fra tutte, era stata la prescelta per quella notte. In Iran si narra che da un villaggio partì un giovane, di nome Shirin, in cerca di fortuna lasciando sola Ferhad, la sua amata e bellissima ragazza. Lei, turbata e triste, intraprese il viaggio nel deserto alla ricerca del suo adorato. La fatica, la fame, la stanchezza si fecero presto sentire. La povera fanciulla, stremata, un giorno, cadendo su alcune pietre taglienti, si ferì. Per lo sconforto di non poter più rivedere il suo Shirin, pianse a lungo. Le lacrime si mescolarono al sangue della sua ferita. Da questo miscuglio di lacrime e di sangue sbocciarono dei bellissimi tulipani rossiche rifiorivano ad ogni ritorno della primavera, simbolo dell’amore e della passioneinfelice di questa giovinetta. In Iran il tulipano era considerato l’omaggio floreale per eccellenza che ogni giovane uomo doveva portare alla ragazza come dichiarazione del suo amore. Le sultane turche della stirpe di Osman usavano sigillare lettere e messaggi con un contrassegno a forma di tulipano. Ancora oggi in Iran gli innamorati si scambiano tholypem come simbolo d’amore. Il tulipano, nel linguaggio dei fiori, parla “d’amore e di sentimenti”. Nel mondo orientale significa “amore perfetto”, nel mondo occidentale “incostanza nell’amare”. Il significato del fiore varia a seconda del colore. Regalare un bouquet di tulipani?  Il bouquet di tulipani a fiori bianchi o rosa è particolarmente indicato per la nascita di un bambino. Il bouquet di tulipani a fiori rossi viene scelto per fare una dichiarazione d’amore eterno alla donna della quale si è innamorati, il bouquet di tulipani a fiori viola denota modestia e quello a fiori gialli sottolinea la solarità della persona che lo riceverà. Se il bouquet, invece, è multicolore, si addice a un augurio di compleanno.

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apr 1, 2013 - Senza categoria    No Comments

NARCISSUS TAZETTA

narciso

Narciso! Il mito di Narciso è raccontato da Ovidio nel libro III delle Metamorfosi. Narciso nacque da Liriope, la ninfa di fonte che, per la sua bellezza, rapita dal dio fluviale Cefiso, cingendola con le tortuose correnti dei suoi corsi d’acqua, la violò. La ninfa diede alla luce un bambino di eccezionale fascino che chiamò, appunto, Narciso. Preoccupata per il suo futuro, la neo-mamma consultò il veggente cieco Tiresia per sapere se il fanciullo avesse raggiunto la tarda vecchiaia. Tiresia così rispose: “Se non mirerà mai se stesso”. Al sedicesimo anno d’età Narciso era un giovane di tale bellezza che molti ragazzi si innamorarono di lui. Egli, indifferente, preferiva passare le giornate cacciando in solitudine.

Tra gli spasimanti, la più incalzante era la ninfa Eco. Lei era stata punita da Giunone perché, tutte le volte che avrebbe potuto sorprendere sui monti le ninfe concubine di Giove, astutamente, la distraeva intrattenendola con lunghi discorsi aiutando le ninfe a sfuggire alle ire della dea gelosa. Quando Giunone si accorse dell’inganno disse: “Di questa lingua che mi ha ingannato potrai disporre solo in parte. Ridottissimo sarà l’uso che tu potrai farne”. Eco, perciò, non poteva fare uso della propria voce se non per ripetere l’eco delle ultime parole che udiva. Quando incontrò Narciso e se ne innamorò, era già priva della parola. Eco lo scorse mentre Narciso cacciava i cervi in una foresta. La ninfa, che non sa tacere se si parla, ma nemmeno sa parlare per prima, cominciò a seguire le sue orme. Narciso, insospettito, si mise ad urlare: “C’è qualcuno”? Eco ripeté: “Qualcuno”. Stupito, egli scrutò tutti i luoghi, gridò a gran voce: “Vieni!”. Non mostrandosi nessuno, continuò: “Perché mi sfuggi”! Quante parole diceva, altrettante ne riceveva per risposta. Insistette e, ingannato dal rimbalzare della voce “Qui riuniamoci” ,esclamò. Eco, che a nessun invito mai avrebbe risposto più volentieri, ripeté “Uniamoci”. Allegramente, balzando fuori del cespuglio, tentò di abbracciarlo. Narciso la respinse allontanandosi precipitosamente e lasciando Eco che, lamentandosi, continuava ancora a ripetere le ultime parole dette da lui. Afflitta e amareggiata, la bella ninfa vagò e, consumandosi per struggimento d’amore e di rimpianto, svigorì nel corpo. Non restarono che la voce e le ossa. La voce esiste ancora e ovunque si può sentirla: è il suono che vive in lei e che ancora fa eco nelle valli solitarie ripetendo le ultime sillabe delle parole pronunciate dagli umani. Le ossa, tramutate in sassi, sono state deposte vicino ad uno specchio d’acqua. La dea Nemesi, istigata da uno degli amanti respinti, alzando le mani al cielo, profetizzò: “Che possa innamorarsi anche lui e non possedere chi ama”! Nel bosco c’era Liriope, la fonte dalle acque limpide, argentee e trasparenti che mai pastori, caprette o altre bestie avevano toccato, che nessun uccello, fiera o ramo staccatosi da un albero avevano intorbidato. Attorno c’era un prato e un bosco che mai avrebbe permesso al sole di scaldare il luogo. Il giovane Narciso, spossato dalle fatiche della caccia, qui venne a sdraiarsi, affascinato dalla bellezza del posto, per bere l’acqua della sorgente, ma, mentre cercava di calmare la sete, attratto dall’immagine che vide riflessa, restò incantato e s’innamorò di una chimera: di un corpo che, però, era solo un’ombra. Dapprima non riconobbe se stesso, poi capì: “Io sono te“. Egli si lamentava poiché non riusciva a stringere e a toccare l’immagine. Ai suoi lamenti rispondeva solo la ninfa Eco che, nascosta nel bosco, li ripeteva. Neanche il bisogno di cibo e di riposo riuscì a staccarlo di lì. Disteso sull’erba, fissava con lo sguardo inappagato quella forma che l’ingannava. Poi, sollevandosi un poco, tese le braccia al bosco dicendo: “[…] Esiste mai amante, o selve, che abbia più crudelmente sofferto? Mi piace, lo vedo; ma ciò che vedo e che mi piace non riesco a raggiungerlo: tanto mi confonde amore. Un velo d’acqua ci divide! E lui, sì, vorrebbe donarsi: ogni volta che accosto i miei baci allo specchio d’acqua, verso di me si protende offrendomi la bocca. Diresti che si può toccare; un nulla, sì, si oppone al nostro amore. Chiunque tu sia, qui vieni! Perché m’illudi, fanciullo senza uguali? Io, sono io! Ho capito, l’immagine mia non m’inganna più! Per me stesso brucio d’amore, accendo e subisco la fiamma!” Resosi conto dell’impossibilità di amare e di baciare l’immagine di sé riflessa nella superficie d’acqua, Narciso si lasciò morire. “[…] Ormai il dolore mi toglie le forze, e non mi resta da vivere più di tanto: mi spengo nel fiore degli anni […]”.  Si avverava la profezia di Tiresia. Allorché le Naiadi e le Driadi, che presero il suo corpo per dargli degna sepoltura, scoprirono un bellissimo fiore dai petali dal colore dello zafferano col capo chinato sull’acqua alla ricerca del proprio riflesso. A quel fiore fu attribuito il nome Narciso.

Lo scrittore greco Pausania ha raccontato che il Narciso esisteva già prima del personaggio di Ovidio visto che il poeta epico Pamphos, vissuto molto anni prima, nei suoi versi ha narrato che Persefone, quando fu rapita da Ade, stava raccogliendo dei fiori di Narciso.

Da questa narrazione si evince che nel linguaggio dei fiori il Narciso è il simbolo “degli egoisti e delle persone piene di sé ”. Indica, pertanto, “vanità, egoismo, incapacità di amare”.

Diversa è la simbologia orientale. In Cina il Narciso è simbolo di “prosperità e di felicità” ed è donato in segno augurale di buon anno.

Nella Bibbia il Narciso e il Giglio, per i loro colori chiari e luminosi, sono simbolo solare di “rinascita” e raffigurano la primavera. Salomone, nelCantico dei Cantici( 2,1), nel Colloquio fra gli sposi scrive:Io sono un narciso di Saron, un giglio delle valli. Come un giglio fra i cardi, così la mia amata tra le fanciulle”. Nel nuovo Israele Isaia (35-1,2) scrive: “Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saròn. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio”. Il genere Narcissus comprende 40 specie di piante bulbose appartenenti alla famiglia delle Amaryllidaceae e originarie dell’Europa, dell’Africa settentrionale, del Giappone e della Cina dove fu introdotto nell’ottavo secolo attraverso la via della seta. Italia, Spagna e Portogallo sono i Paesi dove è più facile trovare Narcisi allo stato spontaneo presenti in una vasta gamma di habitat. Le specie selvatiche che abbondano nei prati e nei boschi umidi di pianura e di montagna fino a 2000 metri di quota sono: il Narcissus pseudo-narcissus, il Narcissus tazetta, il Narcissus nobilis, il Narcissus nivalis, e il Norcissus poeticus, quest’ultimo ampiamente diffuso nei prati alpini. La coltivazione del Narciso è iniziata intorno al XVI secolo in Inghilterra e in Olanda. Ancora oggi le due nazioni, insieme agli Stati Uniti, sono le maggiori produttrici di Narcisi. I Narcisi si ibridano tra loro con gran facilità e le numerosissime varietà di ibridi di tanti colori hanno originato uno dei generi di bulbose più coltivate.

Il nome Narciso, dal latino “narcissus” e dal greco “νάρκισσος”, probabilmente deriva da “ναρκάωstordire, intorpidire, fare addormentare” per  l’intenso odore dei suoi fiori. Nell’antica Grecia il Narciso era noto per il caratteristico profumo intenso, inebriante e penetrante dei fiori che si credeva avesse proprietà tranquillanti, anestetiche e antidolorifiche, quindi era capace di stordire. Da qui la derivazione della parola “narcotico“. Gli egizi decoravano i propri defunti. Infatti, fiori di Narciso sono stati ritrovati nelle loro tombe in ottimo stato di conservazione dopo oltre 3000 anni.

Il termine “tazetta” probabilmente è riferito alla forma a tazza del fiore.

Il Narcissus pseudonarcissus, conosciuto comunemente come “Trombone o Tromboncino”, è una pianta bulbosa alta 50 centimetri. Dal bulbo sotterraneo partono le lunghe e strette foglie lanceolate che, spuntando a fioritura avviata, formano ciuffi di elementi sottili di colore verde chiaro con leggere sfumature azzurre. In cima ad uno stelo, privo di foglie, isolati, si ergono i fiori composti da una corolla esterna bianca o gialla a sei tepali chiamata “corona” e da un’altra corona centrale interna detta “coppa” o “tromba” che presenta i bordi frastagliati e il colore giallo intenso tendente all’arancio. E’ la trombetta. Una sola pianta produce da due a venti fiori. La fioritura avviene da marzo a giugno. La moltiplicazione avviene tramite la divisione dei bulbi in autunno. I Narcisi possono rimanere nel terreno per tutta l’estate. Dopo aver reciso il fiore appassito, si lasciano intatte le foglie e lo stelo fino al completo appassimento. Le sostanze nutrienti, prodotte dalla fotosintesi clorofilliana, si accumulano nel vecchio bulbo e in quelli nuovi che si formano durante l’estate. I bulbi possono rimanere nel terreno per tre anni, ma possono essere estratti e, accuratamente puliti, essere conservati in luoghi asciutti fino all’impianto. I bulbi s’interrano dalla fine di settembre ai primi di novembre ponendoli ad una profondità doppia della loro lunghezza. Il Narciso è uno tra i primi fiori da bulbo pronto a sbocciare per annunciare l’arrivo della primavera. Porta una nota di colore nel giardino ancora immerso nel grigiore dell’inverno che rallegra e adorna incomparabilmente con la sua abbondante fioritura. “[…] Spuntan col marzo le violette semplici e azzurre, il narciso giallo, la margheritina; fioriscono il mandorlo, il pesco, il corniolo, la rosa canina. Aprile ci porta la bianca violetta […]” così riferì in uno studio sui giardini il filosofo, saggista e politico inglese Sir Francis Bacon (Londra, 22 gennaio 1562 – Londra, 9 aprile 1626). Il Narciso, con i suoi colori chiari e luminosi, è visibile anche da lontano e diffonde nell’aria un profumo inconfondibile. E’ ideale per abbellire le aiuole dei giardini, per rallegrare i tappeti erbosi, per ornare davanzali e terrazze. La fama del Narciso come pianta da coltivare in  giardino è meritata poiché è di facile coltivazione, richiede poche cure e produce molti fiori. Può crescere ovunque perché è resistente al caldo e al freddo. Ama i luoghi soleggiati o semi-ombreggiati posto su terreni pesanti, freschi, anche argillosi, ma si adatta facilmente a qualsiasi tipo di terreno da giardino e, una volta piantato, tende a diventare perenne. In primavera e in estate è bene mantenere il terreno umido evitando i temuti ristagni d’acqua che potrebbero favorire le malattie fungine. Dopo la fioritura, è necessario fertilizzare il terreno per favorire l’ingrossamento dei bulbi. Per dare un aspetto gradevole e ordinato alle aiuole è sufficiente eliminare le parti danneggiate e i fiori appassiti. Il Narciso è una pianta soggetta a pochissime malattie. Può subire attacchi da parte di Acari, di Afidi e di muffe. Il microscopico acaro biancastro Rhizoglyphus echinopus provoca erosioni nei tessuti del bulbo. Fra gli insetti, le larve di Lampetia equestris e di Eumerus strigatus penetrano nei bulbi divorandoli. Gli individui adulti di Exosoma lusitanica rodono i fiori in primavera. L’attacco del fungo Rosellinia necatrix, detto marciume bianco, provoca il disfacimento dei bulbi e delle radici con rapido deperimento e morte delle parti epigee. Il Botrytis narciyssicola causa macchie brunastre sui fiori e bruno-grigiastre sulle foglie. Poi segue il marciume dell’intera pianta che si ricopre di una muffa grigia. I funghi del genere Penicillium provocano marciumi nei bulbi conservati in magazzini caldo-umidi e non ben aerati. Anche il Narciso, nella sua semplicità, cerca di dare il suo contributo alla scienza medica. Nella medicina popolare l’infuso della pianta di Narciso era usato come emetico. In omeopatia, la pianta fresca in fiore è utile per curare le infiammazioni delle mucose e i dolori delle ossa. Il bulbo del Narciso contiene la narcisina, un alcaloide velenoso che, se ingerito accidentalmente, provoca disturbi neurali e infiammazioni gastriche negli animali al pascolo e nell’uomo. Se non si interviene prontamente, può provocare la morte in poche ore. Nell’industria dei profumi si utilizzano alcune parti della pianta per ricavare le essenze. I fiori, industrialmente, sono utilizzati per fare mazzi recisi molto duraturi. I Narcisi sono coltivati a scopo commerciale in molti paesi del mondo. Attualmente  la maggior produttrice ed esportatrice di bulbi di Narciso è la Gran Bretagna. Una curiosità: Secondo la tradizione, Narciso, il santo di Gerusalemme che visse oltre cento anni, è ricordato per aver compiuto il miracolo della conversione dell’acqua in olio necessario per alimentare le lampade della sua chiesa. Il suo onomastico ricorre il 29 di ottobre.

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apr 1, 2013 - Senza categoria    No Comments

PERSEFONE E LA PRIMAVERA

                                                         

narciso pe PersefonePersefone ritorna sulla Terra. E’ Primavera! La mitologia greca narra che Persefone, la bella e giovane figlia di Zeus e di Demetra, la dea della terra e delle messi, non andava mai al fiume da sola, ma si accompagnava alle Oceanine, sue amiche. Un giorno, allontanandosi da loro e scorgendo un meraviglioso fiore di narciso, posto sotto un Platano gigantesco vicino alla fonte di Aretusa, s’inginocchiò per raccoglierlo. All’improvviso la terra si mise a tremare e una profonda voragine si spalancò. Apparve un carro nero tirato da quattro cavalli e guidato da un uomo armato, alto, ritto sul carretto. Fulmineamente la rapì scaraventando i cavalli nelle profondità della terra. A nulla valsero le sue grida disperate e sempre più flebili man mano che veniva inghiottita dal baratro. La voce della fanciulla risuonò attraverso le rocce delle montagne, brontolò tra le onde del mare, risuonò nell’aria. Demetra, accortasi della scomparsa di Persefone, la chiamò, urlò, implorò e, per nove giorni, si spinse sino alle più remote parti della terra alla ricerca della sua amata figlia. Non riuscì a trovarla. Allora lei, che aveva fatto crescere le messi per l’eternità, per il suo immenso dolore, non si curò più di esse e maledisse tutti i campi fertili del mondo. All’alba del decimo giorno Ecate, che aveva udito le urla disperate della fanciulla mentre veniva rapita, suggerì a Demetra di chiedere notizie ad Elios. Il Sole affermò che l’artefice del rapimento di Persefone era Ade, il fratello di Zeus, il misterioso guerriero, il dio dell’oltretomba e il signore dei morti, perché da tempo era di lei innamorato. Ade aveva compiuto il violento gesto amoroso grazie al volere favorevole di Zeus che desiderava per Persefone nozze divine. Demetra, angosciata, abbandonò l’Olimpo e, per vendicarsi, decise di scatenare la carestia sulla terra che non avrebbe più dato agli uomini i suoi meravigliosi frutti. Gli dei non avrebbero più ricevuto dai mortali i sacrifici votivi! Per cercare di soffocare la sua disperazione, insensibile ai lamenti di tutte le divinità e dei terrestri provati dalla carestia, Demetra continuò a vagare. Arrivò in Attica, ad Eleusi, e, sotto le sembianze di una vecchia, accolta nella reggia del re Celeo e della sua sposa Metaniera, divenne la nutrice del loro figlio Demofonte. Si affezionò molto al bambino, che faceva crescere come un dio, nutrendolo con la divina ambrosia, il nettare degli dei. Allevandolo, Demetra riusciva ad appagare il suo istinto materno reprimendo il dolore per la perdita della sua diletta figlia. Decise anche di donare l’immortalità a Demofonte, ma, mentre era intenta a compiere i riti, fu scoperta da Metaniera che glielo impedì. Abbandonando le sue vesti, si manifestò in tutta la sua divinità facendo risplendere la reggia della sua divina luce. Delusa dai mortali, che non avevano gradito il dono dell’immortalità a Demofonte, si rifugiò sulla sommità del monte Callicoro. Ora che aveva perso anche Demofonte, il dolore per la scomparsa della figlia ricominciò a percuoterla molto più fortemente e vane erano le suppliche dei mortali che, intanto, venivano sterminati dalla scarsità. Zeus, costretto a cedere alle suppliche dei mortali e degli dei, per evitare la fine sulla terra, mandò la messaggera Iride, che, veloce, con le vesti svolazzanti e con le ali ai piedi, avrebbe dovuto convincere la dea a desistere dalla sua volontà di continuare la carestia. Demetra era irremovibile. Allora da Ade, nell’oltretomba, inviò Ermes, il messaggero degli dei, con l’ordine preciso di riportare Persefone sulla terra e di restituirla a sua madre. Ade non si oppose alla decisione di Zeus. No! Persefone non è stata rapita; è stata un’amante passionale! Anzi, ha ucciso per gelosia la povera piccola Menta, la sua precedente amante.

Un’altra versione racconta che Zeus, nell’ascoltare Persefone, le domandò insidiosamente: “Ti è stata usata violenza? Durante la tua permanenza negli inferi hai mangiato o bevuto qualcosa?” Imbarazzata, ella confessò che un giorno, tormentata dalla sete, cedette alla tentazione di accettare da Ade un solo chicco di melograna. Non sapeva che questo inganno le avrebbe impedito di rimanere per sempre sulla terra, nel regno della luce. Grande fu, quindi, la commozione di Demetra nel ritrovare la figlia. Quindi restituì alla terra la fertilità ed il mondo riprese a godere dei suoi doni. Solo più tardi Demetra scoprì la trappola tesa da Ade per volere di Zeus. Persefone, avendo mangiato il seme di melograna nel regno dei morti, era costretta a farvi ritorno ed a trascorrere sei mesi di ogni anno con lo sposo Ade e gli altri sei mesi con la madre sulla terra. Demetra allora decise che, nei mesi in cui Persefone fosse stata nel regno dei morti, nel mondo ci sarebbe stato freddo, la Natura si sarebbe addormentata, erano le stagioni dell’autunno e dell’inverno, mentre nei restanti sei mesi la terra sarebbe rifiorita, erano le stagioni della primavera e dell’estate. Ecco perché, in primavera, la terra si ricopre di fiori: perché Demetra festeggia il ritorno di Persefone sulla terra. In autunno, quando si reca nel regno dei morti, spoglia la Natura di ogni colore e la riveste di uno squallido manto.

 

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mar 26, 2013 - Senza categoria    No Comments

GLI ULIVI E LA RACCOLTA DELLE OLIVE

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24 marzo 2013: Domenica delle Palme!
Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento alla Sua passione, morte e resurrezione in un clima trionfale di vittoria. Cammina su una sorta di tappeto passando fra Palme e Ulivi.
Per ricordare questo evento il ramo d’olivo benedetto è distribuito ai fedeli durante la liturgia della Domenica delle Palme, la “Domenica degli ulivi”.
 L’ulivo, diffusissimo in Palestina, è una pianta assai caratteristica. Alcuni ulivi molto antichi si trovano nel giardino del Gethsemani, sulle pendici del Monte degli Ulivi, sopra Gerusalemme, così chiamato per i suoi oliveti in parte ancora esistenti. Il monte degli ulivi è spesso citato nell’AnticoTestamento ed è un luogo particolarmente sacro nella storia evangelica. L’ulivo è stato fin dall’antichità simbolo di vittoria, di gloria, di pace.
L’ulivo, dal greco έλαία “ulivo”, appartenente alla famiglia delle Oleacee, è una presenza vegetale rilevante in Sicilia.
Quelli annosi, alti circa quattro metri, sono grandi, robusti, con radici più o meno oblique nel terreno e relativamente superficiali, con tronchi e rami intrecciati, avvinghiati, contorti e con una leggera chioma di foglie opposte, persistenti, intere, lanceolate, che rimangono sulla  pianta fino a due anni, di colore verde che, alla luce del sole, cambia in Argentato al più leggero soffio del vento.

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Carmelo De Caro descrive questa stessa immagine nei bellissimi versi

della sua poesia “Se”:

“Se tu sai il gioco del sole

sulle foglie dell’ulivo antico,

se t’incanti ancora a guardare

il volo giallo del bombo tra i petali,

se sai ascoltar con l’animo

il coro di trilli tra l’erba e il frullar

lieve e arruffato d’un passero

e di notte

il flauto del chiurlo tra le canne.

Se sai capir la creatura che fa

quel fruscio notturno e misterioso

e non t’inquieti.

Se ti colmi di gioia nel sentire

che il dolce fremito del tuo cuore

è il profondo cosmico respiro

della campagna estiva,

se un « Grazie » ti sorge spontaneo

sulle labbra, allora no

tu non stai vivendo invano.

La morfologia particolare delle foglie, spesse e coriacee nella parte superiore, ricoperte di lanugine nell’inferiore, impedisce l’eccessiva traspirazione dell’acqua, permettendo così alla pianta di sopravvivere nei climi aridi e poveri d’acqua.
I fiori, ermafroditi, sono molto piccoli, riuniti in grappoli, biancastri. Fiorisce da aprile a giugno. Nelle annate cattive può accadere, tuttavia, che i fiori cadano prima di fare i frutti.
Il frutto è una drupa ovale ricchissima di olio commestibile, ricavato dalla spremitura, il cui colore varia dal verde giallastro al nerastro durante il corso della maturazione.

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Lucio Giunio Moderato Columella, scrittore latino di agricoltura (I sec d.C.), indica l’ulivo ”Olea prima omnium arborum” come il più importante degli alberi.
Nativo di Cadige, in Spagna, si dedicò alla cura dei suoi vasti possedimenti in Italia coltivati ad oliveti. L’ulivo, da millenni, accompagna la vita e la cultura  dell’uomo fornendo legno da opera e da bruciare, olive per alimento, olio fonte di luce e sostanza per curare e per preparare cosmetici. Deuteromnio (6,11), in amerai il Signore tuo Dio, scrive: “Quando ti avrà condotto alle case piene di ogni bene che tu non hai riempito, alle cisterne scavate ma non date, alle vigne e agli oliveti che tu non hai mai piantati, quando avrai mangiato e ti sarai saziato…”
Leggenda e mitologia, storia e religione vedono in questo albero l’espressione più eloquente della loro essenza. Nella Sacra Bibbia l’olio viene molto spesso menzionato perché simbolo di prosperità, di ricchezza, di calore, di luce. Lo cita Deuteronomio (32, 13) nel Cantico di Mosè: “Lo fece montare sulle alture della terra e lo nutrì con i prodotti della campagna; gli fece succhiare miele dalla rupe e olio dai ciottoli della roccia”. Nelle prove del deserto, sempre Deuteronomio (8,8) descrive: “Paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi, e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele”. Le Cronache II (2,9-14), negli ultimi preparativi della costruzione del tempio, raccontano: “Ecco, a quanti abbatteranno e taglieranno gli alberi io darò grano per vettovagliamento, ai tuoi uomini io darò ventimila kor di grano, ventimila kor d’orzo, ventimila bat di vino e ventimila bat d’olio”. In Cooperazione di Chiram: “Ora il mio Signore mandi ai suoi uomini il grano, l’orzo, l’olio e il vino promessi”.
Nel libro di Giobbe (15, 32 – 34), nel secondo discorso di Elifaz, si legge: “ La sua fronda sarà tagliata prima del tempo e i suoi rami non rinverdiranno più. Sarà spogliato come vigna della sua uva ancor acerba e getterà via come ulivo i suoi fiori, poiché la stirpe dell’empio è sterile e il fuoco divora le tende dell’uomo venale”.
L’evangelista Matteo (25,2-5), nelle vergini savie e le stolte, scrive: ”Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono”.
Nel libro dell’Esodo (27,20), recinto per la Dimora, sta scritto: ” Tu ordinerai agli Israeliti che ti procurino olio puro di olive schiacciate per il candelabro, per tenere sempre accesa una lampada”. Con l’olio si ungevano i re e i profeti; olio di consolazione e vino sono versati dal Samaritano quando incontra il malcapitato.
Nel Salmo (23,5), Dio mio pastore, si legge: “Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca”. L’olio è il debito da pagare al ricco padrone nella parabola: il fattore infedele (Luca 16, 1-8). Gesù raccontava di un uomo ricco che aveva al suo servizio un amministratore accusato di non agire con onestà e di sperperare i suoi beni. Per questo il padrone voleva il resoconto.
Il fattore, riconoscendo l’infedeltà della sua gestione, capendo che non poteva più fare l’amministratore, non sapendo operare in altro modo perché non aveva la forza di zappare la terra, né voleva chiedere l’elemosina perché si vergognava, cercò di accattivarsi l’amicizia dei debitori del suo padrone. Li chiamò uno per uno e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone? Cento barili d’olio. Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta”. Ha fatto lo sconto! Il padrone lodò l’amministratore disonesto perché aveva agito con scaltrezza.
Nella Genesi (cap. 8,11) la colomba porta a Noè un ramoscello d’olivo ad indicare la fine del diluvio universale e la scomparsa dell’acqua sulla terra: “E la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello d’ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra”. Una leggenda mitologica greca racconta di Atena che, grazie al dono dell’ulivo fatto agli uomini, ha vinto la sfida con Poseidone.
Nel corso delle feste Pianepsie ad Atene si portavano in processione rami e corone d’ulivo.
Le statue di Damia e di Auxesia, spiritelli legati alla fertilità della terra, erano di legno d’ulivo perché alla pianta erano attribuiti poteri fecondanti. Omero, nell’Odissea, racconta della base del letto matrimoniale che Ulisse ricavò dal tronco di un olivo millenario. A Roma, durante le cerimonie di purificazione, venivano distribuiti rami d’ulivo.
Un ramoscello d’ulivo, simbolo della misericordia, circondava la spada sguainata della giustizia nello stemma della Santa Inquisizione siciliana. La prima testimonianza fossile del rinvenimento dell’olivo selvatico in Italia risale a 12 milioni di anni fa in Toscana, nelle rocce marnose di Gabbro sui monti livornesi.
Originario dall’Asia Minore, l’olivo, già conosciuto dagli Etruschi, si è diffuso in Egitto, in Grecia e in tutto il bacino del Mediterraneo. Nella tomba di Leopardi a Tarquinia sono riprodotte in affresco varie piante di Olivo. In Italia la coltivazione dell’olivo sembra essere stata introdotta dai Fenici e dai Greci.

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Durante l’impero romano, gli oliveti hanno invaso regioni ancora più lontane dai luoghi d’origine dove il clima era favorevole alla loro coltura. Con le invasioni barbariche, e dopo la caduta dell’impero, l’olivo cominciò a perdere la sua importanza ed è stato coltivato esclusivamente dai frati nei monasteri per riempire le loro lucerne ad olio.
Rimase, in ogni modo, un anello importante nella macchia mediterranea anche se allo stato selvatico. La coltivazione dell’olivo riprese all’inizio del secondo millennio in Campania, in Calabria, in Sicilia, in Puglia, dove, proprio nei porti pugliesi, furono creati grandi magazzini per la raccolta delle olive che, spemute, davano l’olio da destinare ai mercanti genovesi, veneziani, toscani che inviavano l’olio nell’Italia Settentrionale e nel resto dell’Europa.
L’olio era considerato un bene prezioso e costoso: era usato, oltre che per l’illuminazione, per preparare saponi e, in guerra, bollente, per rovesciarlo sui nemici. Il commercio dell’olio era così fiorente che il viceré di Spagna nel XVI sec. ordinò l’apertura di una strada che collegasse la Puglia a Napoli per facilitare il trasporto dell’olio.
Per alterne vicende economiche, politiche e sociali, l’olivicoltura ha sopportato periodi di grande sviluppo alternati a momenti di depressione. Nel 1700 la coltivazione dell’albero d’olivo riprese abbondantemente tanto che Bitonto, uno dei maggiori centri di produzione e commercio dell’olio, fu considerata “la città dell’olivo.” Le piante all’inizio erano lasciate crescere liberamente.
La necessità della potatura dei rami, sia per dare forma alla pianta, sia per sfruttare il terreno sottostante con altre colture bisognose di luce per svolgere la fotosintesi clorofilliana, è sorta in seguito.
L’albero d’olivo, grazie alla sua rusticità, si adatta a condizioni ambientali molto varie, anche se preferisce il clima tipico del Bacino del Mediterraneo dove le temperature invernali sono relativamente miti e quelle estive non eccessivamente elevate. Non è una pianta esigente. Abbarbicandosi in terreni asciutti, pietrosi, poveri, non ha bisogno di cure particolari.
Deuteronomio (32, 13) lo definisce “L’olio dalla roccia silicea”. Non sopporta temperature che scendono di molto sotto lo zero e, se l’abbassamento è lento e graduale, la pianta si adatta, resiste e si difende andando in riposo vegetativo. Anche la fronda può essere danneggiata dalla bassa temperatura perché il freddo fa congelare l’umidità sulle foglie bruciandole, fenomeno, questo, che avviene a Mistretta.
La temperatura è, quindi, un fattore limitante della presenza dell’olivo in un determinato territorio. Dalle alte temperature la pianta si difende richiedendo una maggiore quantità d’acqua dal sottosuolo e limitando la traspirazione delle foglie che chiudono gli stomi. Si impedisce l’ingresso all’anidride carbonica e si rallenta il processo fotosintetico.
L’olivo, pur essendo una pianta resistente alla siccità, non disdegna una buona quantità d’acqua di cui Licata è, purtroppo, povera. Le piogge sono molto rare e i periodi d’attesa di qualche prodigiosa precipitazione sono lunghi.
Per questo motivo il frutto è piccolo, duro, con la polpa assottigliata. La produzione delle olive è alternata ad anni di carica e ad altri di assenza del prodotto. Nel Meridione e in Sicilia l’olivo trova condizioni favorevoli alla sua vita sia in pianura che in montagna e le olive nere secche, le olive verdi in salamoia o schiacciate e condite con aglio, con pezzetti di sedano, con semi di finocchietto selvatico e con l’aggiunta a piacere di peperoncino rosso piccante e soprattutto l’oliva “nocellara”, sono il companatico dei contadini. Nel territorio di Mistretta l’albero d’olivo si è ambientato bene fino ai 600 metri d’altezza dando un olio molto leggero, di colore giallo ambrato, mielato, usato soprattutto per essere consumato crudo nelle insalate.
Ricordo il modo di fare delle donne mistrettesi durante la raccolta delle olive, che, a Mistretta, avviene tra novembre e dicembre.
Piegate sulle ginocchia e con le mani leste, cercavano le brune olive mature cadute nel terreno occhieggianti tra le zolle, o coperte dalle erbe bagnate, o nascoste dai ciuffi di cespuglietti spinosi. Le raccoglievano ad una ad una e non ne dimenticavano nessuna, tutte erano pronte per la spremitura. Le dita delle mani erano gelate, anchilosate, untuose, sporche di terriccio, ma le donne cantavano allegramente per vincere la fatica e il freddo, contente della generosa quantità del raccolto che riempiva le ceste.
Gli uomini, in equilibrio sulle alte scale, sfilavano direttamente dai rami le olive verdi.
A Licata la raccolta avviene qualche mese prima perché la temperatura è più alta e la qualità delle olive è diversa.
L’olio è più denso, di colore verde – oliva, più pesante e spesso brucia la gola.
Oggi il sistema della raccolta delle olive è cambiato: ai piedi dell’albero si distende una fitta rete a maglie strette che accoglie le olive fatte cadere dall’albero mediante battitura dei rami con una lunga canna. Le olive raccolte si avviano al frantoio per essere spremute.

 

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Caratteristici sono i prodotti locali preparati con le olive.
Il pane farcito con le olive nere è molto gustoso, ma molto calorico, quindi sconsigliato nelle diete alimentari.
Il legno è durissimo e trova impiego in lavori di ebanisteria, di intarsio, e inoltre è assai pregiato come combustibile.
L’albero d’olivo è generoso con gli animali: vi si rifugiano insetti, uccelli, mammiferi che, approfittando della sua altezza e della sua dimensione, spesso sfuggono ai predatori di terra. Ho visto un gatto arrampicarsi velocemente sulla corteccia dell’albero d’olivo per sottrarsi alle grinfie di un cane affamato. Ho visto dormire a testa in giù dei pipistrelli al sicuro dentro il cavo vuoto dell’albero. Ho visto una famiglia di assioli abitare tranquillamente dentro il tronco dell’albero e sparire nelle sue caverne scavate dal tempo.
Al mio paese ho visto il tronco d’ulivo colorato di giallo per la presenza di licheni e i rami infestati dal vischio semi – parassita che, con le bacche perlacee, si regala a Natale per allontanare gli spiriti maligni e per augurare simbolicamente ricchezza e abbondanza.
Ai piedi della pianta ho ammirato tanti funghi macroscopici, coloratissimi e tantissimi turioni di asparagi turgidi e succulenti.
L’albero d’olivo è generoso anche con me! Purtroppo ha anch’esso i suoi nemici: la fumaggine causata da funghi e la mosca olearia, che, allo stadio larvale, attacca i frutti bucandoli.

Così il poeta Gabriele D’Annunzio ha cantato l’ulivo:

L’ULIVO

Laudato sia l’ulivo nel mattino!

Una ghirlanda semplice, una bianca

tunica, una preghiera armoniosa

a noi son festa.

Chiaro leggero è l’arbore nell’aria.

E perchè l’imo cor la sua bellezza

ci tocchi, tu non sai, noi non sappiamo,

non sa l’ulivo.

Esili foglie, magri rami, cavo

tronco, distorte barbe, piccol frutto,

ecco, e un nume ineffabile risplende

nel suo pallore!

O sorella, comandano gli Ellèni

quando piantar vuolsi l’ulivo, o còrre,

che ‘l facciano i fanciulli della terra

vergini e mondi,

imperocchè la castitate sia

prelata di quell’arbore palladio

e assai gli noccia mano impura e tristo

alito il perda.

Tu nel tuo sonno hai valicato l’acque

lustrali, inceduto hai su l’asfodelo

senza piegarlo; e degna al casto ulivo

ora t’apressi.

Biancovestita come la Vittoria,

alto raccolta intorno al capo il crine,

premendo con piede alacre la gleba,

a lui t’appressi.

L’aura move la tunica fluente

che numerosa ferve, come schiume

su la marina cui l’ulivo arride

senza vederla.

Nuda le braccia come la Vittoria,

sul flessibile sandalo ti levi

a giugnere il men folto ramoscello

per la ghirlanda.

Tenue serto a noi, di poca fronda,

è bastevole: tal che d’alcun peso

non gravi i bei pensieri mattutini

e d’alcuna ombra.

O dolce Luce, gioventù dell’aria,

giustizia incorruttibile, divina

nudità delle cose, o Animatrice,

in noi discendi!

Tocca l’anima nostra come tocchi

il casto ulivo in tutte le sue foglie;

e non sia parte in lei che tu non veda,

Onniveggente!

Purtroppo l’albero di ulivo, per avere un buon legno combustibile, tantissime volte è stato abbracciato dal fuoco. Geremia (11,16), in osservanza del patto, così lo descrive: “Ulivo verde, maestoso, era il nome che il Signore ti aveva imposto. Con grande strepito ha dato fuoco alle sue foglie; i suoi rami si sono bruciati”.

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mar 16, 2013 - Senza categoria    Commenti disabilitati

I FIORI DELLA PRIMAVERA

fiori di primavera

E’ Primavera, la stagione degli amori!
Già tutti i terreni si colorano per l’esplosione di una moltitudine di piccoli fiori spontanei.
Il fiore!
Il dono che Gea, la madre Terra, ha fatto alla Natura e all’umanità.
In una varietà di colori eterogenei, di profumi, di forme semplici e strane, regolari o irregolari, effimeri o durevoli i fiori sono naturalmente molti; in essi sussiste l’incanto della vita.
Dice Guy de Maupassant: “La Sicilia è il paese delle arance, del suolo fiorito la cui aria, in primavera, è tutto un profumo”.
Nelle loro corolle, pur minuscole, grandi o mancanti, è nascosta l’alcova dove si innalzano padiglioni per favorire i più puri fra gli amori nel mondo vivente.
Un fiore superbo, un altro semplice, solitario o in infiorescenza, ciascuno ha la stessa funzione: quella di consentire alla specie vegetale di appartenenza di tramandarsi. Spetta ad ognuno dei microscopici granelli di polline, qualora si posino sullo stimma di un fiore della stessa specie da cui il polline è stato prodotto, penetrarvi, percorrere lo stilo fino a raggiungere l’ovario e fecondare gli ovuli. Si scatena quella scintilla di vita nuova per cui gli ovuli diventano semi fecondi e l’ovario si trasforma in frutto.
Scrisse Chateaubriand che “ il fiore è il figlio del mattino, la delizia della primavera, la sorgente dei profumi, la grazia delle vergini, l’amore dei poeti”.

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Ancora oggi, presso i popoli orientali, il mazzo di fiori è tenuto in grande considerazione e lo chiamano “selam, saluto”. Nelle confezioni scelgono e dispongono i fiori in modo da esprimere un pensiero, un sentimento segreto, una confidenza, una confessione attribuendo un significato particolare ai colori e alle forme.
I fiori non potevano passare inosservati ai poeti, ai pittori, ai musicisti, agli scultori, agli architetti, menti fertili e pronte, che hanno saputo trarre dai fiori ispirazioni per generare vere opere d’arte.
I fiori allietano qualsiasi prato, qualsiasi bosco, qualsiasi giardino, qualsiasi aiuola, qualsiasi vaso del balcone.
Ogni Uomo che ama la Natura vuole che il suo giardino, il suo balcone siano sempre fioriti. Mette la rosa spinosa accanto alla gialla calatide del girasole, alla zinnia policroma, alla vellutata viola del pensiero dai vivaci colori lasciando che il verde dei prati o delle aiuole faccia solo da sfondo. Di qualsiasi colore, bianco, rosso, azzurro, giallo, le corolle dei fiori, in un ciclo ininterrotto, fioriscono sempre. Tutti i fiori, a modo loro, dimostrano la gioia di salutare il sole.

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Un uomo può uccidere un fiore, due fiori, tre… Ma non può fermare la primavera. (Mahatma Gandhi).
Poiché le piante che fioriscono in primavera sono moltissime, per qualsiasi esperto giardiniere è facile orientarsi fra le specie e le varietà per scegliere quelle che danno un aspetto cromatico e armonioso alle aiuole delle ville pubbliche o di quelle private. Per coltivare le piante sono, però, indispensabili le cognizioni della loro ecologia: le abitudini nutrizionali e ambientali, la presenza delle sostanze minerali nel terreno, l’humus, l’acidità del suolo, ossia il pH.
Ma è  la Natura a regalare a ciascun ambiente le proprie piante, i propri fiori. E’ ancora la Natura ad insegnare il bisogno di distribuire nel giardino le piante per gruppi aventi le stesse necessità. Naturalmente vi sono anche piante indifferenti, che si adattano ad ogni suolo: sono le piante rustiche.
Gioiamo di questo grande regalo che la Natura ci dà!

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feb 23, 2013 - Senza categoria    No Comments

ACACIA DEALBATA

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8 Marzo:giorno in cui rametti dei fiori di Acacia abbelliscono le mani di molte donne. Infatti, i   fiori d’Acacia, molto delicati, rappresentano il simbolo della donna. Un rametto fiorito di Acacia le è offerto proprio l’otto Marzo, giorno in cui ricorre l’ambigua “Festa della Donna”. Perché è stata scelta proprio la pianta di Acacia dealbata per festeggiare la donna in questo unico giorno? La donna è amata, rispettata, protetta sempre, tutti giorni dell’anno, in tutti i paesi del mondo? Penso proprio di no! Le cronache sui mass-media, sui giornali, sui network giornalmente riportano notizie di donne offese, violentate, maltrattate, sottoposte a ripetute azioni di mobbing, lesive della dignità personale, professionale, nonché della salute psicofisica della persona, e di Stalking che causa stati d’ansia, di paura degenerando talvolta in aggressioni fisiche con il ferimento o con l’uccisione della vittima, per non parlare delle mutilazioni genitali.L’Acacia è una pianta molto sensibile. Il tocco di una farfalla, l’alito di vento, la goccia di piaggia, la carezza di due dita che sfiorano le sue foglie le fanno accartocciare come se si volessero proteggere da qualsiasi agente estraneo molesto che offende la loro naturale pudicizia. Come la DONNA! Che meraviglioso essere vivente la Natura ci ha regalato! L’Acacia dealbata, comunemente chiamata “Mimosa”, è un albero sempreverde appartenente alla Famiglia delle Mimosaceae. E’ una pianta originaria dell’isola di Tasmania, in Australia, e coltivata a scopo ornamentale per le sue meravigliose e caratteristiche fioriture precoci e abbondanti. E’ stata importata in Europa alla fine del ’700 e dove si è facilmente inserita prosperando quasi spontanea in diversi ambienti. In Italia è molto sviluppata in Liguria, in Toscana e nel Meridione. E’ coltivata anche lungo le coste dei grandi laghi del Nord dove può beneficiare di temperature più miti. Preferibilmente vegeta bene nelle aree con clima temperato, sopporta il gelo solo se di breve durata, teme gli inverni molto rigidi e le temperature che permangono per lungo tempo al di sotto dello zero e che potrebbero provocare la sua morte. E’ anche danneggiata dal vento freddo. Il termine “Acacia” deriva dal greco antico “ακίς”, “punta, lancia” mentre il termine ”dealbata” deriva dal latino “dealbo”, “puro, brillante” alludendo al colore dei suoi fiori. La pianta d’Acacia dealbata ha un portamento eretto, con il fusto alto fino a 8 metri, mentre nella terra d’origine raggiunge anche i trenta metri d’altezza. Il fusto, rivestito da una corteccia di colore verde-grigio negli alberi giovani e tendente al bruno quasi nero nelle piante anziane, è spoglio in basso, mentre in alto si allarga a formare la chioma ampia e scomposta che, in inverno, assume una colorazione gialla. Le foglie, bipennate, di colore verde argenteo, composte da numerosissime foglioline, sono disposte in 8-20 paia di pinnule perpendicolari al rametto e composte a loro volta da circa 20-30 paia di foglioline perpendicolari alla nervatura principale. Le foglie si richiudono sempre di notte o quando la temperatura è rigida o durante i temporali o quando sono appena sfiorate. I fiori dell’Acacia dealbata, piccoli, raccolti in grappoli, di colore giallo, sono composti da un insieme di capolini da cui si dipartono numerosi stami. Essi si sviluppano all’ascella delle foglie. La gran quantità di fiori, che emanano un inconfondibile profumo, conferisce a questa pianta un fascino molto particolare. La fioritura comincia a gennaio e si prolunga fino al mese di  marzo. Il frutto è un legume lungo da 4 a 10 centimetri e, quando è maturo, assume una colorazione nerastra. Il frutto ospita all’interno i semi piccoli, duri e lucidi. La pianta si riproduce a primavera per mezzo dei semi. La germinazione avviene dopo circa un mese. La riproduzione può avvenire anche per talea, da praticare sempre nei mesi primaverili. L’Acacia dealbata è una pianta molto delicata. Desidera essere piantata in posizioni riparate dove può ricevere la luce diretta del sole anche per molte ore del giorno. Preferisce suoli acidi e ben drenati e dove esiste una buona umidità. Per i primi anni di vita, per darle un aspetto più ordinato dopo la fioritura e prima dell’inizio dell’attività vegetativa, anche per prevenire lo spezzarsi dei rami a causa del vento e del peso della neve, l’Acacia va potata accorciando abbastanza i suoi rami. Successivamente le potature possono essere interrotte, tranne che non si vuole stimolare l’albero a produrre nuovi getti. L’Acacia è molto utilizzata come pianta ornamentale grazie alla sua splendida e profumata fioritura. Il legno d’Acacia nella Bibbia è menzionato tantissime volte per i suoi multipli usi. In Esodo (30,1-2), nell’altare per l’incenso si legge: “Farai un altare sul quale bruciare l’incenso: lo farai di legno di acacia. Avrà un cubito di lunghezza e un cubito di larghezza, sarà cioè quadrato; avrà due cubiti di altezza e i suoi corni saranno tutti di un pezzo” . In Esodo (37,1-2), nella costruzione degli arredi del santuario nell’Arca dell’Alleanza, realizzata in legno di Acacia rivestito d’oro si legge: “Bezaleel fece l’arca di legno di acacia: aveva due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. La rivestì d’oro puro, dentro e fuori. Le fece intorno un bordo d’oro“. In Esodo ( 37,15-16), “Fece le stanghe in legno di acacia e le rivestì d’oro. Fece anche gli accessori della tavola: piatti, coppe, anfore e tazze per le libagioni; li fece di oro puro“. In Esodo (38,1-2), nella costruzione dell’altare dei sacrifici e della conca: “Fece l’altare in legno di acacia: aveva cinque cubiti di larghezza e cinque cubiti di larghezza, era cioè un quadrato, e aveva l’altezza di tre cubiti.  Fece i corni ai suoi quattro angoli: i corni erano tutti di un pezzo; lo rivestì di rame”. Nel linguaggio dei fiori la pianta d’Acacia simboleggia “pudore, sicurezza”.

 

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feb 3, 2013 - Senza categoria    No Comments

CHI ERA MARIA MESSINA

 MARIA

Maria Messina nacque a Palermo, nel quartiere “Acqua Santa”, il 14 marzo del 1887. Si arrese alla sofferenza fisica all’alba del 19 gennaio del 1944 morendo a Masiano, una frazione a pochi chilometri da Pistoia, nella casa di contadini della famiglia Tarabusi dove si era trasferita per sfuggire ai bombardamenti della guerra, che aveva diviso l’Italia in due parti separandola dall’amato fratello e dalle nipoti, e dove viveva in solitudine in campagna, “vinta” dal destino, divorata dalla distrofia muscolare.
Prima di morire donò alla sua affezionata infermiera Vittoria Tagliaferri “I doni della vita”, un documento di fede e di religiosità, un’esperienza di sofferenza fisica e spirituale. A Pistoia fu sepolta nel Cimitero della Misericordia Addolorata. Riesumata nel 1966, i suoi resti mortali furono custoditi nella stessa tomba della madre, signora Gaetana Valenza Traina.
Maria Messina fu una delle più grandi scrittrici veriste, ammirata dal Verga, commentata da Borghese come “scolara del Verga”. Tuttavia, completamente dimenticata, è stata assente dalla letteratura italiana del Novecento.
Abbattere il muro del silenzio attorno a lei, schiudere le porte dell’oscurità, che avevano nascosto per oltre mezzo secolo il nome e l’opera di Maria Messina, aprire quelle della sua fama, furono meriti dello scrittore Leonardo Sciascia che, nei primi anni ottanta, ha riproposto la lettura di alcuni dei suoi racconti. Da allora le sue opere hanno attraversato una nuova stagione di notorietà e sono state tradotte in diverse lingue.
Nelle sue opere ha raccontato, con una commiserazione pervasa di ribellione, la società maschilista dell’epoca, la sottomessa e oppressa condizione femminile in Sicilia quale era fino agli anni della seconda guerra mondiale.
Ha esaminato diversi temi come quello della gelosia, dell’adulterio, dei maltrattamenti, dell’abuso sessuale, dei pregiudizi, dei costumi, delle contraddizioni, della religiosità. Nei suoi lavori la Messina ha evidenziato anche l’isolamento e la percezione di un destino avverso, a cui non ci si può ribellare, che non dà ai “vinti” la possibilità di evasione e di liberazione in una società dove le regole sono stabilite da sempre.
Poiché dimorò a Mistretta dal 1903 al 1909, in una casa di Via Paolo Insinga dove ambientò le sue novelle e i suoi racconti, l’Associazione “Progetto Mistretta” ha rivolto alla scrittrice grande attenzione assegnando a Maria un posto di meritevole rilievo nella cultura amastratina divulgando il suo nome e la sua opera attraverso la promozione del concorso letterario “Maria Messina” con cadenza annuale (già alla X edizione) e la cui premiazione avviene nell’elegante sala di rappresentanza del Circolo Unione.
In questo modo Maria è stata ricompensata per essere stata dimenticata dai critici, dagli storici della letteratura italiana del Novecento e dai lettori. Nel mese di febbraio del 2009 l’Amministrazione comunale di Mistretta ha conferito alla scrittrice Maria Messina la cittadinanza onoraria e le ha intitolato una strada del centro storico.
Grazie all’interessamento dell’Associazione “Progetto Mistretta”, al giornale “Il Centro Storico”, e al certosino lavoro di ricerca del pistoiese “mistretteseGiorgio Giorgetti, le spoglie di Maria Messina sono state trasferite dal cimitero della Misericordia di Pistoia al cimitero monumentale di Mistretta.
Maria riposa lì accanto alla sua amata madre Gaetana Traina. Il merito di questo “ritorno” in patria si deve attribuire soprattutto al prof. Nino Testagrossa, il presidente dell’associazione “Progetto Mistretta”, che ha messo in risalto il legame della Messina con quelli che lei stessa definì “i miei buoni mistrettesi”. La cerimonia di accoglienza e di tumulazione dei resti mortali della scrittrice è avvenuta il 24 aprile del 2009.

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Le due piccole casse sono state collocate nella zona alta del Cimitero di Mistretta. Ada Negri, poiché le due donne relazionavano in forma epistolare, scrisse a Maria Messina: “Non ti conosco fisicamente, ma mi sembra di conoscere bene la tua grande anima”.
Anche noi mistrettesi non l’abbiamo conosciuta personalmente, ma possiamo dire di conoscere bene la sua anima, i suoi messaggi, la sua arte narrativa.
Sicuramente, come il popolo di Mistretta, così anche il popolo di Licata, leggendo il nome della strada che porterà il suo nome, potrà ricordare la scrittrice siciliana Maria Messina e potrà apprezzare l’alto valore letterario leggendo la sua abbondante produzione custodita in parte anche nella Biblioteca comunale di Licata.
L’Amministrazione comunale di Licata, il sindaco Angelo Graci, l’assessore alle pari opportunità dott.ssa Patrizia Urso, il prof. Francesco La Perna, presidente della Commissione per la Toponomastica sicuramente accoglieranno favorevolmente la proposta della prof.ssa Concetta Callea, presidente della FIDAPA, di intitolare a Maria Messina una strada  anche a Licata.
Finalmente, dopo tanti anni, nel  2016, per volere del sindaco Angelo Cambiano, anche la città di Licata  ha onorato la scrittrice Maria Messina intitolandole la strada,  una traversa di via Salso.

ok okokok

 

 

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