Crea sito
lug 1, 2020 - Senza categoria    No Comments

LE PIANTE DI TAMARIX GALLICA ABBELLISCONO LE SPONDE DEL SALSO IL FIUME CHE ATTRAVERSA E SFOCIA NEL MARE DI LICATA

0 ok

Percorrendo il Corso Umberto II a Licata, non è sfuggita alla mia osservazione la presenza di alcuni cespugli di Tamerici in fiore.
Infatti, le sponde del Salso, il fiume salato, son abbellite dal movimento di questi rami fioriti causato dal vento.
Sono piante cespugliose che, pur abitando nel quartiere residenziale “Montecatini” da 27 anni, non avevo mai notato!
Probabilmente sono stati gli uccelli, il vento,  l’acqua del fiume che hanno trasportato i semi provenienti da lontano favorendo la disseminazione in quel tratto di strada.

6 OK

7 OK

8OK

9 OK

10 OK

CLICCA QUI

 

1 ok

2 ok

Tamarix è un genere di piante originario delle zone delle zone aride che circondano il Mediterraneo e, per questo motivo, è anche spesso conosciuto come “arbusto del deserto”
Il nome scientifico “Tamarix” è di origine latina e deriverebbe dal fiume “Tambre”, che scorre in Galizia, chiamato anticamente “Tamara“.
Il genere comprende circa 60 specie tra arbusti e alberi che possono raggiungere un’altezza fino a 15 metri.
Si dividono in due categorie: le specie che fioriscono in primavera e le specie che fioriscono in autunno.
Alcune varietà:
La Tamarix parviflora, che fiorisce da aprile fino a maggio producendo fiori dal colore rosa chiaro.
La Tamarix tetrandra, che fiorisce sui rami dell’anno precedente da maggio a giugno producendo fiori dal colore rosa chiaro.
La Tamarix chinensis, che fiorisce a maggio producendo fiori dal colore rosa chiaro.
La Tamarix gallica, la più diffusa, che fiorisce tra aprile e giugno, o da maggio a luglio, a seconda delle condizioni climatiche.
La fioritura inizia prima delle foglie ed è caratterizzata da lunghi grappoli rosa.
La Tamarix gallica o Tamarix comune è una specie mediterraneo-atlantica presente in Spagna, in Francia.
In Italia è molto frequente su tutti i litorali.
la Tamarix gallica è un arbusto a portamento cespuglioso, espanso, appartenente alla famiglia delle Tamaricaceae, alto da 2 a 5 metri anche se talvolta, in condizioni favorevoli, può aggiungere i 10 metri di altezza.

2B ok

La pianta si lega al terreno mediante un robusto apparato radicale superficiale che riesce a penetrare in profondità per cercare di usufruire dell’umidità necessaria al suo sviluppo.
Dalle radici si sollevano non un solo fusto, ma più fusti sinuosi e contorti, sottili, lisci e coperti da una corteccia bruno-rossiccia cosparsa di lenticelle.Invecchiando, la corteccia diventa  grigia e si screpola.
Dai fusti si dipartono i lunghi rami flessibili, eretti e sottili, che formano la chioma assai delicata anche quando è molto consistente.
I rami tendono a espandersi, ad allargarsi e a curvarsi verso il terreno con un andamento decisamente pendulo.

2c ok

3 ok

Le foglie sono piccole e chiare, di colore verdastro, squamiformi e leggermente carnose, lunghe 1-2 mm.
Sono semipersistenti o decidue a seconda del clima. Esse hanno la caratteristica di essere come degli aghi molto sottili pressati con forza contro i rami. Grazie a questa loro natura la pianta riesce a ridurre la perdita d’acqua. Le foglie formano fascetti inserendosi in modo alterno sui rametti verdastri della pianta.

4 ok

5 ok

Le foglie contengono le ghiandole escretrici addette all’eliminazione dei sali minerali e dell’acqua in eccesso favorendo, nelle piante che vegetano nelle zone più salmastre, in genere direttamente in riva al mare, al fenomeno di “sudorazione”.
Emettono, sotto forma di gocce, un liquido chiaro ed estremamente salato che, durante il giorno e in assenza di vento,  favorisce l’evaporazione, genera una vera e propria pioggerellina che colpisce chi si trova sotto la chioma.
I fiori, ermafroditi, sono raccolti in vistose e spettacolari infiorescenze a spighe lunghe e sottili e  molto compatti si dispondono attorno ai rametti.
Sono molto piccoli, molto numerosi, e si apprezzano per il loro delicato profumo e per il vivace colore rosa chiaro, il tratto più caratteristico della pianta grazie al quale la Tamerice vanta un notevole impatto ornamentale.
L’effetto estetico è di grande eleganza e leggerezza.

6 ok

7 ok

7A ok

7B ok

Il fiore ha il calice formato da 5 lacinie di forma ovata e una corolla con cinque petali.
I cinque stami hanno le antere rosse e sono opposti ai cinque sepali del calice.
L’ovario è formato da tre carpelli che assumono una forma a clava.
Terminata la fase della fioritura, spuntano dei “grappoli” di piccoli frutti, delle bacche a forma di piramide a base triangolare, di colore marrone, contenenti piccoli e numerosi semi gialli provvisti di un pennacchio piumoso che favorisce la disseminazione anemocora.

7c ok

La moltiplicazione avviene per seme in primavera o per talea legnosa in autunno.
In natura la tamerice si moltiplica mediante auto disseminazione visto che produce una miriade di semi trasportati dal vento anche lontano dalla pianta madre. È frequente trovare delle piccole piantine nei pressi di grandi esemplari.
L’ areale di distribuzione della Tamerice va da 0 a 800 metri sul livello del mare.
Ama gli spazi nelle zone costiere, sulle rive del mare, ma anche lungo i corsi d’acqua, sui greti e sui terreni ghiaiosi e fangosi.
Un folto cespuglio di Tamerice gallica è cresciuto davanti al mare della Poliscia, a Licata, e protegge l’edicola di Santa  Barbara.

7d ok

La Tamarix gallica è coltivata come pianta ornamentale per abbellire i viali del lungo mare e particolarmente adatta alla costruzione di barriere frangivento nei giardini in vicinanza del mare con lo scopo di formare una linea di difesa dai venti, dalla salsedine, e dagli spruzzi d’acqua di mare.
E’ una pianta longeva, rustica e pioniera e non richiede grandi cure di coltivazione.
Generalmente non necessita di irrigazioni, anche se è consigliabile annaffiare gli esemplari giovani in caso di prolungati periodi di siccità.
Le piante adulte si accontentano delle acque piovane.
Non necessita neanche di concimazioni.
Gradisce vegetare su suoli poveri, sabbiosi, ma anche su quelli argillosi ben drenati. Tollera bene una diffusa presenza di sale nel terreno, elemento presente nelle zone marine.
Predilige essere esposta in un luogo dove possa ricevere la luce del sole per diverse ore al giorno. Resiste ai venti e alla salinità.
Tutte le Tamerici, piante di lunga vita, spesso formano una ramificazione secca. E’ quindi consigliabile intervenire con delle potature regolari, finalizzate al ringiovanimento del legno così da permettere la crescita di una chioma più equilibrata.
La potatura va effettuata nel mese di febbraio per quelle specie di tamerici che fioriscono sui rami dello stesso anno.
Va praticata immediatamente dopo la fioritura.
Le Tamerici, in genere, vengono attaccate degli afidi o dal ragnetto rosso.
Inoltre, soffrono il mal bianco o oidio, causato dall’ascomicete Sphaerotheca macularis, se il clima è eccessivamente umido, e le carie del legno causate dal fungo Polyporus.
Temono anche l’attacco dello Zeuzera pyrina e Cossus cossus, il rodilegno, le cui larve scavano vistose gallerie nel tronco e sui rami, e dell’omottero Metcalfa pruinosa, un piccolo insetto bianco, simile a una farfallina, che salta da una pianta all’altra.
Esso si nutre della linfa della pianta digerendo solo la parte proteica ed espellendo la parte zuccherina sotto forma di melata appiccicosa che ricade sulla pianta con la probabilità di fare sviluppare la fumaggine di origine fungina e di attirare le api.
I beduini ancora oggi, una volta che si è indurita ed è caduta al suolo, la raccolgono e la impiegano in sostituzione dello zucchero.
Pochi sono gli usi delle parti della pianta. Dalla corteccia si estraggono sostanze tanniche.
Pur essendo piante mellifere, bottinate dalle api, producono miele in piccole quantità.
Ricordo che imparai a memoria, (che fatica!), quando frequentai la Scuola Media “Tommaso Aversa” a Mistretta, i versi della poesia
La pioggia nel pineto”, di Gabriele D’Annunzio.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove sui mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
sui ginestri folti
di coccole aulenti,
piove sui nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
l’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come un foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancora trema, si spegne,
risorge, treme, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontane,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione

(Gabriele D’Annunzio 19°-20° secolo)

“La pioggia nel pineto” è una lirica  contenuta nell’Alcyone, una raccolta di poesie che il poeta Gabriele D’Annunzio scrisse tra il mese di giugno del 1899 e il mese di novembre del 1903, quando dimorò nella celebre Villa La Versiliana immersa nel verde della pineta a Marina di Pietrasanta in Versilia.

 

 

 

Print Friendly
giu 22, 2020 - Senza categoria    No Comments

L’APTENIA CORDIFOLIA DAI BEI FIORI ROSSI STELLATI IN UN’AIUOLA DI UNA STRADA A LICATA

1 ok

E’ stata una piacevole sorpresa scoprire e osservare questo insieme di piante poste in un’aiuola nella via  P. Micca a Licata che abbelliscono il muro che le sostiene.
Sono emersi tanti ricordi!
Anch’io ho coltivato questa specie nel giardino della mia campagna a Licata, ma, purtroppo, è appassita. Per cui, per me, è stata una gioia incontrarla.
La scorsa primavera ho prelevato una talea di ramo, lunga 10/15 cm, e l’ho riportata nella mia campagna.
Ho fatto asciugare la parte tagliata del fusticino per circa 24 ore e l’ho posto a radicare in un vaso col terriccio leggermente umido scegliendo un angolo del giardino molto soleggiato. Ha messo  le radici in pochi giorni. In prossimità delle altre piante nell’aiuola è facile trovare piccole piantine nate da seme essendo una specie autoctona.
Infatti, aspetti interessanti di questa specie sono la sua versatilità e la sua velocità di crescita.
La mia talea sembra che si sia ben inserita.
Il suo nome scientifico è  APTENIA CORDIFOLIA!
Nome Volgare: Pianta di ghiaccio o Erba cristallina. Altri sinonimi sono: Baby Sun Rose, Fiore di mezzogiorno, foglia di cuore, Mela rossa, Roccia rosa, Aptenia, Mesembryanthemum cordifolium.

2 ok

 

 

CLICCA QUI

 

L’Aptenia. cordifolia, originaria dell’Africa meridionale, è molto diffusa in tutta l’area mediterranea, .soprattutto in Sudafrica.
Vegeta bene nelle zone a clima temperato. ,
Appartenente alla famiglia delle Aizoaceae,è  una pianta con portamento prostrato, tappezzante, succulenta, perenne.
Possiede un sistema di radici fibrosi e spesso carnose e i fusti, molto ramificati e confusi, carnosi, alti circa 7-10 cm, fuoriescono direttamente dal terreno e portano numerose piccole foglioline carnose, morbide al tatto, spesse e turgide a forma di cuore, con apice appuntito, di un bel verde lucido, che brillano al sole.

3 ok

Dall’inizio  della primavera e fino all’estate produce numerosissimi piccoli fiori solitari, all’ascella delle foglie, di colore rosso ciclamino, formati da petali allungati e sottili. Se la temperatura è mite la fioritura può durare quasi tutto l’anno.  

4 ok

5 ok

I numerosi semi fertili sono racchiusi in piccole capsule semilegnose e si possono seminare in primavera. Si raccolgono dopo che il fiore è appassito e la capsula è diventata dura. La moltiplicazione avviene, oltre che per seme nel periodo aprile- maggio, anche per divisione dei cespi e per talee di fusto, che radicano con facilità, tanto da poter essere interrate direttamente a dimora.
L’Aptenia cordifolia è largamente utilizzata per tappezzare le zone rocciose del giardino, per abbellire i muri e i davanzali delle finestre, ma si può coltivare anche in vaso come pianta ricadente. Forma bellissimi cuscini, fitti e ordinati. Vigorosa nella crescita, tende a riempire tutto lo spazio a sua disposizione abbastanza rapidamente.
L’Aptenia cordifolia  è una pianta facile da coltivare.
I suoi Habitat preferiti sono i terreni ben drenati, sabbiosi e non troppo aridi. Necessita di terreni ben drenati e sabbiosi. Ha un’elevata tolleranza al sale, per questo motivo può vivere in zone costiere a ridosso del mare. Preferisce le posizioni molto soleggiate, dove la fioritura è abbondante, vegeta bene anche a mezz’ombra e all’ombra, ma la produzione dei fiori è  meno abbondante..
Resistente alla siccità, può sopportare lunghi periodi senza essere annaffiata accontentandosi delle acque piovane anche se, talvolta, le abbondanti piogge invernali potrebbero provocare marciumi radicali. Si consiglia di annaffiare sporadicamente, da giugno a settembre, aggiungendo del concime liquido per piante da fiore. Evitare comunque ristagni idrici.
In genere, può sopportare temperature vicine ai -5°C e tollera temperature alte.
Per favorire l’emissione di nuovi germogli e prevenire l’invecchiamento della pianta è consigliabile effettuare una leggera potatura dei rami più spogli o che tendono a lignificare.
L’Aptenia cordifolia teme l’attacco della cocciniglia, degli afidi e degli acari Se coltivata in piena terra, potrebbe essere rovinata dalle lumache.
Una curiosità: Sia i fiori sia le foglie della pianta sono eduli e trovano impiego come condimento nelle insalate com,e in Brasile dove l’Aptenia cordifolia è coltivata come verdura. Sembra, infatti, che le sue foglie siano commestibili

Print Friendly
giu 10, 2020 - Senza categoria    No Comments

LE PIANTE DI NERIUM OLEANDER CHE ABBELLISCONO IL TERRITORIO DI LICATA

1 ok

E’ sufficiente attraversare la città di Licata e le campagne circostanti per osservare le numerose piante di Nerium oleander che abbelliscono il territorio.

1a ok

IMG_20200602_194253 OK

Si ammirano nei viali della città, nelle strade, nella villa “Regina Elena”, nei giardini privati e anche nei balconi, davanti alla chiesetta della Beata Vergine  Maria  delle  Sette Spade.

ok okok

Soprattutto in questo mese di maggio 2020 l’abbondante fioritura dell’Oleandro, dai fiori di diverso colore,  rende il paesaggio molto piacevole.

2 ok

 

CLICCA QUI

L’Oleandro, nome scientifico “Nerium Oleander”, alludendo alla somiglianza delle sue foglie con quelle dell’olivo, appartenente alla famiglia delle Aponynacee, è una pianta originaria dell’area mediterranea, in particolare dell’Europa e dell’Asia dove cresce allo stato spontaneo come arbusto o come albero sempreverde. E’ diffusamente coltivato a scopo ornamentale per la bellezza della sua fioritura, che è continua dall’inizio della primavera fino alla fine dell’autunno, e per l’aspetto decorativo del fogliame sempreverde.
Il termine  Oleandro deriva dal latino “Arodandrum”, originato, a sua volta, dal vocabolo greco “ροδοδένδρον“, “pianta rosea”  in riferimento alla somiglianza dei suoi fiori, nel colore e nella morfologia, a quelli delle specie del genere Rhododendron.
Il nome popolare di “Mazza di San Giuseppe” prende origine dal racconto dei libri Apocrifi secondo i quali gli aspiranti alla mano della Vergine Maria dovettero depositare una verga sull’altare. Il bastone di Oleandro, portato da San Giuseppe e deposto sull’altare, germogliò facendolo scegliere come padre putativo di Gesù Bambino.
Noto ai greci e ai romani per la sua velenosità, Ovidio ne “Le Metamorfosi” racconta che Lucio Apuleio, protagonista e narratore, trovandosi in Tessaglia per affari, è stato ospitato da Milone e da sua moglie, la maga Panfile.
Procuratosi un unguento magico, che sapeva di aver trasformato Panfile in uccello, Lucio, però, si trasformò in asino.
Dei ladri, che saccheggiarono la casa di Milone, caricarono anche l’asino Lucio, frutto del loro consistente bottino. Giunto alla caverna dei briganti, Lucio ascoltò la favola di Amore e Psiche narrata da una vecchia ad una fanciulla rapita. Sconfitti i briganti dal fidanzato della ragazza, Lucio cambiò molti padroni subendo ogni tipo di tormento.
Un giorno, addormentatosi sulla spiaggia di Cencree, sognò la dea Iside che gli indicò il rimedio per riprendere le sembianze umane: quello di cercare affannosamente dei fiori di  Rosa.
Ingannato dalla somiglianza dei fiori, stava per mordere una pianta, ma, da esperto botanico, egli riconobbe l’Oleandro i cui fiori erano velenosi per gli asini. Velocemente si allontanò.
L’Oleandro è un vegetale comune e inconfondibile della flora della macchia mediterranea dove, stagionalmente, trova l’umidità necessaria. Prospera particolarmente lungo i corsi d’acqua, negli alvei dei torrenti, nei laghi, s’insedia sui suoli sabbiosi alla foce dei fiumi e lungo le loro rive, sui greti sassosi formando spesso una fitta vegetazione.
S’inoltra all’interno montuoso fino a 1000 metri d’altitudine. Nel giardino di Mistretta un piccolo e giovane albero sta cercando di adattarsi ad un ambiente non proprio favorevole vicino alla nuova sorgente d’acqua.

3 ok

L’Oleandro è una specie termofila ed eliofila abbastanza rustica. E’ coltivato in tutta Italia a scopo ornamentale per abbellire i giardini, le strade e le autostrade.
L’Oleandro ha un portamento arbustivo o ad alberello raggiungendo l’altezza di qualche metro. Presenta fusti generalmente poco ramificati che partono dalla base, dapprima eretti, poi arcuati verso l’esterno.

4 ok

4a  ok

I rami giovani sono verdi e glabri. I fusti e i rami vecchi sono ricoperti da una corteccia di colore grigiastro. Le foglie, modificate per ridurre la traspirazione, con stomi affondati e ricoperti di peli, di colore grigio verde, lisce, coriacee, disposte a verticilli di due o di tre, brevemente picciolate, hanno la lamina lunga, lanceolata, acuta all’apice, il margine intero e la nervatura centrale robusta e prominente.

5 ok

6 ok

I fiori, ermafroditi, sono grandi, vistosi, a simmetria raggiata, disposti in cime terminali all’apice dei rami. Il calice è diviso in cinque lobi lanceolati. La corolla, gamopetala, tubulosa, suddivisa pure in cinque lobi, è di colore roseo più o meno carico, o rosso carminio, o bianco nelle forme spontanee, dal delicato profumo amaro.

7 ok

7a ok

8 ok

9 ok

L’androceo è formato da cinque stami, le antere portano una piccola coda lunga, barbata e contorta a spirale. L’ovario, supero, è formato da due carpelli pluriovulari.
La fioritura è abbondante e avviene da aprile a maggio. Si devono rispettare i polloni giovani, che crescono ogni anno al piede della pianta, perché da essi avranno origine i fiori dell’anno successivo. Il frutto, vistoso, di colore bruno-rossastro, è un follicolo fusiforme, stretto, allungato fino a 15 centimetri. A maturità, si apre longitudinalmente lasciando fuoriuscire i semi. Il seme è munito di un pennello di peli sericei disposti ad ombrello per favorire la disseminazione anemocora così da farsi trasportare dal vento anche per lunghe distanze.

10 frutti e semi ok

 La moltiplicazione avviene anche per talea. Un metodo molto semplice di moltiplicazione è quello di mettere un giovane ramo in una bottiglia piena d’acqua e di esporla al sole finché non spuntano le radici. Quindi, il ramo radicato s’interra in un vaso contenente del terriccio fertile.            L’Oleandro si adatta bene a un tipo di suolo generoso e ben drenato. Trae vantaggio dall’umidità del terreno rispondendo con uno spiccato rigoglio vegetativo, tuttavia possiede caratteri xerofitici che gli permettono di resistere anche a lunghi periodi di siccità.
Per assicurare copiose fioriture, è importante provvedere ad irrigazioni frequenti durante il periodo estivo. Inoltre, bisogna potare le piante giovani per ottenere l’infoltimento della chioma. Predilige luoghi caldi ed esposti al sole perchè è sensibile al freddo e, se coltivato in zone ove si prevedono gelate, va posto al riparo di muri e di altre piante. Resiste bene al vento. La pianta di Oleandro si può ammalare, deperire e anche morire se viene attaccata da parassiti di cui il più temibile è la Cocciniglia che attacca prevalentemente la pagina inferiore della foglia e che si riproduce durante tutto l’arco dell’anno.
L’Oleandro è una pianta conosciuta per la sua notevole tossicità. Tutte le parti sono tossiche per l’Uomo e per qualsiasi altro animale, compresi il fumo ottenuto dalla combustione e l’acqua in cui sono state immerse. Se ingerite, causano tachicardia con aumento della frequenza respiratoria, disturbi gastrici, disturbi nel sistema nervoso centrale, sonnolenza, allucinazioni.
Responsabile della tossicità è l’oleandrina, ma l’Oleandro contiene una serie di altri principi tossici che si conservano anche dopo l’essiccamento. Le specie animali più colpite sono gli equini, i bovini e i piccoli carnivori. La morte sopraggiunge per collasso cardio-respiratorio solo quando se ne ingeriscono abbondanti quantità. In persone sensibili il contatto con foglie e con fiori può determinare fenomeni di dermatite, pertanto, in via precauzionale, è bene detergere subito le mani. La storia racconta che diversi soldati delle truppe di Napoleone, durante le campagne militari in Italia, morirono per essere stati avvelenati dalle carni cotte alla brace su spiedi ottenuti dal legno dei rami dell’Oleandro.
Per una nota di buon umore è bene sapere che un fascio di Oleandri in fiore regala una notevole scorta di “ottimismo e di allegria” e predispone al desiderio di “essere in compagnia”.

 

 

Print Friendly
giu 1, 2020 - Senza categoria    No Comments

IL PHILADELPHUS VIRGINALIS, IL FIORE DEL PARADISO NELLA VILLA “G.GARIBALDI” DI MISTRETTA

1

Nella villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, in una parete, seminascosta dietro la fontanella dell’acqua, è appoggiato un poco appariscente arbusto, ma che richiama l’attenzione dei passanti per l’intenso profumo emanato dai suoi fiori.

2

Il suo nome scientifico è “Philadelphus virginalis”, ma la pianta è chiamata anche “fiore del paradiso” o “fiore dell’angelo” perché i suoi fiori emanano all’inizio dell’estate una fragranza assai intensa che ricorda quella dei fiori d’arancio.Appartenente alla famiglia delle Saxifragaceae, proviene dal Centro e dal Nord America e anche dall’Asia Minore. Il termine del genere “philadelphus” deriva dal greco “φιλάδελφος” vale a dire “amore fraterno”.
Il termine della specie “virginalis” per il candido colore della fioritura.

3

La pianta di Philadelphus virginalis ha il portamento arbustivo e vigoroso, il fusto eretto, che può raggiungere anche i due metri di altezza. In genere nella parte bassa il fusto è abbastanza spoglio, mentre nella parte alta si sviluppano molte ramificazioni. Le foglie, di colore verde scuro, caduche, di forma ovale, sono lunghe da 8 a10 centimetri. La pianta, in inverno, si spoglia della sua chioma.
Il fiore è grande, doppio, con i petali appuntiti, di colore bianco puro, profumato. La pianta fiorisce a partire dal mese di maggio ininterrottamente e fino alla fine dell’estate.

4

5

Dopo la fioritura, dal giardiniere aspetta la carezza della potatura per togliere i rami vecchi e i fiori appassiti per dare alla pianta un aspetto elegante e armonioso. Si moltiplica per interramento dei semi da ottobre a marzo.
La pianta, per la sua rusticità, molto diffusa in Italia, è di facile coltivazione e non richiede cure particolari per cui è utilizzata nei parchi e nei giardini come esemplare isolato oppure a gruppi o in siepi miste, ma può essere anche coltivata in vaso per abbellire patio, balconi e terrazzi.

6

Preferisce vegetare in un terreno neutro, ben drenato, dove le irrigazioni avverranno ogni 2-3 settimane, quando il terreno è inaridito da alcuni giorni. Se la stagione dovesse essere molto calda e asciutta, allora sarebbe necessario intensificare le annaffiature evitando di lasciare il terreno inzuppato d’acqua. Per ottenere uno sviluppo rigoglioso della pianta é bene concimare periodicamente il suolo in modo da garantire un corretto apporto di tutti i principi nutritivi durante il periodo vegetativo e di fioritura.
. Gradisce un luogo riparato dal vento forte ed una esposizione alla luce diretta del sole o a mezz’ombra, da sola o in gruppi di altre piante.
Resistente al gelo, riesce a sopportare temperature minime molto rigide, anche di molti gradi inferiori a O°C. E’ resistente anche alle malattie, però, all’inizio della primavera, con l’innalzarsi delle temperature diurne, è bene praticare trattamenti preventivi usando insetticidi e fungicidi adatti.  Per proteggere la pianta dalle malattie favorite dall’elevata umidità ambientale, gli interventi si devono praticare quando nel giardino non sono presenti fioriture, oppure prima che le gemme ingrossino notevolmente.

 

 

Print Friendly
mag 22, 2020 - Senza categoria    No Comments

20 ANNI! CARMELO DE CARO NON SI DIMENTICA.

22/05/ 2000- 22/05/2020
Sono trascorsi 20 Anni!
Il tuo ricordo è sempre vivo, carissimo Carmelo.
Sono le tue poesie che hai scritto pochi mesi prima di arrenderti alla sofferenza.
Sono tratte dal libro “Sintiti, Sintiti” di Carmelo De Caro

ok ok

TI HO CERCATO

Ti ho cercato negli occhi dell’uomo

ti ho cercato nel gesto sconsolato

della vecchiaia senza domani.

Ti ho cercato negli occhi

dell’infanzia violata

nelle mani artigliate di una madre.

Ti ho cercato tra le lenzuola sudate

di un letto d’ospedale.

Ti ho cercato.

Ti spio nel dedalo avviluppato

dei miei pensieri,

nel fragile castello di carta

della scienza dell’uomo,

nel nicchio della sofferenza

senza fine.

Vorrei dire parole di certezza

e le mie labbra si aprono

a dire un solo bisillabo: forse.

Ed è tutto l’universo,

e solo questo.

                 Aprile 99

 

ALLA SOFFERENZA

Sofferenza parlami,

dimmi della tenerezza

nel pianto di un bimbo,

del dolore del profugo

a guardar le stelle aliene,

della struggente nostalgia

del marinaio sul deserto

e freddo oceano.

Sofferenza, sono pronto,

mandami il dolore,

l’abbraccerò, compagno

di viaggio inseparabile.

Dimmi, sofferenza,

dimmi almeno questo:

È forse questa la via?

                  Aprile 99

Print Friendly
mag 8, 2020 - Senza categoria    No Comments

L’HOYA CARNOSA NELLA MIA CAMPAGNA DI LICATA

???????????????????????????????

Le piante più belle nel mio giardino a Licata!
Sono le Hoye.
Ce ne sono tante, poste nei vasi, nelle giare, anche nelle aiuole.

2 ok

3 ok

 

CLICCA QUI

Il Nome del genere “Hoya” è dedicato a Thomas Hoy, (c.1750-1822), appassionato ed esperto giardiniere inglese che curò il parco Sion House, di proprietà del duca di Northumberland, nei dintorni di Londra, in Inghilterra. Fu il botanico prof.Robert Brown ad attribuire questo nome alla pianta in suo onore.
Il genere Hoya comprende circa 200 specie conosciute con il nome di “fiore di cera” per la spettacolarità e per la delicatezza dei fiori che sembrano, appunto, di cera, e con il nome di “fiore di porcellana” per la forma dei fiori che ricorda un lavoro di porcellana fatto artigianalmente.

4 ok

 Tutte le specie di Hoya sono originarie delle zone più calde del sud-est dell’Asia, dell’Australia, dell’Oceania e di diverse isole del Pacifico.
Sono diverse specie: perenni sempreverdi, rampicanti o cespugliose, arbustive o striscianti e alcune epifite.
La caratteristica che accomuna tutte le specie è il fiore stellato che comprende una vasta gamma di colori che va dal bianco al rosa pallido, con al centro un nucleo di colore rosso, oltre ad essere caratterizzato da una leggera peluria che lo rende ancor più delicato al tatto.
Le piante che vivono nella mia campagna sono le “Hoye carnose”, il genere più diffuso alle nostre latitudini, coltivato da più di 200 anni e facilmente riscontrabile nei vivai.
L’Hoya carnosa, appartenente alla famiglia delle Apocynaceae, originaria dell’India e del Giappone, è una pianta a crescita molto rapida.
E’ la specie che più di ogni altra si può coltivare nei nostri climi, sia nei vasi, sia dentro gli appartamenti, sia nel terreno perché l’inverno è mite. E’ una pianta molto generosa, che fiorisce ininterrottamente dalla fine della primavera e per tutta l’estate.
Presenta il portamento rampicante, con fusticini erbacei, lunghi, sottili e volubili che si aggrappano, nel crescere, a un tutore, a dei fili o a dei sostegni intorno ai quali si attorcigliano.

5 ok

Le grandi foglie sono di colore verde scuro, di forma ovale-oblunga, lucide, rigide, acuminate e di consistenza carnosa. Sono ricoperte da un rivestimento ceroso che, nelle zone d’origine, le protegge dai raggi del sole e dal deterioramento dovuto alle frequenti piogge torrenziali.

6 ok

I fiori, stellati e cerosi, di colore bianco con la parte centrale rosata, molto belli, riuniti in infiorescenze a ombrella, pendule, attaccate all’ascella delle foglie, fioriscono da aprile/maggio fino a settembre/ottobre.
Ogni infiorescenza è formata da grappoli di 15-20 fiorellini e i suoi petali sono ricoperti da una leggera peluria simile al velluto di seta.
I fiori, all’imbrunire, emanano un profumo intenso e dolce. Talvolta dallo stesso fusto la pianta emette una fioritura multipla, quindi, nel processo di potatura, è bene eliminare solo i fiori appassiti e le parti danneggiate. Per questo motivo è importante evitare di asportare i fiori.

7 ok

???????????????????????????????

La moltiplicazione avviene per seme, utilizzandoli in autunno. Il frutto, a maturazione, tende a “esplodere” scagliando i semi lontano.
E’ anche possibile praticare talee di fusto e di foglia. Le talee più praticate sono le talee apicali che si ottengono tagliando dai fusti maturi alcuni rami di 10-15 centimetri di lunghezza nei mesi compresi tra maggio e agosto che andranno piantate in un vaso con torba e sabbia.
La comparsa di nuovi germogli indicherà che le talee avranno radicato e potranno quindi essere trapiantate nel vaso definitivo.
La radicazione avviene in genere dopo due o tre settimane.
Io, personalmente, pratico la moltiplicazione per propaggine.
Sotterro una porzione di ramo e aspetto che emetta le radici. Quindi taglio il ramo radicato separandolo definitivamente dalla pianta madre.
Rinvaso la giovane piantina in un vaso di coccio e aspetto l’occasione per regalarla a qualche persona a me cara. La piantina fiorirà intorno ai due anni di età.
Le Hoye sono piante abbastanza rustiche, facili da col­tivare.
Prediligono essere poste su terreni sabbiosi e ben drenati in un luogo molto luminoso dove la temperatura garantisce i 27°C in estate e non scende sotto i 10°C d’inverno.
I fiori fioriscono più numerosi sulla parte della pianta rivolta alla luce del sole. Particolare attenzione bisogna prestare alle annaffiature che vanno effettuate con regolarità. Durante il riposo vegetativo la pianta riesce a sopportare anche lunghi periodi di siccità.
Infatti, le radici tendono sia a seccare sia a marcire se la quantità di acqua non è quella esatta. Le irrigazioni eccessive frequentemente causano asfissia radicale e deperimento generalizzato.
Nel periodo primaverile-estivo bisogna aggiungere un fertilizzante completo all’acqua delle annaffiature. Nel periodo autunnale-invernale invece bisogna sospendere le concimazioni. Con il tempo queste piante possono assumere un aspetto poco gradevole a causa della spogliazione della parte bassa: è bene quindi intervenire in ottobre accorciando tutti i tralci tagliandoli al di sopra di una coppia di foglie.
Bisogna eliminare anche i rami morti o troppo vecchi. Nella cura quotidiana è fortemente sconsigliata la rimozione dei fiori appassiti e dei loro peduncoli. Spesso, infatti, le fioriture si ripetono nello stesso punto, anno dopo anno.
Ripeto: è importante tener presente che i peduncoli che reggono i singoli fiorellini delle om­brelle fiorali non devono essere tagliati quando le corolle appassiscono; infatti è pro­prio da questi peduncoli che, l’anno succes­sivo, nasceranno i nuovi fiori.
Sebbene siano piante molto resistenti, le Hoye necessitano di particolari cure e attenzioni. Infatti, alcune manifestazioni fogliari possono essere causate dalle condizioni di coltivazione.
Se le foglie diventano scure o sembrano bruciate, vuol dire che non sopportano i raggi diretti del sole. E’ opportuno spostare la pianta in un altro luogo. L’ingiallimento delle foglie può essere la causa di annaffiature troppo abbondanti. Bisogna diminuire le innaffiature, far asciugare il terriccio e fare drenare meglio il terreno.
Se le foglie cadono e si seccano vuol dire che soffrono la carenza di acqua.
Le radici possono marcire facilmente se c’è ristagno d’acqua.
I parassiti che si riscontrano più frequentemente sono: gli Afidi, il ragnetto rosso, che decolora le foglie e poi le ricopre di sottili ragnatele, e la cocciniglia cotonosa, un insetto molto piccolo che si attacca principalmente ai fusti e alle nervature fogliari depositando piccole formazioni bianche simili a ciuffi di cotone.
Regaliamo le Hoye.  Sono sicuramente gradite!

 

.

 

 

Print Friendly
apr 24, 2020 - Senza categoria    No Comments

IL FICUS BENJAMIN NELL’AIUOLA DAVANTI AL PORTONE DEL MIO CONDOMINIO A LICATA

1 ok

Il mio alberello di Ficus Benjamin, posto nell’aiuola davanti al portone d’ingresso del mio condominio, a Licata, ha una bella storia da raccontare.

???????????????????????????????

E’ stato il gradito dono che i nostri carissimi amici, l dott. Giustino Meli e la signora Pina Graci, sua moglie, ci hanno portato quando sono venuti a congratularsi per l’acquisto della  nostra nuova casa in via Honduras prendendo esempio dall’Asia dove il Ficus Benjamin è simbolo di accoglienza e di  benvenuto. In Thailandia è considerata la pianta nazionale. La religione buddhista lo ritiene un albero sacro.
Carmelo ed io ci siamo trasferiti in via Honduras nel mese di settembre del 1997 perché era diventato difficoltoso abitare in un palazzo del centro di Licata e in un appartamento al 10° piano, soprattutto quando l’ascensore spesso si guastava, in considerazione delle non buone condizioni di salute del prof. Carmelo De Caro. Siamo stati costretti a cambiare abitazione!
La scelta di risiedere nel quartiere Montecatini, distante dal centro circa 900 metri, e in questo condominio è stata motivata da diverse ragioni: dal presupposto  di coabitare con le brave famiglie già residenti, formate da persone con le quali abbiamo instaurato rapporti di rispetto, di amicizia e di solidarietà, dagli spazi esterni molto ampi, per cui è sempre facile trovare il posteggio per la macchina, dai viali alberati, dalla tranquillità e dal silenzio della zona che permettono l’ascolto dei piacevoli cinguettii degli uccelli.
Abbiamo pensato che il posto migliore dove l’alberello poteva vegetare bene non era collocato in un locale all’interno del nostro appartamento che, grazie al suo portamento elegante, al colore e alla lucentezza delle sue foglie, avrebbe reso l’ambiente elegante e decorativo, o nel balcone di casa nostra, ma nell’aiuola più ampia del condominio affidato non solo alle nostre cure, ma anche a quelle degli altri condomini.

3 ok

Bernardo di Chiaravalle, il monaco cristiano, abate e teologo francese dell’ordine cistercense, nella sua famosa citazione: ”Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà” rievoca un’ancestrale necessità dalla quale l’uomo contemporaneo si è quasi del tutto allontanato: l’amore per la Natura.
Noi amiamo le Piante! Noi amiamo la Natura!

Il nome del genere “Ficus” deriva dalla similitudine delle foglie di alcune specie di Ficus con il comune fico da frutto.
Il nome della specie  “benjamin” deriva dal termine “benyan” con cui questa pianta è conosciuta in India.
Il Ficus benjamin, appartenente alla famiglia delle Moraceae, è una specie vegetale perenne, sempreverde, robusta, piuttosto longeva, ornamentale, decorativa, originaria delle zone tropicali dell’Asia, ma è molto diffusa anche in India, in Cina meridionale, nella Malaysia, nelle Filippine, nel nord dell’Australia e in alcune isole del Pacifico meridionale.
Nelle zone d’origine può arrivare a un’altezza di 25-30 metri. Il mio alberello, che ha circa 30 anni di età, ha raggiunto l’altezza di appena due metri.

4 ok

Le radici sono poco profonde. Spesso, per coprirle, aggiungo del buon terriccio prelevato dalla mia campagna. Il tronco, legnoso, cilindrico,leggermente incurvato, è rivestito dalla corteccia di colore grigio chiaro, che tende al marrone più intenso man mano che la pianta raggiunge la sua maturità.

4a ok

4b

I molti rami, sottili, flessibili, leggermente arcuati, da qui il nome comune di “Ficus piangente, sono ricoperti dalle foglie pendenti, di forma ovale, appuntite, lucide, di colore verde brillante che diventa di colore più scuro con l’avanzare dell’età, donano alla pianta una folta chioma.

5 ok

Fiorisce durante la stagione calda. I frutti sono dei siconi neri, dalla forma globosa e, al loro interno, ospitano i semi.
Il sicono è un’infiorescenza tipica del genere Ficus  costituita da un complesso di numerosi piccoli fiori maschili e femminili, privi di petali, che tappezzano la parte interna del ricettacolo, detto anche talamo, ingrossato, carnoso e cavo, dotato di un’apertura situata nella parte apicale che consente l’impollinazione da parte degli insetti pronubi o impollinatori, soprattutto dalle api. Nella mia campagna di Licata ci sono due alberi di Fichi bianchi. I primi siconi maturi sono per gli uccelli, che bucano i frutti  attratti dalla loro dolcezza.
La riproduzione del Ficus benjamin avviene anche per talea apicale o fogliare, e per margotta. Le talee sono prelevate dalla pianta madre nei mesi da aprile ad agosto. Devono avere una lunghezza di circa dieci centimetri e tagliate con un coltello affilato e pulito. Quando le piantine emettono le radichette si potranno trapiantare.
La moltiplicazione per margotta si compie nei mesi di maggio e di giugno sui rami posti più in alto. Consiste nel praticare un taglio nella corteccia del ramo scelto per la moltiplicazione, quindi si avvolge la torba intorno alla parte dove è stato praticato il taglio e si riveste il tutto con della pellicola bucherellata per permettere all’aria di passare e di apportare l’acqua. fuoriesce Al taglio di alcune parti della pianta fuoriesce il lattice, una sostanza opalescente.
Il Ficus benjamin è una specie molto diffusa e presente soprattutto nei viali cittadini. A Licata abbellisce tutti i corsi principali.
Vi sono stupendi esemplari di Ficus nei giardini botanici siciliani e di Ischia con moltissime varietà di cui il Ficus dispone, anche bonsai.

Le più diffuse sono:
il Ficus Benjamin Exotica, che presenta foglie lucide con nervature scure.
Il Ficus Benjamin Golden King, che presenta foglie grandi con margini di color giallo-avorio con macchie verdi.
Il Ficus Benjamin Nuda, che ha foglie di forma stretta e margine ondulato.
Il Ficus Benjamin Mini Gold, che ha foglie di dimensioni molto piccole di colore verde chiaro contornate dai margini bianco-avorio.
Il Ficus Golden Monique che ha foglie di colore verde intenso e margini ondulati.
Il Ficus Danielle che ha foglie dal colore verde intenso e margine ondulato.
Il Ficus Midnight Beauty che ha foglie dal colore molto scuro.
Il Ficus Danita che ha  foglie lucide e di colore verde scuro.
Il Ficus Indingo che ha foglie spesse di color verde scuro.
Il Ficus Starlight che ha foglie di colore bianco-crema.
Il Ficus Natasja che ha  foglie di colore verde chiaro.
Il Ficus Barok che ha foglie arricciate.
Il Ficus Too Little è pianta nana usata per i bonsai
Il Ficus Benjamin si può coltivare anche all’interno degli appartamenti, dentro i vasi, ma con i dovuti accorgimenti.
In genere la sua coltivazione non richiede eccessive attenzioni.
Coltivato in piena terra, si adatta a qualsiasi tipo di terreno purchè soffice, ben drenato utilizzando ciottoli, argilla espansa, sabbia grossolana in modo da fare defluire velocemente l’acqua per evitare i marciumi radicali.
Per avere una bella crescita vegetativa necessita di somministrazioni periodiche di un buon fertilizzante liquido ricco di azoto, elemento necessario allo sviluppo delle foglie, ma anche tutti gli altri elementi necessari a un ottimo sviluppo di tutta la pianta quali: fosforo, potassio, ferro, manganese, rame, zinco, boro, molibdeno.
Gradisce la luce del sole indiretta e abbondante. Sopporta la temperatura calda delle estati, preferibilmente  tra i 14° e 16°C, ma, in inverno, non deve scendere al di sotto dei 10 °C poiché non sopporta il freddo.  Non bisogna essere generosi con le annaffiature! Devono essere moderate senza, comunque, fare asciugare del tutto il terreno.
Devono essere più frequenti in estate e meno frequenti durante il periodo invernale. La pianta ama avere le radici umide, ma soffre i ristagni idrici. Infatti, la troppa acqua potrebbe favorire il proliferare di funghi dannosi per le radici con effetti negativi sulla buona salute della pianta stessa. Nel suo ambiente naturale l’apporto idrico non è dato solo dalle piogge, ma anche dall’alta umidità atmosferica.
Questa pianta si è adattata e può assorbire l’acqua anche dalle foglie o dalle radici aeree.
Teme il vento e le correnti d’aria, che fanno cadere le foglie. Per avere una pianta con una chioma armoniosa e più ordinata nel periodo primaverile è bene eseguire la potatura per togliere i rami secchi, danneggiati o malati, per ridurre le parti cresciute troppo, per dare aria e luce uniformemente a tutte le foglie. Per quanto riguarda i rami di grandi dimensioni sarebbe opportuno procedere alla loro potatura durante il periodo invernale perché, durante questo periodo il latice prodotto dalla pianta è in quantità minore.
Il lattice è una sostanza  biancastra, densa e appiccicosa che può provocare irritazioni cutanee, lievi o intense, e bruciori agli occhi. Nei soggetti più sensibili può essere la causa di shock anafilattico. Bisogna, quindi, fare attenzione e usare tutte le precauzioni necessarie prima di iniziare le operazioni di potatura.

???

Il Ficus benjamin può essere attaccato da varie malattie provocate da parassiti vari
I parassiti più frequenti sono: i tripidi, le cocciniglie e gli acari.
I tripidi sono dei piccoli insetti che pungono la pianta e succhiano la linfa  provocando la deformazione delle foglie, lo scolorimento e anche il rallentamento della crescita.
Si combattono con l’uso di insetticidi sistemici.
La cocciniglia bruna e la cocciniglia farinosa attaccano le foglie e, attraverso la produzione di melata, vi depositano una sostanza bianca appiccicosa, zuccherina che attira altri parassiti provocando l’indebolimento strutturale della pianta.
Le cocciniglie si eliminano nebulizzando con un insetticida specifico.
Gli acari sono insetti che creano delle ragnatele bianche nella parte inferiore delle foglie provocando l’ingiallimento e la loro caduta.
La moltiplicazione degli acari è favorita da un ambiente secco.
Il ragnetto rosso provoca macchioline gialle o marrone sulle foglie che cominciano a scolorire e poi a cadere.
La riproduzione di questo parassita è favorita da un ambiente povero di umidità. E sufficiente bagnare le foglie con acqua perché l’aumento dell’umidità fa si che l’ospite indesiderato, che predilige luoghi caldi e secchi, si allontana da solo. In casi di grave infestazione bisogna somministrare gli antiparassitari specifici.
Il  Ficus potrebbe perde le foglie per altri motivi: per l’esposizione alla luce diretta del sole, per uno sbalzo improvviso della temperatura, per un colpo di freddo o di caldo eccessivo, per l’essiccamento delle radici. Anche le abbondanti annaffiature possono causare la caduta delle foglie, il marciume e l’asfissia radicale.
Tutti i Ficus sono considerati antismog, cioè validi purificatori dell’aria per cui sono indicati per umidificare gli ambienti chiusi. In particolari, la pianta del Ficus Benjamin è una buona consumatrice di formaldeide, nota anche con il nome di formalina o formolo, una delle principali sostanze responsabili dell’inquinamento atmosferico. La sua formula chimica è CH2O.
Questa sostanza è prodotta dal fumo delle sigarette, dal gas dei fornelli, dai sacchetti di plastica, dagli smalti, dalle vernici, dalle stoffe e dai tendaggi.

Print Friendly
apr 14, 2020 - Senza categoria    No Comments

GLI ALBERI DI SCHINUS MOLLE NEL VIALE PRINCIPALE DI VIA HONDURAS A LICATA

1 ok

Il viale principale della via Honduras, nel quartiere Montecatini a Licata, è abbellito dalla presenza di 6 alberi di “Schinus molle” piantati, a scopo ornamentale, dai costruttori negli anni ’90 del secolo scorso quando è iniziato a sorgere il nuovo quartiere residenziale.

2 ok

I due alberi, posti davanti alla mia abitazione, sono amorevolmente curati da me e dai miei vicini condomini.
Periodicamente li facciamo potare per abbassare la chiama e per dare una forma più elegante.
Le energiche potature biennali non danneggiano la sua vegetazione che riprende vigorosamente.

3 ok

Ne apprezziamo la forma, i fiori, i frutti, l’essenza odorosa emanata da ogni parte della pianta, il cinguettio degli uccelli, lo svolazzare dei colombi che vi si rifugiano e vi costruiscono i loro nidi.

 

CLICCA QUI

Al genere Schinus appartengono circa una trentina di specie di alberi e arbusti sempreverdi.
La specie più diffusa è “Schinus molle”.

4 ok


Il nome del genere “Schinus” deriva dal greco “σχίνος”  lentisco” per la somiglianza dei loro frutti.
Gli Inca ritenevano lo Schinus molle un albero sacro.
Lo chiamavano “mulli”, da cui la denominazione botanica della specie “”molle”.
Lo Schinus molle è conosciuto comunemente come “Pepe rosa, falso Pepe”. “Pepe rosa” perché il suo frutto ha il caratteristico colore rosa, falso Pepe” perché tutta la pianta emana un intenso aroma pepato.
Lo Schinus molle, appartenente alla famiglia delle Anacardiacee, è un albero originario dell’America del Sud, anche se le zone in cui è più diffuso allo stato spontaneo sono la parte meridionale del Brasile, l’Uruguay, il Nord dell’Argentina. il Cile, Perù, la Bolivia, il Paraguay dov’è conosciuto con il nome di “falsa Pimienta”, “Lentisco del Perù o Aguaraib”. E’ diffuso anche in Africa.
Nei luoghi di origine è considerato di grande interesse sia per le sue qualità ornamentali, sia per i frutti che produce. In Europa è stato introdotto alla fine dell’”800.
Lo Schinus molle è un albero sempreverde, molto decorativo e necessita di pochissime attenzioni.

5 ok

Di taglia media, ha il portamento leggermente pendulo che ricorda quello del salice piangente. Le radici sono poco profonde e da esse inizia il fusto eretto, singolo o doppio, che si può innalzare dai 7 ai 15 metri.

6 TRONCO DOPPIO OK ok

E’ rivestito dalla corteccia, i cui colori vanno dal marrone al grigio. Con l’età diventa molto ruvida, si sfalda in placche piuttosto grandi e mostra zone rosso-bronzacee. Se fessurata, emette un lattice colloso.

7 CORTECCIA ok

E’ molto ramificato e i rami, flessuosi, lunghi, donano all’albero un elegante aspetto piangente e, armonicamente, quasi raggiungono il suolo.
Le foglie, di colore verde scuro, pendule, pennato-composte, lunghe 20-25 cm, con molteplici foglioline, in numero da 10 a 39, lanceolate, con apice appuntito o arrotondato, formano la chioma ampia e disordinata.
E’ ritenuto un albero “pulito” in quanto non perde le foglie che sporcherebbero il suolo.

7a ok

8 ok

I fiori, raccolti in infiorescenze a pannocchie molto ramificate, che compaiono sia agli apici sia all’ascella fogliare, fioriscono nei mesi di giugno e di luglio.  Sono piccoli, di colore bianco verdastro o giallo chiaro. Sia le foglie, sia le infiorescenze, se sfregate, rilasciano un forte odore pepato.

???????????????????????????????

I frutti sono delle drupe tondeggianti di colore rosso e permangono sull’albero per molto tempo. Contengono i semi di forma ovale.

10 FEUTTI1 ok

11 ok

La moltiplicazione avviene molto facilmente per seme in primavera. Gli uccelli provvedono a disperdere i semi anche in aree lontane da quelle della pianta madre. La riproduzione avviene anche per talea semilegnosa in estate. In alcune zone degli Stati Uniti e anche nel bacino del Mediterraneo la specie è segnalata come pianta invasiva.
Lo Schinus molle è spesso utilizzato come albero da arredo urbano, nelle zone dove il clima è temperato-caldo, posto lungo i viali e nei parchi.
Per quanto riguarda la coltivazione, essendo considerata una specie rustica, la pianta è poco esigente. Cresce bene in suoli poveri, leggeri, ma molto ben drenati. Le radici, infatti, temono particolarmente il ristagno idrico. Sopporta lunghi periodi di siccità.
Gli inverni molto piovosi possono causare danni anche gravi con l’ improvvisa defogliazione, l’appassimento di interi rami, fino alla morte dell’albero.
Ama le posizioni molto luminose e soleggiate, ma vegeta bene anche a mezz’ombra. In primavera è bene interrare ai piedi della pianta del concime organico.
La specie non è soggetta a malattie, tranne il marciume radicale se è coltivata in terreni in cui vi sono ristagni di acqua.
Le drupe prodotte dallo Schinus molle sono conosciute fin dai tempi antichi per le loro proprietà curative e per l’utilizzo in cucina perchè hanno un aroma simile a quello del pepe nero. L’aroma, dolce e speziato, è ideale per insaporire il pesce, le carni bianche, le salse, i risotti, le insalate, i formaggi, le uova, le torte salate. Possono essere consumate solo piccole  quantità poiché contengono sostanze leggermente tossiche.
Anche se oggi il Pepe rosa è considerata una spezia sicura, nel 1982 l’americana FDA (Food and Drug Administtration) decise di vietare le importazione dall’Europa perché le drupe aromatiche ingerite erano considerate nocive alla salute. La FDA, accogliendo le pressioni dei governi esportatori, all’epoca, soprattutto della Francia, eliminò questo divieto. Oggi, i principali produttori di pepe rosa sono: il Brasile, il Perù e il Madagascar.
Da tutte le parti della pianta si estraggono elementi utili alla salute dell’uomo, come è stato confermato dalla medicina naturale popolare.
La scienza moderna, in effetti, ha rilevato che possiedono proprietà antiinfiammatorie, antitumorali, antibatteriche e antidepressive.
Ancora oggi, per le sue proprietà medicinali, gli estratti della pianta sono utilizzati in Brasile, in Messico, in Perù, in Argentina.
Le foglie e i fiori, fatti macerare o polverizzati, sono impiegati per alleviare i reumatismi, i dolori muscolari, il mal di denti e le ulcere orali. Il loro decotto è utile in caso di infezioni respiratorie e urinarie, nonché come cicatrizzante per le ferite.
Il frutto favorisce la digestione grazie al suo potere stomachino, tonico e stimolante. E’ utilizzato anche come antibatterico locale per curare ferite e infezioni. E’ un ottimo antidolorifico soprattutto per combattere i dolori mestruali. Le sostanze volatili, ottenute dallo strofinio delle drupe,  fungono da repellenti per pulci,  per zecche, per zanzare.
La corteccia ha proprietà astringenti, antidiarroiche e antidepressive. Dalla corteccia si estrae la gomma resinosa, dall’odore sgradevole, utilizzata come purgante e contro le infezioni alle gengive, ma anche per la produzione di gomme da masticare e mastici.
Gli indigeni usavano incidere il tronco per farla fuoriuscire.
I primi popoli occidentali a scoprire questi utilizzi furono i monaci gesuiti. Cominciarono anche loro a dedicarsi a questa estrazione e inviarono il prodotto nel Vecchio Continente, dove prese il nome di “Balsamo dei Missionari”, a cui si attribuirono innumerevoli proprietà medicinali.
La resina estratta è di bel colore arancio-marrone e veniva impiegata anche per la colorazione delle fibre tessili, in particolare per creare alcuni tipi di tappeti.
Tutte le parti della pianta (foglie, frutti, semi, corteccia, resina) contengono un olio essenziale molto profumato, simile a quello del pepe nero, ottenuto per distillazione, utilizzato nella medicina popolare e in erboristeria dalle antiche popolazioni sudamericane fin dai tempi più remoti.
Garcilaso Inca de la Vega, il noto scrittore peruviano, figlio del conquistador spagnolo Sebastián Garcilaso de la Vega y Vargas, della pianta di Schinus molle scrisse: “Lo Schinus molle è una panacea per gli indiani del Nuovo Mondo che utilizzano le bacche per fare una bevanda molto buona contro i problemi urinari; un miele molto buono; un aceto; una soluzione lavante contro la scabbia, una soluzione cicatrizzante..Il legno è utile per curare il mal di denti e dà un’ottima carbonella….”
Le drupe devono essere raccolte a maturazione completa, quando hanno raggiunto il colore rosa, alla fine dell’autunno, poi si fanno essiccare al sole e si conservano sottovuoto o dentro un barattolo a chiusura ermetica, in un posto fresco e asciutto, oppure in salamoia, una concentrazione di acqua e di sale.
Dell’albero di  Schinus molle non si getta via nulla: il legno è usato per il suo pregio estetico, per la sua durezza e per l’estrazione della resina.

 

Print Friendly
apr 6, 2020 - Senza categoria    No Comments

LE PIANTE DI DIPLOTAXIS ERUCOIDES NELLA CAMPAGNA DI LICATA

1 ok

Questo grande campo, a Licata, è stato colorato da tantissime piante ondeggianti allegramente spinte dal venticello estivo dell’estate scorsa.
Sono le “Diplotaxis erucoides”, una specie botanica conosciuta a Licata col nome di “Finacciolo”.
Il suo nome comune è “Rucola selvatica”.

2 ok

 

CLICCA QUI

Per la sua grande presenza nei terreni, per il suo carattere infestante, la pianta è conosciuta con tanti altri sinonimi:  Ambulazza (Sardegna, Cagliari), Apullo (Puglia, Lecce), Cauliceddi di Messina (Sicilia), Ciuriddi (Sicilia, Avola), Diplotaxis erucoide (Italia), Euzomi (Toscana), Finacciolu (Sicilia, Avola), Fojje de Criste (Abruzzi), Lassene de senapesche (Abruzzi, Castiglione), Ruchetta violacea (Italia), Rucola salvatica (Toscana, Val di Chiana), Salapune (Abruzzi), Senapa pazza (Abruzzi), Sinacciolu (Sicilia, Avola).
Il nome del genere “Diplotaxis” trae origine da una parola greca composta da “διπλόω” “raddoppiare” e “τακτός” “ordinato” per la disposizione dei semi in doppia fila nel frutto della siliqua.
Il nome della specie “ erucoides” deriva dal greco “εἷδος” “ aspetto” perché simile alla rucola.
E’ una specie assai variabile nella forma, nella divisione delle foglie, nella pelosità e nel colore dei petali tanto che alcuni autori hanno riconosciuto come varietà, o addirittura come specie a se stanti,
la “Diplotaxis erucoides var. apula”, la “Diplotaxis versicolor” che ha foglie col segmento apicale poco più grande dei laterali, la “Diplotaxis erucoides var. hispidula” che ha foglie lirate ed è densamente ricoperta di peli ispidi.
La Diplotaxis erucoides, appartenente alla famiglia delle Brassicaceae, è una pianta erbacea annua diffusa nel bacino del Mediterraneo. In Italia è presente in quasi tutte le regioni.
E’ rara in Liguria e in Toscana, assente in Valle d’Aosta o occasionale in Trentino-Alto Adige. La pianta si aggrappa al terreno mediante una radice a fittone dalla quale partono radichette secondarie. Si erge su un fusto foglioso, di colore verde scuro, eretto, alto 20-60 cm, ramoso e dotato di corti peli.

3 ok

Le foglie, dal sapore intenso e lievemente carnose, quelle basali, prima appiattite al suolo e poi erette, sono da pennatosette a lirato-pennatopartite, lunghe sino a 15 cm; quelle superiori sessili, perché prive di picciolo, sono oblunghe, con margine leggermente dentato.

???????????????????????????????

5 ok

Gli steli fiorali portano infiorescenze a grappolo di fiori posti all’apice dello scapo fiorale. Ogni fiore, ermafrodita, è composto dalla corolla formata da 4 petali bianchi venati di rosa che vira al colore violetto alla fine dell’antesi, dal calice formato da 4 sepali eretto-patenti, dall’ovario supero con stimma verde; e da 6 stami, di cui 4 centrali più lunghi e 2 laterali fertili più corti, che producono un polline giallo. Fiorisce durante tutto l’anno ma, più abbondantemente dal mese di aprile al mese di luglio.

???????????????????????????????

7 ok

??????????

9 ok

Il frutto, sorretto da un pedicello corto, è una siliqua compressa, con valve ellittiche, lineare, ascendente, eretta, terminante con un piccolo rostro, contenente 40-80 minuscoli semi di 1-1,2 x 0,6-0,9 mm, ovoidi o ellissoidi, disposti in due file per loculo.  La riproduzione avviene per seme.  Si autosemina con tale facilità da divenire infestante.
I suoi Habitat preferiti sonoi terreni incolti, gli orti, i vigneti, i muri, a un’altitudine da 0 a 800 metri s.l.m. e un’esposizione in pieno sole.

????????????????????????????????????????????????????????????

Buona pianta commestibile, di essa si usano le foglie e i fiori, che hanno il sapore della senape, lessati in abbondante acqua salata e “ripassati” in padella conditi con olio, aglio e pomodoro.

 

Print Friendly
apr 2, 2020 - Senza categoria    No Comments

LA BELLISSIMA EUPHORBIA CANDELABRUM NELLA MIA CAMPAGNA DI LICATA

1 OK
Per il mio compleanno di alcuni anni fa ho ricevuto in regalo una ciotola di ceramica contenente una piccola pianta.
Ripianta nell’aiuola della mia campagna, in contrada Montesole, a Licata, la piantina si è adattata, è cresciuta fino a diventare così.

2 OK

Di anni ne sono passati!

Il suo nome scientifico è EUPHORBIA CANDELABRUM
Il nome del genere “Euphorbia”, derivante dal greco “Euphórbos”, è stato attribuito da Dioscoride in onore di Euphorbo, il medico di Juba II, il re della Numidia e della Mauritania.
Si racconta che l’imperatore Augusto nel 23 a.C. colpito da una grave affezione epatica, era prossimo alla morte. Il suo medico, il dott. Antonio Musa, avendo constatato l’inefficacia delle fomentazioni calde, gli salvò la vita con una cura idroterapica a base di bagni freddi.
Riconoscente, l’imperatore Augusto, oltre a concedergli la cittadinanza romana, lo onorò facendogli erigere una statua di bronzo che fu posta accanto all’altare privato di Esculapio.
Euforbo, fratello di Antonio Musa, anch’egli medico, era al servizio di Juba II, il re della Numidia e della Mauritania. In contrasto con Augusto, il re Juba II onorò il suo medico ribattezzando “euphorbion” una pianta medicinale, scoperta da Euforbio nella catena dell’Atlante, il cui latice era dotato di potenti virtù medicinali.
Anzi, in onore di entrambi, la pianta prese il nome di “ Euphorbia regis-jubae” .Probabilmente la specie scoperta da Euforbo è l’ Euphorbia resinifera.
Passano i secoli. Della statua di Antonio Musa non rimane neppure il ricordo.
Nel 1753, Carl von Linné, Carlo Linneo in italiano, (Råshult, 23 maggio 1707 – Uppsala, 10 gennaio 1778), medico, botanico, naturalista e accademico svedese, il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, ufficializzando il nome “Euphorbia” nella sua opera “Genera Plantarum” scrive: “Dov’è adesso la statua di Musa? E’ perita, svanita! Ma quella di Euforbo perdura, è perenne, e nessuno potrà mai distruggerla. Le piante sono più durature del bronzo!”.
Carlo Linneo ha assegnato il nome di Euphorbia all’intero genere in onore, appunto, del medico Euforbio. Ma anche re Giuba, appassionato di scienze naturali, oltre che dal nome specifico di Euphorbia regis-jubae, è onorato dal nome del genere “JUBAEA.
In effetti, questa splendida pianta, che il botanico tedesco K.S. Kunth gli dedicò all’inizio all’Ottocento, è degna di onorare il sovrano-naturalista. Un secolo dopo l’omaggio a Giuba è addirittura rafforzato grazie al naturalista italiano Odoardo Beccari che, nel 1913, creò il genere   Jubaeopsis, “di aspetto simile a Jubaea”.
La fama del medico Eufòrbo si era ben presto diffusa in tutta l’Urbe tanto che Plinio il Vecchio (23 – 79 d.C.) dedicò a lui e al re Juba II un paragrafo della sua “Naturalis historia” sulla pianta dell’Euphorbia.“…iunctam Aethiopum gentem, quos Perorsos vocant, satis constat. Iuba Ptolemaei pater, qui primus utrique Mauretaniae imperitavit, studiorum claritate memorabilior etiam quam regno, similia prodidit de Atlante, praeterque gigni herbam ibi euphorbeam nomine, ab inventore medico suo appellatam. cuius lacteum sucum miris laudibus celebrat in claritate visus contraque serpentes et venena omnia privatim dicato volumine. et satis superque de Atlante.”
“…Giuba padre di Tolomeo…riguardo all’ Atlante… che qui nasce un’erba chiamata “Euforbia”, dal medico che la scoprì (Euforbo). Il cui succo latteo celebra con lodi di ammirazione nella chiarezza della vista e contro le serpi ed i veleni tutti, avendo dedicato un proprio volumen …” [Plinio, N.H., V (Geografia dell’Africa, Medio Oriente, Cappadocia, Regno d’Armenia, Cilicia), (1,1, § 16).
Il nome della specie “Candelabrum” allude al portamento della pianta che ricorda un candelabro a più bracci.
Il sinonimo è: Euphorbia erythraea. Altri nomi comuni sono: Euforbia a candelabro, Califfa.
Il genere “Euphorbia”, uno dei più vasti dell’intero regno vegetale, comprende oltre 2000 specie di piante dalle caratteristiche polimorfiche molto diverse. Per la sua grande capacità di adattamento il genere Euphorbia include piante erbacee e legnose, suffrutici, piante grasse e carnose, addirittura alberi perenni con molti rami.
Alcune specie crescono in luoghi semi desertici e altre vivono nei sottoboschi ben ombreggiati. Le specie succulente sono originarie principalmente dell’Africa e del Madagascar. Alcune specie, quali l’Euphorbia dendroides 

3 dendroides- OK

e l’Euphorbia bivonae

4 Euphorbia bivonae OK

sono tipiche della macchia mediterranea.

CLICCA QUI

L’Euphorbia candelabrum appartenente alla famiglia delle Euphorbiaceae, originaria delle regioni orientali dell’Africa e dall’ Etiopia, è una pianta succulenta sempreverde a portamento arboreo, eretta e ramificata.
I rami, che si allungano verso l’alto, si ramificano formando una chioma larga e dando la caratteristica forma a candelabro, sono quadrangolari, costoluti, a margini sinuosi, muniti di spine rigide, corte, disposte a coppia, lucidi e di colore verde scuro. Sono disposti su un fusto centrale colonnare, eretto, alto fin a 10 metri, che diventa legnoso alla base quando la pianta è molto vecchia. Il legno è fragile e non è raro assistere a un collasso del fusto schiacciato dall ’eccessivo peso della chioma.
Le foglie, piccole, lanceolate, compaiono solo sui giovani getti e cadono precocemente.
I fiori sono riuniti inflorescenze a ciazio.
L’infiorescenza a ciazio, propria del genere Euphorbia, è costituita da un fiore femminile posto al centro con il suo ovario e con attorno almeno 5 fiori maschili formati dagli stami. Intorno agli organi sessuali s’inseriscono le brattee che, con i loro colori: giallo, bianco, rosso, arancione, ne esaltano la bellezza. Il ciazio assomiglia a un unico fiore e tale era ritenuto dagli antichi botanici. I fiori si sviluppano lungo le costolature nella parte alta delle ramificazioni e compaiono in primavera.

???????????????????????????????

???????????????????????????????

???????????????????????????????

Dai fiori si sviluppano i frutti a tre lobi che scoppiano a maturità lanciando i semi lontano dalla pianta madre. La moltiplicazione avviene per semina all’inizio della primavera o per talea di fusto in primavera.
L’Euphorbia a candelabro, frequente nei giardini della Sicilia, nelle ville di campagna e delle città, non passa inosservata per la bellezza della sua chioma perfettamente tondeggiante formata dalla disposizione ordinata e simmetrica dei rami.
Alcuni esemplari di particolare interesse sono stati censiti dai professori F.M. Raimondo e P.Mazzola, del Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali di Palermo, che hanno individuato esemplari di grandi dimensioni nelle città di Marsala e di Cefalù dove una pianta, piantata nel 1975, ha raggiunto l’altezza di 10 metri, il diametro del tronco di oltre un metro e la chioma così grande tanto da essere ritenuta la più ampia in Sicilia. Nei primi anni del 1900 il giardiniere Vincenzo Ostinelli, nel suo l’inventario, dove inserisce i 792 generi e le 2796 specie di piante da lui coltivate nella Villa Trabia del Principe di Butera dal 1882 al 1910, non fa nessun riferimento all’Euphorbia.
L’Euphorbia candelabrum non ha particolari esigenze di coltivazione. Si può coltivare in piena terra, nelle aiuole, all’aperto, gradendo un clima mite come quello che si registra a Licata, dove la temperatura non scende mai al di sotto di 5°C. Preferisce posizioni soleggiate, anche al sole diretto, e un substrato poroso, misto a sabbia, umido, ma molto ben drenato, libero da erbe infestanti. I ciottoli bianchi, posti nell’aiuola alla base della mia pianta, ne esaltano il colore verde.

???????????????????????????????

10 OK

Le annaffiature non devono essere frequenti, ma solo quando il terreno è asciutto. Infatti, se le foglie si coprono di macchie, probabilmente la pianta ha ricevuto troppa acqua. Le annaffiature eccessive potrebbero causare il marciume radicale.
Periodicamente va aggiunta all’acqua delle irrigazioni un po’ di fertilizzante liquido specifico per piante fiorite.
La mia Euphorbia durante la primavera viene sfoltita da una leggera potatura.
La pianta va in riposo vegetativo e, in autunno, inizia a produrre nuove gemme e nuovi steli.
In Natura le piante di Euphorbia candelabrum sono protette dalla convenzione internazionale sul commercio delle specie minacciate d’estinzione (CITES).
Resistente alle malattie, può subire attacchi di Cocciniglia che si combattono con prodotti specifici.
Tutte le Euphorbie contengono all’interno dei propri tessuti un latice biancastro, acre, tossico, irritante per la pelle e causa di cecità se entra in contatto con gli occhi.  Anche il fumo, derivante dalla combustione dei rami, è irritante Quando si eseguono dei tagli sulla pianta è opportuno utilizzare guanti protettivi. Da queste piante si estrae la gomma, il caucciù e la tapioca.
Dai fiori, per la presenza dei nettari che attirano le api, si ottiene un miele che provoca una sensazione di bruciore alla bocca e che si intensifica se si beve l’acqua. Nel Burundi è una  pianta officinale. Nella medicina etiopica il latice di questa pianta, mescolato con miele o con altre erbe, è utilizzato per la cura di malattie come la sifilide e la lebbra.
Nei luoghi d’origine la specie è utilizzata per realizzare coperture,suppellettili varie e strumenti musicali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Print Friendly
Pagine:1234567...34»

Powered by AlterVista


Hit Counter provided by Sign Holders