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dic 6, 2019 - Senza categoria    No Comments

“ESTER ALLE PRESE CON L’AUTORE E CON I SUOI FANTASMI. STORIA DI UNA DONNA VIOLENTATA” DRAMMA DEL PROF. VINCENZO SCUDERI RAPPRESENTATO AL TEATRO RE GRILLO DI LICATA .

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Il prof. Vincenzo Scuderi ancora una volta stupisce la platea con la rappresentazione scenica di una sua opera.
Infatti, giovedì, 5 dicembre 2019, alle ore 18:30, nella prestigiosa sala del teatro “Re Grillo”, sito a Licata in Corso Vittorio Emanuele, è stato portato in scena un importante tema sociale, che coinvolge la DONNA, e di cui quasi quotidianamente dai telegiornali regionali e nazionali sono riportate notizie su violenze fisiche e psicologiche sulle donne fino all’atto estremo del femminicidio.
“ESTER ALLE PRESE CON L’AUTORE E CON I SUOI FANTASMI. STORIA DI UNA DONNA VIOLENTATA ” è il titolo del dramma tratto dal libero “Novelle/tre” “Semplicemente Donne Siciliane”. Questa rappresentazione si inserisce nel contesto delle manifestazioni organizzate in occasione delle giornate contro la violenza sulle donne. E sostenuto dall’Assessorato Turismo, Sport e Spettacolo.

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In questa novella Ester, attrice in scena, persona enigmatica e drammatica, racconta alla platea la sua storia di donna violentata.  L’autore del libro è il prof. Vincenzo Scuderi, che ha realizzato anche il dipinto della copertina e i disegni in esso contenuti.  Il libro, di 328 pagine, è stato pubblicato nel 2016, edito da Youcanprint.

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In questo suo lavoro il prof. Vincenzo Scuderi ha voluto porre l’accento sul delicato tema, di rilevanza sociale, dell’abuso, della violenza sulle donne, dei maltrattamenti, anche in seno alle loro famiglie, e, in extremis, dei femminicidi. Questo tema, evidenziato dall’autore nel suo racconto e fatto risaltare nella rappresentazione scenica al teatro “Re Grillo” di Licata, ha dato spunti di riflessioni personali.
Ecco, per questo motivo la rappresentazione scenica è carica di sensibilità e di originalità!
L’autore ha caldamente invitato a partecipare alla rappresentazione scenica non solo le dirette coinvolte, cioè le DONNE, ma tutti i rappresentanti del massimo consesso cittadino, le istituzioni, le associazioni presenti nel territorio e tutti quei licatesi che si battono e hanno a cuore questo delicato problema della violenza sulle donne perché possa avere una radicale soluzione. E’ stato essenziale partecipare per assicurare l’impegno sociale, per dimostrare la sensibilità, per dare una risposta positiva e personale alle donne, per sensibilizzare la città, per curare una piaga sociale che offende e distrugge la personalità femminile e che va combattuta e condannata affinchè il fenomeno della violenza sulle donne non si ripeta mai più né a Licata né altrove nel mondo.
Per sensibilizzare i giovani a questo rilevante argomento il dramma: “ESTER ALLE PRESE CON L’AUTORE E CON I SUOI FANTASMI. STORIA DI UNA DONNA VIOLENTATA ” sarà ripresentato nell’aula magna “Ines Giganti Curella” dell’I.I.S.“E. Fermi” di Licata il 13 dicembre p.v. Gli stessi alunni, nello stesso istituto, hanno già partecipato al convegno del 25 novembre u.s. dal titolo: “Stop violenza sulle donne – Codice Rosso e Tutela delle vittime” organizzato dall’ O.P.A. (Osservatorio Permanente Antiviolenza) durante il quale hanno dato prova della loro sensibilità al tema rappresentando alcune scenette da loro stessi preparate.
Per riflettere sull’importanza della giornata del 25 novembre contro la violenza sulle donne e per sensibilizzare al rispetto e alla libertà individuali, ecco le parole della dirigente scolastica prof.ssa Amelia Porrello rivolte agli allievi, ai docenti, alle autorità civili e militari, alle associazioni: “Contrastare la violenza sulle donne è un compito essenziale di ogni società che si proponga la piena tutela dei diritti fondamentali della persona. Bisogna educare, soprattutto le nuove generazioni, al <<rifiuto della violenza nei rapporti affettivi”>>. L’educazione a una vita sentimentale, caratterizzata dal rispetto per l’altro, inizia dall’infanzia e dall’adolescenza. Soprattutto alle nuove generazioni deve essere rivolta l’attività attuata dalle istituzioni e dalla società civile. La scuola e le altre attività, in cui si esplica la crescita della persona, devono essere in prima fila contro ogni forma di violenza, pregiudizio e discriminazione.
La violenza è una malattia che danneggia tutti coloro che lo usano, indipendentemente dalla causa. L’IIS “Fermi” dice “No alla violenza contro le donne!!!!
Il discorso della prof.ssa Amelia Porrello è collegato al racconto del prof. Vincenzo Scuderi.  Il libro “SEMPLICEMENTE DONNE” completa la “Terna” delle Novelle dedicate alle “Donne siciliane”.  Il prof. Vincenzo Scuderi  nel libro racconta la storia della nobildonna Matilde, la storia di Mamma Grazia; la storia di Angelina in dialogo col suo amante Fefè; la storia di Miriam, personaggio impenetrabile che sembra farsi sopraffare dai ricordi penosi e angoscianti ma… qualcuno la aiuta a capire se stessa, la storia di Marietta, l’amante del pescatore, che viene considerata dai maldicenti e dai bigotti del paese una di quelle “donne facili”, la storia di Rosa, ragazza moderna, femmina sagace e boriosa alle prese col suo innamorato, la storia di Andreina, la danzatrice sfegatata di rock and roll, la storia di Delizia, che personifica la “Materialità” dell’essere umano in un insolito colloquio con Angelino, che rappresenta la “Spiritualità”, e la storia di tante altre donne palermitane al mercato della Vucciria e a Ballarò.
Hanno iniziato la rappresentazione i lettori:Marco Bernasconi, Maria Grazia Cimino, Giuseppina Incorvaia, che hanno letto alcuni brani dello stesso autore, scritti appositamente sul tema.

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Da sx: Marco Bernasconi, Angelo Augusto, Maria Grazia Cimino, Giuseppina Incorvaia

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Successivamente ha introdotto l’evento la signora Maria Bernasconi con queste parole: ”Amici carissimi ancora una volta mi pregio di presentare un altro lavoro del prof. Vincenzo Scuderi che, come le altre volte, ci fa riflettere su importanti temi di carattere sociologico. Oggi,in questa rappresentazione scenica,il prof.Vincenzo Scuderi ha affrontato il problema della violenza sulle donne, racconto tratto dal libro “Semplicemente Donne Siciliane”. Inoltre,  ha ampiamente illustrato la personalità sensibile e creativa dell’autore.

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La signora Maria Bernasconi ha invitato ad entrare in scena sul palco lo stesso autore che ha chiamato insistentemente la protagonista: “Ester, Ester,vieni, non avere paura dei fantasmi”.

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Bravissimi sono stati gli interpreti: Gloria Incorvaia, nelle vesti di Ester, Daniele Costa ( il marito di Ester), Matteo Federico, il bimbo.

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Molte volte, durante la rappresentazione, si è sentita la voce dell’autore dialogare con Ester, la protagonista.

Registi: Vincenzo Scuderi e Gloria Incorvaia.
L’interpretazione dei personaggi è stata molto apprezzata dai presenti, come hanno dimostrato i calorosi applausi elargiti dalla platea con espressa gratitudine.

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Visibilmente commosso, ma compiaciuto il prof. Vincenzo Scuderi ha ringraziato il dott. Giuseppe Galanti, sindaco dl Licata, il giovane Andrea Burgio, Assessore allo Sport, Turismo e Spettacolo,

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l’Associazione O..P.A, le Forze dell’Ordine, la prof.ssa Amelia Porrello e tutti gli intervenuti ricevendo complimenti e abbracci affettuosi e sinceri.
Anche gli attori hanno ringraziato con i loro applausi.
Gloria Incorvaia ha ringraziato il cuntastorie Mel Vizzi e la “Putida Du Cuntastorie” per  avere messo a disposizione gli oggetti di arredamento del palco.

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Che dire? Il lavoro del prof. Vincenzo Scuderi, attraverso l’originale rappresentazione scenica al teatro Re Grillo, ha trattato il grave problema della violenza sulle donne, problema che mortifica non solo le donne, ma l’Umanità intera.
Molti sono stati gli spunti di riflessione.
LA DONNA deve essere amata, rispettata, stimata,  protetta sempre. Tutti i giorni, non solo il 25 novembre di ogni anno!
Il dialogo, la comprensione, la collaborazione fra i due sessi devono essere momenti di unione fra l’Uomo e la Donna e non di separazione o di violenza materiale e morale.
Le foto più belle sono della signora Loredana Capitano

Cenni biografici: Il prof. Vincenzo Scuderi,

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nato a Ramacca il 15/08/1946, risiede a Licata da molti anni.
Laureato in Economia e Commercio presso l’Università di Palermo, ha svolto il suo lavoro di valido e apprezzato docente quale titolare della cattedra di Ragioneria presso L’I.I.S. “Filippo Re Capriata” a Licata.
Coniugato con la signora Giuseppina Scribellito, è padre affettuoso di tre figli maschi: di Raffaele, di Alessio, di Francesco  e nonno premuroso di cinque nipotini.
Inoltre, già dottore commercialista e revisore contabile, oggi, da pensionato, si dedica ad altre attività culturali.
E’ autore di un testo di contabilità adottato in alcuni Istituti Tecnici d’Italia. E’ coautore della biografia sull’omonimo zio “Mons.Vincenzo Scuderi”. Titolo: “ Il Missionario di fuoco” -Editrice L.D.C. – Torino-Leumann . E’ autore di circa 50 pubblicazioni di contenuto giuridico-contabile-fiscale, (Editrice ETI, Roma; Editrice Pedrini, Torino; Editrice Tramontana, Milano; Giornale dei Dottori Commercialisti, Roma). E’ relatore di interventi, in sede Congressuale Nazionale, dei dottori Commercialisti, pubblicati dalla Casa Editrice Buffetti. E’autore di numerose opere letterarie. Ha pubblicato 48 volumi tra Romanzi, Novelle, Fiabe, Filastrocche opere conosciute in varie città della Sicilia, dell’Italia, dell’Europa. Alcuni romanzi sono disponibili negli Stati Uniti, in Australia, in Nuova Zelanda, in Brasile, in Gran Bretagna, in Canada, in Russia, in Polonia, in India, nella Corea del sud.
Amante dell’arte e della pittura, ha organizzato quattro mostre personali esponendo le sue preziose opere sino al 1981. Infatti, la copertina del libro “Semplicemente Donne Siciliane” è una sua creazione.
L’amico Vincenzo Scuderi è una persona aperta, socievole, detentore di molti valori umani e sociali che io, personalmente, ammiro e stimo molto.
Grazie Vincenzo!

 

 

 

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dic 1, 2019 - Senza categoria    No Comments

LA LANTANA CAMARA NELLE STRADE DI LICATA

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A Licata, negli incroci delle strade, nelle rotonde da spartitraffico, lungo i marciapiedi, nelle aiuole attorno ai palazzi si possono facilmente osservare numerose siepi di Lantane che abbelliscono la città.

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Il nome botanico Lantana camara, conosciuta anche col sinonimo di Lantana aculeata, è stato ad essa attribuito da Carlo Linneo.
Il termine generico è l’antica denominazione volgare di un’altra specie, del Viburnum lantana, per la somiglianza delle sue foglie con quelle del Viburnum lantana.
Il nome del genere “Lantana” deriva dal latino, “lantare”, “piegare, curvare”, per la flessibilità dei rami.
La Lantana, originaria delle zone tropicali dell’America meridionale, appartenente alla famiglia delle Verbenaceae, comprende circa 150 specie, ma solo due sono coltivate a scopo ornamentale. Le specie principali sono: la Lantana camara, che ha portamento eretto e fiori con toni caldi, e la Lantana montevidensis, che ha portamento più da strisciante o ricadente e fiori rosati. Da queste due specie sono stati ricavati vari ibridi, tutti molto colorati.

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La Lantana camara è un arbusto molto diffuso in molti paesi del Mondo, specialmente in Australia. In Italia s’incontra facilmente nelle regioni boschive fino a 1500 metri di altitudine. In Sicilia è spontaneizzata.
La Lantana camara è una pianta decorativa, abbastanza invasiva, che tende a svilupparsi in cespugli di dimensioni notevoli.
E’ una pianta perenne, sempreverde, a portamento arbustivo espanso, globoso, alta da 40 centimetri fino a due metri e con rami tetragonali provvisti di piccoli aculei.
Possiede foglie picciolate, semplici, opposte, ellittiche o cuoriformi, a margine dentato, di colore verde scuro, al tatto ruvide sulla pagina superiore e pelose su quella inferiore e, se stropicciate, emanano un odore piuttosto sgradevole e penetrante, ma efficace per allontanare le zanzare.

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I fiori, ermafroditi, riuniti in corimbi globosi, sono piccoli, numerosi, lungamente peduncolati e si formano all’ascella delle foglie. Sono raggruppati in cime emisferiche portate all’estremità dei rami.
La corolla, non profumata, tubulosa, formata da cinque petali irregolari, ha la particolarità di poter sbocciare di un colore e di assumere, col passare dei giorni, altre differenti tonalità.
La colorazione dei fiori tende a scurirsi con il passare del tempo passando dal bianco al giallo, al rosso. In base ai colori dei fiori si distinguono le diverse varietà di lantana camara.
Non è raro, infatti, vedere sulla stessa pianta fiori di differenti sfumature.
Sullo stesso corimbo il colore può essere: bianco, rosa, giallo, giallo-salmone, arancio, rosso-arancio e rosso mattone.

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La fioritura si prolunga dalla primavera all’autunno con la massima produzione in estate. Nei climi più caldi la fioritura continua per tutto l’anno, come avviene a Licata.
 I frutti sono delle drupe tossiche di colore blu-nerastre a maturità e compaiono insieme ai fiori donando alla pianta un valore ornamentale aggiunto.

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La moltiplicazione avviene per semina da eseguirsi nei periodi di febbraio – marzo, oppure per talea prelevando nel mese di luglio qualche parte dai rami di legno semi maturo dello stesso anno.
I semi non vanno interrati, bensì sparsi sul terreno, in piena luce. Le talee possono facilmente radicare in estate.
La Lantana camara colonizza sempre nuove aree mediante il trasporto dei semi da parte dei volatili. Quando arriva in una zona, si diffonde rapidamente. Attecchisce così bene che è difficilissimo estirparla.
La Lantana è una pianta molto coltivata a scopo ornamentale nelle aiuole dei giardini pubblici, negli ambienti urbani, nelle bordure, nelle scarpate, nelle fioriere, nei terreni privati perché è una pianta sempreverde, per la copiosa fioritura vistosa e decorativa, per la varietà dei colori dei fiori, per la presenza delle drupe blu che bene contrastano con il colore dei fiori.
Essendo una pianta rustica, la Lantana non richiede particolari attenzioni.
Ama essere messa a dimora in terreni acidi, ma si adatta su qualunque substrato purché soffice, ricco di humus e ben drenato poiché i ristagni d’acqua favoriscono la formazione di marciumi alle radici.
Piuttosto sensibile al freddo, tollera il gelo leggero in inverno essendo una pianta tropicale, pretende un’esposizione in pieno sole, ma soffre i raggi diretti del sole nella stagione calda, cresce bene all’aperto nelle regioni a clima mite. In estate necessita di molta acqua, mentre in inverno ne richiede una piccola quantità. Nel periodo della fioritura la Lantana va concimata ogni 10,15 giorni.
Non richiede una vera e propria potatura, è sufficiente l’accorciamento dei suoi rami più grossi e spinosi per avere una forma migliore che dona armonia a tutta la pianta. Si accorciano i rami troppo lunghi, disordinati e troppo sviluppati. Il periodo migliore per la potatura è verso la fine dell’inverno, quando la pianta comincia a svegliarsi dal riposo vegetativo .
La Lantana camara è una pianta molto resistente e difficilmente soffre di malattie parassitarie. Potrebbe essere soggetta ad aggressioni da parte di funghi. La comparsa di macchie rotonde e nere sulle foglie denota la presenza di una malattia fungina che fa appassire le lamine fogliari.
Il mal bianco riveste di una muffa biancastra le giovani foglie. Alla comparsa dei primi sintomi è necessario intervenire con trattamenti specifici seguendo il consiglio di un esperto del settore circa la scelta di prodotti antiparassitari.
Particolarmente insidiose sono anche le mosche bianche, piccoli insetti alati che producono la melata, una sostanza appiccicosa, succhiando la linfa delle foglie.
Il rimedio è il trattamento con appositi insetticidi.
Le cimici provocano un cambiamento di colore nelle foglie che diventeranno grigie o scure e infine appassiscono.
E’ resistente agli incendi e cresce velocemente colonizzando le aree bruciate.
La Lantana camara è una pianta invasiva. E’ stata capace di colonizzare India e Australia e Africa in un periodo di tempo alquanto ristretto tramite i semi trasportati dagli uccelli. Negli altopiani del Kenya cresce in molte zone impervie e difficoltose indipendentemente dalla quantità di acqua piovana ricevuta. Si può trovare lungo i sentieri, nelle zone desertiche, nelle vicinanze di fattorie.
Tutti gli sforzi effettuati per estirparla risultano vani. È stata inserita nell’elenco delle 100 tra le specie esotiche invasive più dannose al mondo. Tuttavia, sebbene sia considerata infestante, in Australia la pianta offre rifugio a parecchie specie di marsupiali e offre anche l’habitat per l’ape nativa Exoneura, specie vulnerabile, che nidifica nel fusto cavo della pianta.
Anche se è considerata una pianta infestante, tuttavia con i suoi rami intrecciati gli abitanti del Continente Nero costruiscono le scope. La pianta è velenosa in ogni parte, quindi è prudente indossare i guanti e lavarsi bene le mani quando si viene a contatto con essa.
La lantana è un’alleata straordinaria del nostro benessere perchè possiede proprietà fitoterapiche che trovano diverse applicazioni nella medicina soprattutto omeopatica. I suoi principi attivi sono usati per la cura di diverse patologie di media e di lieve entità.
I suoi principali costituenti sono: tannini, fitosterolo, fitosterolina, acidi organici, viburnina. La viburnina è il principio amaro più terapeutico della pianta ed è concentrato sopratutto nelle foglie e nelle bacche.
Le bacche sono tossiche sia per l’uomo sia per gli animali domestici perché possono causare irritazioni cutanee e lesioni epatiche.  Non devono essere ingerite per nessuna ragione! Però svolgono un incredibile effetto lassativo e sono ricche di vitamina C, preziosa per sostenere il sistema immunitario.
Le proprietà medicinali della pianta, ricavate anche dalla corteccia e dai fiori, sono in grado di esercitare un’azione calmante sull ’apparato respiratorio, tra cui l’asma, la bronchite e la dispnea.
Possiede, inoltre, spiccate proprietà astringenti, rinfrescanti, spasmolitiche, antiallergiche e sedative.
I suoi effetti benefici sono apprezzabili anche nella cura delle gengiviti, delle emorroidi, della stitichezza, della diarrea. Preparati a base di estratti di questa pianta si possono facilmente acquistare in erboristeria e nelle farmacie omeopatiche.
E’ sempre prudente ascoltare il parere del medico di base o dell’erborista di fiducia.
Fin dai tempi antichi l’infuso a base di fiori e di foglie della Lantana era considerato il rimedio ideale per combattere i sintomi dell’influenza, il raffreddore e la tosse, e per attenuare gli spasmi muscolari e il mal di stomaco. Ancora oggi, in Africa, questa bevanda è somministrata ai bambini per calmare i dolori e le coliche addominali.

 

 

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nov 24, 2019 - Senza categoria    No Comments

LA RACCOLTA DEI FUNGHI NEL BOSCO ATTORNO AL LAGHETTO”URIO QUATTROCCH” A MISRETTA

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Per le abbondanti piogge che scendono dall’alto e inumidiscono il terreno, i mesi autunnali sono il periodo ideale per osservare e, soprattutto, fotografare i funghi che compaiono nei vari luoghi. Alcuni con i cappelli dai bei colori sostenuti da gambi lunghi o brevi, altri piccoli e graziosi, con colori non appariscenti, altri sul legno vecchio, altri fra le foglie morte, altri ancora su cuscinetti di muschio.

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Premetto che non è semplice descrivere i funghi nella Botanica perché sono una specie molto numerosa che comprende classi, ordini, sottordini, per cui sarebbe troppo lunga la loro descrizione. Ci sono i funghi commestibili e i funghi velenosi, i funghi saprofiti, che si nutrono di organismi morti: foglie cadute, aghi, tronchi e residui di legno trasformandoli in utile humus, i funghi parassiti, che traggono il loro nutrimento da organismi viventi portandoli anche alla morte, e nutrendosi dell’ospite morto, normalmente per i funghi parassiti è indispensabile che l’ospite resti in vita, i funghi simbionti, quali i licheni, associazioni molto strette di un fungo e di un’alga verde; tra i funghi simbionti e i loro ospiti avviene normalmente uno scambio di sostanze nutritive che permette a entrambi di vivere e proliferare, i funghi microscopici, le muffe, i funghi macroscopici. Desidero descrivere i funghi macroscopici che ho fotografato nel mese di novembre nel sottobosco attorno al laghetto Urio Quattrocchi a Mistretta dove esiste una gran varietà di alberi di latifoglie e di conifere che dominano che l’ambiente: Querce, Faggi, Pioppi, Aceri, Olmi, Frassini, Abeti, Pini e arbusti come Biancospini, Agrifogli e Sambuchi.

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Ho incontrato nel bosco molti cercatori di funghi provenienti da Palermo, da Catania, da Ragusa che li raccoglievano. Ho incontrato anche un signore che si faceva aiutare dal suo cane addestrato nella ricerca del fungo “Tartufo”.

 

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Per la raccolta dei funghi esistono regole ben precise, imposte dal Parco dei Nebrodi e dal Comune di Mistretta che bisogna assolutamente rispettare per evitare elevate sanzioni da parte delle Guardie del Corpo Forestale.

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Il raccoglitore deve essere provvisto: del tesserino ( oblatorio per i cercatori di funghi ai fini commerciali), del cestino di vimini, di un piccolo coltello. La quantità di funghi raccolti  non deve superare i 3 Kg sia per i residenti sia per i non residenti; potrebbe essere superiore per chi è fornito di tesserino di ricercatore per fini commerciali. Il cestino di vimini favorisce la fuoriuscita delle spore dei funghi e permette l’areazione, perché i funghi, senza aria, marciscono in poco tempo. Il coltello serve per estirpare il fungo dal terreno senza rovinarlo. Mi sono chiesta: “La grande quantità dei funghi che ho visto raccogliere a queste persone è servita soltanto per il loro capriccio alimentare o per ricavare un facile guadagno?” I cofani delle machine erano strapieni! I miei attrezzi erano: la macchina fotografica e un bastone per difendermi dagli animali.

Sono i funghi che ho fotografato.

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I funghi commestibili costituiscono un alimento prelibato che la Natura offre spontaneamente. Nella raccolta dei funghi il pericolo maggiore risiede nella presunzione di poter svolgere autonomamente la ricerca senza il parere di un esperto, del micologo. Raccogliere i funghi autonomamente, in base a semplici ed empirici criteri e senza le giuste conoscenze, può essere estremamente pericoloso e, in alcuni casi, addirittura letale. Il potenziale d’intossicazione alimentare da funghi dipende dalla specie del fungo, dal suo habitat, dalla modalità di cottura, dalla dose e dalla soggettività del consumatore. Quindi, al raccoglitore è necessaria una buona conoscenza mitologica dei funghi per distinguere quelli commestibili da quelli velenosi perché, sotto l’aspetto della bellezza e dei colori di alcuni funghi, si può nascondere l’insidia del veleno. In ogni periodo della raccolta dei funghi i telegiornali, i giornali riportano notizie di casi di morte per ingestione dei funghi velenosi. Molte specie di funghi sono velenose per l’uomo, con differenti gradi di tossicità. Subentrano complicazioni gastrointestinali più o meno lievi fino a effetti più gravi come allucinazioni, danni agli organi interni, fegato e reni, e, infine, la morte. Le specie più pericolose appartengono al genere Amanita, ma lo stesso genere comprende anche specie commestibili. Molte persone inesperte si affidano a personali e impropri criteri di valutazione o ad altre persone sapientone che assicurano di saper distinguere i funghi commestibili da quelli velenosi. Poiché è difficile individuare con precisione un fungo selvatico sicuro, senza un’adeguata formazione e conoscenza, nel dubbio è consigliabile non consumarlo. Io, personalmente, non mi fido di nessuno, neanche di me stessa! Non mangio i funghi, desidero solamente fotografarli per ammirare la loro bellezza, le varie forme, i vari colori, la loro luminosità.

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Esistono molte credenze popolari sulla commestibilità dei funghi ma che, molto spesso, sono risultate non veritiere. È falso ritenere come alcuni accorgimenti possano aiutare a escludere la tossicità dei funghi e a capire la loro pericolosità: l’ingiallimento delle foglie di prezzemolo al contatto con i funghi, l’annerimento del cucchiaio d’argento, dell’aglio e della cipolla mediante la cottura, la coagulazione del latte o dell’albume d’uovo al contatto con i funghi. Però alcuni funghi, letali, non hanno nessuna di queste reazioni. È falso ritenere che i funghi che sono mangiati dalle lumache o da altri insetti siano commestibili anche per l’uomo. Gli animali hanno un organismo differente dal nostro, quindi possono cibarsi dei funghi velenosi per l’uomo, ma senza nessuna conseguenza per essi. È falso pensare che i funghi possano divenire velenosi con il solo contatto con animali o altre piante velenose. È falso credere che la velenosità dei funghi possa essere rivelata dalla vivacità dei colori, dall’odore e dalla loro viscidità. Molti funghi velenosi e letali non dimostrano nessuna di queste caratteristiche che, al contrario, possono essere riscontrate in molte varietà di funghi commestibili. È falso affermare che i funghi bianchi e di sapore gradevole siano sicuramente commestibili. Tra di essi, infatti, troviamo l’Amanita phalloides, un fungo più velenoso e sicuramente mortale per l’uomo.

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È errato credere alla non tossicità del fungo se prima una porzione di funghi cucinati si fa mangiare a un animale domestico, gatto o cane. Questi animali hanno una sensibilità ai veleni diversa dalla nostra. E’ falso credere che i funghi, una volta essiccati, perdano le loro proprietà venefiche. Con l’essiccazione i funghi perdono soltanto l’acqua, ma conservano la concentrazione di veleno che, anzi, diventa più alta. L’unico modo certo per distinguere i funghi mangerecci da quelli velenosi è sicuramente la conoscenza con certezza delle diverse specie. E’ sempre attuale la teoria dell’antica prudenza: meglio conoscere bene poche specie piuttosto che molte e incerte. Un proverbio siciliano così recita: “Cu mori cu i funci un c’è nuddu ca i cianci”. “Chi muore con i funghi non c’è nessuno che li piange”. Il sistema sicuro per distinguere i funghi mangerecci da quello velenosi è il parere di un centro micotico specializzato presso qualche facoltà o quello di un micologo. Ci sono molte più specie di funghi: prataioli, spugnole, finferli, tartufi, trombette, galletti e funghi porcini che vengono raccolti nel loro ambiente naturale o per il consumo personale o per la vendita commerciale. Il loro costo sul mercato è alto. Sono ottimi in cucina per preparare gustosi piatti. Io ne faccio a meno. Non sarei comunque tranquilla! I buongustai possono acquistare alcune specie di funghi commestibili, commercialmente coltivate, nei negozi di frutta e verdura e nei supermercati. I funghi possiedono un ottimo valore energetico tanto da essere chiamati la “carne del povero”. Vanno, comunque, consumati saltuariamente e in modeste quantità perchè spesso contengono carboidrati complessi e poco comuni negli altri alimenti, come la chitina, che appesantiscono il lavoro dell’apparato digerente. I funghi sono composti per la gran parte di acqua, circa l’88%, di idrati di carbonio, di sostanze azotate, di  cellulosio, di ceneri e di grassi per lo 0,4%. Col termine di “Funghi” s’intende un vasto gruppo di vegetali appartenenti alle Tallofite o Piante non vascolari, vegetali con un’organizzazione del corpo “a tallo”, cioè dotate di una struttura vegetativa semplice, poco o non differenziata. Sono, quindi, specie vegetali prive di strutture specializzate quali le radici, il fusto e le foglie. Etimologicamente il termine “Fungo” deriva dal  latino “funus” “funerale” e “ago” “fare” per l’azione letale che alcune specie velenose hanno verso l’Uomo. I funghi si chiamano anche “Miceti”, nome di origine greca “μύκης” “fungo”. Per cui la scienza che studia i funghi si chiama “Micologia”. Micologo è lo studioso e l’esperto dei funghi. Classificati scientificamente come Piante da Carl Linneo, i funghi sono stati elevati al rango di regno da Nees nel 1817 e da Whittaker nel 1968. Essi, infatti, appartengono a un regno vegetale, detto “regno dei funghi“, che comprende organismi eucarioti, unicellulari e pluricellulari a cui appartengono anche i lieviti e le muffe. Questo regno comprende più di 100.000 specie conosciute, benché la diversità sia stata stimata in più di 3 milioni di specie. Molti di questi sono piccolissimi, visibili solo al microscopio. Altri invece raggiungono dimensioni importanti. Tutti i funghi non hanno fiori e foglie e sono sprovvisti della clorofilla, la sostanza presente nelle foglie delle piante, che colora di verde, e permette la fotosintesi clorofilliana. Mentre piante sono autotrofe, cioè capaci di organizzare le sostanze partendo dall’acqua, dall’anidride carbonica e sfruttando la luce del sole come fonte di energia, i funghi sono eterotrofi perché non sono in grado di sintetizzare in modo autonomo il loro nutrimento, ma assumono le sostanze nutritive traendole dal substrato su cui poggiano, cioè si nutrono di sostanze organiche elaborate da altri organismi. In questo modo ricoprono un ruolo molto importante in Natura. Trasformando e decomponendo il materiale organico del terreno lo rendono disponibile per la vita delle altre piante. Il fungo è formato da due strutture fondamentali: dal carpoforo o corpo fruttifero, comunemente chiamato “fungo”, che costituisce la struttura normalmente associata all’immagine del “fungo vero e proprio“, e dal micelio sotterraneo. Il micelio, il “corpo vegetativo”, è costituito da un fitto intreccio di filamenti detti “ife” che si intersecano per formare il vero e proprio tessuto. Esso ha la funzione di assumere le sostanze nutritizie dal substrato. In determinate condizioni temporali, climatiche il micelio evolve e cresce formando, appunto, il corpo “fruttifero o carpoforo”. Il carpoforo è formato dal gambo o stipite, pieno o vuoto, econ un anello che sostiene una porzione espansa detta cappello. I corpi fruttiferi sono ammirati come particolari forme della Natura, sono apprezzati in cucina, sono temuti perché potrebbero essere velenosi. Il carpoforo costituisce la struttura che forma l’apparato riproduttore. Svolge la funzione della propagazione delle spore fungine, la stessa funzione della disseminazione dei semi contenuti nel frutto delle piante superiori. Quando il fungo è giovane, il cappello assume una forma chiusa, sferica. Quando il fungo è maturo il cappello assume una forma aperta detta “a ombrello”, ed è maggiormente pigmentato.

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Sotto il cappello sono presenti le lamelle dove maturano le spore che, affidate al vento, all’acqua, agli animali, favoriscono la riproduzione. Per diversi giorni un fungo adulto diffonde ininterrottamente le sue spore mature. I funghi si dividono in due classi fondamentali: gli Ascomiceti e i Basidiomiceti per il diverso modo d’essere dell’apparato riproduttivo e anche per la forma del corpo fruttifero. I funghi si possono riprodurre in maniera asessuata o in maniera sessuata attraverso la produzione di spore, come avviene per la maggior parte di essi. Le spore possono essere prodotte in maniera sessuata, attraverso la fusione di due o più nuclei, o asessuata, senza che ciò avvenga. La riproduzione sessuata è subordinata alla produzione di spore che, prodotte a milioni da ciascun individuo, vengono diffuse sostanzialmente attraverso il vento, l’acqua e gli insetti. In numerose specie appartenenti ad esempio agli Ascomiceti le spore maschili e femminili si uniscono formando un’unica struttura polinucleata che, in seguito alla fusione dei nuclei, subisce la meiosi producendo spore aploidi le quali, non appena trovano le condizioni adatte, germinano formando nuovi miceli.

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Nelle specie appartenenti ai Basidiomiceti la spora di una determinata polarità sessuale, una volta raggiunto il terreno o il substrato più adatto, nelle condizioni più favorevoli di umidità e di temperatura, germina formando un filamento di cellule detto ifa, il micelio primario. Per poter completare il ciclo biologico e organizzare le strutture riproduttive, dal micelio primario si deve passare al micelio secondario, vero organismo fungino. Così l’ifa, generata da una spora con carica maschile, si unisce a una con carica sessuale opposta per formare il micelio secondario che genererà il carpoforo.

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Le spore, per germinare, devono trovare un ambiente umido. Nascono i funghi anche sugli escrementi in decomposizione di animali. A Mistretta buoi, mucche, pecore, capre, cavalli  ce ne sono tanti. Anche il fuoco seleziona le specie dei funghi. Infatti, nelle aree colpite dagli incendi dei boschi compare un’associazione di funghi che si differenzia nettamente dalle specie presenti nelle zone circostanti, ma che non sono state danneggiate dal fuoco. Molte specie, nel corso dell’anno, richiedono anche una quantità di calore indispensabile per produrre i corpi fruttiferi. Anche la quantità e la distribuzione delle precipitazioni atmosferiche hanno una grandissima importanza nello sviluppo dei funghi. La sopravvivenza dei miceli dei funghi dipende anche dalla circolazione dell’aria del suolo poiché una respirazione difficile porta a una limitata produzione dei carpofori. Anche gli animali fanno parte dell’ambiente dei funghi per la diffusione delle spore. Le lumache mangiano i funghi, anche l’Amanita phalloides, conosciuta anche col nome di di Tignosa verdognola, pericolosissima per l’uomo.  Alle lumache, che costituiscono la schiera più numerosa dei divoratori di funghi, seguono le mosche, le zanzare, i coleotteri, gli uccelli, gli scoiattoli, i caprioli, i topi campagnoli. I loro morsi sono visibili sui cappelli dei funghi. Sono pochi i funghi che hanno una diffusione che copre tutto il globo terrestre. Moltissimi sono i funghi che hanno una diffusione limitata a certe aree. Anche i confini delle zone di diffusione delle specie più comuni erano conosciuti in modo impreciso. Durante il Congresso Micologico Europeo, tenutosi a Praga nel 1960, è stato costituito il comitato internazionale con il compito specifico di dare l’avvio alla stesura di una “mappa” dei funghi superiori europei. La mappa offre un’immagine reale della presenza dei funghi in tutta l’Europa. I funghi, proprio per il fatto che sembrano spuntare dal nulla sul terreno o sui tronchi di piante, per la velenosità di talune specie e per gli effetti allucinogeni di altre, sin dai tempi antichi hanno stimolato la fantasia degli uomini rendendoli protagonisti di credenze e di leggende popolari. Una credenza popolare afferma che i funghi che crescono “in cerchio“, il cosiddetto “cerchio delle streghe“, sono generati dalle danze notturne di streghe o di gnomi. Nella Cina antica, ad esempio, il fungo “ku o chih” era considerato simbolo di lunga vita, magico, divino e legato in qualche maniera all’immortalità. Gli Aztechi e i Maya consideravano i funghi allucinogeni “carne divina” per le loro particolari proprietà. Anche nell’antica Grecia il fungo era considerato simbolo di vita e, pertanto, divino. Una leggenda narra che l’eroe Perseo, stanco e assetato dopo un lungo viaggio, si poté rifocillare bevendo l’acqua raccolta all’interno del cappello di un fungo. Per questo motivo decise di fondare in quel posto una nuova città, che chiamò Micene, che deriverebbe da “μύκης” “fungo”, dando vita alla civiltà micenea. Nella Roma antica il fungo, pur apprezzato per le sue qualità culinarie, diventò anche simbolo di morte. Sono vari gli episodi tra leggenda e realtà legati alla concezione funesta dei funghi. Si narra che l’imperatore Claudio era un gran mangione di funghi e morì proprio a causa di essi. La moglie Agrippina, conoscendo questa sua debolezza culinaria e desiderando far salire al trono Nerone, il figlio di primo letto, avrebbe avvelenato l’imperatore Claudio facendogli mangiare una gustosa pietanza preparata con dei funghi velenosi. La mitologia nordica narra che una volta Odino, mentre era in giro con Sleipnir, il suo mitico cavallo a otto zampe, era inseguito dai diavoli. Per la gran corsa le gocce di bava rossa, che cadevano dalla bocca di Sleipnir, si trasformarono magicamente in funghi rossi. James Arthur, un  di fama internazionale, racconta che in Siberia “gli sciamani usavano e usano il fungo Amanita muscaria come un sacramento religioso. Entrano attraverso un’apertura del tetto del tempio e portano questi funghi allucinogeni in grandi sacchi“. Sono vestiti di rosso e di bianco, i colori dell’Amanita, che in Siberia cresce nei boschi di conifere.

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nov 21, 2019 - Senza categoria    No Comments

IL PLATANUS ORIENTALIS NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Miei carissimi amici,
le essenze vegetali presenti nella villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta sono tantissime. Ne ho descritte alcune, ma vi prometto di descriverne altre  perché voglio condividere con voi la gioia di osservare queste meraviglie della Natura.
Alcune di queste essenze sono i Platani!

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Il Platano orientale è un albero di grandi dimensioni appartenente alla Famiglia delle Platanaceae.
Il nome del genere “Platano” potrebbe derivare dal latino “platanus”, “largo, piatto”, in allusione alla forma delle sue foglie simile alla parte piatta del palmo della mano, oppure dal greco “πλάτη”, “superficie larga e piana”, in riferimento all’ampiezza della chioma ed alla larghezza delle foglie. In Sicilia il Platano è chiamato: “Castagnazza sarvaggia” ,“Chiuppu durbu”, “Pratanu”, “Turbu”.
Il nome della specie “orientalis” deriva dalla zona di provenienza.
Esistono due tipi di Platano: il Platanus orientalis, che ha  la corteccia del fusto rugosa, e il Platabus occidentalis, che ha corteccia del fusto liscia.
Nella villa comunale di Mistretta vivono entrambi nel viale di sinistra, dopo la fontanella dell’acqua, l’uno accanto all’altro.
Il Platano orientale è una specie tipica dell’Asia minore e delle regioni dell’Europa meridionale sud-orientale da dove si è diffuso a scopo ornamentale.
Il Platano orientale fu introdotto in Italia dai Greci usato per ornare la piscina del palazzo di Dionigi il Vecchio, la piscina della villa imperiale di Oplontis e posto attorno alla grande vasca della villa di San Marco a Stabia. I greci coltivavano il Platano per la sua ombra. Anche i romani, dalla Grecia, lo introdussero in Italia nell’anno di Roma, (309 a.C.), e contribuirono a diffonderlo nel resto dell’Europa.
Il Platano è largamente coltivato fino a 1000 metri d’altezza, ma non si è potuto determinare con precisione il suo areale perché l’Uomo, grazie alla sua rusticità, ne ha fatto grande impiego nei giardini, nei viali, nelle strade. In Sicilia vegeta allo stato spontaneo in diverse aree delle provincie di Siracusa, di Ragusa e di Messina. In Calabria e nel Cilento cresce spontaneamente in formazioni boschive umide e lungo i corsi d’acqua.
Il Platano orientale è un albero maestoso, monumentale, ornamentale.
E’ una pianta resistente, caducifoglia, a crescita rapida, longeva, che può raggiungere i cinquecento anni di età.
In Italia, esemplari molto vecchi, piantatati all’inizio dell’800 per la nascita del figlio di Napoleone Bonaparte, sono quelli del “Viale del Re di Roma” ad Acqui.
Sul Platano orientale ci sono molti aneddoti.
E’ sacro alla provincia della Lidia, in Asia Minore.
Pizio, nipote del leggendario Creso, offrì a Dario, re di Persia, un Platano d’oro.
Serse, figlio di Dario, nel 480 a.C., durante una spedizione contro la Grecia, attraversando la Lidia, incontrò un Platano così bello che lo adornò con fregi d’oro e lo fece sorvegliare, giorno e notte, dai guardiani del corpo reale.
A Creta era venerato come albero appartenente alla Grande Dea, la Madre Terra.
I cinque lobi della foglia, che simboleggiano le cinque dita della mano aperta, rappresentavano un gesto di benedizione della divinità che così è raffigurata nelle statuette cretesi.
Il Platano è stato tante volte citato nella guerra di Troia.
Nel Peloponneso era dedicato ad Elena, semidea, figlia di Zeus e di Leda e moglie di Menelao, re di Sparta.
Menelao, prima di partire per la guerra di Troia, piantò un Platano presso la fonte sacra di Castalia.
Mentre Agamennone offriva un sacrificio propiziatorio agli dei, un serpente azzurro, col dorso coperto di macchie rosse, spuntò da dietro l’altare e si diresse verso il bel Platano posto lì vicino. Strisciò sul tronco, si portò verso l’alto e, in un attimo, inghiottì la madre e i suoi piccoli otto uccellini che erano dentro il nido.
Zeus, adirato, mutò il serpente in pietra.
Calcante, l’indovino, interpretò così l’evento: dovevano trascorrere nove anni prima che Troia fosse presa, ma, al decimo anno, avrebbe capitolato. Elena s’impiccò su un Platano nell’isola di Rodi.
Il Platano, come il serpente, cambia scorza ogni anno.
Ad Atene scrittori, filosofi, artisti discutevano all’ombra dei Platani.
Plinio il Vecchio racconta che in Licia un Platano avrebbe ospitato nella cavità del suo tronco, per un pranzo, il console Licinio Muciano assieme a diciassette commensali che stavano adagiati su giacigli di foglie dell’albero stesso.
Caligola volle fare la stessa cosa in Italia.
A Velitre (Velletri) fece montare una tenda su un Platano per ospitare quindici commensali e i rami dell’albero fecero le veci dei sedili.
Il Platano orientale presenta il tronco alto anche 30 metri, nodoso, diritto, cilindrico, che si ramifica in grosse branche già fin dalla base e assottigliato nella parte superiore.

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Negli esemplari giovani il fusto è rivestito dalla corteccia inizialmente di colore verdastro che, negli alberi vecchi, si fessura in piccole placche rugose, sottili e irregolari mettendo in evidenza la sottostante nuova corteccia di colore verde chiaro.

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In abbigliamento invernale

Una leggenda racconta che il Platano perde la corteccia perché sarebbe stato punito per aver nascosto nel suo tronco cavo il serpente dell’Eden. Nella Bibbia, in elogio della sapienza, Siracide (24,14) cita il Platano: ”Sono cresciuta come le palme in Engaddi, come le piante di rose in Gerico, come un ulivo maestoso nella pianura; sono cresciuta come un platano.”
Il legno, ad alburno bianco-giallognolo o bianco-rossastro e duramen rosso bruno, è semiduro, pesante e compatto con anelli annuali ben distinti.
Le grandi foglie alterne, di colore verde chiaro lucido nella pagina superiore, biancastre e tomentose nella pagina inferiore, lungamente picciolate, con nervatura palmare, molto eleganti e incise profondamente da 5 a 7 lobi dentati fino ad oltre la metà della lamina e con lobo centrale molto evidente, formano la chioma molto ombrosa, alta, fitta, cupuliforme, ampia che, per potersi sviluppare in modo armonico, ha bisogno di ampi spazi.

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La superficie della lamina inizialmente è quasi vellutata, poi diventa liscia su entrambe le pagine. In autunno, prima di cadere, assumono un caldo colore giallo sfumato d’ocra.

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I fiori, molto piccoli, unisessuali, i maschili di colore giallo, i femminili rossastri, sono raccolti in infiorescenze pendule, sferiche, poste su lunghi peduncoli e situate spesso sullo stesso ramo: quelli maschili sui rametti di un anno posteriormente all’asse fiorale, quelli femminili all’apice dei germogli sulla stessa pianta a tarda primavera. La fioritura avviene tra aprile e maggio. L’impollinazione è anemofila.
I frutti sono delle nocule, palline sferiche spinose, dense e di colore marrone, riunite in gruppi da 3 a 6, sorrette da peduncoli penduli. Le infruttescenze sferiche sono dotate di lunghi peli. I frutti maturi rimangono sulla pianta per tutto l’inverno dai quali, nella primavera successiva, si liberano i semi piumosi, allungati e di colore paglierino e che si disperdono nell’aria.

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Il Platano orientale è stato molto utilizzato per scopi forestali e ornamentali fino al XVIII secolo quando è stato sostituito dal Platano ibrido più rustico e di veloce accrescimento.
Predilige i terreni argillosi, fertili, dove cresce vigorosamente. Indispensabile, per il suo sviluppo, è la presenza d’acqua. Largamente coltivato nell’Europa meridionale, non sopporta, invece, il clima dell’Europa settentrionale dove non giunge l’influenza moderatrice del mare; in queste regioni è stato introdotto dal Nord America, poco dopo la scoperta di questo continente, il Platanus occidentalis.
Sopporta la potatura e l’inquinamento atmosferico delle città, quindi è spesso piantato nei giardini e per alberare le strade.
Pur resistendo bene ai parassiti, in questi ultimi anni è stato attaccato da insetti e da un fungo che hanno portato diverse piante alla morte.
Le protuberanze del tronco, che si osservano frequentemente, sono ammassi anomali di gemme a seguito di alterazioni fisiologiche.
Oltre che come ornamento, l’albero di Platanus orientalis ha altri utilizzi.
Il suo legno è molto resistente alle sollecitazioni meccaniche e trova impiego nella fabbricazione di mobili, di utensili da cucina, di rivestimenti, di strumenti di precisione, di calci di fucile, di giocattoli, per lavori al tornio e di falegnameria. Come combustibile, per l’elevato potere calorico, dà buon carbone e ottima legna da ardere. Nell’industria della carta serve per la produzione di cellulosa.
Le foglie sono gradite agli animali.
In medicina le foglie e la corteccia del Platano sono utili per la preparazione di decotti e di tisane. Anticamente l’infuso, aggiunto al vino rosso, garantiva validi effetti contro il mal di denti, i gonfiori e le infiammazioni varie.

 

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nov 11, 2019 - Senza categoria    No Comments

CERIMONIA DI CONSEGNA DEI DIPLOMI DI FEDELTA’ E DELLA CROCE AL MERITO DI GUERRA AI COMBATTENTI DI MISTRETTA DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE

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Oggi, 4 Novembre 2019, ricorre la festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate commemorata anche a Mistretta. Per ricordare l’anniversario della Vittoria, la giornata che celebra l’Unità d’Italia e delle Forze Armate, per commemorare quanti, soldati e cittadini, hanno sofferto e sacrificato la loro vita per ridare libertà, democrazia, progresso, giustizia e pace all’Italia tutta.

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La commemorazione inizia con la funzione religiosa celebrata da Mons. Michele Giordano nel santuario della Madonna dei Miracoli, alla quale hanno partecipato tutte le autorità civili e militari, alcuni alunni delle scuole amastratine e molta gente comune. Successivamente, il corteo si è recato in Piazza Vittorio Veneto, davanti al monumento dei Caduti, dove state deposte due corone d’alloro in omaggio ai nostri paesani caduti in guerra.

 

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Nel pomeriggio dello stesso giorno, 4 Novembre 2019, un’importantissima cerimonia ha coinvolto buona parte dei mistrettesi.
Infatti, la cerimonia è consistita nella consegna dei diplomi di fedeltà e della Croce  al Merito di guerra ai militari amastratini che hanno partecipato al conflitto della seconda guerra mondiale.
Teatro della manifestazione è stato la sede dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, Sezione di Mistretta, eretta in Ente Morale con R.D. del 24 giugno 1923 N° 1371, sita in Via Libertà, adiacente alla sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso, nell’antico monastero delle Benedettine.

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Ha aperto i lavori il signor Lirio Di Salvo, Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci.

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Dopo aver dato il benvenuto ai familiari dei militi e dopo aver salutato tutti i membri dell’Associazione, ha parlato dell’importanza di questa cerimonia per ricordare i soldati amastratini che hanno sacrificato la loro vita al servizio della Patria Italia. Alcuni di loro sono ritornati al proprio paesello, molti sono periti in guerra immolandosi per l’amore della Patria.
Il presidente dell’Associazione, nella lettera d’invito consegnata ai familiari, così ha scritto: “ Gentile familiare, le scrivo nella qualità di Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, Sezione di Mistretta, e sono lieto di comunicarLE che L’Organo centrale della stessa Associazione, attuando quanto previsto dallo Statuto e promovendo la promozione della cultura sul combattente italiano, svolgendo una ricerca scientifica sulla documentazione storica ,ha deciso di conferire un attestato di benemerenza per il Vostro Caro congiunto che sarà consegnato nella giornata del 4 Novembre p.v., giornata di commemorazione del Caduti di tutte le guerre e nelle missioni di pace, festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”.
Presente alla cerimonia il prof. Francesco Cuva, già presidente di questa associazione e che ha mantenuto le relazioni con il presidente di Messina con il quale l’associazione di Mistretta è collegata, che ha messo in evidenza gli orrori della guerra raccontati proprio da quegli uomini che hanno vissuto in prima linea il conflitto e che hanno avuto la fortuna di ritornare in paese mentre molti altri sono rimasti vittime della guerra.

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Le parole del prof. Francesco Cuva: ” In questa cerimonia, per la consegna degli attestati, vogliamo evocare i momenti difficili che i nostri padri hanno vissuto e pensiamo di fare tanto bene alle loro anime”.
Molto emozionante è stata l’esibizione del prof. Filippo La Porta che, prima di leggere alcuni passi del libro “Odissea nella steppa”, scritto dal prof. Francesco Cuva, ha detto: ” Oggi la memoria si perde perché ci sono già due generazioni che non hanno lottato perché hanno avuto tutto e anche il superfluo.  Ricordarsi di questi eventi è fondamentale per la vita soprattutto dei giovani “.

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La lettura del testo, carica di pathos, raccontando le avventure dei soldati mistrettesi che hanno affrontato la tragedia della campagna di Russia, ha commosso tutti i presenti.
Nel suo libro “ODISSEA NELLA STEPPA”

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 il prof. Francesco Cuva ha descritto le vicende dei giovani dell’area dei Nebrodi in quel lontano e sfavorevole ambiente.
In particolare, ha sostenuto che tutta la campagna di Russia è stata un’odissea che ha comportato sacrifici e tragedie notevoli.
Ha fatto rivivere, inoltre, le drammatiche vicende dei signori: Saro Accidente, Carmelo La Porta, Vito Portera, Totò Ortolani.
Ha fatto cenno all’eroismo di Giuseppe La Porta, di Nicosia, che ha guadagnato sul campo la medaglia d’argento. Ritornato in patria, questo brav’uomo si è dedicato all’attività di contadino, senza chiedere nulla      allo Stato.

Il prof. Francesco Cuva ha sottolineato che questa triste storia non era voluta nemmeno da Mussolini, che si voleva alleare con Stalin.
Il duce, succube di Hitler, lo ha assecondato sacrificando nella steppa la migliore gioventù.
Da tanti anni il prof. Francesco Cuva continua a raccogliere testimonianze sul tema della guerra e si prodiga affinchè i militari mistrettesi vengano insigniti di diplomi di fedeltà, di medaglie al valore, di croci al merito di guerra per il loro contributo offerto alla Patria. Eroi che non devono essere dimenticati!
Grazie al prof. Francesco Cuva per questo suo continuo impegno nella ricerca di altri nomi da comunicare all’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci per avere loro il giusto riconoscimento attraverso la stesura di un diploma di merito.
Quindi, i diplomi di fedeltà e le croci al merito di guerra, chiamando per nome ogni fante o sodato mistrettese che ha vissuto l’esperienza del conflitto della seconda guerra mondiale, sono stati consegnati ai familiari del combattente dal presidente Lirio Di Salvo e dal luogotenente della stazione dei Carabinieri di Misretta dott. Giuseppe Mammano.
La commozione del familiare, nel ricevere l’attestato, è stata molto visibile nel ricordare il proprio caro: padre, fratello, cugino, zio.
Qualche lacrimuccia celata ha manifestato lo stato d’animo di quel momento.

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 Infine, a conclusione della cerimonia, le parole del presidente Lirio Di Salvo: ”Il riconoscimento di oggi è stata una cerimonia dovuta per consegnare ai familiari dei militari gli attestati di benemerenza, il diploma di fedeltà, la croce al merito di guerra al soldato, al fante, al partigiano, a quei militi che hanno partecipato al conflitto della seconda guerra mondiale e che, purtroppo, oggi non ci sono più. Mi auguro che in futuro ci saranno altri eventi simili che possano riportare alla memoria fatti storici nella data del 4 Novembre”.
Molto attento è stato l’uditorio presente che ha risposto con un affettuoso applauso.

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Grazie al presidente Lirio Di Salvo per aver saputo organizzare una così emozionante cerimonia nella sede dell’Associazione Combattenti e Reduci a Miatretta coinvolgendo un così numeroso pubblico.

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Giovanni Seminara era mio padre.
Nato a Mistretta il 24 giugno 1909 dal papà Vincenzo e dalla mamma signora Sebastiana Isabella era il terzo dei fratelli: Giuseppina, Rosa, Giovannino, Maria, Vincenzino, Peppino.
Giovannino era un giovane allegro, vivace, amante dello studio e della lettura, rispettoso dei valori della famiglia e della Natura.
Arruolatosi nell’Arma dei Carabinieri, svolse il suo servizio a Fiume e a Caporetto.

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 Purtroppo ha dovuto abbandonare prematuramente l’Arma.
Il suo desiderio era quello di rimanere e di fare carriera nell’Arma dei Carabinieri.
Il tema è tratto dal suo diario.

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Una brutta malattia, la pleurite, contratta mentre era in servizio a Caporetto, causata dalle difficili condizioni di vita in un ambiente così diverso da quello mistrettese, lo costrinse ad abbandonare l’Arma e a ritornare a Mistretta.
A causa dell’improvvisa morte del padre, per aiutare la sua numerosa famiglia, cominciò a lavorare alle dipendenze del cavaliere Vincenzo Tita amministrando i suoi beni terrieri e guidando gli operai nel lavoro dei campi nella contrada Cecè.

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Il 28 dicembre del 1940 sposò la signorina Maria Grazia Lorello, della quale era molto innamorato.
Dalla loro unione nacquero le figlie Nella e Anna.

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Purtroppo, a causa del dissesto economico del suo datore di lavoro, Giovanni ha dovuto lasciare il vecchio lavoro per crearsi un’altra attività lavorativa. Intorno agli anni ’55-’60 del secolo scorso comprò un appezzamento di terreno, sito in contrada Scammari, coltivandolo con tutto l’amore di cui era capace. Le primizie erano per la mamma Sebastiana!
Uomo molto generoso, stimato dai suoi paesani, ligio al dovere, corretto nel comportamento, per tanti anni amministrò i beni terrieri della chiesa San Nicola di Bari e fu “governatore” della confraternita collaborato da due congiunti di man destra e di man sinistra, dal procuratore, che fungeva anche da cassiere, e dal segretario. Mantenne stretti rapporti con i parroci don Antonino Saitta e don Filadelfio Longo.
Ogni anno organizzava con molta devozione ed entusiasmo la festa dell’Immacolata Concezione.
Giovanni Seminara si spense il 26 maggio 1990, alla veneranda età di 81 anni. I suoi resti mortali sono custoditi dentro un loculo nella cripta sociale della Società Fra i Militari In Concedo nel cimitero monumentale di Mistretta.

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Carissimo papà non ti dimenticheremo mai!

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nov 2, 2019 - Senza categoria    No Comments

IL PLATANUS OCCIDENTALIS NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Miei carissimi amici,
continuo il mio discorso sulla essenza vegetale presente nella nostra villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, esattamente del Platanus occidentalis.
Il Platano occidentale, originario dell’America settentrionale, chiamato volgarmente anche “Platano americano”, appartenente alla famiglia delle Platanaceae, è un albero monumentale, longevo, a rapido accrescimento.
Giunto in Europa nel 1636, non ha riscosso particolare interesse.

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Possiede il fusto diritto e slanciato che raggiunge i 30 metri d’altezza.
Il tronco, molto grande, è ricoperto dalla corteccia liscia, a differenzia della corteccia del Platano orientalis che è rugosa, a grandi placche sottili molto particolari, di colore bianco-grigiastro, che tendono a staccarsi.

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E’ rilassante passeggiare dentro la meravigliosa villa “Giuseppe Gribaldi ” ddi Mistretta!

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Le foglie sono palmate, divise in tre e, a volte, anche in cinque lobi con seni molto aperti e con lobi più larghi che lunghi e con le nervature in evidenza. Hanno la pagina superiore di colore verde lucido, la pagina inferiore più pallida e, in autunno, assumono una colorazione giallo oro molto gradevole. Nell’insieme formano la  chioma  a portamento colonnare e tondeggiante.

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Foglie di Platanus orientalis e occidentalis  a confronto

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Il Platano occidentale è una pianta monoica che porta infiorescenze solitarie a capolino con fiori molto piccoli.
I fiori maschili sono gialli, mentre quelli femminili sono rossastri.
La fioritura non ha gran valore ornamentale e avviene tra aprile e maggio.
I frutti sono tondeggianti, a forma di riccio, lungamente peduncolati.

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Gli acheni sono sormontati da un breve stilo.
La semina si compie in primavera e, successivamente, avviene il trapianto e la coltura in vivaio prima della messa a definitiva dimora della pianticella.
Anche le talee, prelevate dai rami d’annata durante il mese d’ottobre, sono utili alla sua propagazione.
Il Platano occidentale è coltivato in Italia a scopo ornamentale per abbellire viali, parchi e ampi giardini.
Predilige essere esposto in pieno sole, ma si adatta a qualsiasi tipo di posizione.
Tollera sia il clima caldo sia quello freddo, il vento gelido e non lo danneggiano neanche gli sbalzi termici e l’inquinamento ambientale.
E’ una pianta molto resistente, ma può essere colpita dal rodilegno, dalla carie e dal cancro colorato.
Si sviluppa bene nei terreni fertili, profondi, sciolti ed umidi.
Non necessita di frequenti irrigazioni, ad eccezione che nei periodi molto siccitosi.
Tollera le potature, da eseguire alla fine dell’inverno, eliminando i rami rovinati.
Il suo legname è pesante, poco durevole ed è utilizzato per costruire mobili, per compensati, per legna da ardere.
Rispetto al Platano orientale e al Platano ibrido, il Platano occidentale ha riscosso poco impiego perché presenta peggiori caratteristiche ornamentali e tecnologiche.
Per curiosità si sa che i Romani e i Greci sostenevano che i Platani tengono lontani i pipistrelli considerati uccelli del malaugurio.
In Inghilterra, il Platanus orientalis e il Platanus occidentalis attorno al 1670 produssero spontaneamente un ibrido fertile, il Platano comune, il Platanus hybrida, che cresce anche in zone molto fredde e si presenta molto più robusto e più forte dei capostipiti.
E’ coltivato, a scopo ornamentale, in tutte le superfici della Terra.
La sua resistenza, nella seconda metà del 1900, è stata messa a dura prova da un fungo di origine americana che ha portato alla morte molte piante secolari.
Nel linguaggio dei fiori il Platano simboleggia la “genialità”.

 

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ott 27, 2019 - Senza categoria    No Comments

LE SEQUOIE DELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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La Natura stupisce con la sua fantasia nell’aver creato tutti gli esseri viventi presenti sulla Terra così diversi e così simili.
In particolare, nel mondo vegetale il maggiore esempio della Sua creatività è rappresentato dalla Sequoia, albero gigantesco, maestoso per dimensioni e per altezza.
La Sequoiadendron giganteum della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, posta sotto il balcone belvedere, a destra, esemplare isolato, è un punto di riferimento nel disegno del giardino per il suo aspetto imponente, per la simmetria del fogliame denso e verde scuro.

 

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Prima delle attuali Sequoie la villa comunale ne aveva  accolte altre che, purtroppo, sono morte o per vecchiaia o per malattie.
Di esse, nell’aiuola  sottotante il  balcone fiorito, rimangono i ceppi con le radici che, piano piano, la Natura sta distruggendo.
Questa foto è stata scattata alla fine degli anni ’30 del secolo scorso. Non ci sono i pilastri del cancello d’ingresso della villa.
Si vede la Sequoia.

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Questa foto è stata scattata nei primi anni ’50 del secolo scorso. La Sequoia è cresciuta.

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Questa foto è stata scattata alla fine degli  anni ’50 del secolo scorso. La Sequoia è abbastanza  cresciuta.

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Questa foto è stata scattata probabilmente agli inizi degli  anni ’60 del secolo scorso. La Sequoia è ancora più alta.
Questa Sequoia, secondo i nostri ricordi di bambini, era addobbata ad albero di Natale.

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Foto del prof. Mariano Bascì che ringrazio

 Come raccontano i reperti fossili, la Sequoia era una pianta molto diffusa già nell’era terziaria e ne esistevano diverse specie.
Scendendo verso sud di oltre 20° di latitudine per sfuggire alle glaciazioni, il suo areale di distribuzione si restrinse progressivamente e, nel Pliocene, la Sequoia trovò rifugio in una zona limitata tra la California e l’Oregon.
In quella fascia, lunga 800 km e larga 60 km, sino al 1769 era una pianta sconosciuta nonostante la maestosa imponenza e la notevole età di molti esemplari nati più o meno ai tempi della fondazione dell’Antica Roma.
Il padre francescano e cronista spagnolo Giovanni Crespi, giunto in California esattamente nel 1769 al seguito di una spedizione spagnola proveniente dal Messico, comunicò nel suo giornale la notizia dell’incontro con i “giganti verdi” e della scoperta della conifera dall’enorme tronco rossiccio e spugnoso, dalla chioma piramidale alta e stretta sotto la quale un uomo ha le dimensioni di un piccolo insetto. A quell’epoca il naturalista svedese Carl Linnè faceva parlare della recente pubblicazione della sua opera enciclopedica “Systema naturae che conteneva la classificazione e la nomenclatura binaria delle piante.
Crespi non si preoccupò di informare lo studioso, perciò l’importante ritrovamento fu ignorato.
Venti anni dopo il botanico Haenke, nel corso di una spedizione scientifica, raccolse i primi esemplari di Sequoia per importarli nel continente europeo.
Riscoperta la specie nel 1795 dal medico scozzese Menzies, non ebbe però l’onore dell’ufficialità scientifica.
Nel 1840 il botanico austriaco Endlicher finalmente portò i semi in Europa favorendo la coltivazione della Sequoia come pianta ornamentale.
Nel 1848 un primo carico di Sequoie approdò in Italia, nei grandi giardini delle ville pedemontane della nuova borghesia industriale piemontese e lombarda.
La Sequoia in questi territori già mancava da tempo, ma le nuove condizioni di vegetazione, di clima temperato e piovoso erano molto simili a quelle delle coste californiane di provenienza.
L’Ottocento amava l’inconsueto, il grandioso, l’esotico e la Sequoia si trovò al centro dell’attenzione. Tra la catena montuosa della Sierra Nevada e l’ampia valle del San Joaquin sorge il famoso Sequoia National Park.
Le Sequoie qui ospitate sono le uniche ancora viventi. ll “General Sherman Tree” è l’albero vivente più vecchio del mondo.
E’ una Sequoia alta 84 metri, che ha la circonferenza di 31 metri, il diametro alla base di 11 metri, il peso stimato di 5445 tonnellate, il volume di 1770 m3 e 3500 anni d’età.
E’ la pianta regina del Giant Forest, il cuore del Sequoia National Park.
La vita straordinariamente lunga della Sequoia è dovuta alla sorprendente capacità di rigenerazione e alla grande resistenza ai nemici di ogni genere.
Purtroppo non si è data la giusta rilevanza alla distruzione di intere popolazioni di Sequoia sempervirens nel proprio ambiente naturale.
Per curiosità scientifica, e, soprattutto, in previsione di lucrosi affari, il famoso vivaista inglese Veitch mandò negli Stati Uniti il botanico Lobb perchè esaminasse attentamente i boschi californiani alla ricerca di altre specie arboree sconosciute.
Lobb ritornò in Europa nel 1853 portando i semi di una specie affine rinvenuta in poche decine di esemplari sulle montagne ai margini occidentali della Sierra Nevada e le cui piante avevano raggiunto l’altezza di 100 metri e 1500 anni di età presunta.
La Sequoia, albero abituato a vivere ad alte quote, tra i 1100 e 2200 metri, si rivelò una specie interessante tanto da essere coltivata negli Orti Botanici, nei giardini dell’Europa del Nord e dei nostri Appennini.
Il nome del genere “Sequoia” fu attribuito nel 1847 e deriva da un dialetto indigeno della California. E’ stato scelto in omaggio al capo indiano George Guesz of Sequoyah, figlio di un colono tedesco e della donna indiana Cherokee e vissuto tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento (1770-1853).
Il nome Sequoiadendron è formato dall’unione delle parole “Sequoia” e “Dendron“.
Il termine “dendron” deriva dal greco “δένδρος” e significa “albero” per indicare le considerevoli dimensioni che questa specie può raggiungere a sviluppo completo. Nel linguaggio popolare divenne la “Sequoia mammut”. Oggi esistono solamente due specie: la Sequoia Sequoiadendron gigantea e la Sequoia sempervirens.
Delle due specie di Sequoia la sempervirens, rispetto alla Sequoia Sequoiadendron, era meno adatta a vivere in questi ambienti perché molto più sensibile al freddo.
La Sequoiadendron ha assunto altri nomi: “Sequoiadendron giganteum, Sequoia Gigante, Sequoia della California, albero Mammut”.
L’inglese Lindley la denominò “Wellingtonia” come nazionalistico omaggio al duca Wellington, militare e politico, che segnò la fine di Napoleone a Waterloo dove ebbe luogo la celebre battaglia fra truppe francesi, inglesi, belghe, olandesi e tedesche al comando proprio di Wellington e di Blùcher.
Successivamente, l’americano Winslow ribattezzò la specie col nome di Washingtonia gigantea” in ricordo di George Washington, colui che sconfisse gli inglesi nella guerra d’indipendenza americana. In inglese la Sequoia è comunemente chiamata “Redwood” per il colore rossastro del suo legno. L’assegnazione definitiva di questa Sequoia ad un nuovo genere, il “Sequoiadendron”, di cui il solo rappresentante è “Sequoiadendron giganteum”, avvenne solo nel 1939.
Sia la Sequoia Sempervirens sia la Sequoiadendron giganteum sono piante abbastanza diffuse anche in Italia. La Sequoiadendron giganteum cresce bene ovunque, mentre la sempervirens, più esigente per i fattori di temperatura e di umidità, vegeta meglio presso i laghi.
La Sequoiadendron giganteum è un albero molto grande, monumentale, originario della California e introdotto in Europa a metà del secolo scorso. Appartiene alla famiglia delle Taxodiaceae, un tempo riconosciuta come famiglia autonoma, ma oggi normalmente inclusa nelle Cupressaceae.
E’ l’albero più alto del mondo vegetale e, nel suo areale, vive ad altitudini da 1100 a 2700 metri sul livello del mare, può raggiungere i 115 metri di altezza e gli 8-10 metri di diametro. In Italia raggiunge al massimo i 50 metri di altezza. In America quest’albero è chiamato “Sentinelle della Sierra” ed è considerato uno tra gli organismi più grandi e più antichi.
Per la sua notevole altezza può accadere che qualche fulmine facilmente colpisca la punta lasciando l’albero privato della cima.
E’ anche l’albero più pesante del mondo misurando oltre 2000 tonnellate. La Sequoiadendron giganteum è una pianta che cresce molto lentamente, ma che può vivere fino a 3200 di anni.
Ha il portamento eretto, colonnare, e l’aspetto piramidale.. Le sue radici sono superficiali, ma molto estese, perché devono sorreggere un albero così alto. Possiede il tronco aromatico, profumato e rivestito dalla corteccia esterna molto spessa, fibrosa, profondamente fessurata, di colore rosso bruno, mentre quella interna è sottile e compatta.

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Essa contiene tannino, una sostanza capace di inibire i funghi e gli insetti xilofagi ed è priva di resina che la protegge dall’abbraccio del fuoco. Il tronco è ingrossato alla base per resistere alla forza dei venti.

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 I rami sono piuttosto radi e leggermente penduli. Quelli inseriti nella zona basale sono inclinati verso il basso e con la parte apicale rivolta verso l’alto, quelli inseriti nella zona mediana e superiore sono orizzontali ed ascendenti evidenziando la maestosità del fusto. Con l’età tende allo sfrondamento basale per cui la parte inferiore del fusto è priva di rami.

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 Le foglie, persistenti, aghiformi, con sezione triangolare, lineari, disposte a spirale, formano una chioma piramidale.
Gli aghi, inseriti sui giovani rametti, appiattiti, rigidi, appuntiti, con la punta rivolta verso l’esterno e non spinosa, sono disposti fittamente intorno ai rami in modo tale da ricoprirli completamente. Gli aghi posti al centro del rametto sono più lunghi rispetto a quelli posti alle estremità.
Le foglie sono di colore verde scuro nella parte superiore, di colore grigio nella pagina inferiore per la presenza di due linee bianco-grigiastre ai lati della nervatura centrale ed emanano un gradevole profumo di anice. Le foglie rimangono sulla pianta per tutto l’arco dell’anno.
Le Sequoie sono piante monoiche.
Le infiorescenze maschili e femminili fioriscono sullo stesso albero.
I fiori maschili, sessili, piccoli, gialli, disposti in amenti compatti ascellari e terminali, si formano all’apice dei germogli giovani, compaiono in ottobre, ma liberano il polline a marzo.
Le infiorescenze femminili, leggermente più grandi di quelle maschili, lunghe circa 1,5 centimetri, sono costituite da coni formati da scaglie legnose con la punta spinescente prima di colore verde, poi marrone scuro, penduli, all’apice dei rami. Ogni cono contiene una dozzina di ovuli.
La fecondazione avviene perchè i coni maschili hanno strutture chiamate microsporangi che producono un polline giallastro.
Il polline è rilasciato e trasportato dal vento verso i coni femminili. Quando il granello pollinico raggiunge il cono femminile feconda l’ovulo che, insieme al tegumento circostante, diventa il seme.
I coni non si sfaldano a maturità, ma cadono interi dall’albero.
I frutti, i coni, di colore grigioverde, ovali, lunghi 6-8 centimetri, maturano in 2 anni e possono persistere sull’albero anche per 20 anni.
Contengono numerosissimi semi scuri e alati. Se le condizioni lo permettono, il seme, caduto a terra, genera una nuova piantina. Nella tarda estate si possono praticare anche delle talee semilegnose per favorire la moltiplicazione della pianta.

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Durante il restauro botanico della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, effettuato alla fine dell’anno 2009, il signor Vito Purpari, allora giardiniere della villa, collaborato dai ragazzi del servizio civile di Mistretta, piantò nel giardino un’altra Sequoia: la sempervirens. Il piccolo albero è cresciuto e crescerà ancora!

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Si può ammirare nel lato destro del viale di sinistra appena superato il cancello d’ingresso della villa, poco sopra il laghetto.
La Sequoia sempervirens è una conifera proveniente dalle coste americane del Pacifico e importata in Europa verso la fine del XIX secolo. Presenta il tronco eretto, slanciato e rivestito dalla corteccia spessa, fibrosa, di colore rosso bruno che si rompe col passare degli anni.
La chioma è piramidale negli esemplari giovani, mentre nelle piante vecchie è compatta, irregolare e piccola in proporzione al fusto. I rami sono pendenti.
E’ una pianta esigente per quanto riguarda l’umidità e ciò limita notevolmente l’impiego forestale nonostante il suo rapido accrescimento. Nell’America settentrionale è coltivata per il legname, in Europa per scopi ornamentali. E’ ritenuto l’albero più grande al mondo.
La villa comunale di Mistretta ospita anche la sequoia aureomarginata che si orna di aghi gialloverdi.

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 Si trova esattamente dietro il busto dello scultore amastratino Noè Marullo.
Ho sempre ammirato la sua bellezza quando, durante questa estate 2019, ho trascorso piacevoli pomeriggi dentro la villa in compagnia dei miei cari amici.
La Sequoia cresce bene ovunque, ma preferisce essere esposta in pieno sole posta su un terreno moderatamente fertile, soffice e ben drenato, in un habitat dove esistono climi montani freschi e umidi anche se, per la sua notevole rusticità, la pianta si è adattata a vivere in qualsiasi ambiente sopportando bene il freddo e resistendo alle malattie e all’attacco degli insetti.
La pianta si accontenta dell’acqua piovana, anche se è bene annaffiarla regolarmente e in abbondanza per alcuni anni dopo la messa a dimora.
La pianta ha bisogno di molti litri d’acqua ogni giorno ed occorre molto tempo perché l’acqua, entrata dalle radici, raggiunga la cima dell’albero.
La “pompa” deve vincere la forza di gravità e l’attrito con le pareti dei vasi che trasportano l’acqua.
Purtroppo, come nel resto d’Europa, la Sequoia potrebbe essere soggetta al disseccamento di qualche ramo che, però, non compromette la naturale crescita in altezza della pianta.
La Sequoia è una pianta molto ornamentale, ma è coltivata anche perchè fornisce legname e materiale da combustione. Il legno della Sequoia gigante è molto resistente alla decomposizione, ma è fibroso e fragile, il che lo rende inadatto ad uso edile.
Dall’ultimo ventennio del diciannovesimo secolo fino agli anni venti del ventesimo secolo molte Sequoie sono state abbattute a scopo commerciale, ma ottenendo uno scarso guadagno perché, a causa della fragilità e dell’altezza degli alberi, molti tronchi si frantumavano e, pertanto, erano inutilizzabili.
I boscaioli cercavano di attutire l’impatto con strati di rami di altri alberi ma, nonostante ciò, anche il 50% del legname andava sprecato.
Il legno era, perciò, utilizzato solo per fabbricare staccionate, tegole e fiammiferi. Uno scopo umile per un albero di una tale mole! Come per molte altre conifere, il “momento d’oro” delle Sequoie risale ad ere geologiche molto lontane. Sono le ultime testimonianze di un fulgido passato il cui futuro deve essere assicurato da una scrupolosa salvaguardia.
Ecco perché attualmente la Sequoia è una specie vegetale protetta.
Il disboscamento selvaggio stava mettendo in pericolo la sua sopravvivenza, pertanto sono state create delle riserve e dei parchi naturali per facilitare la riproduzione e per proteggerla nella crescita.
Alcune Sequoie, piantate il secolo scorso nei giardini italiani, sono classificate tra gli alberi monumentali del nostro Paese e sarebbe opportuno andarle a visitare. Più o meno coeve, hanno un’altezza variabile da 30 metri, come la Sequoiadendron giganteum in località Colleascine di Aprigliano, a 50 metri, come la Sequoia sempervirens nel “Parco Burcina” di Pollone, presso Biella.
Per ragioni storiche e climatiche, proprio nel Biellese vive il nucleo più consistente di Sequoie considerevoli: nel sanatorio di Bioglio, nei grandi giardini ottocenteschi delle ville Canale-Majet e Sella di Mosso Santa Maria, nel parco del Monastero a San Gerolamo di Biella. Il clima umido e temperato, dal Piemonte all’Alto Adige, sembra aver favorito lo sviluppo di questi giganti naturali che, lungo la penisola, diventano rari proprio per le condizioni pedoclimatiche inadeguate dell’ambiente mediterraneo. Slanciate Sequoie disegnano il centro abitato di Roccavione, il viale Dante a Torre Pellice, nel parco Agliardi di Paladina; svettano sottili e solide all’Alpe Vice Re di Albavilla, a Villa Amman di Elio e a Villa Cornaggia Medici di Merate, tre località in provincia di Como, a Villa Riva di Maccagno, a Appiano, a Lana, a Salorno e a San Pancrazio, in provincia di Bolzano.
In fusti di Sequoiadendron giganteum, conservati nei musei di Londra e di New York, vi sono sezioni di legno con oltre 1300 anelli di accrescimento.
Camminare tra questi colossi della Natura è un’emozione unica, uno spettacolo incredibile.
Colpiscono: il silenzio e il profumo intenso che si spande nell’aria.

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ott 17, 2019 - Senza categoria    No Comments

L’IPOMEA PURPUREA NELLA CAMPAGNA DI LICATA

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Nessuna persona può attraversare la strada panoramica per raggiungere la spiaggia di Mollarella a Licata senza soffermarsi ad ammirare questa meraviglia della Natura!

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Oggi, 17 ottobre 2019, anch’io mi sono fermata, come  tante altre volte, per osservare quel fiore capace di regalare tante emozioni.
E’ l’ipomea purpura.

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Il nome scientifico del genere è una parola composta e deriva dal greco “ίπος” “peso, carico” perché la pianta si aggrappa al recinto e “όμοϊος” “simile” a causa della volubilità del suo fusto.
L’Ipomoea, appartenente alla famiglia delle Convolvulaceae è conosciuta con il nome comune “Campanella”.

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In Italia, a seconda della zona, ha diverse denominazioni: Sciuri di notti in Sicilia, Campanella purpurea e Vilucchio turchino in tutta Italia, Campanelle turchine, Campanula, Campanula azzurra, Convolvulo ceruleo Rampichino turchino in Toscana, Caracò in Puglia, Giacinto della notte a Scandicci in Toscana, Sbordeon nel Veneto.
Esistono circa 600 specie di Ipomea.  Le specie: l’Ipomoea bonariensis, l’Ipomea pandurata, l’Ipomea alba, sono perenni solo dove l’inverno è mite, mentre quelle annuali:  l’Ipomea purpurea, l’Ipomea versicolor, l’Ipomea quamoclit , hanno uno sviluppo rapidissimo e producono fiori dai colori che vanno dal bianco, al rosa, al rosso, al magenta, al viola, all’azzurro. Fioriscono da giugno a ottobre.

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L’ipomea è una pianta originaria dell’America centrale e dell’Asia.
In Italia il genere è poco rappresentato, le sole piante presenti allo stato spontaneo sono: l’Ipomoea purpurea, l’Ipomoea sagittata e l’Ipomoea stolonifera.
Le Ipomee sono piante annuali e perenni, rampicanti e arbusti, delicati e semirustici. Sono i fiori la particolarità della pianta perché durano sbocciati un giorno, si schiudono all’alba ma si richiudono col pieno sole; se il cielo è nuvoloso allora i fiori rimangono aperti per un tempo più lungo. Per questo motivo i fiori sono chiamati “gloria del mattino.
L’Ipomea purpurea o Convolvulus purpureus è una pianta annuale che possiede la radice tuberosa, il fusto volubile o rampicante, le foglie, alterne, grandi, di colore verde, di forma ovato-ottusa, con base cordata e molte delle quali trilobe.

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I fiori sono grandi, campanuliformi, di colore violaceo con sfumature bianco-giallastre nella parte centrale.  Le lunghe e prolungate fioriture a Licata iniziano in primavera e proseguono fino al tardo autunno. La fioritura è abbondante perché ogni giorno si aprono fiori nuovi, specie se vengono tolti quelli già appassiti.

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 L’ipomea purpurea si moltiplica per autosemina se si lasciano maturare i semi. Spesso, riseminandosi, diventa infestante.
L’Ipomea purpurea, oltre ad essere una pianta spontanea, si può coltivare come pianta ornamentale nel giardino, nel terrazzo o in qualsiasi balcone, nei vasi, nei muri.
E’ ideale per rivestire recinzioni, per ricoprire pergolati, per abbellire cancelli avvolgendosi agevolmente ai supporti.

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 l’Ipomea cresce bene dal livello del mare fino a 600 metri di altitudine.
Per coltivare l’Ipomea bisogna raccogliere i semi da riseminare nella primavera successiva. La fase più difficoltosa della coltivazione è quella iniziale. Lo sviluppo è a rischio a causa della delicatezza delle piantine; ma cresce velocemente.
I primi fiori compariranno, di solito, 10 settimane dopo la semina. La coltivazione è molto semplice. Percrescere vigorosa e per fiorire abbondantemente necessita di un irraggiamento solare diretto, posta su un substrato fertile, fresco, leggero, profondo, leggermente umido, ma con un discreto drenaggio in profondità. Bisogna  annaffiarla con regolarità, soprattutto quando la temperatura è elevata, mescolando all’acqua il concime liquido per piante da fiore da somministrare ogni settimana da maggio a settembre. Gradisce un ambiente ben ventilato, ma senza correnti d’aria. Teme il freddo.
.A Licata la temperatura non scende quasi mai al di sotto dei 13C° neanche in inverno. Va sostenuta da un traliccio, anche non molto robusto, ma sufficientemente alto.
L’ipomea forma una copertura molto bella da sola ma, per abbellire il giardino, la villa, il balcone di casa, si può abbinare ad altre piante estive come le petunie e le surfinie, i gerani, i tageti.
L’ipomea purpurea non è particolarmente soggetta a malattie. Può subire infestazioni da parte di acari e afidi. La loro presenza si nota sulle foglie che iniziano a ingiallire e a ricoprirsi di piccole macchie giallo e marrone. Bisogna intervenire aumentando l’umidità delle foglie. In caso di infestazioni gravi bisogna intervenire usando antiparassitari specifici.
L’Ipomea è stata originariamente utilizzata dalle popolazioni indigene del Centro e dell’America meridionale nei loro rituali divinatori e sciamanici. Il suo nome Azteco significa “sacra cosa nera“.
Nel linguaggio dei fiori i significati attribuiti all’Ipomea sono due e in contrasto fra loro.
Da una parte è considerata il simbolo della speranza e della perseveranza, visto che è una pianta rustica e pioniera, capace di crescere dove altre piante stentano ad ambientarsi. Dall’altra parte evoca immagini cupe tanto da essere soprannominata “la campana dei morti”.
E’ attribuito anche il significato di ambizione, ma anche di civetteria e di umiltà.

 

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ott 9, 2019 - Senza categoria    No Comments

CERIMONIA DI PREMIAZIONE DEI CONCORRENTI AL CONCORSO LETTERARIO “MARIA MESSINA” NELLA SEDE DEL CIRCOLO UNIONE A MISTRETTA

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Sabato, 5 ottobre 2019, è stato un giorno molto importante per la cultura amastratina.
Nell’accogliente sala di rappresentanza del “Circolo Unione” a Mistretta è avvenuta la cerimonia di premiazione del “Premio Letterario Maria Messina” giunto alla 15° edizione.

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Il premio letterario è una perla creata dall’Associazione “Progetto Mistretta!
Di alto prestigio le personalità intervenute.
Nel tavolo della Presidenza: da sx, il dott. Massimiliano Cannata, direttore della rivista il “CENTRO STORICO” e dell’Associazione “Progetto Mistretta”, la presentatrice Rosalinda Sirni, il dott. Mario Salamone, presidente del Circolo Unione, il Sociologo Giorgio Pacifici, il fotografo Charley Fazio.

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 Ha condotto i lavori la bravissima giornalista dott.ssa Rosalinda Sirni.

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Un grazie affettuoso all’amico Giuseppe Ciccia che anche quest’anno ha organizzato alla perfezione la cerimonia di premiazione del “Premio Letterario Maria Messina” dal titolo: “UNO SGUARDO OLTRE” .

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Peppino Ciccia in piedi

 Artisti e scrittori a confronto: il sociologo Giorgio Pacifici, il giornalista e scrittore Matteo Collura, l’artista e fotografo Charley Fazio, il Complesso Bandistico “Città di Mistretta”.
Per la sezione “Un racconto per il centro storico” erano presenti gli studenti: Ilenia Marinaro, alunna  dell ‘IIS “Alessandro Manzoni“, Francesca Artale, Carlotta Catanzaro, Carla Oreste, Greta Scalone, alunne dell’istituto  I.C.”T.Aversa”.
Ha aperto i lavori il dott. Mario Salamone che, dopo aver  dato il benvenuto,  accogliendo calorosamente il numeroso pubblico, ha ringraziato l’Associazione “Progetto Mistretta” per avere confermato anche quest’anno la scelta della sede del Circolo Unione come luogo adatto ad ospitare questa importantissimo evento.

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Il dott. Massimiliano Cannata ha spiegato il motivo per cui a Mistretta si istituisce annualmente il premio letterario “Maria Messina:  per richiamare alla memoria  la figura di Maria Messina, la scrittrice siciliana vissuta per alcuni anni della sua fanciullezza a Mistretta fra “i miei buoni mistrettesi”, così lei li descrisse in una lettera spedita a Giovanni Verga.

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Oggi la scrittrice Maria Messina è apprezzata non solo dai cultori della letteratura amastratina, della Sicilia e dell’Italia intera, ma anche da tanti letterati stranieri che hanno studiato e studiano la sua narrativa.
Il lavoro è proseguito con la premiazione dei concorrenti.
Sono stati insigniti dal premio: il Sociologo Giorgio Pacifici, come riconoscimento alla carriera, il fotografo Charley Fazio, per la sezione arti visive, Il Complesso Bandistico Città di Mistretta, nato oltre centocinquanta anni fa e rappresentato dal Maestro Girolamo Di Maria. Inoltre, sono state premiate le alunne degli istituti ‘IIS “Alessandro Manzoni” e dell’I.C.”T. Aversa” di Mistretta che hanno partecipato al premio con le loro produzioni. Ricca è stata la partecipazione del pubblico sempre attento allo svolgersi della manifestazione.

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Il Presidente del Circolo Unione, il dott. Mario Salamone al Prof, Giorgio Pacifici ha consegnato il premio consistente in una bella scultura raffigurante il volto della scrittrice Maria Messina, opera dell’artista amastratino Sebastiano Leta.

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La sculura di Sebastiano Leta

La dirigente scolastica, prof.ssa Maria Grazia Antinoro, ha consegnato il premio al fotografo Charley Fazio.

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Il Complesso Bandistico “Città di Mistretta” ha ricevuto il premio dal prof. Lucio Vranca e dal Maestro Giuseppe Lotario, illustre predecessore nella direzione del corpo bandistico mistrettese.  Il premio è stato consegnato al Maestro Girolamo Di Maria.

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Anche il prof. Lucio Vranca ha ricevuto la pergamena ricordo per la sua preziosa testimonianza.

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La prof.ssa Marisa  Antoci ha consegnato il premio, rappresentato da una didascalica targa, a Ilenia Marinaro, studentessa dell’IIS “A, Manzoni” di Mistretta.

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La prof.ssa Graziella Ribaudo ha consegnato il premio a Francesca Artale, a Carlotta Catanzaro, a Greta Scalone, a Carla Oreste, alunne dell’ I.C. “T.Aversa” di Mistretta.

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Il giornalista Matteo Collura sarà premiato in seguito. Assente  perché fuori sede.
I dieci “musicanti”, come erano chiamati una volta, sotto la direzione del Maestro Girolamo Di Maria e con molta professionalità, hanno eseguito quattro brani musicali attinti dalle opere di Ludwigh Van Beethoven.

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 Gli applausi della platea sono stati molto numerosi e calorosissimi.

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L’associazione “Progetto Mistretta”,  in particolare l’amico Giuseppe Ciccia, dopo aver ringraziato tutti i protagonisti e gli spettatori presenti alla cerimonia, diede appuntamento per la prossima serata d trascorrere insieme per assistere  alla premiazione del prof. Matteo Collura, noto  scrittore e giornalista siciliano, anch’egli insignito del Premio  letterario “Maria Messina”.
Il commento del prof.Lucio Vranca: <<Una bellissima serata organizzata dall’Associazione “Progetto Mistretta” in occasione della XV edizione del premio “Maria Messina”.
Voglio esprimere i miei personali ringraziamenti all’Associazione, al Presidente prof. Nino Testagrossa e, in particolare, all’amico Ciccia, per avermi onorato consegnandomi un premio speciale per la mia testimonianza storica dedicata al corpo bandistico della città di Mistretta. La significativa presenza del Maestro Lotario ha arricchito ulteriormente di preziosità la serata. Il suo impegno, a favore dell’Istituzione musicale amastratina, ha lasciato il segno al punto da permettere ai giovani di leggere, nell’Archivio della Scuola musicale, la storia in musica di tutti i maestri del passato.

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La storia cartacea, invece, si può conoscere leggendo il libro “La banda ieri, oggi …e domani” – L’istituzione amastratina ) di Lucio Vranca e Giuseppe Pipitò. Grazie ancora>>.

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Il commento del dott. Sebastiano Insinga: Dopo il “Vranca day” del 15 aprile 2018, un nuovo giorno da incorniciare nella storia del mio caro amico Lucio, che non è solo storia personale, ma storia della nostra Comunità nella quale lui era già entrato a pieno titolo grazie alle sue opere di storia, (quella sulla banda di Mistretta non è la sola), di poesia e di musica. Un meritato riconoscimento a una persona di straordinaria modestia, ma di altrettanto straordinario talento, vera risorsa per la cultura del nostro paese”.

 Chi era  Maria Messina?
Maria Messina nacque a Palermo il 14 marzo del 1887 da Gaetano e Gaetana Traina. Abitò a Mistretta dal 1903 al 1909 in una casa di Via Paolo Insinga, dove ambientò le sue novelle e i suoi racconti.
Si arrese alla sofferenza all’alba del 19 gennaio del 1944, alle ore tre del mattino, morendo a Masiano, una frazione a pochi chilometri da Pistoia, nella casa dei contadini della famiglia Tarabusi, dove si era rifugiata, su consiglio della Tagliaferri, per sfuggire ai bombardamenti della guerra, che aveva diviso in due l’Italia separandola dall’amato fratello e dalle nipoti, e dove viveva in solitudine in campagna, “vinta” dal destino, divorata dalla distrofia muscolare..A certificare la sua morte al delegato del Podestà di Pistoia fu un certo signor Tarabusi Leopoldo.
Prima di morire, Maria donò alla sua affezionata infermiera Vittoria Tagliaferri “I doni della vita”, un documento di fede e di religiosità, un’esperienza di sofferenza fisica e spirituale.
Fu sepolta nel cimitero della Misericordia Addolorata di Pistoia così come desiderava.
Riesumata nel 1966, i suoi resti mortali, per volontà delle nipoti, furono custoditi nella stessa tomba della madre, signora Gaetana Traina deceduta  il 20 dicembre del 1932.
Maria Messina fu una delle più grandi scrittrici veriste, ammirata dal Verga, commentata da Borghese come “scolara del Verga”. Tuttavia, completamente dimenticata, è stata assente dalla letteratura italiana del Novecento.
Abbattere il muro del silenzio attorno a lei, schiudere le porte dell’oscurità, che avevano nascosto per oltre mezzo secolo il nome e l’opera di Maria Messina, aprire quelle della sua fama, fu merito dello scrittore Leonardo Sciascia che, nei primi anni ottanta, ha riproposto la lettura di alcuni dei suoi racconti.
Da allora le sue opere hanno attraversato una nuova stagione di notorietà e sono state tradotte in diverse lingue.
Nelle sue opere Maria ha raccontato, con una commiserazione pervasa di ribellione, la società maschilista dell’epoca, la sottomessa condizione femminile in Sicilia qual era fino agli anni della seconda guerra mondiale.
Ha esaminato i temi della gelosia, dell’adulterio, dei maltrattamenti, dell’abuso sessuale, dei pregiudizi, dei costumi, delle contraddizioni, della religiosità.
L’Associazione “Progetto Mistretta” ha rivolto alla scrittrice grande attenzione assegnando a Maria un posto di rilievo nella cultura amastratina divulgando il suo nome e la sua opera attraverso la promozione del concorso letterario “Maria Messina” con cadenza annuale.
In questo modo Maria è stata ricompensata per essere stata dimenticata dai critici, dagli storici della letteratura italiana del Novecento e dai lettori.
L’Amministrazione comunale di Mistretta, nel mese di febbraio del 2009, ha conferito la cittadinanza onoraria alla scrittrice Maria Messina intitolandone anche una strada del centro storico. L’Amministrazione comunale di Mistretta si è anche adoperata per accogliere i suoi resti mortali.
Grazie all’interessamento dell’Associazione “Progetto Mistretta”, del giornale “Il Centro Storico” e al certosino lavoro di ricerca del pistoiese “mistretteseGiorgio Giorgetti le spoglie di Maria Messina sono state trasferite al cimitero monumentale di Mistretta dal cimitero della Misericordia di Pistoia.
Maria riposa lì, accanto alla sua amata madre Gaetana Traina.
Il merito di questo “ritorno” in patria si deve attribuire soprattutto al prof. Nino Testagrossa, il presidente dell’Associazione “Progetto Mistretta”, che ha messo in risalto il legame di Maria Messina con quelli che lei stessa definì “i miei buoni mistrettesi”.
La cerimonia di accoglienza e di tumulazione dei resti mortali della scrittrice è avvenuta il 24 aprile del 2009.
Tutto ciò sta a significare il legame mai interrotto con la città di Mistretta dove Maria trascorse alcuni anni della sua adolescenza e dove trasse motivi per descrivere le umili vicende raccontate nelle sue novelle.
Ada Negri, poiché le due donne relazionavano in forma epistolare, scrisse a Maria Messina: “Non ti conosco fisicamente, ma mi sembra di conoscere bene la tua grande anima”.
Anche noi mistrettesi non l’abbiamo conosciuta personalmente, ma possiamo dire di conoscere bene la sua anima, i suoi messaggi, la sua arte narrativa.
Anche la città di Licata, sollecitata dalla FIDAPA, dalla dott.ssa Ester Rizzo e da me stessa,  ha voluto onorare la scrittrice Maria Messina intitolandole una strada cittadina.

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Sicuramente, come il popolo di Mistretta, così anche il popolo di Licata, leggendo il nome della strada, ricorda la scrittrice siciliana Maria Messina e apprezza l’alto valore letterario con la lettura della sua abbondante produzione custodita in parte anche nella Biblioteca comunale “Luigi Vitali” di Licata.

Album fotografico  di Giuseppe Ciccia

 

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ott 5, 2019 - Senza categoria    No Comments

LA I° MARATONINA “LICATA CITTA’ DI MARE “ 29 SETTEMBRE 2019

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Una festosa e allegra giornata è stata vissuta dagli atleti che hanno partecipato con entusiasmo alla I° Maratonina effettuata a Licata il 29 settembre 2019.

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 Hanno partecipato 428 atleti provenienti da tutte le parti della Sicilia e anche dall’Italia: da Mantova, da Pisa, da Roma e da Bologna.
Gli atleti più giovani sono stati: Francesco Meli, di 9 anni, e Isabella Knez, di 7 anni.
Gli atleti più grandi sono stati: i signori Francesco Sabatino e Liliana Ciotta.
Le squadre che hanno partecipato alla competizione sono state 57.
Le categorie più rappresentate sono state: la SM45 con 51 atleti, la SM50 con 42 atleti e la SM40 con 32 atleti. Al femminile le categorie più partecipanti sono state: la SM50 con 8 atleti e la SM40 con 6 atleti. L’associazione GS Valle dei Templi ha partecipato con 20, l’Atletica Canicattì  co18, No al Doping Ragusa con 17 e la Pro Sport Ravanusa con 13atleti. 15 gli atleti con  Runcard.
In totale, per la maratonina di 21 Km hanno gareggiato 224 atleti, per la maratonina dei 10,5 km hanno gareggiato 87 atleti e per la passeggiata di 6 km hanno partecipato 117 atleti, fra i quali i due bambini Francesco Meli e Isabella Knez.
La società più numerosa è stata l’ASD Atletica Licata che, ai nastri di partenza, ha schierato 33 atleti.
La manifestazione è stata organizzata dall’ASD Atletica Licata, l’Associazione Sportiva Dilettantistica, con finalità di promozione dell’Atletica Leggera, con particolare attenzione al Podismo e al Trail.
Un grazie particolare al signor Enzo La Cognata, attore principale dell’organizzazione della manifestazione.

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E’ stato un progetto imponente, felicemente concluso, da parte degli organizzatori dell’ASD Atletica Licata che hanno già avuto il merito di avere organizzato la “StraLicata” negli anni 2018 – 2019.
La manifestazione della I° Maratonina a Licata era stata inserita nel calendario nazionale della Fidal (circuito Bronze).
I percorsi erano tre: la maratona di 21Km,  la mezza maratona di 10.5 km e la passeggiata 6 Km “Walk”, gara non competitiva.
Gli atleti si sono riuniti nella Piazza Progresso, a Licata,  con il seguente programma orario:
alle ore 08.30 Ritrovo concorrenti e giuria di gara
alle ore 09.30 Partenza di tutte le competizioni
alle ore 12.00 Le premiazioni

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Al responsabile di ciascuna società, prima dell’inizio delle competizioni, nel chiostro della chiesa di San Francesco è stata consegnata la busta tecnica contenente il pettorale e il chip per il cronometraggio che, messo ai piedi, ne registrava il passaggio su un tappetino.

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Quindi, tutti gli atleti insieme sono partiti dalla Piazza Progresso di Licata.  Dopo aver percorso parte del Corso Umberto I°, gli atleti hanno seguito percorsi differenti lungo le strade di Licata compatibilmente al tipo di gara scelto e alla distanza.
Il percorso lungo è terminato alla baia di Mollarella e della Poliscia.

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Il percorso

Tutti gli atleti, quindi, sono ritornati in Piazza Progresso per assistere alle premiazioni.
Le misure di sicurezza sono state rigide, anche perché molte strade del centro cittadino di Licata sono state chiuse al transito automobilistico e pedonale. Gli automobilisti, ma anche i pedoni, hanno rispettato i divieti di transito per le ore necessarie all’espletamento della gara.
Necessaria e insostituibile la presenza  delle forze dell’ordine, della Protezione Civile e di moltissimi licatesi volontari.
Hanno percorso i 21Km, guadagnando per primi il traguardo, il signor Abdelkrim Boumalik, di 57 anni, appartenente all’Atletica Canicattì, che ha impiegato 1h17’31’22’’ di tempo. L’atleta Dario Cucchiara, appartenente allo Sport Amatori Partinico, è giunto secondo raggiungendo il traguardo in 1h19’16” di tempo. L’atleta Aman Said Mahed, tesserato al GS Valle dei Templi di Agrigento, ha raggiunto il traguardo in 1h22’12” di tempo conseguendo il terzo posto.
Fra le atlete donne, la signora Liliana Scibetta, appartenente alla Pro Sport Ravanusa, ha conseguito il primo posto nel tempo di 1h36’22”, seguita dalle atlete Carmelinda Raimondi, della Runcard, con il tempo di 1h40’03” e Grazia Migliore, della Marathon Club Taormina, che ha impiegato il tempo di 1h46’54”.
Abdelkrim Boumalik e Liliana Scibetta, GLI ASSOLUTI, per essere arrivati per primi, sono stati premiati col grande trofeo della coppa.

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Liliana Scibetta – Abdelkrim Boumalik

Per i 10,5 chilometri sono saliti sul podio  gli atleti: Enzo Gianninoto, dell’Ultrarunning Ragusa, che ha percorso il tragitto in 40’48” di tempo, Antonio Giarratana e Carmelo Ursino .

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Tra le donne sono salite sul podio le atlete:  Vittoria Grado, della Pol. Athlon Ribera, che ha percorso il tragitto in 54’53” di tempo, Lucia Moltisanti, Agata Rinallo.

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Anche questi vincitori hanno ricevuto in premio il trofeo della coppa.
Alla manifestazione non competitiva dei 6 chilometri hanno partecipato atleti giovani e meno giovani, molti dei quali di Licata, che hanno passeggiato sotto l’incitamento e gli applausi degli spettatori. Hanno ricevuto  la maglia tecnica.
Sulla manifestazione della I° Maratonina è intervenuto il dott. Andrea Burgio, Assessore allo Sport, Turismo e Spettacolo di Licata, che ha partecipato.

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Il primo

Il suo pensiero: “Non posso non fare i complimenti agli organizzatori della “Maratonina di Licata” considerato che Licata ha vissuto una gran bella giornata sportiva: Tanti gli atleti provenienti da tutta la Sicilia e non solo che hanno gareggiato attraversando le strade cittadine. E’ stato bello vedere anche tanti cittadini licatesi, di tutte le età, che hanno partecipato alla 6 km. Un grazie meritato va ai vigili urbani del corpo di polizia municipale per il lavoro svolto negli ultimi due eventi sportivi svolti a Licata, la 1° edizione “Maratonina Licata”, organizzata dall’ Associazione Atletica Licata, e la 1° edizione del triathlon “Sprint league”, organizzata dall’associazione “TriRock “con la collaborazione degli Stati generali del turismo. Un ringraziamento doveroso va al comandante del corpo di polizia municipale di Licata, la dott.ssa Giovanna Incorvaia, sempre sensibile, disponibile e precisa affinché tutte le manifestazioni svolte riescano nel migliore dei modi. Un altro ringraziamento, non di meno, va fatto a tutti i volontari che, per questi eventi, sono stati presenti garantendo la giusta assistenza a tutti. Tengo a sottolineare che i volontari sono sempre coordinati dalla protezione civile comunale e, per questo motivo, ringrazio i responsabili del servizio”.
L’ASD Atletica Licata, l’associazione che ha organizzato ottimamente la manifestazione, ha ringraziato tutti i partecipanti dando appuntamento al prossimo anno.
Le parole del presidente dell’ASD, il signor Alberto Occhipinti: “Certo, abbiamo dovuto affrontare quegli intoppi che si presentano quando si organizzano eventi di questa portata, ma l’entusiasmo e l’affetto che tutti voi ci avete dimostrato durante la Iª Maratonina Licata Città di Mare hanno ripagato ogni nostro sforzo! Quindi:Grazie ai tanti atleti che hanno partecipato, a chi ci ha dato fiducia venendo da lontano e ai tanti che hanno scelto di esordire in una competizione insieme a noi. Grazie a tutte le persone che hanno condiviso l’esperienza della passeggiata e a chi è sceso in strada anche solo per sostenere la manifestazione.Grazie al Comune di Licata, al comando dei vigili urbani, alla Croce Rossa, alla Procivas, alla Guardia Costiera Ausiliaria, OPI ed AISA.Grazie a tutti gli sponsor, allo staff e ai volontari che si sono messi a disposizione nostra e degli atleti. Grazie a tutti coloro che hanno contribuito materialmente alla realizzazione del punto di rinfresco:
Acqua Cavagrande
Cuttitta Frutta
Olio di Fousseni
Panificio Non Solo Pane
Panificio Pane Degli Angeli
Panificio Santamaria di Nicola e Angelo
Panificio del Corso
Pasticceria Chantilly
Dolci Tentazioni Di Nogara
Pasticceria Bonvissuto (Ccrso Roma)
Pasticceria Siciliana Morello FB PAGE
Alla prossima edizione!

Il commento di Alfonso Sciarratta: Grazie per gli sforzi che avete profuso. Noi abbiamo fatto del nostro meglio per dimostrarvelo.
Il commento di Antonio Giardina:  Grazie a voi tutti!
Il commento di Angelo Giordano:  Bravi evento ben riuscito.
ll commento di Roberto Alaimo: B R A V I.
Il commento di Concetta Rimmaudo: Grazie a voi …orgogliosa e felice di aver partecipato a una così bella gara. Alla prossima!
IL commento di Angelo Marino: Grazie a voi tutti e felicissimo di festeggiare il compleanno in corsa…..alla prossima.
Il commento di Salvatore Sessa: Complimenti per l’organizzazione e un plauso a tutti i volontari che erano lungo il percorso.
Il commento di Sandra Cambiano Pecorari: Grazie a voi, partecipare è stato entusiasmante…
Il commento di Gaspare Messina Dal team Francesco Ingargiola e dal sottoscritto: organizzazione perfetta, acqua a volontà, percorso molto tecnico. Alla prossima  verremo più allenati.  Quest’anno abbiamo voluto ricordare il nome del grande Ciccio a Licata.
Il commento di ASD Atletica Licata: ” È andata bene alla fine. [...] Caldo, caldissimo, ma anche tanta tanta acqua data lungo il percorso in tutti i modi (punti ristoro e organizzatori che facevano su e giù su moto a dare acqua. Che dire? Grandi… Organizzazione perfetta, si sono spesi, hanno dato il massimo).
Percorso duro e con alcune salite, ma al giro di boa ti trovi davanti delle spiagge superlative, mi sono anche fermata a fotografare. Prima di categoria perché unica atleta. Alla premiazione mi veniva un
gran ridere. Come temevo, dopo il 15esimo km la fascite si è fatta sentire, rallentandomi parecchio [...] ma a me interessava solo essere Finisher.
Finisher lungo strade dove sono cresciuta, lungo strade nelle quali accompagnavo al mare la mia meravigliosa mamma, che tanto adorava quelle spiagge. I ricordi erano come fitte dolorose, ma nel contempo dolcissime. Grazie, Licata, per le emozioni che oggi mi hai dato. Grazie a Liliana Ciotta per le bellissime parole!

Il commento di Nella Seminara: “ Meritate lodi a questi giovani licatesi dell’ASD Atletica Licata che, con entusiasmo agonistico, sanno organizzare magistralmente eventi così importanti che rafforzano non solo le capacità associative, ma diffondono il nome e le bellezze di Licata. Veramente bravi!”

La fonte: Siciliarunning.it

 

 

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