set 16, 2022 - Senza categoria    No Comments

LE PIANTE DI ARCTIUM MINUS PRESENTI NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Per la grandezza deLle sue foglie, per la particolarità dei suoi fiori questa pianta, che vegeta in molte aiuole all’interno della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, ha attratto la mia attenzione ed ha stimolato la mia curiosità di conoscerla.
Il suo nome scientifico è “ARCTIUM MINUS”.

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https://youtu.be/07w1G-caFcs

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Questa entità ha avuto nel tempo diverse nomenclature.
Sinonimi sono: Arctium pubens, Arctium minus, Arctium chabertii.
Altri nomi italiani sono: “Lappola minore, Lappa minor, Bardana minore”.
Il nome inglese è: “Lesser burdock”.
Questo vegetale è stato citato già da Dioscuride di Anazarbo, medico greco, vissuto nel I secolo d.C.
Etimologicamente il termine del genere “Arctium” fu introdotto nella sistematica da Carl Von Linné (1707 – 1778), biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione “Species Plantarum” del 1753.
Il binomio scientifico attualmente accettato è stato proposto inizialmente dal botanico inglese John Hill (c. 1716 – 1775) e perfezionato successivamente dal botanico germanico Johann Jakob Bernhardi (1774-1850) nella pubblicazione “Systematisches Verzeichnis”.
Il termine “Arctium”, proviene dal greco “ἄρκτιον” “orso” in riferimento ai capolini irsuto-spinosi della pianta.
Il termine della specie ” minus”, dal latino “minusculus”, “minore”, fa riferimento alle dimensioni dei capolini più piccole di quelli di altre specie dello stesso genere.
Il termine “Lappa” o “Lappola” , utilizzato anche da Plinio il Vecchio, deriva, probabilmente, dal latino “labein”, “attaccarsi”, in riferimento all’attitudine che hanno le sue infiorescenze di attaccarsi al mantello delle pecore, al pelo degli altri animali e ai vestiti di lana.
Il nome “lappa“ potrebbe derivare dal termine celtico “llap” “mano”, in riferimento ai fiori che si attaccano a qualunque cosa li sfiori, come una mano che si aggrappa a tutto ciò che ad essa si avvicina.
Resta incerta l’etimologia della parola “bardana”.
Per alcuni autori tale termine risale al Medioevo, probabilmente riferito al francese “barde” e al portoghese “barda”, col significato rispettivamente di “fetta di lardo” e di “sella” in relazione alla particolare consistenza e forma delle foglie.
L’Arctium minus è una specie complessa con molte varianti, soprattutto nelle dimensioni delle varie parti del capolino come il diametro dell’involucro o lunghezza delle squame.
L’Arctium minus è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Asteraceae originaria dell’ Europa. È presente, in Africa mediterranea occidentale, in Asia minore, in Asia settentrionale e nelle Americhe. In tutte le regioni d’Italia è molto comune. Infatti, nelle aiuole della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta ci sono piante a diversi stadi di sviluppo.
La più bella, perchè è grande e perchè è in fiore, vegeta bene in un’aiuola vicino a una pianta di Taxus baccata nella parte inferiore del laghetto.

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L’Arctium minus svolge un ciclo di sviluppo biennale. Nel primo anno di vita compaiono solamente le foglie; nel secondo anno sbocciano i fiori formati da capolini.

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La parte ipogea è formata dalla radice a fittone, spugnosa, crassa, esternamente di colore grigio bruno, internamente biancastra, capace di penetrare in profondità nel terreno fino a 30 cm. La parte epigea è formata dai fusti eretti, alti da 50 a 150 cm, più o meno arrossati, striati e ramificati. I rami sono eretto-patenti alla base, penduli all’apice.
Le foglie sono di due tipi. Quelle basali sono grandi, ovali-cuoriformi, lunghe fino 30-40 cm, a margine generalmente ondulato, con la lamina intera, allargata, ruvida, di colore verde scuro e provviste di picciolo cavo.
Quelle cauline sono alterne, sessili, lanceolate, progressivamente di dimensioni minori, di colore verde più chiaro.
Quelle sul fusto sono più piccole e ovali.
Tutta la pianta è densamente pelosa.

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L’infiorescenza è costituita da diversi capolini sferici riuniti in corimbi. I fiori sono tubolosi ed ermafroditi, attinoformi, pentameri, ossia sia il calice sia la corolla sono composti da cinque elementi.
Sono tetra-ciclici, con quattro verticilli: il calice, la corolla, l’androceo, il gineceo.
Nel calice i sepali sono ridotti ad una coroncina di squame.
La corolla, di colore rosso-violaceo, di forma cilindrica, termina con 5 denti.
L’ androceo è formato da 5 stami con filamenti liberi, distinti e glabri. Le antere sono saldate fra di loro e formano un manicotto circondante lo stilo.
Nel gineceo l’ovario è infero e uniloculare formato da 2 carpelli. Lo stilo è unico con uno stimma terminale bifido e glabro. All’apice dello stilo è presente solamente un ciuffo di peli.
Fiorisce da luglio a settembre.

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La riproduzione avviene mediante l’impollinazione entomogama dei fiori per mezzo delle farfalle diurne e notturne.
Il frutto è un piccolo achenio bruno-nerastro, obovoide, leggermente schiacciato, oblungo di 5 – 7 mm, coperto da un piccolo ciuffo di peli, il cosiddetto pappo di setole bianco-giallastre, rigide, scabre, brevi, disposte in varie file.
Contiene numerosi semi. Mille semi pesano circa 15 gr.
I semi, cadendo a terra, sono dispersi soprattutto dalle formiche mediante la disseminazione mirmecoria.
Avviene anche la dispersione zoocoria.
Infatti gli uncini delle brattee, che avvolgono i filamenti degli stami, si agganciano al pelo degli animali disperdendo i semi anche a una certa distanza dalla pianta madre.
L’Arctium minus è una pianta spontanea molto diffusa nel nostro territorio.
Vegeta bene a livello del mare, nelle zone collinari e montane fino a quota 1500 metri di altitudine.
Predilige i luoghi incolti e abbandonati, le siepi, i bordi delle strade,le sponde dei ruscelli e i dirupi.
Per questa sua grande rusticità è nota in tutte le regioni assumendo diverse nomi locali: “Lappola, Cappellacci, Laccio, Attacca lana, Stalass, Nappo, Lavaste, Spalpanazz e molti alti nomi ancora”.
Il substrato preferito è sia calcareo sia siliceo, con pH neutro, umido e ben drenato.
Vi sono numerosi documenti storici che attestano le proprietà terapeutiche dell’Arctium minus sin dai tempi antichi.
Secondo alcuni dati storici il medico italiano Pena riuscì a guarire Enrico III di Castiglia (1379-1406) da una malattia infettiva della pelle utilizzando gli estratti di questa pianta.
Nel Medioevo era considerata l’unico rimedio efficace contro la sifilide. La pianta possiede veramente molte proprietà medicinali.
Può essere utilizzata come antibatterica, carminativa, colagoga, diaforetica, diuretica, sudorifera, fungicida, ipoglicemica, lassativa, antinfiammatoria e depurativa del sangue. In passato era consigliata anche contro artriti, ulcere, problemi allo stomaco, alopecia, psoriasi, impurità della pelle, prolasso uterino e per la cura delle ferite.
Effettivamente, fu una pianta coltivata per moltissimi secoli perchè era utilizzata sia come ortaggio a scolpo alimentare, sia come pianta medicinale utilizzata come rimedio contro le infezioni gravi della pelle o come integratore alimentare in compresse o in ottime creme per l’applicazione diretta sulla pelle.
La sua “generosità” si manifesta sia a livello vegetativo, per lo sviluppo esuberante delle foglie, sia per i suoi preziosi principi attivi concentrati soprattutto nella radice, la quale può essere considerata una piccola “farmacia sotterranea”.
Per sfruttare a pieno le sue virtù è necessario utilizzarla fresca perchè, con l’essicazione, si disattivano numerosi principi attivi. Un antico proverbio di epoca medievale, che testimonia l’efficacia terapeutica dell’Arctium minus, recita: “Se la vecchiaia vuoi tener lontana, fatti amiche cicoria e bardana” .
In cucina, per scopi alimentari, sono usati i semi, le radici, che sono la parte più pregiata della pianta, utilizzate sia fresche sia secche, e raccolte in primavera o nell’autunno del primo anno di vita.
Le radici migliori si ottengono da piante giovani e normalmente vengono sbucciate. Se arrostite, possono essere un buon surrogato del caffè. Le foglie, sempre giovanili, sono usate sia cotte che crude. I fusti, usati dopo aver tolto la scorza esterna, puliti dalla terra e affettati, si mangiano fritti in olio d’oliva.
Anche le foglie sono commestibili e impiegate in piatti della cucina regionale. I componenti principali della pianta sono: l’inulina, la fitosterina, l’alto contenuto in zuccheri e mucillagini.
Dalla corteccia interna del fusto si ottiene una fibra usata per produrre della carta artigianale di colore marrone chiaro.
Nel linguaggio dei fiori l’Arctium minus simboleggia la “riservatezza e la ritrosia“.

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set 1, 2022 - Senza categoria    No Comments

SESTA EDIZIONE DELLA MANIFESTAZIONE EQUESTRE “BAMBINI A CAVALLO” ORGANIZZATA DALLA SOCIETA’ AGRICOLA DI M.S. A MISTRETTA

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Domenica, 28 Agosto 2022, a Mistretta un’importante nota di vivacità è stata data dalla partecipazione alla 6° Edizione della manifestazione equestre “BAMBINI A CAVALLO” organizzata dalla Società AGRICOLA di M.S. nella ricorrenza delle festività dell’Ecce Homo, il cui simulacro si venera nella Chiesa di Santa Maria di Gesu’ a Mistretta.

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Buona parte della via Libertà era gremita dalle tante persone entusiaste nel poter ammirare i 43 partecipanti, bambini e bambine, da 3 ai 6 anni di età, ragazzi e ragazze, di Mistretta e dei paesi vicini, e i loro meravigliosi cavalli.
Un grande merito, per la impeccabile organizzazione, spetta al signor Vincenzo Mingari, presidente della Società Agricola, e al signor Giuseppe Sorbera, vice-presidente che, con grande entusiasmo, hanno curato la manifestazione.

https://youtu.be/jPxN53ctcbU

 

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I cavalli e i cavalieri hanno iniziato il percorso a partire dal viale della villa Chalet per proseguire lungo la via Anna Salamone.

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Giunti in Piazza Vittorio Veneto hanno attraversato parte della via Libertà per farsi ammirare e per essere applauditi.

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Tornati indietro dalla via Roma, in ordine numerico, da 1 a 43, davanti alla sede della Società Agricola ciascun partecipante ha ricevuto la medaglia ricordo messa al collo dal signor Giuseppe Sorbera e dal signor Vincenzo Mingari.

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Qualche cavallo si è esibito con un clamoroso e spettacolare gesto d’inchino.
Lo speacher, il Prof. Pippo Dolcemaschio ha elencato tutti i partecipanti chiamandoli per nome.
Il prof. Pippo Dolcemaschio è sempre presente alle molteplici attività ludiche e sportive che si svolgono a Mistretta.
Il signor Vincenzo Mingari ha commentato <<Grande partecipazione alla 6° Edizione della manifestazione equestre “Bambini a Cavallo”, per cui un caloroso ringraziamento rivolgo ai soci della SOCIETA’ AGRICOLA M.S. di Mistretta, come ente organizzatore, al Sindaco della Città’ di Mistretta, Dott. Sebastiano Sanzarello, ai Carabinieri, ai Vigili Urbani, alla Croce Rossa Italiana, all’ingegnere Sebastiano Di Franco, per aver redatto i piani di sicurezza, al grande prof. Pippo Dolcemaschio, al Dott. Marco Biffarella, ai signori: Enzo Oreste, Matteo Crapa, Luciano Lipari, Franco Favaloro, Nino Vinci, Pippo Giordano, Davide Accidente, Luca Melandrino, Angelo Scolaro per la loro preziosa collaborazione>>.
Ad maiora!

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ago 20, 2022 - Senza categoria    No Comments

CERIMONA DI PRESENTAZIONE DEL SAGGIO “NOE’ MARULLO” DEL PROF. FRANCESCO CUVA AL PALAZZO MASTROGIOVANNI -TASCA DI MISTRETTA

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Per i molteplicii eventi culturali che si verificano a Mistretta quasi tutto l’anno, luoghi confortevoli e disponibili sono: il palazzo della cultura Mastrogiovanni-Tasca, il Circolo Unione, la Società Fra i Militari in Congedo di Mutuo Soccorso, la Società Agricola, la Società Operaia, il Liceo Classico “Alessandro Manzoni”.
Venerdì,19 Agosto 2022, nella prestigiosa sala delle conferenze del palazzo Mastrogiovanni-Tasca a Mistretta è stato presentato il saggio “NOE’ MARULLO” del prof. Francesco Cuva.
Il volume, edito dalla tipografia A&G sas, CUECM, contiene 115 pagine.

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La famiglia Mastrogiovanni-Tasca a Mistretta ha lasciato, oltre ai cari ricordi, anche l’eloquente presenza dell’edificio, oggi sede del “Palazzo della cultura”.
Infatti, attualmente nel palazzo Mastrogiovanni-Tasca è ospitato il museo civico polivalente, intitolato al maresciallo “Egidio Ortolani”, dove sono custoditi importanti reperti archeologici di epoca greca e romana dell’antica Mytistraton-Amestratos, molte tele e il tesoro della Madonna della Luce.
E’ anche sede della biblioteca comunale, intitolata all’insigne linguista “Antonino Pagliaro”, dove è custodito, inoltre, il fondo librario antico con manoscritti risalenti anche al ’400.
Un intero piano del palazzo è riservato alla musica dove sono custoditi importanti strumenti e spartiti musicali dell’Ottocento.

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La prof.ssa Maria Pia Ribaudo ha brillantemente introdotto i lavori della presentazione del nuovo saggio del prof.
Francesco Cuva.
Le sue parole: “Francesco Cuva, mistrettese, insegnante di Lettere e fine studioso delle realtà storico- culturali e artistiche locali, ci regala con Noè Marullo un intenso ed emozionante viaggio nella vita dello scultore amastratino.
Pagina dopo pagina ci svela particolari dell’esistenza dell’artista tratteggiando i lineamenti di un uomo dalla personalità complessa, ma genuina, sensibile e caparbia, nella quale convivono entusiasmi e delusioni, certezze e sogni, felicità e dolori. Marullo, da ragazzo, appare, così, un determinato sognatore che sin da subito affronta la sua passione e il suo talento con impegno e spirito di sacrificio.
La formazione dello scultore viene ricostruita magistralmente attraverso lo studio delle fonti e l’analisi delle opere.
A far da sfondo sono la società del tempo e una Mistretta, di fine ’800 inizi del ’900, attiva e attenta alla formazione di talenti e alla crescita culturale e artistica della comunità.
Questo saggio è una fotografia storica sapientemente realizzata che lascia lo spettatore lettore nello stupore di un arricchimento che trova riscontro in uno sguardo, dopo la lettura, consapevole e informato quando incontra le opere dello scultore tra le chiese e i palazzi di Mistretta, culla e fucina di arte.
Al Professor Francesco Cuva va quindi il merito di averci restituito, attraverso indagini di archivio, faticose e pazienti, la storia di uno scultore che ancora con le sue opere ci incanta e ci emoziona, risvegliando l’identità del mistrettese e non solo.
Uno scultore che ha lavorato a lungo e ha lasciato opere che si trovano a Roma, in Sicilia, soprattutto a Mistretta, e che esprimono temi, concezioni e idee di un genio artistico.
Pertanto al saggio del professor Francesco Cuva, che a livello biografico e artistico si presenta più articolato e approfondito rispetto alla precedente pubblicazione, possiamo affidare la speranza di divulgare la fama di questo artista e la bellezza delle sue opere“.
Già alcuni anni fa il prof. Francesco Cuva aveva pubblicato un primo testo sull’artista amastratino Noè Marullo.

https://youtu.be/KHdW2U8KIYc

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Il primo cittadino di Mistretta, il dott. Sebastiano Sansarello, ha elogiato il prof.Francesco Cuva definendolo patrimonio della società amastratina poichè, in qualità di storico, con le sue opere arricchisce il livello culturale di ciascuno.
Inoltre, entro l’anno 2025, ricorrendo il centenario della morte di Noè Marullo, ha promesso di coinvolgere l’Amministrazione comunale per la stesura di un catalogo contenente le fotografie delle opere e dei disegni di Noè Marullo.

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Nel suo lavoro il prof. Francesco Cuva racconta notizie sulla vita dell’artista e sulla sua arte tratteggiando, attraverso la ricerca di nuove fonti storiche fornite dalle Scuole, dalla Biblioteca, dalle Società di Mutuo Soccorso, la personalità complessa, ma geniale, dell’Uomo.
Ha parlato dei suoi amici, conosciuti durante la sua permanenza a Palermo e a Roma, e dai quali ha tratto notevoli insegnamenti che hanno migliorato la sua arte di disegnatore e di scultore. Ha dedicato il saggio ai Maestri d’arte Mario Biffarella e Antonino (Nino) Tamburello.

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Ha concluso i lavori la prof.ssa Maria Pia Ribaudo leggendo con molto entusiasmo alcuni brani tratti dal libro “NOE’ MARULLO” .

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Infine, anche il dott. Sebastiano Insinga ha voluto dare il suo contributo leggendo ad alta voce due brani tratti dallo stesso libro.

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Il prof. Francesco Cuva ha calorosamente ringraziato tutte i presenti a questo importante evento e che hanno attentamente ascoltato la presentazione del suo nuovo lavoro.
Gli applausi sono stati abbondantissimi, sinceri e calorosi.

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Ha posto il suo autografo in ogni libro che andrà ad arricchire sicuramente le nostre conoscenze sul mistrettese importante qual è stato ed è Noè Marullo.

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La lettura del volume è piacevole, scorrevole e interessante perchè riporta il lettore indietro nel tempo, nel periodo in cui è vissuto il protagonista, per conoscerlo più approfonditamente e per apprezzare la sua arte.

Chi era Noè Marullo?
Noè Marullo, nacque a Mistretta il 13/11/1857 dal padre Saverio, falegname, e dalla madre, la signora Giovanna Lipari, casalinga, in una casa del vicolo Gullo N° 6.

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Fu un uomo generoso e dal carattere sensibile, calmo e, nello stesso tempo, irascibile, allegro e malinconico, cordiale e scontroso e, artisticamente, isolato nel suo mondo.
Fu anche un maestro sensibile e raffinato, capace di pure, autentiche e geniali creazioni d’arte.
Artisticamente si formò nel clima culturale neoclassico del secondo ottocento.
Approvò totalmente le teorie classiche di bellezza, di gusto, di armonia, di perfezione tanto da dichiarare che l’arte antica, soprattutto quella greca di Fidia, di Mirone, di Prassitele, “ è sublime, insuperabile”.
Rivolse la sua attenzione anche agli artisti che prepararono il Rinascimento italiano: al Mantegna, al Perugino, al Botticelli, a Michelangelo, a Leonardo, al Canova.
Noè Marullo giovane, prima nella bottega del padre, poi a Palermo, nello studio dello scultore Valenti, infine a Roma, presso l’Accademia delle Belle Arti, s’impegnò in molte attività di studio del disegno e della scultura che lo indussero a lavorare e a rifare lo stesso lavoro anche per più volte fino a raggiungere quel livello artistico imposto dai canoni classici.
Questa produzione giovanile, manierata e impersonale, si lascia, comunque, ammirare perché è frutto di ricerca di uno stile personale e perché fa trasparire l’esigenza dell’artista di educare al gusto del bello.
Con le sue opere Noè Marullo abbellì diversi palazzi della borghesia palermitana, romana e amastratina.
Appartengono alla sua creazione artistica le allegorie della pittura, della scultura, della poesia, della musica, poste nelle lunette della facciata principale del palazzo Di Salvo-Faillaci.
Anche i balconi del palazzo del cav.Vincenzo Tita sono decorati con volti di putti allegri e sorridenti scolpiti in pietra dall’artista Noè Marullo.
Anche le lunette semicircolari, che sormontano i balconi del palazzo di don Vincenzo Salamone, ospitano i busti di personaggi dell’età greco-romana, probabilmente filosofi greci, anche essi opera all’artista amastratino Noè Marullo.
Noè Marullo, per l’intero corso della sua esistenza, fu costretto a lottare con le durezze della vita che lo oppressero e, talvolta, soffocarono la sua capacità di esprimersi, di dare concretezza agli stimoli creativi che in lui si sviluppavano. Chiuso nei ristretti confini di un ambiente provinciale culturalmente limitato, non ha potuto rifulgere della luce che gli era propria.
Il consiglio comunale di Mistretta l’ha aiutato economicamente per il conseguimento del diploma di scultore e per la frequenza in Accademia di un corso biennale di perfezionamento.
Studiò alla “Scuola tecnica serale per gli operai” a Palermo e, successivamente, all’istituto di belle arti “San Luca” a Roma.
Con la somma di 1000 lire, assegnatagli dalla giunta comunale mistrettese, Noè Marullo acquistò il marmo col quale scolpì il monumento di Garibaldi e di Vittorio Emanuele e realizzò figure di Madonne e di donne. Con lo sguardo penetrante e con gli occhi rivolgenti lo sguardo lontano, sotto la fronte corrugata, raffigurò il fascino del generale Giuseppe Garibaldi, condottiero e patriota italiano, denominato l’eroe dei due mondi per le imprese militari compiute in Europa e in America meridionale e che aveva suscitato nelle folle la fiducia nei moti insurrezionali.
Noè Marullo lo conobbe a Roma, tramite il professor Masini, quando Giuseppe Garibaldi era già vecchio, stanco e deluso.
Lo sguardo penetrante, gli occhi vispi, intelligenti, sognanti “.
Il busto di Giuseppe Garibaldi, collocato nella villa comunale di Mistretta a lui intitolata, fu donato dall’artista al comune di Mistretta come ringraziamento per l’aiuto economico ricevuto per il suo mantenimento agli studi artistici.
Dopo i vani tentativi di inserirsi a Roma nel mondo dell’arte e del lavoro, nella primavera del 1885 Noè Marullo ritornò definitivamente nella sua città natale, dove impiantò la sua bottega a Mistretta nel vicolo Gullo N° 6, nel piano basso della casa dove era nato, e là iniziò a ideare i suoi fantasmi artistici dandovi anima e corpo.
La sua produzione artistica si espresse con le figure della Madonna, nelle cui fattezze l’autore impresse e comunicò ideali di bellezza, di pudicizia, di umanità. Musa ispiratrice fu la moglie Stella Cuva.
Con i suoi attrezzi di lavoro realizzò le statue della “ Madonna del Carmine” e dell’“Assunta”,che si trovano nella chiesa di San Giovanni, a Mistretta, “l’Annunciazione”, il cui bozzetto si trova nella cappella dell’abitazione privata del signor Benedetto Di Salvo, nel palazzo Pasquale Salamone, “l’Immacolata”, nella chiesa di San Nicolò di Bari a Mistretta.
Altre opere si trovano in molti altri paesi della Sicilia.
E’ interessante sapere che l’inizio della grande attività di scultore in Marullo coincide con gli anni di dolore personale per la morte dei familiari, in particolare dell’amata figlia Giustina, venuta a mancare a 14 anni di età, e per l’incomprensione con i rapporti sociali che gli hanno ostacolato la vita.
Gli anni della fine del secolo diciannovesimo sono, perciò, difficili per Noè Marullo.
Deluso, come uomo e come intellettuale, fu oppresso da una situazione economica difficile, “perché scarsi sono i lucri della sua opera ”, e, inoltre, si sentiva umiliato e offeso per quello che politicamente succedeva in Italia: le manifestazioni degli operai a Milano, le organizzazioni dei Fasci dei Lavoratori Siciliani represse dalla polizia.
A dimostrazione del suo stato d’insofferenza scolpì “l’Angelo dormiente nella bara” posto sul frontone della chiesa della Santissima Trinità. Forse anche per ricordare la figlia Giustina.
Committente di questa opera fu la nobildonna Teresa Salamone, la mamma del cav. Enzo Tita, chiamata affettuosamente dai nipoti Giuseppe e Paolo Giaconia ‘Zia Teresina’ che, dal balcone della propria abitazione, poteva ricordare il suo bambino morto in tenera età.
Dopo la realizzazione di questa scultura Marullo tacque artisticamente per un certo periodo.
Tuttavia, nel silenzio dei suoi pensieri gli balenò un’idea che si tradusse in autentica espressione d’arte.
Incontrò il Dio che, per amore degli esseri umani, si fa Uomo Egli stesso.
In pochi anni, e in una spasmodica ricerca di un suo personale stile, creò i capolavori: la statua lignea del Sacro Cuore di Gesù del 1906, su commissione della famiglia Salamone, che si trova nella chiesa di Maria SS.ma del Rosario, “il Beato Felice da Nicosia”, nella chiesa di San Francesco, dove Noè Marullo ha saputo imprimere al fraticello una sublime, palpitante, viva espressione mistica.
Infatti, raffigurò il Beato Felice da Nicosia nell’atteggiamento francescano del servo di Dio, umile e semplice, che questua in mezzo alla gente per chiedere pane e per donare pace e serenità, “Sant’Antonio di Padova”, pure nella chiesa di San Francesco d’Assisi, “San Sebastiano”, nella chiesa di San Sebastiano.
Egli raffigurò San Sebastiano nell’atto del trapasso: il volto giovanile mostra un’espressione di sovrumana sofferenza.
Nel corpo snello e slanciato, anatomicamente perfetto, i muscoli tesi stanno a indicare l’attimo dell’ultimo sospiro.
“Il Crocefisso” e “San Francesco”, che si trovano a Mistretta,si trovano anche a Centuripe.
L’artista, durante le fasi di lavoro dei suoi capolavori, “visse i drammi dei personaggi scolpiti” e ne rivelò i momenti più significativi curando i particolari delle fattezze con mano delicata. L’arte diventò per lui il rifugio dello spirito, la rivincita ideale sulle delusioni della realtà. Quando le sventure della vita colpirono l’integrità sua e della sua famiglia, Marullo riversò il suo dolore in un’arte più corrispondente ai bisogni di uomo raffigurando il lavoro e la famiglia.
Creò il gruppo statuario della “Sacra Famiglia”, esposto nella chiesa di San Giuseppe, adiacente al Collegio delle suore di Maria, a Mistretta, e nella Chiesa Madre di Reitano.
Noè Marullo, in San Giuseppe, rappresentò l’uomo del lavoro mentre affidò alle sembianze di Maria una dolcezza d’espressività femminile casta e pura e riprodusse nel volto allegro e gioioso del bambino il viso di sua figlia Giustina.
Ritornò sul tema del lavoro ancora con il “San Giuseppe”, scolpito nel portale della cripta della Società Operaia nel cimitero monumentale di Mistretta, di cui fu socio onorario.
Dopo queste opere la sua capacità creativa a poco a poco si esaurì.
Col passare degli anni si chiuse in un aristocratico isolamento. Ha affidato i suoi pensieri a un diario che ancora oggi non è stato ritrovato.
Forse in quelle pagine Noè Marullo comunicò quello che per tutta la vita cercò di conciliare: vita e arte.
Noè Marullo morì a Mistretta il 05/05/1925.
Le sue spoglie mortali riposano nel cimitero monumentale di Mistretta accolte nella cappella della Società Operaia di M.S.

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Il suo busto di bronzo, realizzato dall’artista Mario Biffarella, si può ammirare nell’agorà della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta.

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Una lapide, posta nella facciata principale della casa, in vicolo Gullo, N° 6, collocata per volontà dell’Amministrazione comunale di Mistretta, ricorda che lì il 13/11/1857 nacque NOE’ MARULLO.

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Chi è Francesco Cuva?
Francesco Cuva è nato Mistretta il 14/03/1944.

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Vissuto in una famiglia di sani principi morali e religiosi, è stato cresciuto dai genitori che hanno allevato, educato i figli, tre maschi e una femmina, con tanto affetto e molta dignità.
Francesco ha acquisito gli insegnamenti della famiglia attuandoli correttamente nella sua vita.
Suo padre, un dignitoso ebanista, ha esercitato a Mistretta la professione con serietà e bravura.
Per la sua serietà nel comportamento il prof. Francesco Cuva è, pertanto, una persona molto amata dalla moglie, la signora Mariaantonella Mazzara, stimato dai suoi paesani e, nella qualità di docente, è stato molto apprezzato dai tanti suoi alunni per la sua preparazione culturale, per la disponibilità al dialogo, per la sua competenza didattica.
A Mistretta Francesco Cuva ha frequentato regolarmente le scuole di base ricevendo la sua formazione umanistica al Liceo classico “Alessandro Manzoni”.
Siamo stati compagni di Scuola e di classe!
Allora esisteva un vero e sincero legame che univa tutti i compagni della stessa classe.
Amicizia leale con Franco, che continua ancora adesso!
Conseguita la laurea in Lettere presso l’Ateneo di Messina, Francesco divenne il serio e bravo professore Cuva, insegnando materie letterarie, preferendo la Storia, negli Istituti Comprensivi e nei Licei di alcuni paesi della provincia di Enna e di Messina.
Ha insegnato materie letterarie anche a Mistretta, nel suo liceo “Alessandro Manzoni”, e dove ha concluso la sua lunga attività di docente.
A Mistretta, attualmente, conduce la sua tranquilla giornata compiendo lunghe passeggiate o soffermando la sua attenzione sulla lettura degli amati libri.
Francesco Cuva è autore di molti altri testi.
E’ lo storico per vocazione!
Come riferisce Sebastiano Lo Iacono nel sito Mistretta.eu : “Le sue opere sono state definite <<minuziose, precise, corrette, sapienti, frutto di un lavoro paziente e certosino>> sui documenti di archivio. C’è la grande storia, ma c’è anche la storia minuta, quella della vita quotidiana, e quella che interessa i piccoli paesi . Nel flusso della grande storia, fiume principale che tutto avvolge e a volte dimentica, c’è un fiume di minore portata, per così dire, che Cuva ha alimentato con la sua ricerca di archivio. Il suo lavoro non è stato solo un completamento dell’attività didattica. È stata anche una fase di creatività che si è realizzata nella ricostruzione di capitoli dimenticati e poco conosciuti del passato, quel passato, non ancora del tutto passato, che interessa i Nebrodi e molti suoi comuni.
I libri di Cuva non sono esibizioni di retorica. Hanno uno stile lineare e concreto. La sua prosa è asciutta. Ma i contenuti sono rigorosi ed esatti”.
Francesco Cuva, storico e scrittore, nei suoi numerosi saggi ha raccontato di alcuni paesi dei Nebrodi.
Ha descritto la vita e la capacità artistica di Noè Marullo nel primo libro “NOE’ MARULLO scultore amastratino”.

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Ha descritto il ritratto di “San Sebastiano Martire”, il santo patrono della città di Mistretta, il cui culto è diffuso in tante altri paesi della Sicilia e dell’Italia.
Ha pubblicato inoltre:
-“Cerami, Ipotesi e fatti dalle origini al 1800”, ed. Zampino, Mistretta, 1984.
-“Noè Marullo, scultore amastratino”, Thule/Romano editore, Palermo, 1985 con presentazione di Luigi Maniscalco Basile.
-“Società e cultura a Capizzi”, Edizioni Pungitopo, Marina di Patti, 1987.
-“Nicosia: la rinascita mancata (1400-1500), Thule/Romano editore, Palermo, 1989.
-Su San Sebastiano, Mistretta, Tipografia Zampino, 1985
-“Mistretta, da Martino il giovane ad Alfonso il magnanimo (1392-1458)”, Edizione Valdemone, Troina, 1991.
-“Mistretta nel ’500”, Ed. Tip. La Celere, Messina, 1997.
-“ Sulla linea del fuoco” .Edizioni Salernitano, Messina, 2005.
-“Giarabub”, Thule/Romano editore, Palermo, 2012.
In “Giarabub” Francesco Cuva descrive un avvenimento riguardante i soldati italiani in Libia durante la Seconda Guerra Mondiale.
Giarabub si trova in Libia, in pieno deserto.
-La Rivoluzione delle Collegine – Supplemento a Mistretta senza frontiere n° 89 aprile-giugno 2016.
“San Sebastiano Miles Christi, tra fede e culto”, Tipografia A&G sas, CUECM, Catania, 2016.
San Sebastiano, il santo “laico” della prima cristianità, della Chiesa cattolica e della Chiesa cristiana ortodossa.
-“ Odissea nella steppa“ tipografia A&G sas, CUECM, Catania, 2017.
- San Giacomo tipografia A&G sas, CUECM, Catania, 2019.

 

 

 

 

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ago 15, 2022 - Senza categoria    No Comments

IL VIBURNUM ODORATISSIMUM ADORNA E PROFUMA UN LUNGO MURO A LICATA

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A Licata un lungo muro è adornato da numerosissimi e profumatissimi fiori bianchi di una pianta che ha la capacità di creare una massa impenetrabile. Il nome scientifico di questa essenza vegetale è il “VIBURNUM ODORATISSIMUM”.
Il suo nome volgare è “VIBURNUM DOLCE”.

https://youtu.be/FUMEgJmcjSM

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Al genere Viburnum appartengono circa cinquanta specie che possono essere sempreverdi o decidue.
Ogni specie possiede caratteristiche proprie e diverse dalle altre. In generale le caratteristiche simili riguardano la particolarità delle foglie di forma ovale, liscia-arrotondata o seghettata e con i colori dalle sfumature dal grigio-verde al verde brillante.
Anche il colore delle bacche distingue le varie specie. In alcune assumono una colorazione rossastra, in altre la colorazione è nera e in altre ancora è blu brillante.
Alcune specie sono maggiormente apprezzate e coltivate per le loro caratteristiche. Esse sono: il Viburnum lucido, il Viburnum tinus, il Viburnum carlesii e il Viburnum odoratissimum.
Etimologicamente il nome potrebbe derivare dal latino “viere” “legare-intrecciare”, riferito alla flessibilità dei rami utilizzati per la realizzazione di cesti. Oppure dal termine “vovorna” ovvero “dei luoghi selvatici”.

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Il Viburnum odoratissimum è un arbusto ornamentale sempreverde appartenente alla famiglia delle Caprifoliaceae e originario dell’Asia, dall’Himalaya al Giappone. In Italia si trova soprattutto nelle zone centro settentrionali. Possiede un portamento cespuglioso, eretto, alto da 2 a 3 metri. Dai fusti, numerosi, legnosi, di color bruno, partono le ramificazioni sulle quali si sviluppano le foglie ovato-lanceolate, quelle giovani di color bronzo, che mutano in un bel colore verde lucido, intenso, lunghe fino a 20 cm, e con i bordi leggermente frastagliati.

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Nella tarda primavera, sui rami, rigogliosi, sbocciano bellissimi piccoli fiori imbutiformi, bianchi, profumati, raccolti in pannocchie lunghe anche 10 cm, che attraggono gli impollinatori, uccelli e api.

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Dopo la fioritura compaiono i frutti, le bacche, piccole, ovoidali, di colore rosso, che diventano nere a maturità. Sono velenosissime.
La riproduzione avviene tramite la diffusione dei semi in autunno, o per talea, da praticare tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate, solo quando la pianta ha smesso di fiorire.
Il Viburno ha stimolato la vera poetica di Giovanni Pascoli che ha composto la poesia ”Il Gelsomino Notturno” dedicandola alle nozze dell’amico Gabriele Briganti, e pubblicata nel 1903 nei Canti di Castelvecchio :
E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova”.
In questa ode emerge uno dei temi cardine di Giovanni Pascoli: il confronto tra la Natura che lo circonda, la sensibilità acuta e l’inquietudine esistenziale, sentimenti,questi, che traspaiono dalle sue poesie.
Il Viburnum è protagonista anche della più importante e famosa canzone russa ”Kalinka” scritta dal compositore Ivan Petrovič Larënov nel 1860.
O viburno rosso di casa mia,
dove in giardino fioriscono i lamponi.
Bacche di bosco,
lasciatemi dormire,
sotto il pino verde odoroso.
E voi fate piano
non turbate i miei sogni leggeri.
Ma tu dolce fanciulla,
quando accetterai l’amore mio?
Dimmi che mi ami…”

Il Viburnum odoratissimum è di facile coltivazione richiedendo poche cure.
Molto apprezzato per il particolare colore del fogliame, è coltivato per la formazione di siepi o bordure in grado formare un’importante copertura lungo il perimetro dei giardini o anche come singolo esemplare nelle aiuole.
Nonostante cresca in modo spontaneo, si può coltivare anche in vaso. Ha una crescita veloce.
Si adatta a qualsiasi tipo di terreno, preferibilmente fertile e ricco di calcio, con ottimo drenaggio che, periodicamente si deve arricchire aggiungendo del concime liquido nell’acqua di annaffiatura da effettuare almeno una volta alla settimana quando gli arbusti sono ormai adulti. Gradisce una posizione soleggiata, ma si adatta anche alle zone dove è prevalente l’ombra parziale. E’ resistente alla basse temperature.
Le irrigazioni devono regolari, soprattutto in estate, da effettuare a substrato asciutto, evitando i ristagni idrici.
Per aver una siepe ordinata è bene effettuare la potatura per rimuovere i rami secchi e le parti danneggiate della pianta e può essere effettuata in qualsiasi periodo dell’anno.
Il Viburnum odoratissimum, purtroppo, è attaccato da parassiti che arrecano delle malattie.
L’Oidio agisce quando l’umidità e le temperature sono elevate durante il giorno e le notti sono relativamente più fresche.
Una sostanza bianca e polverosa compare sui margini delle foglie che appassiscono e si staccano dal ramo.
La presenza dell’Oidio si può combattere spruzzando sulla pianta dei fungicidi.
La Maculatura fogliare si presenta facilmente in ambienti dove la temperatura e l’umidità sono elevate. Inizialmente compaiono delle piccole macchie di colore giallo-marrone sulla superficie delle foglie che, con il progredire della malattia, si diffondono su tutto il fogliame .
Sono utili i trattamenti con i fungicidi.
Gli afidi sono piccoli parassiti che succhiano la linfa dalla pagina inferiore delle foglie, dai teneri germogli e dai fiori.
I Tripidi si trovano sulla pagina inferiore delle foglie e nei boccioli dei fiori. Essendo microscopici, le secrezioni lucide e argentee deposte sulla parte inferiore delle foglie manifestano la loro presenza. L’infestazione fa diventare il fogliame di colore rosso fuoco, e il fiore cade prima di sbocciare. Le foglie infette vengono distorte, incurvate, arricciate e defogliate dai rami. Bisogna applicare un insetticida specifico.
Il Viburnum odoratissimum non è una pianta usata nella medicina popolare a differenza delle altre specie quali: il Viburnum Lantana, il Viburnum Opulus e il Viburnum Prunifolium.
Le principali proprietà terapeutiche di questi Viburni sono: antiallergiche, calmanti dei dolori addominali, curativi dei sintomi influenzali e dei disturbi mestruali.
Nell’arte magica, secondo lo scienziato Scott Cunningham, il Viburno è utilizzato per la protezione contro i malefici, per tentare la fortuna al gioco, per cercare il lavoro e per conseguire il potere. Un pezzettino di corteccia, nascosto dentro una tasca, protegge dagli spiriti malvagi e dagli avvenimenti accidentali chi lo porta con sè.

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ago 1, 2022 - Senza categoria    No Comments

IL SAMBUCUS EBULUS NELLE STRADE DI CAMPAGNA DI MISTRETTA

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La scorsa estate ho scoperto, percorrendo la strada che porta al boschetto della Neviera a Mistretta, una specie spontanea che non conoscevo.
E’ il Sambucus ebulus.
E’ una pianta simile al Sambucus nigra, da cui si distingue facilmente per il portamento arboreo, per il fusto legnoso, per le foglie con segmenti ellittico-lanceolati, per i fiori con le antere gialle.
Il Sambucus ebulus è conosciuto con altri nomi: “Sambuchella, Falso sambuco, Sambuco lebbio, Ebbio”.

https://youtu.be/-hrygg8hork

 

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Etimologicamente il nome generico del “Sambucus” deriva dal greco “σαμβύκη”, uno strumento musicale a corde che, si suppone, venisse realizzato usando il legno di Sambuco.
Il nome della specie deriva da “ebulum” “sambuco selvatico”, nome latino dell’Ebbio usato da Plinio e da Virgilio.
Il Sambucus ebulus è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Loniceracee.

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Originario dell’Europa centrale e dell’Asia Sudoccidentale, naturalizzato in molte zone del Nord America, è presente in quasi tutte le regioni d’Italia ad eccezione della Valle d’Aosta.
Forma densi popolamenti su suoli limoso-argillosi profondi, freschi, con ristagno d’acqua, subacidi a neutri e ricchi di composti azotati.
Vegeta bene dal livello del mare fino a 1300 metri di altitudine lungo le siepi e le strade campestri, negli incolti e nei terreni ruderali.
Il Sambucus ebulus è provvisto da un fusto erbaceo, semplice o poco ramoso, alto sino a 150 centimetri, di colore verde e solcato da coste longitudinali più chiare contenente all’interno il midollo bianco.

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Le foglie, opposte imparipennate, a lamina lanceolata e a margine dentato, sono di colore verde scuro sulla pagina inferiore e di colore verde chiaro sulla pagina inferiore. Se strofinate, emanano un odore molto sgradevole. Le stipole, ben sviluppate, sono ovate o subrotonde.

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I fiori numerosi, piccoli, riuniti in ampi corimbi eretti, sono formati dalla corolla di colore bianco rosato odorose di mandorla amara, e antere violette. Sbocciano nei mesi da maggio a luglio.

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Il frutto è una drupa globosa, di 4-6 mm di diametro, prima di colore verde poi di colore nero e lucida a maturità.
I frutti maturi sono tossici.

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Quindi, è fondamentale distinguerli da quelli del Sambucus nigra che sono eduli e molto simili. Veramente tutte le parti della pianta sono tossiche perchè la pianta contiene l’acaloide sambucina, antociani, flavonoidi, saponine.
Tuttavia, anticamente, nella medicina popolare, il Sambucus ebulus trovava largo impiego per la cura di numerose affezioni. La radice era utilizzata per le sue spiccate proprietà lassative-diuretiche e antiedematose, per combattere la stitichezza e per preparare impacchi efficaci in caso di edemi da slogature o da distorsioni.
Inoltre il succo estratto dalla radice veniva utilizzato per tingere i capelli neri. La corteccia e le foglie essiccate erano un vero toccasana per lenire i dolori articolari causati dai reumatismi.
I fiori, raccolti in piena fioritura, venivano essiccati all’aria e poi utilizzati per la preparazione di infusi efficaci nella cura delle infezioni virali dell’apparato respiratorio, come espettoranti delle vie aeree superiori ed anche come antipiretici in caso di febbre alta. Le bacche ancora oggi sono utilizzate per preparare repellenti, inchiostri e coloranti di colore blu.
L’uso di porzioni abbondanti a base del Sambucus ebulus, per alleviare molti disturbi, danno luogo a nausea, a vomito, a dolori addominali, ad allergie e ad eritemi soprattutto in quei soggetti particolarmente sensibili.
Il consiglio del medico è indispensabile in ogni occasione!

 

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lug 11, 2022 - Senza categoria    No Comments

L’ALBERELLO DI CALLISTEMON CITRINUS ADORNA A LICATA IL MONUMENTO IN MEMORIA DEI 123 CADUTI DELLA 207° DIVISONE COSTIERA.

 

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Il 10 luglio del 1943 la 207° Divisone Costiera subì l’attacco della 3° Divisone di Fanteria Americana causando la perdita di 123 Caduti.
Il Comune di Licata e l’Associazione Memento posero il 10 luglio 2019, in Piazza della Vittoria, adornando il monumento con questo splendido vegetale.
Il suo nome scientifico è “CALLISTEMON CITRINUS”.

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https://www.youtube.com/watch?v=qi1UdCeB38Q

 

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Etimologicamente il nome del genere “callistemon” , derivante dal greco , è formato dall’unione delle due parole “καλός” che significa “bello” e “στήμονες” “stami”.
Il riferimento è dovuto alla particolare tipologia dei fiori e, soprattutto, degli stami.
Il nome dalla specie “citrinus” deriva dal latino “cidreus” “cedrino” per via del profumo di cedro che le foglie emanano strofinandole sulle mani. Per questo motivo è coltivato abbondantemente nei giardini dell’India.
Il Callistemon citrunus fu introdotto per la prima volta in Europa da Joseph Banks, naturalista e botanico inglese, membro della Royal Society, che accompagnò James Cook durante il suo primo grande viaggio alla scoperta dei territori dell’Oceania nel 1771.
Quindi cominciò ad essere coltivato presso il Kew Garden di Londra.
Originario dell’Australia, il genere Callistemon appartiene alla famiglia delle Myrtaceae.

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Esistono diverse varietà: Il Callistemon citrinus, dai fiori rossi, il Callistemon speciosus, la specie più diffusa, dai fiori di colore rosso cadmio che fioriscono dalla fine della primavera fino ai primi freddi autunnali, il Callistemon lanceolatus, che raggiunge notevoli dimensioni, con foglie un po’ più appuntite rispetto alle altre specie e fiori, che sbocciano durante la stagione estiva, di colore rosso vivo; il Callistemon salignus che, pur non essendo una specie molto comune, merita di essere citato per via dei suoi fiori che, a differenza degli altri, sono di colore giallo arancio.
Il Callistemon citrinus è un arbusto alto circa 150 cm, a portamento espanso per le numerose ramificazioni arcuate e, a volte, pendule, coperte da una fitta peluria.

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Le foglie sono lunghe, acuminate, lineari, opache, coriacee, rigide e di colore verde-grigiastro. Al tatto, donano una piacevole sensazione setosa. Sulla nuova vegetazione sono più numerose.

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Le infiorescenze sono l’elemento caratteristico di questa pianta.
I fiori, apprezzati per la lunga durata e per l’intenso profumo di limone, compaiono all’inizio della stagione estiva riuniti in spighe a pannocchia lunghe anche 30 cm. Hanno la forma di uno scovolino come quello per pulire l’interno delle bottiglie di vetro. Il colore rosso arancio brillante degli stami contrasta con le antere scure. Il frutto è una capsula grigia molto resistente.

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Oltre al tipico colore rosso acceso i fiori, a seconda della specie, possono assumere sfumature del giallo-arancio, del bianco e del rosa. Fiorita, la pianta ha impreziosito il monumento di Licata con il suo portamento elegante e con l’aspetto appariscente dei fiori.
I fiori, freschi o secchi, possono essere adoperati anche per la composizione di bouquet e per altri usi decorativi.
La riproduzione avviene mediante i semi ma,soprattutto, attraverso il prelievo di talee raccolte nel mese di agosto unitamente a una porzione del ramo portante. Le talee devono essere trattate con ormoni rizogeni per favorire la radicazione e poste in vaso su un terriccio di bosco misto a sabbia e ad una temperatura di circa 25°C.
Il Callistemon citrinus è largamente coltivato, prevalentemente all’aperto, per impreziosire giardini, prati o terrazze con i suoi appariscenti fiori, ma si adatta anche alla vita in appartamento prestandosi alla coltivazione in vaso.
Di facile coltivazione e di elevata rusticità, non presenta troppe esigenze curative.
Predilige essere posto su un terriccio ricco, profondo, a reazione acida, sempre ben drenato.
L’autunno è la stagione più favorevole per la messa a dimora. Richiede un’esposizione a mezz’ombra, evitando la piena esposizione ai raggi diretti del sole.
Ha una buona resistenza alle alte temperature, mentre è poco tollerante alle basse. Teme il vento, quindi è meglio porla al riparo delle correnti d’aria.
Per stimolare la pianta a produrre un’abbondante e duratura fioritura, bisogna bagnare il terreno a giorni alterni, dalla primavera alla fine dell’estate, evitando i ristagni idrici che potrebbero causare il marciume delle radici.
In inverno bisogna bagnare solo in caso di siccità.
Dall’inizio della primavera e fino all’inizio dell’autunno è necessario somministrare un pò di concime a lento rilascio.
Il Callistemon citrinus è abbastanza resistente all’attacco di parassiti e di malattie, ma teme la presenza degli Afidi.

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Curiosità: In Australia le piante di Callistemon sono utilizzate dalle larve dei lepidotteri Hepialid, farfalle fantasma o notturne, per alimentarsi.

 

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lug 1, 2022 - Senza categoria    No Comments

LA PIANTA DI METROSIDEROS EXCELSA DAI FIORI ROSSI PIUMOSI PRESENTE A LICATA

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Posta in un grande vaso davanti a un negozio di scarpe, in via Roma, a Licata, questa pianta è una piacevole fonte di attrazione per i passanti che ne ammirano la sua bellezza.

https://youtu.be/i3gezT9UgIA

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Il suo nome scientifico è ” METROSIDEROS EXCELSA” .
Il Synonyms è “Metrosideros tomentosa”.
Il nome italiano è “Albero di Natale neozelandese”.

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Etimologicamente il nome del genere “Metrosideros” è formato dall’unione di due parole derivanti dal latino:”metrum” “misura, proporzione” e “sídus sideris” ” astro, stella ” alludendo all’aspetto dei fiori i cui stami ricordano i raggi di un astro.
Il nome del genere “excelsa”, di origine latina, perchè è una pianta “eccelsa, eccellente”.
Questo genere di piante conta circa trenta specie di alberi e arbusti sempreverdi, originari delle isole Hawaii, dell’Australia e della Nuove Zelanda.
La Metrosideros excelsa, originaria della Nuova Zelanda, comunemente nota come “Pōhutukawa”, “albero di Natale della Nuova Zelanda”, è un arbusto sempreverde, a portamento eretto, espanso, che può raggiungere alcuni metri di altezza, appartenente alla famiglia delle Myrtaceae.

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Possiede foglie ellittiche, lucide, di colore verde scuro sulla pagina superiore, di colore chiaro e vellutate sulla pagina inferiore e ricoperte da una spessa peluria grigio-biancastra. Nell’insieme formano una chioma molto densa e ramificata.

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I fiori sono raggruppati in racemi. Essi hanno un aspetto piumoso conferito dagli stami filamentosi, lunghi 3/4 cm,dal colore rosso vivo e dalle antere dorate.
I boccioli dei fiori sono ricoperti da una leggera peluria biancastra.

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In Italia la pianta fiorisce a partire dal mese di aprile e si protrae fino alla fine dell’estate.
La Metrosideros excelsa è detta anche “Albero di Natale” perché nella terra d’origine fiorisce in inverno, proprio nel periodo delle feste natalizie. I fiori sembrano addobbi di Natale.
La moltiplicazione avviene per semi e per talea. Alla fine dell’estate i fiori lasciano il posto a delle capsule legnose che contengono tantissimi piccoli semi. Le piantine ottenute dal seme si sviluppano molto lentamente.
Di solito si preferisce propagare queste piante per talea, in primavera, da fare radicare su un terreno ricco di sabbia e di torba ad una temperatura superiore ai 15°C.
Le piante in vaso vanno rinvasate ogni 2-3 anni per permettere un corretto sviluppo dell’apparato radicale.
La Metrosideros excelsa è una pianta affascinante, ideale per abbellire siepi, parchi, giardini e anche terrazze delle abitazioni private perchè è coltivabile anche in vasi molto capienti.

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Di facile coltivazione, dallo sviluppo abbastanza lento, gradisce essere posta su un terreno fertile, soffice, ben drenato, ricco di materia organica, con una esposizione luminosa o a mezz’ombra, garantendo almeno alcune ore di sole. Accetta temperature elevate, ma teme il gelo ed i forti venti.
Le annaffiature devono essere abbondanti nel periodo estivo, per combattere la siccità, lasciando asciugare il terreno tra un’annaffiatura e l’altra per evitare il formarsi di ristagni d’acqua che potrebbero comprometterne la salute della pianta. Per quanto riguarda la concimazione è bene aggiungere periodicamente del concime granulare a lento rilascio.
La Metrosideros excelsa non necessita di particolari cure in quanto è molto resistente a malattie e a parassiti, ma è bene fare attenzione agli Afidi e agli Acari che possono colpire le foglie e i boccioli. Per questo motivo può essere consigliabile intervenire con trattamenti preventivi quando si notano i segni della loro presenza.

 

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giu 20, 2022 - Senza categoria    No Comments

LA DIMORPHOTHECA ECKLONIS AGGRAPPATA AL RECINTO DELLA MIA CAMPAGNA A LICATA IN CONTRADA MONTESOLE.

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Ho incontrato questa pianta, addossata al recinto della mia campagna, in contrada Montesole, a Licata.
In fiore per un lungo periodo dell’anno, dall’inizio della primavera e fino all’autunno inoltrato, è facile poterla ammirare.
Il suo nome scientifico è “Dimorphoteca ecklonis”.

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https://youtu.be/YWASFRlQ5GI

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Nella stessa zona sono presenti altre margherite, molto simili alle dimorphotheche, ma di colore bianco e perenni, chiamate Osteospermum. Spesso i due generi vengono confusi.

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Nomi italiani della specie sono: “Dimorfoteca di Ecklon, Osteospermo di Ecklon, Osteospermo”, ma più comunemente è conosciuta come la “Margherita africana” perchè originaria delle Provincia del Capo, in Sud Africa.

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Etimologicamente il nome del genere “Dimorphotheca” deriva dal greco “δίς ” “due volte”, da “μορφή” “forma, apparenza” e da “θήκη” “cassa, scrigno, capsula”, significa capsule a due forme in riferimento al fatto che le piante di questo genere presentano dimorfismo sessuale.
Il nome della specie “ecklonis” è stato attribuito in onore del Dr. Christian Frederik Ecklon (1795-1868), botanico tedesco.
Questo genere comprende circa 20 specie, tutte originarie del Sudafrica, e giunte in Europa nell’ultimo quarto del XVIII secolo. Le specie più utilizzate sono: “Dimorfoteca eklonis, Dimorfoteca aurantiaca, Dimorfoteca pluvialis, Dimorfoteca barberiae, Dimorfoteca sinuata, Dimorfoteca calendulacea, Dimorfoteca chrysanthemifolia”.
I fiori sono di colore vario, anche perchè negli anni si sono prodotti numerosi ibridi.
Si possono vedere Dimorphoteche di colore bianco con centro blu, il colore tipico, ma anche giallo, arancio, salmone, rosa, viola; tutti i colori mostrano il disco centrale di colore contrastante, molto vistoso.
La Dimorphotheca ecklonis è una graziosa pianta erbacea, perenne, molto vigorosa e rigogliosa, appartenente alla famiglia delle Asteracee e coltivata in Italia a scopo ornamentale.
Essa è costituita da densi cespi di foglie quasi lanceolate, di colore verde chiaro, cerose e cuoiose, fra le quali spuntano numerosissimi fusti eretti dove sbocciano fiori simili a margherite, di diametro intorno ai 4-5 cm, di colore di viola.
I fiori sono capolini costituiti da un mazzetto di fiori centrali privi di petali, attorniati da fiori che portano un solo petalo a formare una corona.

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Fioriscono in primavera. Si riposano durante l’estate. Rifioriscono a settembre. Per ottenere fioriture abbondanti è utile recidere i fiori mano a mano che appassiscono. I fiori sono completamente sbocciati durante le ore di sole, semiaperti quando il sole smette di baciarli o se la giornata è nuvolosa.

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La Dimorphotheca ecklonis produce numerosi semi fertili, che possono vegetare l’anno successivo ottenendo altre piantine.
La riproduzione avviene per seme in primavera. In primavera o in estate è possibile praticare anche delle talee semilegnose. Nella stagione autunnale è possibile ricorrere alla divisione dei cespi.
La Dimorphotheca ecklonis si può coltivazione in vaso, per abbellire i balconi e le terrazze delle abitazioni private, ma anche in piena terra, per formare bordure e per adornare le aiuole dei giardini nelle zone di mare.

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E’ una pianta che cresce bene in ambienti caldi e soleggiati preferendo le zone sabbiose dove ha la capacità di assorbire la salsedine dal suolo. Tollera bene la mezz’ombra luminosa, soffre le basse temperature invernali.
Preferisce vegetare su terreni sciolti, freschi, fertili, molto ben drenati. Il substrato ideale è formato da una miscela di terriccio, di torba, di sostanze organiche e di sabbia in modo tale da garantire il corretto drenaggio.
Sopporta la siccità, ma, soprattutto nei periodi più caldi dell’anno, per favori una fioritura continua è bene innaffiare regolarmente e in abbondanza, evitando i ristagni idrici, che provocano il deperimento della Dimorphotheca, mentre nelle durante le altre stagioni si deve bagnare con moderazione. Periodicamente, è bene aggiungere all’acqua delle annaffiature un buon concime e di annaffiare solo se il terreno è asciutto.
Le Dimorphotheca ecklonis non necessitano di potature. Bisogna solamente eliminare le parti della pianta e le infiorescenze appassite per evitare che diventino veicolo di malattie parassitarie.

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Per quanto riguarda i parassiti e le malattie la pianta è frequentemente attaccata dalla mosca bianca, un piccolo parassita che provoca il deperimento della pianta, e dagli afidi che succhiano la linfa provocando l’appassimento di tutta la pianta.
Per impedire l’insorgenza di questi malattie è bene intervenire usando prodotti insetticidi specifici prima della ripresa vegetativa in modo tale da fornire una buona protezione.
La Dimorphotheca, come tutte le piante, può essere attaccata anche dagli insetti.
In particolare, la dimorphotheca può essere vittima degli afidi, altrimenti detti pidocchi delle piante, che succhiano la linfa dalle piante provocandone l’appassimento.
Nel linguaggio dei fiori la Dimorphotheca, come tutte le Margherite, indica “semplicità, innocenza, spontaneità, bontà, freschezza, purezza, e amore fedele”.
Grazie ad un’usanza comune nel Medio Evo ha assunto il significato di “ci devo pensare”.
Da qui derivò il significato di “abbi pazienza”.
Nella religione cattolica tradizionale significa “bontà d’animo”.
Una curiosità: nel romanzo Faust, scritto da Johann Wolfgang von Goethe nel 1808, una tal Margherita, avendo il cuore infranto, usando il solito sistema di strappare i petali del fiore, uno per volta, con andamento rotatorio da destra a sinistra, tenendo il gambo con l’altra mano, finché l’ultimo petalo rimanente non dia il verdetto finale di “mi ama o non mi ama”, domandava al fiore, che portava il suo stesso nome, se Faust l’amasse o meno. Da allora, questa forma popolare di profezia è continuata ovunque nel tempo in modo scherzoso.
Testimonianze scritte sulla Margherita, che risalgono ai tempi antichi, si trovano a Creta e in Medio Oriente. Esse descrivono l’uso medicamentoso che i romani facevano della Margherita.
Infatti, durante le campagne belliche, i medici portavano con loro sacchi colmi di Margherite. Con il succo dei fiori spremuti imbevano le bende per coprire le ferite dei soldati riportate durante i combattimenti.

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giu 1, 2022 - Senza categoria    No Comments

LA PIANTA DI AGAPANTHUS PRAECOX DAI GRANDI FIORI BLU AMMIRATA A MISTRETTA

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Ho ammirato questa pianta,che arredava il monumento di Padre Pio, dove mani pie avevano riempito i vasi, al mio paese, a Mistretta la scorsa estate .

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Ho ammirato la stessa specie nel giardino di mia sorella Anna, in contrada Scammari, e in alcuni balconi, durante il giro di osservazione del Concorso “Balcone fiorito 2021″, sempre a Mistretta .

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https://youtu.be/McHxv2byDkI

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Il suo nome scientifico è AGAPANTHUS PRAECOX.
Sinonimi sono : “Agapanthus orientalis e Giglio africano”.
Il colore azzurro dei fiori di questa meravigliosa pianta richiama il colore del cielo limpido e senza nuvole e il colore del mare azzurro calmo e senza onde.
Il fiore di Agapanthus è di rara bellezza, molto amato anche da Claude Monet. Infatti è presente in molti suoi dipinti.
Etimologicamente il nome del genere Agapanthus” deriva dal greco ”ἀγάπη” “agàpe”  “oggetto d’amore” e da ”ἄνϑοϛ” ánthos” ”fiore”.
Vuol dire “dai fiori che suscitano amore“.

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Il nome della specie “praecox” deriva dal latino “precoce, primaticcio, prematuro“, che fiorisce in anticipo rispetto alle specie simili.
L’Agapanthus praecox, originario dell’Africa Meridionale,fu introdotto in Italia alla fine del ‘700, quando l’idea dell’elegante giardino inglese aveva invaso gli spazi verdi di tutta Europa propagandosi nelle praterie aperte, nei luoghi rocciosi e nelle vicinanze di stagni e di corsi d’acqua.
L’ Agapanthus praecox è una pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Liliaceae.

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Essa si lega al suolo mediante una radice rizomatosa carnosa, che si espande con una certa lentezza, da cui si solleva il fusto eretto, molto alto, fino ai 100 cm.

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Le foglie, basali, nastriformi, sottili, arcuate, di colore verde scuro, di 80 cm di lunghezza, sono sempreverdi.

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In estate, nel mese di Luglio, produce steli floreali con i fiori, a corolla campanulata, di rara bellezza, raccolti in dense ombrelle semisferiche, di colore blu carico, ma possono essere anche di colore blu, azzurro e bianco.
Il colore della corolla dipende
dalla varietà della specie. La pianta ha la capacità di produrre due o tre infiorescenze durante ogni stagione.

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Le specie di Agapanthus non sono molte, una decina.
Si riconoscono con facilità per l’altezza dello stelo, ma la caratteristica principale che le differenzia è il colore che va dall’azzurro, al blu scuro, al bianco.
Per una più corretta distinzione è necessario conoscere due grandi gruppi di Agapanthus.
Le Agapanthus a foglia caduca le cui foglie entrano in un vero e proprio stato di riposo vegetativo durante i mesi più freddi per poi tornare alla normale attività nel periodo primaverile e in estate.
A questo gruppo appartengono: l’Agapanthus campanulatus, l’Agapanthus caulescens, l’Agapanthus coddii, l’Agapanthus dyeri, l’Agapanthus inapertus, l’Agapanthus nutans.
Le Agapanthus foglie sempreverdi che
sono quelli maggiormente utilizzate per la coltivazione in giardino e sono più resistenti rispetto alle specie a foglia caduca. Presentano foglie più grandi e molto più larghe di quelle delle specie caduche, infiorescenze abbondanti ben al di sopra delle foglie.
A questo gruppo appartengono: l’Agapanthus africanus, l’Agapanthus praecox, l’Agapanthus walshii.
La riproduzione dell’ Agapanthus può avvenire per semina, operazione da fare nel periodo primaverile utilizzando i semi raccolti l’anno precedente, e per divisione dei cespi più vecchi, operazione da effettuare nel periodo autunnale.
Agapanthus praecox non è una pianta particolarmente esigente.
Si può coltivare sia in vaso, sia in piena terra, per arredare giardini e aiuole. Molto apprezzata per la sua fioritura, ma anche quando la pianta non è in fiore non perde il suo fascino.
È una pianta che ama il caldo, quindi la fioritura raggiunge il massimo della bellezza all’inizio dell’estate.
Anche in primavera, quando la pianta ancora non ha indossato l’elegante abito della fioritura, il valore estetico dell’Agapanto è davvero elevato.
Le foglie, che cominciano ad acquistare vigore, donano alla pianta un aspetto incantevole.
Ha bisogno di uno spazio tutto suo, che non vuole condividere con nessuna altra pianta.
E’ la vera specie protagonista del giardino!
Pianta poco rustica, preferisce essere posizionata su un terreno molto soffice, ricco di elementi nutritivi e di sostanze organiche, particolarmente drenante.
Gradisce una esposizione molto soleggiata, fondamentale durante il periodo attivo della pianta, luminosa, ma anche alcune ore di ombra, soprattutto quando il sole è al suo picco e fa più caldo.
Non ha necessita di molta acqua, teme i ristagni eccessivi e, oltremodo, l’umidità. L’irrigazione non deve essere mai abbondante e deve servire solamente ad evitare di rendere troppo secco il terreno.
Per questo motivo non bisogna annaffiare tutti i giorni ma, solamente quando il terreno è eccessivamente asciutto.
La concimazione dell’ Agapanthus è fondamentale soprattutto nel suo primo anno di vita.
È necessario utilizzare un buon fertilizzante liquido diluito nell’acqua  da somministrare ogni 3 settimane fino alla nascita dei nuovi germogli.
La pianta, durante l’inverno, va in riposo vegetativo e, pertanto, non teme i freddi più intensi.
Per quanto riguarda la potatura, basta semplicemente eliminare le parti secche e danneggiate e i fiori appassiti.
Malattie e parassiti non affliggono particolarmente l’ Agapanto.
E’ una pianta che sa difendersi bene dagli attacchi di parassiti e dalle malattie varie. È molto resistente, ma qualche disagio potrebbe essere causato da chiocciole e da lumache, che amano particolarmente le foglie.
L’Agapanthus è una pianta da maneggiare con molta attenzione. Contiene delle sostanze tossiche che potrebbero provocare irritazioni cutanee.
Nel linguaggio dei fiori l’Agapanthus ha un significato ben preciso: oltre che come “pianta dell’amore”, simboleggia l”’unione sociale.

 

 

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mag 22, 2022 - Senza categoria    No Comments

“AMOR” LA POESIA DEL PROF. CARMELO DE CARO

“AMOR” LA POESIA DEL PROF. CARMELO DE CARO

“Amor” è la poesia che il prof. Carmelo De Caro scrisse nel 1965 e pubblicata nel suo libro “SINTITI, SINTITI”.

 AMOR

Bianca, tersa, vecchia luna,

non far la spia,

nella calda notte

quando bacio lei

non arrossire.

Se le dico t’amo

ti prego, non guardar,

ma dì al vento

di suonar mille violini

a all’onda smeralda

di brillar come non mai.

Bianca, tersa, vecchia luna,

accendi stasera

tutte le stelle,

voglio il cielo in abito da sera,

e voi, laggiù, sull’acqua,

cantate il vecchio coro

aspettando che le reti

di guizzante argento sian piene,

e tu, vecchio granchio brontolone

non ti meravigliar

s’ella è con me stasera.

31/12/1965

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Ogni anno il calendario ripropone ricorrenze che vengono celebrate con gioia o con tristezza.
Il 22 Maggio è il giorno che ricorda Carmelo De Caro ritornato alla casa del Padre.
E’ un giorno di grande fede nel quale il dolore per la sua morte è sostenuto dalla speranza cristiana.
Da Cristo Gesù ha ricevuto la vita eterna passando dalla morte terrena alla vita immortale.
Infatti Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno” (Gv. 5, 24-25).
A Marta, che piangeva per la morte del fratello Lazzaro, Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?” Gli rispose:”Si, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (Gv. 11, 25 -27).

CARMELO DE CARO, descritto dagli amici nel suo libro “Sintiti, Sintiti

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Chi ha conosciuto Carmelo De Caro ne ricorda sicuramente lo sguardo acuto, vivo. Non era necessario porgli domande.
Le risposte giungevano rapide e sicure.
Si trattasse di un problema matematico o di un argomento di scienze o di tecnica, non c’erano dubbi.
La soluzione era pronta, a portata di mano. Se poi si trattava di didattica o, in specie, di didattica della matematica per i preadolescenti delle medie o gli adolescenti delle superiori, ancora meglio: metodologia chiara, operativa, senza fronzoli, essenziale ed efficace.
Se infine si faceva scienza, le ricerche sul campo, il laboratorio, gli esperimenti, le immagini, le videocassette, l’elaboratore non c’erano dubbi.
Un docente amabile ed amato, capace, di spessore, e sensibile, eccezionalmente sensibile: i ragazzi e le ragazze, anche se a volte difficili, lo apprezzavano, lo rispettavano, gli volevano un mondo di bene.
E il suo rigore e il suo essere esigente, preciso, puntuale, senza sconti, non pesavano: compensavano con la disponibilità e con la comprensione.
Sapevo di Carmelo De Caro docente. Sapevo di lui uomo pulito, aperto, ambientalista senza schemi, sportivo leale e curioso, appassionato di archeologia e di mare, sempre attento ai fatti scientifici e sociali, perché le scienze sono e non possono non essere che al servizio della società e dell’umanità.
Scopro ora, a distanza di anni, che era anche poeta e narratore, giovane che si fa adulto e avvia una riflessione, che è un misto di speranza e il contrario di essa, su se stesso, sulla sua vita, sulla coscienza del suo stato.
Lo scopriranno con piacere i tanti amici che si troveranno tra le mani il libro “Sintiti, Sintiti”,e anche quanti si avvicineranno per la prima volta a questa figura semplice, lineare, ma versatile, dagli orizzonti mai chiusi.
Carmelo De Caro soffriva fisicamente, ma combatteva la sofferenza con l’intelligenza, con il cuore, con l’amore grande per la vita.
Non si rassegnava, reagiva: “Mandami il dolore,/ Labbraccerò, compagno / di viaggio inseparabile”.
Si apriva alla moglie affettuosa, agli amici cari, ma senza lamenti, con il sorriso, e lanciava proposte, iniziative, progetti.
Nei momenti di stanchezza, scandiva il ” lento fluire del tempo” e chiedeva alla luna di accendere le stelle: bianca, tersa, vecchia luna, / accendi stasera tutte le stelle, / voglio il cielo in abito da sera”.
Guardava le pietre provate da mille temperiee si desiderava comunissimo passero che “ saltella di tegola in tegola”.
Si vedeva infine,”là dove riposa cullato dalle morbide ombre avvolgenti/ del falso pepe il padre di mio padre”.
Leggere le righe che Carmelo De Caro non ha avuto modo di rivedere, e che vedono ora la luce, è un tornare indietro nel tempo, ma anche un muoversi in avanti. Ricordare è anche vivere e, attraverso queste righe di poeta e narratore di polso impegnato a maturare la sua esperienza, riviviamo una stagione che è anche nostra e che può essere di tutti: una stagione di sofferenza, ma anche di amore, intelligenza, volontà di essere uomini fino in fondo. Grazie, Carmelo.
Carmelo Incorvaia, già dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo “A. Bonsignore” di Licata

L’Associazione Archeologica Licatese, partecipa al commosso ricordo che, attraverso la pubblicazione di questi scritti, la moglie rivolge a Carmelo a tanti anni dalla prematura scomparsa.
Rimangono vivi nella mia memoria la lunga frequentazione iniziata in seno all’Associazione e il rapporto di cordiale amicizia che si instaurò immediatamente e che rimase sempre reciprocamente vivo.
La passione per lo sport subacqueo aveva avvicinato Carmelo e il Centro Attività Subacquee, di cui era presidente, all’archeologia sottomarina e a instaurare l’appassionata collaborazione con l’Associazione Archeologica Licatese per la valorizzazione del patrimonio culturale licatese.
L’insorgere prima e il progredire successivamente della malattia, lo costrinsero ad abbandonare anzitempo lo sport a lui tanto caro, e a dedicarsi con impegno all’Associazione collaborando intensamente a tutte le sue attività, soprattutto a quelle rivolte alla realizzazione del nuovo Museo Archeologico nella nostra città.
Chi ha avuto modo di frequentarlo, in tutti quegli anni, ne ricorda l’impegno e la generosità, come quelli profusi per l’avvio della Cooperativa “Alicata”, fondata all’interno dell’Associazione con la finalità di dare un futuro ai soci più giovani privi di lavoro, e di cui fu il primo, disinteressato, presidente.
Ma non solo in questo fu d’esempio a tutti coloro che lo frequentarono: lunghi anni di sofferenze sempre più gravi ed evidenti, non spensero in Carmelo la disponibilità verso gli altri e non ne fecero neanche una vittima della vita, da commiserare.
Una sofferenza vissuta all’interno, mai fatta pesare sugli altri. interiore Ritengo che la sua forza interiore sia stata un grande insegnamento per tutti coloro che lo conobbero: non un lamento, non un segno di vana ribellione contro un destino certamente non generoso, uscì mai dalle sue labbra.
Desidero sottolineare, degli scritti di Carmelo, l’aspetto intimistico delle poesie, forse neanche concepite per la pubblicazione e quello invece didascalico dei racconti, che nascono, oltre che per il diletto personale, proprio con l’intento di raccogliere e tramandare credenze, fatti e personaggi popolari: “A trovatura”, “Sintiti! Sintiti”, “Michelangelo”, “Mastro Cola e lo zolfo”, hanno le loro radici nel passato di questa terra, dalla quale Carmelo è stato orgoglioso di derivare.
Nel leggere le poesie mi ha colpito ritrovare due stesure dello stesso testo, con titoli diversi.
La prima stesura, con il titolo “Il muro”, datata ottobre 1996, composta per la morte della cugina Danila.
La seconda stesura, con poche variazioni, datata maggio 2000, e intitolato “Mondo di silenzio”. Non so quale necessità abbia spinto Carmelo, a pochi giorni dalla conclusione della sua vita terrena, avvenuta il 22 maggio del 2000, a riprendere quel testo, nel quale, alla rabbia che chiude la sua prima stesura, si sostituisce la disillusione della fine, alla quale si sentiva, probabilmente, ormai vicino.
Pietro Meli Associazione Archeologica Licatese

Un filo sottile, ma gentile, lega la tematica di questi versi e racconti: la visione ottimistica del mondo, il sentire cioè oggettivamente una realtà seguita, per ragioni logiche, da altre in modo forte e con una tensione emotiva quasi fanciullesca che spinge l’autore e caro amico verso una luce di bontà e di amore.
Carmelo De Caro, al quale sono legato da profonda stima e grande affetto, lascia, con questi scritti, il suo personale messaggio catartico di assoluta pace e armonia verso questo piccolo mondo.
L’amore che lo lega alla sua terra, al suo amato paese, è la testimonianza reale di un valore inestimabile e mai fragile: la libertà dei sentimenti. Angelo Biondi Sindaco della città di Licata

Carmelo, mio carissimo e indimenticabile amico, tardi, molto tardi ti ho conosciuto!
Questo poco tempo mi è stato sufficiente per conoscere e apprezzare le tue grandi doti di animo e di intelligenza.
Subito ho richiamato alla mia mente il tuo papà, il caro Totò De Caro, apprezzato concittadino licatese per la sua moralità, per la sua arte e per la sua genialità.
Tu hai riportato tutte le sue doti di intelligenza e le hai meglio sviluppate servendoti dei mezzi moderni.
Hai sviluppato queste doti soprattutto nel tratto umano, nella professione di docente valente e scrupoloso, ancora nell’accoglienza e nel trattare come fratello il ganese Joseph che hai curato, sollevato, assieme alla tua cara Nella, materialmente e moralmente accogliendolo a casa tua.

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Ti guardavo e ti ammiravo quando ti venivo a trovare in casa e mi facevi subito i lavori al computer per il nostro Oratorio e per la nostra Parrocchia Santa Barbara.
E’ stato il tuo giocattolo preferito, lo manovravi con destrezza e ne ricavavi tanta soddisfazione per le cose meravigliose che ne tiravi fuori. Quando hai cominciato a navigare in Internet, ti sentivi immerso nel Creato, spaziavi a destra e a manca e qui, con la tua grande fede, lodavi il Signore. Carmelo, grande è stata la tua fede.
Fede che ti ha dato sempre coraggio, pazienza, forza soprattutto nella tua sofferenza sempre crescente e che ti ha accompagnato fino alla fine.
Carmelo, ti ricordo così e più ancora porto per sempre con me il tuo sorriso, il tuo sguardo penetrante e il tuo abbraccio nel quale ancora mi sento stretto.
Padre Cologero Bonelli Tuo Parroco della parrocchia di Santa Barbara.

“Se il chicco di frumento caduto a terra non muore, rimane solo, se muore, invece, produce molto frutto”(Giovanni 12,24).
Non si può produrre vita senza dare la propria. La vita è frutto dell’amore e non sgorga se l’amore non è pieno, se non giunge al dono totale.
Amare è donarsi senza lesinare, fino a sparire, se necessario, come individuo.
Nella metafora del chicco di frumento che muore in terra, colgo, caro Carmelo, amico mio, tutta la tua vita, la tua sofferenza vissuta e la morte come condizione perchè si liberasse tutta l’energia vitale che contiene.
Carmelo, ti ho conosciuto in vita gli ultimi anni della tua sofferenza e adesso conosco ancor più le mille potenzialità che possedevi molte di più di quante ne apparivano. Si, perchè il dono totale della tua vita le ha liberate e con questi tuoi scritti si esercitano in tutta la loro efficacia.
Il frutto comincia nello stesso chicco che muore, colgo la tua morte come il culmine di un processo di donazione di te stesso; ultimo atto di una donazione costante a chi ti legge in questi scritti e che sigilla definitivamente la dedizione rendendola irreversibile. Padre Gaspare Di Vincenzo

Carmelo, amico, fratello, compagno di vita e di avventure. Riunendoci sotto le grandi ali del “Centro Attività Subacquee”di Licata, sei stato il nostro insostituibile coordinatore e maestro, insegnandoci i valori dell’amicizia, della cordialità, della lealtà umana e sportiva, guidandoci, con la tua inesauribile volontà e tenacia, a calcare gli scenari dei campi di gara locali, provinciali, regionali.e nazionali.
Cosi come hai vissuto, sei andato via delicatamente, in punta di piedi, lasciandoci orfani del tuo buonsenso e abnegazione, dei tuoi consigli e delle tue esperienze maturate e vissute.
Memori di quanto ci hai insegnato e donato, fraternamente, ti ringraziamo e ti salutiamo con un arrivederci, poiché presto o tardi saremo nuovamente insieme, facendoti inoltre sapere (ma crediamo che tu già lo sappia) che in questa vita terrena rimarrai per sempre nei nostri cuori.
Ci hai semplicemente preceduto in mari più calmi e tranquilli, essendo pioniere della nostra grande famiglia, (speriamo) in una nuova vita eterna e serena.
Matteo Re Per il gruppo del“Centro Attività Subacquee”

Nella Scuola Media “Antonino Bonsignore” di Licata il nome del prof, Carmelo De Caro è sempre vivo perché il 15 settembre del 2004 gli è stata intitolata l’aula di informatica.

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l’Ex sindaco di Licata Angelo Biondi

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L’ex preside della Scuola  Media A. Bonsignore Carmelo Incorvaia

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 Padre Gaspare Di Vincenzo

 Il ricordo dell’alunna Carmela Grillo Decaro: che meraviglioso ricordo è venuto fuori, mio caro ed indimenticabile prof. Carmelo De Caro!
Io, alunna di scuola media e tu un’insegnante come pochi altri. Impeccabile la tua umiltà, memorabile la tua generosità che mettevi a disposizione di tutta la classe, non di meno il tuo ESSERE INSEGNANTE.
Non sapevo della tua dipartita avvenuta cosi prematuramente e così, alla gioia di scoprire che parlavano di te, si è aggiunta l’amara notizia della tua perdita. Ma chi vive nel cuore degli altri non muore mai. Prof. non morirà mai il ricordo della tua gentilezza, di quel sorriso che si nascondeva dietro ai tuoi grandi occhiali, le nostre chiacchierate durante la ricreazione.
Quanto tempo è passato e quante cose son cambiate dall’ora; oggi ne avrei di cose da raccontarti, di quella scienza che continua a incuriosirmi e a sorprendermi.
Avrò, ancor di più, cura di quei ricordi e del tuo esempio di resilienza che mi hai lasciato.
Grazie mille professoressa Nella Seminara per questo articolo che ha pubblicato e condiviso nella memoria di un Grande Uomo.
Spero accetti il mio forte abbraccio che desidero La raggiunga con tutta la stima che provo.
P.S Accanto ad un Grande Uomo c’e sempre una Grande Donna. Grazie. Grazie.

Carmelo De Caro è nato a Licata il 03/01/1945 da una famiglia di artisti, pittori e scultori noti. Città che ha amato e dove ha scelto di vivere e di operare.
Laureato in Scienze Naturali presso l’Università di Palermo,

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ha iniziato la sua carriera scolastica all’Istituto Tecnico per Geometri di Agrigento, ha continuato il suo lavoro all’Istituto Magistrale di Casteltermini, ha insegnato per molti anni nella Scuola Media Statale “ Luigi Milani” di Palma di Montechiaro, fermandosi per oltre un ventennio nella Scuola Media Statale “Antonino Bonsignore”, oggi Istituto Comprensivo di Licata fino al 1996.
E’ stato un professore molto apprezzato per la preparazione culturale, per la disponibilità al dialogo, per la collaborazione e soprattutto per la sua grande umanità.

https://www.youtube.com/watch?v=00GEOqnHjZ0&t=136s

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Innamorato della Natura, del mare innanzitutto, ha praticato per molti anni lo sport subacqueo dirigendo il circolo sportivo “Centro Attività Subacquee”di Licata.

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Ha costituito e diretto per un lungo periodo anche la Sezione Provinciale FIPS di Agrigento coordinando tutti i circoli sportivi della provincia, partecipando e organizzando gare di pesca di vari tipi a livello provinciale, regionale e nazionale.

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https://www.youtube.com/watch?v=dXawgoVNVLA&feature=youtu.be

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E’ stato anche un attivo e valido collaboratore dell’Associazione Archeologica Licatese per la realizzazione del Museo Archeologico.
Si è impegnato pure nel volontariato collaborando con l’associazione “Centro 3P”, con l’Oratorio e con la parrocchia di Santa Barbara.
Marito affettuoso, ha saputo instaurare con la moglie un intenso rapporto di stima, fiducia, fratellanza, amicizia, solidarietà e amore.
Sostenuto dalla fede, ha accettato con pazienza e forza la sua sofferenza fisica arrendendosi il 22/05/2000.
E’ sepolto, assieme al papà Salvatore, alla mamma Dorotea Lauria, al cimitero di Marianello a Licata.

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R.I.P. Amen.

 

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