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ago 1, 2021 - Senza categoria    No Comments

LA MORICANDIA ARVENSIS, LA PIANTA CHE CAMBIA IL COLORE DEI FIORI NELLE DIVERSE STAGIONI DELL’ANNO.

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La Natura è una scoperta continua di conoscenze e di esperienze nuove.
Appoggiata al muro, sotto il cimitero di Marianello, a Licata, in una giornata molto ventosa ho notato una modesta pianta dai fiori violacei a forma di croce.
Il suo nome scientifico è “Moricandia arvensis”.

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https://youtu.be/7Ux_oEJHIpI

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Il nome italiano è “ Moricandia dei campi”.
Altri sinonimi sono: “Brassica arvensis, Moricandia longirostris, Sinapis arvensis”.
Gli inglesi la chiamano “Violet Cabbage”
Gli americani degli Stati Uniti la chiamano “Purple Mistress”.
I tedeschi la chiamano “Acker-Morikandie”.
Gli spagnoli la chiamano “ Berza arvense”
I francesi la chiamano “Moricandie”.

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Etimologicamente il nome del genere “Moricandia” è in onore  di S. Moricand (1780-1854), commerciante e naturalista ginevrino che scrisse una Flora di Venezia.
Il nome specifico “arvensis” deriva dal latino “arvum”, ossia “campo coltivato”.
La Moricandia arvensis è una pianta straordinaria, capricciosa, perché produce fiori di diverso colore a seconda della stagione.

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In primavera produce fiori grandi, di colore lilla, che attirano le api per l’impollinazione.
In estate, essendo l’aria secca e calda, produce i fiori più piccoli, arrotondati, di colore bianco, in grado di assorbire i raggi ultravioletti.
Inoltre, i fiori “estivi” attirano insetti vari che facilitano l’impollinazione, permettendo alla pianta di riprodursi con più efficacia in condizioni difficili come quelle più secche e più calde.
I ricercatori dell’Università di Granada (UGR) descrivono, infatti, un fenomeno di “plasticità fenotipica”, cioè quella capacità di un essere vivente di riprodurre, tramite il proprio genotipo, fenotipi diversi, in questo caso in risposta a qualche fattore ambientale, quale la differenza di temperatura fra la primavera e l’estate, soprattutto a Licata, città di mare, di fronte all’Africa, che modifica la sua espressione genica.
Il dott. Francisco Perfectti Álvarez, professore di genetica dell’UGR e autore principale dello studio, ha così spiegato il fenomeno: “Ciò è dovuto alla sua plasticità nei principali tratti vegetativi e fotosintetici che regolano il suo metabolismo a queste condizioni estreme di alta temperatura e di deficit idrico”.
I ricercatori dell’Università di Granada hanno realizzato lo studio lavorando assieme ai  colleghi del Consiglio superiore spagnolo per la ricerca e delle università di Vigo, Pablo Olavide e Rey Juan Carlos.
La Moricandia arvensis è una pianta erbacea annuale, glabra e glauca, appartenente alla famiglia delle Brassicaceae.

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Possiede radici superficiali dalle quali si innalzano i fusti cilindrici, suffruticosi, ramosi dalla base con i rami ascendenti e flessuosi.

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Le foglie carnose, sono di colore verde. Le basali sono spatolate, con breve picciolo, spesso scomparse alla fioritura.
Le cauline sono lanceolate, tondeggianti, sessili, profondamente scavate alla base con due orecchiette larghe e tonde che abbracciano interamente il fusto.

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I fiori sono raccolti in racemi allungati, che portano da 10 a 20 fiori, su peduncoli erettiti, dritti o un po’ curvi, cilindrici, più corti del calice.
I sepali del calice sono eretti, appressati alla corolla, ottusi, verdastri o rossicci; due di essi sono più grandi e allungati, gli altri due sono quasi lineari.
La corolla è formata da 4 petali spatolati, patenti, roseo-violetti, con vene delicate di colore più scuro, lunghi fino a 22 mm. Gli stami sono gialli o biancastri, tutti più lunghi del calice. L’antesi avviene da aprile a settembre

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Il frutto è una siliqua compressa, quasi tetragonale, con valve a un nervo, lunga fino a 7 cm.
I semi sono ellissoidi, apteri, brunastri.

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Gli habitat preferiti dalla Moricandia arvensis sono i terreni incolti, aridi, i pendii ripidi dei calanchi argillosi, i muri, i ruderi.
Vegeta bene dal livello del mare fino a 600 m di altitudine.
Diffusa in Spagna meridionale e nel Nord Africa, da dove proviene, in Italia è presente in Liguria, in Toscana, nell’Umbria, in Puglia, in Calabria, in Basilicata, in Molise, in Lombardia, in Sicilia, in Sardegna limitatamente ai luoghi caratterizzati da bioclima termo mediterraneo secco o subumido. La Moricandia arvensis è una specie commestibile, utilizzata a scopi alimentari in Spagna, in Sardegna e in Sicilia.
In cucina le foglie sono ottime bollite, fritte utilizzate come contorno di carni.
In Tunisia la pianta è chiamata “prosciutto” ed è consumata bollita o fritta, condita con aglio e con peperoncino rosso.

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lug 13, 2021 - Senza categoria    No Comments

BARTSIA TRIXAGO LA PIANTA DAI FIORI ORIGINALI

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Passeggiando, come spesso faccio nella mia campagna, a Licata, improvvisamente ho notato questa meraviglia: una pianta dal fiore molto bello.
Ne rimasi stupita!

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Il nome scientifico è Bartsia trixago!
Il nome italiano è “Perlina minore”. Nel tempo ha avuto diverse nomenclature.
Il sinonimo più frequente è: “Bellardia trixago”, nome attribuito in onore  di Carlo Antonio Lodovico Bellardi (1741-1826), botanico a Torino e “Trixago apula”.Etimologicamente il nome del genere “Bartsia” è stato assegnato in onore del botanico prussiano Johann Bartsch (1709-1738) di Königsberg, medico coloniale a Suriname.
Il nome della specie “trixago” è formato da due parole latine: “trix” “ capello, pelo”, e “ago” , un suffisso latino usato per indicare “simile a...”. Il nome  scientifico della Bartsia trixago è stato attribuito da Carl von Linné (1707 – 1778), biologo e scrittore svedese, autore della pubblicazione “Species Plantarum” econsiderato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi.
Il genere Bartsia si compone di circa cinquanta specie le cui aree di origine sono le zone mediterranee dell’Europa, Infatti sono distribuite in Europa, in Africa e in America.
In Italia la Bartsia trixago è presente in Abruzzo, in Basilicata, in Calabria, in Campania, in Emilia Romagna, nel Lazio, in Liguria, nelle Marche, in Molise, in Piemonte, in Puglia, in Toscana, in Umbria, nella Valle d’Aosta. In Sardegna, in Sicilia.
Appartenente alla famiglia delle Orobanchaceae, secondo i nuovi sistemi di classificazione filogenetica, mentre prima il suo genere apparteneva alla famiglia delle Scrophulariaceae, secondo la classificazione ormai classica di Cronquist La Bartsia trixago è una piccola pianta erbacea, annuale, vischiosa, alta da cinque a 50 cm.

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Possiede radici sono a fittoni da cui si sollevano gli assi forali eretti con peli rivolti verso il basso.

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Le foglie hanno delle forme lanceola-lineari con bordi dentati. Le foglie non sono tutte uguali. Le inferiori sono spatolate, le medie sono strette e le superiori sono triangolari. Le foglie superiori vicine all’infiorescenza sono bratteiformi.

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Le infiorescenze sono formate da alcuni fiori pedicellati, spaziati e disposti all’ascella di brattee o anche da brevi spighe piramidali.
I fiori sono ermafroditi, zigomorfi e tetra ciclici cioè provvisti di calice gamosepalo, di corolla simpetala, bilabiata con cinque lobi, il colore del labbro superiore del petalo è roseo o purpureo, gli altri petali sono bianchi o gialli, di androceo, che contiene gli stami didinami (due lunghi e due corti), le antere sono conniventi ed hanno una loggia portante un cornetto allungato, le sacche polliniche hanno l’estremità inferiore a forma di freccia, di gineceo formato di due carpelli e formano un ovario supero biloculare. Lo stilo è unico lievemente più lungo degli stami ed è inserito all’apice dell’ovario; lo stimma è capitato. Fiorisce da aprile a luglio.

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Il frutto è una capsula deiscente di forma oblungo-acuta, cavato-compressa e contiene diversi piccoli semi.
La riproduzione avviene per impollinazione entomogama tramite gli insetti.
I semi, cadendo a terra, sono successivamente dispersi soprattutto da insetti come le formiche secondo la disseminazione mirmecoria.L’habitat tipico per questa pianta sono i pascoli, i terreni incolti e le garighe delle zone marine, collinari e montane su una distribuzione altitudinale da 0 fino a 1200 metri s.l.m.
Il substrato preferito è calcareo, ma anche siliceo. Preferisce essere esposta alla luce del sole, ma non per molto tempo. Allora si fa proteggere dalle altre piante più alte.
Per quanto riguarda l’acqua si accontenta della pioggia abbondante della stagione.

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La pianta non ha nessun’altra utilità tranne la sua bellezza che impreziosisce i luoghi dove nasce e fiorisce.

 

 

 

 

 

 

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lug 1, 2021 - Senza categoria    No Comments

LA PIANTA DI MESEMBRYANTEMUM ACINACIFORMIS DAI BEI FIORI ROSSI NELLA MIA CAMPAGNA DI LICATA

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Nel giardino roccioso della mia campagna, in contrada Montesole a Licata, vegeta bene il Mesembryanthemum acinaciformis che copre come un tappeto e colora la roccia con la sua splendida e ricca fioritura estiva.

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https://youtu.be/-e9Oz0vjDts

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https://youtu.be/8YcNq3pdSVE

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Il genere Mesembryanthemum, originario dell’Africa meridionale, comprendeva circa mille specie, oggi è stato diviso in numerosi generi.
Il nome del genere “Mesembryanthemum” deriva dal vocabolo greco “μεσημβρία” “mezzogiorno”, unito alla parola “αντέμι“ “fiore” col significato di “ fiore che si apre a mezzogiorno”.
Del genere Mesembryanthemum esistono varie specie, annuali e perenni, differenti soprattutto per i fiori dalla luminosità serica e dai colori vivaci: porpora, arancione, viola, giallo, cremisi.
Alcune varietà sono diffuse allo stato spontaneo, altre coltivate a scopo ornamentale. Le più comuni:
Il Mesembryanthemum criniflorum o Dorotheanthus bellidiflorus è una specie annuale, semirustica, a portamento prostrato e presenta foglie strette e cilindriche. In estate produce fiori larghi 2,5 cm, di vari colori (bianco, arancio-dorato o rosso cremisi), che hanno la particolarità di aprirsi solo in pieno sole e di richiudersi di notte o nelle giornate particolarmente coperte. Cresce fino a 10 cm. di altezza.
Il Mesebryanthemum crystallinum, meglio conosciuto come “Erba ghiaccio”, è una specie annuale, spontanea, che cresce anche nelle nostre regioni litoranee. Presenta portamento prostrato e foglie ovali di colore verde chiaro coperte da particolari formazioni sferiche che sembrano cristalli di ghiaccio. Fiorisce da giugno ad agosto producendo fiori bianchi o rosa pallido.
Il Mesembryanthemum edulis o Carpobrotus edulis, originaria dell’Africa meridionale, è una specie perenne che produce fiori gialli o porpora che sbocciano da maggio a luglio e frutti carnosi e commestibili.
Il M esembryanthemum tricolor o Dorotheanthus gramineus, originaria dell’Africa meridionale, è una specie annuale, semi rustica, dalle foglie strette e cilindriche. Produce fiori di colore rosa intenso o bianco, più scuri all’interno, che sbocciano da giugno ad agosto.
Il MESEMBRYANTHEMUM ACINACIFORMIS  o Carpobrotus acinaciforme o più comunemente conosciuto come “Fico degli Ottentotti”, è la specie presente nel mio giardino a Licata.

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E’ una pianta succulenta, appartenente alla famiglia delle Aizoaceae, originaria dell’Africa meridionale, ma cresce spontaneamente in Italia. Presenta un portamento strisciante caratterizzato da una crescita molto veloce.

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La pianta è provvista di una robusta radice fascicolata e da una parte aerea formata da numerosi steli cilindrici, erbacei, consistenti, carnosi, di colore verde chiaro –argenteo. Le foglie, falcate, lunghe e carnose, di colore verde grigiastro, contengono una sostanza vischiosa.

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Alla base delle ascelle fogliari o sugli apici degli steli da maggio a luglio sbocciano i grandi fiori di colore rosso porpora molto decorativi.
La corolla è composta da numerosi lunghi petali ligulati che fanno da corona a un bottone centrale e a lunghi stami gialli molto appariscenti.

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La fioritura del Mesembryanthemum è  uno spettacolo molto gradevole. I fiori durano circa una settimana ed hanno la caratteristica di aprirsi al mattino, in pieno sole, per chiudersi il pomeriggio al calare del sole.
Durante la notte i fiori emanano un odore gradevolissimo, mentre di giorno non hanno nessun odore.

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Ai fiori seguono i frutti, piccole capsule secche, non commestibili, contenenti piccoli semini scuri dotati di un’ottima capacità di germinazione.
I frutti, bagnandosi con l’umidità o con l’acqua piovana, si aprono e disperdono i semini che si trovano all’interno favorendo la moltiplicazione della specie.
La pianta si propaga oltre che per semi, sparsi sul terreno in primavera, senza interrarli, anche per talea di foglia o di fusto, operazione eseguita alla fine dell’estate, e per divisione dei cespi. La moltiplicazione per talea di ramo si effettua in autunno e consiste nel fare radicare, in un miscuglio di sabbia e torba, dei rametti lunghi circa 10 cm, sani e vigorosi, recisi direttamente dalla pianta con forbici ben affilate e disinfettate.
I rametti recisi prima di essere interrati si devono fare asciugare all’ombra per almeno un giorno.
Questa pianta è davvero bella! E’ perfetta per arredare il giardino roccioso con macchie di colore che crescono molto rapidamente.
Nella sua coltivazione, basta avere qualche accorgimento perché la pianta ci regali molti fiori. Attenzione alle radici perchè sono tossiche.  Contengono una sostanza alcaloide che può portare a delirio se viene ingerita in grandi quantità.
La coltivazione del Mesembryanthemum è semplice. Può essere coltivato sia in piena terra, preferibilmente su suolo arido e roccioso, sia in vaso. Necessita di un terreno sciolto, leggero e ben drenato, misto a sabbia o a ghiaia grossolana, e un’esposizione soleggiata per molte ore al giorno per garantire le sue meravigliose e abbondanti fioriture. Un’adeguata esposizione lo rende meno suscettibile agli attacchi di funghi e di insetti. Sopporta il caldo intenso, la salsedine e i venti salmastri.
Trattandosi di una pianta succulenta, ha esigenze idriche modeste per cui bisogna prestare attenzione a non innaffiarla troppo.
Coltivato in piena terra il Mesembryanthemum si accontenta delle acque piovane, ma va comunque irrigato nei periodi di prolungata siccità per favorire la fioritura. In autunno e in inverno, quando, entra in riposo vegetativo, l’apporto idrico va ridotto al minimo indispensabile.
Durante il periodo vegetativo, che inizia a maggio e termina a settembre, è opportuno aggiungere all’acqua di annaffiatura del fertilizzante liquido che garantisce una completa nutrizione alla pianta.
Se la pianta è concimata, spesso produce molte foglie a discapito della fioritura. Il Mesembryanthemum non necessita di veri e propri interventi di potatura. Devono essere recisi solo i fusti secchi e i fiori appassiti.
Per quanto riguarda le malattie e i parassiti il Mesembryanthemum teme la cocciniglia, che si annida negli interstizi delle foglie e lascia macchie bianche, gli afidi, favoriti dell’eccessiva umidità dell’aria, che rendono la pianta appiccicosa, il marciume radicale, se il terreno non è ben drenato, e qualche virus che costringerebbe a bruciare tutta la pianta per evitare la diffusione delle malattie alle piante vicine.
Nel linguaggio dei fiori il Mesembryanthemum è simbolo “dell’amore” e quindi è il regalo perfetto da donare alla persona amata.

 

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giu 15, 2021 - Senza categoria    No Comments

IL CONVOLVULUS TRICOLOR NELLA CAMPAGNA DI LICATA

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Quale emozione provo ogni volta nell’osservare i gioielli che madre Natura regala a noi umani e che, molto spesso, neanche li ammiriamo!
Le dico soltanto GRAZIE!
I Convolvulus sono delle piacevolissime e allegre piante che incontro molto facilmente osservando la campagna di Licata dove ho notato: il Convolvulus tricolor, il convolvulus althaeoides e il convolvulus arvensis.

https://youtu.be/CP5aSnkOIO4

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Il Convolvulus è un genere di piante appartenente alla famiglia delle Convolvulaceae e comprende circa 250 specie comunemente note col nome di “Convolvoli”. Sono piante annuali, perenni, arbustive o addirittura cauditiformi e che si differenziano per il colore dei fiori, per la tipologia delle foglie e per i fusti che possono essere striscianti o eretti.
Etimologicamente il nome del genere “ Convolvulus” deriva dal latino “convol-vo” “avvolgere”, in riferimento al portamento dei fusti volubili e avvolgenti, che si aggrappano ai vari sostegni.
In Italia crescono sia specie spontanee, sia varietà da coltivare in giardino.
Una specie è il “Convolvulus sabatius” o meglio noto come “Convolvulus mauritanicus”, una pianta erbacea, sempreverde, rizomatosa, perenne, con fiori di colore viola e con portamento strisciante.
Un’altra specie di Convolvolo che si adatta in modo particolare alla coltivazione in vaso o in giardino è il “Convolvulus cneorum” dallo sviluppo arbustivo e non rampicante.  La chioma, rigogliosa, è formata da rami ricoperti di foglie coriacee che presentano una peluria esterna e un colore verde argenteo. Nel periodo della fioritura sulla pianta sbocciano splendidi fiori bianchi a campana.
ll “Convolvulus althaeoides”, il cui nome della specie deriva dal greco “altainomai”, col significato di “guarire, risanare”, è originario del bacino del Mediterraneo. E’ una pianta erbacea perenne, dal portamento semirampicante o prostrato.
Possiede fusti sottili, lunghi, flessuosi, striscianti e rampicanti. Le foglie, di colore verde argentato, sono picciolate e con la lamina variamente conformata. A partire dal mese di aprile la pianta si riveste di numerosi fiori, solitari o appaiati, a forma di imbuto, dal colore rosa- lilla più intenso al centro. L’antesi si protrae fino al mese di giugno.

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 Il “Convolvulus arvensis” è la pianta dei campi. E’ conosciuto anche col nome di “Vilucchio comune”.
E’ una specie originaria dell’Africa ed è molto comune in tutta Italia, dalla pianura alla media montagna. E’ una pianta perenne, rizomatosa, strisciante o rampicante. I fusti, volubili, sono lunghi fino a 2 metri.  Si aggrappa alle altre piante erbacee, alle recinzioni.
Le foglie, di colore verde, sono picciolate, con la lamina allungata o arrotondata e con il margine intero spesso ondulato.
I fiori, solitari o in coppia, sono imbutiformi ed hanno la corolla dal colore biancastro a rosato.
Il frutto è una capsula glabra, di forma ellissoidale, che contiene 3-4 semi scuri.

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Il “Convolvulus tricolor”, dal latino “tres” “ tre” e “color” “colore”, è una pianta erbacea, perenne, appartenente alla famiglia delle Convolvulaceae.

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La specie è originaria dell’’Africa e abbondantemente diffusa per l’abbondanza e per la lunga durata della sua fioritura, che inizia dalla tarda primavera e si protrae fino all’estate avanzata.
Possiede fusti molto ramificati, inizialmente striscianti, poi ascendenti, alti da 20 a 60 cm.

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Le foglie, sempreverdi, quelle basali hanno un corto picciolo e sono ovate, quelle superiori sono sessili e spatolate, disposte a spirale Iniziano a cadere in autunno.

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Il fiore, solitario, a forma di imbuto, ha la corolla di tre colori: di colore blu nella parte esterna, di colore bianco alla base dei petali e di colore giallo al centro. Fiorisce dalla primavera fino a tutta l’estate.

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I fiori sbocciati durano solo un giorno, ma altri fiori sono prodotti in continuazione. I fiori fecondati producono frutti che sono capsule tomentose che contengono semi spessi e coriacei lunghi circa 3 mm e di colore marrone chiaro.
Il Convolvolo si può riprodurre per seme e anche per talea erbacea.
Il Convolvolo si può coltivare in piena terra, per creare aiuole e bordure, e in vaso, per abbellire terrazze e balconi.
Già dalla fine del 1700 la specie è stata utilizzata per la fioritura abbondante e di lunga durata e per i colori intensi dei suoi fiori come pianta ornamentale nei giardini del Nord Europa e dell’Inghilterra raggiungendo il massimo della popolarità per tutto il 1800.
Il Convolvolo necessita di poche cure dal momento che la sua rusticità e il suo adattamento lo hanno portato a diventare una pianta spontanea e invasiva in molti luoghi.
Molto tollerante sulla natura del terreno, il Convolvolo predilige i terreni alcalini, sciolti, ben drenati e poco compatti.
Richiede l’esposizione soleggiata perchè i suoi fiori non si schiudono all’ombra.
Sopporta la siccità, pertanto le annaffiature devono essere sporadiche e poco abbondanti e vanno effettuate esclusivamente alla base della pianta evitando ristagni d’acqua sulle foglie.
La potatura è indispensabile per garantire uno sviluppo armonioso alla chioma. In autunno si devono accorciare i rami più esterni e più lunghi. Tollera molto bene temperature basse, fino a 10 °C sotto lo zero.
Nelle zone temperate la fioritura si protrae fino ad inverno inoltrato.
Le concimazioni devono essere moderate per evitare che la pianta emetta una vegetazione copiosa a scapito della fioritura.
Il Convolvolo può essere soggetto a parassiti fungini.
Le malattie fungine si manifestano con la presenza di macchie sulle foglie che, se non trattate in modo tempestivo, possono far deperire la pianta fino a farla seccare. Tali patologie vanno trattate con l’utilizzo di prodotti specifici.
Il Convolvolo teme l’Oidio o Mal bianco, causato dall’eccessiva umidità ambientale, e il marciume radicale se il terreno non è ben drenato.
Sul Convolvolo si sviluppano i bruchi della “Sfinge del Convolvolo“, una falena il cui nome scientifico è “Agrius convolvoli”.
Si nutre del nettare dei fiori del Convolvolo aspirandolo mediante la sua lunga spiritromba. I bruchi raggiungono notevoli dimensioni e, se presenti in gran numero, possono defogliare completamente gli arbusti giovani della pianta lasciando integri solo i rami più duri e coriacei.
Fin dai tempi antichi il Convolvolo è stato utilizzato per le proprietà lassative per la forte presenza di saponine all’interno della linfa che scorre nelle radici e nelle foglie. Ha inoltre un effetto depurativo per il fegato e per i reni.
Ancora oggi, in Germania, con le sue foglie si usa preparare un infuso utile per trattare la leucorrea. L’infuso serve per purificare l’intestino e per combattere l’ insufficienza epatica.
Le foglie, essiccate e ridotte in polvere, conservano le proprietà curative a lungo. Se ne sconsiglia vivamente l’uso domestico se non si è esperti conoscitori di nozioni di erboristeria. Alcune specie del genere Convolvulus possono anche essere tossiche.
La bellezza del Convolo e la sua profumazione sono motivo di apprezzamento che si evince nelle favole dei fratelli Grimm, in particolare nel racconto “La tazzetta della Madonna“.
Si narra che in un giorno di primavera la Madonna s’imbatté in un carrettiere col carro sprofondato nel fango; se le avesse offerto del vino, lo avrebbe aiutato a liberare il carro dal fango. Dal momento che l’uomo non aveva tazze o bicchieri, allora la Madonna raccolse un fiore di Convolvolo e vi si fece versare il vino, liberando cosi il carro dell’uomo. Da allora il Convolvolo è conosciuto come “tazzina della Madonna“.
Il fiore del Convolvolo, per la sua delicatezza, simboleggia “debolezza di spirito, arrendevolezza, sottomissione”.
Plinio il Vecchio attribuiva al genere Convolvulus lugubri significati. Con i rametti carichi di fiori erano allestite ghirlande mortuarie.
Credevano che nei fiori fosse rimasto imprigionato lo spirito della ninfa Smilax trasformata in pianta per essersi innamorata del giovane Krocus.

 

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giu 1, 2021 - Senza categoria    No Comments

LE PIANTE DI BAUHINIA VARIEGATA ADORNANO IL GIARDINETTO DELLA CHIESA DI SANTA MARIA DEI SETTE DOLORI A LICATA

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Davanti alla chiesetta di “Maria SS.ma Dei Sette Dolori”, meglio conosciuta come la chiesa di “Sette Spade”, a Licata, si possono ammirare
4 bellissime piante di “Bauhinia variagata” che, in questo mese di maggio 2021, mostrano una delle più lunghe, eccezionali e spettacolari fioriture. Abbelliscono anche il giardinetto e la piazzetta di San Pio dove è collocato il monumento a San Pio da Pietralcina.

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https://youtu.be/ziXBC_2Js1o

 

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Un po’ di storia sulla chiesetta!
la chiesetta di Sette Spade fu costruita a Licata nel 1844 dal maestro Vincenzo Cibella, incaricato dalla confraternita degli Argillai per svolgere le attività liturgiche.
Fu costruita in periferia, in aperta campagna, posta al centro della confluenza fra la via Palma e la via Campobello, perché queste strade conducono nei paesi vicini di Palma di Montechiaro e di Campobello di  Licata.
La chiesetta misura 23 metri di lunghezza e 8,50 metri di larghezza.
Davanti all’ingresso fu realizzato un giardinetto, circondato da aiuole, e protetto da una bassa ringhiera lavorata in ferro battuto favorendo la visibilità dei veicoli in transito lungo le due arterie stradali della città molto trafficate.
La navata unica della chiesetta non presenta decorazioni particolari.  Ospita la statua lignea dell’Ecce Homo, il busto del Cristo dolente, posto su un piedistallo di legno e collocato in una nicchia chiusa da una lamina di vetro, e la statua di Santa Caterina d’Alessandria, una scultura in legno dipinto.
La veste della Santa martire è azzurra, il velo giallo, il manto rosso con risvolto giallo, la corona e la palma del martirio in argento.
La statua di Santa Caterina d’Alessandria, su richiesta del governatore della confraternita di Maria SS.ma della Carità, il prof. Francesco
La Perna, è stata trasferita e custodita nell’omonima chiesa della Carità.

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 Nel prospetto spicca  il campanile con le tre campane, quella centrale è più grande, quelle due laterali sono più piccole.

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Non ricordo il suono di queste campane perrchè la chiesetta è chiusa al culto da tanti anni. So che nel 1939 in questa chiesetta si sono uniti in matrimonio i miei suoceri, il signor Salvatore De Caro, pittore,  e la signora Dorotea Lauria.
A causa della notevole espansione urbanistica della città di Licata, soprattutto con il lavoro dei tanti emigrati all’estero, principalmente in Germania, che hanno realizzato le loro case abitative per la famiglia, viste le piccole dimensioni della chiesetta e notato il numero crescente dei fedeli parrocchiani, è stato necessario edificare una chiesa.
Nel 1989, con lo stesso nome, a pochi metri di distanza dalla chiesetta, in Corso Filippo Re Capriata, è stata costruita una nuova chiesa molto più capente e più accogliente.
Gli alberi di Bauhinia variegata, che abbelliscono la chiesetta di “Sette Spade”,  in questo periodo sono “tutti in fiore”, ricoperti di una moltitudine di racemi di grandi fiori dal colore rosa e che fanno ben meritare alla specie l’appellativo attribuito dagli americani di “albero delle orchidee” per la bellezza dei fiori molto simili a quelli delle orchidee e molto profumati.

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 Il genere “Bauhinia” comprende circa 300 specie di piante erbacee o a portamento arboreo tra le quali ricordiamo:
La “Bauhinia grandiflora”, una pianta originaria dell’Argentina e dell’Uruguay che produce fioriture spettacolari per tutta l’estate.
La “Bauhinia purpurea”, una pianta originaria dell’Asia e diffusa soprattutto in India e in Cina. Produce fiori vistosi, rosa, profumati, con cinque petali.
La “Bauhinia corniculata,” una specie che teme il freddo e necessita di una posizione soleggiata e alla luce diretta del sole per molte ore del giorno.
La “Bauhinia tomentosa”, una specie originaria di Ceylon con foglie ovali bilobate. Produce bellissimi fiori gialli campanulati con corolla composta da 5 petali tomentosi e vellutati al tatto. I fiori durano solo un giorno e al tramonto del sole virano al colore rosa malva.
La “Bauhinia alpinii”, una specie originaria dell’Africa meridionale. Ha dimensioni più contenute e portamento arbustivo. I fiori, grandi, vistosi e di colore rosso vivo, sono una fonte di attrazione per le farfalle.
La “Bauhinia inermis”, una pianta che produce grandi infiorescenze a spighe composte da fiori di colore bianco. Questa specie è originaria del Messico.
La “Bauhinia blakeana” è rappresentata, in forma stilizzata, come emblema floreale della bandiera di Hong Kong in quanto la pianta è stata scoperta per la prima volta ad Hong Kong nel 1880.
L’areale di origine della specie di Bauhinia comprende la Cina meridionale, il Myanmar, la Thailandia settentrionale, e il Vietnam settentrionale.
È stata introdotta, e si è naturalizzata, in molti paesi tropicali dell’America, dell’Africa e dell’Asia e, allo stato spontaneo, nei boschi e nelle foreste fino a circa 1000 metri di altitudine. In Europa e in Italia le piante del genere Bauhinia sono coltivate soprattutto come piante ornamentali nei parchi pubblici, nei giardini privati e nei vasi in tutti i paesi caratterizzati da un clima invernale mite.
La pianta di “Bauhinia variegata” è un piccolo, ma robusto albero originario dalla Cina  appartenente alla famiglia delle Fabaceae.

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Questa specie è coltivata non solo a scopo ornamentale, ma anche a scopo medicinale.
La sua parte ipogea è una radice fascicolata abbastanza robusta e profonda.
La parte aerea è formata da un corto tronco, alto 3 – 4 metri, semilegnoso, rivestito di una sottile corteccia grigio verdastra che sorregge una grande chioma globosa.

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 La chioma è composta dai lunghi rami allargati e dalle foglie che compaiono subito dopo i fiori.

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Le foglie, picciolate, composte, di colore verde intenso, cuoriformi, sono leggermente settate all’estremità e divise in due lobi con punte largamente arrotondate e con nervature evidenti. Per la forma settata della foglia, che si divide in due lobi come le ali di una farfalla, è chiamata “albero delle farfalle “.

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Per la particolare forma delle foglie la Bauhinia è chiamata “Zampa di cammello o di bue” . Alla particolare simmetria dei due lobi fogliari si deve la nomenclatura del genere “Bauhinia” che Linneo dedicò ai fratelli  gemelli Bauhin, botanici e naturalisti svizzeri.
I fiori, raccolti in infiorescenze a grappolo, che spuntano sulle estremità apicali dei rami o tra le ascelle fogliari, sono lievemente profumati, grandi, composti da 5 petali di colore rosato con variegature rossastre e con fasci di stami sporgenti e ricurvi verso l’alto.

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La fioritura inizia dalla fine della primavera e si protrae fino a giugno-luglio. Alla fioritura, dopo l’impollinazione entomofila, segue la produzione dei frutti, lunghi baccelli deiscenti, di colore marrone, che pendono in gran numero dalla chioma.
Contengono da 10 a 15 semi, che sono dei dischi piatti, di forma lenticolare, rivestiti di un tegumento duro di colore marrone scuro alloggiati in cavità interne del baccello separate tra loro da setti legnosi. La facile germinabilità ne garantisce la moltiplicazione.

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In questa fase vegetativa la specie perde parte della sua bellezza per i fiori che appassiscono e per le foglie che seccano, si staccano e cadono volando malinconicamente.

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In primavera, prima del risveglio vegetativo, la Bauhinia può essere propagata anche per via agamica mediante talea semilegnosa.
La pianta di Bauhinia variegata, pur essendo originaria delle regioni tropicali e sub tropicali, si è bene adattata all’ambiente mediterraneo vegetando bene nelle aree dove non si verificano inverni rigidi. Può sopportare temperature fino a 5°C a discapito della sua fioritura.
Gradisce essere posta su un qualunque tipo di terreno, anche se predilige quello alcalino, sciolto, ricco di sostanza organica e, soprattutto, ben drenato. Non tollera la salsedine.
Ama il caldo, l’esposizione in luoghi soleggiati e riparati dal vento.
Coltivata all’aperto, gradisce le zone in cui il clima invernale è mite, mentre nelle zone a clima freddo deve essere coltivata in vaso per essere spostata in un ambiente interno quando le temperature iniziano a scendere sensibilmente.
E’ una pianta che non cresce molto, ma fornisce una bella ombra. Per quanto riguarda le annaffiature, si accontenta delle acque piovane.
Nei periodi di prolungata siccità e in estate è opportuno irrigare il terreno ogni 15 giorni, soprattutto se è completamente asciutto e arido.
La pianta giovane o quella allevata in vaso necessita di abbondanti apporti idrici per tutto il periodo primaverile e estivo.
Per stimolare un’abbondante fioritura, la pianta deve essere regolarmente concimata per tutto il periodo vegetativo con un concime composto da azoto fosforo, potassio e una buona percentuale di microelementi utili allo sviluppo armonioso della pianta.
La potatura serve a contenere la crescita della pianta e a mantenere una forma armoniosa della chioma per ottenere fioriture abbondanti ed eleganti.

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Dopo la fioritura, alla fine dell’inverno si devono accorciare i rami più lunghi, togliere quelli secchi o danneggiati utilizzando delle cesoie ben affilate, pulite e disinfettate per evitare che diventino veicolo di malattie parassitarie.
Infatti, la Bauhinia è una pianta sensibile agli attacchi degli afidi, che generalmente si annidano alla base dei fiori e tra le ascelle delle foglie, ma non teme l’attacco delle cocciniglie o di altri parassiti animali.
E’ sensibile al marciume delle radici causato dagli apporti idrici troppo abbondanti.
E’ molto resistente alle malattie fungine o crittogame.

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La corteccia e le radici della Bauhinia variegata trovano ampia applicazione in erboristeria.
La corteccia è utilizzata dalla medicina tradizionale per il controllo del diabete, per la cura delle emorroidi, dei tumori, delle infiammazioni delle vie aeree superiori, delle infestazioni da vermi.
Gli estratti delle radici  sono rimedi naturali contro il bruciore di stomaco, la diarrea e i gonfiori addominali.
Una curiosità: nella cucina indiana sia i boccioli dei fiori, sia le foglie sono usati come insalate.
Dai semi si ottengono gli oli.

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mag 22, 2021 - Senza categoria    No Comments

“ALLA MIA COMPAGNA” è la poesia tratta dal libro “SINTITI, SINTITI” di Carmelo De Caro.

22 maggio 2000 – 22 maggio 2021

21 ANNI SENZA DI TE CARO CARMELO!

ALLA MIA COMPAGNA

Improvvisamente desto penso a te,

nel buio della notte.

Questi occhi vedono te,

nel buio della notte.

Tendo la mano e ci sei tu,

nel buio della notte.

Io, tu, noi:

prua tra i flutti e faro luminoso,

nel buio della notte.

Sento la marea del sonno

salire la china della coscienza

nel buio della notte,

e il tuo respiro lento e profondo

scandire il lento fluire del tempo.

Buona notte, angelo mio.

Ottobre 1997

 

“ALLA MIA COMPAGNA” è la poesia tratta dal libro “SINTITI, SINTITI” di Carmelo De Caro.

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mag 9, 2021 - Senza categoria    No Comments

LE PIANTE DI CLIVIA MINIATA NELLA MIA CAMPAGNA DI LICATA

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Pianta molto elegante, è amata e apprezzata per le bellissime infiorescenze di fiori campanulati di un colore rosso aranciato che spuntano al centro di foglie nastriformi. E’ la “CLIVIA MINIATA” chiamata anche “Giglio sudafricano”.
Curo amorevolmente tutte le Clivie presenti nella mia campagna, a Licata, dove crescono nella veranda all’ombra degli alti Pini.

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https://youtu.be/_q0mLgFiSmc

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La scoperta della Clivia risale al 1815 e il merito è di William J. Burchell, che la raccolse presso il Great Fish River nell’Africa del Sud.
Il nome del genere “Clivia” è stato attribuito per onorare Lady Charlotte Florentina Clive, duchessa di Northumberland, nipote del generale Robert Clive, che le aveva coltivate nel suo giardino, e a cui l’ha dedicata John Lindley che, nel 1828 procedette alla classificazione della Clivia con il nome di “Clivia nobilis”.
Il genere Clivia non è molto ampio.
Infatti, comprende poche specie tutte provenienti dal Sudafrica.
Le principali varietà sono: La Clivia nobilis che è la prima specie a essere stata classificata e la prima a giungere in Europa.
E’ la specie che cresce più lentamente rispetto alle altre. Ha fiori tubolari di colore arancio intenso, penduli e tubolari, che sbocciano da metà inverno a primavera, ed estremità verdi che si trasformano in belle bacche rosso acceso.
Le foglie sono nastriformi, di colore verde scuro, molto lucide e decorative anche in assenza di scapo fiorale.
La Clivia caulescens è la più vigorosa.
Ha fiori penduli di colore rosso-arancio bordati di verde. Le foglie sono lunghe e sottili.
La Clivia cyrtanthiflora è la varietà di Clivia ottenuta dall‘ibridazione della Clivia nobilis con la Clivia miniata.
Produce scapi fiorali ricchissimi, recanti anche 60 fiori di un bel colore rosso aranciato. È la pianta più rustica tra tutte le altre  sopportando temperature fino a 0°C e un ambiente piuttosto umido.
La Clivia gardenii produce mazzi di fiori tubolari di colore giallo-arancio o salmone con bordi verdi e foglie verdi strette lunghe.
Fiorisce in pieno inverno.
La Clivia robusta è stata classificata solo nel 2004.
Di notevoli dimensioni, alta oltre 2 metri, produce grandi infiorescenze dotate di tanti fiori, fino a 40, curvi e di colore rosso-aranciato, lunghe foglie persistenti e radici aeree che si dipartono dagli steli. Ama l’acqua e gli ambienti umidi.
La Clivia miniata, specie molto diffusa e coltivata nei giardini, presente anche nel mio villino, elegante, decorativa, è originaria delle basse foreste della regione dello Swaziland, in Sudafrica, dove cresce all’ombra degli alberi.

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 E’ una pianta sempreverde, appartenente alla famiglia delle Amaryllidaceae,diffusa in Italia dove il clima è più mite, come a Licata, in provincia di Agrigento.
Possiede un grande apparato radicale composto da radici rizomatose piuttosto spesse e carnose che tendono a espandersi fino a coprire interamente tutto lo spazio a loro disposizione.
Le radici si possono dividere per produrre nuove piantine.
Le foglie, di colore verde molto intenso, partono dalle radici e sono lunghe, nastriformi, incurvate verso l’esterno, con la punta arrotondata.

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Le infiorescenze a ombrella spuntano all’apice degli steli rigidi, che crescono al centro della rosetta di foglie, e sono formate da un ciuffo di fiori imbutiformi, eretti e rivolti verso l’alto, di colore arancione brillante. La fioritura inizia in primavera.

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Ogni singolo stelo può sostenere 10-15 fiori.
Anche se il singolo fiore dura pochi giorni, l’antesi è lunga e rigogliosa perché vengono rigettati continuamente nuovi fiori.
La  nuova pianta fiorisce, in genere, dopo tre anni di vita.
I fiori appassiti devono essere immediatamente rimossi.
Una volta terminata la stagione dell’antesi, si dovranno semplicemente tagliare tutti i fiori proprio alla base dello stelo.
Dopo la fioritura, sulla pianta si formano i frutti, che sono delle carnose bacche rosse riunite all’apice dello scapo floreale.

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La maturazione è lenta e rimangono  sulla pianta per molto tempo.
All’interno del frutto sono presenti uno o più semi fertili che maturano dopo parecchi mesi. La Clivia si moltiplica per seme e per divisione della pianta.

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Tolta la polpa e lasciati asciugare, i semi possono essere interrati e fatti germinare tenendo il vaso in un luogo luminoso, fresco e umido.
Il periodo giusto per la semina è la tarda primavera o l’inizio dell’estate.
Non appena compariranno le nuove piantine, esse si potranno travasare in vasi più grandi.
Generalmente, le piante ottenute dal seme fioriranno dopo alcuni anni.
Per divisione della pianta si interviene a primavera. Si separano le piante lasciando diverse foglie su ognuna di esse e avendo cura di non danneggiare le radici. Poi si procede a rinvasarle in piccoli vasi mantenendo umido il terriccio. Si lasciano all’ombra e, dopo la formazione delle radici, si potranno spostare al sole.
La Clivia miniata è una pianta di facile coltivazione, che si fa apprezzare per le splendide fioriture dei fiori a campana, di colore arancione, e per le foglie nastriformi caratterizzate da uno splendido colore verde lucente.
E’ ideale per decorare giardini, terrazze di abitazioni private,  uffici.
E’ una pianta resistente, che vegeta bene posta su qualsiasi tipo di terreno ben drenato servendosi della materia organica ivi contenuta.
Il terriccio deve rimanere costantemente umido, ma senza ristagni idrici.
Necessita di un luogo riparato e sopravvive all’aperto solo in climi particolarmente miti a una temperatura costante dai 21 ai 28 °C durante l’estate e dai 13-15 °C durante l’inverno.
Preferisce essere esposta alla luce, ma non ai raggi diretti del sole.
Le annaffiature devono essere abbondanti e regolari dal periodo primaverile a quello autunnale.
Molto utili sono anche le concimazioni, in media ogni due settimane, utilizzando un concime liquido ad alto contenuto di azoto, di fosforo, di potassio, di ferro, di manganese, di rame, di zinco, di boro, di molibdeno.
Non necessita di alcuna potatura, ma bisogna rimuovere le foglie secche e appassite.
Generalmente la Clivia  miniata si coltiva nel vaso di terracotta, ma può essere coltivata anche in piena terra solo nei climi miti.
Quando le radici non hanno più spazio disposizione, allora è necessario effettuare il rinvaso, solitamente ogni 2 anni, utilizzando un vaso poco più grande. La Clivia miniata, pur essendo una pianta molto resistente, non è immune alle malattie.

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I casi più frequenti sono: l’ingiallimento delle foglie dovuto a clorosi ferrica o a eccesso di acqua d’irrigazione, la comparsa di macchie scure sulle foglie per la presenza della cocciniglia cotonosa, degli acari e delle lumache, l’attacco dei funghi Phythophthora, che si sviluppano quando il terreno non garantisce un buon drenaggio o quando la pianta viene irrigata troppo spesso per cui la parte basale marcisce.
Se la base della pianta si macchia di nero e diviene molle, c’è un eccesso d’acqua.
Tutte le parti della Clivia miniata sono tossiche e, se ingerite in gran quantità, possono causare problemi di stomaco.
La sua linfa è irritante a contatto con la pelle. Infatti, nelle foglie e nelle radici è contenuto un alcaloide, la licorina, una sostanza tossica.
Nel linguaggio dei fiori per il suo aspetto rigoglioso la Clivia simboleggia la “generosità”.

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mag 1, 2021 - Senza categoria    No Comments

LA CAKILE MARITIMA LA PIANTA CHE CRESCE LUNGO LE SPONDE DEL FIUME SALSO A LICATA.

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Piccola, bella, allegra la CAKILE MARITIMA  è una specie vegetale che ha attratto la mia attenzione percorrendo una sponda del fiume Salso a Licata, sempre alla ricerca di nuovi fiori di piante spontanee da fotografare.

https://youtu.be/WNwXXpxuonk

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Etimologicamente il suo nome scientifico è “Cakile maritima”.
Il termine del genere “Cakile” deriva dalla parola “Kakeleh”, nome della pianta in arabo.
Il termine della specie “maritima” da “mare”, riferita al suo ambiente poiché cresce vicino al mare.
Altri nomi comuni sono: “Ravastrello marittimo, Ruchetta di mare, Baccherone, Bruco di mare, Radice di mare, Ruota di mare o Rucamar“.
La Cakile maritima, appartenente alla famiglia delle Brassicacee, è una pianta diffusa nelle aree costiere atlantiche dell’Europa e nel bacino del Mediterraneo. In Italia è comune in tutti gli ambienti costieri.

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E’ una specie erbacea, annuale, succulenta, legata al suolo mediante radici poco profonde e ramificate dalle quali s’innalza il fusto, flessuoso, alto 30-40 cm, con rami ascendenti o prostrati, glabri.

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Le foglie, dal colore verde intenso, con lamina pennata o profondamente lobata, con lobi più o meno diseguali, a margine crenato o appena dentato, sono alterne, spesse, carnose, succulente.

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I fiori, ermafroditi, piccoli, raccolti in brevi racemi apicali, hanno la corolla formata da 4 petali spatolati, di colore dal lilla al viola, ed emanano un delicato profumo. I 4 sepali, di colore  verde-giallastro, con le punte arrotondate, sono appressati. Gli stami sono sei.
La pianta fiorisce tutto l’anno, ma con una maggiore frequenza nei mesi da aprile a ottobre.

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Il frutto è una siliqua dura, di circa 2 cm di lunghezza, composto da 2 elementi sovrapposti, ciascuno dei quali sviluppa un seme di aspetto diverso.
Il seme superiore, di forma conica, cade sulla sabbia e germoglia generalmente nei pressi della pianta.
Il seme inferiore, di forma romboidale, leggero, in modo da poter galleggiare nell’acqua salata, viene trasportato dal moto ondoso del mare e depositato su altre zone del litorale permettendogli di germinare lontano dalla pianta madre, secondo la disseminazione idrocora.
Lo stesso seme, in acqua dolce, affonda.
Il seme, di 2,3-4,7 x 1-2,5 mm, è oblungo, rugoso, di colore marrone.
La Cakile maritima è una specie alofita e, come pioniera, colonizzando le coste, cresce in ambienti ricchi di sale come le sabbie litoranee, nei campi prossimi al mare, lungo le sponde del fiume Salso, dove scorre  l’acqua salata, a quote comprese tra 0-15 metri sul livello del mare.
Può vegetare anche nell’entroterra, ma su suoli ricchi di un’abbondante salinità.
Presente nelle aree costiere atlantiche dell’Europa e in quelle del bacino del Mediterraneo, forma, assieme ad altre specie annuali provviste di sistema radicale ramificato, la prima associazione di vegetali definita “Cakileto”.
In erboristeria l’intera pianta della Cakile maritima è usata per le sue proprietà digestive, carminative, diuretiche e fluidificanti il catarro bronchiale.
Grazie all’alto contenuto di vitamina C, di ferro e di iodio, è stata utilizzata come antiscorbuto.
I fiori sono utilizzati per ottenere una tisana con azione digestiva, fluidificante e leggermente diuretica.
Per usi cosmetici, un estratto ottenuto dall’infuso dei fiori, usato dopo lo shampoo, ha effetti antiforfora, mentre un infuso ottenuto dalle foglie è utilizzato per detergere la pelle grassa.
In cucina le foglie tenere sono usate in insalate miste ed hanno un sapore acuto, salmastro e amarognolo. Si lessano con altre erbe spontanee e si saltano in padella con l’aggiunta di aglio, di olio, di pomodoro e di peperoncino.
I fiori si usano per guarnire piatti, mentre i semi producono un olio che si unisce alle salse aromatizzandole.
Questa pianta è anche buona mellifera.
In Giappone usano le foglie fresche per completare le insalate e le zuppe.
La raccolta di erbe spontanee è un’ attività divertente, ma può rivelarsi anche molto pericolosa se non si conosciamo bene le piante.
Si può rischiare di confondere diverse specie ed essere esposti a intossicazioni alimentari. Bisogna chiedere consiglio a una persona competente. Pertanto, è meglio osservare, fotografare e conoscere scientificamente le piante con le quali veniamo a contatto, come uso fare io!

 

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apr 15, 2021 - Senza categoria    No Comments

LA FERULA COMMUNIS TIPICA PIANTA DEI PASCOLI MEDITERRANEI MOLTO PRESENTE IN SICILIA.

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Il genere “Ferula” comprende circa una ventina di specie. Quella da me incontrata nel territorio di Licata è la “Ferula communis”, in Sicilia meglio conosciuta come “Finocchiaccio”, nome dispregiativo perché la pianta è tossica per il bestiame che si rifiuta di mangiarla a causa del suo veleno.

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https://youtu.be/z2KzQX6OkVU

 

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Altri sinonimi sono: “Ferula brevifolia, Ferla, nell’Alto Lazio, Ferula o Feurra, in Sardegna”.
La Ferula communis è una pianta molto comune, originaria dell’Europa meridionale e delle zone del bacino del Mediterraneo e diffusa allo stato spontaneo soprattutto in Sicilia e in Sardegna. E’ presente in quasi tutta l’Italia, tranne che in Valle d’Aosta, in Piemonte, in Lombardia, in Trentino Alto Adige, nel Veneto e nel Friuli Venezia Giulia.
Bisogna fare attenzione a non confondere la Ferula communis con il “Foeniculum vulgare”, il Finocchio selvatico.
Etimologicamente, il nome del genere“Ferula” deriva dal latino “ferula”, antico nome usato per indicare una pianta a “fusto dritto”.Il termine della specie “communis” si riferisce alla sua abbondante distribuzione.
La Ferula communis è una pianta erbacea perenne, a portamento elegante, appartenente alla famiglia delle Apiaceae o Ombrellifere per la particolare infiorescenza ad ombrella, che si riconosce perché tutti i peduncoli fiorali partono dallo stesso punto.
Visibile in primavera, è poco appariscente in inverno.

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La Ferula communis è  provvista di una robusta radice fittonante, finemente striata e cava all’interno, che si approfonda nel terreno.
La radice primaria, da cui si diramano diverse radici secondarie, genera un lungo fusto cilindrico che si ramifica lateralmente verso la parte alta. Nell’arco di tempo di 2-5 anni può superare anche i 3 metri di altezza.
Il fusto, leggero,  riempito di un midollo spugnoso, di consistenza legnosa nella parte bassa, è di consistenza erbacea dalla parte mediana fino alla sommità. Quando la pianta entra in riposo vegetativo, il fusto lignifica completamente e assume delle tonalità che vanno dal colore marrone chiaro al grigio-argento e talvolta al viola cupo.

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Le foglie sono di colore verde scuro su entrambe le facce.  Le foglie basali, filiformi, portate da un picciolo cilindrico, sono lunghe fino a 1 metro. Le foglie cauline, grandi, lineari, avvolgono il fusto come una guaina.
E’ una pianta emicriptofita. Significa che, superando l’estate, che è la stagione avversa, perde completamente tutta la parte aerea e va in quiescenza attraverso delle gemme che stanno a livello del suolo. Superata l’estate, da queste gemme iniziano a svilupparsi le prime foglioline basali, simili a quelle del Finocchietto selvatico. Sono foglie composte, pennate, inguainanti il fusto.

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I fiori, ermafroditi, molto vistosi, decorativi e profumati, sono riuniti in numerose ombrelle globose centrali e laterali. L’ombrella centrale è molto grande ed è formata da 25-40 raggi.  Le ombrelle laterali sono più piccole.

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 Prima della fioritura le ombrelle sono avvolte dalla guaina rigonfia della foglia.

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Ogni raggio porta peduncoli più corti sui quali sono inseriti i fiori. La corolla è composta da 5 piccolissimi petali di colore giallo carico, di forma ovale e con l’apice che si arrotola.  I sepali, abbastanza ridotti, sono 5. Gli stami, di colore giallo, sono 5  e lo stilo centrale è 1.
Il periodo della fioritura si estende da Aprile a Luglio.

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L’impollinazione avviene tramite insetti e mosche.
I frutti sono diacheni appiattiti, due acheni saldati tra di loro, frutti indeiscenti, compressi dorsalmente, di forma ovata, che perdurano sulla pianta anche da secchi. I semi, scuri, oblunghi, sottili e molto fertili, sono dispersi in autunno dal vento rendendo la Ferula una pianta infestante.
La Ferula communis predilige vegetare su terreni aridi, calcarei, sabbiosi e argillosi da 0 a 1300 metri sul livello del mare in aree incolte,  nei pascoli, nei campi aridi, sui bordi delle strade e nei fossati. L’esposizione può essere in pieno sole, a mezza ombra, e anche completamente all’ombra.

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Per quanto riguarda i parassiti e le malattie, la Ferula è una pianta che raramente è infestata dagli afidi ed è resistente agli attacchi delle malattie fungine. Teme il marciume delle radici causato dai ristagni idrici nel terreno.
La Ferula communis è una pianta tossica pertanto non è commestibile in quanto alcuni principi attivi, contenuti nei suoi tessuti vegetali, sono di natura dicumarinica ad attività anticoagulante. L’ingestione dei tessuti vegetali causa la “ferulosi” ,un’emorragia nota come il “mal di Ferula”, che provoca la morte degli animali erbivori al pascolo, soprattutto ovini, caprini, bovini ed equini che, imprudentemente, hanno brucato la pianta sfalciata o ancora troppo giovane per essere riconosciuta.
Il “mal della Ferula” è molto temuto dagli allevatori che potrebbero vedere decimate le loro mandrie.
Comunque, normalmente, nei pascoli naturali il bestiame scarta la Ferula e non se ne ciba.
Essa si sviluppa, disperde il proprio seme, diventando una specie altamente infestante.  Anche l’uomo, se erroneamente ingerisce alcune parti della pianta, può incorrere nella “ferulosi”, una malattia emorragica mortale. La sua pericolosità per l’uomo sta nella somiglianza della giovane pianta prima della fioritura con il finocchio selvatico, del quale però non ha l’odore  e l’aroma caratteristici.
Nonostante la tossicità della pianta, dal suo nettare è prodotto un raro miele, premiato come il migliore d’Italia per il suo sapore fruttato e per il suo colore ambrato scuro con riflessi rossastri.
Gli antichi Romani utilizzavano la Ferula come erba medica per curare la tosse, il mal di gola, anche come antipiretico e contraccettivo.
Le radici della Ferula ospitano il Pleurotus eringi, varietà ferula, un fungo saprofita, comunemente chiamato “carboncello”, che si nutre dei detriti marcescenti della pianta. E’ molto ricercato e apprezzato in cucina per la sua carnosa consistenza e per il sapore unico.
I fusti fioriferi della Ferula hanno il legno molto tenace e, fin dai tempi antichi, i Siciliani e i Sardi usano raccoglierli in estate, quando sono appassiti  e asciutti, per realizzare leggerissimi sgabelli detti “furrizzi o furrizzuoli” . Anche a Mistretta gli artigiani fino a qualche decennio fa realizzavano sgabelli a forma di cubo e leggerissimi, chiamati “fullizzi”, per arredare le loro modeste case.
I fullizzi erano “le sedie dei poveri”, un elemento di arredo di scarso valore.
Un vecchio  saggio recitava: “A cu mi truovu ‘o capizzu,ci lassu ‘u fullizzu”  per significare l’immancabile presenza di questo piccolo oggetto di arredo nelle modeste case dei contadini  fatto con materiale facilmente reperibile e, soprattutto, gratuito.

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Foto di Gaetano Catania

In Puglia, alla fine del Settecento, la Ferula era utilizzata dai pastori per fare gabbie, sedie, sgabelli (freddizza o furizza), panieri, bastoni, traverse, a sostegno delle foglie di tabacco da essiccare, e vari tipi di utensili di uso quotidiano. Ancora oggi, in alcune regioni d’italia si producono, sgabelli, sedie, cesti, gabbie dall’incredibile solidità e leggerezza.
L’uomo, veramente, ha utilizzato la sferza del suo fusto seccato ancora prima che esistesse la scrittura.
I suoi lunghi fusti, leggeri e resistenti, in passato sono stati nelle mani degli imperatori come scettri, o dei vescovi come pastorali, in quelle dei tedofori come fiaccole olimpiche o dei severi e impietosi insegnanti come strumento di punizione.
I Romani, poiché dovevano salvaguardare dai topi, oltre che dall’umidità, i loro preziosi manoscritti (scritti con l’inchiostro di seppia su pergamena tratta da pelle di agnello o di capretto, e quindi molto appetita dai topi), svuotavano il midollo da una sezione di fusto asciutto di Ferula, vi introducevano il documento arrotolato da custodire e lo chiudevano con un tappo ricavato dallo stesso fusto.
Grazie a questo stratagemma molti antichi manoscritti sono giunti fino a noi!
Andando indietro nel tempo, fino a raggiungere quello dei miti greci, riporto questo testo, tratto da Apollodoro, I Miti Greci I, 7, 1, che descrive la funzione del fusto della Ferula svuotato dal suo midollo spugnoso per accogliere il fuoco donato dagli dei agli uomini. Apollodoro di Atene, figlio di Asclepiade, (180 a.C. circa – Atene, 120-110 a  C.), storico, grammatico e lessicografo greco antico ha raccontato che: Con acqua e terra, Prometeo plasmò gli uomini e donò loro il fuoco che celò in una ferula, di nascosto da Zeus. Quando lo venne a sapere, Zeus ordinò ad Efesto di inchiodare il corpo di Prometeo sul Caucaso, che è un monte della Scizia. Per molti anni Prometeo rimase inchiodato al monte e ogni giorno un’aquila volava a divorargli i lobi del fegato, che ricresceva durante la notte. Per il furto del fuoco Prometeo ebbe dunque questa punizione, fino a che Eracle, più tardi lo liberò, come narreremo nelle storie di Eracle”.
 Anticamente in Sardegna c’era la tradizione di portare la Ferula in processione per chiedere al diavolo, (che probabilmente era il dio Pan), di far cessare la siccità.

 

 

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apr 5, 2021 - Senza categoria    No Comments

LA POLYGALA MYRTIFOLIA NELLA MIA CAMPAGNA IN CONTRADA MONTESOLE A LICATA

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Ho sempre custodito e ammirato questa pianta, posta in un’aiuola vicino alla cisterna dell’acqua nella mia campagna in contrada Montesole, a Licata, non solo per la forma e per la bellezza dei suoi fiori, ma anche perchè nel linguaggio dei fiori è simbolo di purezza e di castità.
E’ la Polygala myrtifolia!

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https://youtu.be/KmuKHeHqipg

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Il nome del genere “Polygala”, derivante dal greco, è composto di due parole “πολύς” “molto” e “γἄλα” “latte” e significa “molto latte“.
Secondo un’antica credenza popolare le piante appartenenti a questo genere, se brucate dalle mucche, facevano aumentare la secrezione di latte. Dioscoride, riprendendo questa credenza, affermava che anche le neo-mamme producevano latte in abbondanza.
Il nome della specie “myrtifolia” si riferisce alla forma delle foglie simili a quelle del Mirtus communis.
Al genere Polygala appartengono molte specie di piante erbacee perenni diffuse in tutto il globo terrestre.
La maggior parte delle specie sono originarie delle zone tropicali, particolarmente numerose sono nelle Americhe.
In Italia la maggior parte di esse sono erbacee, perenni, allo stato selvatico e si trovano su tutto il territorio, nei prati mediamente soleggiati e nei margini di boschi.
Nella mia campagna sono nate spontaneamente alcune piante che ancora sono molto piccole, ma che io aiuterò a crescere.

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Alcune specie importanti di Polygala sono:
La Polygala amara L. (1759) che cresce in Europa, probabilmente non in Italia, ed è usata nella medicina popolare.
La Polygala butyracea Heckel (1889), che si trova in Africa occidentale e produce un grasso alimentare chiamato burro di Malukang.
La Polygala chamaebuxus L. (1753) o Poligala falso-bosso che è una specie suffruticosa, molto frequente anche in Italia, dove cresce in ambienti calcarei. Produce  fiori molto caratteristici e simili a quelli del Pisello odoroso.
La Polygala latifolia Ker Gawl che ha foglie molto larghe e vive in America Settentrionale.
La Polygala senega L. (1753) o Senega o Poligala virginiana che è una piccola pianta erbacea, originaria delle regioni orientali dell’America settentrionale, con radice tortuosa, poco ramificata, foglie alterne e lanceolate, fiori verdastri in grappoli terminali.
Le radici di questa pianta sono usate in erboristeria poichè sono dotate di proprietà stimolanti, diuretiche ed espettoranti. Anticamente si pensava che potesse contenere un antidoto contro il morso dei serpenti.
Le specie di Polygala italiane sono: La Polygala  myrtifolia, la Polygala chamaebuxus (nota anche come falso bosso), la Polygala lutea e la Polygala paucifolia.
La Polygala myrtifolia, meglio conosciuta come “Poligala a foglia di mirto”, èun arbusto sempreverde, originario del Sud Africa, appartenente alla famiglia delle Polygalaceae. Questa pianta fu introdotta in Olanda alla fine del ‘700 e, successivamente, nel resto d’Europa essendo già molto apprezzata per il suo particolare effetto decorativo.
E’ considerata una tra le specie ornamentali più diffuse nelle isole maggiori, in Sardegna e in Sicilia, e nella riviera ligure per il suo facile adattamento alle condizioni pedoclimatiche.
Inoltre, per il suo aspetto sempreverde e per il valore estetico dei fiori, si associa alle specie della flora spontanea delle regioni mediterranee.

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La Polygala myrtifolia è un arbusto di dimensioni medio-piccole a portamento cespuglioso. La mia pianta è alta circa 2,5 metri.

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Possiede la radice a fittone dalla quale di solleva il fusto di colore grigio, legnoso, ben ramificato da cui si diramano rami lunghi e flessibili ricoperti da tantissime di foglie coriacee.

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Le foglie, di colore verde chiaro, sono persistenti, alternate, lanceolate, glabre e piatte lunghe circa 2,5 cm.
Permangono sulla pianta tutto l’anno assumendo l’aspetto di pianta sempreverde.
Le foglie ricordano quelle del mirto, pur avendo dimensioni maggiori, e un colore con una sfumatura grigiastra ben diverso da quello delle foglie del Mirto.

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La Polygala produce numerosi, piccoli fiori di colore violaceo riuniti in corimbi all’apice dei rami.
La fioritura inizia nel mese di marzo e si protrae per tutta l’estate e, in genere, anche fino all’autunno inoltrato.

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 Il frutto è una capsula lateralmente compressa.
I semi sono dispersi dalle formiche (mirmecoria) attratte dalle sostanze zuccherine contenute nella membrana di sostegno che aderisce al seme dopo la dispersione. La moltiplicazione avviene, oltre che per seme, in primavera, anche per talea, in estate, utilizzando i rami dell’anno che non hanno portato fiori. La Polygala myrtifolia è una pianta molto decorativa che, per la sua coltivazione, non richiede cure particolari.
Di facile adattamento, trova posto in giardino, adattandosi a terreni mediamente ricchi di sostanza organica, soffici, ben drenati.
Gradisce l’esposizione alla luce solare perché favorisce la fioritura.  Accetta anche i luoghi ombreggiati ma riparati dal vento, teme il gelo, soprattutto se molto intenso e persistente; per questo motivo la coltivazione della pianta all’aperto in giardino in piena terra avviene solo nelle zone con inverni miti come a Licata. La temperatura minima invernale non deve scendere al di sotto dei 4 °C.
Nelle zone caratterizzate da inverni troppo rigidi può essere coltivata in serra in vasi e portata fuori in estate posta in zone semi-ombreggiate.
Le annaffiature, da aprile fino alla fine dell’autunno, saranno regolari e da effettuarsi soltanto quando il terreno è ben asciutto, evitando i ristagni idrici.
Ben sopporta la siccità.
All’acqua di annaffiatura durante il periodo vegetativo deve essere mescolato del concime per piante da fiore.
Alla  fine dell’inverno bisogna ricorrere alla potatura. E’ sufficiente rimuovere le parti eventualmente sfiorite o danneggiate. Si accorciano tutti i rami in modo da favorire lo sviluppo di numerosi germogli e ramificazioni per ottenere un bell’arbusto denso.
Infatti, con gli anni la Polygala tende a svuotarsi nella parte bassa del fusto sviluppando nuove ramificazioni e fiori soltanto nella parte alta dell’arbusto.
L’aumento delle temperature e dell’umidità ambientale può favorire la comparsa di parassiti, quali gli Afidi, la cocciniglia, e di malattie fungine. Quindi, oltre all’insetticida, è bene praticare anche un trattamento fungicida ad ampio raggio.
Bisogna evitare di utilizzare insetticidi e fungicidi durante la fioritura per evitare di colpire con i prodotti chimici anche gli insetti utili.
Eccessive annaffiature o un terreno scarsamente drenante possono favorire lo sviluppo di marciumi radicali.
Le Poligale in genere hanno uno scarso valore economico e sono coltivate a scopo ornamentale.
Anticamente qualche specie era usata nella farmacopea solo nella medicina popolare e omeopatica.
In fitoterapia sono adoperate tutte le parti della pianta, anche la radice, che vanno raccolte durante la fioritura e poi fatte essiccare.
Sono utilizzate sottoforma di infuso.
Nelle pratiche fitoterapiche, la Poligala ha principalmente proprietà emollienti, espettoranti nelle affezioni polmonari e contro la tosse, lassative, diuretiche, stomachiche, toniche, emetiche, antireumatiche. In passato, si credeva avesse anche proprietà galattogoghe ed era dunque utilizzata per aumentare la produzione di latte nelle mucche. I nativi americani utilizzano questa pianta anche come rimedio per il trattamento del mal di gola, dei raffreddori, del mal di denti e perfino delle convulsioni.
Inoltre, alcuni studi hanno messo in luce potenziali proprietà antitumorali degli estratti di radice di Poligala. Tali importanti proprietà terapeutiche sono dovute alla presenza di principi attivi quali: la poligalina, la gaulterina, la poligalamarina, le saponine, i tannini, le mucillagini e l’eteroside gualterina.
È molto importante non eccedere nelle dosi.
La quantità deve essere assunta a dosaggi molto bassi, altrimenti potrebbe causare effetti collaterali spiacevoli come nausea, vomito e diarrea. Tale quantità, solitamente, è riportata direttamente dall’azienda produttrice sulla confezione o sul foglietto illustrativo dello stesso prodotto. Pertanto è molto importante seguire le indicazioni da essa fornite.
È contro indicata l’assunzione dei prodotti di questa pianta durante la gravidanza e l’allattamento.
Prima di assumere per fini terapeutici un qualsiasi tipo di preparazione contenente Poligala è bene consultare preventivamente il proprio medico.

 

 

 

 

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