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mag 9, 2021 - Senza categoria    No Comments

LE PIANTE DI CLIVIA MINIATA NELLA MIA CAMPAGNA DI LICATA

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Pianta molto elegante, è amata e apprezzata per le bellissime infiorescenze di fiori campanulati di un colore rosso aranciato che spuntano al centro di foglie nastriformi. E’ la “CLIVIA MINIATA” chiamata anche “Giglio sudafricano”.
Curo amorevolmente tutte le Clivie presenti nella mia campagna, a Licata, dove crescono nella veranda all’ombra degli alti Pini.

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https://youtu.be/_q0mLgFiSmc

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La scoperta della Clivia risale al 1815 e il merito è di William J. Burchell, che la raccolse presso il Great Fish River nell’Africa del Sud.
Il nome del genere “Clivia” è stato attribuito per onorare Lady Charlotte Florentina Clive, duchessa di Northumberland, nipote del generale Robert Clive, che le aveva coltivate nel suo giardino, e a cui l’ha dedicata John Lindley che, nel 1828 procedette alla classificazione della Clivia con il nome di “Clivia nobilis”.
Il genere Clivia non è molto ampio.
Infatti, comprende poche specie tutte provenienti dal Sudafrica.
Le principali varietà sono: La Clivia nobilis che è la prima specie a essere stata classificata e la prima a giungere in Europa.
E’ la specie che cresce più lentamente rispetto alle altre. Ha fiori tubolari di colore arancio intenso, penduli e tubolari, che sbocciano da metà inverno a primavera, ed estremità verdi che si trasformano in belle bacche rosso acceso.
Le foglie sono nastriformi, di colore verde scuro, molto lucide e decorative anche in assenza di scapo fiorale.
La Clivia caulescens è la più vigorosa.
Ha fiori penduli di colore rosso-arancio bordati di verde. Le foglie sono lunghe e sottili.
La Clivia cyrtanthiflora è la varietà di Clivia ottenuta dall‘ibridazione della Clivia nobilis con la Clivia miniata.
Produce scapi fiorali ricchissimi, recanti anche 60 fiori di un bel colore rosso aranciato. È la pianta più rustica tra tutte le altre  sopportando temperature fino a 0°C e un ambiente piuttosto umido.
La Clivia gardenii produce mazzi di fiori tubolari di colore giallo-arancio o salmone con bordi verdi e foglie verdi strette lunghe.
Fiorisce in pieno inverno.
La Clivia robusta è stata classificata solo nel 2004.
Di notevoli dimensioni, alta oltre 2 metri, produce grandi infiorescenze dotate di tanti fiori, fino a 40, curvi e di colore rosso-aranciato, lunghe foglie persistenti e radici aeree che si dipartono dagli steli. Ama l’acqua e gli ambienti umidi.
La Clivia miniata, specie molto diffusa e coltivata nei giardini, presente anche nel mio villino, elegante, decorativa, è originaria delle basse foreste della regione dello Swaziland, in Sudafrica, dove cresce all’ombra degli alberi.

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 E’ una pianta sempreverde, appartenente alla famiglia delle Amaryllidaceae,diffusa in Italia dove il clima è più mite, come a Licata, in provincia di Agrigento.
Possiede un grande apparato radicale composto da radici rizomatose piuttosto spesse e carnose che tendono a espandersi fino a coprire interamente tutto lo spazio a loro disposizione.
Le radici si possono dividere per produrre nuove piantine.
Le foglie, di colore verde molto intenso, partono dalle radici e sono lunghe, nastriformi, incurvate verso l’esterno, con la punta arrotondata.

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Le infiorescenze a ombrella spuntano all’apice degli steli rigidi, che crescono al centro della rosetta di foglie, e sono formate da un ciuffo di fiori imbutiformi, eretti e rivolti verso l’alto, di colore arancione brillante. La fioritura inizia in primavera.

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Ogni singolo stelo può sostenere 10-15 fiori.
Anche se il singolo fiore dura pochi giorni, l’antesi è lunga e rigogliosa perché vengono rigettati continuamente nuovi fiori.
La  nuova pianta fiorisce, in genere, dopo tre anni di vita.
I fiori appassiti devono essere immediatamente rimossi.
Una volta terminata la stagione dell’antesi, si dovranno semplicemente tagliare tutti i fiori proprio alla base dello stelo.
Dopo la fioritura, sulla pianta si formano i frutti, che sono delle carnose bacche rosse riunite all’apice dello scapo floreale.

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La maturazione è lenta e rimangono  sulla pianta per molto tempo.
All’interno del frutto sono presenti uno o più semi fertili che maturano dopo parecchi mesi. La Clivia si moltiplica per seme e per divisione della pianta.

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Tolta la polpa e lasciati asciugare, i semi possono essere interrati e fatti germinare tenendo il vaso in un luogo luminoso, fresco e umido.
Il periodo giusto per la semina è la tarda primavera o l’inizio dell’estate.
Non appena compariranno le nuove piantine, esse si potranno travasare in vasi più grandi.
Generalmente, le piante ottenute dal seme fioriranno dopo alcuni anni.
Per divisione della pianta si interviene a primavera. Si separano le piante lasciando diverse foglie su ognuna di esse e avendo cura di non danneggiare le radici. Poi si procede a rinvasarle in piccoli vasi mantenendo umido il terriccio. Si lasciano all’ombra e, dopo la formazione delle radici, si potranno spostare al sole.
La Clivia miniata è una pianta di facile coltivazione, che si fa apprezzare per le splendide fioriture dei fiori a campana, di colore arancione, e per le foglie nastriformi caratterizzate da uno splendido colore verde lucente.
E’ ideale per decorare giardini, terrazze di abitazioni private,  uffici.
E’ una pianta resistente, che vegeta bene posta su qualsiasi tipo di terreno ben drenato servendosi della materia organica ivi contenuta.
Il terriccio deve rimanere costantemente umido, ma senza ristagni idrici.
Necessita di un luogo riparato e sopravvive all’aperto solo in climi particolarmente miti a una temperatura costante dai 21 ai 28 °C durante l’estate e dai 13-15 °C durante l’inverno.
Preferisce essere esposta alla luce, ma non ai raggi diretti del sole.
Le annaffiature devono essere abbondanti e regolari dal periodo primaverile a quello autunnale.
Molto utili sono anche le concimazioni, in media ogni due settimane, utilizzando un concime liquido ad alto contenuto di azoto, di fosforo, di potassio, di ferro, di manganese, di rame, di zinco, di boro, di molibdeno.
Non necessita di alcuna potatura, ma bisogna rimuovere le foglie secche e appassite.
Generalmente la Clivia  miniata si coltiva nel vaso di terracotta, ma può essere coltivata anche in piena terra solo nei climi miti.
Quando le radici non hanno più spazio disposizione, allora è necessario effettuare il rinvaso, solitamente ogni 2 anni, utilizzando un vaso poco più grande. La Clivia miniata, pur essendo una pianta molto resistente, non è immune alle malattie.

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I casi più frequenti sono: l’ingiallimento delle foglie dovuto a clorosi ferrica o a eccesso di acqua d’irrigazione, la comparsa di macchie scure sulle foglie per la presenza della cocciniglia cotonosa, degli acari e delle lumache, l’attacco dei funghi Phythophthora, che si sviluppano quando il terreno non garantisce un buon drenaggio o quando la pianta viene irrigata troppo spesso per cui la parte basale marcisce.
Se la base della pianta si macchia di nero e diviene molle, c’è un eccesso d’acqua.
Tutte le parti della Clivia miniata sono tossiche e, se ingerite in gran quantità, possono causare problemi di stomaco.
La sua linfa è irritante a contatto con la pelle. Infatti, nelle foglie e nelle radici è contenuto un alcaloide, la licorina, una sostanza tossica.
Nel linguaggio dei fiori per il suo aspetto rigoglioso la Clivia simboleggia la “generosità”.

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mag 1, 2021 - Senza categoria    No Comments

LA CAKILE MARITIMA LA PIANTA CHE CRESCE LUNGO LE SPONDE DEL FIUME SALSO A LICATA.

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Piccola, bella, allegra la CAKILE MARITIMA  è una specie vegetale che ha attratto la mia attenzione percorrendo una sponda del fiume Salso a Licata, sempre alla ricerca di nuovi fiori di piante spontanee da fotografare.

https://youtu.be/WNwXXpxuonk

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Etimologicamente il suo nome scientifico è “Cakile maritima”.
Il termine del genere “Cakile” deriva dalla parola “Kakeleh”, nome della pianta in arabo.
Il termine della specie “maritima” da “mare”, riferita al suo ambiente poiché cresce vicino al mare.
Altri nomi comuni sono: “Ravastrello marittimo, Ruchetta di mare, Baccherone, Bruco di mare, Radice di mare, Ruota di mare o Rucamar“.
La Cakile maritima, appartenente alla famiglia delle Brassicacee, è una pianta diffusa nelle aree costiere atlantiche dell’Europa e nel bacino del Mediterraneo. In Italia è comune in tutti gli ambienti costieri.

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E’ una specie erbacea, annuale, succulenta, legata al suolo mediante radici poco profonde e ramificate dalle quali s’innalza il fusto, flessuoso, alto 30-40 cm, con rami ascendenti o prostrati, glabri.

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Le foglie, dal colore verde intenso, con lamina pennata o profondamente lobata, con lobi più o meno diseguali, a margine crenato o appena dentato, sono alterne, spesse, carnose, succulente.

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I fiori, ermafroditi, piccoli, raccolti in brevi racemi apicali, hanno la corolla formata da 4 petali spatolati, di colore dal lilla al viola, ed emanano un delicato profumo. I 4 sepali, di colore  verde-giallastro, con le punte arrotondate, sono appressati. Gli stami sono sei.
La pianta fiorisce tutto l’anno, ma con una maggiore frequenza nei mesi da aprile a ottobre.

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Il frutto è una siliqua dura, di circa 2 cm di lunghezza, composto da 2 elementi sovrapposti, ciascuno dei quali sviluppa un seme di aspetto diverso.
Il seme superiore, di forma conica, cade sulla sabbia e germoglia generalmente nei pressi della pianta.
Il seme inferiore, di forma romboidale, leggero, in modo da poter galleggiare nell’acqua salata, viene trasportato dal moto ondoso del mare e depositato su altre zone del litorale permettendogli di germinare lontano dalla pianta madre, secondo la disseminazione idrocora.
Lo stesso seme, in acqua dolce, affonda.
Il seme, di 2,3-4,7 x 1-2,5 mm, è oblungo, rugoso, di colore marrone.
La Cakile maritima è una specie alofita e, come pioniera, colonizzando le coste, cresce in ambienti ricchi di sale come le sabbie litoranee, nei campi prossimi al mare, lungo le sponde del fiume Salso, dove scorre  l’acqua salata, a quote comprese tra 0-15 metri sul livello del mare.
Può vegetare anche nell’entroterra, ma su suoli ricchi di un’abbondante salinità.
Presente nelle aree costiere atlantiche dell’Europa e in quelle del bacino del Mediterraneo, forma, assieme ad altre specie annuali provviste di sistema radicale ramificato, la prima associazione di vegetali definita “Cakileto”.
In erboristeria l’intera pianta della Cakile maritima è usata per le sue proprietà digestive, carminative, diuretiche e fluidificanti il catarro bronchiale.
Grazie all’alto contenuto di vitamina C, di ferro e di iodio, è stata utilizzata come antiscorbuto.
I fiori sono utilizzati per ottenere una tisana con azione digestiva, fluidificante e leggermente diuretica.
Per usi cosmetici, un estratto ottenuto dall’infuso dei fiori, usato dopo lo shampoo, ha effetti antiforfora, mentre un infuso ottenuto dalle foglie è utilizzato per detergere la pelle grassa.
In cucina le foglie tenere sono usate in insalate miste ed hanno un sapore acuto, salmastro e amarognolo. Si lessano con altre erbe spontanee e si saltano in padella con l’aggiunta di aglio, di olio, di pomodoro e di peperoncino.
I fiori si usano per guarnire piatti, mentre i semi producono un olio che si unisce alle salse aromatizzandole.
Questa pianta è anche buona mellifera.
In Giappone usano le foglie fresche per completare le insalate e le zuppe.
La raccolta di erbe spontanee è un’ attività divertente, ma può rivelarsi anche molto pericolosa se non si conosciamo bene le piante.
Si può rischiare di confondere diverse specie ed essere esposti a intossicazioni alimentari. Bisogna chiedere consiglio a una persona competente. Pertanto, è meglio osservare, fotografare e conoscere scientificamente le piante con le quali veniamo a contatto, come uso fare io!

 

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apr 15, 2021 - Senza categoria    No Comments

LA FERULA COMMUNIS TIPICA PIANTA DEI PASCOLI MEDITERRANEI MOLTO PRESENTE IN SICILIA.

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Il genere “Ferula” comprende circa una ventina di specie. Quella da me incontrata nel territorio di Licata è la “Ferula communis”, in Sicilia meglio conosciuta come “Finocchiaccio”, nome dispregiativo perché la pianta è tossica per il bestiame che si rifiuta di mangiarla a causa del suo veleno.

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https://youtu.be/z2KzQX6OkVU

 

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Altri sinonimi sono: “Ferula brevifolia, Ferla, nell’Alto Lazio, Ferula o Feurra, in Sardegna”.
La Ferula communis è una pianta molto comune, originaria dell’Europa meridionale e delle zone del bacino del Mediterraneo e diffusa allo stato spontaneo soprattutto in Sicilia e in Sardegna. E’ presente in quasi tutta l’Italia, tranne che in Valle d’Aosta, in Piemonte, in Lombardia, in Trentino Alto Adige, nel Veneto e nel Friuli Venezia Giulia.
Bisogna fare attenzione a non confondere la Ferula communis con il “Foeniculum vulgare”, il Finocchio selvatico.
Etimologicamente, il nome del genere“Ferula” deriva dal latino “ferula”, antico nome usato per indicare una pianta a “fusto dritto”.Il termine della specie “communis” si riferisce alla sua abbondante distribuzione.
La Ferula communis è una pianta erbacea perenne, a portamento elegante, appartenente alla famiglia delle Apiaceae o Ombrellifere per la particolare infiorescenza ad ombrella, che si riconosce perché tutti i peduncoli fiorali partono dallo stesso punto.
Visibile in primavera, è poco appariscente in inverno.

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La Ferula communis è  provvista di una robusta radice fittonante, finemente striata e cava all’interno, che si approfonda nel terreno.
La radice primaria, da cui si diramano diverse radici secondarie, genera un lungo fusto cilindrico che si ramifica lateralmente verso la parte alta. Nell’arco di tempo di 2-5 anni può superare anche i 3 metri di altezza.
Il fusto, leggero,  riempito di un midollo spugnoso, di consistenza legnosa nella parte bassa, è di consistenza erbacea dalla parte mediana fino alla sommità. Quando la pianta entra in riposo vegetativo, il fusto lignifica completamente e assume delle tonalità che vanno dal colore marrone chiaro al grigio-argento e talvolta al viola cupo.

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Le foglie sono di colore verde scuro su entrambe le facce.  Le foglie basali, filiformi, portate da un picciolo cilindrico, sono lunghe fino a 1 metro. Le foglie cauline, grandi, lineari, avvolgono il fusto come una guaina.
E’ una pianta emicriptofita. Significa che, superando l’estate, che è la stagione avversa, perde completamente tutta la parte aerea e va in quiescenza attraverso delle gemme che stanno a livello del suolo. Superata l’estate, da queste gemme iniziano a svilupparsi le prime foglioline basali, simili a quelle del Finocchietto selvatico. Sono foglie composte, pennate, inguainanti il fusto.

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I fiori, ermafroditi, molto vistosi, decorativi e profumati, sono riuniti in numerose ombrelle globose centrali e laterali. L’ombrella centrale è molto grande ed è formata da 25-40 raggi.  Le ombrelle laterali sono più piccole.

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 Prima della fioritura le ombrelle sono avvolte dalla guaina rigonfia della foglia.

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Ogni raggio porta peduncoli più corti sui quali sono inseriti i fiori. La corolla è composta da 5 piccolissimi petali di colore giallo carico, di forma ovale e con l’apice che si arrotola.  I sepali, abbastanza ridotti, sono 5. Gli stami, di colore giallo, sono 5  e lo stilo centrale è 1.
Il periodo della fioritura si estende da Aprile a Luglio.

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L’impollinazione avviene tramite insetti e mosche.
I frutti sono diacheni appiattiti, due acheni saldati tra di loro, frutti indeiscenti, compressi dorsalmente, di forma ovata, che perdurano sulla pianta anche da secchi. I semi, scuri, oblunghi, sottili e molto fertili, sono dispersi in autunno dal vento rendendo la Ferula una pianta infestante.
La Ferula communis predilige vegetare su terreni aridi, calcarei, sabbiosi e argillosi da 0 a 1300 metri sul livello del mare in aree incolte,  nei pascoli, nei campi aridi, sui bordi delle strade e nei fossati. L’esposizione può essere in pieno sole, a mezza ombra, e anche completamente all’ombra.

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Per quanto riguarda i parassiti e le malattie, la Ferula è una pianta che raramente è infestata dagli afidi ed è resistente agli attacchi delle malattie fungine. Teme il marciume delle radici causato dai ristagni idrici nel terreno.
La Ferula communis è una pianta tossica pertanto non è commestibile in quanto alcuni principi attivi, contenuti nei suoi tessuti vegetali, sono di natura dicumarinica ad attività anticoagulante. L’ingestione dei tessuti vegetali causa la “ferulosi” ,un’emorragia nota come il “mal di Ferula”, che provoca la morte degli animali erbivori al pascolo, soprattutto ovini, caprini, bovini ed equini che, imprudentemente, hanno brucato la pianta sfalciata o ancora troppo giovane per essere riconosciuta.
Il “mal della Ferula” è molto temuto dagli allevatori che potrebbero vedere decimate le loro mandrie.
Comunque, normalmente, nei pascoli naturali il bestiame scarta la Ferula e non se ne ciba.
Essa si sviluppa, disperde il proprio seme, diventando una specie altamente infestante.  Anche l’uomo, se erroneamente ingerisce alcune parti della pianta, può incorrere nella “ferulosi”, una malattia emorragica mortale. La sua pericolosità per l’uomo sta nella somiglianza della giovane pianta prima della fioritura con il finocchio selvatico, del quale però non ha l’odore  e l’aroma caratteristici.
Nonostante la tossicità della pianta, dal suo nettare è prodotto un raro miele, premiato come il migliore d’Italia per il suo sapore fruttato e per il suo colore ambrato scuro con riflessi rossastri.
Gli antichi Romani utilizzavano la Ferula come erba medica per curare la tosse, il mal di gola, anche come antipiretico e contraccettivo.
Le radici della Ferula ospitano il Pleurotus eringi, varietà ferula, un fungo saprofita, comunemente chiamato “carboncello”, che si nutre dei detriti marcescenti della pianta. E’ molto ricercato e apprezzato in cucina per la sua carnosa consistenza e per il sapore unico.
I fusti fioriferi della Ferula hanno il legno molto tenace e, fin dai tempi antichi, i Siciliani e i Sardi usano raccoglierli in estate, quando sono appassiti  e asciutti, per realizzare leggerissimi sgabelli detti “furrizzi o furrizzuoli” . Anche a Mistretta gli artigiani fino a qualche decennio fa realizzavano sgabelli a forma di cubo e leggerissimi, chiamati “fullizzi”, per arredare le loro modeste case.
I fullizzi erano “le sedie dei poveri”, un elemento di arredo di scarso valore.
Un vecchio  saggio recitava: “A cu mi truovu ‘o capizzu,ci lassu ‘u fullizzu”  per significare l’immancabile presenza di questo piccolo oggetto di arredo nelle modeste case dei contadini  fatto con materiale facilmente reperibile e, soprattutto, gratuito.

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Foto di Gaetano Catania

In Puglia, alla fine del Settecento, la Ferula era utilizzata dai pastori per fare gabbie, sedie, sgabelli (freddizza o furizza), panieri, bastoni, traverse, a sostegno delle foglie di tabacco da essiccare, e vari tipi di utensili di uso quotidiano. Ancora oggi, in alcune regioni d’italia si producono, sgabelli, sedie, cesti, gabbie dall’incredibile solidità e leggerezza.
L’uomo, veramente, ha utilizzato la sferza del suo fusto seccato ancora prima che esistesse la scrittura.
I suoi lunghi fusti, leggeri e resistenti, in passato sono stati nelle mani degli imperatori come scettri, o dei vescovi come pastorali, in quelle dei tedofori come fiaccole olimpiche o dei severi e impietosi insegnanti come strumento di punizione.
I Romani, poiché dovevano salvaguardare dai topi, oltre che dall’umidità, i loro preziosi manoscritti (scritti con l’inchiostro di seppia su pergamena tratta da pelle di agnello o di capretto, e quindi molto appetita dai topi), svuotavano il midollo da una sezione di fusto asciutto di Ferula, vi introducevano il documento arrotolato da custodire e lo chiudevano con un tappo ricavato dallo stesso fusto.
Grazie a questo stratagemma molti antichi manoscritti sono giunti fino a noi!
Andando indietro nel tempo, fino a raggiungere quello dei miti greci, riporto questo testo, tratto da Apollodoro, I Miti Greci I, 7, 1, che descrive la funzione del fusto della Ferula svuotato dal suo midollo spugnoso per accogliere il fuoco donato dagli dei agli uomini. Apollodoro di Atene, figlio di Asclepiade, (180 a.C. circa – Atene, 120-110 a  C.), storico, grammatico e lessicografo greco antico ha raccontato che: Con acqua e terra, Prometeo plasmò gli uomini e donò loro il fuoco che celò in una ferula, di nascosto da Zeus. Quando lo venne a sapere, Zeus ordinò ad Efesto di inchiodare il corpo di Prometeo sul Caucaso, che è un monte della Scizia. Per molti anni Prometeo rimase inchiodato al monte e ogni giorno un’aquila volava a divorargli i lobi del fegato, che ricresceva durante la notte. Per il furto del fuoco Prometeo ebbe dunque questa punizione, fino a che Eracle, più tardi lo liberò, come narreremo nelle storie di Eracle”.
 Anticamente in Sardegna c’era la tradizione di portare la Ferula in processione per chiedere al diavolo, (che probabilmente era il dio Pan), di far cessare la siccità.

 

 

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apr 5, 2021 - Senza categoria    No Comments

LA POLYGALA MYRTIFOLIA NELLA MIA CAMPAGNA IN CONTRADA MONTESOLE A LICATA

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Ho sempre custodito e ammirato questa pianta, posta in un’aiuola vicino alla cisterna dell’acqua nella mia campagna in contrada Montesole, a Licata, non solo per la forma e per la bellezza dei suoi fiori, ma anche perchè nel linguaggio dei fiori è simbolo di purezza e di castità.
E’ la Polygala myrtifolia!

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https://youtu.be/KmuKHeHqipg

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Il nome del genere “Polygala”, derivante dal greco, è composto di due parole “πολύς” “molto” e “γἄλα” “latte” e significa “molto latte“.
Secondo un’antica credenza popolare le piante appartenenti a questo genere, se brucate dalle mucche, facevano aumentare la secrezione di latte. Dioscoride, riprendendo questa credenza, affermava che anche le neo-mamme producevano latte in abbondanza.
Il nome della specie “myrtifolia” si riferisce alla forma delle foglie simili a quelle del Mirtus communis.
Al genere Polygala appartengono molte specie di piante erbacee perenni diffuse in tutto il globo terrestre.
La maggior parte delle specie sono originarie delle zone tropicali, particolarmente numerose sono nelle Americhe.
In Italia la maggior parte di esse sono erbacee, perenni, allo stato selvatico e si trovano su tutto il territorio, nei prati mediamente soleggiati e nei margini di boschi.
Nella mia campagna sono nate spontaneamente alcune piante che ancora sono molto piccole, ma che io aiuterò a crescere.

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Alcune specie importanti di Polygala sono:
La Polygala amara L. (1759) che cresce in Europa, probabilmente non in Italia, ed è usata nella medicina popolare.
La Polygala butyracea Heckel (1889), che si trova in Africa occidentale e produce un grasso alimentare chiamato burro di Malukang.
La Polygala chamaebuxus L. (1753) o Poligala falso-bosso che è una specie suffruticosa, molto frequente anche in Italia, dove cresce in ambienti calcarei. Produce  fiori molto caratteristici e simili a quelli del Pisello odoroso.
La Polygala latifolia Ker Gawl che ha foglie molto larghe e vive in America Settentrionale.
La Polygala senega L. (1753) o Senega o Poligala virginiana che è una piccola pianta erbacea, originaria delle regioni orientali dell’America settentrionale, con radice tortuosa, poco ramificata, foglie alterne e lanceolate, fiori verdastri in grappoli terminali.
Le radici di questa pianta sono usate in erboristeria poichè sono dotate di proprietà stimolanti, diuretiche ed espettoranti. Anticamente si pensava che potesse contenere un antidoto contro il morso dei serpenti.
Le specie di Polygala italiane sono: La Polygala  myrtifolia, la Polygala chamaebuxus (nota anche come falso bosso), la Polygala lutea e la Polygala paucifolia.
La Polygala myrtifolia, meglio conosciuta come “Poligala a foglia di mirto”, èun arbusto sempreverde, originario del Sud Africa, appartenente alla famiglia delle Polygalaceae. Questa pianta fu introdotta in Olanda alla fine del ‘700 e, successivamente, nel resto d’Europa essendo già molto apprezzata per il suo particolare effetto decorativo.
E’ considerata una tra le specie ornamentali più diffuse nelle isole maggiori, in Sardegna e in Sicilia, e nella riviera ligure per il suo facile adattamento alle condizioni pedoclimatiche.
Inoltre, per il suo aspetto sempreverde e per il valore estetico dei fiori, si associa alle specie della flora spontanea delle regioni mediterranee.

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La Polygala myrtifolia è un arbusto di dimensioni medio-piccole a portamento cespuglioso. La mia pianta è alta circa 2,5 metri.

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Possiede la radice a fittone dalla quale di solleva il fusto di colore grigio, legnoso, ben ramificato da cui si diramano rami lunghi e flessibili ricoperti da tantissime di foglie coriacee.

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Le foglie, di colore verde chiaro, sono persistenti, alternate, lanceolate, glabre e piatte lunghe circa 2,5 cm.
Permangono sulla pianta tutto l’anno assumendo l’aspetto di pianta sempreverde.
Le foglie ricordano quelle del mirto, pur avendo dimensioni maggiori, e un colore con una sfumatura grigiastra ben diverso da quello delle foglie del Mirto.

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La Polygala produce numerosi, piccoli fiori di colore violaceo riuniti in corimbi all’apice dei rami.
La fioritura inizia nel mese di marzo e si protrae per tutta l’estate e, in genere, anche fino all’autunno inoltrato.

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 Il frutto è una capsula lateralmente compressa.
I semi sono dispersi dalle formiche (mirmecoria) attratte dalle sostanze zuccherine contenute nella membrana di sostegno che aderisce al seme dopo la dispersione. La moltiplicazione avviene, oltre che per seme, in primavera, anche per talea, in estate, utilizzando i rami dell’anno che non hanno portato fiori. La Polygala myrtifolia è una pianta molto decorativa che, per la sua coltivazione, non richiede cure particolari.
Di facile adattamento, trova posto in giardino, adattandosi a terreni mediamente ricchi di sostanza organica, soffici, ben drenati.
Gradisce l’esposizione alla luce solare perché favorisce la fioritura.  Accetta anche i luoghi ombreggiati ma riparati dal vento, teme il gelo, soprattutto se molto intenso e persistente; per questo motivo la coltivazione della pianta all’aperto in giardino in piena terra avviene solo nelle zone con inverni miti come a Licata. La temperatura minima invernale non deve scendere al di sotto dei 4 °C.
Nelle zone caratterizzate da inverni troppo rigidi può essere coltivata in serra in vasi e portata fuori in estate posta in zone semi-ombreggiate.
Le annaffiature, da aprile fino alla fine dell’autunno, saranno regolari e da effettuarsi soltanto quando il terreno è ben asciutto, evitando i ristagni idrici.
Ben sopporta la siccità.
All’acqua di annaffiatura durante il periodo vegetativo deve essere mescolato del concime per piante da fiore.
Alla  fine dell’inverno bisogna ricorrere alla potatura. E’ sufficiente rimuovere le parti eventualmente sfiorite o danneggiate. Si accorciano tutti i rami in modo da favorire lo sviluppo di numerosi germogli e ramificazioni per ottenere un bell’arbusto denso.
Infatti, con gli anni la Polygala tende a svuotarsi nella parte bassa del fusto sviluppando nuove ramificazioni e fiori soltanto nella parte alta dell’arbusto.
L’aumento delle temperature e dell’umidità ambientale può favorire la comparsa di parassiti, quali gli Afidi, la cocciniglia, e di malattie fungine. Quindi, oltre all’insetticida, è bene praticare anche un trattamento fungicida ad ampio raggio.
Bisogna evitare di utilizzare insetticidi e fungicidi durante la fioritura per evitare di colpire con i prodotti chimici anche gli insetti utili.
Eccessive annaffiature o un terreno scarsamente drenante possono favorire lo sviluppo di marciumi radicali.
Le Poligale in genere hanno uno scarso valore economico e sono coltivate a scopo ornamentale.
Anticamente qualche specie era usata nella farmacopea solo nella medicina popolare e omeopatica.
In fitoterapia sono adoperate tutte le parti della pianta, anche la radice, che vanno raccolte durante la fioritura e poi fatte essiccare.
Sono utilizzate sottoforma di infuso.
Nelle pratiche fitoterapiche, la Poligala ha principalmente proprietà emollienti, espettoranti nelle affezioni polmonari e contro la tosse, lassative, diuretiche, stomachiche, toniche, emetiche, antireumatiche. In passato, si credeva avesse anche proprietà galattogoghe ed era dunque utilizzata per aumentare la produzione di latte nelle mucche. I nativi americani utilizzano questa pianta anche come rimedio per il trattamento del mal di gola, dei raffreddori, del mal di denti e perfino delle convulsioni.
Inoltre, alcuni studi hanno messo in luce potenziali proprietà antitumorali degli estratti di radice di Poligala. Tali importanti proprietà terapeutiche sono dovute alla presenza di principi attivi quali: la poligalina, la gaulterina, la poligalamarina, le saponine, i tannini, le mucillagini e l’eteroside gualterina.
È molto importante non eccedere nelle dosi.
La quantità deve essere assunta a dosaggi molto bassi, altrimenti potrebbe causare effetti collaterali spiacevoli come nausea, vomito e diarrea. Tale quantità, solitamente, è riportata direttamente dall’azienda produttrice sulla confezione o sul foglietto illustrativo dello stesso prodotto. Pertanto è molto importante seguire le indicazioni da essa fornite.
È contro indicata l’assunzione dei prodotti di questa pianta durante la gravidanza e l’allattamento.
Prima di assumere per fini terapeutici un qualsiasi tipo di preparazione contenente Poligala è bene consultare preventivamente il proprio medico.

 

 

 

 

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mar 29, 2021 - Senza categoria    No Comments

L’ACACIA SALIGNA DAI FIORI GIALLI NELLA MIA CAMPAGNA A LICATA

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L’ACACIA SALIGNA è il piccolo albero che abbellisce la mia campagna, in contrada Montesole a Licata.
Questa pianta mi ha regolato, nella prima decade del mese di Marzo 2021, una ricca e brillante fioritura di fiori gialli.

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https://youtu.be/mZhmK72zFjA

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L’Acacia saligna non è l’Acacia dealbata, più famosa come “Mimosa pudica”, con la quale è confusa per le infiorescenze identiche con i capolini gialli, ma meno profumati. Le due Acacie sono facilmente distinguibili anche per la diversità delle foglie.

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Il nome scientifico della specie è “ACACIA SALIGNA”.
Il suo nome italiano è “Mimosa a foglie strette”.
Sinonimi sono: “ Mimosa saligna, Acacia cyanophylla Lindley, Bargiglio della corona d’oro, Bargiglio arancione, Bargiglio dalle foglie blu, Bargiglio dorato dell’Australia occidentale, Canniccio blu, Mimosa australiana”.
E’ chiamata anche “Mimosa sarda” perchè è proprio in Sardegna che pare abbia trovato il suo clima ideale.
Gli inglesi la chiamano ” Blue Leaved Wattle”.
In Africa è chiamata “Salice di Port Jackson”.
Il nome del genere “Acacia” deriva dal greco antico “ακίς”, “punta, lancia”, termine con cui Teofrasto e Dioscoride indicavano una specie di Acacia egiziana.
Il nome della specie “saligna” vuol dire “simile al salice”, perché le sue foglie sono simili a quelle del Salice.
L’Acacia saligna, originaria dell’Australia, fu introdotta e diffusa in gran parte del mondo a scopo ornamentale  e come pianta ricolonizzatrice.  Nel 1870 è stata introdotta nelle aree semi-aride dell’Africa, dove è comune nella provincia del Capo.
E’ stata introdotta anche  nel Sud America e nel Medio Oriente come frangivento e per la stabilizzazione delle dune di sabbia o evitare l’erosione. E’ considerata una minaccia in quanto invade e sposta la vegetazione indigena a causa della rapida crescita su terreni poveri di nutrimento, alla precoce maturità riproduttiva, alla grande quantità di semi in grado di sopravvivere all’aggressione del fuoco e alla capacità di rigettare dopo il taglio.
La specie è localmente stabilita nell’Europa meridionale dove è spesso presente come pianta avventizia allo stato spontaneo soprattutto presso la zona costiera come a Licata.

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 L’Acacia Saligna è un piccolo albero sempreverde dal portamento arbustivo appartenente alla famiglia delle Fabaceae.

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 Possiede il tronco corto, altro circa 3 metri, rivestito dalla corteccia squamosa e di colore da grigio a bruno-rossastro.
Il tronco si divide appena sopra il livello del suolo generando fusticini da dove si diramano i rami flessibili e ricadenti alle estremità.

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Le foglie, di colore verde glauco, sono lanceolate, lunghe e strette, con la caratteristica nervatura mediana.
Nell’insieme formano una chioma globoso-espansa e disordinata.
La pianta da giovane è molto vigorosa e cresce rapidamente.

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Acacia saligna

 Le infiorescenze di capolini globosi sono costituite da una moltitudine di fiori gialli, leggermente profumati.
I fiori compaiono all’inizio della primavera.

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 I frutti sono dei legumi scuri, lineari, lunghi 5-14 cm, diritti o leggermente incurvati, con superficie leggermente ondulata, glabra, con margini ispessiti, leggermente ristretti che contengono i semi oblunghi e di colore bruno.

Acacia saligna

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 La riproduzione avviene per seme.
I semi germogliano facilmente e, spesso, si possono trovare alcune piantine ai piedi della pianta madre.

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I semi sono raccolti dalle formiche che li immagazzinano nei loro nidi per mangiare i giovani germogli.
Lo scombussolamento del suolo li porta in superficie e consente loro di germogliare.
Ciò dimostra che le formiche autoctone svolgono un ruolo importante nell’accumulare una certa quantità di semi facilitando lo sviluppo di densi popolamenti di Acacia.
L’Acacia saligna è usata come pianta ornamentale e vegeta bene in un clima subtropicale, mediterraneo, desertico o temperato delle zone costiere e calde.
Gradisce essere posizionata su un terreno acido, fertile, umido, senza ristagni idrici ed esposta ai raggi diretti del sole.
Prima di annaffiarla bisogna aspettare che la terra sia asciutta.
In primavera o in autunno è bene somministrare del concime granulare.
Anche nel meridione d’Italia è impiegata con funzione di frangivento quasi esclusivamente nelle aree costiere.
L’Acacia saligna può essere attaccata dai Lepidotteri, dalle falene e dalle farfalle, dai coleotteri e dagli emitteri, dalle cicale, dalle tramogge, dai pidocchi, dalle cocciniglie e dagli insetti che si nutrono della sua linfa.
L’Acacia saligna, oltre che come pianta decorativa, può essere utilizzata per molteplici scopi: per la concia delle pelli in quanto la corteccia è ricca di tannini, per i programmi di rivegetazione, come foraggio per gli animali, per la riabilitazione di siti minerari, come legna da ardere, come pacciame.
Le foglie possono essere utilizzate per tingere la lana di un colore giallo limone utilizzando un mordente di allume.

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mar 17, 2021 - Senza categoria    No Comments

MARIO BIFFARELLA L’ARTISTA AMASTRATINO – IL RICORDO DEI SUOI PAESANI

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 Mistretta 14 marzo 2020-14 marzo 2021
Il ricordo di Mario Biffarella a un anno della sua dipartita per raggiungere la casa del Padre.

Il pensiero del figlio Alvaro Biffarella: “È passato un anno esatto da quando ci hai lasciato. Eppure ancora siamo increduli! Sentiamo tanto la tua mancanza ma non si riesce ad accettare l’inaccettabile. Tu dicevi sempre che non si “muore” ma avviene una sorta di cambiamento che ci porta ad “un’altra vita”. Vita che vivono coloro che come te hanno lasciato questo mondo.
Dicevi che dall’aldilá si vede quello che succede sulla terra e che i trapassati sono sempre presenti nella vita terrena ma spesso noi non c’e ne accorgiamo. Eppure personalmente posso dire che questo avvertire i defunti o meglio questo comunicare con loro in un modo chiaramente diverso da quello che si usa sulla terra a me capita. Capita soprattutto quando mi sento libero quando sto nei luoghi che il buon Dio ha creato e quindi la campagna o il mare, lì riesco a comunicare e colmare l’immenso dolore che normalmente viene percepito qui sulla terra.
CIAO PAPÀ GRANDE UOMO E GRANDE ARTISTA!”

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Il ricordo della sorella Mariangela Biffarella: “ Carissimo Tatà, grazie per il dono prezioso che hai voluto fare anche a me. Ritrovarmi tra le mani un libro dedicato a mio fratello, con quella sua foto in copertina così emblematica del suo <essere Mario>, è stato un tuffo al cuore, forse anche perché ancora non riesco a pensarlo <morto>. È una realtà troppo dura da accettare!
Così cerco di portare i pensieri altrove e di illudermi che non sia vero.
Nel tuo libro non c’è solo il ricordo di Mario (ragazzo, amico, uomo, artista…), ma la lettura del carattere e della personalità di un essere umano grandemente forte e fragile a un tempo. C’è la sua arte, letta e interpretata dall’arte (la tua).
C’è filosofia, quell’amore per la parola e la conoscenza che, mentre lascia i comuni mortali smarriti a interrogarsi sul senso delle parole e a rileggerle per assicurarsi di avere capito, scopre verità profonde e le mette a nudo con argomentazioni inoppugnabili.
 A rendere tali i tuoi ragionamenti ancor di più, nel caso di Mario e della sua arte, c’è la differenza tra “conoscenza” e “opinione”, tra “epistème” e “dóxa”, direbbe Platone.
Dico questo perché la tua logica e le conseguenti conclusioni si fondano sulla reale conoscenza di Mario in moltissimi aspetti del suo carattere e in diverse fasi della sua vita, della quale tante esperienze hai condiviso, da amico “simile”.
Non ti è sfuggito nulla di lui: Mario è stato un grande artista e un altrettanto grande chitarrista e vignettista satirico.
Riusciva a trovare l’aspetto comico, umoristico e grottesco in ogni cosa. Attraverso i tuoi racconti ho rivisto quella porzione di vita che sapevo essere solo sua, ma che io, da sorella minore, osservavo rimanendo “a parte”, come diresti tu, e tuttavia coinvolta, perché fiera di lui, di quell’arte che nasceva dalle sue mani e fioriva nelle sue meravigliose tele come fosse la cosa più semplice e naturale del mondo; di quella musica che fluiva dalle sue dita che pizzicavano le corde della chitarra e che ascoltavo incantata, intimamente fiera.

La presenza di Mario, l’odore delle resine, dei colori dell’acqua ragia, la sua tavolozza zeppa di colori, perfino gli stracci nei quali puliva i pennelli, per me erano casa, famiglia, focolare domestico.
Da una parte lui, dall’altra mio padre, il signor Antonio, con le sue tele, i suoi colori, le sue opere liriche, i suoi dolci sorrisi e i suoi silenzi. Ho respirato tutto questo fin dalla mia nascita e di tutto questo sono grata al buon Dio. Ma ormai per me è un vuoto, una voragine che mette a nudo la pienezza che c’era al suo posto.
Adesso che lui non c’è più (irrimediabilmente!), sono arrabbiata con me stessa e con lui per il tempo da vivere insieme che spesso abbiamo stupidamente sprecato. E questo rinfocola ancora di più la sofferenza.
Con la sua morte, so di essere più povera e sola. Ma so anche che il mondo lo è, (sebbene ancora non lo sappia), perché ha perso un vero artista
”.

Sebastiano Lo Iacono risponde: “ Questo libro è il ritratto (e forse, al tempo stesso, un autoritratto mio e suo) di un amico grande, compagno di giovinezza, impegno culturale e politico, lotte e comuni passioni per l’arte, la cultura e la verità. Il <simile cerca il simile>.
L’identico si rispecchia nell’identico. Scrivere di Mario Biffarella non è stato altro che continuare a dialogare con lui sui massimi sistemi e le perenni grandi narrazioni. Spero che, leggendolo, Mario possa continuare a essere nell’esserCi ancora.
Non l’ha scritto chi l’ha scritto.
È come se l’avessimo scritto insieme. A quattro mani. Credo anch’io, come ha detto il figlio Ferruccio, che Mario&B., che si definiva «diversamente credente», in quel luogo dove egli è adesso, stia «insegnando agli angeli come si dipinge» il mistero della bellezza.
Se morire è una metamorfosi, come quella di un bruco che diventa farfalla con le ali di colore blu-cobalto, i quadri di Mario sono stati la sua metamorfosi di uomo in artista e di artista in uomo: le sue ali di colore blu-cobalto”
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https://www.youtube.com/watch?v=Z6cqo7SYTqQ

 

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Lo ricordano:
Custode Angelo Porrazzo:”Chi muore, oltre al ricordo umano della persona che è stata, vivrà nel ricordo della collettività con le sue opere, frutto del proprio ingegno e creatività. Mario lascia ai suoi cari, ed insieme alla comunità Mistrettese, regionale, nazionale,un eredità inestimabile di cultura e di bellezza artistica che tracima dalle sue opere che abbracciano varie branchie dell’arte:disegno, scultura, pittura, musica”.

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Filippo Giordano: “Ciao amico artista. Anche per te “le jeux sont faits”. Avevi una spiccata intelligenza, un carattere ribelle e una morbida mano con le quali sei riuscito ad andare oltre il quotidiano creando tante opere d’arte. Ripudiavi gli apparati inibitori della evoluzione umana e talvolta mi raccontavi della <<vita oltre la vita>>. Mi sei stato <compare> in diverse avventure terrene. Con te si invola una parte di me”.

Nino Romano: “ Ciao grande amico mio !!! Aspetterò ogni giorno la tua visita come hai fatto fino a qualche giorno fa in attesa che uscisse tua moglie dal lavoro per poterla accompagnare a casa. La cosa che più mi addolora è non poterti salutare per l’ultima volta, a causa di questo sciagurato corona virus, ma lo farò col cuore ed una lacrima furtiva. Ciao Mario!”

Francesco Saverio Modica:Mario è una tra le persone che più mi hanno formato, un punto di riferimento nei miei anni di adolescenza a Mistretta. Sapevo della sua esistenza fin da piccolo, non è difficile imbattersi in qualche sua opera a casa di qualcuno o anche in chiesa, a Santa Caterina, dove settimanalmente mi recavo.
Mi affascinava vedere la tanta bellezza dei suoi dipinti e le sue ricostruzioni mitiche dell’Amestratos ellenistico-romana o del Castello medievale mi catapultavano verso altre epoche e verso la volontà di volerne sapere di più. Iniziammo a parlare solo nel 2013.
Io, ginnasiale alle prese con un progetto scolastico, Archeologia per Crescere, non pensai che a lui per scoprirne di più sulla nostra cittadina, lui che negli anni del “Sacco di Mistretta”, sotto l’egida di Egidio Ortolani, provò a salvare il salvabile, giungendo all’istituzione del Museo.
Si mostrò con me subito molto disponibile ed entusiasta, una fonte senza argini pronta a parlare di qualsiasi argomento. Andavo nel suo studio a trovarlo, lo ascoltavo e lo osservavo nella sua infinita pazienza.
Da una parte, le sue mani sulla tela trasmettevano pace, dall’altra, rancore, rabbia e tristezza uscivano dalle sue labbra per le attuali condizioni del paese, per il clima triste esistente e per il rimorso di non essere riusciti, forse, a fare abbastanza.
Mi stimava e mi incoraggiava tanto, e ciò mi ha reso tanto felice. Vedendo la mia curiosità e la passione che metto in ciò che faccio, non ha esitato a definirmi come “Ortolani III”) o ad augurarmi di diventare un giorno il primo archeologo mistrettese che di Mistretta si occupa.
Per  la mia laurea mi salutò con un <<fatti sentire, dobbiamo parlare ancora di tante cose>>.
Così non è andata, ma per tutto ciò che c’è stato non posso che gioire ed esternare verso di lui i più profondi sentimenti di estrema gratitudine.  

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Lucio Vranca: “Mario, un apprezzatissimo artista, rispettabile musicista che, con la sua chitarra, ha impreziosito momenti culturali di prestigio. Addio, rispettabile amico con la musica nel cuore, sarai sempre nei miei ricordi”.

Francesca Scarcina:”Ciao maestro, ciao artista…mi mancheranno i tuoi consigli, la tua ammirazione per ogni mio disegno, per ogni mia creazione…! Mi volevi bene come una figlia e i tuoi consigli per me erano molto preziosi. Mi mancherà parlare con te, uomo di grande cultura, confrontarmi, imparare da te… Ancora non ci credo. Ti voglio bene e te ne vorrò sempre…Mario Biffarella..riposa in pace!
Rimarrai sempre nei nostri cuori, la tua arte e il tuo ricordo..non moriranno mai.Conserverò con grande amore il regalo che mi hai fatto per i miei 18 anni, il mio ritratto…

Giuseppe Sirni: “Ciao Mario Biffarella. Grazie per quello che mi hai insegnato. Per tutti i pomeriggi passati insieme tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso nel corso d’arte che tenevi presso l’ex tribunale di Mistretta e grazie al quale ho potuto apprendere le basi che mi hanno permesso di iscrivermi più tardi all’accademia di belle arti. Sono stati anni fantastici che hanno arricchito non solo me, ma anche tanti ragazzi che hanno frequentato quel corso. Con te se ne va una figura importante, un riferimento dell’arte mistrettese e siciliana”.

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Marianna Tita: “Ciao Sig. Mario…MAESTRO, così ti chiamavo e tu mi rispondevi “Mariannuzza”.
Ti ricorderò per sempre per la persona intelligente, distinta, educata e acculturata che eri. Ho avuto il privilegio di essere anche una tua vicina di casa e di frequentare il tuo studio ogni qualvolta avevo bisogno di un tuo suggerimento. E lì, mentre parlavamo di tutto, io mi perdevo tra il profumo dell’olio di lino, mentre lavoravi ad una delle tue creature e, le tue opere mi guardavano come se dovevano uscire dalla tela.
Uomo da mille sfaccettature te ne sei andato così, senza avere la fortuna di poterti salutare un’ultima volta, come meritavi.
Il mio paese MISTRETTA
dev’essere fiero di averti avuto come abitante e mi auguro con tutto il cuore che ti ricorderà come meriti!
Lasci a noi un segno tangibile della tua maestria e a me personalmente un tuo regalo “il mio ritratto”.
Ovunque tu sia, dove ti troverai sarai pieno di luce e a me piacerà pensarti così, immerso tra pennelli e colori a dipingere la nuova vita che vivrai…ti voglio bene
”.

 Padre Damiano Amato: “Con Mario Biffarella ci siamo incontrati negli ultimi anni della sua vita, apparentemente diversi, contrastanti, ma in realtà molto, ma molto vicini perché ambedue alla ricerca della VERITÀ, del BELLO, dell’ESSEZIALE.
Tra di noi c’erano: rispetto, stima, volersi bene.
Abitavamo in due sponde diverse, lontane forse contrastanti ma unite da un PONTE: LA VERA AMICIZIA.
“Mario ti so tra le braccia del Padre, questa sera celebreremo la messa insieme, tu nella certezza ed io ancora nel dubbio DELL’AMORE DEL PADRE”.

 Mario Lorenzo Marchese: “Come sono inafferrabili taluni ricordi nel loro essere appesi a niente, forme in continuo movimento che restituiscono il niente in un niente più grande. Ovunque tu sei, ciao Mario. Ad un anno dalla tua scomparsa ti ricordo amico con questa tua bella opera.
Che dirti? Ogni grande opera d’arte ha due facce, una per il proprio tempo e una per il futuro, per l’eternità”.

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Mariano Basci’: “ Oltre che un “Grande” artista, un compagno di banco e di giochi d’infanzia, un consulente ed un collaboratore di prim’ordine, un caro amico, gentile, affettuoso che ha portato con se un pezzo di me”!

Enzo Salanitro: “ Mario apparteneva alla grande famiglia de “LA NUOVA MANIERA” pur nella sua solitudine, scelta, voluta, personale.
“LA NUOVA MANIERA”, nata negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso,
è uno spazio virtuale dedicato a tutte le forme di espressione artistica. Comprende artisti che rivendicano il mondo classico nella pittura, nella scultura, nei simboli, nelle atmosfere del tempo corrente e nei contenti contemporanei. Mario è stato un artista, un costruttore di pensieri, idee, colori.
Credo che un artista abbia come unica aspirazione quella che il suo messaggio venga recepito e capito.
Certo, aspira al successo delle sue opere, delle sue idee. Il successo, però, costa umiliazioni e silenzi assordanti e ciò vale per qualsiasi artista. Mario è stato un artista contemporaneo e tale rimane, un uomo che ha vissuto in una periferia così come Catania o Palermo nei confronti di Roma o Milano, ma ciò non gli ha impedito di avere un’idea totale dell’uomo, sul mondo sull’Oltre.
Sarà l’opera altrui a raccogliere il lavoro di chi è stato presente e dare, forse, un giudizio equo, anche se mai finale.
Parlerà l’opera con i suoi colori, i suoi virtuosismi, i suoi contenuti.
Amiamo, dunque, gli artisti costruttori di bellezza e di pensieri.  Amiamo tutti quelli che danno emozioni e anche quelli che non ne danno. Amiamo le loro opere, anche quelle sperimentali, di qualsiasi stile o momento artistico. Chi ha gusto si tenga il suo, ma rispetti l’innocenza degli artisti… e rispetti l’opera di Mario Biffarella che, col suo lavoro, ha riscattato la pochezza di tante figure e l’onore di chi è stato calpestato dalla vita.
Solo Mario sapeva farlo con la voce, con i colori, con i pennelli, con il suo genio
”.

Giuseppe Ciccia: “ Un caro e semplice saluto al mio amico Mario.Ci vedevamo spesso. Mi parlava delle sue esperienze artistiche, delle sue collezioni, di quello che faceva senza un attimo di riposo.  Io parlavo dei miei hobby o insieme delle quotidianità.
Ricordo adesso, con commozione, il nostro ultimo incontro pochi giorni prima, <o puzzu>, davanti alla casa dove abita Alvaro suo figlio.
Ci siamo lasciati con un sorriso dopo aver parlato del più e del meno, ma sempre con un accenno a qualcosa di culturale e di artistico.
Il sapere, la cultura, l’arte e la bellezza ci unisce sempre! Ciao Mario”.

Gaetano Catania: ”  E’ difficile tratteggiare un profilo sincero e disinteressato di un artista in piena attività.
Il mio vuole essere soltanto un sincero ricordo di un <vicinieddo> di casa, del quartiere Santa Caterina, che conoscevo fin da bambino, avendo frequentato la stessa Parrocchia e la stessa Azione Cattolica.
Cresciuti insieme, le nostre strade con il tempo si sono separate, io sono andato via da Mistretta per motivi di studio e di lavoro, mentre Mario è rimasto a Mistretta a continuare la sua passione per l’ARTE. Mario, fin da bambino, nel campo artistico era un piccolo <genio>.
Creava, con estrema semplicità, opere d’arte sia nel campo della pittura sia nella scultura.
Mario Biffarella, fin da bambino, aveva uno spirito artistico e creativo eccezionale, soprattutto nella pittura. Ho avuto la gioia di scoprire e di ammirare tantissime sue opere d’arte. Desidero fare un appello a chi ha la competenza, all’autorità istituzionale, di valorizzare questo nostro Artista, per quello che ha fatto per MISTRETTA. Un riconoscimento “ufficiale”, anche postumo, da parte di chi rappresenta Mistretta, gli è sicuramente dovuto”.

Nella Seminara: “ ho conosciuto Mario Biffarella nell’antiquarum che aveva creato nell’edificio di  via Monte a Mistretta, oggi sede dell’Agenzia delle Entrate, ed ho apprezzato le sue qualità di persona competente, aperta al dialogo, disponibile a dare notizie sul materiale custodito, entusiasta del lavoro che svolgeva. Lo ricorderò sempre con grande stima”.

Giorgio Toselli: “Mario Biffarella propone argomenti di riflessione, col fine ultimo di ritrovare l’armonia perduta, la bellezza, la semplicità della natura umana, l’amore universale. Poco importa se per realizzare un’opera ci vuole troppo tempo, lui dice sempre: <per me fare un quadro è una esperienza, come scrivere un libro, anche nel corso di anni: perché allo scrittore è consentito e a me no>?
In questo <processo magico> Biffarella, come i grandi artisti del passato, è un comunicatore che utilizza le immagini del suo tempo:
I personaggi della cronaca, le immagini degli strumenti tecnologici che cambiano nel bene e nel male la vita; utilizza il linguaggio figurativo, nella dimensione di un tempo unico dove passato e presente sono già scritti…”

Federico Zeri – 1992 “… I dipinti di Mario Biffarella posseggono un certo spirito trasgressivo, che gli fa toccare espressioni davvero notevoli…”.

Mario Biffarella è nato a Mistretta (Messina) il 15 agosto 1952.
Dopo aver frequentato l’Istituto d’arte a Santo Stefano di Camastra e l’Accademia di BB.AA. a Firenze e a Palermo, ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento e ha prestato servizio in qualità di insegnante di Educazione artistica nelle Scuole  Medie.
Vincitore di concorso, ha lasciato la scuola per assumere la responsabilità di dirigere il Museo Civico polivalente del Comune di Mistretta.
Per 30 anni ha lavorato impegnandosi per la difesa del patrimonio culturale e artistico del territorio.
Ha creato la scuola comunale nell’ambito della quale sono istituite diverse rassegne d’arte come la collettiva di pittori e quella degli allievi della Scuola, a cadenza annuale. Ha insegnato nella locale Scuola di disegno “Noè Marullo”.
Ha collaborato a numerose pubblicazioni di natura artistico-culturale. Ha collaborato per la nascita del museo silvo-pastorale “G. Cocchiara”.
Ha partecipato a numerose mostre collettive e a concorsi ottenendo molti premi e riconoscimenti. Ha organizzato diverse mostre personali.
Ha illustrato diversi libri di storia, di poesie, d’arte.
E’ stato, assieme ad altri membri, socio fondatore dell’associazione “Nebrodi Arte”, di Sant’Agata Militello, per il rilancio dell’arte e della cultura nel territorio dei Nebrodi. Ha realizzato e restaurato importanti opere d’arte nelle chiese, al cimitero monumentale di Mistretta,nella villa comunale “Giuseppe Garibaldi”.

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E’ stato ampiamente citato da riviste locali e nazionali.
Nel 2013 è stato insignito del premio alla carriera alla “Dicembre Arte” presso il palazzo Minoriti a Catania.
È deceduto presso l’ospedale di Patti il 14 marzo 2020, all’età di 68 anni.

R.I.P. in pace e che la terra ti sia lieve carissimo Mario!

 

 

 

 

 

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mar 15, 2021 - Senza categoria    No Comments

“IL VENTO” LA LIRICA DELLA POETESSA LICATESE ROSARIA INES RICCOBENE

IL VENTO

Soffia.Ulula. Imperversa.

La sua presenza soffoca

gli aspetti della vita.

Imprime la sua forza.

Arrotola le onde le spinge

infrange la costa.

Infuria il  mare

apre squarci profondi sulla rena.

Smerlature bianche e spumose

avanzano danzando.

Spruzzano scompaiono si frantumano.

Il giorno scorre. Arriva il tramonto.

Dal libro Le ali del cuore”

Edito da “LA VEDETTA” Ass. Cult. “Ignazio Spina”

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mar 1, 2021 - Senza categoria    No Comments

LA SINAPIS ALBA DAI BEI FIORI GIALLI E LUMINOSI NELLA CAMPAGNA DI LICATA

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In questo periodo, relativo al mese di Marzo 2021, allegra è la campagna di Licata colorata di giallo per la presenza abbondante dell’Oxalis acetosella e della Sinapis alba, ma colorata di bianco anche per la presenza del Diplotaxis erucoides, specie botanica conosciuta a Licata col nome di “Finacciolo”, oltre alle altre piante verdi che sono tutte piante infestanti.
A suscitare la mia curiosità botanica è stata la SINAPIS ALBA.

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Il genere Sinapis è composto da 4 specie di piante erbacee annuali provenienti dall’Asia e dall’Europa.
Queste specie sono: Sinapis alba, Sinapis arvensis, Sinapis flexuosa, Sinapis circinata, Sinapis allionii.
Etimologicamente il nome del genere “Sinapis” deriva dal  latino e significa “Senape”.
Il nome della specie “alba” “bianca” per il colore chiaro dei semi.
Sinonimi sono: Senape gialla, Luchettone, Ruchettone, Rapicello selvatico, Raphanus albus, Eruca alba, Brassica hirta, Brassica alba, Brassica foliosa, Sinapis foliosa, Bonannia officinalis, Rhamphospermum album, Napus leucosinapsis, Leucosinapsis alba, Crucifera lampsana.
In alcuni paesi europei è conosciuta col nome “Mostarda” dal latino “Mustum ardens “ “Mosto ardente” dall’uso di aggiungere i semi al mosto, il succo d’uva appena spremuta e non fermentata.
Nomi esteri sono: in Francese “Moutarde blanche”, in Inglese “White mustard”, in Spagnolo “ Mostaza blanca”, in Tedesco “Weisser Senf”.
La Sinapis alba è originaria dell’Africa (Algeria, Egitto, Libia, Marocco e Tunisia).
Molto coltivata fin dall’antichità nell’area del Mediterraneo come pianta medicinale e come spezie, la sua coltivazione si è estesa progressivamente in Europa, in Asia e in America.
In Italia cresce spontanea in quasi tutte le regioni dal mare e fino a quote collinari dai 200 ai 300 metri.
È possibile rinvenirla ai margini dei sentieri e in luoghi assolati e riparati dai venti.
La Sinapis alba, la Senape bianca,è una pianta erbacea annuale appartenente alla famiglia delle Brassicaceae.

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Possiede poche radici a fittone che la saldano al terreno da cui partono lunghi fusti solcati longitudinalmente, eretti,  ispidi, che raggiungono altezze di 70-80 cm. Ogni fusto è composto di varie ramificazioni in alto.
Le foglie, di colore verde scuro, le inferiori picciolate, larghe, dalla superficie ispida, disposte in modo alternato lungo i fusti, sono palmato-lobate, lunghe da 5 a 15 cm con i lobi a margine dentato. Le foglie superiori, progressivamente più piccole e più strette, con picciolo corto o assente, lunghe 2-4 cm, hanno i lobi uguali con margini dentati.

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Fiorisce da febbraio a giugno, con un’abbondante e prolungata fioritura.

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I fiori sono riuniti in infiorescenze a racemo lunghe fino a 30 cm all’apice dei fusti.
 Ogni fiore possiede la corolla, formata da 4 petali di colore giallo, e il calice, formato da 4 sepali disposti a croce.
Sono fiori attinomorfi. Gli stami sono 6 di cui due corti e quattro più lunghi.

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Il frutto è una siliqua cilindrica leggermente compressa, lunga da 2 a 4 cm, fittamente ricoperta da corte setole biancastre.
La siliqua, portata da un lungo peduncolo, è divisa in 2 parti, quella inferiore contiene i semi.
La siliqua è un frutto secco deiscente che contiene da 3 a 5 semi sferici, di colore bianco grigiastro, e dalla superficie finemente zigrinata.
A maturità, si apre e lascia cadere i semi.

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 La parte centrale del frutto, dove sono collocati i semi della siliqua, si chiama replo.
Si tratta di una struttura dalla quale i semi si staccano a maturità.
La riproduzione avviene esclusivamente per seme.
I semi si raccolgono nel periodo compreso tra i mesi di giugno e di agosto, prima di essere completamente maturi, e prima dell’apertura della siliqua.
Veramente si raccolgono i rami che contengono le silique perché, essendo i semi molto piccoli, si dispererebbero nel terreno.
I rami si fanno essiccare all’ombra e poi si battono per separare i semi. I semi vengono conservati in recipienti di vetro.
Ogni pianta cresce, fiorisce, germina, ma poi muore.
Tuttavia, essendo una pianta molto resistente, può germinare in autunno, svernare come piantina e fiorire l’anno successivo.
Il suo ciclo vegetativo dura da 1 a diversi mesi, a seconda del momento della germinazione.
La semina della Senape bianca è effettuata nel periodo primaverile, indicativamente nel mese di marzo o, comunque, quando la temperatura è superiore a 13°-14°C.
Nelle regioni con un clima caldo mediterraneo la semina può avvenire in qualsiasi periodo dell’anno.
I semi sono ricchi di olio ed è proprio da questi che si estraggono prodotti alimentari.
Le proprietà utili della senape sono molte, visto che contiene molte vitamine: A, C, E, K, B1, B2, B6, nonchè selenio, fosforo, rame, ferro,  magnesio e la sinalbina, un tioglicoside responsabile del sapore pungente.
La Senape bianca in natura cresce spontaneamente su terreni argillosi e calcarei, ben drenati, ma si adatta bene a vegetare su qualsiasi tipo di terreno essendo una pianta abbastanza rustica. E’ bene concimare il terreno prima della semina con un concime minerale ricco di potassio in primavera. Cresce meglio se esposta al sole e resiste a temperature relativamente basse.
Gradisce le annaffiature, ma non i ristagni idrici, per evitare l’attacco di funghi e di alcuni insetti nocivi.
Non è necessaria la potatura.
È buona cosa effettuare i regolari interventi di sarchiatura in modo da evitare la crescita incontrollata di erbe infestanti e permettere una maggiore areazione del terreno.
La Senapis alba è anche una pianta medicinale.
E’ conosciuta per le sue proprietà digestive, carminative e stimolanti.
Ha funzione  disintossicante, contrasta il colesterolo cattivo, è lassativa, riesce a modulare i livelli di glicemia e ossigena il sangue.
I cataplasmi, impiegati per il trattamento dei reumatismi, hanno un effetto rubefacente, però possono causare infiammazioni alle pelli sensibili e delicate.
Per questo motivo devono essere usati con molta attenzione e dietro il consiglio del medico o di un esperto erborista.
Con le parti verdi della pianta è possibile inoltre realizzare un decotto che può essere usato come vasodilatatore e aggiunto all’acqua per i pediluvi.
L’uso in cucina è principalmente come condimento piccante, la famosa salsa di senape, ottenuta dai semi dal caratteristico sapore forte utilizzata  per insaporire carni e pesci.
I semi di tutte le Senapi contengono dei glicosidi che, mescolati all’acqua, liberano un alcaloide, la sinapina.
Per questo un uso indiscriminato dei semi di Senape può causare problemi gastrointestinali anche gravi.
Le foglie tenere e le infiorescenze non ancora sbocciate possono essere utilizzate cotte in minestre o come verdura, cruda o cotta, per il loro sapore gradevole.
La Senape bianca è coltivata per i suoi semi utilizzati per la produzione di olio. Contengono dal 25 al 45% di olio utilizzato nell’industria alimentare, farmaceutica, cosmetica e nell’industria dei saponi.
Inoltre dai semi macinati si ottiene la farina utile, assieme ad altri ingredienti, per preparare i vari tipi di mostarda.
La mostarda, oltre a conferire ai cibi un particolare sapore, assunta in piccole dosi stimola la secrezione gastrica, ma potrebbe causare irritazione dell’apparato digerente. Assunta a dosi elevate ha effetto emetico e altamente irritante.
La Senape bianca è coltivata anche come foraggio per gli animali.
Dopo la raccolta dei semi, le piante servono da foraggio per il bestiame, ma che deve essere somministrato con moderazione in associazione con altri alimenti.

 

 

 

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feb 23, 2021 - Senza categoria    No Comments

STORDISCE IL CANTO DEGLI UCCELLI LA POESIA DELLA POETESSA LICATESE ROSARIA INES RICCOBENE

STORDISCE IL CANTO DEGLI UCCELLI

Sole filtrato imprigionato.
Sfarfallio di foglie.
Dondolio di rami.
Intrecci.
Teneri abbracci.
Canti di uccelli.
Svolazzare di ali.
Voli circoscritti
e poi lontani.
Verde immenso ti circonda
ti sovrasta.
Ascolti guardi ammiri.
Senti voci deliranti.
Bevi,ingoi il creato.
Il suo splendore
Ha rapito il tuo essere.
Rosaria Ines Riccobene
Dal libro di poesie “Luci ombre voci e silenzi”

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feb 10, 2021 - Senza categoria    No Comments

L’ AGAVE ATTENUATA NELLA MIA CAMPAGNA DI LICATA

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Madre Natura mi regala sempre nuove sorprese! E’ stato entusiasmante trovare, all’improvviso, nella mia campagna di Licata, in contrada Montesole, in un’aiuola dietro alla casa, un bellissimo arco di fiori gialli! Non è stato difficile riconoscere la pianta a causa della sua unicità e della sua bellezza.
E’ L’ AGAVE ATTENUATA.
Veramente piante di Agave attenuata nelle aiuole della mia campagna ce ne sono tante, ma questa è stata l’unica a regalarmi questa magnifica fioritura che ho tanto apprezzato.

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Purtroppo la pianta, dopo diversi anni di vita vegetativa, fiorisce una sola e poi muore per lo stress di produrre un arco così grande e così pieno di fiori che si schiudono gradatamente.
Mi dispiacerebbe assai!

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Tutte le specie di Agave, prima di morire, dopo la fioritura emettono germogli basali che, raccolti e rinvasati, favoriscono la propagazione della specie.
Etimologicamente il termine del genere “Agave” deriva dal greco “αγανόϛ” “splendido, meraviglioso”, termine che non smentisce la verità. L’Agave attenuata è una specie originaria dell’America meridionale, e più precisamente delle aree deserte del Messico. Per questo motivo è chiamata “Agave americana”.
Appartiene a una numerosa famiglia di piante che comprende circa trecento specie tutte originarie del Messico.
Fu lo studioso slovacco Benedict Roezl che, durante le sue ricerche nelle due Americhe, scoprì alcune specie di Agave. Dalle Americhe le piante furono portate in Europa, dove attecchirono nei giardini e nelle ville signorili considerate come piante esotiche. La specie più diffusa di agave è l’Agave americana. Fu l’esploratore Galeotti a trasportarla in Italia nel 1834.
È considerata una pianta rara poiché si trova difficilmente come vegetazione spontanea ma, poichè è coltivata artificialmente, non corre alcun rischio di estinzione.
L’Agave attenuata, appartenente alla famiglia delle Asparagaceae, è una vigorosa, elegante e ornamentale pianta succulenta, turgida, molto acquosa e di rapida crescita.
E’ formata da un insieme di foglie disposte a rosetta.

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Le foglie sono di colore verde-azzurro, prive di spine, di forma lanceolata, grandi, possono raggiunger i 50–70 cm di lunghezza, di natura fibrosa e dotate di abbondanti tessuti acquiferi per resistere ai lunghi periodi di siccità.
Nel mese di febbraio del 2021 l’Agave attenuta nella mia campagna ha prodotto un bellissimo arco di fiori giallo-verdastri.

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E’ un’inflorescenza racemosa che può raggiungere anche i 3 metri di altezza.
I fiori sono visitati da quasi tutti gli insetti imenotteri avidissimi del loro nettare. Dopo la fioritura, la pianta produce una grande quantità di semi che si disperdono nel terreno dando origine a nuove piantine.
L’Agave attenuata è una pianta ornamentale, che sfoggia il meglio della sua bellezza ed eleganza in ogni stagione dell’anno. Pertanto è ampiamente utilizzata per abbellire le aiuole dei giardini e delle ville.
Non è facile scoprire che questa pianta cresce spontaneamente in Natura. Coltivare l’Agave attenuata, sia in vaso sia in piena terra, è facile.  Vegeta molto bene nelle zone a clima mite invernale, mentre teme le temperature particolarmente basse. La temperatura non deve scendere mai al di sotto dei 5°C. Accetta qualsiasi tipo di terreno. Deve  essere esposta per molto tempo alla luce del sole, quindi è bene collocarla in un luogo ben esposto ai raggi solari. Essendo una pianta succulenta, non ama particolarmente l’acqua. Potrebbe essere sufficiente un’annaffiatura mensile. Durante l’inverno le annaffiature devono essere molto ridotte. La concimazione è necessaria solo in primavera aggiungendo un concime a base di fosforo e di potassio che aiuta la fioritura.
La pianta teme l’attacco degli afidi e delle cocciniglie. Le abbondanti piogge e le escursioni termiche potrebbero favorire anche la comparsa dei funghi. Per combattere questi parassiti è opportuno effettuare un trattamento con un insetticida ad ampio spettro alla fine dell’inverno e usando un fungicida sistemico.
La potatura deve essere eseguita solamente per eliminare le parti malate. Il marciume al colletto, dovuto all’eccessiva umidità del terreno, va combattuto limitando le annaffiature e mantenendo asciutto il terreno.

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