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mar 18, 2020 - Senza categoria    No Comments

I MANDORLI IN FIORE NELLA CAMPAGNA DI LICATA

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Cerchiamo di superare questo brutto periodo a causa del COVID 19 rallegrandoci con i regali che la Natura ci dà.
Numerosi, nella mia campagna, in contrada Montesole, a Licata, sono stati i primi alberi a fiorire contemporaneamente quasi alla fine del mese di Febbraio. Hanno annunziato la fine dell’inverno, l’inizio della primavera, il ritorno in vita della Natura.
Di una bellezza affascinante, è stato emozionante per me vedere spuntare sui rami ancora nudi degli alberi i fiori, bianchi e rosa. E’ sempre una fioritura effimera,  basta un alito di vento per far cadere a terra una notevole quantità di questi fiori.

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Nella mitologia greca il fiore è legato alla speranza, ma anche alla costanza. Il mito della storia d’amore di Fillide e di Acamante racconta che Acamante, un eroe greco, partito per partecipare alla guerra di Troia, durante una sosta a Tracia conosce la principessa Fillide.
I due giovani s’innamorarono subito l’una dell’altro.  Ma Acamante dovette lasciare la sua amata per andare a combattere. A guerra finita, Acamante non fece ritorno in patria, a differenza  degli altri compagni.
Fillide lo attese per 10 lunghi anni ma, quando seppe della caduta di Troia, non vedendo tornare il suo amato, pensò che fosse morto. Non sopportando il dolore, si lasciò morire. In realtà Acamante non era morto.
La dea Atena, impietosita dalla dolcezza della storia, tramutò Fillide in un albero di mandorlo.
Quando Acamante fece ritorno, non trovò più Fillide ad attenderlo.
Avendo saputo di questa trasformazione, si recò nel luogo dove si trovava l’albero. Lo abbracciò lungamente con amore e con dolore. Fillide, accolto quell’amorevole e tenero abbraccio, fece spuntare dai rami dell’albero tanti piccoli fiori bianchi.
Fin dall’antichità, il Mandorlo è stato un simbolo di promessa per la sua precoce fioritura.
Simboleggia l’improvvisa e rapida redenzione di Dio per il Suo popolo dopo un periodo in cui sembrava che lo avesse abbandonato.
Il mandorlo è citato nella Bibbia diverse volte.  In Geremia (1,11-12), in Visioni si legge: “Mi fu rivolta questa parola del Signore:<<Che cosa vedi Geremia?>> Risposi: <<Vedo un ramo di mandorlo>>.
Il Signore soggiunse: <<Hai veduto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla>>.
 Nella Genesi (43,11), in Beniamino con i fratelli in Egitto si legge: Israele loro Padre rispose: “Se è così, fate pure: mettete nei vostri bagagli i prodotti più scelti del paese e portateli in dono a quell’uomo: un po’ di balsamo, un po’ di miele, resina e laudano, pistacchi e mandorle”.
Le mandorle sono menzionate come uno dei “prodotti più scelti del paese“.

In Botanica il suo nome scientifico è “PRUNUS  AMYGDALUS ”.

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Originario dell’Asia centrale come specie spontanea, il mandorlo si diffuse nell’antica Grecia, poi nell’Impero Romano, i romani lo chiamavano “noce greca”, e, successivamente, con le invasioni arabe si diffuse in Francia, in Spagna e in quasi tutti i paesi del bacino del Mediterraneo.
In Sicilia fu introdotto dai Fenici. Con la scoperta delle Americhe fu introdotto anche lì.
Praticamente, il mandorlo è diffuso in qualsiasi parte del mondo.  La coltivazione del mandorlo ebbe inizio nel vecchio Mondo dove era utilizzato soprattutto per il consumo alimentare.
Il Prunus amygdalus è un piccolo, rustico albero da frutto appartenente alla famiglia delle Rosaceae e al genere prunus.  Alto da 5 a 7 metri, cresce lentamente, ma è molto longevo.
Io ho già trovato alberi di mandorlo piantati nel terreno quando ho acquistato la campagna a Licata 40 anni fa!

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Possiede le radici a fittone e il fusto dapprima diritto e liscio, di colore grigio, poi contorto, screpolato e di colore scuro. Le foglie, di colore verde intenso, sono caduche, picciolate, lanceolate e poco spesse.

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I fiori, ermafroditi, sono di una colorazione bianca o leggermente rosata. Hanno il calice formato da 5 sepali, la corolla da 5 petali unghiati di rosso, di 40 stami disposti su tre verticilli e un pistillo con ovario semiinfero. Sbocciano all’inizio della primavera e prima della comparsa delle foglie che, altrimenti, impedirebbero l’impollinazione del fiore.

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Anche se i fiori sono bisessuali, tuttavia un gran numero di piante ha la particolare caratteristica di essere auto sterili. Ecco il motivo per cui, all’interno degli impianti di coltivazione bisogna considerare diverse varietà impollinatrici per poter garantire un’ottima produzione di mandorle.

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Esiste un gran numero di varietà selezionate nel corso degli ultimi tempi che si caratterizzano per essere autofertili. Esse hanno la particolare capacità di garantire un ottimo livello di fruttificazione.
Il frutto è una drupa di forma ovale piuttosto allungata composta da un guscio esterno, detto mallo, di colore verde chiaro, che si spacca a maturazione scoprendo il seme, cioè la mandorla, formata da due grandi cotiledoni bianchi coperti da una pellicola.

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I mandorli sono distinti nella varietà “dulcis” se producono mandorle dolci, e nella varietà “amara” se producono mandorle amare in base alla presenza o all’assenza dell’amigdalina e dell’enzima in grado di idrolizzarla.
Lo studioso Jared Diamond ritenne che la causa della scomparsa del glucoside amigdalina fu una mutazione genetica. Gli antichi agricoltori cominciarono a coltivare questi esemplari che mutarono geneticamente.
Quindi, il Mandorlo fu uno dei primi alberi da frutto a essere coltivato grazie all’abilità dei frutticoltori e a selezionare i suoi frutti.
I mandorli domestici apparvero nella prima parte dell’Età del bronzo (3000-2000 a.C.).
Nella tomba di Tutankamon in Egitto, circa 1325 a.C., sono stati trovati i frutti di alberi di mandorlo probabilmente importati dal Levante dove è iniziata la coltivazione della specie.
Poiché questa pianta non si presta alla propagazione tramite pollone o talea, essa doveva essere stata addomesticata prima dell’invenzione dell’innesto.
Le mandorle si raccolgono a mano nei medi di agosto- settembre. La raccolta si esegue quando le mandorle sono secche.
Si percuotono le piante con delle verghe, bastoni flessibili lunghi da 3 a 5 metri, facendo cadere le mandorle su reti o teli distesi su tutta la proiezione della chioma. E’“l’abbacchiatura”.
Dopo la raccolta, le mandorle vengono pulite dal mallo che ricopre il guscio legnoso, operazione detta “smallaturae fatte asciugare al sole. L’essiccazione consente la conservazione, anche per lunghi periodi, e la commercializzazione.
Le mandorle dolci sono commestibili. Possono essere tostate, salate, ridotte in pasta o macinate per essere utilizzate in pasticcera, nei torronifici, nelle confetterie.
A Mistretta buonissima e bellissima è la pasta reale, un dolce locale molto apprezzato.

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e la frutta martorana

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Dalle mandorle si ricava il “latte di mandorla”, una bibita molto energetica utilizzata soprattutto nelle calde estati dei Paesi mediterranei.
Le mandorle amare non sono commestibili, anzi sono velenose per la presenza dell’olio di mandorla amara, un olio volatile che contiene acido cianidrico derivato dall’idrolisi dell’amigdalina. Se ingerite in quantità, possono provocare cefalee, vomito e, nei casi più gravi, la morte, soprattutto nei bambini.
Tuttavia, usate in quantità moderata in associazione con le mandorle dolci, sono impiegate nella preparazione degli “amaretti di Saronno” e dei “Ricciarelli di Siena”, dolcetti tipici a cui danno un gusto particolare e inconfondibile.
Si usano, inoltre, per produrre liquori, estratti per dolci e per insaporire alimenti tradizionali.
Dal frutto del mandorlo si estrae, tramite spremitura a freddo e senza l’utilizzo di solventi chimici, un olio limpido e inodore che si usa ampiamente in cosmetica per le sue proprietà nutrienti, elasticizzanti ed emollienti per le pelli secche e sensibili, conferendo alla pelle un aspetto morbido e levigato.
E’ usato anche come base per unguenti e per creme da massaggio. E’molto ben tollerato da pelli sensibili e delicate. Giuseppina Bonaparte usava una grande quantità di prodotti di bellezza a base di estratti di mandorle.
Il mandorlo è una pianta da frutto che può essere coltivata sia in giardino, sia nei frutteti per la raccolta delle mandorle.
Fino agli anni ’50 del secolo scorso l’Italia deteneva il primato mondiale per la produzione di mandorle, soprattutto in Sicilia, dove la “mennulara” era la figura femminile di raccoglitrice manuale di mandorle.
Altre regioni produttrici erano: l’Abruzzo, la Puglia, la Calabria e la Sardegna. La mandorla, riconosciuta come un prodotto tipico siciliano, sardo, calabrese, è stata inserita nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.
Purtroppo, con l’importazione di produzioni molto più competitive dagli Stati Uniti d’America e dall’Australia questo primato si è andato perdendo.
Le mandorle sono frutti secchi molto utili alla nostra salute. E’ consigliato un consumo moderato quotidiano per il contenuto di proteine, di grassi, di carboidrati, di vitamine del gruppo B1 e B2, ed E, e molti sali minerali di magnesio. 100 g di mandorle dolci sgusciate contengono:270 mg circa di magnesio, 3 mg circa di ferro, e 220 mg circa di calcio.
Inoltre 100 gr di prodotto edibile forniscono; 571 calorie, 24,19 g di proteine, 50,61 g di grassi, 2,74 g di carboidrati, 26 mg di vitamina E .
Le mandorle che acquistiamo nei supermercati provengono spesso da molto lontano. Una gran soddisfazione per me è quella di raccogliere le mandorle della mia campagna i cui alberi sono generosi!
Il Mandorlo è una pianta facilmente inserita all’interno dei parchi e dei giardini a scopo ornamentale per la sua abbondante e spettacolare fioritura. Se è coltivato soprattutto per la raccolta delle mandorle, è necessario utilizzare un portainnesto, chiamato “mirabolano”, che dona alla pianta una resistenza notevole, che garantisce anche un armonico sviluppo e il raggiungimento di una buona longevità.
In genere come portainnesto è impiegato il pesco, che permette di anticipare la messa a frutto e, nello stesso tempo, garantisce anche un’ottima vigoria, ma non garantisce la longevità.
Il mandorlo è molto adatto a vegetare in un clima mediterraneo.
Riesce a vivere sia nei luoghi caratterizzati da climi tipicamente caldi, sia in quelli con climi più freddi considerata la capacità di resistere fino a temperature che scendono anche di 3-5 gradi centigradi sotto il livello dello zero termico. Possiede una grande facilità di adattamento a ogni tipo di terreno preferendo, comunque, i suoli leggeri e che non presentano un elevato livello di umidità.
I venti possono essere dannosi durante la fioritura perché ostacolano il volo dei preziosi insetti pronubi che favoriscono l’impollinazione. Presenta anche una buona resistenza alla siccità poiché le radici sono molto capaci di inserirsi nel terreno per succhiare l’acqua.
Normalmente il mandorlo non viene irrigato, con una maggiore disponibilità idrica la produzione migliora. Ogni anno conviene distribuire nell’area sotto la chioma una certa quantità di concimi realizzati con azoto, fosforo e potassio .
La potatura richiede un’attenzione peculiare sia nei primi anni di vita della pianta per darle la forma migliore di allevamento, sia successivamente, per regolare l’altezza per la raccolta della produzione delle mandorle. Si sfoltiscono i rami in sovrannumero e intricati, si eliminano le parti secche e ammalate.
I mandorli, pur avendo una grande resistenza alle malattie, riuscendo a difendersi ottimamente anche da tanti parassiti, tuttavia potrebbero essere soggetti a patologie soprattutto nelle zone caratterizzate da una grande umidità.
È importante sapere riconoscere i primi sintomi delle avversità per cercare di difendere la pianta.
Le principali avversità che colpiscono il mandorlo sono: gli insetti e i funghi. Gli insetti più importanti sono: la cimicetta, Monosteira unicostata, una cimice molto piccola, di soli 2 mm, di colore marrone-grigio chiaro, che è capace di arrecare notevoli danni nelle zone calde e in certe annate, a partire dal mese di maggio. La cimice si poggia sulla pagina inferiore delle foglie alle quali sottrae la linfa. Le foglie ingialliscono e iniziano a cadere. Altri insetti sono: la campa, Malacosoma neustria, e il coleottero Anthonomus amygdali.
A partire dalla primavera, soprattutto se la stagione è calda, gli afidi attaccano gli apici, i germogli e le foglioline del mandorlo succhiandone la linfa. Le piante deperiscono a causa della perdita della funzionalità fogliare I germogli mostrano internodi raccorciati, presenza di melata e il tipico aspetto accartocciato.
Le patologie fungine più importanti sono: l’Armillaria, il Corineo, che si distingue per la comparsa di piccole macchie circolari sulle foglie e sui rami e, a volte, anche per le macchie rosse sui frutti, il Cancro delle drupacee e la Moniliosi, una patologia che danneggia in particolare i fiori, ma anche i germogli e i rametti, che disseccano, la Bolla, che attacca sia i germogli più giovani, sia le foglie provocandone la deformazione e lo sviluppo di macchie giallastre e rosse.
Anche il Fusicocco o cancro dei rametti è un batterio nemico dei mandorli e si manifesta con macchie brune sui rami, in corrispondenza delle gemme. Tutte queste patologie si dovrebbero prevenire con l’uso di  estratti di equiseto spennellati sui tronchi. Al manifestarsi dei primi sintomi è necessario intervenire con l’uso di prodotti specifici.
Amiamo e rispettiamo la NATURA. Tutti!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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mar 10, 2020 - Senza categoria    No Comments

FESTA LITURGICA DELLA NASCITA DI SANT’ANGELO MARTIRE E AVVICENDAMENTO PASTORALE NEL SANTUARIO DIOCESANO. PADRE ANTONINO MASCALI E’ ILNUONO RETTORE DEL SANTUARIO DI SANT’ANGELO A LICATA.

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Dopo 28 anni di assenza sono ritornati a Licata i padri Carmelitani per gestire il santuario di Sant’Angelo, martire carmelitano, patrono della città di Licata.

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L’annuncio del ritorno della comunità dei Padri Carmelitani a Licata è stato comunicato alla comunità licatese dall’Arcidiocesi di Agrigento e dall’Ordine dei Carmelitani dell’Antica Osservanza nell’anno in cui ricorre l’ottavo centenario del martirio di Sant’Angelo da Gerusalemme.  L’anniversario sarà ricordato con un Anno Santo Giubilare che inizierà il 5 maggio 2020 e terminerà il 5 maggio 2021.
Molte migliaia di pellegrini giungeranno a Licata per partecipare a questo importante evento religioso.
All’inizio del cammino quaresimale e con la ricorrenza della nascita del Santo Patrono di Licata, la comunità licatese ha accolto con sentimenti di entusiasmante gioia la nuova comunità dei Padri Carmelitani. Ha ringraziato  il Signore Gesù Cristo per i circa 15 anni di servizio trascorsi nel santuario dal rettore uscente, il Rev, don Angelo Pintacorona, appartenente al clero diocesano che, in questi lunghi anni, ha officiato nel  santuario di Sant’Angelo

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Molto ricco è stato il programma degli eventi religiosi, così come annunciato dall’Arcidiocesi di Agrigento e dall’Ordine dei Carmelitani dell’Antica Osservanza.

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 Infatti, hanno comunicato che “l’avvicendamento pastorale nel santuario diocesano” avrà luogo in un periodo compreso tra il 28 febbraio e il 9 marzo 2020.
Nei giorni dal 28 febbraio  al 1 marzo è stato osservato il triduo con il culto dei giorni di quaresima. Celebrazione di sante messe, la Via Crucis, le preghiere, le confessioni, le riflessioni quaresimali sono stati momenti particolari del cristianesimo.
Il venerdì, 28 febbraio, ha celebrato la santa messa Don Saturnino Carta, parroco emerito di Sant’Angelo martire in Osidda, provincia di Nuoro.
Sabato, 29 febbraio, il rev. don Angelo Pintacorona ha celebrato la sua ultima santa messa per la fine del mandato in qualità di Rettore del santuario.

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Lunedì, 2 marzo, è stata ricordata la nascita di Sant’Angelo di Gerusalemme avvenuta il 2 marzo del 1185, nato da Jesse e da Maria, genitori ebrei convertiti al cristianesimo in seguito all’apparizione della SS.ma Vergine che predisse loro la nascita di due figli gemelli.

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La messa solenne è stata celebrata da M.R. P. Roberto Toni, Priore Provinciale della Provincia Italiana dei Carmelitani.
.Martedì, 3 marzo, la Lectio Divina”, “lettura divina”, che  insegna il modo di leggere la Sacra Scrittura.
Le celebrazioni religiose sono proseguite per tutto l’ottavario con la presenza di diversi padri carmelitani tra i quali, oltre al Molto Religioso Reverendo Padre Roberto Toni, anche quella di padre Josef Saliba, priore provinciale di Malta dell’ordine dei Carmelitani.
Sabato, 7 marzo, la veglia di preghiera.
Domenica, 8 marzo, in occasione dell’insediamento della Comunità internazionale dei Padri Carmelitani nel santuario di Sant’Angelo a Licata, per inizio mandato della nuova comunità dei padri Carmelitani di Sant’Angelo, avrebbe dovuto celebrare solennemente la santa messa Mons. Francesco Montenegro, l’arcivescovo metropolita di Agrigento.
Purtroppo l’importante evento è stato rinviato per motivi precauzionali, per tutelare  la salute pubblica per il pericolo del diffondersi del contagio dal Coronavirus.
Durante la santa messa domenicale delle ore 11:00 scarsa è stata la presenza dei fedeli in chiesa.
Hanno concelebrato: Padre Antonino Mascali, Padre Roberto Toni, Padre José Adriano Gomes da Silva.

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Da sx: Padre José Adriano Gomes da Silva – Padre Roberto Toni – Padre Antonino Mascali

Partecipiamo tutti alla Santa Messa cliccando su

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La nuova comunità è costituita da padre Gerard Carlos Araujo Tang Choon, della Provincia americana di Sant’Elia e proveniente da Trinidad e Tobago (aspettiamo il suo arrivo), da padre José Adriano Gomes da Silva, della Provincia di Pernambuco, in Brasile, e da padre Antonino Mascali, attuale assistente provinciale del Terz’Ordine Carmelitano.
Lunedì, 9 marzo 2020, la celebrazione della santa messa e il canto del Te Deum di ringraziamento avrebbero dovuto concludere gli eventi programmati.
Il Carmelitano, Padre Antonino  Mascali, è il nuovo rettore del santuario Diocesano di Sant’Angelo e Priore della comunità internazionale di Sant’Angelo a Licata e del convento e dipende direttamente dal Priore Generale dell’Ordine dei Carmelitani.
Padre Antonino proviene dalla comunità “N.S. del Carmine” di Cagliari dove è stato parroco e, attualmente, ricopre anche l’incarico di Assistente Spirituale dei Terz’Ordine Carmelitani della Provincia Italiana (tutte le comunità Carmelitane d’Italia, escluse quelle campane, pugliesi e calabresi).
Padre Antonino Mascali, assieme ai Padri della comunità, è stato presentato ai fedeli licatesi giorno 8 marzo, durante la celebrazione eucaristica domenicale delle ore 11 :00 nel Santuario di Sant’Angelo.

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Alle ore 18:30 dello stesso giorno Padre Antonino Mascali ha celebrato la sua prima Santa Messa in qualità di Rettore-Priore del santuario di Sant’Angelo a Licata.
Padre Antonino Mascali O.Carm. è nato a Randazzo, una cittadina in provincia di  Catania, il 10 luglio del 1969.

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Inizia il suo cammino di formazione nella Provincia Italiana dei Carmelitani il 10 settembre 2001 ad Albano Laziale dopo un anno di esperienza conquistata nel Convento di Santa Lucia alla Castellina a Firenze.
Negli anni 2003-2004 svolge il suo anno di noviziato a Bologna dove ha affermato la sua Prima Professione nell’Ordine Carmelitano il 4 settembre 2004. Il 26 febbraio 2011 da Sua Eccellenza Mons. Pio Vittorio Vigo, Vescovo di Acireale, è stato ordinato sacerdote nella Basilica di Santa Maria Assunta in Randazzo. Nel 2011 è stato nominato Vice Parroco nella Basilica dei Santi Martino e Silvestro ai Monti a Roma.
Nel mese di ottobre del 2014 riceve la nomina di Vice Parroco nella Parrocchia “N. S. del Carmine” a Cagliari.
Dal 2018 è Assistente Provinciale del Terz’Ordine Carmelitano (TOC).
Dal 1 marzo 2020 è Rettore e Priore del santuario di Sant’Angelo a Licata.
Auguri, Padre Antonino Mascali, “padre” e guida della comunità, di un buon inserimento nel santuario di Sant’Angelo a Licata e di un lungo, intenso  e proficuo  ministero del Signore sotto la protezione della Vergine del Carmelo e di Sant’Angelo, martire carmelitano .

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mar 4, 2020 - Senza categoria    No Comments

IL REV. DON ANGELO PINTACORONA SALUTATO CON GRATITUDINE DALLA COMUNITA’ LICATESE.

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Il giorno 29 febbraio 2020 una numerosa folla di fedeli si è riunita all’interno del Santuario di Sant’Angelo Martire, il Santo Patrono della città di Licata,

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per abbracciare virtualmente e ringraziare il rettore, don Angelo Pintacorona, per il lavoro, per l’impegno, per la dedizione nel guidare la Rettoria del Santuario per tanti lunghi anni.

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 Su Facebook, nel profilo del Santuario di Sant’Angelo è stato creato un apposito evento dal titolo “Salutiamo con gratitudine Don Angelo Pintacorona”. Infatti, dopo 28 anni di assenza, sono ritornati a Licata, disponibili ad occuparsi del santuario e ospitati sicuramente nei locali del convento, i carmelitani di cui Sant’Arcangelo fu un seguace della loro dottrina.
L’Ordine dei Carmelitani prese il nome dal monte “Carmelo”, in aramaico “Karmel” “giardino, paradiso di Dio”, un rilievo montuoso calcareo alto 528 metri che si trova nella sezione nord-occidentale di Israele, nell’Alta Galilea. Esso fu la culla dell’antico Ordine monastico contemplativo d’origine orientale. Alcuni eremiti sul monte Carmelo edificarono il primo tempio dedicato alla Vergine che, per questo motivo, si chiamò Madonna del Carmelo o Madonna del Carmine.
Il 16 luglio del 1251 la Vergine Maria, circondata dagli angeli e con il Bambino in braccio, apparve a San Simon Stock, il primo Padre Generale dell’Ordine Carmelitano inglese, al quale consegnò lo “Scapolare” dicendogli: “Prendi, o figlio dilettissimo, questo Scapolare del tuo Ordine, segno distintivo della mia Confraternita. Ecco un segno di salute, di salvezza nei pericoli, di alleanza e di pace con voi in sempiterno.
Chi morrà vestito di questo abito, non soffrirà il fuoco eterno”.

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 Sulla vita di Sant’Angelo, sulla Sue feste religiose, sul santuario a Licata invito i lettori a leggere gli articoli pubblicati nel mio blog nel mese di aprile 2016.
Per festeggiare il ritorno dei Padri Carmelitani a Licata è stato scelto esattamente questo periodo in cui si celebrerà il Giubileo di Sant’Angelo, che  inizierà il prossimo 5 maggio e durerà fino al 5 maggio del 2021. L’evento è stato organizzato dall’Ordine Carmelitano in occasione degli 800 anni del martirio del frate carmelitano Sant’Angelo.
Nel santuario di Sant’Angelo la Santa Messa di ringraziamento, per la fine del mandato pastorale del Can. Don Angelo Pintacorona, Rettore uscente del Santuario Diocesano, è stata concelebrata: dal rev. Angelo Pintacorona, da P. Roberto Toni, da P.Josè Adriano Gomes Da Silva, da P. Salvatore Cardella.

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Durante la sua omelia, visibilmente commosso, Don Angelo Pintacorona ha percorso la storia della sua vita al servizio del Santuario, dell’accoglienza dell’Associazione Pro Sant’Angelo, dell’assistenza spirituale al gruppo dei Carmelitani, dell’ascolto dei giovani, e delle tante altre attività.

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Ha dato, inoltre, il benvenuto ai tre frati carmelitani che svolgeranno il loro mandato a Licata: a P.Antonino Mascali, il nuovo Rettore del santuario, a P.Gerard Carlos AraujoTangChoon di Trinidad e Tobago, al brasiliano Josè Adriano Gomes Da Silva.
Nel corso della celebrazione il M. R..P. Roberto Toni, Priore Provinciale della Provincia Italiana dei Carmelitani, ha letto il saluto di tutta la comunità licatese diretto a Don Angelo Pintacorona. Le sue parole: “Grazie, Padre Angelo, a ringraziarLa non sono le parole di uno, ma sono le parole di tanti”.
Quindi, hanno espresso il proprio pensiero ringraziando Padre Angelo Pintacorona: il prof. Vincenzo Scuderi, il dott. Giuseppe Caci, Presidente del Terz’ordine Carmelitano di Licata a Segretario Provinciale del Terz’ordine Carmelitano della Provincia Italiana dei Padri Carmelitani, la signora Caterina Bonafede, segretaria dell’Associazione  Pro Sant’Angelo.  P. Roberto Toni ha letto la lettera che i giovani Giacomo Vedda e Viviana Giglia hanno indirizzato a Don Angelo.  Il signor Gibaldi Angelo, presidente dell’ Associazione Por Sant’Angelo, e il membro dell’Associazione “Vivere Licata” hanno salutato padre Pintacorona offrendogli anche un omaggio floreale.
La santa messa è stata animata dal coro dei Carmelitani che hanno recitato la preghiera alla Madonna del Carmelo e hanno cantato chiamdoLa “Sorella”.
La visione del filmato, cliccando su

 

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rende tutti noi partecipi della cerimonia come se fossimo stati materialmente presenti.

Chi è Padre Angelo Pintacorona?
Angelo Pintacorona è nato a Licata, in provincia di Agrigento, il 6 settembre del 1939.
Il giorno 3 luglio del 1966 da Mons. Giuseppe Petralia è stato ordinato sacerdote presso la cattedrale di Agrigento.
Nel 1966 è stato nominato Viceparroco della chiesa Madre di Palma di Montechiaro.
Nel 1968 è stato nominato Viceparroco della chiesa Madonna di Fatima di Agrigento.
Negli anni 1972-’73 è stato nominato Viceparroco della chiesa di Santa Maria dell’Annunziata, meglio conosciuta come “Chiesa del Carmine” a Licata.
Dal 1973 è stato rettore della chiesa di Maria SS.ma della Carità, Cappellano del cimitero dei Cappuccini e Canonico dell’Insigne Secolare Collegiata sempre a Licata. A partire dallo stesso anno ha ricoperto l’incarico di docente di religione cattolica presso Istituto “Filippo Re Capriata” di Licata e membro del Consiglio presbiterale diocesano .
Il primo dicembre del 1977 stato nominato parroco della chiesa di Santa Barbara a Licata. Il primo ottobre del 1986 è stato nominato parroco della chiesa di Sant’Andrea Apostolo di Licata. Dal 13 dicembre del 2005 ha ricoperto l’incarico di Rettore del Santuario di Sant’Anglo Martire a Licata. Incarico che ha mantenuto fino al 29 febbraio 2020.
Il mio augurio, Padre Angelo, è quello di continuare a professare la sua Fede cristiana nel silenzio, nella tranquillità e in armonia con se stesso.

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mar 1, 2020 - Senza categoria    No Comments

LE BOUGANVILLE AURANTIACA E SANDERIANA PRESENTI NELLA MIA CAMPAGNA DI LICATA

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Amici  miei, vi è mai capitato di incontrare un recinto, una parete, un muro rivestiti dai rami fioriti della bellissima Bouganvilleae di rimanere affascinati dalla straordinaria bellezza dei suoi fiori?
Ebbene, nella mia campagna, in contrada Montesole, a Licata, sono presenti due varietà di Bouganvillee: la varietàaurantiaca”, caratterizzata da brattee che circondano i fiori dal color rosso mattone scuro, e la varietàSanderiana”, che ha ifiori circondati da brattee di colore rosso-violaceo.

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La Bouganvillea è una pianta rampicante che, dalla primavera e fino al tardo autunno, con la sua abbondante fioritura, regala splendide macchie di colore.
In Brasile, nel 1768, fu notata dal botanico francese Philibert Commerson, ma il suo nome è un omaggio a Louis Antoine de Bouganville, il navigatore francese che scoprì questa pianta durante uno dei suoi tanti viaggi e la introdusse in Europa.
La Bougainvillea, chiamata anche Bouganvillea Buganvillea, è un genere di piante appartenente alla famiglia delle Nyctaginaceae.
È diffusa in tutti quei Paesi dove il clima è mite. In Italia è coltivata in piena terra, all’esterno, solo nelle regioni più calde poichè necessita di una temperatura non inferiore ai 7 °C. A Licata la temperatura non scende quasi mai al di sotto dei 7°C neanche in inverno!
Quindi, la pianta ha trovato il suo ambiente ideale.
Le mie piante sono molto belle e vistose e ravvivano l’aspetto del mio giardino!
La Bouganvillea aurantiaca possiede rametti legnosi provvisti di spine e foglie ovate di colore verde lucente lungo tutto il fusto.
I piccoli fiori sono circondati da grandi brattee di colore rosso mattone scuro.

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La Bougainvillea Sanderiana è una pianta molto rustica, di forma raccolta, con foglie piccole, verdi, lucide e con fiori circondati da brattee di colore rosso-violaceo brillante. Possiede rametti legnosi provvisti di spine.

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Esistono in Natura 18 varietà di Bouganvillee che differiscono tra di loro per il colore dei fiori. Le grandi brattee, che circondano il fiore vero e proprio, possono essere di colore bianco, giallo, arancio, rosa, viola. Colori più frequenti per le Bouganvillee sono: il rosa, il rosso, il fucsia e il viola.
L’interesse come piante ornamentali è dato, appunto, dai grappoli dei piccoli fiori tubolosi riuniti a gruppi di tre avvolti in un involucro di tre brattee vistosamente colorate. La fioritura si protrae per diversi mesi durante l’anno.
La Bouganvillea si moltiplica per seme, ma anche per talea. E’ sufficiente asportare dalla pianta un rametto di circa 8-10 centimetri di lunghezza e piantarlo nel terreno. Il periodo ideale per le talee è la primavera. Dopo circa  tre settimane dall’impianto si potrà vedere la comparsa delle piccole radici.
Le Bouganvillee, coltivate prevalentemente a scopo ornamentale, si possono ammirare lungo i muri, nei recinti, nei cortili e vicino alle verande.
Semplici da coltivare, le Bouganvillee sono delle piante vigorose, appariscenti, vistose ma, allo stesso tempo, delicate ed eleganti.
Sono in grado di svilupparsi abbastanza rapidamente producendo una cascata di rami, di foglie e di fiori colorati che abbelliscono l’ambiente dove vivono.
Le Bouganvillee, coltivate all’aperto, richiedono un terreno fertile e amano essere poste in luoghi esposti al sole e riparati dalle correnti fredde in modo da ottenere un’ottima fioritura. Il terreno deve contenere una buona quantità di umidità.
Bisogna annaffiare la Bouganvillee solo quando il terreno è ben asciutto.
Infatti, è una pianta che sopporta bene la siccità, ma le annaffiature periodiche sono indispensabili soprattutto nel periodo estivo.
Durante i mesi freddi, invece, bisogna annaffiare il terreno solo sporadicamente e solo quando è ben asciutto.
Poiché la Bouganvillea è una pianta che cresce piuttosto velocemente, per dare una forma armoniosa è necessario potare la pianta prima dell’arrivo della primavera, durante il mese di febbraio, al termine di ogni fioritura.
Si devono eliminare tutti i rami deboli o secchi e accorciare di un terzo circa i rami principali. Con le nuove foglie e con nuova la fioritura si riprenderà spettacolarmente.
Durante la potatura bisogna usare i guanti per proteggere le dita dalla puntura delle spine che, possedendo una leggera tossicità, potrebbero causare fastidiose dermatiti.
La Bouganvillea è una pianta molto resistente e, in genere, difficilmente è attaccata dagli insetti o colpita da malattie fungine.
Eventuali malattie e parassiti potranno essere sconfitti dai trattamenti chimici e biologici. Gli antiparassitari biologici rispettano l’ambiente, sono atossici per le persone, per gli animali domestici e per gli insetti utili.
Tra le malattie crittogame, cioè quelle causate da funghi microscopici che attaccano tutte le parti della pianta, dalle radici alle foglie, si evidenziano: il marciume fogliare, che si manifesta con l’accartocciamento delle foglie e la loro precoce caduta; il marciume radicale, causato dal ristagno idrico; la tracheomicosi, una malattia fungina che provoca il disseccamento parziale o totale dell’intero fusto.
Tra i parassiti animali, che maggiormente recano danni a questa meravigliosa pianta, quelli più frequenti sono: la Cocciniglia, un parassita che si nutre della linfa della pianta, gli Afidi, che attaccano fiori e foglie soprattutto quando l’aria è umida.
Gli attacchi degli Afidi predispongono la pianta all’aggressione del “virus del mosaico”, un virus che provoca l’ingiallimento delle foglie, l’arresto della fioritura e la produzione di germogli deformati e contorti.
Nel linguaggio dei fiori la Bougainvillea assume il significato di “benvenuto”.

 

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feb 24, 2020 - Senza categoria    No Comments

LA STORIA DELLA CERAMICA DI SCIACCA DECRITTA DA NELLA SEMINARA AL CUSCA DI LICATA

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Sciacca, in provincia di Agrigento, è un’altra città della Sicilia dove è ancora vigente l’antica arte della ceramica. L’origine della ceramica a Sciacca risale all’VIII – VI millennio a.C. e ancora oggi rispetta le forme e i colori dell’antica tradizione.

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Recenti scavi hanno permesso di ritrovare resti di antichi forni utilizzati per la cottura della ceramica. Esattamente, nel 1971, durante i lavori di scavo nei pressi dalla villa comunale, furono trovati altri resti di antiche fornaci per la lavorazione dell’argilla e recuperati vari frammenti di ceramica invetriata risalenti agli inizi del 1200 e conservati nel Museo di Caltagirone. Al museo regionale della ceramica a Caltagirone è conservata una “cannata” con lo stemma della famiglia “Incisa” prodotta nella prima metà del trecento. Gli “Incisa” erano famiglie nobiliari molto importanti nella città di Sciacca. I diversi scavi archeologici effettuati negli ultimi decenni nel territorio saccense hanno portato alla luce una notevole quantità di prodotti ceramici. I più antichi sono stati trovati nella grotta del Fazello, sul monte Cronio, e risalgono al periodo del neolitico; altri sono stati trovati nella necropoli dell’età del rame in contrada Tranchina, altri ancora risalenti al periodo greco-romano, in diverse parti del territorio saccense.
Inoltre, in alcuni documenti risalenti agli ultimi decenni del ‘200, sono attestati i pagamenti di dazi su vari manufatti ceramici dell’epoca.
Le fonti storiche raccontano che nel 1282 le fornaci producevano dei manufatti invetriati e le ceramiche ritrovate a Gela e ad Agrigento nei palazzi nobiliari del XVI al XVIII secolo provengono dai laboratori Saccensi. Questi ritrovamenti testimoniano la lunga tradizione della lavorazione di manufatti in ceramica a Sciacca.
Tuttavia, risale al Medioevo una documentazione storica che afferma che nella città di Sciacca ci fu una produzione di manufatti in ceramica. Il Medioevo è un periodo di circa 10 secoli che inizia con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, nel 476, e termina con la scoperta dell’America avvenuta nel 1492.
La produzione della ceramica conosce un notevole sviluppo con il progressivo diffondersi a Sciacca delle farmacie, o “speziarie“, sorte numerose in relazione all’usanza medievale che imponeva ai cittadini di curare, oltre che di ospitare, i pellegrini che si recavano a Sciacca.

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Presso le farmacie i contenitori delle erbe medicinali, che erano costituiti da vasi in ceramica a forma prevalentemente di cilindri o di grosse bocce ovoidali, erano collocati negli scaffali e presentavano ricche decorazioni espresse con i colori accesi del giallo, del verde e del blu intenso.

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Il quattrocento segnò l’affermarsi della produzione ceramica di Sciacca come una tra le più importanti della Sicilia. Ai ceramisti saccensi si commissionavano notevoli produzioni di maioliche destinate a ornare palazzi nobiliari, chiese, conventi, oltre alle farmacie del tempo.
Si realizzavano: bocce, vasi, albarelli, piatti e mattonelle.

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Molta di questa produzione è documentata attraverso gli atti notarili dai quali si conoscono i nomi dei ceramisti. I più famosi e bravi maestri maiolicari del ‘400 furono: Guglielmo Xurtino e Nicola Lu Sciuto.  Nicola Lu Sciuto, nel 1470, ha firmato quattro albarelli, uno dei quali è oggi conservato presso il Museo nazionale di Malta.
Il periodo a cavallo tra il ‘400 e il ‘500 è ricco di testimonianze della vasta produzione saccense e parecchie produzioni di mattonelle maiolicate hanno abbellito palazzi e chiese di varie parti della Sicilia a testimonianza dell’importanza dei maiolicari di Sciacca.

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Gaspare Lombardo, i maestri Scoma e Francavilla, i fratelli Lo Bue, i fratelli Lo Pipero, sono solo alcuni di questi numerosi maiolicari che operarono tra i due secoli. 
Il più antico reperto ceramico saccense è il pannello raffigurante San Calogero, collocato in una grotta sul Monte Cronio, datato 1545 ed eseguito da Francesco De Xuto. Francesco, uno dei figli del maestro Nicola Lu Sciuto, fu creatore del pavimento maiolicato della cappella dei genovesi all’interno del convento di San Francesco d’Assisi a Palermo, commissionato dai mercanti liguri presenti nel capoluogo.
Ai maestri saccensi furono richieste anche mattonelle per il Palazzo degli Aiutamicristo a Palermo nel 1490 e per il Duomo di Monreale nel 1498, decorato con migliaia di mattoni del maestro Lombardo, Nove delle mattonelle che componevano il pavimento della cattedrale, sopravvissute al suo smantellamento, sono conservate presso il Victoria and Albert Museum di Londra.La chiesa di Santa Margherita di Sciacca è decorata con mattoni forniti dai maestri Scoma e Francavilla nel 1496.
Verso la fine del ‘500 si afferma Giuseppe Bonachia, detto Maxierato, il più grande ceramista di Sciacca, che nella vita svolgeva l’attività di sergente della milizia civile che si occupava dell’ordine pubblico. Nel 1600 realizzò una serie di pannelli in maiolica, chiamati “quadro maiolicato“, raffiguranti scene del vecchio e del nuovo testamento per la chiesa di San Giorgio dei Genovesi di Sciacca, costruita nel 1520 e distrutta nel 1952.
Per comporre la fascia e il pavimento della cappella furono utilizzate 2475 mattonelle.
Per tutto il ‘600 e il ‘700 tante botteghe di ceramisti alimentarono la vasta produzione di prodotti ceramici, ma che, in seguito, la produzione ha subito una lunga stasi.
Nel dopoguerra ricominciò la produzione di ceramica. Con l’istituzione della Scuola d’Arte “Giuseppe Bonachia” così chiamata in memoria del grande maestro maiolicaro Giuseppe Bonachia, l’attività riprese brillantemente negli anni ’40 del secolo scorso.
A Sciacca esistono circa 50 botteghe artigiane che propongono numerose maioliche: vasellame da tavola, figure umane, ceramiche d’arredamento, mattonelle votive, piatti, vasi e bocce decorate con colori blu, verde ramina, giallo paglia, arancione e turchese che erano e sono rimasti cari ai maiolicari Saccensi.

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Negli anni ’80 del secolo scorso, grazie all’impegno e alla lungimiranza dei soci del Lions club di Sciacca, sono stati collocati in varie parti del centro storico alcuni pannelli in ceramica raffiguranti diversi aspetti della città.
Negli ultimi anni, grazie a una politica Comunale e Regionale favorevole, l’associazione ceramisti saccensi ha saputo creare intorno alla ceramica un vasto interesse di pubblico per questo peculiare prodotto ottenendo non solo riconoscimenti per il pregio della maiolica, ma ha saputo creare le condizioni di mercato per un export su tutto il territorio nazionale.
Negli ultimi anni, grazie alla notevole attività di promozione, la città di Sciacca è entrata a far parte dell’Associazione Nazionale “Città della Ceramica” e la sua ceramica si fregia del riconoscimento del “marchio di qualità”.
Oggi i ceramisti saccensi continuano a svolgere la loro attività artistica nel rispetto dell’antica tradizione. Producono, con le stesse antichissime tecniche: vasellame, ceramiche di arredamento privato e urbano, piastrelle, statuette, pannelli, oggetti religiosi e tanti altri svariati prodotti. Nella decorazione dei vasi continuano a prevalere i colori del passato: giallo, arancione, turchese, blu, verde, oltre alle originali caratteristiche dell’impasto e alle tradizionali tecniche di produzione che, talvolta, è possibile ammirare direttamente presso i laboratori annessi ai tanti negozi che popolano e colorano le vie di Sciacca.
La presenza del locale Istituto d’Arte e la possibilità per i giovani di imparare anche all’interno delle varie botteghe presenti in città permettono di conservare l’antica arte della ceramica di Sciacca.
Passeggiando per il centro storico di Sciacca è impossibile non accorgersi della presenza di numerosi punti vendita di coloratissime ceramiche dalle più svariate forme e dimensioni.
La ceramica, a Sciacca, costituisce un importante elemento di attrazione per tutti coloro i quali desiderano possedere almeno un oggetto della vasta e pregevole produzione ceramica saccense.

La Fonte: il Web

 

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feb 20, 2020 - Senza categoria    No Comments

LA STORIA DELLA CERAMICA DI BURGIO DESCRITTA DA NELLA SEMINARA AL CUSCA DI LICATA

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Burgio è un centro agricolo di origini medioevali posto a un’altitudine di 317 metri.
Si trova in provincia di Agrigento da cui dista km 70.
Il primo insediamento si formò attorno ad un castello durante l’occupazione araba e ancora oggi mantiene, nel suo nucleo più antico, un impianto tipicamente medievale, anche se il Castello, detto dei Peralta, e la Chiesa Madre, di epoca normanna, sono i monumenti più antichi del suo centro storico. Altri siti monumentali sono: il Castello Agristìa, l’Eremo di San Adriano e il Santuario di Rifèsi, che si trovano nella riserva naturale adiacente al paese. Inoltre, il recente restauro del Convento dei Cappuccini ha consentito l’apertura del Museo delle Mummie.
Famosa come città della ceramica, Burgio vanta una secolare tradizione nell’arte delle maioliche e nella produzione delle campane di bronzo.
La fonderia di campane a Burgio, l’unica in Sicilia e una delle poche esistenti in Italia, è stata fondata dalla famiglia Virgadamo nel 1500.
Alle nuove generazioni è tramandata la passione per quest’arte che oggi è diventata un’attività artigianale e professionale.
La fonderia ha prodotto campane per secoli, destinate a tutto il mondo.
La famiglia dei Virgadamo è stata iscritta nell’albo d’oro per meriti professionali, nel Telamone di Agrigento e ha ottenuto diversi attestati e trofei.
Il signor Rocco Cacciabaudo ha dato il suo apporto alla continuazione di quest’arte campanaria aprendo, a Burgio, una propria fonderia.

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Il segreto delle ceramiche di Burgio, oltre a risiedere nella varietà delle materie prime disponibili, tra cui la pietra dura e l’argilla locale, sta nella maestria degli artigiani che, ancora oggi, lavorano nelle antiche botteghe producendo manufatti apprezzati ed esportati in tutto il mondo. Già nel 1400 nella cittadina di Burgio si sfruttavano le cave di creta per la produzione di tegole e di mattoni stagnati.
La notizia che Burgio fosse una cittadina ideale per impiantare botteghe per la ricchezza delle materie prime reperibili in loco fu dapprima portata da alcuni maestri cordai che, da Caltagirone, venivano a vendere a Burgio le corde per l’allevamento degli animali.
Nel 1564 alcuni abitanti di Caltagirone, venuti a Burgio per vendere anche i loro manufatti in ceramica, cominciano a insediarsi in questa cittadina fino a costituire qui una propria colonia impiantando fabbriche di maiolica che ben presto frenarono il predominio della ceramica di Sciacca a quel tempo assai fiorente. Il trasferimento favorì, così, la nascita degli impianti degli stazzoni (botteghe) e dei forni.
Tra i primi maestri caltagironesi che si trasferirono a Burgio si ricordano: Antonio Merlo e suo figlio Giacomo, Matteo Maurici, Giovanni e Nicola Maurici.
Quest’ultimo, nel 1597, decise di vendere tutti i suoi averi a Caltagirone per trasferirsi a Burgio dove acquistava i vasi di terracotta dai “quartarari” che poi smaltava, dipingeva per venderli altrove. La presenza dei maestri di Caltagirone a Burgio fu significativa anche per la formazione che diedero a molti allievi che dagli esperti lavoranti, come Francesco Gangarella, impararono tecniche di lavorazione e di preparazione di smalti e di colori.
L’acqua, materia prima per la produzione della ceramica, era un bene prezioso così, per evitare scontri e tensioni, nel 1600 tra il Marchese di Giuliana e il Signor Lorenzo Gioeni Cardona di Burgio fu stipulato un patto per la cessione del diritto all’acqua agli abitanti della zona del fiume Garella. Tra questi figuravano numerosi “figuli”, i vasai, e ceramisti.
Le produzioni erano specializzate nella fabbricazione di utensili da cucina: burnie, barattoli, fiaschi, vasi, piatti, quartare, uniche in tutta la Sicilia.

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La cittadina di Burgio assunse ben presto notevole importanza mantenendola fino al XVIII secolo.
I reperti, molti dei quali provengono da collezioni private, testimoniano la scelta iniziale di colori fondamentali: il blu cobalto, il giallo paglierino, il verde ramina, il bianco stannifero per ornare i manufatti disegnando ornati vegetali e, talora, ritratti maschili o femminili.

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I manufatti fittili, cioè di terracotta, erano esportati nei centri vicini: a Giuliana, a Chiusa Sclafani, a Bisaquino, a Ribera, a Sambuca di Sicilia. In Sicilia era pure fiorente la cultura cavalleresca, presente nel resto d’Italia, e a Burgio trovò manifestazione anche nella rappresentazione iconica di personaggi storici antichi: Annibale, Claudio, Lucrezia.

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Tra i maestri burgitani più importanti si ricorda il signor Nicolò Lo Cascio che, tra il 1685 e il 1703, creò uno stile personale nella serie di vasi da farmacia. Per la religiosità di Burgio, per la presenza nel territorio di confraternite e di conventi di ordini religiosi maschili e femminili, per la presenza delle farmacie conventuali, per la presenza dell’ospedale, gestito dalla Compagnia della Misericordia o del Purgatorio nel XVII le decorazioni si arricchirono di motivi sacri di carattere devozionale: di santi, di martiri Famoso  è il Cristo in croce, del 1763.
Fiorenti erano i rapporti affaristici con i mercanti genovesi dai quali i figuli ricevevano piombo, cobalto e stagno, materiali indispensabili per la lavorazione della ceramica.
Il commercio di Burgio verso le coste liguri era prevalentemente legato al frumento siciliano. Per questo motivo, nella seconda metà del XVI secolo, figuli liguri si trasferirono a Burgio, ricco centro ormai della ceramica e zona ricchissima di argilla. A testimonianza di ciò, ci  furono i numerosi matrimoni contratti tra liguri e donne del luogo.
I mattoni di Burgio meritano un discorso a parte perchè sono opere di fattura sempre più raffinata. Tra il XVIII e il XIX secolo le botteghe locali intensificarono la propria produzione di mattoni per pavimenti decorati con luminose policromie presenti ancora oggi in alcune dimore anche di Palermo.
I colori erano sempre quelli tipici dei decori locali: il giallo paglierino, il verde ramina, il bruno manganese e il bianco stannifero.
Le forme erano geometriche con intrecci di disegni che richiamavano elementi naturali.

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I mattoni di Burgio servivano come decorazioni non soltanto per i pavimenti, ma anche per rivestire i campanili di molte chiese della Sicilia ed anche nei palazzi nobiliari e nelle case private. La ricchezza economica del tempo è testimoniata anche dalla bellezza e dalla maestosità dei palazzi nobili di cui Burgio è ricca.
Il declino di questa attività fu principalmente dovuto alla concorrenza di Napoli e di Vietri sul mare a partire dal XIX secolo.
Il progetto “Ceramica risvegliata” del Comune di Burgio è nato per rivitalizzare un antico mestiere, che rischiava di estinguersi, attraverso il recupero dell’antica tradizione. Grazie a un lavoro di ricerca storica è stata promossa l’apertura di nuove botteghe artigiane e sono stati istituiti corsi di formazione per ceramisti rivolti in particolare ai giovani.
L’istituzione del Museo della Ceramica di Burgio trae origine dalla volontà di salvaguardare e valorizzare una feconda attività svolta da maestranze locali che, nel corso dei secoli, si sono alternate nel rendere sempre più preziosa e apprezzata la produzione della maiolica di Burgio.

La Fonte: Il Web

NEL PROSSIMO ARTICOLO  LA STORIA DELLA CERAMICA DI SCIACCA

 

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feb 15, 2020 - Senza categoria    No Comments

LA STORIA DELLA CERAMICA DI CALTAGIRONE RACCONTATA DA NELLA SEMINARA AL CUSCA DI LICATA

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La città di Caltagirone sorge a  cavallo tra i monti Erei ed Iblei, in provincia di Catania.
La storia della ceramica di Caltagirone è scritta nel nome stesso della città, che deriva dal termine arabo “Qal’at al Ghiran”, che significa, appunto, “Castello dei Vasi”.
E’una cittadina dalle antichissime origini, una delle più preziose del Mediterraneo e, per l’eccezionale valore del suo patrimonio monumentale che caratterizza il centro storico, nel 2002 è stata insignita del titolo di “Patrimonio dell’Umanità” da parte dell’Unesco.
Tra le mura di Caltagirone abitarono bizantini, arabi, genovesi e normanni segnando la sua storia millenaria e influenzandola soprattutto per quel che concerne la produzione artistica.
Bisogna tornare indietro nel tempo, all’epoca in cui gli arabi nell’827 conquistarono la Sicilia. I ceramisti arabi si sono stabiliti a Caltagirone, città dove hanno dato impulso all’arte ceramica facendovi brillare i procedimenti tecnici portati da loro dall’Oriente.
In particolare, l’invetriatura, un rivestimento di tipo vetroso dato alle terraglie e alle maioliche allo scopo di renderle impermeabili ai liquidi e fare da fondo alla decorazione incorporandone i colori. L’invetriatura è costituita di due principali elementi, macina­ti insieme: una composizione silico-alcalina, detta “marzacotto”, e un composto di piombo e stagno calcinati insieme detto “piombo accordato”.
Le ragioni per cui la ceramica di Caltagirone nel Medioevo ebbe notevole impulso sono da ricercare: nella buona qualità delle argille, di cui abbonda la città, e nella presenza di boschi che fornivano la legna per la cottura dei manufatti nei forni.
I produttori di miele, alimentando e favorendo lo sviluppo dell’industria del miele, stimolavano i ceramisti a produrre i recipienti di terracotta per la conservazione del miele. Le quartare caltagironesi, per contenere il miele, erano note ovunque.
Nel Medioevo, il fatto che a Caltagirone il numero degli artigiani dediti all’industria del vasellame invetriato fosse rilevante è confermato dalla notizia fornita da Francesco Aprile che racconta di fornaci sepolte da una frana nel 1346 sul fianco occidentale del castello e dell’esistenza, ai primi anni del Cinquecento, di un intero rione a fianco della chiesa di San Giuliano.
Del Seicento si può dire altrettanto. Infatti, eccetto i significativi frammenti di pavimento datati 1621, opera di maestro Francesco Ragusa, e quelli del maestro Luciano Scarfia, della seconda metà dello stesso secolo, rispettivamente conservati nelle chiese di Santa Maria di Gesù e dei Cappuccini, il resto fu travolto dal terremoto dell’11 gennaio 1693 che cancellò nella parte orientale dell’isola quasi ogni traccia dell’attività plurisecolare delle officine ceramistiche caltagironesi.
Nel 1700 si ebbero palesi segni di ripresa per l’arte ceramica, che rifiorì sotto nuovi indirizzi artistici. Furono prodotti vasi con ornati a rilievo e dipinti, acquasantiere, lavabi, paliotti d’altare, statuette, alberelli, quartare, anfore, bracieri, scaldini, lucerne antropomorfe, pigne, mattonelle.
Il colore dominante nel ‘600 era l’azzurro cinerino, mentre nel ‘700 l’azzurro diventò  blu.
Tanti maestri, con la loro superba arte plastica e pittorica, hanno fatto splendere la maiolica caltagironese in ogni angolo delle case e delle chiese di Sicilia. Alcuni nomi: i Polizzi, i Dragotta, i Branciforti, i Bertolone, i Blandini, i Ventimiglia, i Capoccia, i Di Bartolo,. Angelo o Michelangelo Mirasole, nativo d’Aragona.
L’ottocento, con l’uso del cemento nei pavimenti, col dilagare delle terraglie continentali, di produzione in serie sul mercato isolano, diede un fatale colpo alla ceramica di Caltagirone che iniziò la sua parabola discendente continuando a dibattersi fra gli antichi procedimenti tradizionali di antiche botteghe prettamente artigianali.
Pure, in questo decadere, si notarono gli artisti: Giuseppe Di Bartolo, ceramista pittore e plasticatore ed Enrico Vella, abilissimo modellatore e progettista che, assieme a Gioacchino Ali, fecero assurgere a grande dignità la decorazione architettonica in terracotta lasciando eccellenti esempi che ornano ancora oggi la città, come nel monumentale cimitero, opera dell’architetto Gian Battista Nicastro.
Le conoscenze storiche sulla ceramica di Caltagirone sono state fornite dalle recenti ricerche effettuate nell’ambito della Scuola di Ceramica, fondata da Don Luigi Sturzo nel 1918, che porta il suo nome, oggi Istituto Statale d’Arte per la Ceramica.
E’ una scuola importante, che forma giovani artigiani abili in questa vecchia tradizione ceramista, che continua aggiornandosi ai tempi moderni. Inoltre, una filiale dell’Istituto può considerarsi il Museo Regionale della Ceramica, in Via Roma, al cui interno si possono ammirare circa 2.500 reperti che raccontano l’evoluzione storica, tecnica e artistica della ceramica siciliana, con particolare riferimento ai manufatti di Caltagirone, dalla preistoria fino agli inizi del novecento e la ricchissima serie di mattonelle cinquecentesche e settecentesche raccolte nel rifacimento di pavimenti di chiese dopo i disastri dell’ultima guerra.
Il Museo della Ceramica contemporanea è un’esposizione permanente di ceramiche caltagironesi, siciliane e nazionali, allestita presso il Palazzo Reburdone.
Larte della ceramica ha un grande legame con il territorio e la sua storia continua a vivere nel cuore di intere generazioni di artigiani, (detti anche cannatari), impegnati soprattutto nella decorazione degli oggetti.
Una volta terminata la modellazione, ogni artigiano gioca con fantasia scegliendo gli smalti da utilizzare e i disegni da eseguire muovendosi tra il vecchio,facendo tesoro del contributo dell’eredità della tradizione moresca, senza però rinunciare alla ricerca del nuovo.
L’arte della ceramica di Caltagirone, al fine di preservare la sua autenticità, dal dicembre 2003 è tutelata dal marchio Decop, che garantisce la provenienza e la fattura dei capolavori prodotti solo da artigiani locali.
Il viaggiatore che giunge a Caltagirone non può fare a meno di soffermarsi a guardare i negozi e le botteghe che affollano la scenografica Scalinata di Maria SS.ma del Monte, di 142 gradini rivestiti con mattonelle di maioliche artigianali con deliziosi motivi geometrici e che ha visto impegnati nell’esecuzione valenti allievi dell’Istituto come Gesualdo Aqueci, Francesco Judici, Gesualdo Vittorio Nicoletti e Nicolò Porcelli.
Si possono ammirare e anche acquistare oggetti, veri e propri pezzi della storia siciliana che si traducono in maioliche, terrecotte, vasi, statue, piatti, soli, lune, pigne minuziosamente lavorati.

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 Interessante è anche visitare i laboratori artigianali come quello di Giacomo Alessi, di Totò Regalbuto, allievo negli anni ’60 della Baca, una delle più prestigiose botteghe cataline, un’artista che organizza corsi di decorazione su ceramica. Grande maestro è anche Filippo Vento che, nella sua fabbrica-bottega, organizza corsi individuali e collettivi.
Il bravissimo ceramista dei nostri tempi, il signor Giacomo Dolce, ha portato la sua arte anche a Licata, nel negozio, sito in Corso Vittorio Emanuele, al N° civico 55, gestito dal signor  Alberto Licata.

 

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Numerosi sono stati  per Natale i presepi, i presepini e gli alberi di Natale da lui realizzati, bellissimi e originali nella loro composizione.
Oltre a questi manufatti, molto vasta è la sua produzione esposta nelle vetrine di questo negozio che invito tutti i licatesi a visitare..
Le ceramiche di Caltagirone sono apprezzate in tutto il mondo, facendo della città il fulcro dell’artigianato italiano per quanto riguarda il settore della ceramica. Tra le tipologie principali e più caratteristiche della produzione di ceramica a Caltagirone occorre menzionare quattro oggetti diventati il simbolo di questa attività. Sono: le lucerne antropomorfe, l’acquasantiera da capezzale, i fangotti,i presepi.
Le lucerne erano un oggetto indispensabile nelle abitazioni del popolo fino a quando l’olio costituiva la materia prima grazie alla quale era possibile avere illuminazione nelle case.
L’utilizzo delle lucerne si protrasse nel tempo anche dopo l’avvento di altri liquidi per l’illuminazione come il petrolio. Le lucerne erano degli eleganti contenitori d’olio atti a sostituire in pieno e con più autonomia di combustibile le vecchie lucerne metalliche. Nel suo corpo, a forma di bottiglia troncoconica, originariamente ricavato al tornio e poi modellato, ma sempre vuoto internamente, era immerso un lungo lucignolo che usciva fuori.
Nel settecento la lucerna subì una notevole modifica che la rese più agevole al trasporto per la casa e più economica nell’utilizzo. Aveva la forma di una matrona, con un braccio lungo il fianco e l’altro alla cintura, riccamente ornata di collane e di diademi.
Scomparve il pesante e capiente serbatoio e fu usata per contenere l’olio solo una piccola vaschetta ricavata nella testina della figurina. Questa figurina aveva alla base un bordo rialzato per l’eventuale raccolta dell’olio straripante.

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 Oltre alle damine, altre forme di lucerne raffiguravano gentiluomini con tube, monaci, preti, briganti, gendarmi, personaggi storici e tanti altri soggetti tratti dall’ambiente nostrano e dalla vita comune. Inoltre, la presenza di più lucerne pressoché della stessa altezza, circa 25 cm, ma di soggetto diverso e di colori vari, costituiva una festa negli ambienti signorili, ma anche nelle modeste abitazioni. L’uso di queste lucerne si diffuse ben presto in tutta l’isola e si ebbero delle imitazioni soprattutto a Collesano.
La moda delle lucerne antropomorfe nell’ottocento non solo varcò la soglia dei palazzi nobiliari, dove arredò tavoli, angoliere, comò e pianoforti, ma penetrò anche, con soggetti appropriati, nei conventi e nei monasteri. La richiesta delle lucerne si moltiplicò. Nell’ottocento, il grande artista Giacomo Failla produsse lucerne antropomorfe di ceramica dando vita a creazioni così pregiate da attrarre tutte le classi nobiliari.
La religiosità delle antiche famiglie diede impulso all’uso delle acquasantiere.
Nel settecento l’acquasantiera raggiunse il suo massimo sviluppo artistico attraverso elementi modellati e dipinti in monocromia o in policromia. I santi devozionali che più vi si riscontrano sono: la Vergine, Sant’Antonio di Padova, San Francesco di Paola, San Giacomo Maggiore, il Bambino Gesù, il volto di Cristo, San Giovanni, Santa Lucia, Santa Chiara, Santa Rosa da Viterbo, oltre ad angeli e a teste di cherubini. L’acquasantiera è formata da un’edicola nella parte superiore e da bacinella nella parte inferiore che si presenta come una coppa tornita e sagomata assai sporgente contenente l’acqua benedetta.
I componenti della famiglia vi attingevano il dito e recitavano le preghiere mattutine e serali. Nel capezzale del letto dei bambini c’erano le acquasantiere con l’immagine dell’Angelo Custode.

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Nelle campagne le acquasantiere erano appese all’entrata delle abitazioni quasi per ricordare la necessità d’intingere le dita nell’acqua benedetta per allontanare, col segno della croce, gli influssi malefici e per proteggere la casa dai ladri.
Il fangotto in ceramica è una realizzazione popolare del XX secolo utilizzato a tavola dalle antiche famiglie siciliane come unico piatto di condivisione.

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Caltagirone è anche detta “Città dei Presepi” per la tradizione artistica che impegna gli artigiani ceramisti a preparare, in maiolica policroma o in terracotta, i personaggi della Natività, pezzi unici realizzati in maniera originale per la grandezza, per il colore e per il tipo di materiale impiegato. Le prime figure del presepe in ceramica risalgono al Medioevo e, nel corso del tempo, possedere degli esemplari rappresentò per i nobili dell’epoca un simbolo del proprio stato sociale e, in generale, per tutti un vanto. Anche oggi, nelle oltre cento botteghe artigiane della città, è possibile acquistare i personaggi del Presepe in ceramica.

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Il primo presepe di cui si ha memoria risale al Natale del 1223. Fu San Francesco a chiedere agli abitanti di Greccio, un paesino del Lazio, di interpretare il presepe vivente. Da allora, sostituite le persone con le figurine di terracotta, gesso o legno dipinto, l’usanza di allestire il presepe si estese in molte regioni italiane per rievocare la venuta del Salvatore.
Nel settecento fra i “santari”, una vera e propria categoria d’artigiani che producevano statuine della Sacra Famiglia, dei santi e dei presepi, si devono ricordare i signori Antonio Branciforte ed Antonio Margioglio. Sul finire del secolo questa tradizione, diffusa in tutte le classi sociali, assurse ad alti livelli artistici.
Le statuine in terracotta policroma di Giuseppe, Salvatore e Giacomo Bongiovanni, di Bongiovanni Vaccaro hanno avuto riconoscimenti e premi in tutta l’Europa ed il privilegio d’essere esposte al British Museum di Londra e nel Museo di Monaco di Baviera.
Il presepe di Caltagirone è semplice, in sintonia con le sue origini francescane, che nulla ha che fare con la celebrazione del potere e dello stile di vita dei nobili e dei borghesi. Possedere un presepe di Caltagirone diventò per le famiglie e per le chiese un vanto, quasi uno status symbol.
La tradizione di creare i presepi, tramandata da padre in figlio e sino ai nostri giorni, è ancora viva nelle botteghe artigiane della città di Caltagirone.

La Fonte: il Web

NEL PROSSIMO ARTICOLO  LA STORIA DELLA CERAMICA DI BURGIO

 

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feb 10, 2020 - Senza categoria    No Comments

ANTONIO MANNO DI MISTRETTA L’ARTISTA DELLA BELLA CERAMICA!

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Mistretta, nota cittadina sui monti Nebrodi, è orgogliosa di avere dato e di continuare a dare i natali ai suoi cittadini che si sono distinti e ancora si distinguono nelle diverse arti: nella poesia, nella letteratura, nella musica, nella pittura, nella scultura etc, personaggi pronti a valorizzare i suoi tesori ambientali, naturalistici, architettonici, religiosi e folkloristici.
Antonio Manno è uno di loro!

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E’ un bravissimo artista, capace di creare veri capolavori degni di grande ammirazione.
Carissimo Antonio Manno, mio grande amico, personalmente voglio congratularmi con te per la tua capacità creativa soprattutto nell’arte della Ceramica e della Pittura. Antonio non sei solo amico mio, ma sei amico dei mistrettesi per il tuo carattere aperto, socievole e accogliente.

Chi è Antonio Manno?
Antonio Manno nasce a Mistretta il 9 ottobre 1987. Fin da piccolo dimostra di possedere una spiccata attitudine per le attività di disegno tanto da essere stimolato e orientato dalla famiglia a intraprendere gli studi artistici.
Nel 2006, all’Istituto Regionale d’Arte di Santo Stefano di Camastra, consegue il diploma in Grafica Pubblicitaria.
Dopo un’attenta analisi del percorso effettuato e della prospettiva futura, capisce che la passione, quella vera, è per la Pittura nel senso stretto del termine. Decide di iscriversi all’Accademia Delle Belle Arti di Palermo frequentando il corso di Pittura. Nei primi tre anni di frequenza al corso sperimenta e approfondisce le più svariate tecniche pittoriche dando libera esplosione alla propria immaginazione prediligendo uno stile che abbraccia la corrente del surrealismo. Nel 2010   consegue la laurea triennale in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo, indirizzo Pittura, con la meritata votazione di 110/110.
Le tecniche pittoriche antiche sono state l’argomento della tesi. Ha affrontato un tema molto personale per un mistrettese, ovvero su San Sebastiano, prendendo, come esempi, le icone classiche e importanti di vari artisti come il Mantegna, il Perugino, Tiziano e via via fino ad arrivare alla realizzazione scultorea del concittadino mistrettese Noè Marullo.
Il corso specialistico è affrontato sia sul piano pittorico, sia su quello calcografico usando le tecniche dell’incisione e della litografia.
Quindi un cambio di direzione: i temi affrontati adesso fanno parte della realtà e non più della surrealtà. Antonio predilige la raffigurazione iperrealista e, principalmente, le scene che riguardano il territorio dove vive e che lo hanno caratterizzato: usanze, lavori e tradizioni del passato, ma che vivono anche oggi. Nel 2012 consegue la laurea Specialistica nel medesimo indirizzo con la votazione di 110/110 con lode presentando una tesi demo-etno-antropologica su Mistretta e sugli antichi mestieri attraverso il segno, una serie di immagini d’epoca realizzate con la tecnica dell’incisione, della litografia e del disegno a carboncino. Partecipa a tre collettive di pittura che tendono a rivalutare alcuni quartieri del centro storico di Mistretta.
Nel 2014, dopo aver frequentato diversi laboratori e avendo appreso bene l’arte della ceramica, avvia un’attività di ceramica, di disegno e di pittura a Mistretta, impiantando la sua bottega in via Giovanni Falcone n.68,dove attualmente lavora collaborato dall’affettuosa moglie, la signora Carmen  Marino.

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Antonio è un artista, che produce ceramiche pittoriche con abilità e con maestria, che sa seguire accuratamente ogni fase della produzione dei manufatti, dall’idea, alle forme, ai decori impegnandosi fino a ottenere i risultati desiderati.
La sua produzione comprende ceramiche ornamentali e di uso domestico quali: piatti decorati con motivi floreali e con immagini di Santi,

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barattoli da cucina  e utensili, vasi, le pigne, simbolo di abbondanza e di prosperità,

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 piccole formelle con l’effigie di San Sebastiano, patrono della città di Mistretta, presepi e presepini,

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 lumi e teste di moro,

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complementi d’arredo per ambienti interni ed esterni, oggetti vari per ricordare momenti particolari o per celebrare eventi e festività.
Vasto è, pertanto, l’assortimento di articoli da regalo di diverso tipo, anche in pittura

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Nei suoi lavori Antonio trae ispirazione dall’arte sacra, attraverso riproposizioni di grandi classici, ma anche dalla cultura locale, dalla tradizione siciliana e, in genere, dalla bellezza dell’arte in tutte le sue forme. Particolare rilievo dà, senza dubbio, alla collezione “Carretto” riproducendo i colori, i decori e le tematiche che si trovano usualmente nei pittoreschi carretti tipici siciliani.
Realizza anche inserti, disegni, dipinti su tela e trompe l’oleil.
Questo tipo di pittura nasce dall’insieme di prospettiva e di realismo, metodi che puntano a superare il limite tra realtà e finzione creando uno spazio visivo che si allarga a piacimento del cliente.
Nel laboratorio di Antonio Manno, si possono ammirare e acquistare ceramiche di notevole pregio realizzate e dipinte rigorosamentea mano, manufatti che integrano tradizione e modernità con uno stile unico e originale, che racconta lo spirito e l’anima dei luoghi siciliani dove il maestro vive e trae ispirazione.
Io penso che la visita al laboratorio di Antonia Manno sia gradevole alla vista, istruttiva, e ideale per abbellire le nostre case con i suoi lavori. L’impegno di tutti è quello di diffondere il giovane marchio di Antonio Manno che segue gli esempi della tradizione e punta sulla creatività, sulla bellezza e sul patrimonio storico-artistico legato al territorio. La qualità e la cura dei dettagli sono i tratti distintivi che rendono unica e irripetibile l’opera creativa di Antonio Manno.

CLICCA QUI

 Le riflessioni di Antonio Manno: ” Dopo la laurea la direzione da prendere è sicuramente quella del lavoro e ormai, lontano da Palermo, che tanto respiro mi ha dato dal punto di vista artistico, mi sono guardato intorno ed ho visto quanta poca possibilità avevo a Mistretta di continuare a fare quello che mi piaceva fare. Poi, ho avuto l’idea di visitare la ceramica di Santo Stefano di Camastra, unica realtà artistica, lavorativamente parlando, cittadina vicina a Mistretta, a casa mia!
Qui si vive di Ceramica e mi accorgo che non è poi una tecnica così lontana dalla pittura, cugina stretta della ceramica, se si prende con passione. Quindi, ricevendo accoglienza in vari laboratori ceramici del luogo, giorno dopo giorno ho capito che la tecnica era più difficile di quella che pensassi, che il margine di errore durante l’applicazione del colore sulla superficie smaltata è davvero minimo, che una gradazione più o meno acquosa della pennellata potrebbe rovinare l’oggetto.
Una volta presa confidenza con la tecnica, mi sono accorto, invece, di quanta soddisfazione trovavo nello svolgimento di tutte le fasi del lavoro.
I colori, dapprima spenti, diventavano brillanti dopo la cottura, una vera e propria magia! Così, dopo una
bella esperienza di apprendista, non trovando opportunità lavorative concrete, e dopo aver girato in lungo e in largo per conoscere importanti realtà ceramiche come Faenza, Bassano del Grappa, Caltagirone, Sciacca, ho preso la decisione, sofferta e complessa, di aprire una bottega d’arte a Mistretta.
Fino ad oggi le soddisfazioni sono state molte! Avere un laboratorio tutto per me è stato il desiderio più grande che è divenuto realtà, uno spazio a mia disposizione dove sperimentare nuove tecniche, dove creare i manufatti, dove passare anche lunghe le notti a lavorare, anche perchè chi, come me, fa il mestiere di artigiano sa bene che non ci sono orari di lavoro, ma il tutto si muove attorno alle tempistiche, alle scadenze, ma, soprattutto, all’ispirazione.
La mia ceramica, dal punto di vista stilistico, predilige quasi completamente il genere figurativo e, da questo punto di vista, sono ancora in fase di studio.
Prediligo raffigurare il <<bello ideale>>, che apprezzo nelle opere dei più grandi artisti del passato che hanno realizzato, attraverso i loro sapienti colpi di pennello, opere meravigliose.
Ricordo: Raffaello, Leonardo, il Perugino, Michelangelo, ma anche la pittura considerata di pittori <<Minori>> presente nel nostro territorio e che si può toccare con mano nei nostri musei e nelle nostre chiese. Insomma gli spunti non mancano di certo! Altrettanti illustri pittori ceramisti hanno costruito la storia della ceramica e il mio sguardo è sempre rivolto momentaneamente al periodo rinascimentale dove, soprattutto nel centro dell’Italia, operavano alcuni come Mastro Giorgio Andreoli, inventore della tecnica del lustro (oro e rubino) su vasi in ceramica. Anche dal punto di vista dell’ornato mi trovo in una fase di studio.
Mi piace affrontare sempre nuovi decori attraversando i vari stili, dallo stile romano a quello gotico a quello rinascimentale al barocco fino al liberty o, addirittura, ai decori del carretto siciliano che, per la loro vivacità, amo particolarmente. Da sottolineare anche tutte le ispirazioni per immagini e per decori che traggo dalla mia stupenda cittadina attraverso scorci e opere scultoree realizzate dagli antichi maestri scalpellini
”.

Auguri Antonio, di un buono e lungo cammino!

 

 

 

 

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feb 6, 2020 - Senza categoria    No Comments

LA STORIA DELLA CERAMICA DI SANTO STEFANO DI CAMASTRA RACCONTATA DA NELLA SEMINARA AL CUSCA DI LICATA.

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Al confine tra le province di Messina e di Palermo, a circa 50 chilometri a est di Cefalù, sorge la cittadina di Santo Stefano di Camastra, meglio conosciuta come “La Città delle Ceramiche”.
E’ posizionata a 70 metri sul livello del mare. E’ una cittadina molto caratteristica, unica nel suo genere.
Città d’arte, Santo Stefano, porta e punto più alto del mondo nebrotico, prezioso gioiello urbanistico e architettonico restituito alla sua originale purezza.
Piccolo mondo dove miracolosamente persiste e continuamente si ricrea il lavoro più antico dell’uomo, la ceramica, che unisce e armonizza i quattro elementi empedoclei, che crea forme, inventa di continuo linee inedite e colori smaglianti.” (V. Consolo).
L’arredo urbano è abbellito dagli inserti di ceramica colorata e decorata.
Le sue strade sono piene di botteghe che espongono coloratissimi manufatti di ceramica. I numeri civici delle abitazioni private, le insegne dei negozi e dei bar, i pavimenti dei locali, le fontane, i sedili, i muri sono rivestiti da splendidi lavori di ceramica e di mattonelle maiolicate che conferiscono alla cittadina di Santo Stefano di Camastra una cornice unica e magica.
Chi giunge a Santo Stefano di Camastra, oltre alle tante vetrine dei negozi, dovrebbe visitare: il Duomo, costruito nel 1685, contenente bellissime statue e dipinti del ’600 e del ’700; la Chiesa di Maria SS.ma della Catena, che accoglie la tomba del Duca di Camastra, il Palazzo Trabia, sede del Museo della Ceramica, il Palazzo Armao, sede della Biblioteca Comunale, arricchito all’esterno da frontoni neoclassici e decorazioni in ceramica. Anche le tombe del Cimitero Vecchio sono rivestite di antiche mattonelle.
Obbligatoriamente dovrebbe affacciarsi dai bellissimi e frequentati balconi “belvedere” dai quali si vedono: il mar Tirreno, le isole Eolie, la montagna di Mistretta.
La storia di Santo Stefano di Camastra è racchiusa nei toponimi: prima si chiamava Noma, civiltà di pastori e di contadini; poi Santo Stefano di Mistretta, perché era un piccolo agglomerato urbano posto a 500 metri di altitudine, alle dipendenze di Mistretta, ma che, nel 1682, fu distrutto da una frana. La popolazione si trasferì presso la costa, nella località “Piano del Castellaccio”,  nella terra di proprietà di don Giuseppe Lanza Baresi.
Dal 1682 la storia di Santo Stefano di Camastra si lega, quindi, alla figura di don Giuseppe Lanza Barresi, cavaliere dell’Alcantara, Duca di Camastra e Principe di Santo Stefano che, nel 1683, ottenne dal Viceré di Sicilia la licenza di riedificare l’attuale città.
Don Giuseppe Lanza Barresi, nel concepire l’idea del nuovo centro urbano, accolse i suggerimenti di uno dei più grandi ingegneri militari del 1600, il Grunemberg.
L’impianto urbanistico fu disegnato sullo schema di uno dei parchi di Versailles e al quale si richiama la forma della pianta della villa Giulia di Palermo.
Quindi, la città di Santo Stefano di Camastra porta il nome di Don Giuseppe Lanza Barresi Duca di Camastra.
Il centro storico di Santo Stefano è, senza dubbio, uno dei più affascinanti centri storici presenti in Sicilia.  Si presenta con un quadrato imperfetto diviso in 4 parti e al cui interno si inseriscono un rombo e due diagonali.
Per facilitare l’opera di costruzione presso le cave di argilla furono impiantati i cosiddetti “stazzuni” dove si producevano il materiale da costruzione e il vasellame per uso domestico. Tracce di forni e testimonianze storiche lasciano supporre l’esistenza di un’attività ceramista sin dall’epoca araba.
Fin dai primi anni del XVIII secolo gli “stazzunari” stefanesi producevano manufatti di terracotta.
Grazie all’iniziativa di don Michele Armao, designato dalla vedova del Duca di Camastra “Governatore della terra di Santo Stefano”, fu insediata la prima fabbrica specializzata nella tecnica dell’invetriatura per la realizzazione di 100 giare stagnate per la conservazione dell’olio.
L’incarico fu affidato a Mastro Domenico Lo Presti, proveniente da Barcellona Pozzo di Gotto, e residente a Sant’Agata di Militello.
Egli, insieme all’apprendista Antonino Ragazzo, si trasferì nella città di Santo Stefano di Camastra dove impiantò, con il benestare di don Michele Armao, la propria fornace perché, per contratto, il trasporto del materiale da Barcellona a Santo Stefano di Camastra doveva avvenire a “proprio risico e periculo”.
La storia continua…
Santo Stefano di Camastra è oggi un punto di riferimento nell’arte della ceramica ed è il maggiore centro produttivo di ceramiche della Sicilia occidentale. Le botteghe artigiane, che sostengono l’economia del paese, vantano una produzione artigianale della ceramica con un ricchissimo repertorio di forme, di figure e di colori che coesistono con i motivi tradizionali.

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L’ideazione dell’oggettistica in ceramica risale già al periodo tra il 5.000 e il 10.000 a.C., quando gli antichi uomini, usando la creta bagnata, modellata, essiccarla al sole, o posta sul fuoco, ottenevano recipienti in ceramica dura: giare per conservare l’acqua e l’olio, pentole per cucinare, grandi piatti, ciotole, etc.
Pirandello nel suo racconto “La giara” scisse: “Lo Zirafa, che ne aveva un bel giro nel suo podere delle Quote a Primosole, prevedendo che le cinque giare vecchie di coccio smaltato che aveva in cantina non sarebbero bastate a contener tutto l’olio della nuova raccolta, ne aveva ordinata a tempo una sesta più capace a Santo Stefano di Camastra, dove si fabbricavano: alta a petto d’uomo, bella, panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa”.

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A Santo Stefano di Camastra ci sono stati i primi lavoratori della creta a mano. Poi, grazie ai primi utilizzi della tecnologia della ruota, cioè il tornio da vasaio, cominciarono a costruire vasi, anfore, ciotole e orci.

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Successivamente inizio la produzione degli oggetti di ceramica, di mattoni, di tegole e di piastrelle.

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L’argilla si estraeva dalla cava nelle grotte o nelle gallerie trasportandola con i cufina, contenitori in verga di forma tronco-conica e, se c’era spazio nella galleria, entravano anche gli asini adibiti al trasporto dell’argilla. Si chiamavano “scecchi ritaluora”.
“U ritaluoro” era un uomo che disponeva di un certo numero di asini per il trasporto e per la consegna dell’argilla ai committenti che la ordinavano.  Lo aiutavano i suoi figli e qualche altro ragazzino pagato per compiere questo lavoro. Ogni asino trasportava in media 60Kg di argilla a “viaggiu” ripartita in due “cancietri”, ceste di verga di forma allungata.  Ogni cesta aveva la capacità di 30Kg.
Nel XIX secolo avvenne la trasformazione della tecnica di produzione da artigianale a industriale.
Il salto di qualità si deve a don Gaetano Armao che, pur continuando a produrre materiale fittile e stoviglie invetriate per uso domestico, cominciò a sperimentare nuove tecniche per la produzione della ceramica, in particolare dei mattoni maiolicati, cimentandosi, in seguito, nella produzione di vasi alla maniera greca o etrusca.

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Nel dopoguerra le fabbriche non produssero più mattoni e anche la produzione delle ceramiche subì una stasi.
I pochi ceramisti rimasti continuarono a realizzare oggetti di uso quotidiano.
In seguito all’apertura della statale 113, che collega Palermo a Messina, nacquero le nuove botteghe artigianali con lo scopo di offrire ai turisti oggetti tipici della tradizione locale. Purtroppo, con l’uso dell’autostrada  A/20 Palermo – Messina, i viaggiatori non attraversano più il centro di Santo Stefano di Camastra con grave danno per l’economia locale.
Tuttavia, numerosi sono i negozi e i laboratori di ceramica che espongono i loro manufatti: piatti, tazze, brocche, caraffe, vasi, acquasantiere, oggettistica di vario genere, mattonelle, che vivacizzano soprattutto tutta la Nazionale, la via che si allunga in direzione di Messina.

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Tutti i manufatti sono decorati a mano e dipinti con motivi tipici siciliani.
Molta ceramica oggi è prodotta industrialmente, tuttavia si trovano ancora piccoli artigiani che realizzano pregiate ceramiche rigorosamente lavorate a mano.
E’ presente anche una grande esposizione di prodotti realizzati in pietra lavica, soprattutto tavoli rettangolari, quadrati e rotondi,  con un’ ampia possibilità di scelta.

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 Il luogo di nascita delle piastrelle può essere fatto coincidere con i paesi mediterranei orientali dove nel 3.000 a.C. gli egiziani fabbricavano mattonelle smaltate con la vernice azzurra ottenuta dalla malachite, che ancora oggi ricopre gli amuleti egizi per eccellenza.
La piastrella era un prodotto particolarmente sofisticato e molto costoso, utilizzato solo per le costruzioni di maggiore importanza e prestigio.
Inizialmente, come i vasi e le stoviglierie, le piastrelle erano prive di rivestimenti o smalti e prevalentemente incise.
Durante la supremazia greca e romana tali produzioni caddero in disuso, conservandosi solamente nella civiltà che più contribuì alla diffusione dell’utilizzo della piastrella: quella araba.
Furono, infatti, questi popoli che raggiunsero, nella produzione delle piastrelle, rilevantissimi risultati artistici imparando a sostituire i graffiti con linee di pigmento, a ottenere differenti colorazioni e a tenerle separate.
L’espansione araba a Ovest e le repubbliche marinare contribuirono a diffondere questi prodotti in tutto il Mediterraneo dove nacque una cultura della piastrella, prima con la maiolica e poi con le ceramiche.
La piastrella, inizialmente usata solo per il rivestimento di pareti, inizia ad essere utilizzata anche per rivestire soffitti, scalini, panche e muretti.
La fiorente e apprezzata produzione di mattonelle maiolicate a Santo Stefano di Camastra favorì l’esportazione in tutto il meridione d’Italia e in diversi paesi dell’Africa settentrionale.
La realizzazione delle mattonelle maiolicate richiese una migliore organizzazione delle officine che attinsero a maestranze specializzate provenienti da Napoli e dalla Francia.
L’argilla veniva pressata in “finestre” di legno di 22 cm di lato e marchiata sul retro con il nome della fabbrica.
La creta, asciugando, si rimpiccioliva e il mattone “stampato” raggiungeva la misura tradizionale di cm. 20 x 20.

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Una volta asciugate, le mattonelle venivano messe a cuocere in forni a legna.
L’operazione di cottura durava circa venti ore e quella di raffreddamento due giorni.
Le mattonelle venivano poi decorate. I colori più usati erano: il verde ramina, il giallo-arancio, il blu cobalto, il rosa e il manganese, quasi sempre su smalto bianco.
Dopo la decorazione, si procedeva alla seconda cottura.
Il trasporto avveniva tramite i carretti, ma, soprattutto, via mare con appositi velieri ormeggiati nella zona delle “Barche Grosse”.
Il repertorio dei decori, in un primo momento non  molto vasto, si fece via via più ricco di interventi manuali.
Ad ogni decoro viene dato un nome: “rococò”, “cinque punti”, “rigatino”, “lancetta“, ma vengono anche introdotti motivi francesi presenti nelle porcellane settecentesche che utilizzano solo il blu cobalto su bianco.
Importante, per la formazione dei nuovi giovani artisti, è l’attività dell’Istituto Regionale d’Arte per la Ceramica, oggi Liceo Artistico, frequentato da studenti provenienti anche dai paesi vicini.
L’ex dimora di don Giuseppe Lanza Barresi, Duca di Camastra, oggi denominato Palazzo Trabia, è la sede del Museo della Ceramica, ma è anche un centro polivalente per attività culturali.

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Attualmente la raccolta museale consiste nell’esposizione di una vasta serie di oggetti dell’antica tradizione stefanese,

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 oggetti d’uso quotidiano legati alle esigenze della famiglia e del lavoro, ma espone anche un assortito campionario della produzione moderna.
Vasta è pure la raccolta delle antiche mattonelle maiolicate, circa 1500, vero vanto della produzione di Santo Stefano di Camastra dal XVII secolo ad oggi.
Se è vero che i maestosi palazzi siciliani furono impreziositi dalle splendide mattonelle di Santo Stefano di Camastra,

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è anche vero che la tecnica di smaltare e di decorare mattoni è stata ed è la vera arte dei maestri ceramisti stefanesi che, insieme alla produzione più “povera” degli oggetti d’uso comune e della ceramica artigianale, hanno fatto di questo centro una vera e propria città d’arte che vuole continuare a imporsi con grande dignità all’attenzione culturale ed economica del mercato nazionale e internazionale.

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Le Fonti:
- Il libro Santo Stefano di Camastra LA CITTA’ DEL DUCA a cura di NUCCIO LO CASTRO
- Depliant turistico  SANTO STEFANO DI CAMASTRA
- Segreteria Ceramiche DESUIR DUCA DI CAMASTRA

NEI  PROSSIMI ARTICOLI: LA FIGURA  DEL CERAMISTA AMASTRATINO ANTONIO MANNO E, SUCCESSIVAMENTE, LA STORIA DELLA CERAMICA DI CALTAGIRONE!

 

 

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feb 1, 2020 - Senza categoria    No Comments

LA STORIA DELLE CERAMICHE SICILIANE RACCONTATA DA NELLA SEMINARA AL CUSCA DI LICATA

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Giovedì, 23 gennaio 2020, Nella Seminara ha trascorso un bellissimo pomeriggio al chiostro Sant’Angelo di Licata, nella sala intitolata alla cantante  licatese Rosa Balistreri, la sede del CUSCA  (Centro Universitario Socio Culturale Adulti)  per avere relazionato sul tema della storia e della presenza delle attività ceramiche in Sicilia.
Ha iniziato il suo discorso con un caloroso ringraziamento all’insegnante Cettina Greco, la presidente del CUSCA, e a tutti i componenti del CUSCA per averLa invitata affidandoLe il prestigioso incarico  di docente.

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Nella Seminara, con la sua capacità di sapere dialogare, è riuscita a coinvolgere tutte le persone presenti nella sala, che l’hanno ascoltata e calorosamente applaudita.
Ha concluso l’evento ringraziando nuovamente la presidente del CUSCA, l’ins. Cettina Greco, e tutti i presenti, per averle dato la possibilità di parlare di questo importante argomento sulle ceramiche siciliane proiettando anche un nutrito numero di fotografie, aiutata dal signor Giovanni Mancuso, che ringrazia.
Ha ricevuto in regalo l’originale e significativo cappellino simbolo del CUSCA.

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E’, attraverso lo studio della ceramica, che gli storici ricavarono notizie sulle diverse culture che si erano avvicendate nel luogo dove sono stati ritrovati i manufatti, sulle usanze dei popoli, sulle relazioni e sugli scambi con altre popolazioni.
Secondo la storia, fin dal periodo Neolitico molte persone si dedicarono alla produzione di oggetti di ceramica.
La materia prima era l’argilla, diffusissima in natura, facile da depurare, impastare, modellare; permette di ottenere oggetti durevoli nel tempo, resistenti al fuoco, impermeabili all’acqua, ottimi per la conservazione e il trasporto.
I primi oggetti erano modellati a mano e asciugati al sole.
In seguito furono cotti direttamente sul fuoco e, infine in forni a legna, dove la temperatura era altissima e costante per tempi lunghi.
Le decorazioni furono ottenute inizialmente per impressione sull’argilla fresca di unghie, di bordi di conchiglie, di punzoni, di cordicelle.
In Sicilia le ceramiche più antiche sono state ritrovate nella zona di Sciacca.
Alla fine dell’era neolitica si erano via via diffusi diversi tipi di ceramica incisa, dipinta, di diverse forme e dimensioni che erano chiamati col nome della località di provenienza.
Ancora prima della colonizzazione greca i Sicani e i Siculi produssero vasellame prima plasmato a mano libera, poi forgiato a tornio e, successivamente, impreziosito con decorazioni a incisione e poi dipinto.
La Sicilia, per la sua posizione geografica, è stata sempre oggetto di conquista da parte delle più importanti civiltà.
Infatti, hanno lasciato la loro impronta i Fenici, i Greci, i Cartaginesi, i Romani, i Bizantini, gli Arabi, i Normanni, gli Svevi, gli Spagnoli e i Francesi.
I Greci, in particolare, hanno sfruttato la ricchezza del sottosuolo delle colline argillose per trarre la materia prima, cioè l’argilla.
L’influenza della civiltà greca fece nascere in Sicilia la produzione di vasellame dipinto nero-lucido e, più tardi, anche di ceramiche rosse.
I ceramisti siciliani, sebbene siamo stati influenzati dalle varie dominazioni, tuttavia hanno sempre evidenziato nell’arte della ceramica la loro sicilianità.
Durante la dominazione musulmana la Sicilia acquisì le nuove tecniche portate dagli Arabi.
L’influenza musulmana fu talmente importante che rimase presente con gli stessi motivi decorativi e con le stesse tecniche usate anche durante le dominazioni successive.
Nella seconda metà del XIV sec., con l’affermarsi della dominazione spagnola, si ebbe un leggero mutamento tecnico e stilistico e si introdussero nuovi colori, come il blu insieme al giallo, al verde e al manganese.
Nel tardo ‘500 e nei primi anni del ‘600 la ceramica siciliana copiò lo stile della produzione italiana.
L’influsso rinascimentale si avvertì a Palermo, a Messina, a Siracusa.
Gli artigiani di quel periodo imitarono le maioliche di Venezia e di Faenza, le prime a essere conosciute nell’isola.
In quel periodo s’impose, su tutta l’isola, la produzione palermitana con i bellissimi vasi ovali che si rifacevano ai vasi siculo–musulmani.
Un posto particolare nella storia della ceramica siciliana del ‘600 e del ‘700 occupò la città di Caltagirone.
Sono stati prodotti: alberelli,  “quartare ”, anfore, vasi a forma di civetta, bracieri, scaldini, lucerne antropomorfe, vasi decorativi, pigne, carciofi verdi e mattonelle.
Il colore dominante nel ‘600 era l’azzurro cinerino, mentre nel ‘700 l’azzurro diventò blu.
L‘800 vide in Sicilia il diffondersi di ceramisti che si dedicarono alla modellatura di figurine.
Tra i prodotti siciliani di questo periodo non possiamo tralasciare le famose lucerne a figura umana, prese come modello dal mondo popolare e spesso raffigurati in chiave ironica. Stessa diffusione di quelle di Caltagirone molto più belle. Nel corso del ’800 la produzione delle lucerne divenne più fiorente, soprattutto grazie all’artigianato calatino.
I ceramisti calatini popolari riprodussero i personaggi del loro tempo, tratti dalla vita borghese e popolare: dame, donne del popolo, pastori, gendarmi, briganti e anche soggetti tratti dalla mitologia latina e greca.
La moda delle lucerne antropomorfe nell’Ottocento non solo varcò la soglia dei palazzi nobiliari e  arredò tavoli, angoliere, comò e pianoforti, ma penetrò anche, con soggetti appropriati, nei conventi e nei monasteri.
Di ceramica è anche la vasta collezione di statuette raffiguranti personaggi del presepe, delle arti e dei mestieri siciliani: il pescatore, il panettiere, il carrettiere, il fabbro, ecc.
Ogni figura rappresenta un’epoca, un costume, una condizione sociale.
Questi oggetti sono dei piccoli capolavori. Accanto alla produzione di lucerne antropomorfe e di statuette, nel corso dell‘800, si ebbe una notevole produzione di ceramica proveniente da diversi paesi siciliani: da Collesano, da Patti, da Santo Stefano di Camastra, da Caltanissetta, da Terrasini.
All’inizio del. XX secolo l’artigianato siciliano subì una grave crisi e delle antiche fornaci del passato oggi rimangono attive soltanto quelle di Santo Stefano di Camastra, di Caltagirone, di Burgio,  di Sciacca

La Fonte: il Web

 NEL PROSSIMO ARTICOLO LA STORIA DELLA CERAMICA DI SANTO STEFANO DI CAMASTRA.

 

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