Nov 15, 2022 - Senza categoria    Comments Off on LA BITUMINARIA BITUMINOSA NELLA MIA CAMPAGNA IN CONTRADA MONTESOLE A LICATA

LA BITUMINARIA BITUMINOSA NELLA MIA CAMPAGNA IN CONTRADA MONTESOLE A LICATA

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Osservare le piante spontanee per me è sempre una piacevole esperienza che mi dimostra quanto è varia la Natura e arricchisce le mie conoscenze naturalistiche.
Ho fotografato la BITUMINARIA BITUMINOSA  nella mia campagna di Licata, a Montesole, una montagna a 119 metri s.l.m.

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La Bituminaria bituminosa è conosciuta con altri nomi italiani: “Psoralea bituminosa, Trifoglio bituminoso, Trifoglio cavallino, Trifoglio odoroso o Fassolara”.
Altri sinonimi sono: “Aspalthium bituminosum, Psoralea palaestina”.

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Etimologicamente i nomi del genere ” Bituminaria” e della specie ” bituminosa”, dal latino “bitumen”, “bitume, asfalto”, sono dovuti all’odore di bitume che deriva dalle numerose ghiandole resinose sparse sul fusto e sulle foglie quando sono stropicciate.
La Bituminaria bituminosa è una pianta appartenente alla famiglia delle Fabaceae originaria dalle zone mediterranee dell’EuropaIn Italia è comune nelle regioni centro-meridionali.
E’ rara o assente nelle zone settentrionali quali la Valle d’Aosta, la Lombardia, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia.
La Bituminaria bituminosa è una pianta erbacea perennante, per mezzo di gemme poste a livello del terreno, pelosa-ghiandolosa, composta da tanti fusti erbacei, eretti, alti da 20 a 50 cm, tondeggianti, costolati, scuri, striati, coperti da peluria setosa e dai quali spuntano i rami corimbosi.

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Le foglie, sostenute da lunghi piccioli, alterne, di forma lungamente lanceolata con margine intero, sono formate da una coppia di foglie laterali e di una centrale leggermente distanziata e ricoperte da fini peli sericei.

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I numerosi fiori sono raccolti in infiorescenze a capolini emisferici portati da peduncoli più lunghi delle foglie.
Il calice del fiore è tuboloso, densamente irsuto, peloso e dentato.
La corolla è papilionacea e di colore azzurro-violaceo o biancastro. Gli stami sono in numero di 10, tutti più o meno lunghi e uguali di cui 9 sono uniti in filamenti cilindrici e 1 è libero con le antere ovoidali. Lo stilo è ricoperto da papille gelatinose al centro.
L’antesi avviene dal mese di aprile e si protrae fino al mese di luglio.

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Il frutto è un legume indeiscente di forma ovale-convessa con lungo rostro appiattito, poco sporgente dal calice, portante un solo seme reniforme.
I suoi habitat preferiti sono: i margini delle strade, i sentieri umidi dei boschi, i luoghi erbosi, i pascoli aridi, i terreni incolti.
Cresce nell’intervallo altimetrico tra 0 e 1000 m s.l.m.
La Bituminaria bituminosa è una pianta spontanea di notevole interesse farmaceutico per la presenza di diversi principi attivi quali: ipsoraleni, gli isopsoraleni ( da cui deriva il nome Psoralea sinonimo di Bituminaria), e gli ptercarpani,che ne giustificano l’antico uso come farmaco.
I psolareni sono sostanze fotosensibilizzanti che vengono usate insieme all’esposizione a raggi PUVA per la cura dell’alopecia, della vitiliggine, della psoriasi e di altre malattie della pelle quali dermatiti ed edemi.
Gli ptercarpani mostrano una forte attività antiossidante e l’integrazione con la dieta aiuta a prevenire problemi cardiovascolari, vari tipi di cancro, disordini epatici ed infiammatori.
In passato la pianta essiccata si fumava per lenire il mal di denti e come espettorante nelle affezioni dell’apparato respiratorio.
L’infuso delle foglie si riteneva fosse utile per cicatrizzare e lenire le ferite causate dai morsi di serpenti.
Attualmente si usa come tonico.
Questi composti sono ubiquitari nei diversi organi della pianta, infatti si possono ritrovare nelle foglie, nei germogli,nei fiori, nei frutti e nelle radici in concentrazioni diverse a seconda dello stato “vitale” della pianta, se vegetativo o riproduttivo.
Le applicazioni farmaceutiche sono indicate solamente a scopo informativo. Attenersi sempre ai consigli del medico sia dal punto di vista curativo, sia estetico sia alimentare.

Nov 3, 2022 - Senza categoria    Comments Off on LA MIRABILIS JALAPA – LA BELLA DI NOTTE DAI FIORI DIVERSAMENTE COLORATI

LA MIRABILIS JALAPA – LA BELLA DI NOTTE DAI FIORI DIVERSAMENTE COLORATI

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La Bella di notte è una pianta molto comune a Licata.
L’ho vista vegetare abbondantemente nelle aiuole davanti all’ingesso di tante palazzine in via Honduras a Licata, in modo particolare al numero civico 14, e anche nelle aiuole adiacenti all’inizio della scala al cimitero di Marianello.

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E’ una pianta gioisa, che mette allegria con i suoi fiori colorati.
Il suo nome scientifico è “Mirabilis jalapa”, conosciuta anche col sinonimo “Nyctago jalapa”.
Il nome del genere “Mirabilis”, derivante dal latino “mirabilis” “mirabile” “meravigliarsi”, è in riferimento alla bellezza dei suoi meravigliosi fiori che possono essere di colori diversi .
Inizialmente da Linneo fu chiamata “Admirabilis Jalapa”.
Il nome della specie “jalapa” fa riferimento a Jalapa, una città del Messico e capitale dello stato di Veracruz.

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La Mirabilis jalapa è una pianta originaria delle regioni tropicali dell’America centrale e meridionale, precisamente delle regioni del Perù.
Giunse in Europa nel 1524 e divenne subito popolare apprezzando la lunga fioritura e la capacità di diffondersi facilmente.
Fu anche notata dai botanici, in particolare per la qualità di avere brevi cicli di crescita e di sviluppo.
Questi, uniti alla grande variabilità di colori, furono requisiti indispensabili per renderla la perfetta cavia per lo studio dell’ereditarietà genetica nelle piante.
E’ anche conosciuta con il sinonimo di ” Bella di notte”, nome giustificato dal profumo emanato dai suoi fiori che si schiudono al calar del sole e si richiudono alle prime luci dell’alba. Per questo motivo è nota anche come “pianta dal fiore notturno”.

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Dall’intenso profumo dei suoi fiori è attirata una grande quantità di insetti serali e notturni, dalle farfalle al Macroglossum stellatarum, che fungono da agenti impollinatori, favorendo la diffusione della specie.
Per la caratteristica di essere un fiore notturno, che si nasconde durante le ore diurne allo sguardo della gente, nel linguaggio dei fiori, la Bella di notte simboleggia la ” timidezza”.
La Mirabilis jalapa, pur essendo una pianta semi-rustica, perenne, nei climi dove la temperatura ambientale è bassa, a causa della sua sensibilità al freddo, è coltivata come pianta annuale.
La Mirabilis jalapa è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Nyctaginaceae.
Si presenta come un denso cespuglio eretto e molto ramificato.
Si lega al suolo mediante radici tuberose nerastre all’esterno e bianche all’interno da cui si sollevano i fusti eretti, nodosi, quadrangolari, macchiati di cremisi scuro, lisci o leggermente lanuginosi, con molte ramificazioni alti da 30 a 100 cm.
Le foglie, sostenute da un lungo picciolo, sono opposte, lisce, cuoriformi, appuntite, lucide e di un bel colore verde.

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Fiorisce nel periodo da luglio a settembre regalando una fioritura abbondante e continua.
I fiori, molto profumati, sono imbutiformi, non hanno calice, sostituito da foglie bratteali, ma sono costituiti da una corolla pentalobata che può essere di vari colori: bianca, gialla, rosa, rossa, porpora, bicolore a seconda delle diverse varietà di Mirabilis jalapa.

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Dopo la fioritura, la pianta produce molti piccoli semi tondeggianti, fertili, di colore nero, legnosi, di circa 4 mm di diametro, con superficie rugosa. Essi si autoseminano.

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La moltiplicazione avviene per seme, ma è possibile anche per trapianto dei tuberi e per talea. Semina e trapianto dei tuberi si effettuano in primavera.
I semi si raccolgono dopo la fioritura, tra settembre e ottobre, e si conservano in un luogo asciutto.
Nei mesi tra febbraio e marzo si sotterrano in giardino o in vaso ricoprendoli con terriccio e sabbia.
Dopo circa 20 giorni , quando compariranno le prime piantine, si può effettuare la messa a dimora lasciando un certo spazio tra una piantina e l’altra.
La sua bellezza e la sua versatilità sono due validi motivi per coltivare la Mirabilis jalapa sia nei vasi, per abbellire balconi e terrazze, sia nei giardini, come piccole siepi o bordure.
La Mirabilis jalapa in Italia è presente ovunque comportandosi, a seconda degli ambienti, come pianta annuale o perenne.
Si coltiva facilmente e per la sua coltivazione non è per nulla esigente. Si adatta a qualsiasi tipo di terreno purché soffice, fertile, ricco di materia organica, e ben drenato.
Predilige l’esposizione al sole per alcune ore del giorno, ma tollera l’esposizione a mezza ombra, e riparata dal vento.
Spesso al sole le foglie appassiscono, per poi ritornare vigorose alla sera, quando tramonta il sole.
Non tollera il freddo. Infatti col freddo la parte aerea deperisce, mentre rimane vitale la radice per vegetare alla prossima primavera.
Per questo motivo la pianta trova il suo habitat ideale lungo le coste e nelle zone a clima mite dove le radici tuberose possono essere lasciate nel terreno da un anno all’altro.
Nelle zone dove la temperatura è bassa è necessario estirpare i tuberi a fine estate, conservarli in luogo asciutto e interrarli nel mese di aprile. Necessita di annaffiature frequenti e abbondanti nei mesi più caldi, evitando i ristagni idrici, ma resiste bene a brevi periodi di siccità.
Può essere utile ogni 15-20 giorni aggiungere un fertilizzante per piante da fiore e ricco di potassio.
Non è necessario potare la pianta, ma è sufficiente eliminare i fiori e le foglie che via via appassiscono.
Pur essendo una pianta abbastanza resistente, per quanto riguarda i parassiti teme gli Afidi verdi responsabili delle malattie dei germogli e dei fiori danneggiando le piantine.
Le piantine giovani potrebbero essere mangiate dalle chiocciole, specie durante le nottate umide primaverili.
Le foglie potrebbero essere colpite dalla ruggine.
Per tutti questi problemi, il consiglio è quello di ricorrere ad antiparassitari naturali, che non immettano sostanze nocive nell’ambiente.
Inoltre, l’eccesso di acqua favorisce il marciume delle radici. Nella medicina popolare la Mirabilis jalapa vanta diverse proprietà rivelandosi utile nei casi di diabete, di prurito, di orticaria, di scottature e per combattere i sintomi della tonsillite.
Per abbassare febbre e per bloccare la diarrea si dovrebbe bere il succo estratto direttamente dalle radici.
Dai fiori invece si ottiene un colorante rosso di uso alimentare.
E’ necessario fare molta attenzione ai semi e alle radici poichè sono velenosi.
I semi, se ingeriti, possono generare dolori addominali, nausea, vomito, confusione mentale, delirio e dilatazione delle pupille.
Contengono alcaloidi e resine tossici sia per l’uomo sia per gli animali.
Le brattee fiorali contengono la trigonellina, un alcaloide che, in caso di contatto, è responsabile di irritazioni epidermiche.
Le applicazioni farmaceutiche sono indicate solo a scopo informativo.
E’ obbligatorio consultare e seguire le indicazioni consigliate e prescritte dal medico.
Se coltivata in giardino o nell’orto è in grado di assorbire tutti i metalli pesanti presenti nel suolo.

Oct 12, 2022 - Senza categoria    Comments Off on GLI ALBERI DI CEIBA SPECIOSA NELLA VILLA COMUNALE “REGINA ELENA” DI LICATA

GLI ALBERI DI CEIBA SPECIOSA NELLA VILLA COMUNALE “REGINA ELENA” DI LICATA

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Passeggiando all’interno della villa comunale “Regina Elena” di Licata nei primi giorni del mese di ottobre 2022 sono stata incantata dai fiori e dalle spine del tronco di questa meravigliosa essenza vegetale.

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Due sono questi alberi che vegetano bene dentro l’aiuola che circonda la piazzetta “8 MARZO, giornata internazionale della Donna”.

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 https://youtu.be/v2yRfLcWOpE

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Altri alberelli della stessa specie vegetano in via Campobello, di fronte all’ingresso del centro commerciale San Giorgio, al palazzetto del Commissariato di Polizia di Stato e abbelliscono la piazza Linares.
Il suo nome scientifico è “CEIBA SPECIOSA”, una specie originaria dell’Argentina, del Brasile, del Paraguay e del Perù, diffusa ampiamente in tutta l’America latina e nel sud-est asiatico come albero sacro, posto al centro della cosmologia Maya in quanto è considerato l’albero della vita che collega terra e cielo.

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Nelle zone tropicali d’origine la specie è conosciuta con il nome di “falso kapok” perchè i semi sono avvolti da una fibra lanosa, simile al kapok, ma di qualità scadente. Anche in Italia è chiamata “falso kapok”.
Sempre nei suoi paesi di origine il kapok è utilizzato per l’imbottitura di materassi, di cuscini e di tanto altro.
La Ceiba speciosa è chiamata anche “albero bottiglia” per il caratteristico rigonfiamento della parte inferiore del tronco in cui si raccoglie acqua e sostanze di riserva che permettono di superare i prolungati periodi di siccità.
In Argentina è chiamata “palo borracho” “albero ubriaco”, per la somiglianza del tronco ad una botte di vino.
La Ceiba speciosa è coltivata anche in Italia, nelle zone a clima mite, come quello di Licata, per la sua bella fioritura rosea.

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In Italia è particolarmente diffusa in Sicilia, dove è stata introdotta, alla fine dell’800, nel giardino dell’orto botanico di Palermo in via Archirafi. Quindi, la specie si è progressivamente diffusa nei giardini delle aree costiere della Sicilia per le notevoli caratteristiche estetiche e per la facilità di coltivazione e di riproduzione. Esemplari di Ceiba speciosa arredano il verde urbano di Cagliari.
Il nome del genere “CEIBA” deriva dal termine utilizzato dalle popolazioni indigene dei caraibi per alcune specie appartenenti allo stesso genere, in particolare alla Ceiba pentandra.
ll nome della specie “speciosa” trae origine dal termine latino “speciosa” ” splendida, magnifica”.
L’antico sinonimo italian0 è “Chorisia speciosa”.
La Ceiba speciosa, molto famosa per la bellezza dei suoi fiori, è conosciuta in molte parti del mondo per cui possiede altri nomi: “brazilian kapok tree”, “floss silk tree”, “silk cotton tree”, “south american kapok tree” (inglese); “arbre bouteille”, “chorisia rose”, “kapockier” (francese); “albero bottiglia”, “chorisia”, “falso kapok” (italiano); “arvore-de paina”, “barriguda”, “paineira”, “paineira-rosa” (portoghese); “arbol de la lana”, “bitaca”, “flor de mayo”, “palo borracho”, “palo borracho rosado”, “palo rosado” (spagnolo); “brasilianischer florettseidenbaum”, “florettseidenbaum”, “wollbaum” (tedesco).
Ne esistono due specie: La Ceiba insignis, dai grandi fiori color crema, e la Ceiba speciosa da fiori rosa screziati di giallo.
La Ceiba speciosa è un piccolo albero appartenente alla famiglia delle Malvaceae o delle Bombacacee.

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E’ una pianta a rapida crescita, succulenta, assorbe i liquidi dal terreno e li conserva, come riserva idrica durante i periodi di siccità, nelle fibre del fusto completamente ricoperto da robuste spine.
La Ceiba speciosa è un albero a foglia caduca legato al suolo dalle radici superficiali e sostenuto da un fusto grigio, alto fino a 12 metri, rigonfio nella parte inferiore come una bottiglia, eretto e variamente ramificato nella parte superiore.

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Il tronco possiede un legno tenero e poroso rivestito dalla corteccia di colore verde nelle piante giovani, di colore grigio-verde in quelle adulte. Molti aculei spinosi, conici, sono presenti sul fusto e anche sui rami. Servono come difesa naturale per la sua riserva d’acqua necessaria durante i periodi di siccità e anche come strumento di difesa, nei luoghi d’origine, dagli animali predatori.
Le foglie,decidue, sostenute da un lungo picciolo, palmato-composte, con cinque foglioline ellittiche, dall’apice acuminato e dai margini dentati, sono di colore verde brillante e glabre sulla pagina superiore, di colore grigio-verde e pelose sulla pagina quella inferiore.

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La fioritura, abbondante, avviene quasi contemporaneamente alla caduta delle foglie alla fine dell’estate, tra i mesi di agosto e di ottobre, protraendosi fino al mese di novembre. I fiori, molto appariscenti, solitari o riuniti a gruppi di due o tre all’ascella delle foglie terminali, sono ermafroditi, cerosi, di circa 15 cm di diametro.

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La corolla, dialipetala, formata da cinque petali oblunghi, carnosi, dai margini ondulati, è di colore rosso striato di rosa nella parte terminale, di colore bianco punteggiato con striature scure nella parte interna. Nella parte centrale emerge un appariscente tubo staminale.

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Il frutto, a lungo persistente sulla pianta rimanendo appeso ai rami nudi per tutto l’ inverno anche in assenza delle foglie, è deiscente perchè si apre spontaneamente a maturità lungo le linee di minore resistenza liberando i semi. Esso è composto da una grossa capsula ovoidale di colore verde scuro che, al suo interno, contiene numerosi semi, globosi, neri, di 5-6 mm di diametro, avvolti in una fitta lanuggine bianca, abbastanza simile al cotone che prende il nome, appunto, di “falso kapok”.

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La riproduzione avviene facilmente per dispersione dei semi, che germinano dopo una settimana di tempo. I semi, essendo duri e coriacei, prima di essere interrati nel letto di semina, si fanno macerare avvolti in uno straccio umido almeno per un giorno.
La germinazione è piuttosto veloce, mentre la crescita della pianta è lenta.
Questa specie si può propagare anche per talea.
Nel caso in cui la propagazione avviene per talea è opportuno porre un tutore per fare crescere la pianta in posizione dritta.
La Ceiba Speciosa è un imponente albero ornamentale di grande valore paesaggistico e, pertanto, è coltivato nei giardini e nei parchi pubblici per la sua straordinaria e bellissima fioritura.

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La Ceiba Speciosa predilige vegetare all’aperto nelle zone calde della Terra dove esistono climi tropicali, subtropicali e temperato- caldi.
Da adulta, la pianta resiste a temperature al di sotto dello zero solo per un breve periodo di tempo perchè le temperature troppo basse la danneggiano irrimediabilmente. Predilige essere esposta alla luce diretta dei raggi dal sole su un terreno leggero, fertile, ricco di sostanza organica e ben drenato. Teme i venti forti, che potrebbero spezzare il fusto e i rami. Le annaffiature non devono essere frequenti, ma sono necessarie solo se non piove a sufficienza durante l’estate perchè, durante la stagione delle piogge, sa immagazzinare una certa quantità di acqua nel suo tronco dal legno spugnoso.
Bisogna evitare i ristagni idrici, una delle cause più diffuse di debolezza e di marciumi dell’apparato radicale. Tollera la salinità.
In primavera e in autunno, per ottenere una produzione floreale abbondante, è bene somministrare del concime granulare a lento rilascio, a base di potassio, di azoto e di fosforo, mescolato direttamente agli strati superficiali del terreno.
Questi tre elementi sono fondamentali per la pianta, ed una loro carenza potrebbe causare indebolimento e rallentamento della crescita della pianta e anche causare la clorosi delle foglie. Il potassio aiuta la sintesi proteica e accentua la resistenza al freddo; l’azoto supporta lo sviluppo dei tessuti e garantisce un’adeguata presenza di clorofilla nelle foglie; il fosforo aiuta il metabolismo e la radicazione.
Oltre a questi tre macro elementi, il concime deve includere anche altri microelementi come il magnesio, il rame, il calcio, il ferro e il manganese.
La pianta deve essere potata precocemente, a partire dal primo anno di età, per favorire la formazione di un unico tronco principale.
Devono essere recisi tutti i polloni che si formano alla base del tronco. Successivamente, la potatura servirà per rimuovere i rami secchi per conferire alla pianta un aspetto più gradevole e armonioso.
Per quanto riguarda le malattie e i parassiti la Ceiba speciosa è una pianta resistente agli afidi, insetti che perforano il fogliame e i germogli per succhiare la linfa, e alle malattie fungine in genere.
In un clima eccessivamente umido le foglie potrebbero essere attaccate dall’oidio o mal bianco, che si manifesta con una sorta di muffa biancastra e che provoca un progressivo deterioramento dell’esemplare colpito, e dalle cocciniglie che determinano un diffuso ingiallimento del fogliame, oltre ad attirare le formiche tramite la produzione di melata.
La soluzione è rappresentata dai trattamenti con anticrittogamici a base di zolfo. Teme fortemente il marciume delle radici se nel terreno ristagna l’acqua.
Di questa pianta si utilizzano le fibre sericee che avvolgono i semi per imbottiture di vario tipo.
Il suo legno bianco, poroso e molto leggero, viene impiegato per la fabbricazione di botti leggere.
La Ceiba speciosa non è una pianta velenosa e quindi la puntura delle spine del tronco non è tossica; potrebbe risultare pericolosa per la presenza di batteri, proprio come avviene per la puntura di spine di rosa o di altre piante.

Oct 1, 2022 - Senza categoria    Comments Off on CERIMONIA DI PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI POESIE “TRA ANIMA E NATURA. Appunti di vita, di viaggio e…” DEL POETA LIBORIO ERBA

CERIMONIA DI PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI POESIE “TRA ANIMA E NATURA. Appunti di vita, di viaggio e…” DEL POETA LIBORIO ERBA

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Sono trascorsi ormai 10 anni di tempo da questo evento, però è sempre piacevole ricordare e rivedere la cerimonia di presentazione del libro “Tra anima e Natura. Appunti di vita, di viaggio e…” Editrice Edas, Messina, 2012, con la prefazione del prof. Calogero Burgio .

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Pertanto, è con modestia e con leale affetto verso l’amico Liborio Erba che scrivo queste semplici parole di presentazione del libro “Tra anima e Natura. Appunti di vita, di viaggio e…” .
Nel suo libro l’autore Liborio Erba
raccoglie solo una parte delle poesie della sua ricca produzione.
Sono 144 composizioni, una più bella dell’altra, una diversa dall’altra, costruite con versi liberi, ricchi di sincera ispirazione.
Il libro è stato presentato a Mistretta nella prestigiosa sala delle conferenze del palazzo della cultura Mastrogiovanni-Tasca giovedì 09/ 08/2012.
Il palazzo Mastrogiovanni-Tasca si trova a Mistretta, in Corso Umberto I, vicino alla chiesa di San Giovanni Battista.
La famiglia Mastrogiovanni-Tasca a Mistretta ha lasciato, oltre ai cari ricordi, anche l’eloquente presenza dell’edificio, oggi sede del “Palazzo della cultura”.
Infatti, attualmente nel palazzo Mastrogiovanni-Tasca è ospitato il museo civico polivalente, intitolato al maresciallo “Egidio Ortolani”, dove sono custoditi importanti reperti archeologici di epoca greca e romana dell’antica Mytistraton-Amestratos, molte tele e il tesoro della Madonna della Luce.
E’ anche sede della biblioteca comunale, intitolata all’insigne linguista “Antonino Pagliaro”, dove è custodito, inoltre, il fondo librario antico con manoscritti risalenti anche al ‘400.
Un intero piano del palazzo è riservato alla musica dove sono custoditi importanti strumenti e spartiti musicali dell’Ottocento.

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Ha organizzato l’evento la prof.ssa Nella Seminara, che ha condotto i lavori.

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Hanno relazionato: l’avv. Sebastiano (Iano) Antoci, il sindaco di allora, il Sac. Carmelo Torcivia, e l’autore Librorio Erba.

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Il tavolo dei relatori

Da sx: Liborio Erba, Carmelo Torcivia, Nella Seminara, Iano Antoci

L’avv. Iano Antoci, dopo aver dato il benvenuto, si è congratulato con il poeta Liborio Erba per avere scelto di presentare a Mistretta il suo prezioso libro ed ha ringraziato l’organizzatrice Nella Seminara per portare avanti il nome della sia amata Mistretta.
Ha, inoltre, portato i saluti dell’Amministrazione comunale.

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Molto gradevole, filosofico, e istruttivo è stato il discorso del Sac. Carmelo Torcivia che ha illustrato la figura umana dell’autore che ha spaziato su molti argomenti di diversa natura.

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Visibilmente emozionato, ha concluso i lavori l’autore Liborio Erba che ha ringraziato: Nella Seminara, il sindaco Iano Antoci per aver concesso l’uso della sala delle conferenze del palazzo Mastrogiovanni-Tasca, il Sac. Carmelo Torcivia per il suo eloquente discorso, le signore Filippa Testa, Liria Travagliato e Marinella Catania per la calorosa accoglienza di tutti i mistrettesi e Non presenti alla cerimonia.
Infine, ha stimolato la loro attenzione attraverso la lettura di alcune poesie tratte dal suo libro.

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I meritati applausi sono stati abbondanti e affettuosi.

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Nella Seminara racconta: “Liborio ed io ci siamo conosciuti, tramite il nostro comune amico Josè Augusto, durante la manifestazione “Azzurro come il mare” nella settimana della cultura al porto turistico <<Marina di Cala del Sole>> a Licata nel mese di luglio del 2007. Abbiamo stretto subito un sincero rapporto di amicizia.
Liborio Erba è il poeta errante perché, percorrendo ogni giorno le strade della Sicilia per svolgere la sua attività professionale di rappresentante di commercio, ha sviluppato un’acuta capacità di osservazione di tutto ciò che lo circonda affidando alla penna le sue emozioni.
Egli stesso ha definito la sua vena poetica
la pagliuzza d’oro che permette ai suoi occhi di attento viaggiatore di cogliere altre pagliuzze: E’ ala, è vento / colore, amore, pietà, dolore e gioia.
Il silenzio è il suo compagno di viaggio.
Nella poesia “
Io amo il silenzio”, principalmente introspettiva, recita: “Non mi turba. / La lucertola che mi passa accanto / guardinga in silenzio, / non mi turba. / Anche il dolce ondulare / dei piccoli flutti del lago, / è silenzio. / Il sibilo del vento tra gli eucalipti, / è silenzio. / La voce di Dio nel mio cuore, / è silenzio. / Io non ho paura del silenzio. / Io parlo con Dio, /nel silenzio. / la Sua voce è silenzio…/ che parla!
Liborio, nelle sue composizioni, trova sempre l’occasione per parlare di famiglia, il fulcro principe della sua esistenza di lavoratore-viaggiatore solitario, di amore per la vita, di fede cristiana, di gioia, di tristezza, di nostalgia, di speranza.
In molte di esse emerge un velato pessimismo attenuato, comunque, dal suo entusiasmo verso le cose del Creato.
Nella poesia “
Signore Iddio, non prendermi sul serio” così recita: “Signore Iddio, non prendermi sul serio. / Ridammi, anzi, tutti i sensi miei. / Ch’io aiutare possa ogni fratello mio, / a colorarlo tutto, il nostro fosco mondo”.
I grandi problemi di impegno sociale e civile: la droga, il volontariato, l’amore del prossimo, la mafia, le guerre, il razzismo, soprattutto verso gli extracomunitari, l’immigrazione, l’immoralità, la fame nel mondo, sono trattati dal poeta con molta sensibilità e con estrema umanità manifestando sentimenti di indignazione per quei comportamenti che degradano la dignità dell’uomo.
Valori ed essenze, semplicemente, dalla sensibilità del poeta vengono incanalati lungo una soglia dalla quale si possono riprendere piccoli pezzi di storia in una semantica di oscurità e di luce spirituale:
Se penso, però, / che ci sono e ci sono stati uomini, / che hanno avuto il tempo / di compiere misfatti e genocidi, / prima di giungere al tuo cospetto / o Signore, / un dubbio, / un solo dubbio perdonamelo: / Perché?
E non mancano, nella riflessione lirica e umana di Liborio, particolari momenti che sottolineano il possesso di una profonda fede religiosa cieca, traballante, vecchina in apparenza, implorante appoggio per l’anelante vetta. O Maria, / ti prego, / donagli le carezze / che non ha avuto il tempo / di ricevere nella sua breve vita.
La Natura è elogiata con molta emotività.
Nella poesia “
La grande Madre” così si esprime: La grande Madre riposa distesa. / Il vento è il suo respiro, le montagne le sue ossa, / il suolo la sua carne. / Ha il mare come vene, gli alberi e le piante, / la sua pelle. / I suoi figli, noi animali. / Incosciamente inconsapevoli di non meritare i suoi doni, / faremmo bene a coglierli con più cortesia. / Beceri e ostinati nell’atto di autodistruggerci, / potremmo camminarle sopra con più leggerezza. / Evitiamo di svegliarla, / potrebbe rigirarsi.
La Natura, per Liborio, è bellezza, è seduzione, è evocatrice di grazia, è forza terrificante, è mare in tempesta, è distesa tranquilla di un lago, è corsa inarrestabile del fiume verso il mare, è vastità di una foresta, è silenzio di un bosco interrotto dal sibilo del vento.
Natura sono il fiore di ciliegio e di pesco, la mimosa e il solitario papavero
che s’erge dritto e fiero / da una cinta di sterpaglie.
Natura sono la luna, con la sua pallida e sfumata luce, e le stelle
semplici puntini o gioielli incastonati nel buio dal più eccelso degli orafi.
I colori delle stagioni, la luce, la profondità del buio della notte accendono in lui profonde emozioni.
Il desiderio di esprimersi mediante la poesia denota, in Liborio, il possesso di uno spirito semplice e delicato, che sceglie proprio la poesia per trasmettere sensazioni, riflessioni e profondi sentimenti.
Nelle sue poesie le riflessioni diventano sorgente di ispirazione per l’uomo che, con pudore e con intelligenza, apre il suo cuore e invita a lasciare
sempre la porta del tuo cuore aperta. / Non sarai mai solo tra i rovi.
Al lettore offre la possibilità di leggere se stesso nella propria interiorità, di commuoversi, di impressionarsi creando così un’intima comunione di pensieri.
Tutta la raccolta delle liriche, bellissime e originali, contenute nella sua opera, complessa nella sua apparente semplicità, delinea un territorio lirico che gradatamente si arricchisce di nuovi significati che dipingono, con veloci pennellate, stati d’animo di fiducia in sé e, nello stesso tempo, di sfiducia manifestando i più profondi sentimenti della sua personalità.
E’ quasi una meditazione a mezza voce di un
IO che, pur riconoscendo l’inafferrabilità degli eventi, si muove nella piena accettazione della fine unica, vera, rigogliosa radice da cui possono generarsi fiori del bene: Non pensare sempre alla morte, / è solo la naturale fine di un miracolo.
Pubblicare “Tra anima e Natura”, leggere oggi i versi poetici, che Liborio ha composto da circa un ventennio e che ha tenuto custoditi nel cassetto, significa aprire quello scrigno segreto e penetrare nell’intimo della sua anima per coglierne la ricchezza di sentimenti a lungo gelosamente custoditi.

Chi è Liborio Erba?

Liborio Erba è nato a Catania il 28 Marzo 1960, ma vive a Regalbuto, in provincia di Enna, una cittadina posta nel centro della Sicilia e dominata dalla montagna dell’Etna.
E’ padre affettuoso di due figli, Carmen e Giuseppe, e marito galante della signora Maria.
Diplomato in Ragioneria e Perito Commerciale, da molti anni esercita l’attività di rappresentante di commercio di cornici di quadri girando per le varie zone della Sicilia.
E’ venuto tante volte anche a Mistretta e a Licata.
Viaggiando per lavoro, conoscendo la stupenda isola siciliana piena di storia, di cultura, di arte, di Natura, Liborio ha avuto modo di ammirare le montagne dei Nebrodi e delle Madonie nei loro diversi e sempre magici aspetti che si alternano durante le stagioni.
E’ un attento osservatore di tutto ciò che lo circonda e, dotato di una notevole ars poetica, definendosi il “poeta errante” per i suoi spostamenti giornalieri, riesce a scrivere e a trasmettere le sue emozioni che scaturiscono dall’amore della Madre Natura, di cui ammira, fermandosi spesso sul ciglio delle strade, gli alberi dei boschi, i prati fioriti, il fiume Salso e i suoi affluenti.
Sono emozioni miste anche a sdegno per i molteplici aspetti negativi della NATURA UMANA che Liborio descrive con dovizia di particolari.
Il poeta Liborio Erba, che da oltre 20 anni si diletta a scrivere in versi, ha partecipato a vari concorsi letterari e a manifestazioni culturali riscuotendo ottimi successi e relativi premi.
Il primo premio gli è stato assegnato durante la rassegna di poesia a Campobello di Licata dove, con la poesia ” Tra la storia, bianche farfalle“, ha reso omaggio alla Valle dei Templi di Agrigento.

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Nel 2018 ha pubblicato un’altra raccolta di poesie dal titolo: “LA VOCE DELLE FOGLIE, Breve storia, di un’amicizia fuori dal comune, tra un folle… e un albero”.

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È la storia di un’amicizia senza tempo tra un bimbo, poi diventato uomo, e un albero.
E’ un racconto autobiografico dove Liborio descrive, attraverso immagini d’incredibile sensibilità, tra l’onirico e il poetico, tra il reale e il tangibile, la sua avventura verso un mondo diverso, un mondo più naturale e ancestrale e dal quale spesso ci si dimentica di provenire.
La lettura dei libri di poesie “TRA ANIMA E NATURA” e “LA VOCE DELLE FOGLIE”  offre al lettore la possibilità di vivere momenti emozionanti perchè, spesso, le parole pronunciate da sole non riescono a descrivere la realtà interiore.

  

Sep 16, 2022 - Senza categoria    Comments Off on LE PIANTE DI ARCTIUM MINUS PRESENTI NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

LE PIANTE DI ARCTIUM MINUS PRESENTI NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Per la grandezza deLle sue foglie, per la particolarità dei suoi fiori questa pianta, che vegeta in molte aiuole all’interno della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, ha attratto la mia attenzione ed ha stimolato la mia curiosità di conoscerla.
Il suo nome scientifico è “ARCTIUM MINUS”.

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Questa entità ha avuto nel tempo diverse nomenclature.
Sinonimi sono: Arctium pubens, Arctium minus, Arctium chabertii.
Altri nomi italiani sono: “Lappola minore, Lappa minor, Bardana minore”.
Il nome inglese è: “Lesser burdock”.
Questo vegetale è stato citato già da Dioscuride di Anazarbo, medico greco, vissuto nel I secolo d.C.
Etimologicamente il termine del genere “Arctium” fu introdotto nella sistematica da Carl Von Linné (1707 – 1778), biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione “Species Plantarum” del 1753.
Il binomio scientifico attualmente accettato è stato proposto inizialmente dal botanico inglese John Hill (c. 1716 – 1775) e perfezionato successivamente dal botanico germanico Johann Jakob Bernhardi (1774-1850) nella pubblicazione “Systematisches Verzeichnis”.
Il termine “Arctium”, proviene dal greco “ἄρκτιον” “orso” in riferimento ai capolini irsuto-spinosi della pianta.
Il termine della specie ” minus”, dal latino “minusculus”, “minore”, fa riferimento alle dimensioni dei capolini più piccole di quelli di altre specie dello stesso genere.
Il termine “Lappa” o “Lappola” , utilizzato anche da Plinio il Vecchio, deriva, probabilmente, dal latino “labein”, “attaccarsi”, in riferimento all’attitudine che hanno le sue infiorescenze di attaccarsi al mantello delle pecore, al pelo degli altri animali e ai vestiti di lana.
Il nome “lappa“ potrebbe derivare dal termine celtico “llap” “mano”, in riferimento ai fiori che si attaccano a qualunque cosa li sfiori, come una mano che si aggrappa a tutto ciò che ad essa si avvicina.
Resta incerta l’etimologia della parola “bardana”.
Per alcuni autori tale termine risale al Medioevo, probabilmente riferito al francese “barde” e al portoghese “barda”, col significato rispettivamente di “fetta di lardo” e di “sella” in relazione alla particolare consistenza e forma delle foglie.
L’Arctium minus è una specie complessa con molte varianti, soprattutto nelle dimensioni delle varie parti del capolino come il diametro dell’involucro o lunghezza delle squame.
L’Arctium minus è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Asteraceae originaria dell’ Europa.
È presente, in Africa mediterranea occidentale, in Asia minore, in Asia settentrionale e nelle Americhe. In tutte le regioni d’Italia è molto comune. Infatti, nelle aiuole della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta ci sono piante a diversi stadi di sviluppo.
La più bella, perchè è grande e perchè è in fiore, vegeta bene in un’aiuola vicino a una pianta di Taxus baccata nella parte inferiore del laghetto.

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L’Arctium minus svolge un ciclo di sviluppo biennale. Nel primo anno di vita compaiono solamente le foglie; nel secondo anno sbocciano i fiori formati da capolini.

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La parte ipogea è formata dalla radice a fittone, spugnosa, crassa, esternamente di colore grigio bruno, internamente biancastra, capace di penetrare in profondità nel terreno fino a 30 cm. La parte epigea è formata dai fusti eretti, alti da 50 a 150 cm, più o meno arrossati, striati e ramificati. I rami sono eretto-patenti alla base, penduli all’apice.
Le foglie sono di due tipi. Quelle basali sono grandi, ovali-cuoriformi, lunghe fino 30-40 cm, a margine generalmente ondulato, con la lamina intera, allargata, ruvida, di colore verde scuro e provviste di picciolo cavo.
Quelle cauline sono alterne, sessili, lanceolate, progressivamente di dimensioni minori, di colore verde più chiaro.
Quelle sul fusto sono più piccole e ovali.
Tutta la pianta è densamente pelosa.

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L’infiorescenza è costituita da diversi capolini sferici riuniti in corimbi. I fiori sono tubolosi ed ermafroditi, attinoformi, pentameri, ossia sia il calice sia la corolla sono composti da cinque elementi.
Sono tetra-ciclici, con quattro verticilli: il calice, la corolla, l’androceo, il gineceo.
Nel calice i sepali sono ridotti ad una coroncina di squame.
La corolla, di colore rosso-violaceo, di forma cilindrica, termina con 5 denti.
L’ androceo è formato da 5 stami con filamenti liberi, distinti e glabri. Le antere sono saldate fra di loro e formano un manicotto circondante lo stilo.
Nel gineceo l’ovario è infero e uniloculare formato da 2 carpelli. Lo stilo è unico con uno stimma terminale bifido e glabro.
All’apice dello stilo è presente solamente un ciuffo di peli.
Fiorisce da luglio a settembre.

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La riproduzione avviene mediante l’impollinazione entomogama dei fiori per mezzo delle farfalle diurne e notturne.
Il frutto è un piccolo achenio bruno-nerastro, obovoide, leggermente schiacciato, oblungo di 5 – 7 mm, coperto da un piccolo ciuffo di peli, il cosiddetto pappo di setole bianco-giallastre, rigide, scabre, brevi, disposte in varie file.
Contiene numerosi semi. Mille semi pesano circa 15 gr.

ARCTIS

I semi, cadendo a terra, sono dispersi soprattutto dalle formiche mediante la disseminazione mirmecoria.
Avviene anche la dispersione zoocoria.
Infatti gli uncini delle brattee, che avvolgono i filamenti degli stami, si agganciano al pelo degli animali disperdendo i semi anche a una certa distanza dalla pianta madre.
L’Arctium minus è una pianta spontanea molto diffusa nel nostro territorio.
Vegeta bene a livello del mare, nelle zone collinari e montane fino a quota 1500 metri di altitudine.
Predilige i luoghi incolti e abbandonati, le siepi, i bordi delle strade,le sponde dei ruscelli e i dirupi.
Per questa sua grande rusticità è nota in tutte le regioni assumendo diverse nomi locali: “Lappola, Cappellacci, Laccio, Attacca lana, Stalass, Nappo, Lavaste, Spalpanazz e molti alti nomi ancora”.
Il substrato preferito è sia calcareo sia siliceo, con pH neutro, umido e ben drenato.
Vi sono numerosi documenti storici che attestano le proprietà terapeutiche dell’Arctium minus sin dai tempi antichi.
Secondo alcuni dati storici il medico italiano Pena riuscì a guarire Enrico III di Castiglia (1379-1406) da una malattia infettiva della pelle utilizzando gli estratti di questa pianta.
Nel Medioevo era considerata l’unico rimedio efficace contro la sifilide. La pianta possiede veramente molte proprietà medicinali.
Può essere utilizzata come antibatterica, carminativa, colagoga, diaforetica, diuretica, sudorifera, fungicida, ipoglicemica, lassativa, antinfiammatoria e depurativa del sangue. In passato era consigliata anche contro artriti, ulcere, problemi allo stomaco, alopecia, psoriasi, impurità della pelle, prolasso uterino e per la cura delle ferite.
Effettivamente, fu una pianta coltivata per moltissimi secoli perchè era utilizzata sia come ortaggio a scolpo alimentare, sia come pianta medicinale utilizzata come rimedio contro le infezioni gravi della pelle o come integratore alimentare in compresse o in ottime creme per l’applicazione diretta sulla pelle.
La sua “generosità” si manifesta sia a livello vegetativo, per lo sviluppo esuberante delle foglie, sia per i suoi preziosi principi attivi concentrati soprattutto nella radice, la quale può essere considerata una piccola “farmacia sotterranea”.
Per sfruttare a pieno le sue virtù è necessario utilizzarla fresca perchè, con l’essicazione, si disattivano numerosi principi attivi.
Un antico proverbio di epoca medievale, che testimonia l’efficacia terapeutica dell’Arctium minus, recita: “Se la vecchiaia vuoi tener lontana, fatti amiche cicoria e bardana” .
In cucina, per scopi alimentari, sono usati i semi, le radici, che sono la parte più pregiata della pianta, utilizzate sia fresche sia secche, e raccolte in primavera o nell’autunno del primo anno di vita.
Le radici migliori si ottengono da piante giovani e normalmente vengono sbucciate. Se arrostite, possono essere un buon surrogato del caffè. Le foglie, sempre giovanili, sono usate sia cotte che crude. I fusti, usati dopo aver tolto la scorza esterna, puliti dalla terra e affettati, si mangiano fritti in olio d’oliva.
Anche le foglie sono commestibili e impiegate in piatti della cucina regionale. I componenti principali della pianta sono: l’inulina, la fitosterina, l’alto contenuto in zuccheri e mucillagini.
Dalla corteccia interna del fusto si ottiene una fibra usata per produrre della carta artigianale di colore marrone chiaro.
Nel linguaggio dei fiori l’Arctium minus simboleggia la “riservatezza e la ritrosia“.

Sep 1, 2022 - Senza categoria    Comments Off on SESTA EDIZIONE DELLA MANIFESTAZIONE EQUESTRE “BAMBINI A CAVALLO” ORGANIZZATA DALLA SOCIETA’ AGRICOLA DI M.S. A MISTRETTA

SESTA EDIZIONE DELLA MANIFESTAZIONE EQUESTRE “BAMBINI A CAVALLO” ORGANIZZATA DALLA SOCIETA’ AGRICOLA DI M.S. A MISTRETTA

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Domenica, 28 Agosto 2022, a Mistretta un’importante nota di vivacità è stata data dalla partecipazione alla 6° Edizione della manifestazione equestre “BAMBINI A CAVALLO” organizzata dalla Società AGRICOLA di M.S. nella ricorrenza delle festività dell’Ecce Homo, il cui simulacro si venera nella Chiesa di Santa Maria di Gesu’ a Mistretta.

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Buona parte della via Libertà era gremita dalle tante persone entusiaste nel poter ammirare i 43 partecipanti, bambini e bambine, da 3 ai 6 anni di età, ragazzi e ragazze, di Mistretta e dei paesi vicini, e i loro meravigliosi cavalli.
Un grande merito, per la impeccabile organizzazione, spetta al signor Vincenzo Mingari, presidente della Società Agricola, e al signor Giuseppe Sorbera, vice-presidente che, con grande entusiasmo, hanno curato la manifestazione.

https://youtu.be/jPxN53ctcbU

 

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I cavalli e i cavalieri hanno iniziato il percorso a partire dal viale della villa Chalet per proseguire lungo la via Anna Salamone.

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Giunti in Piazza Vittorio Veneto hanno attraversato parte della via Libertà per farsi ammirare e per essere applauditi.

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Tornati indietro dalla via Roma, in ordine numerico, da 1 a 43, davanti alla sede della Società Agricola ciascun partecipante ha ricevuto la medaglia ricordo messa al collo dal signor Giuseppe Sorbera e dal signor Vincenzo Mingari.

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Qualche cavallo si è esibito con un clamoroso e spettacolare gesto d’inchino.
Lo speacher, il Prof. Pippo Dolcemaschio ha elencato tutti i partecipanti chiamandoli per nome.
Il prof. Pippo Dolcemaschio è sempre presente alle molteplici attività ludiche e sportive che si svolgono a Mistretta.
Il signor Vincenzo Mingari ha commentato <<Grande partecipazione alla 6° Edizione della manifestazione equestre “Bambini a Cavallo”, per cui un caloroso ringraziamento rivolgo ai soci della SOCIETA’ AGRICOLA M.S. di Mistretta, come ente organizzatore, al Sindaco della Città’ di Mistretta, Dott. Sebastiano Sanzarello, ai Carabinieri, ai Vigili Urbani, alla Croce Rossa Italiana, all’ingegnere Sebastiano Di Franco, per aver redatto i piani di sicurezza, al grande prof. Pippo Dolcemaschio, al Dott. Marco Biffarella, ai signori: Enzo Oreste, Matteo Crapa, Luciano Lipari, Franco Favaloro, Nino Vinci, Pippo Giordano, Davide Accidente, Luca Melandrino, Angelo Scolaro per la loro preziosa collaborazione>>.
Ad maiora!

Aug 20, 2022 - Senza categoria    Comments Off on CERIMONA DI PRESENTAZIONE DEL SAGGIO “NOE’ MARULLO” DEL PROF. FRANCESCO CUVA AL PALAZZO MASTROGIOVANNI -TASCA DI MISTRETTA

CERIMONA DI PRESENTAZIONE DEL SAGGIO “NOE’ MARULLO” DEL PROF. FRANCESCO CUVA AL PALAZZO MASTROGIOVANNI -TASCA DI MISTRETTA

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Per i molteplicii eventi culturali che si verificano a Mistretta quasi tutto l’anno, luoghi confortevoli e disponibili sono: il palazzo della cultura Mastrogiovanni-Tasca, il Circolo Unione, la Società Fra i Militari in Congedo di Mutuo Soccorso, la Società Agricola, la Società Operaia, il Liceo Classico “Alessandro Manzoni”.
Venerdì,19 Agosto 2022, nella prestigiosa sala delle conferenze del palazzo Mastrogiovanni-Tasca a Mistretta è stato presentato il saggio “NOE’ MARULLO” del prof. Francesco Cuva.
Il volume, edito dalla tipografia A&G sas, CUECM, contiene 115 pagine.

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La famiglia Mastrogiovanni-Tasca a Mistretta ha lasciato, oltre ai cari ricordi, anche l’eloquente presenza dell’edificio, oggi sede del “Palazzo della cultura”.
Infatti, attualmente nel palazzo Mastrogiovanni-Tasca è ospitato il museo civico polivalente, intitolato al maresciallo “Egidio Ortolani”, dove sono custoditi importanti reperti archeologici di epoca greca e romana dell’antica Mytistraton-Amestratos, molte tele e il tesoro della Madonna della Luce.
E’ anche sede della biblioteca comunale, intitolata all’insigne linguista “Antonino Pagliaro”, dove è custodito, inoltre, il fondo librario antico con manoscritti risalenti anche al ‘400.
Un intero piano del palazzo è riservato alla musica dove sono custoditi importanti strumenti e spartiti musicali dell’Ottocento.

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La prof.ssa Maria Pia Ribaudo ha brillantemente introdotto i lavori della presentazione del nuovo saggio del prof.
Francesco Cuva.
Le sue parole: “Francesco Cuva, mistrettese, insegnante di Lettere e fine studioso delle realtà storico- culturali e artistiche locali, ci regala con Noè Marullo un intenso ed emozionante viaggio nella vita dello scultore amastratino.
Pagina dopo pagina ci svela particolari dell’esistenza dell’artista tratteggiando i lineamenti di un uomo dalla personalità complessa, ma genuina, sensibile e caparbia, nella quale convivono entusiasmi e delusioni, certezze e sogni, felicità e dolori. Marullo, da ragazzo, appare, così, un determinato sognatore che sin da subito affronta la sua passione e il suo talento con impegno e spirito di sacrificio.
La formazione dello scultore viene ricostruita magistralmente attraverso lo studio delle fonti e l’analisi delle opere.
A far da sfondo sono la società del tempo e una Mistretta, di fine ‘800 inizi del ‘900, attiva e attenta alla formazione di talenti e alla crescita culturale e artistica della comunità.
Questo saggio è una fotografia storica sapientemente realizzata che lascia lo spettatore lettore nello stupore di un arricchimento che trova riscontro in uno sguardo, dopo la lettura, consapevole e informato quando incontra le opere dello scultore tra le chiese e i palazzi di Mistretta, culla e fucina di arte.
Al Professor Francesco Cuva va quindi il merito di averci restituito, attraverso indagini di archivio, faticose e pazienti, la storia di uno scultore che ancora con le sue opere ci incanta e ci emoziona, risvegliando l’identità del mistrettese e non solo.
Uno scultore che ha lavorato a lungo e ha lasciato opere che si trovano a Roma, in Sicilia, soprattutto a Mistretta, e che esprimono temi, concezioni e idee di un genio artistico.
Pertanto al saggio del professor Francesco Cuva, che a livello biografico e artistico si presenta più articolato e approfondito rispetto alla precedente pubblicazione, possiamo affidare la speranza di divulgare la fama di questo artista e la bellezza delle sue opere“.
Già alcuni anni fa il prof. Francesco Cuva aveva pubblicato un primo testo sull’artista amastratino Noè Marullo.

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Il primo cittadino di Mistretta, il dott. Sebastiano Sansarello, ha elogiato il prof.Francesco Cuva definendolo patrimonio della società amastratina poichè, in qualità di storico, con le sue opere arricchisce il livello culturale di ciascuno.
Inoltre, entro l’anno 2025, ricorrendo il centenario della morte di Noè Marullo, ha promesso di coinvolgere l’Amministrazione comunale per la stesura di un catalogo contenente le fotografie delle opere e dei disegni di Noè Marullo.

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Nel suo lavoro il prof. Francesco Cuva racconta notizie sulla vita dell’artista e sulla sua arte tratteggiando, attraverso la ricerca di nuove fonti storiche fornite dalle Scuole, dalla Biblioteca, dalle Società di Mutuo Soccorso, la personalità complessa, ma geniale, dell’Uomo.
Ha parlato dei suoi amici, conosciuti durante la sua permanenza a Palermo e a Roma, e dai quali ha tratto notevoli insegnamenti che hanno migliorato la sua arte di disegnatore e di scultore. Ha dedicato il saggio ai Maestri d’arte Mario Biffarella e Antonino (Nino) Tamburello.

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Ha concluso i lavori la prof.ssa Maria Pia Ribaudo leggendo con molto entusiasmo alcuni brani tratti dal libro “NOE’ MARULLO” .

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Infine, anche il dott. Sebastiano Insinga ha voluto dare il suo contributo leggendo ad alta voce due brani tratti dallo stesso libro.

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Il prof. Francesco Cuva ha calorosamente ringraziato tutte i presenti a questo importante evento e che hanno attentamente ascoltato la presentazione del suo nuovo lavoro.
Gli applausi sono stati abbondantissimi, sinceri e calorosi.

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Ha posto il suo autografo in ogni libro che andrà ad arricchire sicuramente le nostre conoscenze sul mistrettese importante qual è stato ed è Noè Marullo.

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La lettura del volume è piacevole, scorrevole e interessante perchè riporta il lettore indietro nel tempo, nel periodo in cui è vissuto il protagonista, per conoscerlo più approfonditamente e per apprezzare la sua arte.

Chi era Noè Marullo?
Noè Marullo, nacque a Mistretta il 13/11/1857 dal padre Saverio, falegname, e dalla madre, la signora Giovanna Lipari, casalinga, in una casa del vicolo Gullo N° 6.

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Fu un uomo generoso e dal carattere sensibile, calmo e, nello stesso tempo, irascibile, allegro e malinconico, cordiale e scontroso e, artisticamente, isolato nel suo mondo.
Fu anche un maestro sensibile e raffinato, capace di pure, autentiche e geniali creazioni d’arte.
Artisticamente si formò nel clima culturale neoclassico del secondo ottocento.
Approvò totalmente le teorie classiche di bellezza, di gusto, di armonia, di perfezione tanto da dichiarare che l’arte antica, soprattutto quella greca di Fidia, di Mirone, di Prassitele, “ è sublime, insuperabile”.
Rivolse la sua attenzione anche agli artisti che prepararono il Rinascimento italiano: al Mantegna, al Perugino, al Botticelli, a Michelangelo, a Leonardo, al Canova.
Noè Marullo giovane, prima nella bottega del padre, poi a Palermo, nello studio dello scultore Valenti, infine a Roma, presso l’Accademia delle Belle Arti, s’impegnò in molte attività di studio del disegno e della scultura che lo indussero a lavorare e a rifare lo stesso lavoro anche per più volte fino a raggiungere quel livello artistico imposto dai canoni classici.
Questa produzione giovanile, manierata e impersonale, si lascia, comunque, ammirare perché è frutto di ricerca di uno stile personale e perché fa trasparire l’esigenza dell’artista di educare al gusto del bello.
Con le sue opere Noè Marullo abbellì diversi palazzi della borghesia palermitana, romana e amastratina.
Appartengono alla sua creazione artistica le allegorie della pittura, della scultura, della poesia, della musica, poste nelle lunette della facciata principale del palazzo Di Salvo-Faillaci.
Anche i balconi del palazzo del cav.Vincenzo Tita sono decorati con volti di putti allegri e sorridenti scolpiti in pietra dall’artista Noè Marullo.
Anche le lunette semicircolari, che sormontano i balconi del palazzo di don Vincenzo Salamone, ospitano i busti di personaggi dell’età greco-romana, probabilmente filosofi greci, anche essi opera all’artista amastratino Noè Marullo.
Noè Marullo, per l’intero corso della sua esistenza, fu costretto a lottare con le durezze della vita che lo oppressero e, talvolta, soffocarono la sua capacità di esprimersi, di dare concretezza agli stimoli creativi che in lui si sviluppavano. Chiuso nei ristretti confini di un ambiente provinciale culturalmente limitato, non ha potuto rifulgere della luce che gli era propria.
Il consiglio comunale di Mistretta l’ha aiutato economicamente per il conseguimento del diploma di scultore e per la frequenza in Accademia di un corso biennale di perfezionamento.
Studiò alla “Scuola tecnica serale per gli operai” a Palermo e, successivamente, all’istituto di belle arti “San Luca” a Roma.
Con la somma di 1000 lire, assegnatagli dalla giunta comunale mistrettese, Noè Marullo acquistò il marmo col quale scolpì il monumento di Garibaldi e di Vittorio Emanuele e realizzò figure di Madonne e di donne. Con lo sguardo penetrante e con gli occhi rivolgenti lo sguardo lontano, sotto la fronte corrugata, raffigurò il fascino del generale Giuseppe Garibaldi, condottiero e patriota italiano, denominato l’eroe dei due mondi per le imprese militari compiute in Europa e in America meridionale e che aveva suscitato nelle folle la fiducia nei moti insurrezionali.
Noè Marullo lo conobbe a Roma, tramite il professor Masini, quando Giuseppe Garibaldi era già vecchio, stanco e deluso.
Lo sguardo penetrante, gli occhi vispi, intelligenti, sognanti “.
Il busto di Giuseppe Garibaldi, collocato nella villa comunale di Mistretta a lui intitolata, fu donato dall’artista al comune di Mistretta come ringraziamento per l’aiuto economico ricevuto per il suo mantenimento agli studi artistici.
Dopo i vani tentativi di inserirsi a Roma nel mondo dell’arte e del lavoro, nella primavera del 1885 Noè Marullo ritornò definitivamente nella sua città natale, dove impiantò la sua bottega a Mistretta nel vicolo Gullo N° 6, nel piano basso della casa dove era nato, e là iniziò a ideare i suoi fantasmi artistici dandovi anima e corpo.
La sua produzione artistica si espresse con le figure della Madonna, nelle cui fattezze l’autore impresse e comunicò ideali di bellezza, di pudicizia, di umanità. Musa ispiratrice fu la moglie Stella Cuva.
Con i suoi attrezzi di lavoro realizzò le statue della “ Madonna del Carmine” e dell’“Assunta”,che si trovano nella chiesa di San Giovanni, a Mistretta, “l’Annunciazione”, il cui bozzetto si trova nella cappella dell’abitazione privata del signor Benedetto Di Salvo, nel palazzo Pasquale Salamone, “l’Immacolata”, nella chiesa di San Nicolò di Bari a Mistretta.
Altre opere si trovano in molti altri paesi della Sicilia.
E’ interessante sapere che l’inizio della grande attività di scultore in Marullo coincide con gli anni di dolore personale per la morte dei familiari, in particolare dell’amata figlia Giustina, venuta a mancare a 14 anni di età, e per l’incomprensione con i rapporti sociali che gli hanno ostacolato la vita.
Gli anni della fine del secolo diciannovesimo sono, perciò, difficili per Noè Marullo.
Deluso, come uomo e come intellettuale, fu oppresso da una situazione economica difficile, “perché scarsi sono i lucri della sua opera ”, e, inoltre, si sentiva umiliato e offeso per quello che politicamente succedeva in Italia: le manifestazioni degli operai a Milano, le organizzazioni dei Fasci dei Lavoratori Siciliani represse dalla polizia.
A dimostrazione del suo stato d’insofferenza scolpì “l’Angelo dormiente nella bara” posto sul frontone della chiesa della Santissima Trinità. Forse anche per ricordare la figlia Giustina.
Committente di questa opera fu la nobildonna Teresa Salamone, la mamma del cav. Enzo Tita, chiamata affettuosamente dai nipoti Giuseppe e Paolo Giaconia ‘Zia Teresina’ che, dal balcone della propria abitazione, poteva ricordare il suo bambino morto in tenera età.
Dopo la realizzazione di questa scultura Marullo tacque artisticamente per un certo periodo.
Tuttavia, nel silenzio dei suoi pensieri gli balenò un’idea che si tradusse in autentica espressione d’arte.
Incontrò il Dio che, per amore degli esseri umani, si fa Uomo Egli stesso.
In pochi anni, e in una spasmodica ricerca di un suo personale stile, creò i capolavori: la statua lignea del Sacro Cuore di Gesù del 1906, su commissione della famiglia Salamone, che si trova nella chiesa di Maria SS.ma del Rosario, “il Beato Felice da Nicosia”, nella chiesa di San Francesco, dove Noè Marullo ha saputo imprimere al fraticello una sublime, palpitante, viva espressione mistica.
Infatti, raffigurò il Beato Felice da Nicosia nell’atteggiamento francescano del servo di Dio, umile e semplice, che questua in mezzo alla gente per chiedere pane e per donare pace e serenità, “Sant’Antonio di Padova”, pure nella chiesa di San Francesco d’Assisi, “San Sebastiano”, nella chiesa di San Sebastiano.
Egli raffigurò San Sebastiano nell’atto del trapasso: il volto giovanile mostra un’espressione di sovrumana sofferenza.
Nel corpo snello e slanciato, anatomicamente perfetto, i muscoli tesi stanno a indicare l’attimo dell’ultimo sospiro.
“Il Crocefisso” e “San Francesco”, che si trovano a Mistretta,si trovano anche a Centuripe.
L’artista, durante le fasi di lavoro dei suoi capolavori, “visse i drammi dei personaggi scolpiti” e ne rivelò i momenti più significativi curando i particolari delle fattezze con mano delicata. L’arte diventò per lui il rifugio dello spirito, la rivincita ideale sulle delusioni della realtà. Quando le sventure della vita colpirono l’integrità sua e della sua famiglia, Marullo riversò il suo dolore in un’arte più corrispondente ai bisogni di uomo raffigurando il lavoro e la famiglia.
Creò il gruppo statuario della “Sacra Famiglia”, esposto nella chiesa di San Giuseppe, adiacente al Collegio delle suore di Maria, a Mistretta, e nella Chiesa Madre di Reitano.
Noè Marullo, in San Giuseppe, rappresentò l’uomo del lavoro mentre affidò alle sembianze di Maria una dolcezza d’espressività femminile casta e pura e riprodusse nel volto allegro e gioioso del bambino il viso di sua figlia Giustina.
Ritornò sul tema del lavoro ancora con il “San Giuseppe”, scolpito nel portale della cripta della Società Operaia nel cimitero monumentale di Mistretta, di cui fu socio onorario.
Dopo queste opere la sua capacità creativa a poco a poco si esaurì.
Col passare degli anni si chiuse in un aristocratico isolamento. Ha affidato i suoi pensieri a un diario che ancora oggi non è stato ritrovato.
Forse in quelle pagine Noè Marullo comunicò quello che per tutta la vita cercò di conciliare: vita e arte.
Noè Marullo morì a Mistretta il 05/05/1925.
Le sue spoglie mortali riposano nel cimitero monumentale di Mistretta accolte nella cappella della Società Operaia di M.S.

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Il suo busto di bronzo, realizzato dall’artista Mario Biffarella, si può ammirare nell’agorà della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta.

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Una lapide, posta nella facciata principale della casa, in vicolo Gullo, N° 6, collocata per volontà dell’Amministrazione comunale di Mistretta, ricorda che lì il 13/11/1857 nacque NOE’ MARULLO.

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Chi è Francesco Cuva?
Francesco Cuva è nato Mistretta il 14/03/1944.

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Vissuto in una famiglia di sani principi morali e religiosi, è stato cresciuto dai genitori che hanno allevato, educato i figli, tre maschi e una femmina, con tanto affetto e molta dignità.
Francesco ha acquisito gli insegnamenti della famiglia attuandoli correttamente nella sua vita.
Suo padre, un dignitoso ebanista, ha esercitato a Mistretta la professione con serietà e bravura.
Per la sua serietà nel comportamento il prof. Francesco Cuva è, pertanto, una persona molto amata dalla moglie, la signora Mariaantonella Mazzara, stimato dai suoi paesani e, nella qualità di docente, è stato molto apprezzato dai tanti suoi alunni per la sua preparazione culturale, per la disponibilità al dialogo, per la sua competenza didattica.
A Mistretta Francesco Cuva ha frequentato regolarmente le scuole di base ricevendo la sua formazione umanistica al Liceo classico “Alessandro Manzoni”.
Siamo stati compagni di Scuola e di classe!
Allora esisteva un vero e sincero legame che univa tutti i compagni della stessa classe.
Amicizia leale con Franco, che continua ancora adesso!
Conseguita la laurea in Lettere presso l’Ateneo di Messina, Francesco divenne il serio e bravo professore Cuva, insegnando materie letterarie, preferendo la Storia, negli Istituti Comprensivi e nei Licei di alcuni paesi della provincia di Enna e di Messina.
Ha insegnato materie letterarie anche a Mistretta, nel suo liceo “Alessandro Manzoni”, e dove ha concluso la sua lunga attività di docente.
A Mistretta, attualmente, conduce la sua tranquilla giornata compiendo lunghe passeggiate o soffermando la sua attenzione sulla lettura degli amati libri.
Francesco Cuva è autore di molti altri testi.
E’ lo storico per vocazione!
Come riferisce Sebastiano Lo Iacono nel sito Mistretta.eu : “Le sue opere sono state definite <<minuziose, precise, corrette, sapienti, frutto di un lavoro paziente e certosino>> sui documenti di archivio. C’è la grande storia, ma c’è anche la storia minuta, quella della vita quotidiana, e quella che interessa i piccoli paesi . Nel flusso della grande storia, fiume principale che tutto avvolge e a volte dimentica, c’è un fiume di minore portata, per così dire, che Cuva ha alimentato con la sua ricerca di archivio. Il suo lavoro non è stato solo un completamento dell’attività didattica. È stata anche una fase di creatività che si è realizzata nella ricostruzione di capitoli dimenticati e poco conosciuti del passato, quel passato, non ancora del tutto passato, che interessa i Nebrodi e molti suoi comuni.
I libri di Cuva non sono esibizioni di retorica. Hanno uno stile lineare e concreto. La sua prosa è asciutta. Ma i contenuti sono rigorosi ed esatti”.
Francesco Cuva, storico e scrittore, nei suoi numerosi saggi ha raccontato di alcuni paesi dei Nebrodi.
Ha descritto la vita e la capacità artistica di Noè Marullo nel primo libro “NOE’ MARULLO scultore amastratino”.

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Ha descritto il ritratto di “San Sebastiano Martire”, il santo patrono della città di Mistretta, il cui culto è diffuso in tante altri paesi della Sicilia e dell’Italia.
Ha pubblicato inoltre:
-“Cerami, Ipotesi e fatti dalle origini al 1800”, ed. Zampino, Mistretta, 1984.
-“Noè Marullo, scultore amastratino”, Thule/Romano editore, Palermo, 1985 con presentazione di Luigi Maniscalco Basile.
-“Società e cultura a Capizzi”, Edizioni Pungitopo, Marina di Patti, 1987.
-“Nicosia: la rinascita mancata (1400-1500), Thule/Romano editore, Palermo, 1989.
-Su San Sebastiano, Mistretta, Tipografia Zampino, 1985
-“Mistretta, da Martino il giovane ad Alfonso il magnanimo (1392-1458)”, Edizione Valdemone, Troina, 1991.
-“Mistretta nel ‘500”, Ed. Tip. La Celere, Messina, 1997.
-“ Sulla linea del fuoco” .Edizioni Salernitano, Messina, 2005.
-“Giarabub”, Thule/Romano editore, Palermo, 2012.
In “Giarabub” Francesco Cuva descrive un avvenimento riguardante i soldati italiani in Libia durante la Seconda Guerra Mondiale.
Giarabub si trova in Libia, in pieno deserto.
-La Rivoluzione delle Collegine – Supplemento a Mistretta senza frontiere n° 89 aprile-giugno 2016.
“San Sebastiano Miles Christi, tra fede e culto”, Tipografia A&G sas, CUECM, Catania, 2016.
San Sebastiano, il santo “laico” della prima cristianità, della Chiesa cattolica e della Chiesa cristiana ortodossa.
-“ Odissea nella steppa“ tipografia A&G sas, CUECM, Catania, 2017.
– San Giacomo tipografia A&G sas, CUECM, Catania, 2019.

 

 

 

 

Aug 15, 2022 - Senza categoria    Comments Off on IL VIBURNUM ODORATISSIMUM ADORNA E PROFUMA UN LUNGO MURO A LICATA

IL VIBURNUM ODORATISSIMUM ADORNA E PROFUMA UN LUNGO MURO A LICATA

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A Licata un lungo muro è adornato da numerosissimi e profumatissimi fiori bianchi di una pianta che ha la capacità di creare una massa impenetrabile. Il nome scientifico di questa essenza vegetale è il “VIBURNUM ODORATISSIMUM”.
Il suo nome volgare è “VIBURNUM DOLCE”.

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Al genere Viburnum appartengono circa cinquanta specie che possono essere sempreverdi o decidue.
Ogni specie possiede caratteristiche proprie e diverse dalle altre. In generale le caratteristiche simili riguardano la particolarità delle foglie di forma ovale, liscia-arrotondata o seghettata e con i colori dalle sfumature dal grigio-verde al verde brillante.
Anche il colore delle bacche distingue le varie specie. In alcune assumono una colorazione rossastra, in altre la colorazione è nera e in altre ancora è blu brillante.
Alcune specie sono maggiormente apprezzate e coltivate per le loro caratteristiche. Esse sono: il Viburnum lucido, il Viburnum tinus, il Viburnum carlesii e il Viburnum odoratissimum.
Etimologicamente il nome potrebbe derivare dal latino “viere” “legare-intrecciare”, riferito alla flessibilità dei rami utilizzati per la realizzazione di cesti. Oppure dal termine “vovorna” ovvero “dei luoghi selvatici”.

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Il Viburnum odoratissimum è un arbusto ornamentale sempreverde appartenente alla famiglia delle Caprifoliaceae e originario dell’Asia, dall’Himalaya al Giappone. In Italia si trova soprattutto nelle zone centro settentrionali. Possiede un portamento cespuglioso, eretto, alto da 2 a 3 metri. Dai fusti, numerosi, legnosi, di color bruno, partono le ramificazioni sulle quali si sviluppano le foglie ovato-lanceolate, quelle giovani di color bronzo, che mutano in un bel colore verde lucido, intenso, lunghe fino a 20 cm, e con i bordi leggermente frastagliati.

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Nella tarda primavera, sui rami, rigogliosi, sbocciano bellissimi piccoli fiori imbutiformi, bianchi, profumati, raccolti in pannocchie lunghe anche 10 cm, che attraggono gli impollinatori, uccelli e api.

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Dopo la fioritura compaiono i frutti, le bacche, piccole, ovoidali, di colore rosso, che diventano nere a maturità. Sono velenosissime.
La riproduzione avviene tramite la diffusione dei semi in autunno, o per talea, da praticare tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate, solo quando la pianta ha smesso di fiorire.
Il Viburno ha stimolato la vera poetica di Giovanni Pascoli che ha composto la poesia ”Il Gelsomino Notturno” dedicandola alle nozze dell’amico Gabriele Briganti, e pubblicata nel 1903 nei Canti di Castelvecchio :
E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova”.
In questa ode emerge uno dei temi cardine di Giovanni Pascoli: il confronto tra la Natura che lo circonda, la sensibilità acuta e l’inquietudine esistenziale, sentimenti,questi, che traspaiono dalle sue poesie.
Il Viburnum è protagonista anche della più importante e famosa canzone russa ”Kalinka” scritta dal compositore Ivan Petrovič Larënov nel 1860.
O viburno rosso di casa mia,
dove in giardino fioriscono i lamponi.
Bacche di bosco,
lasciatemi dormire,
sotto il pino verde odoroso.
E voi fate piano
non turbate i miei sogni leggeri.
Ma tu dolce fanciulla,
quando accetterai l’amore mio?
Dimmi che mi ami…”

Il Viburnum odoratissimum è di facile coltivazione richiedendo poche cure.
Molto apprezzato per il particolare colore del fogliame, è coltivato per la formazione di siepi o bordure in grado formare un’importante copertura lungo il perimetro dei giardini o anche come singolo esemplare nelle aiuole.
Nonostante cresca in modo spontaneo, si può coltivare anche in vaso. Ha una crescita veloce.
Si adatta a qualsiasi tipo di terreno, preferibilmente fertile e ricco di calcio, con ottimo drenaggio che, periodicamente si deve arricchire aggiungendo del concime liquido nell’acqua di annaffiatura da effettuare almeno una volta alla settimana quando gli arbusti sono ormai adulti. Gradisce una posizione soleggiata, ma si adatta anche alle zone dove è prevalente l’ombra parziale. E’ resistente alla basse temperature.
Le irrigazioni devono regolari, soprattutto in estate, da effettuare a substrato asciutto, evitando i ristagni idrici.
Per aver una siepe ordinata è bene effettuare la potatura per rimuovere i rami secchi e le parti danneggiate della pianta e può essere effettuata in qualsiasi periodo dell’anno.
Il Viburnum odoratissimum, purtroppo, è attaccato da parassiti che arrecano delle malattie.
L’Oidio agisce quando l’umidità e le temperature sono elevate durante il giorno e le notti sono relativamente più fresche.
Una sostanza bianca e polverosa compare sui margini delle foglie che appassiscono e si staccano dal ramo.
La presenza dell’Oidio si può combattere spruzzando sulla pianta dei fungicidi.
La Maculatura fogliare si presenta facilmente in ambienti dove la temperatura e l’umidità sono elevate. Inizialmente compaiono delle piccole macchie di colore giallo-marrone sulla superficie delle foglie che, con il progredire della malattia, si diffondono su tutto il fogliame .
Sono utili i trattamenti con i fungicidi.
Gli afidi sono piccoli parassiti che succhiano la linfa dalla pagina inferiore delle foglie, dai teneri germogli e dai fiori.
I Tripidi si trovano sulla pagina inferiore delle foglie e nei boccioli dei fiori. Essendo microscopici, le secrezioni lucide e argentee deposte sulla parte inferiore delle foglie manifestano la loro presenza. L’infestazione fa diventare il fogliame di colore rosso fuoco, e il fiore cade prima di sbocciare. Le foglie infette vengono distorte, incurvate, arricciate e defogliate dai rami. Bisogna applicare un insetticida specifico.
Il Viburnum odoratissimum non è una pianta usata nella medicina popolare a differenza delle altre specie quali: il Viburnum Lantana, il Viburnum Opulus e il Viburnum Prunifolium.
Le principali proprietà terapeutiche di questi Viburni sono: antiallergiche, calmanti dei dolori addominali, curativi dei sintomi influenzali e dei disturbi mestruali.
Nell’arte magica, secondo lo scienziato Scott Cunningham, il Viburno è utilizzato per la protezione contro i malefici, per tentare la fortuna al gioco, per cercare il lavoro e per conseguire il potere. Un pezzettino di corteccia, nascosto dentro una tasca, protegge dagli spiriti malvagi e dagli avvenimenti accidentali chi lo porta con sè.

Aug 1, 2022 - Senza categoria    Comments Off on IL SAMBUCUS EBULUS NELLE STRADE DI CAMPAGNA DI MISTRETTA

IL SAMBUCUS EBULUS NELLE STRADE DI CAMPAGNA DI MISTRETTA

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La scorsa estate ho scoperto, percorrendo la strada che porta al boschetto della Neviera a Mistretta, una specie spontanea che non conoscevo.
E’ il Sambucus ebulus.
E’ una pianta simile al Sambucus nigra, da cui si distingue facilmente per il portamento arboreo, per il fusto legnoso, per le foglie con segmenti ellittico-lanceolati, per i fiori con le antere gialle.
Il Sambucus ebulus è conosciuto con altri nomi: “Sambuchella, Falso sambuco, Sambuco lebbio, Ebbio”.

 

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Etimologicamente il nome generico del “Sambucus” deriva dal greco “σαμβύκη”, uno strumento musicale a corde che, si suppone, venisse realizzato usando il legno di Sambuco.
Il nome della specie deriva da “ebulum” “sambuco selvatico”, nome latino dell’Ebbio usato da Plinio e da Virgilio.
Il Sambucus ebulus è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Loniceracee.

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Originario dell’Europa centrale e dell’Asia Sudoccidentale, naturalizzato in molte zone del Nord America, è presente in quasi tutte le regioni d’Italia ad eccezione della Valle d’Aosta.
Forma densi popolamenti su suoli limoso-argillosi profondi, freschi, con ristagno d’acqua, subacidi a neutri e ricchi di composti azotati.
Vegeta bene dal livello del mare fino a 1300 metri di altitudine lungo le siepi e le strade campestri, negli incolti e nei terreni ruderali.
Il Sambucus ebulus è provvisto da un fusto erbaceo, semplice o poco ramoso, alto sino a 150 centimetri, di colore verde e solcato da coste longitudinali più chiare contenente all’interno il midollo bianco.

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Le foglie, opposte imparipennate, a lamina lanceolata e a margine dentato, sono di colore verde scuro sulla pagina inferiore e di colore verde chiaro sulla pagina inferiore. Se strofinate, emanano un odore molto sgradevole. Le stipole, ben sviluppate, sono ovate o subrotonde.

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I fiori numerosi, piccoli, riuniti in ampi corimbi eretti, sono formati dalla corolla di colore bianco rosato odorose di mandorla amara, e antere violette. Sbocciano nei mesi da maggio a luglio.

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Il frutto è una drupa globosa, di 4-6 mm di diametro, prima di colore verde poi di colore nero e lucida a maturità.
I frutti maturi sono tossici.

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Quindi, è fondamentale distinguerli da quelli del Sambucus nigra che sono eduli e molto simili. Veramente tutte le parti della pianta sono tossiche perchè la pianta contiene l’acaloide sambucina, antociani, flavonoidi, saponine.
Tuttavia, anticamente, nella medicina popolare, il Sambucus ebulus trovava largo impiego per la cura di numerose affezioni. La radice era utilizzata per le sue spiccate proprietà lassative-diuretiche e antiedematose, per combattere la stitichezza e per preparare impacchi efficaci in caso di edemi da slogature o da distorsioni.
Inoltre il succo estratto dalla radice veniva utilizzato per tingere i capelli neri. La corteccia e le foglie essiccate erano un vero toccasana per lenire i dolori articolari causati dai reumatismi.
I fiori, raccolti in piena fioritura, venivano essiccati all’aria e poi utilizzati per la preparazione di infusi efficaci nella cura delle infezioni virali dell’apparato respiratorio, come espettoranti delle vie aeree superiori ed anche come antipiretici in caso di febbre alta. Le bacche ancora oggi sono utilizzate per preparare repellenti, inchiostri e coloranti di colore blu.
L’uso di porzioni abbondanti a base del Sambucus ebulus, per alleviare molti disturbi, danno luogo a nausea, a vomito, a dolori addominali, ad allergie e ad eritemi soprattutto in quei soggetti particolarmente sensibili.
Il consiglio del medico è indispensabile in ogni occasione!

 

Jul 11, 2022 - Senza categoria    Comments Off on L’ALBERELLO DI CALLISTEMON CITRINUS ADORNA A LICATA IL MONUMENTO IN MEMORIA DEI 123 CADUTI DELLA 207° DIVISONE COSTIERA.

L’ALBERELLO DI CALLISTEMON CITRINUS ADORNA A LICATA IL MONUMENTO IN MEMORIA DEI 123 CADUTI DELLA 207° DIVISONE COSTIERA.

 

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Il 10 luglio del 1943 la 207° Divisone Costiera subì l’attacco della 3° Divisone di Fanteria Americana causando la perdita di 123 Caduti.
Il Comune di Licata e l’Associazione Memento posero il 10 luglio 2019, in Piazza della Vittoria, adornando il monumento con questo splendido vegetale.
Il suo nome scientifico è “CALLISTEMON CITRINUS”.

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Etimologicamente il nome del genere “callistemon” , derivante dal greco , è formato dall’unione delle due parole “καλός” che significa “bello” e “στήμονες” “stami”.
Il riferimento è dovuto alla particolare tipologia dei fiori e, soprattutto, degli stami.
Il nome dalla specie “citrinus” deriva dal latino “cidreus” “cedrino” per via del profumo di cedro che le foglie emanano strofinandole sulle mani. Per questo motivo è coltivato abbondantemente nei giardini dell’India.
Il Callistemon citrunus fu introdotto per la prima volta in Europa da Joseph Banks, naturalista e botanico inglese, membro della Royal Society, che accompagnò James Cook durante il suo primo grande viaggio alla scoperta dei territori dell’Oceania nel 1771.
Quindi cominciò ad essere coltivato presso il Kew Garden di Londra.
Originario dell’Australia, il genere Callistemon appartiene alla famiglia delle Myrtaceae.

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Esistono diverse varietà: Il Callistemon citrinus, dai fiori rossi, il Callistemon speciosus, la specie più diffusa, dai fiori di colore rosso cadmio che fioriscono dalla fine della primavera fino ai primi freddi autunnali, il Callistemon lanceolatus, che raggiunge notevoli dimensioni, con foglie un po’ più appuntite rispetto alle altre specie e fiori, che sbocciano durante la stagione estiva, di colore rosso vivo; il Callistemon salignus che, pur non essendo una specie molto comune, merita di essere citato per via dei suoi fiori che, a differenza degli altri, sono di colore giallo arancio.
Il Callistemon citrinus è un arbusto alto circa 150 cm, a portamento espanso per le numerose ramificazioni arcuate e, a volte, pendule, coperte da una fitta peluria.

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Le foglie sono lunghe, acuminate, lineari, opache, coriacee, rigide e di colore verde-grigiastro. Al tatto, donano una piacevole sensazione setosa. Sulla nuova vegetazione sono più numerose.

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Le infiorescenze sono l’elemento caratteristico di questa pianta.
I fiori, apprezzati per la lunga durata e per l’intenso profumo di limone, compaiono all’inizio della stagione estiva riuniti in spighe a pannocchia lunghe anche 30 cm. Hanno la forma di uno scovolino come quello per pulire l’interno delle bottiglie di vetro. Il colore rosso arancio brillante degli stami contrasta con le antere scure. Il frutto è una capsula grigia molto resistente.

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Oltre al tipico colore rosso acceso i fiori, a seconda della specie, possono assumere sfumature del giallo-arancio, del bianco e del rosa. Fiorita, la pianta ha impreziosito il monumento di Licata con il suo portamento elegante e con l’aspetto appariscente dei fiori.
I fiori, freschi o secchi, possono essere adoperati anche per la composizione di bouquet e per altri usi decorativi.
La riproduzione avviene mediante i semi ma,soprattutto, attraverso il prelievo di talee raccolte nel mese di agosto unitamente a una porzione del ramo portante. Le talee devono essere trattate con ormoni rizogeni per favorire la radicazione e poste in vaso su un terriccio di bosco misto a sabbia e ad una temperatura di circa 25°C.
Il Callistemon citrinus è largamente coltivato, prevalentemente all’aperto, per impreziosire giardini, prati o terrazze con i suoi appariscenti fiori, ma si adatta anche alla vita in appartamento prestandosi alla coltivazione in vaso.
Di facile coltivazione e di elevata rusticità, non presenta troppe esigenze curative.
Predilige essere posto su un terriccio ricco, profondo, a reazione acida, sempre ben drenato.
L’autunno è la stagione più favorevole per la messa a dimora. Richiede un’esposizione a mezz’ombra, evitando la piena esposizione ai raggi diretti del sole.
Ha una buona resistenza alle alte temperature, mentre è poco tollerante alle basse. Teme il vento, quindi è meglio porla al riparo delle correnti d’aria.
Per stimolare la pianta a produrre un’abbondante e duratura fioritura, bisogna bagnare il terreno a giorni alterni, dalla primavera alla fine dell’estate, evitando i ristagni idrici che potrebbero causare il marciume delle radici.
In inverno bisogna bagnare solo in caso di siccità.
Dall’inizio della primavera e fino all’inizio dell’autunno è necessario somministrare un pò di concime a lento rilascio.
Il Callistemon citrinus è abbastanza resistente all’attacco di parassiti e di malattie, ma teme la presenza degli Afidi.

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Curiosità: In Australia le piante di Callistemon sono utilizzate dalle larve dei lepidotteri Hepialid, farfalle fantasma o notturne, per alimentarsi.

 

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