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dic 1, 2020 - Senza categoria    No Comments

LA PYRACANTHA COCCINEA NELLA MIA CAMPAGNA IN CONTRADA MONTESOLE A LICATA

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Un’esplosione di gioia! Ecco come descrivo questa pianta, che coltivo nella mia campagna, in contrada Montesole a Licata, ogni qualvolta osservo i tantissimi frutti rossi! Si trova in un’aiuola ai piedi di un grande Pino e sotto le Hoye carnose.
E’ la “PYRACANTHA COCCINEA”!

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I Greci la chiamavano “Spina di fuoco”.
Il termine scientifico del genere “Pyracantha” deriva dall’unione delle due parole greche πύρ” “fuoco” e “άκανθα” “spina”, vale a dire “spina di fuoco” per ricordare i due tratti distintivi della pianta: nome che fa riferimento all’abbondante numero di spine che ricoprono i suoi rami e i frutti rossi che incendiano il giardino autunnale. In Italiano comunemente è chiamata “Agazzino” e “Roveto ardente”.
In inglese è chiamata “Firethorn” “spina di fuoco” alludendo alla coloratissima profusione di frutti invernali che ricoprono i rami spinosi.
Il genere Pyracantha appartiene alla famiglia delle Rosacee e comprende diverse specie, sia europee sia asiatiche, che differiscono per dimensioni, per le bacche di diversi colori, per la presenza più o meno di spine.
Molte sono le cultivar ottenute mediante ibridazione delle specie originarie e delle quali spesso non è nota  la specie di provenienza.
Tra le specie più diffuse ricordiamo: LaPyracantha angustifolia, una specie arbustiva sempreverde che produce fiori di colore bianco crema e i frutti di colore arancio che persistono sui rami per tutto l’inverno.
La Pyracantha crenulata, specie di provenienza cinese, con portamento compatto, di piccole dimensioni.
Non supera i tre metri di altezza. Produce bacche di colore arancio. Viene utilizzata anche come pianta officinale.
La Pyracantha yunnanensis, che somiglia molto alla specie coccinea con larghi corimbi di fiori bianchi, che sbocciano in maggio giugno, seguiti da frutti rossi. Le foglie e i frutti sono più grandi di quelli della Pyracantha coccinea.
La Pyracantha atalantioides, che raggiunge notevoli altezze, anche oltre sette metri. E’ un arbusto a rapida crescita e a portamento eretto, con frutti invernali rossi.
La Pyracantha “Orange Glow” che, nei mesi di maggio e giugno, produce ombrelle di fiori bianchi a cui seguono in autunno bacche color arancione. Le bacche attirano molti uccelli, che spesso vi nidificano.
La Pyracantha “Mohave” a bacche rosse.
La Pyracantha “Soleil D’or”, arbusto da siepe molto rustico e vigoroso. Ha rami spinosi ricoperti di foglie di colore verde lucido, fiori bianchi e, in autunno, si ricopre di bacche di colore giallo oro che tingono la chioma fino a inverno inoltrato e sono molto gradite agli uccelli.
La Pyracantha “navaho” è un arbusto sempreverde, spinoso, caratterizzato da uno sviluppo più contenuto, adatto come siepe o tappezzante. In primavera, tra aprile e maggio, produce una fioritura bianca seguita, in autunno, da abbondanti bacche.
La Pyracanthateton” è un arbusto da siepe robusto e a lento accrescimento alto circa 1,5 metri. Ha portamento colonnare, con spine e foglie di dimensioni più piccole rispetto alle altre varietà. In primavera produce piccoli fiori bianchi dal profumo delicato, seguiti da un’abbondante produzione di bacche di color giallo che ricoprono i rami fino a inverno inoltrato.
La Piracanta “rogersiana” è una specie arbustiva di piccole dimensioni con rami molto spinosi ricoperti di foglie di piccole dimensioni e bacche di una bella tonalità gialla dorata.
La “Pyracantha coccineaè la pianta coltivata nel mio giardino, a Licata.

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Appartenente alla famiglia delle Rosacee, è originaria dell’Asia Minore e della Cina.
Naturalizzata in Europa, Italia è presente in tutte le regioni tranne che in Valle d’Aosta e, forse, in Piemonte.
E’ una pianta ornamentale grazie al fatto che è bella in ogni stagione: in primavera perchè è fiorita, in autunno perchè è piena di bacche rosse, in inverno perchè è ricca di fogliame.
Presenta un portamento disordinato perché i fusti, legnosi, sottili, di un bel colore marrone piuttosto scuro, si sviluppano in ogni direzione e sorreggono una chioma di forma piuttosto ricurva.
La pianta è munita di spine lunghe nascoste tra le foglie. Le spine sono aculeate, rigide, lunghe circa 5 cm e, proprio per la loro presenza, le piante di Pyracantha sono utilizzate per realizzare siepi protettive.
Le foglie, piccole, di colore verde brillante, sono lucide, ovali, leggermente coriacee e a margini dentati.
E’ un arbusto sempreverde, vuol dire che le foglie persistono sui rami anche durante l’inverno. Le foglie non cadono contemporaneamente quando sopraggiunge la stagione fredda, ma, man mano che cadono, sono sostituite da altre foglie più giovani.

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I fiori, a forma di stella, di colore bianco, molto numerosi, piccoli e profumati, sono raggruppati in infiorescenze a grappolo.
Con il loro gradevole profumo attirano le api e altri insetti pronubi. Fioriscono in primavera solo durante i mesi di maggio e di giugno.

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Dopo la fioritura, in autunno maturano sulla pianta dei piccoli frutti, le bacche, sferiche e dal colore arancione-rosso, riuniti in grappoli molto decorativi. I frutti, spettacolari, rallegrano il giardino, persistono sui rami per tutto il periodo invernale e spesso sono utilizzati per decori natalizi. Poiché i frutti persistono sulla pianta per molto tempo, sono amatissimi dagli uccelli, in particolare dai merli che nella mia campagna sono molto frequenti e numerosi.

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La pianta si moltiplica per semi, messi direttamente a dimora in aprile, e per talea dei rami posti a radicare nel periodo di luglio – agosto.
I frutti della Pyrarantha, ricoperti di una polpa zuccherina, sono commestibili, anche se il sapore dolce nasconde un retrogusto che, dopo aver consumato pochi frutti crudi, diviene poco gradevole. Un tempo si preparavano conserve di frutta e marmellate.
Le bacche da acerbe sono amare e astringenti.
I semi sono velenosi e tossici per la presenza di glicosidi cianogenetici.
Poiché le notizie discordanti circa la velenosità della Pyracantha sono discordanti, nel dubbio è meglio non mangiare le sue bacche.
La Pyracantha è una pianta rustica, resistente, di facile coltivazione, utilizzata singolarmente a scopo ornamentale per abbellire i giardini e il verde urbano.  Coltivata sotto forma di siepe, è utile, tramite le spine piccole ma pungenti, per rendere impenetrabili i confini dei giardini privati, per creare barriere, per consolidare scarpate stradali, per rinvestire aree incolte e ruderali.
Può essere coltivata in vasi di grandi dimensioni, e in piena terra, dove può allargare il suo apparato radicale.
La Pyracantha coccinea gradisce essere coltivata in luoghi semi ombrosi, deve può ricevere almeno per qualche ora del giorno la luce diretta del sole, adattandosi a qualunque tipo di terreno da argilloso a calcareo, anche se predilige quello sciolto e, soprattutto, ben drenato.
Sopporta l’inquinamento, la salsedine, temperature molto basse e, pertanto, può essere coltivata anche nelle regioni italiane caratterizzate da inverni rigidi e nelle zone montane fino a 1000 metri di altitudine. Per quanto riguarda le annaffiature,le piante giovani o impiantate da poco necessitano di regolari e frequenti annaffiature, ma solo se il terreno è asciutto.
Le piante adulte sono autosufficienti, si accontentano delle acque piovane ma, per produrre abbondanti fioriture e molti frutti devono essere irrigate durante i periodi di prolungata siccità e in estate. L’aggiunta nel terreno di un pò di concime ricco di sali minerali aiuta la pianta nella sua crescita.
È consigliabile sempre potare ogni arbusto durante la primavera asportando eventuali frutti che sono ancora presenti e tagliando con moderazione quei fusti che fuoriescono troppo dalla chioma. La potatura è necessaria per dare armonia di forma alla chioma, per eliminare i rami secchi e danneggiati. La potatura può essere praticata in qualsiasi periodo dell’anno, anche se è preferibile intervenire in primavera, subito dopo la fioritura, asportando i frutti ancora presenti e regolando i fusti che fuoriescono eccessivamente dalla chioma.
La Pyracantha teme l’attacco degli Afidi e, tra le malattie di origine batterica, il cosiddetto “fuoco batterico”, una malattia di origine batterica che va tempestivamente combattuta usando prodotti specifici per evitare la morte della pianta stessa.

 

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nov 18, 2020 - Senza categoria    No Comments

L’ALBERO DI CASTAGNO E LA RACCOLTA DELLE CASTAGNE NEI BOSCHI DI MISTRETTA.

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Raccogliere le more e le castagne nei boschi di Mistretta è un’operazione piacevole, rilassante e istruttiva perché fa conoscere meglio l’ambiente naturalistico di Mistretta formato dalle montagne, dai boschi, dagli alberi, dalle piante spontanee, dagli animali.
Personalmente, per la raccolta delle castagne, mi reco nel boschetto “Neviera”, poco fuori dal cento abitato.

 

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Il Castagno è una bellissima pianta che attrae la mia attenzione per la maestosità della sua chioma.
Per molti secoli l’albero di Castagno, molto comune in tutti i boschi italiani, è stato una primaria e preziosa fonte alimentare per le popolazioni rurali grazie alle notevoli proprietà nutritive dei suoi frutti e della farina che se ne ricava.
Il Castagno ha una lunga storia!
Durante la glaciazione WÜRM è avvenuta una generale contrazione delle superfici forestali in Europa e in gran parte della Terra che non consentirono più la vita ai castagni. La durata della glaciazione WÜRM è compresa fra 75.000-60.000 e 18.000-16.000 anni fa.
Durante questa glaciazione su tutto il pianeta Terra si verificò un abbassamento generale della temperatura, una successiva espansione dei ghiacciai nell’attuale zona temperata, un abbassamento dei livelli dei mari di oltre 120 metri.
Alla fine di questa glaciazione seguì un periodo post glaciale in cui la temperatura e le precipitazioni raggiunsero gradualmente i valori attuali. Circa 11.000 anni fa ebbe inizio il periodo geologico detto “Olocene” che, per gli archeologi, contraddistinse il passaggio tra le ere geologiche il “Paleolitico” e il “Neolitico”. Recenti teorie, basate sugli studi palinologici, hanno sostenuto che il Castagno ha trovato rifugio, durante questa glaciazione WÜRM, in alcune limitate zone del pianeta Terra.
Le più grandi e riconosciute zone rifugio del Castagno furono individuate nel Caucaso, il limite naturale tra l’Europa e l’Asia, e nel nord dell’Anatolia, nella catena dei monti Pontici.  Altre zone rifugio, molto limitate, furono individuate in Italia, nei versanti tirrenici dell’Appennino settentrionale e centrale, nel Lazio, nella Liguria, nelle zone collinari intorno al lago di Garda Altre zone rifugio sono state individuate in Spagna, in Francia, e in Grecia, nei rilievi del Peloponneso, della Tessaglia e della Macedonia Centrale.
Dopo la glaciazione WÜRM il Castagno subì una forte espansione ad opera dell’uomo già a partire dal periodo Neolitico assieme al noce da frutto e ad altre colture cerealicole.
Furono gli antichi greci e, in seguito, gli antichi romani che, a partire dal Neolitico, favorirono la massima diffusione del Castagno in Europa e in tutta l’area del bacino del Mediterraneo.
Tale diffusione proseguì ininterrottamente nel corso del Medioevo, anche per opera degli ordini monastici.
Lo scopo di questa estensione ebbe la funzione della raccolta delle castagne, come risorsa amidacea, e tecnologica per dell’utilizzo del legname.
Attualmente il Castagno vegeta in un areale circum-mediterraneo che si estende dalla penisola Iberica alle regioni del Caucaso prossime al Mar Nero.
In Europa la maggiore estensione si ha nelle regioni occidentali: è diffuso nel centro e nel nord del Portogallo, nelle regioni settentrionali della Spagna, in gran parte del territorio della Francia e nell’arco alpino fino ad arrivare alla Slovenia e alla Croazia.
Qui l’areale si interrompe per riprendere nelle regioni meridionali della Bosnia e del Montenegro per estendersi in gran parte nei territori dell’Albania. Infine riprende nelle regioni occidentali della Grecia e della Turchia.
Diffusioni sporadiche si hanno in Germania, nel sud dell’Inghilterra, in Bulgaria, in Romania e nel Nordafrica, nelle regioni dell’Atlante.
E’ presente in gran parte nel territorio della Corsica.
In Italia la maggiore diffusione si ha in tutto il versante tirrenico della penisola, dalla Calabria alla Toscana, alla Liguria e nel settore occidentale dell’arco alpino piemontese. Nel versante adriatico e nel Triveneto la sua presenza è sporadica. Nella Pianura Padana è assente. La concentrazione di maggior rilievo si ha in Campania, che contribuisce per circa il 50% all’intera produzione nazionale di castagne.
E’ presente in areali frammentati delle isole maggiori quali le regioni centrali della Sardegna, circoscritti alle stazioni più fresche, in quelle occidentali dell’isola d’Elba e in Sicilia dove è presente sui monti Peloritani, sui Nebrodi, sulle Madonie, sui monti Erei e Iblei, sull’Etna.
La distribuzione è frammentata perché legata a particolari condizioni climatiche e geologiche delle varie zone.
ll Castagno è una pianta appartenente alla famiglia delle Fagaceae. Esistono diverse specie.
Tra le specie più diffuse si conoscono: il Castanea sativa, cioè il castagno europeo, presente in Italia, in tutta l’Europa meridionale e in parte
dell’Africa settentrionale.
Il Castanea crenata, la varietà che cresce in maniera spontanea in Giappone.
Il Castanea mollissima, la pianta originaria della Cina.
Il Castanea dentata, la specie originaria degli Stati Uniti Orientali, ma ormai poco diffusa.
Il Castanea seguinii, il Castanea davidii, il Castanea mollissima sono castagni asiatici.
In Italia è presente il Castanea sativa, che vegeta più o meno bene nei boschi di quasi tutte le regioni.
E’ originario della Turchia, ma già da molto tempo diffuso in Europa.
Il Castanea sativa è un albero imponente, alto, può raggiungere i 20-25 metri di altezza, molto longevo, può raggiungere i 100 anni di età.

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Possiede il fusto colonnare, ramificato nella parte superiore, ben sviluppato, rivestito dalla corteccia di colore bruno-rossastro e ricca di tannini, come anche il legno.  Con il passare degli anni la corteccia inizia a fessurarsi longitudinalmente.

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Alla sua sommità il fusto sostiene un’ampia, fitta chioma rotondeggiante.

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L’albero di Castagno si distingue per la sua imponenza e per il bel colore verde intenso delle sue foglie che sono alterne, provviste di un breve picciolo.  La lamina è grande, lunga anche fino a 20 cm, e larga fino a 10 cm, di forma lanceolata, acuminata all’apice e seghettata nel margine, con denti acuti e regolarmente dislocati. Le foglie giovani sono tomentose, presentano una fitta peluria, che cade rapidamente, divenendo glabre e lasciando la foglia liscia, lucida e di consistenza coriacea.
Quest’albero non è sempreverde in quanto le sue foglie sono caduche e, al termine dell’estate, iniziano ad assumere meravigliose tonalità che variano dal giallo oro al rosso per poi cadere.

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I castagni sono alberi monoici.
I fiori sono unisessuali e sulla stessa pianta sono presenti sia i fiori maschili, sia i fiori femminili.
I fiori maschili, molto numerosi, sono riuniti in piccoli glomeruli a loro volta formanti amenti eretti, lunghi da 5 a 15 cm, emessi all’ascella delle foglie.
I fiori femminili spuntano alla base degli amenti maschili.
Sono isolati o riuniti in gruppi di 2-3 e di colore bianco-rosa. Ogni gruppo è avvolto da un involucro di brattee detto “cupola”.
I fiori producono un nettare dolce e abbondante che permette di ricavare il prezioso miele di castagno.
La fioritura è abbondante, ma di breve durata.
I fiori sbocciano all’inizio del mese di giugno fino alla  fine del mese di luglio, a seconda del clima e dell’altitudine.
L’impollinazione è prevalentemente anemogama.
La fruttificazione avviene a settembre-ottobre, a seconda delle varietà.
Il frutto è un achenio, comunemente chiamato “castagna”, racchiuso all’interno di un involucro semi-legnoso, munito di spine all’esterno, comunemente chiamato “riccio”, che si apre al momento della maturazione dei frutti dividendosi in quattro valve. Esso contiene un numero di due o tre castagne.

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La castagna presenta un pericarpo di consistenza cuoiosa e di colore marrone, glabro e lucido all’esterno, tomentoso all’interno.
La forma è più o meno globosa, con un lato appiattito, detto “pancia”, e uno convesso, detto “dorso”.
Il polo apicale termina in un piccolo prolungamento frangiato, detto “torcia”, mentre il polo prossimale, detto “ilo”, si presenta leggermente appiattito e di colore grigiastro.
Questa zona di colore chiaro è comunemente detta “cicatrice”.
Tra la polpa e il pericarpo è presente una pellicola rugosa, che può penetrare all’interno della polpa e non facilmente si stacca.
La polpa della castagna è ricca di amidi e di zuccheri ed erano un’ampia fonte di cibo per molte popolazioni rurali.

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La moltiplicazione avviene per semina, nonostante ogni pianta produca dei polloni utilizzati dai floricoltori per la riproduzione per talea.
I polloni del castagno tendono a deperire rapidamente. La propagazione, oltre che per seme, avviene anche per talea.
Il Castagno cresce spontaneamente in tutta Italia nei boschi, ma è possibile coltivarlo nei giardini e nei parchi cittadini se sono di ampie dimensioni.
In genere è preferibile piantare più alberi di Castagno a distanza di 6-7 metri uno dall’altro perché, crescendo velocemente, e grazie alla sua longevità, può raggiungere notevoli dimensioni.
Il Castagno è un albero tipicamente mediterraneo, che vegeta in zone collinari e montuose tra i 300 e i 1200 metri di altitudine.
La sua diffusione allo stato selvatico avviene nelle zone dove si registra un clima invernale non troppo rigido ed estati calde. E’ un albero poco esigente.
A fronte delle moderate esigenze climatiche, presenta notevoli necessità pedologiche, perciò la sua distribuzione è strettamente correlata alla geologia del territorio. Predilige i terreni pianeggianti o lievemente pendenti, poveri, purché neutri o moderatamente acidi e non argillosi.
Nei primi anni di vita è importante concimare spesso il terreno con l’aggiunta di fosforo e di potassio e d’estate annaffiare ogni 20 giorni.
Essendo una specie mesofila, tollera ambienti umidi, ma non sopporta la siccità prolungata durante i mesi estivi.
Resiste a temperature anche prossime ai -20°C, ma per poco tempo e sopporta temperature estive abbastanza alte, soprattutto se l’albero è posto in una zona ben ventilata e semi-ombreggiata.
In diverse parti d’Italia molti boschi sono dei castagneti che, fino ad alcuni decenni fa, erano costantemente curati per ricavare un legno pregiato, molto leggero che, grazie alla sua eccellente resistenza agli agenti atmosferici, è spesso impiegato in falegnameria per la realizzazione di vari manufatti: travi, pali, infissi, doghe per botti, cesti e nell’industria del mobile. Il legno lavorato presenta tonalità variabili dal giallo al rossastro, venature sottili e una spiccata nodosità.
Dalla corteccia del castagno si estraggono i tannini per la concia delle pelli.
Dall’antichità e fino agli anni ‘50 del secolo scorso il Castagno è stato ampiamente coltivato essendo una fonte alimentare primaria, ricca di calorie e di sali minerali, per le popolazioni delle zone montane e prealpine in quanto dalle castagne si ricava la farina per la produzione del pane, il cibo principale di molti contadini dell’Italia settentrionale tanto da essere chiamato il “Pane dei poveri”.
Nell’Italia centrale e settentrionale con la farina di castagne si prepara il castagnaccio, un prelibato dolce a base di castagne e di latte.
Le castagne vengono, inoltre, utilizzate per la creazione di una gustosa marmellata.
Le castagne si possono mangiare essiccate, bollite, o abbrustolite.
Possono essere impiegate come alimento per gli animali domestici.
I castagni sono anche piante mellifere. I fiori maschili sono bottinati dalle api che raccolgono il polline e il nettare.
Il miele monoflora ha una colorazione variabile dall’ambra al bruno scuro, ha consistenza corposa, particolarmente ricco di fruttosio e di polline, un sapore molto aromatico e cristallizza lentamente e grossolanamente.
La sua produzione si localizza naturalmente nelle zone a maggiore vocazione per la castanicoltura e, principalmente, nella fascia submontana fra i 500 e i 1000 metri di altitudine, lungo l’arco alpino, in Emilia-Romagna, e sul versante tirrenico della fascia appenninica e nelle zone montane della Sicilia settentrionale. È un’eccellente fonte di vitamina B e C, di proteine, di sali minerali, di calcio e di ferro.
Ha, inoltre, un’ottima capacità antiossidante per la notevole presenza di acido fenolico e presenta buone proprietà emollienti e lubrificanti, che lo rendono adatto a essere usato per lenire gli stati infiammatori delle vie respiratorie.  Combatte la tosse sciolto in acqua tiepida.
La presenza di oligoelementi, come il potassio, il manganese e il magnesio aiutano la circolazione sanguigna, migliorano il funzionamento dell’apparato digerente. Molto usato da solo o nella preparazione di dolci, il miele di castagno è ottimo anche nei piatti salati e per accompagnare i formaggi molto grassi a pasta molle. Il Castagno è considerato pianta officinale nella farmacopea tradizionale popolare: la corteccia, per il contenuto in tannini, ha proprietà astringenti, utile in fitocosmesi per il trattamento della pelle.
La polpa delle castagne, cotta e setacciata, trova impiego in fitocosmesi per la preparazione di maschere facciali detergenti ed emollienti. All’infuso di foglie sono attribuite proprietà blandamente antisettiche e sedative della tosse.
Le gemme di castagno contengono principi attivi in grado di migliorare la circolazione linfatica, di favorire il drenaggio dei liquidi, evitando edemi e gambe gonfie.
Oggi, purtroppo, moltissimi castagneti sono stati abbandonati in quanto il legname e le castagne non sono fondamentali nell’economia agricola del nostro paese e molti castagneti non curati tendono a produrre castagne di non buona qualità.
La crisi del castagno ebbe inizio a partire dal Rinascimento, presumibilmente in concomitanza con il progresso tecnico in agricoltura e con il crescente sviluppo della cerealicoltura.
Il declino vero e proprio della castanicoltura iniziò alla fine dell’Ottocento protraendosi per decenni a causa del concorso di molteplici cause: l’evoluzione delle abitudini alimentari delle popolazioni europee, l’introduzione di materiali alternativi nell’allestimento di manufatti e opere infrastrutturali, civili e agricole, quali il metallo e la plastica, la crisi dell’industria del tannino, il crescente interesse verso altre specie forestali da legno quali la robinia e il ciliegio, la pressione antropica sugli ambienti forestali.
Alla riduzione delle superfici forestali coltivate a castagno hanno inoltre contribuito, in modo non trascurabile, le decimazioni dovute alla diffusione di alcuni patogeni che andarono a rovinare in modo sensibile moltissimi castagneti in Italia e in Europa.
Una delle più gravi malattie del Castagno è il “Mal dell’inchiostro”, causato dagli oomiceti Phytophthora cambivora e, più recentemente, dagli oomiceti Phytophthora cinnamoni.  Si tratta di funghi che si sviluppano soprattutto nelle zone caratterizzate da un clima molto umido.  Questi parassiti causarono, più o meno negli anni ’40 del 1900, un’alta mortalità tra gli alberi di castagno italiani.
A causa di queste malattie e della minore richiesta di castagne e di legno di castagno moltissimi agricoltori smisero di coltivare i castagneti. Un’altra patologia è il “Cancro del castagno”, causata dall’ascomicete Cryphonectria parasitica. E’ un parassita, originario dell’America settentrionale, che si diffuse in Europa a partire dai primi anni del 1900. Tale fungo tende a insinuarsi nel legno nelle zone di potatura o di innesto producendo tessuti necrotici che causano rapidamente il deperimento di grandi parti degli alberi.
Oggi il cancro corticale e il mal dell’inchiostro sono problematiche decisamente circoscritte soprattutto perché nelle zone dove si continua a coltivare alberi di Castagni si sono introdotti nuovi ibridi in grado di resistere a questi agenti patogeni.
All’azione di questi parassiti si aggiungono anche gli attacchi degli insetti xilofagi, lepidotteri defogliatori o insetti galligeni, che si sviluppano a spese di piante indebolite da condizioni ambientali non favorevoli.
In genere non causano danni gravi agli alberi adulti.

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nov 7, 2020 - Senza categoria    No Comments

L’HIBISCUS ROSA-SINENSIS E L’HIBISCUS SYRIACUS, DAI GRANDI FIORI COLORATI, ABBELLISCONO LE CITTA’ DI MISTRETTA E DI LICATA

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Il termine “Ibisco” deriva da “Ibis”, nome di un uccello acquatico comune nella valle del Nilo che, come si pensava anticamente, si cibava dei boccioli di Ibisco. Era venerato dagli egizi perché, con la testa di quest’uccello, raffiguravano Thoth, il dio dell’oltretomba.
Probabilmente il nome gli fu assegnato da Dioscoride, il più famoso medico dell’antichità vissuto nel primo secolo dopo Cristo.
Notizie precise sulla sua coltivazione sono state riportate da Ghislain de Busbeck, ambasciatore fiammingo alla corte di Solimano il Magnifico a Costantinopoli. Studioso di botanica, durante la sua permanenza in Asia Minore, esaminò alcune specie di piante, tra cui l’Ibisco, inviando numerosi esemplari in Olanda.
Esistono circa 300 diverse specie di Hibiscus coltivate non solo perché molto decorative, ma anche per interesse economico.
L’Hibiscus rosa-sinensis è una specie originaria dalle regioni tropicali e subtropicali dell’Asia, della Cina, dell’Africa, dell’Australia e della Nuova Zelanda e, coltivata all’aperto nelle regioni dell’olivo, predilige i terreni paludosi.
Nell’Italia centro-meridionale si trova, come specie spontanea, nelle scarpate e nelle prode di fiumi. A Licata molte piante di Hibiscus arredano gli spazi urbani e le aiuole dei condomini.

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L’alberello di Hibiscus rosa-sinensis, della famiglia delle Malvacee, è coltivato a scopo ornamentale per l’elegante forma, per la straordinaria bellezza dei suoi fiori, per la ricchezza dei suoi colori e per la sua fioritura prolungata per quasi tutto l’anno.

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L’Hibiscus è un arbusto cespuglioso, alto 2 – 3 metri, sempreverde, molto ramificato; ha foglie cangianti dal verde chiaro al verde scuro, ovato acuminate, lucide, alterne, lobate e irregolarmente dentate nella parte superiore.

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I fiori sono grandi, regolari, peduncolati, solitari, ascellari, numerosi, effimeri, della durata di appena un giorno, prodotti in grande quantità, a corolla campanulata, composta di 5 petali sovrapposti, color rosso carminio o rosa dalla quale sporge una colonna di filamenti staminali.

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Fioriscono dalla primavera all’estate. Per favorire una fioritura più abbondante è consigliabile asportare i fiori appassiti.
In autunno la pianta perde completamente le foglie e, talvolta, anche tutta la parte aerea, che si svilupperà in maniera vigorosa nella primavera successiva.
La moltiplicazione avviene generalmente per seme, in primavera, ma anche per talea prelevandola dai rami che non hanno portato fiori.
A fioritura ultimata la pianta sarà ripulita dal legno secco, dai piccoli rami malformati. La pianta di Hibiscus rosa-sinensis resiste all’aperto, dove il clima è mite, vegetando rigogliosamente su un terreno profondo, umoso, non troppo calcareo, ben drenato.
Nella villa comunale “G.Garibaldi” di Mistretta è presente l’Hibiscus syriacus conosciuto anche come Althaea frutex, un rustico alberello originario dalla Siria.

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Il fusto presenta un portamento eretto, ben ramificato, alto fino a 4 metri, rivestito dalla corteccia grigia, liscia che tende a divenire rugosa e profondamente segnata con il passare degli anni.
Le foglie, di forma ovale, presentano tre lobi più o meno evidenti a seconda dell’esemplare; sono di colore verde scuro variegate di bianco, seghettate, caduche, ruvide e sgradevoli al tatto. Dalla primavera inoltrata fino ai freddi autunnali la pianta produce, all’apice dei fusti, grandi fiori solitari, a forma di campana, di colore vario, nei toni del rosa, del bianco e del viola, con la gola in colore contrastante, semplici o doppi, con corolla espansa e con gli stami più corti della corolla e quindi da essa non emergenti.

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Queste piante hanno uno sviluppo abbastanza vigoroso, quindi è consigliabile potarle dopo la fioritura togliendo i rami rovinati o eccessivamente disordinati. La potatura, effettuata a fine inverno, ha anche il vantaggio di favorire lo sviluppo di nuovi rami che porteranno i fiori.
Ai fiori seguono i frutti, grosse capsule semilegnose di forma ovale, che contengono i semi.
Nell’Hibiscus syriacus la moltiplicazione avviene, oltre che per seme, anche per innesto.
L’Hibiscus rosa-sinensis e l’Hibiscus syriacus sono piante molto diffuse nella coltivazione come piante ornamentali ed è frequente ritrovarle in quasi tutte le città italiane per la loro resistenza agli agenti inquinanti e alle avverse condizioni climatiche. Sono arbusti impiegati con successo per la formazione di fitte siepi. Si accontentano di qualsiasi terreno, anche povero e sassoso, pur prediligendo quelli freschi, mediamente ricchi di humus e con un buon drenaggio.
L’Hibiscus rosa-sinensis è una pianta perfetta per le numerosissime località temperate della Penisola, specie per quelle costiere, per la buona resistenza al salino.
L’Hibiscus syriacus, invece, può essere coltivato anche nel nord dell’Italia, ma la fioritura è più breve e i fiori non possono competere con quelli del rosa-sinensis molto più belli e più appariscenti. Però ha una crescita vegetativa nettamente superiore.
L’Hibiscus rosa-sinensis ama molto il sole ed il caldo, predilige posizioni molto luminose, esposte direttamente ai raggi solari e le estati molto calde e lunghe. Può sopravvivere anche in condizioni avverse, anche se l’ombra causa scarse fioriture, così come un’estate molto fresca. L’Hibiscus syriacus è una pianta resistente alla siccità e al freddo e può sopportare gelate intense anche di lunga durata e, per questo motivo, l’Hibiscus syriacus è accolto nella villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta”.
Necessitano di annaffiature regolari soprattutto le giovani piante da poco messe a dimora in modo da favorire lo sviluppo dell’apparato radicale. La pianta di Hibiscus ha notevoli proprietà farmacologiche che sono state confermate dalla moderna ricerca scientifica.
Tutte le parti della pianta sono utili. Le foglie sono emollienti, diuretiche, refrigeranti e sedative. I semi ed i calici dei fiori maturi hanno proprietà diuretiche e antiscorbutiche.
I frutti combattono lo scorbuto. Le radici amare sono usate come aperitivo e come tonico.
Dai fiori dell’Hibiscus si produce un eccellente shampoo. L’estratto del fiore è stato usato in molti rimedi: per curare i disordini del fegato e dello stomaco, per regolare la pressione sanguigna, come afrodisiaco, anche se quest’ultimo impiego è stato molto contestato.
Con i fiori essiccati dell’Hibiscus e lasciati in infusione si ottiene il karkadè. Conosciuto anche con altri nomi: “tè rosso d’Abissinia, tè Nubiano, Acetosa Giamaicana”, il karkadè è una bevanda molto diffusa soprattutto nei paesi orientali e può essere consumata  sia bollente sia fredda. La bevanda, dal sapore acidulo, è rinfrescante, dissetante, diuretica, antinfiammatoria, lenitiva, utile nella stipsi.
Coltivato da sempre e largamente impiegato in cucina, l’Hibiscus è considerato un fiore ornamentale solo in epoca moderna.
Le insalate di malvaceae erano famose presso gli antichi romani e Cicerone ne faceva spesso abbondanti abbuffate.
L’Hibiscus ha anche un certo simbolismo.
Il linguaggio amoroso ottocentesco si è sbizzarrito su questo fiore: donarne uno all’amata significa “tu sei bella”, il Syriacus a fiore bianco loda la “lealtà”, il Syriacus rosso esalta la “pazienza del corteggiatore”, mentre i colori variegati della corolla indicano un “rifiuto d’amore“, l’Ibisco color viola indica “violenza“, il rosso sangue della corolla è la “ferita al cuore”.
In Polinesia, da sempre, l’Ibisco è mostrato tra i capelli dalle ragazze che comunicano la loro disponibilità a nuove conoscenze; i giovanotti, invece, appoggiano un fiore sull’orecchio destro se sono fidanzati, sull’orecchio sinistro se sono “liberi” comunicando la loro disponibilità ad amplessi amorosi.
L’Hibiscus ha come suoi nemici naturali: il Pythium, un nematode che causa il mal del piede arrecando danni sensibili alle radici e gli Afidi che infestano i rami giovani, i boccioli e i fiori senza provocare, in ogni modo, danni eccessivi; inoltre durante l’estate il fogliame può essere vistosamente rovinato degli Acari che si posano sulla pagina inferiore delle foglie danneggiandole.

 

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nov 1, 2020 - Senza categoria    No Comments

LA RACCOLTA DELLE MORE A MISTRETTA E A LICATA

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La raccolta delle more è un evento che compio quasi giornalmente nel mese di agosto durante il mio lungo soggiorno a Mistretta.
Poiché è una pianta eliofila, che tollera poco l’ombra degli altri alberi su di essa, si riscontra ai margini delle strade e lungo i sentieri.
Infatti, è sufficiente percorrere le strade carreggiate che portano a Castel di Lucio, a Motta D’affermo, a Santo Stefano di Camastra, al laghetto Urio Quattrocchi, strade poco frequentate, per incontrare dense siepi di rovi che regalano le gustose more.
Soggiornare a Mistretta, al mio paesello natio, è piacevole soprattutto per godere della frescura estiva e per evitare la calura di Licata dove, in estate, la temperatura raggiunge i 40°C- 45°C  gradi all’ombra.
Il Rovo selvatico si trova anche a Licata, nella mia campagna, in contrada Montesole-Giannotta.
Al confine terriero con il mio vicino, addossata alla recinzione, la siepe di rovo “u ruvettu” forma una barriera impenetrabile con i suoi lunghi sarmenti e, soprattutto, con i suoi aculei pungenti e robusti.
Il rovo, utilizzato per delimitare il nostro podere, ha funzione prettamente difensiva. Diverse volte però la mia siepe ha conosciuto la forbice del pastore che, per fare entrare nel mio terreno il suo gregge di pecore a pascolare, ha aperto il varco fra le sue membra.
Anche i cacciatori hanno sfoltito i suoi rami per permettere ai cani, entrando, di stanare l’indifeso coniglietto che, furbo, è riuscito qualche volta a sfuggire alla canna del fucile.
Etimologicamente il nome scientifico del genere è “Rubus” e quello della specie “ulmifolius”.
“Rubus”, dal latino “ruber”, “rosso”, potrebbe far riferimento al colore dei frutti maturi di altre specie dello stesso genere, come il lampone, o direttamente alla forma immatura del frutto della stessa specie.
Il termine “Ulmifolius”, dal latino “ulmus”olmo” e “folia”, “foglia”, deriva dalla similitudine con le foglie dell’albero Ulmus minor.
Il Rubus ulmifolius, originario dall’Africa meridionale, ha esteso il suo areale in tutta l’Europa, nel Nord dell’Africa, nel sud dell’Asia, in America e in Oceania. Tende a diffondersi rapidamente eradicandosi con difficoltà.
In Italia è presente in tutto il territorio, dal mare alla montagna, fino a un’altitudine di 600 metri. In origine, probabilmente era una pianta del bosco.
La tradizione popolare descrive diversi aneddoti e leggende intorno al Rubus ulmifolius, a conferma di quanto era conosciuto già fin dall’antichità.
Una leggenda narra che Satana, quando è stato scacciato dal cielo, è caduto in un bosco di rovi. Per questo motivo la pianta è spinosa, pungente, ed è stata associata alla cattiveria e all’invidia.
Anche Esopo, nella fiaba “La volpe e il rovo“, celebra questa pianta e racconta di una volpe che, nel saltare una siepe, si aggrappò, suo malgrado, ai rami spinosi di un rovo nel tentativo di evitare una rovinosa caduta.
Dolorante e con le zampe insanguinate, disse alla pianta: “Ahimè, io mi rivolgevo a te per avere un aiuto e tu mi hai conciato ben peggio!”
Il rovo rispose: “L’errore è tuo, mia cara! Hai voluto aggrapparti proprio a me che, d’abitudine, son quello che si aggrappa a tutto”.
Il riferimento è alla stoltezza degli uomini che spesso ricorrono all’aiuto di chi, al contrario, è portato a far del male.
All’abbondanza e alla bontà delle more è dedicato anche uno scritto di Virgilio: “È tempo di intessere canestri leggeri con virgulti di rovo“.
Il Rubus ulmifolius, appartenente alla famiglia delle Rosacee, è un arbusto perenne, selvatico.
Non possiede veri fusti ma numerosissimi sarmenti, lunghi anche fino a 10 metri, più o meno cadenti, ricoperti di spine per proteggersi dal dente degli animali erbivori e per sostenersi aggrappandosi ala vegetazione circostante.

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Le foglie sono imparipennate, costituite da 3 a 5 foglioline a margine seghettato. Sono di colore verde scuro, ellittiche o obovate e bruscamente acuminate. La pagina superiore è glabra e la pagina inferiore è tomentosa con peli bianchi e spine nella nervatura principale.
E’ una pianta semi-caducifoglia poiché molte foglie permangono sulla pianta anche durante la stagione invernale.

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Pianta ermafrodita, produce fiori bianco-rosati composti da cinque petali e da cinque sepali. Sono raggruppati in racemi a formare infiorescenze di forma oblunga o piramidale.

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La fioritura avviene al principio dell’estate quando le api, attirate dall’intenso profumo del nettare dolciastro, affollano i rami per prepararsi alla produzione del prelibato miele. Per questo motivo, per la grande fornitura di nettare, la fioritura del rovo è molto gradita agli apicoltori.
Nel nostro bel Paese, così come anche in Spagna, grazie alle siepi di rovo, viene prodotto il miele monoflorale.
Il frutto, commestibile e molto prelibato, è composto da numerose piccole drupe contenenti ciascuna un seme e, raggruppate insieme, formano la mora, detta appunto “mora di rovo”. La mora è di colore verde all’inizio, diventa rossa e, infine, nera a maturità.

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La maturazione del frutto è graduale e la raccolta avviene a distanza di 3 – 4 giorni.
Essa  risente dell’altezza del luogo ed è anticipata o ritardata di qualche mese in relazione alle condizioni climatiche.
Il rovo è poco coltivato in Italia e i frutti sono raccolti esclusivamente dalle piante selvatiche.
Le zone italiane dove vengono coltivate le piante di more di rovo sono: il Trentino Alto Adige, parte del Cuneese, alcune aree rurali della Lombardia e dell’Emilia Romagna.
Le more di rovo sono considerate frutti di bosco, come i lamponi, le fragoline, i ribes, l’uva spina e i mirtilli.
A Licata già alla fine del mese di giugno si possono raccogliere i primi gustosi frutti.
A Mistretta le more maturano nel mese di agosto.
Tante volte, io, le mie nipoti e i loro amici, abitanti nei villini vicini, nei lunghi pomeriggi della stagione estiva, a Licata, nel periodo delle more mature, andavamo a raccogliere cestini pieni di more che consumavamo fresche.

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Pulite e lavate sotto il getto d’acqua corrente, le abbiamo mangiate con gusto, perchè buonissime, soprattutto per quel sapore un po’ asprigno. Raccogliere le more è sempre una festa, un gioco, una gioia, un modo semplice e sincero di socializzare.
La raccolta delle more comporta sempre un certo rischio. Spesso gli appuntiti aculei dei rami, che portano in alto i frutti migliori, graffiano dolorosamente le nostre mani e le nostre braccia scoperte.

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La moltiplicazione avviene in molti modi: attraverso gli uccelli che, cibandosi dei frutti, favoriscono la dispersione dei semi contenuti nelle more, per propaggine apicale, per emissione di nuovi polloni radicali, per interramento dei rami, per talea.
E’ in grado di creare in poco tempo una siepe fitta e invalicabile.
Il Rovo si propaga spontaneamente e con molta facilità invadendo i campi abbandonati e incolti comportandosi come pianta colonizzatrice.
Il Rubus ulmifolius è una pianta che resiste al freddo e vive bene in montagna.
Preferisce climi secchi e luoghi polverosi. Si poggia con estrema facilità su terreni aridi e leggermente acidi.
Predilige un’esposizione luminosa e soleggiata, che rende i frutti più zuccherini e più gradevoli.
Non ama il vento, che secca la pianta e può spezzarne i tralci.
La pianta di rovo può essere soggetta a diverse malattie: la botrite o muffa grigia, la malattia fungina causata dal fungo Botrytis cinerea che provoca l’ammuffire del frutto e del fusto, la verticilliosi, la malattia fungina provocata dall’agente eziologico Verticillium albo-atrum che provoca l’avvizzimento delle foglie e, in seguito, di tutta la pianta, l’antracnosi, la malattia fungina provocata da varie specie di funghi tra cui il Colletotrichum lindemuthianum che rovina i frutti e forma delle piccole chiazze tonde sul fusto del tralcio.
I suoi nemici naturali sono anche: il ragno giallo e il ragnetto rosso, che infestano la pagina inferiore della foglia e deformano il frutto, gli afidi, minuscoli insetti fastidiosi che attaccano il rovo al momento della fioritura, l’antonomo del lampone, un piccolo coleottero che danneggia la pianta attaccando le foglie e, soprattutto, i fiori.
Il rovo selvatico è una pianta molto utile visto che quasi tutte le sue parti, già dall’antichità, sono state impiegate nella medicina popolare, come valido rimedio naturale, per preparazioni erboristiche e fitoterapiche per le proprietà medicamentose e in gastronomia, per l’alto valore dei nutrienti in esse contenuti.
Le sue molteplici proprietà medicinali sono: astringenti, antinfiammatorie, vitaminizzanti, antiscorbutiche, depurative, vulnerarie, ipoglicemizzanti.
Nell’antica medicina popolare i tannini, estratti dalla radice, avevano azione naturale contro i disturbi intestinali e contrastavano la diarrea.
Le foglie erano utilizzate per preparare tisane e decotti utili per contrastare le ulcere gastriche e per lenire i disturbi gastrointestinali.
I giovani germogli avevano proprietà astringenti, toniche, diuretiche, depurative.
La mora, fin dall’antichità era nota per le sue proprietà antiossidanti, astringenti e lassative e per l’alto contenuto di acido folico.
Il consumo abituale di more e dei suoi estratti ha effetti diuretici, depurativi e rinfrescanti.
L’azione depurativa, in particolare, agisce in modo benefico sul cuore e sulle arterie e favorisce un’azione di contrasto verso le patologie cardiovascolari.
Recenti studi scientifici, infine, hanno dimostrato l’utilità dei flavonoidi e delle antocianine nel prevenire i tumori. Queste sostanze sono particolarmente concentrate e rappresentano i pigmenti che conferiscono la tipica colorazione blu-rossastra al frutto.
Molte parti del rovo possono essere utilizzate in cucina come una vera e propria verdura.
I giovani germogli, raccolti in primavera, hanno spine morbidissime e innocue e possono essere cucinati come gli asparagi. Sono ottimi lessati e consumati con olio, sale e limone al pari di molte altre erbe selvatiche commestibili.
I germogli primaverili, raccolti quando il sole è alto, lavati e lasciati a macerare in una brocca di acqua fredda tutta la notte, producono anche una bevanda rinfrescante.
Le more sono la parte essenziale della pianta apprezzate per il consumo fresco, subito dopo la raccolta.
Costituiscono un alimento sano e gradevole! Sono considerate un frutto di bosco.
Esse presentano un contenuto nutrizionale significativo in termini di fibra alimentare perché hanno un basso contenuto calorico, ma ricco di zuccheri, di fibre, di sali minerali quali: sodio, calcio, potassio, ferro, manganese e di vitamine A, B, C, K.
Cento grammi di more fresche contengono 52 kcal, 0,7 gr di proteine, 0,4 gr di lipidi, 12,8 gr di glucidi, 32 mg di calcio, 0,6 mg di ferro, 6,5 mg di vitamina A, 21 mg di vitamina C.
Non sono adatte a essere conservate a lungo. Pertanto l’utilizzo maggiore è nella trasformazione per produrre gustose marmellate di more, confetture di more, yogurt, crostate, gelati, sciroppi, liquori.

 

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ott 22, 2020 - Senza categoria    No Comments

GLI ALBERI DI JACARANDA MIMOSIFOLIA NELLE STRADE DI LICATA

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La Jacaranda mimosifolia è uno degli alberi più decorativi che ho ammirato! A Licata ho incontrato tre di questi meravigliosi esemplari messi a dimora: due nelle aiuole del Liceo Ginnasio Statale “Vincenzo Linares”, in via Bengasi, di cui uno sporge con la sua imponente chioma in Via Gen.le Carlo Alberto dalla Chiesa,

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e l’altro in contrada Cannavecchia, nei pressi del presidio ospedaliero “San Giacomo d’Altopasso”, fra la via Giotto e la via Cimabue.

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 Particolare è l’aspetto di questo albero, slanciato, delicato, ma soprattutto da ammirare per il colore dei fiori, che tingono di violetto la sua chioma trasformando i fitti rami in sorgenti di piccole cascate violacee.
Il genere Jacaranda comprende circa 50 varietà diverse di Jacaranda, ma quelle interessanti a livello orticolo sono due: la Jacaranda mimosifolia e la Jacaranda obtusifolia.
La varietà più famosa, più diffusa, più conosciuta e più apprezzata è la Jacaranda mimosifolia.
Il nome del genere “Jacaranda” ha origini Guaranì, lingua parlata in Paraguay e in altri stati dell’America meridionale, e significa “fragrante”. Il nome della specie “mimosifolia” perché è simile alle foglie della pianta di mimosa pudica.
La Jacaranda mimosifolia,  chiamata volgarmente “Jacaranda o Jacaranda Blu”,  pianta appartenente alla famiglia delle Bignoniaceae, è originaria della Bolivia e dell’Argentina.
Pretoria, la capitale amministrativa del Sudafrica, è popolarmente conosciuta come “La città della Jacaranda “, o “Jakarandastad” in Afrikaans, a causa del gran numero di alberi che rendono la città blu quando fioriscono in primavera.
Il nome “Jakarandastad” è frequentemente usato nelle canzoni sudafricane, come in “Staan Op” di Kurt Darren.
La canzone natalizia australiana “Christmas Where The Gum Trees Grow “ fa riferimento agli alberi di Jacaranda, siccome le fioriture si vedono solo in estate, come spiega la canzone, “Quando la fioritura dell’albero di Jacaranda è qui, il tempo di Natale è vicino“.
In Argentina lo scrittore Alejandro Dolina, nel suo libro “Crónicas del Ángel Gris”, racconta la leggenda di un enorme albero di Jacaranda piantato a Plaza Flores a Buenos Aires, che era in grado di fischiare canzoni di tango su richiesta.
Maria Elena Walsh ha dedicato all’albero la sua canzone “Canción del Jacarandá”.
Anche la canzone popolare di Miguel Brascó “Santafesino de veras” menziona l’aroma della Jacaranda come una caratteristica del litorale di Santa Fe.
Il cantautore britannico Steve Tilston elogia il bellissimo albero blu, che ha incontrato in Australia, con la sua canzone “Jacaranda“.
LaJacaranda mimosifolia, considerata una specie invasiva, cresce spontanea in California, nel Nevada, Arizona, nel Texas e in Florida e in alcune parti del Sudafrica, dove Baron von Ludwig la introdusse a Città del Capo nel 1829, e dell’Australia, mentre in Europa vegeta bene sull’intera costa mediterranea della Spagna dove, di solito, fiorisce più precocemente rispetto al resto dell’Europa, e nel sud del Portogallo.
E’ presente nel sud della Grecia e sulle isole di Malta e di Cipro.
Nell’Italia meridionale è abbastanza facile incontrare esemplari belli.
La Jacaranda mimosifolia è un albero a crescita rapida, molto longevo che, in condizioni ideali, può vivere fino a 150/200 anni.
Mostra un portamento arbustivo o arboreo raggiungendo i 10-12 metri di altezza.

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E’ sostenuto da un fusto eretto, lineare rivestito dalla corteccia scura, liscia molto rugosa e fessurata. Il legno è di colore variabile da grigio pallido a biancastro, a grana dritta, relativamente morbido e privo di nodi.

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I rami, fortemente ramificati e spesso contorti, sono di colore marrone chiaro e nodosi.
La chioma, densa e tondeggiante, molto folta e imponente, è formata da un insieme di foglie molto grandi, (20–30 cm), multipennate, di un colore verde brillante.  Si tratta di una specie a fogliame caduco, quindi durante i mesi freddi perderà un po’ del suo splendore per poi riprenderlo con il sopraggiungere del primo caldo.

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La fioritura è precoce, alla fine della primavera, da maggio a luglio.  Sui rami ancora sprovvisti di foglie produce moltissimi grappoli apicali costituiti da fiori a trombetta, lunghi circa 5-6 cm, nelle tonalità dall’azzurro al violaceo,che donano alla pianta un aspetto molto decorativo.
I fiori, quindi, cominciano a sbocciare prima della comparsa delle foglie. La pianta potrebbe rifiorire una seconda volta in autunno.

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 In autunno produce lunghi baccelli cuoiosi, piatti e generalmente rotondi, di colore marrone, che contengono all’interno numerosi semi scuri e alati. La moltiplicazione può avvenire per seme in primavera o per talee semi-mature in estate.
Entrambi i metodi sono consigliati poiché la pianta cresce abbastanza rapidamente e in poco tempo si ottiene una piccola pianta. Per i primi due-tre anni la nuova piantina andrà coltivata in un contenitore, posta in luogo temperato prima di essere messa a dimora. La nuova piantina acquisirà la necessaria forza per sopportare lo stress del trapianto.
La Jacaranda mimosifolia è utilizzata a scopo ornamentale, grazie alla bellezza e alla particolarità della sua fioritura, perfetta per ornare giardini e parchi, viali e strade. Non è una pianta particolarmente esigente o delicata e non necessita di particolari cure.
Preferisce i luoghi soleggiati e ben aerati. Gradisce essere posta su terreni sciolti, molto ben drenati e fertili.
Teme i terreni molto umidi e troppo compatti evitando che la formazione di ristagni d’acqua che potrebbero compromettere la salute della pianta.
All’inizio della primavera e in autunno è bene interrare ai piedi della pianta del concime organico maturo per fornire il corretto nutrimento e per favorire la regolare crescita oppure del fertilizzante liquido per piante da fiore ricco di azoto, di potassio, di fosforo e di ferro, diluito nell’acqua d’irrigazione.
È una pianta adatta a tutte le regioni con inverni non troppo rigidi. Non sopporta le gelate.
A Mistretta è assente perché l’inverno è lungo e freddo. La temperatura ideale è, infatti, quella che non scende sono i 5-7°C.
La pianta adulta è, comunque, in grado di resistere a temperature di poco sotto lo 0°C, al contrario delle piante giovani che vanno messe al riparo almeno nei primi anni dalla messa a dimora per evitare che il gelo possa compromettere la loro crescita.
Sopporta bene anche i 40°C, temperatura che si raggiunge a Licata in estate.
Per quanto riguarda l’irrigazione, gli esemplari giovani vanno annaffiati con regolarità, mentre gli esemplari adulti non necessitano di annaffiature, tranne durante lunghi periodi di siccità.
Nel periodo invernale le annaffiature vanno sospese.
Generalmente, la Jacaranda necessita di una potatura regolare, specialmente nei primi 10-15 anni di vita. Anche quando la pianta sarà adulta, potrà essere potata, più o meno annualmente, per aiutare la fioritura e rimuovere i rami danneggiati.
Regolari cimature dei rami portano a una maggiore emissione di rami secondari e donano all’insieme un aspetto più pieno, oltre a fioriture più copiose.
Generalmente questa pianta non viene attaccata da parassiti o da malattie. In presenza di segni che possano mostrare la possibile insorgenza di malattie è bene intervenire con tempestività attraverso l’uso di prodotti ad ampio spettro che consentiranno di ottenere una buona protezione per il migliore sviluppo della pianta. Gli eventuali parassiti sono: gli afidi, le mosche bianche e i ragnetti rossi.
È importante accertarsi che il terreno sia ben drenante per evitare i marciumi causati da attacchi fungini.
La Jacaranda, oltre ad essere coltivata come albero decorativo per la sua vistosa fioritura, è sfruttata per il legno che se ne ricava, impropriamente chiamato palissandro (il vero palissandro deriva da una fabacea, la Dalbergia), molto pregiato, utilizzato per la costruzione di mobili. L’albero è chiamato anche “Falso Palissandro”.
Dalla Jacaranda mimosifolia in Brasile il legno è usato principalmente per la costruzione di chitarre acustiche, riconoscibile per il colore vivace e rosso, e di pianoforti. Inoltre, da una piccola varietà brasiliana, dalla Jacaranda caroba, le foglie sono trattate dalla medicina tradizionale per curare i reumatismi e come ottimo agente antinfiammatorio e analgesico.
La Jacaranda è simbolo di saggezza, di rinascita, di ricchezza e di buona fortuna.
In Australia è diffusa la voce che se un petalo di Jacaranda, cadendo, si appoggia sulla testa, allora si avrà fortuna.
Una leggenda amazzonica racconta che un meraviglioso uccello di nome Mitu atterrò su un albero di Jacaranda portando sulle sue ali un’incantevole sacerdotessa indigena. La sacerdotessa, chiamata Figlia della Luna, discese dall’albero e visse tra gli abitanti del villaggio. Condivise con loro le sue conoscenze, la sua saggezza e la sua etica facendo vedere la differenza tra il bene e il male. Quando ebbe finito di portare a termine la sua missione, tornò sull’albero, che nel frattempo si era adornato di fiori, e ascese al cielo unendosi al Figlio del Sole, che aveva compiuto una missione simile in un’altra zona della giungla.

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ott 14, 2020 - Senza categoria    No Comments

la THUJA PIRAMIDALIS E la THUJA PLICATA NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Alta, slanciata, bella, elegante la Thuja piramidalis, presente nella villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, è posta all’interno dell’aiuola centrale, alle spalle dell’edicola votiva a San Sebastiano.

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Il nome scientifico Tuja è stato usato per la prima volta da Teofrasto nella “Historia plantarum“, ma la sua origine greca “θύον”, “incenso”, “albero odoroso”, per il caratteristico odore del legno, indica che è utilizzato per ardere a scopo sacrificale.
Dioscoride parla della Tuja riportando il nome scritto “Thuia” secondo l’uso ionico. La Thuja, per la sua longevità, ha meritato in America l’appellativo di “Arbor vitae”, “Albero della vita“.
La Thuja, piramidalis appartenente alla famiglia delle Cupressaceae, è un albero di taglia media, che può raggiungere in 15 anni i 3 metri d’altezza perchè cresce non troppo rapidamente. Originaria della Cina, del Giappone, dell’America Settentrionale, dell’Alaska, la Thuja piramidalis è una pianta robusta, generosa, elegantissima, per le diverse gradazioni di verde cangiante del suo fogliame e usata a scopo ornamentale. E’ una pianta sempreverde, in inverno assume una colorazione giallo-verde, ma mantiene le foglie per tutto l’arco dell’anno.

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Esistono diverse specie arboree e arbustive. La Thuja piramidalis e la Thuja occidentalis sono piante molto simili.
La Thuja piramidalis è più slanciata e con l’apice più appuntito.
La Thuja occidentalis ha le foglie di colore verde intenso che tende al giallastro nella pagina inferiore.
La Thuia piramidalis è una pianta dal rapido accrescimento, molto longeva, raggiunge i migliori sviluppi nelle zone dove le estati sono fresche e gli inverni non eccessivamente rigidi, con precipitazioni medie e forti.
La Thuja piramidalis, presente nel giardino di Mistretta, è una conifera ad arbusto legnoso, resinoso, con un portamento piramidale, eretto.
Il fusto, in basso, in genere è spoglio, mentre in alto si allarga a formare la chioma ed è rivestito dalla corteccia fessurata di colore rosso-cannella.

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I rametti sono brevi, molto ramificati, orizzontali e leggermente appiattiti, con la faccia superiore diversa da quella inferiore e disposti sullo stesso piano a formare delle strutture a forma di ventagli.

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Le foglie, di colore verde brillante, sono persistenti, appressate, ridotte a squame e distribuite su una fitta rete di rami e rametti formanti una specie di ricamo. Molto aromatiche, se schiacciate, emanano una fragranza particolare.

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I fiori, unisessuali, riuniti in infiorescenze maschili e femminili distinte, prodotti sulla stessa pianta, sono piccoli, terminali posti su brevi rametti.  Fiorisce da marzo a maggio. I frutti, gli strobili, di forma ovata, globosa, sono solitari, legnosi, posti all’estremità dei ramuli e ospitano due semi non alati situati sotto le squame fertili.

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La moltiplicazione avviene per semina, per talea e per margotta. Il legno, chiaro, ha un gradevole profumo aromatico e un lieve sapore amarognolo. Si presta per lavori di falegnameria in genere, di carpenteria, per la costruzione di mobili.

Nel giardino di Mistretta sono presenti anche alcune piante di Thuja plicata che si trovano nell’aiuola dietro l’altalena dei bambini.
La specie, per la sua rusticità, è di facile coltivazione.
Il nome “plicata” è giustificato dalle sue foglie disposte come le pagine di un libro.
Il suo areale è esteso dalle coste dell’Alasca meridionale a quello del California settentrionale, dalle Montagne Rocciose alla Columbia.
Introdotta in Gran Bretagna nei vivai di John Veitch, si è poi diffusa in tutta l’Europa nel 1853 come albero ornamentale perché adatta per viali e per filari e, poiché sopporta bene la potatura, anche per la formazione di siepi.
La Thuja plicata è una pianta a portamento ovato-conico, che raggiunge un’altezza fino a 60 metri nella terra d’origine e fino a 30 metri in Europa.

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Il tronco è diritto, rivestito da una corteccia bruno-rossastra molto screpolata e visibilmente solcata verso la base, che lascia scivolare l’acqua in superficie senza farla penetrare all’interno per non fare marcire il legno.
Presenta foglie aromatiche sempreverdi e, nonostante la loro ottima fragranza, le foglie di tutte le specie di Thuia sono velenose per la presenza del tuione.
Le foglie squamiformi, più o meno ghiandolose, opposte su rametti appiattiti, sono di colore verde chiaro nella pagina superiore, sfumate di giallo rossiccio nella pagina inferiore, con apici ottusi e formanti dei disegni ad X.

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I coni maschili sono ovoidali, gialli, piccoli; quelli femminili poco visibili, sono verdognoli. Le squame del cono sono appiattite.
Le Thuje stanno bene a gruppi formando siepi sempreverdi. Per dare una bella forma compatta alla siepe, bisogna eseguire necessariamente, in ogni momento dell’anno, una spuntatura dei rami, altrimenti crescerebbero in maniera disordinata.
E’ consigliabile compiere i tagli più energici nei mesi di febbraio o di novembre, quando, in pratica, la pianta è a riposo vegetativo perché non gradisce interventi violenti di potatura.
Tutte le Thuje sono piante rustiche, di facile coltivazione all’aperto, ma esigenti in quanto ad umidità, perciò preferiscono vivere nelle zone fresche. Possono sopportare temperature anche non molto rigide, e resistono al caldo estivo.
Preferiscono essere ben esposte ai raggi solari diretti, anche se tollerano le zone ombrose poste su un substrato di coltivazione abbastanza ricco, non eccessivamente drenato, soffice.
Necessitano di sporadiche concimazioni organiche all’inizio della primavera o in autunno e di annaffiature regolari solo per gli esemplari giovani, o da poco posti a dimora, invece per gli adulti è sufficiente l’acqua piovana.
Il miglior periodo per mettere la pianta a dimora è l’inizio della primavera o il tardo autunno.
In compagnia di Abeti, di Pini, di Aceri e di Querce, le Thuje formano boschi ricchi e floridi.
La Thuja possiede un legno profumato, durevole, resistente, di ottima qualità, facilmente lavorabile.
Gli indiani d’America settentrionale usavano il legno della Tuja plicata per costruire le loro canoe.
In Italia è adoperato per produrre tegole di legno, imbarcazioni, infissi, palizzate, rivestimenti, cassettame, muri dei bungalow, gazebi per i giardini. In omeopatia gli estratti della Thuja sono utilizzati nelle forme dolorose cagionate da processi artritici diffusi, per migliorare la sensazione di rigidità della colonna vertebrale e degli arti. In fitoterapia raramente è utilizzato l’olio essenziale di Thuja per combattere le verruche.
La Thuja plicata è minacciata dal “Palmar festiva”, un coleottero particolarmente dannoso, lungo circa 10 millimetri, di colore verde brillante, con riflessi metallici e con punteggiature nere.
L’insetto è presente in Italia dal 2003. A danneggiare la pianta è la larva perchè scava lungo il fusto gallerie appiattite che riempie di materiale eroso e di escrementi che interrompono i vasi vascolari corticali. Causa il disseccamento della parte apicale della pianta che reagisce producendo nella zona colpita una certa quantità di resina che forma un callo cicatriziale. La lotta meccanica con potature selettive, e quella chimica, con prodotti di contatto e sistemici, non hanno prodotto risultati apprezzabili.
Purtroppo, per la somiglianza al Cipresso, le piante di Thuja non sono molto apprezzate.

 

 

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ott 5, 2020 - Senza categoria    No Comments

I GRANDI FIORI DI ALTHAEA NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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L’Altea è una pianta erbacea di notevole valore ornamentale, ricca di virtù benefiche e facile da coltivare.
E’ nota anche col nome di “Bismalva” perché assomiglia alla Malva.
In genere, è sempre presente nei giardini e negli orti e fa parte della flora spontanea italiana, pertanto no poteva essere assente nella villa comunale “Giuseppe Garibaldi ” di Mistretta.

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A Seconda della specie, può essere una pianta annuale, biennale o perenne.
Appartenente alla famiglia delle Malvaceae, la pianta di Altea si riconosce per i cespi che formano enormi masse fiorite.

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L’Altea possiede una radice a fittone lunga e carnosa da cui parte il fusto robusto, rotondo, di colore verde chiaro, che raggiunge e supera il metro e mezzo d’altezza. Non necessita di sostegni.  Le foglie, che hanno la forma palmata e i margini dentati, sono ruvide, ricoperte, come il resto della pianta, da una lanugine biancastra e disposte alterne lungo il fusto. Il colore varia, seconda della specie, dal verde deciso e un pò glauco a toni più chiari di verde. I fiori dell’Altea, grandi, solitari o a gruppi, si sviluppano all’ascella delle foglie.

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Presentano corolle cuoriformi a cinque petali che possono essere di molti colori: bianchi, rosa, rossi, porpora, violetti, gialli.
Sbocciano generalmente in estate, nei mesi di luglio e di agosto, ma possono apparire anche in autunno o nella tarda primavera dell’anno successivo.. La riproduzione può avvenire: per semina alla fine della primavera, per divisione dei cespi, da eseguirsi preferibilmente in primavera, ma anche in autunno, oppure per talea, ponendo in un substrato di sabbia e torba i rami posti alla base dei cespi e dopo averli staccati con una parte di corteccia. Naturalmente il terreno delle talee va mantenuto ad un giusto grado d’umidità e ombreggiato nelle ore più calde.
Le talee vanno preferibilmente staccate in primavera e conservate al riparo dai venti.

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L’Altea è una pianta rustica e robusta, che cresce vigorosa. Gradisce essere messa a dimora in un luogo aperto e soleggiato perchè non sopporta di essere soffocata da una vegetazione fitta. Ama avere “la testa al sole e i piedi all’ombra“, cioè necessità di costante umidità del terreno per cui le annaffiature devono essere copiose. Durante il periodo di vegetazione è bene concimare i cespi con un fertilizzante organico.
Molto nota nella medicina popolare per le sue numerose proprietà terapeutiche, di questa pianta si usa ogni sua parte: la radice, le foglie e i fiori. Oggi l’Altea viene anche coltivata per fare una raccolta intensiva ai fini dello sfruttamento officinale. Gli estratti si ottengono dalle radici della pianta che si fanno macerare fresche, oppure sminuzzate ed essiccate e lavorate in un secondo tempo.
L’Altea possiede proprietà calmanti, emollienti, espettoranti, diuretiche e lassative. E’ impiegata in particolare come tisana nella cura delle affezioni alle vie respiratorie, per curare il catarro e per alleviare i dolori di stomaco e dell’intestino.
I principi attivi estratti dalla pianta consentono un diversificato utilizzo oltre che per fini terapeutici, anche per fini cosmetici. Si trovano:pectine, amidi, zuccheri, lecitina, asparagina, fitosteroli.
Gli estratti di Altea, ricchi in mucillagini, svolgono sulla pelle un’efficace attività idratante, emolliente, protettiva e rinfrescante. Nella medicina popolare gli impacchi da decotto di foglie e da fiori risultano essere utili nel trattamento emolliente ed antiinfiammante su pelli o su mucose irritate. Gli infusi servono contro il bruciore degli occhi stanchi ed arrossati.
I lavaggi curano le irritazioni vaginali. In cosmetica i principi attivi sono usati sotto forma di creme ammorbidenti associate al miele, di lozioni o di gel rinfrescanti e schiarenti uniti al Tiglio, alla Camomilla, al Sambuco. Le pectine, con la loro azione gelificante e idratante, funzionano da ammorbidenti e leviganti di pelli stanche, secche, senescenti, o parzialmente disidratate dall’esposizione prolungata alle radiazioni solari e dall’uso dei detersivi. Le foglie giovani dell’Altea sono utili anche in cucina. Si consumano crude, mescolate alle insalate, o lessate.
Si possono raccogliere in ogni momento del periodo vegetativo, secondo le necessità, e vanno essiccate. Anche la radice dell’Altea si lessa e poi si soffrigge leggermente in una piccola quantità di burro.
In passato le radici di Altea erano usate come ingrediente per le confetture e gli sciroppi. Ridotta in polvere e sciolta in acqua zuccherata, la radice origina un impasto dal sapore dolce. Grazie alle sue riconosciute proprietà curative, nel linguaggio dei fiori, è stato attribuito all’Altea il significato di “beneficio“.

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set 25, 2020 - Senza categoria    No Comments

LE DAHLIE FIORITE NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Nei mesi di Luglio-Agosto la villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta è stata rallegrata dalle coloratissime Dalie le cui sfumature, grazie ad oltre due secoli di ibridazioni ed incroci realizzati da vivaisti e da floricoltori, sono quasi infinite.
Durante il mio lungo soggiorno estivo a Mistretta, da luglio a settembre 2020, frequentando giornalmente la villa comunale, ho visto fiorire e sfiorire tantissime Dalie dai diversi colori.

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Una delle caratteristiche principali del genere Dalia è, infatti, l’estrema varietà nel colore, nella forma dei fiori e nel portamento della pianta che può essere alto e nano.

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 Le Dalie appartengono tutte al gruppo conosciuto col nome di Dahlia variabilis, un ibrido in cui sono possibili numerose combinazioni geniche che permettono di generare l’elevato numero di forme e di colori. Il suo nome scientifico “Dahlia variabilis“ sottintende, appunto, il notevole numero di varietà delle forme e dei colori del fiore.

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Appartenente alla famiglia delle Asteraceae, la Dalia è originaria delle catene montuose del Messico e del Guatemala e coltivata dagli Aztechi fin da tempi remoti che utilizzavano i fiori come ornamento, si cibavano delle foglie e delle radici e ne usavano i fusti come tubi per condurre l’acqua dai ruscelli di montagna ai loro villaggi.
La specie fu importata in Europa nel 1712 per essere sfruttata a scopo alimentare, in sostituzione delle patate, da monsieur de Montgolfier, il padre dei fratelli che hanno inventato gli aerostati. Il sapore dei tuberi, però, non fu gradito agli Spagnoli che, invece, ne apprezzarono la bellezza dei suoi fiori. Nel 1789, infatti, tre esemplari provenienti dal Messico furono piantati nel Giardino Botanico di Madrid e da lì si diffusero rapidamente divenendo apprezzate piante da giardino.
A Berlino, dove giunsero nel 1804, i bei fiori di questa pianta, dalle tinte accese e solari, furono denominati “Georgine” in onore del botanico russo Georgi. Ancora oggi, in alcune parti dell’Europa del Nord e in Russia, questi fiori sono chiamati “Giorgine”.
Il nome “Dahlia” è stato attribuito dall’abate Canavilles, direttore dei giardini botanici di Madrid, in onore del botanico svedese Anders Dahl, allievo e collaboratore del grande naturalista Linneo, che è riuscito a riprodurre la specie mediante la semina.
Esattamente dall’Orto botanico di Berlino la Giorgina o Dahlia si diffuse ovunque. ttraverso le ibridazioni e gli incroci, ben presto si ottennero moltissime varietà, circa 2000, tutte derivate dalla prima Dalia, dalla “Georgina variabilis”.
Nel 1864 una Società Orticola inglese promise ben 50000 sterline a chi avesse ottenuto una Dalia ibridata dal colore blu.
Questo ambito premio è ancora a disposizione di quanti vogliono cimentarsi nella difficile impresa. Le varietà di Dalie, ormai quasi tutte derivate da ibridi, perché le specie originarie sono quasi scomparse, sono coltivate anche in tutte le regioni d’Italia.

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La Dalia è una pianta erbacea perenne sorretta dalle radici tuberizzate, fusiformi, carnose, che si uniscono fra loro in fasci alla base del fusto e che hanno la funzione di organi di riserva. In primavera, dal tubero parte
il fusto, eretto, cavo, più o meno fragile, che può raggiungere un’altezza variabile dai 20 centimetri ai due metri. Sul fusto si inseriscono le grandi foglie composte ed opposte, dal colore verde intenso lucente e dal margine intero o seghettato. Il fiore, sostenuto da lunghi gambi dritti, è formato da una infiorescenza a capolino nella quale i veri piccoli fiori sono inseriti intorno ad un disco centrale protetti dai petali del “falso” fiore. Ogni singolo fiore può raggiungere anche il diametro di 20 centimetri e presenta le più svariate sfumature di colore.
I colori predominanti sono il giallo e il rosso, ma non mancano varietà a petali screziati. Dato il gran numero delle forme del capolino del fiore, le Dalie da giardino sono classificate in diversi gruppi: Dalie a fiore semplice, a margherita, le più antiche e le più simili a quelle degli Aztechi, che mostrano una sola fila esterna di raggi sovrapposti e al centro i fiori del disco.
Dalie ad astro, simili alle precedenti, ma con i raggi appuntiti non sovrapposti.
Dalie a capolino più o meno globoso doppio o semidoppio con fiori ligulati grandi, ovali, oblunghi o a cucchiaio.
Dalie a capolino globoso con fiori raggiati numerosi lineari, cilindrici o acuminati, spesso ritorti.
Dalie a collarino formate da una parte centrale a cuscinetto e da un anello supplementare di linguette piatte e frastagliate attorno al disco centrale e di colore diverso.
Dalie a fiore d’anemone che mostrano il bottone centrale piuttosto rigonfio e ricco di fiori tubulosi eretti.
Dalie a fiore di peonia con pochi giri di petali intorno al bottone centrale dal quale emergono molti fiori a linguetta. Dalie a fiore di cactus con le ligule incurvate e avvolte su se stesse.
Dalie a pompon con le ligule arrotolate e disposte sfericamente a nido d’ape. La fioritura inizia a giugno e si protrae sino a settembre, fino l’arrivo del primo freddo. Goethe è stato un grande ammiratore del fiore di Dalia del quale ha elogiato spesso la sua bellezza.
Così scriveva Gertrude Jekyll sulle Dalie: “[…] il primo dovere nella vita della Dahlia è di far bella mostra di sé, di pavoneggiarsi, di portare i suoi magnifici fiori ben alti sopra le foglie e, per nessun motivo, deve lasciar ciondolare la testa […]“.
La moltiplicazione avviene per seme se si vogliono coltivare Dalie annuali a fiore semplice, le “giorgine“; per divisione dei tuberi, da interrare in marzo-aprile, e ricordando che ogni porzione di tubero deve contenere almeno un “occhio“, ossia un germoglio; per talea, da effettuare in estate, togliendo i getti che si formano ai piedi della pianta-madre.
A fioritura terminata, si devono tagliare gli steli a circa 20 cm dal terreno e attendere che il fogliame ingiallisca completamente.
I tuberi si nutriranno e immagazzineranno le scorte necessarie per la fioritura dell’anno successivo. I tuberi si estraggono dal terreno in ottobre-novembre, durante il riposo vegetativo, e si conservano al buio in un luogo asciutto e areato. Si porranno a dimora la primavera successiva.
La Dalia è una delle migliori piante coltivate perché allegra, colorata e solare, sembra sprizzare gioia. Per la sua lunga e copiosa fioritura, è molto utilizzata come pianta ornamentale nei giardini, nei vasi esposti sulle terrazze e, industrialmente, per la produzione del fiore reciso.
Per ottenere fiori grandi bisogna eseguire la sbocciolatura che consiste nell’eliminare tutti i bottoni fiorali tranne quello centrale che, favorito, darà vita ad un fiore più grosso. Se si taglierà il bottone fiorale centrale, invece, si otterrà un numero maggiore di fiori, ma sicuramente più piccoli e più deboli.
La Dalia è una pianta molto facile da coltivare, ma necessita di ampi spazi che le permettono di crescere in altezza e in dimensioni.
Predilige essere posizionata in un luogo esposto bene alla luce del sole per potere fiorire abbondantemente.
Esige un terreno fresco, profondo e ricco di sostanze organiche, pertanto le concimazioni devono essere effettuate periodicamente.
Le irrigazioni devono essere abbondanti in estate per mantenere il substrato di terra che avvolge le radici ben inumidito, essendo la Dalia avida d’acqua. Saranno sospese con l’inizio delle piogge autunnali.
Sopporta bene le alte temperature, resiste di meno alle basse temperature. Per dare sempre un aspetto gradevole alle aiuole è opportuno eliminare i fiori appassiti e le parti secche o danneggiate.
Per quanto riguarda le avversità, la Dalia teme particolarmente il marciume dei tuberi e la golosità delle lumache che aggrediscono le foglie e i tuberi. L’Emittero Chlotita flavescens provoca antipatiche macchioline biancastre sulle foglie che appassiscono e cadono e deformano i fiori.
Gli Afidi provocano l’alterazione del colore della foglia e delle nervature con fenomeni di nanismo.
La Dalia non ha importanza in medicina. Il succo delle radici è ricco di costituenti naturali quali proteine, fosforo e potassio. Anche in cucina ha scarsa importanza.
Nel linguaggio dei fiori alla Dalia si attribuisce il significato simbolico del “presagio” e si ritiene, quindi, che l’invio di un omaggio floreale di Dalie indichi l’avvicinarsi di un lieto evento.
Per uno spasimante potrebbe significare una “dichiarazione d’amore”.
Altri simboli comunemente assegnati alla Dalia sono: la “gratitudine” e la “precarietà”.

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set 15, 2020 - Senza categoria    No Comments

IL LIBOCEDRUS DECURRENS GLOBOSO E IL LIBOCEDRUS AUREOMARGINATO NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Il “Libocedrus decurrens” e il “Calocedrus decurrens globoso” sono sinonimi della stessa pianta.
Il nome scientifico “Libocedrus” deriva dalle parole latine “libanus”, “incenso” e “cedrus”, “cedro” e le motivazioni di questo termine vanno ricercate nel buon profumo che sprigiona la resina quando viene bruciata e nell’aroma di Cedro che il legno della pianta emana.
Il nome “Calocedro”deriva dal greco “καλός”, “bello”, vale a dire “Cedro bello”.

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 Il Libocedro non è un Cedro, ma appartiene alla famiglia delleCupressaceae.
Originario della California e dell’Oregon, dove è chiamato “incense cedar“, “albero dell’incenso” proprio per il caratteristico profumo sprigionato, l’albero è stato introdotto in Europa dopo il 1850 e diffuso in Italia soprattutto nelle regioni dei laghi.
E’ coltivato, a scopo ornamentale e decorativo nei parchi e nei giardini, per il suo effetto estetico, per la sua notevole rusticità e per la sua longevità. Può vivere anche 500 anni e, infatti, resti fossili sono stati ritrovati in Europa continentale e in Groenlandia, ma è lento nella crescita.
La storia di un giardino, essendo formato da organismi viventi, molto spesso va oltre la fantasia degli ideatori e dei realizzatori.
Gli alberi longevi sopravvivranno per moltissimi anni.
Sono i nostri avi!

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 Il Libocedrus decurrens globoso è una grande conifera d’eccezionale bellezza e, per il suo portamento ascendente, a forma globosa ed elegante, è un elemento ornamentale della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta dove vive associato a varie specie di Pini, di Abeti di Cedri in un’armoniosa rappresentazione d’equilibrio fra arte e natura, ma sta bene anche come singolo esemplare.

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E’ un albero di prima grandezza, maestoso, imponente e, nel suo areale d’origine, può raggiungere i 50 metri d’altezza e i 3 metri di diametro.

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Possiede un fusto assai rastremato e rivestito dalla corteccia fibrosa bruno-cannella, profumata, screpolata in strisce.
I ramoscelli fronzuti, piatti, di colore verde chiaro su ambedue le facce, sono disposti verticalmente.
Il fogliame, sempreverde, lucido copre quasi completamente il tronco.
E’ costituito da foglie squamiformi disposte in quattro file, strette e allungate, molto inserite al rametto, persistenti. Le foglie, larghe, di colore verde opaco scuro sulla faccia esterna, giallognole verso l’interno, fragranti che, nei giorni caldi, profumano d’incenso, formano la chioma che nelle vecchie piante è più conica.

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I fiori, unisessuali, maschili e femminili sono portati dallo stesso individuo.
I fiori maschili sono costituiti da moltissimi coni ovoidali, terminali ai ramuli e di colore giallo-dorato le cui squame si aprono per diffondere il polline.
Le strutture riproduttive femminili sono generalmente singole e raggruppate su ramuli vicini. Sono inizialmente di colore verde, di forma ovale, lunghe alcuni centimetri, e si sviluppano in coni di colore marrone intenso.
La fioritura avviene tra gennaio e aprile.
Gli strobili, solitari, penduli, lunghi da 2 a 5 centimetri e moderatamente larghi, di colore rosso bruno, formati da 6 scaglie, a due a due uguali, sono ovali, con gli apici delle squame piegati all’infuori.
I semi, dotati di grosse ali, sono trasportati dal vento anche lontano dalla pianta madre.
Il Libocedro preferisce vegetare su terreni freschi e solo mediocremente secchi, con un’esposizione all’ombra, almeno all’inizio del periodo vegetativo, anche se il bisogno di luce aumenta con l’invecchiamento della pianta.
Si adatta bene a qualunque clima, ma è specifico dei paesi con clima secco e siccitoso vegetando bene fino a 2000 metri d’altitudine.
E’ resistente alle basse temperature, alle gelate invernali e all’aria inquinata.
Non necessita di annaffiature, si accontenta delle acque della pioggia.
Resistente alle malattie, talvolta è attaccato dall’Afide della Thuja, ma il Libocedro non ne risente particolarmente nonostante questo parassita cresca tra i suoi germogli per quasi tutto l’anno per poi rallentare la sua attività nel periodo autunnale e invernale.
Il legno, leggero, resistente e durevole, è utilizzato per la costruzione di staccionate e di traversine ferroviarie, per preparare listelli per gli infissi e per la fabbricazione di matite.
In California le piante vengono abbattute per produrre l’incenso.

Nella villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta vegeta bene anche il LIBOCEDRO DECURRENS AUREOMARGINATO le cui foglie hanno assunto una bellissima colorazione dorata.
Nella stessa aiuola, alle spalle dell’artista amastratino Noè Marullo, il Libocedro è circondato da tante piante di Hydrangea macrofilla fiorite, dalla profumata Lippia citriadora e da alcuni Buxus sempervirens modellati secondo l’ars topiaria.

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Il Libocedro è responsabile di molte antipatiche allergie a causa dell’abbondanza di polline immesso nell’aria.
I pollini sono innumerevoli, microscopici, quasi eterni.
Questo significa che, dopo essere stati prodotti in quantità enormi, milioni in una sola infiorescenza, miliardi in una pianta, si diffondono nell’ambiente grazie al fatto di essere piccolissimi e di essere rivestiti da una sostanza molto resistente.
Il termine “polline”, dal latino “pollen”, “fine farina”, fu usato per la prima volta dal medico tedesco Valerius Corduus (1515-1544) per indicare il ”rubiginosus pulvisculus” osservato nei fiori di Lilium.
Il polline ha il compito di trasportare il gamete maschile su di un pistillo di un fiore della sua stessa specie, in genere volando dalla pianta madre ad un’altra pianta.
Il polline, dunque, non è né un seme né un gamete, ma un vettore del gamete maschile.
Possiede pochissime cellule che gli permettono di sopravvivere in maniera autonoma fino al raggiungimento del pistillo del fiore da fecondare.
Durante il passaggio dall’antera al fiore, il polline ha la probabilità di essere inalato.
Se termina la sua vita in un naso umano, ha fallito il suo scopo.
Quando approda su un ambiente umido, come sulla mucosa dell’apparato respiratorio, il polline si idrata rilasciando le proteine di riconoscimento, come se si trovasse su di un pistillo.
Le proteine possono provocare la reazione allergica, detta “pollinosi”, che scatena starnuti, prurito al naso, lacrimazione e difficoltà respiratorie nei soggetti sensibili.
In realtà, il polline è prodotto da molte piante di specie assai diverse tra loro, ciascuna pianta con un proprio periodo di fioritura in parte legato a fattori genetici e, in parte, alle condizioni climatiche dell’ambiente in cui essa vive.
Le fioriture scandiscono le stagioni come un calendario naturale molto più vecchio delle invenzioni dell’uomo.
Libocedri, Ginepri, Cipressi, Cedri, Thuje, durante la loro fioritura, lasciano cadere larghi tappeti di polline giallo.
Si raggiungono valori di concentrazione annuale di pollini numericamente compresi tra 1000 e 5000 per metro cubo d’aria. Sono sempre più numerosi i casi segnalati di allergie ai pollini nei mesi invernali, da gennaio a maggio.

 

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set 1, 2020 - Senza categoria    No Comments

IL FAGUS SYLVATICA FASTIGIATA NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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La storia del Faggio iniziò tanti milioni di anni fa in Giappone da dove si allontanò e raggiunse l’Europa occidentale.
Il Faggio, ad ogni glaciazione, quasi scompariva dall’Italia. Ritornava quando il clima ridiventava favorevole.
Il Faggio rappresenta sicuramente una delle piante più pittoresche e, al tempo stesso, utili che esistano.
E’ l’albero tipico delle nostre montagne, il più importante costituente dei boschi di latifoglie. Adesso è abbondantemente distribuito su tutta la penisola italiana dominando nelle zone dell’Appennino e delle Prealpi. E’ presente nei boschi della Calabria e della Sicilia, sui Nebrodi, sulle Madonie, nei Peloritani, nelle Caronie.
E’ assente nella siccitosa Sardegna.
E’ un prestigioso albero ornamentale del piano montano dove vegeta rigoglioso fino a 2000 metri sul livello del mare. E’ una pianta socievole per eccellenza e sa creare associazioni con tigli, frassini, aceri, olmi, agrifogli, tassi, abeti.
Vegeta bene nella villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta.

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Il nome scientifico del genere”Fagus” ha un’origine incerta.
Alcuni studiosi ritengono che derivi dal greco “φαγείν”, “cibarsi” e significhi “albero il cui frutto si può mangiare”. Secondo altri deriva da “φαγός”, “divoratore, dispensatore di cibo“. In dialetto siciliano si chiama “ Faggiu, Fagu, Fau, Favu”.
Appartiene alla Famiglia delle Fagaceae, dette anche Cupulifere, per la particolarità del frutto contenuto in una specie di custodia spinosa chiamata appunto “cupola”.
La pianta presenta un aspetto elegante, a forma di cono rovesciato più o meno espanso.

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Il fusto, regolare, eretto, alto 18 metri circa, a portamento fastigiato, colonnare, cilindrico, sul quale, fin dalla base, s’inseriscono le branche con un angolo molto acuto, è rivestito dalla corteccia di colore grigio cenere con striature orizzontali, liscia e pulita, che invita ad abbracciarlo.

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Si racconta che Passieno Crispo, secondo marito di Agrippina minore, abbracciava il Faggio, di cui si era innamorato, lo baciava, lo aspergeva di vino e s’intratteneva con esso per lunghe ore.
Negli esemplari isolati di Faggio fastigiato presenti nella villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta i rami, ascendenti, strettamente appressati, modellano, insieme alle foglie, una chioma ampia, densa, superba.

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Le foglie sono di forma ovale, lisce, lucide, di colore verde brillante nella pagina superiore e di colore verde chiaro nella pagina inferire, semplici, coriacee, un po’ appuntite, piuttosto piccole, ma sempre abbondanti e molto vicine; il margine è finemente dentato e, lungo la nervatura, dalla parte sottostante, negli individui giovani è presente una leggera peluria in grado di trattenere l’acqua di condensazione che permette alla pianta di superare i lunghi periodi di siccità. Le foglie ingiallite, dotate di stipole, rimangono sui rami anche durante l’inverno.

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In primavera la chioma si presenta di un colore verde tenero, in estate di un colore verde più marcato ed infine, ai primi freddi autunnali, il colore acquista le sfumature del giallo e dell’arancio.

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Contemporaneamente alle foglie compaiono i fiori.
Il Faggio è una pianta monoica.
I fiori, unisessuali, insignificanti, sono presenti entrambi sulla stessa pianta, ma in posizioni diverse. I fiori maschili, staminiferi, di forma ovale un po’ campanulata, sono riuniti in amenti peduncolati, penduli, muniti di squame caduche.
I fiori femminili, formati da sepali piumosi, sono contenuti in un involucro cupuliforme a 4 lobi fornito di numerosi aculei deboli ed arricciati.
La fioritura avviene nella tarda primavera, tra aprile e maggio.
Il frutto, uno per ogni fiore, è simile ad una castagna a forma di piramide a base triangolare, bruno-rossiccia, chiamata volgarmente faggiola che matura nell’anno di produzione, a settembre. Le faggiole, a coppia, sono formate da un involucro coperto da lunghe squame libere, rigide, poco spinose, che si aprono a maturità in 4 valve permettendo la dispersione dei semi lasciandoli cadere sul terreno.

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Le faggiole sono ricche d’olio e costituiscono un prezioso alimento per i suini. Sono commestibili anche per l’uomo che, probabilmente, le utilizzava in passato durante i periodi di guerra e di carestia. Una volta le faggiole macinate erano usate anche come surrogato del caffè e le foglie come lettiere per gli animali e per l’imbottitura dei giacigli umani.
Il Faggio è una specie che fruttifica tardivamente. La pianta comincia a produrre i primi frutti dopo 40 anni d’età raggiungendo la piena produzione tra gli 80 e i 120 anni. Il Faggio può vivere anche 300 anni. La propagazione avviene per seme e anche tramite l’innesto eseguito preferibilmente nel periodo del riposo vegetativo. Forse l’ambiente in cui vegeta, la chioma che si protende, la corteccia di colore grigio metallico conferiscono al Faggio l’aria da vecchio saggio. E’ stato apprezzato da scrittori classici e da poeti che lo hanno esaltato con gli aggettivi: glorioso, maestoso, saldo, mite, imponente.
Tanti sono i poeti che ricordano nelle loro opere questo splendido albero: Virgilio, Pascoli, Camerana “la cui grigia casetta è dall’ombra dei faggi protetta”, Carducci che, nella poesia “Serenata”, della raccolta delle “Rime Nuove”, (novembre 1882), fa apparire la luna tra un glorioso Faggio:

Le stelle che viaggiano su ’l mare

Dicono – O bella luna, non dormire,

O bella luna, vògliti levare,

Ché noi vogliamo per lo mondo gire.

Vogliam fermarci su la camerella

Ove nel sonno sta nostra sorella,

Nostra sorella splendente e bruna

Che un mago ci ha rapita, o madre luna. –

Di cima al colle rispondono i pini

E da la riva del fiume gli ontani:

– O stelle da’ begli occhi piccolini,

Deh perché fate quei discorsi vani?

Ella ci apparve il dì primo di maggio

Tra un lauro snello e un glorïoso faggio,

E dove ella sbocciò ninfa dal suolo

Cresce una rosa e canta un rusignolo. –

Poi che le stelle tramontan nel mare,

Al monte e al piano tace ogni rumore:

La terra buia una camera pare

Ove s’addorme al fin l’uman dolore.

Come breve è la notte, o bella mia!

Desto nel bosco l’uccellin già pia.

L’alba di maggio t’imbianca il verone,

E il saluto del mondo in cuor ti pone.

Un canto silvestre all’ombra di un grande Faggio è stato descritto da Virgilio nelle “Eglogae” dove, con versi di grande dolcezza, descrive reali personaggi e nostalgici quadretti di vita campestre introducendo nel loro mondo vicende della propria vita o aspirazioni della sua età.
Nella Bucolica I scrive: “Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi /ilvestrem tenui Musam meditaris avena;/ nos patriae finis et dulcia linquimus arva./ nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra / formosam resonare doces Amaryllida silvas”. “O Titiro, tu sdraiato sotto l’ombra di un grande faggio, mediti un canto silvestre sull’esile flauto, noi invece lasciamo il territorio della nostra patria e i dolci campi. noi fuggiamo dalla nostra patria; tu, o Titiro, mollemente adagiato all’ombra, insegni alle foreste a far risuonare il nome della bella Amarillide”.
Nel romanzo “I promessi sposi”, di Alessandro Manzoni, Tonio scodella l’agognata polenta nella Tafferia di Faggio.  La foresta di Verzv, in Francia, era famosa per i suoi Faggi contorti e “mostruosi” e veniva considerata un bosco di streghe. In Bretagna si affermava che questi alberi ospitassero le anime che dovevano espiare una pena. Una leggenda narra del contadino Hervé Mingam che, uditi dei suoni attorno alla propria capanna, uscì fuori riconoscendo il lamento dei suoi genitori defunti all’interno di due Faggi.

Il Faggio è una pianta fermamente mesofita con particolari esigenze ambientali.
Infatti, ama in modo particolare il tipo di clima definito oceanico e si diffonde là dove maggiormente ci sono frescura e umidità insieme. Non sopporta gli eccessi di caldo e di freddo, di ombra e di luce, d’umidità e di siccità, rifiuta le depressioni profonde e le sommità asciutte, teme i ritorni di gelo primaverile, corre il rischio di essere abbattuto dal vento perché il suo apparato radicale non si spinge molto in profondità. Preferisce essere esposto in pieno sole o a mezz’ombra, ma vegeta rigoglioso sulle rive dei laghi, in collina e in montagna o, comunque, in quei luoghi dove l’estate è caratterizzata da piogge frequenti.
È favorito nella montagna di Mistretta perchè spesso si addensano le nebbie. I terreni privilegiati sono quelli freschi, profondi, ben drenati, calcarei, non troppo compatti, ben areati. Per essere un albero di prima grandezza, nel giardino di Mistretta gli è stato assegnato uno spazio degno di tanta regale imponenza ed è stato posto in un’aiuola centrale sotto il laghetto.
Il Faggio ricambia con una copiosa e rinfrescante ombreggiatura e accoglie fra la sua chioma miriadi di uccellini, piccoli mammiferi e nasconde anche giovani in atteggiamenti affettivi. Il Faggio è utilizzato come albero forestale, ma anche a scopo ornamentale nei giardini, disposto isolatamente o in gruppo.
Albero forestale per eccellenza, il Faggio produce un legno di pregio utile dal punto di vista dello sfruttamento economico. Si presenta flessibile, di colore rosso bruno con punti più scuri, con scarsa presenza di nodi perché i rami, cadendo precocemente, lasciano il tronco pulito e senza cicatrici, con tessitura a grana fine, proprietà che lo rendono adatto alla produzione di mobili d’arredamento, di utensili da cucina, di zoccoli, di compensati, di traverse ferroviarie, di remi, di doghe per botti.
Nell’industria cartaria è pregiato per la produzione di cellulosa. Dal legno si può distillare il catrame usato in medicina.
Dai semi era estratto un olio commestibile e da ardere utilizzato anche nell’industria dei saponi.
Il Faggio, come legno da ardere, è stato per secoli una fonte notevole di calore. Con la cenere del suo legno un tempo si preparavano unguenti per lenire infiammazioni e ascessi nell’uomo e negli animali. La cenere, lasciata per tutta una notte nell’acqua calda e filtrata al mattino, produce una soluzione saponosa ricca di potassio usata per pulire e detergere.
In erboristeria è usato il decotto di giovani radici raccolte in primavera o in autunno e che ha azione anticonvulsiva. Il decotto di corteccia, raccolta preferibilmente in primavera, spezzettata ed essiccata, ha proprietà febbrifughe ed astringenti. Per distillazione del legno si ottiene il creosoto, un liquido oleoso dall’odore acuto di fumo e dal sapore fortemente aromatico, utilizzato come disinfettante ed espettorante. Il Faggio è importantissimo, inoltre, per l’equilibrio idrogeologico. Il suo estesissimo apparato radicale e la sua folta chioma sono capaci di frenare i più forti rovesci di pioggia e di trattenere i terreni franosi.
Nell’arte floristica, una decorazione di foglie di Faggio attribuisce a qualsiasi composizione di fiori lo specifico significato: “Io ti dono il mio cuore“. Se i rami del Faggio hanno già acquistato le caratteristiche sfumature autunnali allora la simbologia è più energica poiché i fiori promettono “amore sino all’autunno della vita“, cioè per sempre. Nel linguaggio dei fiori il Faggio indica “prosperità”.

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