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dic 15, 2018 - Senza categoria    No Comments

L’ASSOCIAZIONE DEGLI ZAMPOGNARI LICATESI “ANDREA MULE’”

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La città di Licata è orgogliosa di mostrare due notevoli associazioni che si distinguono nel sapere utilizzare il prestigioso strumento musicale della zampogna al paro.
Zampogna al paro significa che le canne della zampogna sono alla stessa altezza.

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Esattamente sono: L’Associazione culturale “V. Calamita” (di cui ho parlato nel precedente articolo)  e L’Associazione culturale”Andrea Mulè”.
L’Associazione zampognari licatesi “Andrea Mulè “, nata a Licata nel mese di novembre del 2012, è stata istituita inizialmente dai signori fondatori Giovanni Mulè, il nonno dell’attuale presidente, Giovanni  Crapanzano, Vincenzo Chianta, persone  unite dalla passione e dal desiderio di tenere viva la tradizione di intonare i canti natalizi accompagnandoli col suono della zampogna.

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Foto del 1956 della famiglia Mulè. Il papà è alla zampogna

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  L’attuale presidente è il signor Andrea Mulè che è l’unico costruttore di zampogne a Licata.

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 Successivamente, ai fondatori si sono uniti i signori: Samuele Timineri, Rosario Casa, Angelo Belgiorno.

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Tutti gli associati si riuniscono nella loro sede sita in via Cavour 33 a Licata dimostrando grande passione, facendo molto lavoro e sopportando anche qualche sacrificio nel volere e nel saper costruire qualcosa di molto gradito ai licatesi e ai forestieri.
Dal 2012 l’Associazione “Andrea Mule” ha partecipato a tanti raduni organizzati annualmente in diversi paesi.
Gli zampognari si sono esibiti a Malvagna, a Fiumedinisi, a Castelmola, a Belvedere, ad Agrigento, per la festa del Mandorlo in fiore.
Recentemente ha partecipato al raduno interregionale di “Genesi del suono della Zampogna a paro dei peloritani” avvenuto nella città di Messina giorno 1 dicembre 2018 organizzato dall’Assessorato Tradizioni Popolari – Assessorato Cultura – Assessorato Turismo.

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 Il meritato riconoscimento conquistato così recita: “Custodi dell’organologia della zampogna a paro Andrea Mulè”.

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Le parole del presidente Andrea Mulè: “Per me è un vero orgoglio condividere questo riconoscimento con tutti i licatesi.  Ringrazio il prof. Felice Curro, il prof. etnomusicologo Sergio Bonanzinga per l’accurata presentazione dell’Associazione, l’Amministrazione comunale di Messina, che ci ha permesso di effettuare questa sfilata straordinaria , e tutti gli amici messinesi che ci hanno insegnato tantissimo.  Ringrazio tutti i membri dell’Associazione zampognari licatesi “Andrea Mulè” che, nonostante le pochissime ore dedicate alle prove, hanno dato vita a una spettacolare serata con l’uso della zampogna a paro. Grande è stata anche la performance della fisarmonica magistralmente adoperata dal signor Vincenzo Fisce che ha accompagnato la zampogna. Vedere la gente di Messina che osservava entusiasta e applaudiva calorosamente i gruppi degli zampognari licatesi che sfilavano lungo le vie di Messina esibendosi anche all’interno del Duomo è stata una vera soddisfazione.  Il mio auspicio è quello di essere sempre più bravi e più forti così da ottenere successi come quello conquistato a Messina”.
Ampliando il proprio repertorio musicale con nuove melodie e con canti tipici della tradizione Siciliana l’Associazione “Andrea Mulè” offre un ulteriore contributo culturale alla città di Licata.

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L’Associazione “Andrea Mulè” annualmente anima la novena di Maria Ss.ma Immacolata Concezione nella chiesa di San Francesco a Licata e accompagna il fercolo della Madonna durante il cammino processionale per le vie della città l’8 dicembre.

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Gli zampognari hanno onorato Santa Lucia nella Sua chiesa e l’hanno accompagnata durante il cammino processionale.

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Molto bravi sono stati i membri dell’Associazione nell’allestire il presepe vivente nell’anno 2017

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 e di rappresentare la pastorale che sarà raffigurata a Campobello di Licata il 30 dicembre 2018. Dal 21 al 24 dicembre gli zampognati licatesi dell’Associazione “Andrea Mulè” parteciperanno alle sfilate natalizie a Milena, un paesino in provincia di Caltanissetta. Inoltre, dal 16 al 24 dicembre visiteranno le edicole votive, “I fiureddi”.

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Molte famiglie usano esporre ” i fiuredde” davanti al portone delle loro case o sotto il balcone inserendo nell’edicola personaggi della Natività abbellendola con foglie e frutti di arance mature.

 

 

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dic 11, 2018 - Senza categoria    No Comments

VINCENZO CALAMITA, AGOSTINO PROFETA, GIUSEPPE LI PUMA, TRE LICATESI ELETTI TESORI UMANI VIVENTI

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Dal soprastante documento, tratto dal sito ufficiale del REI, il registro delle Eredità Immateriali della Regione Sicilia, si evince che nel 2005 sono stati inserti nel registro tre tesori umani viventi, cittadini licatesi, i signori: Vincenzo Calamita, Agostino profeta, Giuseppe Li Puma, detentori di particolari abilità nel suono della ciaramedda il primo, maestro non solo a mettere in scena “L’Opera dei Pupi”, ma capace di costruire da solo i pupi siciliani il secondo, costruttore dei carretti siciliani in miniatura il terzo. Per queste notevoli doti, per il loro particolare interesse culturale, queste tre personalità sono state dichiarate Eredità Immateriali.
Inserita nello stesso registro è la notissima cantante folk Rosa Balistreri di Licata.
Il UREI è un grande catalogo composto da sei libri dedicati a mestieri, dialetti, repertori orali, spazi simbolici e, appunto, tesori viventi.

VINCENZO CALAMITA, u ciaramiddaru…mastru priziusu e raru, nasce a Licata il 01/08/1934. Fin dalla sua giovane età avverte l’amore per la zampogna e condivide con essa gran parte della sua vita. All’età di 6 anni ascolta per la prima volta il suono della zampogna e decide di dedicarsi alla rivalutazione e alla custodia del grandissimo patrimonio culturale della “Ciaramedda”.
All’età di 10 anni costruisce da solo la sua prima ciaramedda utilizzando canne e pelle di coniglio.
Da quel momento in poi si dedicherà alla costruzione delle zampogne specializzandosi soprattutto nella realizzazione della zampogna “a paro” per essere le due canne uguali e alla stessa altezza.

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Con il passar degli anni divenne uno dei più a bili costruttore di “Zampogna a paro” in Sicilia tanto da essere maestro di molti costruttori di zampogne che ne hanno acquisito le tecniche.
Le tecniche di costruzione della zampogna a paro del maestro Vincenzo Calamita sono state studiate, ricercate e pubblicate anche da docenti universitari non solo in Italia, ma in altri paesi del mondo quali la Francia e la Gran Bretagna.
Possiamo citare due importanti pubblicazioni di libri: “Le zampogne d’Italia” pubblicato da Febo Guizzi e Roberto Leydi nel 1985; ” Processus de relance d’un instrument de musique traditionnelle – le renouveau de la cornemuse en France” pubblicato da Benedicte Bonnemason nel 1998.
Negli anni’80 dello scorso secolo si trasferisce a Roma per alcuni anni con l’incarico di capocantiere.
Ritornato a Licata, continua a costruire zampogne fino all’età di 75 anni usando il pregiatissimo legno di ebano. Accompagnato dal suono della Zampogna a Paro, della quale ere un abile suonatore, ha partecipato a diversi raduni e manifestazioni in molti paesi dell’Italia e dell’Europa.
Ha partecipato a molte gare ottenendo meritate vittorie. Si è esibito presso la Cava dei Tirreni e a Cefalù. Nel 1988 ha gareggiato in Gran Bretagna per la conquista del titolo di “migliore zampognaro del mondo” conquistando il 2° posto e ottenendo in premio la “Zampogna d’argento”.

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Il maestro Vincenzo Calamita ha dichiarato al giornalista intervistatore che la sua passione per la zampogna è stata in continua crescita e suonarla è stato un piacevole divertimento. L’augurio è quello che la stessa sua passione possa coinvolgere tanti giovani licatesi a imparare a suonare la ciaramedda affinchè non si estingua la tradizione della zampogna.
Vincenzo Calamita si spegne il 10/06/2011 dopo avere combattuto contro una lunga malattia.
Fin dall’antichità a Licata si sono susseguiti gli Zampognari, i “Ciaramiddari”, che hanno lasciato un segno indelebile nel territorio.
Gli Zampognari erano dei semplici pastori che, a livello amatoriale, si dedicavano al suono della Zampogna mentre pascolavano il gregge.
Proprio per questo motivo non tutti i pastori riuscivano a suonare lo strumento con un ottimo livello musicale, ma vi si dedicavano, comunque, con passione.
Il periodo scelto dagli Zampognari era ed è ancora oggi quello Natalizio durante il quale a Licata si esibiscono suonando la “Ciaramedda” nelle piazze, nei quartieri e le antiche “viuzze”.

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Nel mese di Ottobre del 2010, grazie all’idea di Ivan Frisicaro e di Angelo Graffeo nasce a Licata il Gruppo degli zampognari licatesi con l’obiettivo di rivalutare e di custodire l’antichissima tradizione della “Ciaramedda”, una vera perla del patrimonio culturale siciliano.
Il 18 Giugno del 2015 il gruppo degli zampognari si costituisce ufficialmente con atto depositato presso l’Agenzia delle Entrate. Nasce l’Associazione Culturale Zampognari Licatesi “Vincenzo Calamita” che lo scopo di promuovere la diffusione della cultura e dell’arte della “zampogna a paro” in ogni sua forma attraverso la partecipazione attiva e collettiva a una serie di iniziative ed eventi.

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Il Presidente, il signor Ivan Frisicaro, e gli associati fondatori, amanti della cultura e della valorizzazione del passato, hanno l’obiettivo di costruire insieme una nuova realtà e di non dimenticare le proprie radici storiche, perle del patrimonio culturale licatese.

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 L’’Associazione Culturale”V. Calamita” è impegnata nel tenere in vita le tradizioni di questo magnifico strumento allietando l’intero periodo natalizio e organizzando diversi tra cui: il 1° e 2° Memorial dedicato al maestro Vincenzo Calamita.

 

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Essa è stata inserita in un prestigioso progetto regionale finanziato dall’Assessorato Regionale alla cultura “Sulle Orme dei Suoni” esibendosi e spiegando in due clip scientifiche l’utilizzo e l’accordatura della “Zampogna a paro”.
L’Associazione si propone, inoltre, di creare una scuola artistico-musicale coinvolgendo i giovani allievi alla divulgazione, alla conoscenza della musica in genere e della musica tradizionale licatese in particolare e alla creazione di momenti di ritrovo e di aggregazione.
L’Associazione, inoltre, ha creato un’orchestrina Folk e un piccolo corpo di ballo con strumentistiche varie come la fisarmonica, i tamburelli, i fischietti, le chitarre e la zampogna a Paro. Ha ampliato nello stesso tempo il proprio repertorio musicale con nuove melodie e con canti tipici della tradizione Siciliana offrendo un ulteriore contributo culturale alla città di Licata.

Il raduno interregionale della “Genesi del suono della Zampogna a paro dei peloritani” è avvenuto nella città di Messina giorno 1 dicembre 2018  dove è stato premiato il licatese signor Vincenzo Calamita, costruttore e suonatore di zampogne a paro noto in tutto il mondo .
Hanno  ritirato il RICONOSCIMENTO ALLA MEMORIA i componenti dell’Associazione culturale licatese “V. Calamita”.
Il presidente dell’Associazione Ivan Frisicaro ha riferito che tutto il gruppo degli zampognari licatesi ha sfilato lungo le vie di Messina sostando anche all’interno del Duomo.
Successivamente ha ritirato il premio in memoria del maestro Vincenzo Calamita, conosciuto e apprezzato in diverse parti del mondo per la sua maestria nel costruire e suonare la zampogna a paro.

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L’Associazione “V.Calamita” ringrazia il signor Felice Curro e il prof. etnomusicologo Sergio Bonanzinga per l’accurata presentazione dell’Associazione.
La foto registra il momento della premiazione in ricordo del maestro Vincenzo Calamita.

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 AGOSTINO PROFETA nasce a Licata l’01/01/1931.
Ha amato sin da ragazzino l’arte del “puparo” apprendendola dal padre di Giovanni, puparo di professione, che gestiva il suo Teatrino del Pupi a Licata, in via Cannarozzo, nella sua bottega artistico-artigianale dove costruiva personalmente i personaggi collaborato da tutta la famiglia. C’era chi costruiva i pupi, chi le armature, chi l’abbigliamento, chi le scenografie.
Anche Agostino Profeta ha costruito in ogni parte i suoi pupi. Il termine “Pupo” deriva dal latino Pupus “bambinello”.

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Il Maestro Agostino Profeta col cuntastorie licatese Mel Vizzi

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Li ha costruiti secondo il modello palermitano rendendo smontabili le articolazioni dei suoi pupi. Nel modello catenese le articolazioni dei pupi sono rigide.
Il Teatrino dei Pupi era molto frequentato dai licatesi, giovani e adulti.  Molto spesso don Giovanni portava il suo teatrino con i pupi in giro per i paesi della Sicilia e Agostino accompagnava la carovana dei pupi siciliani durante lo spostamento da un paese all’altro. In Sicilia da sempre il Teatro dei Pupi costituiva un luogo frequentato dalla classe operaia che non poteva frequentare altri luoghi più importanti.
I Pupari, attraverso i pupi, raccontavano le gloriose gesta dei paladini di Francia che salvarono l’Europa dall’invasione dei Mori di Spagna. Le vicende, tratte dalla letteratura cavalleresca, in particolare dal ciclo carolingio, raccontavano le gesta di Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, di Rinaldo e il loro amore per Angelica e le gesta di Carlo Magno e dei suoi paladini. Amore, incanto, guerra, tradimento, discordia e riconciliazione sono i temi principali raggruppati in diverse sfere: quella politica, familiare, amorosa, religiosa, sovrannaturale.

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Don Agostino vestito da paladino

 L’Opera  dei Pupi non aveva come unica finalità quella di divertire gli spettatori appassionati del teatrino dei pupi, ma soprattutto quella di istruirli alla storia dei paladini di Francia.
I Pupari educavano gli spettatori al senso dello Stato, alla lealtà, al dovere verso la Patria e, soprattutto, riuscivano a fare conoscere fatti storici e letterari a un’ampia fascia del popolo poco scolarizzato.
Purtroppo l’Opera dei Pupi a Licata andò avanti fino alla fine degli anni ‘50 del Novecento.   La crisi e il declino furono causati dell’avvento del cinema che, da Muto, diventò Parlato, e della televisione che offrivano programmi più graditi alla popolazione licatese rispetto al Teatrino dei Pupi. Il popolo dimostrò maggiore interesse per questi mezzi di comunicazione di massa e minore interesse per il teatro popolare e per il suo repertorio.
Agostino Profeta è il più anziano puparo vivente in Sicilia e l’ultimo puparo della sua famiglia.
Ha imparando l’arte di rendere umane ed eroiche le semplici marionette attraverso la modulazione della voce, la scelta delle parole, l’intuito nel recitare. Pertanto, ha intrecciato la sua vita alle vicende dei mori e dei saraceni.
Incontrando don Agostino nel suo negozio di rivendita di biciclette in via Palma, accolta da lui e dal figlio Maurilio che lo collabora, gli ho chiesto di recitare una piccola parte dell’Orlando Furioso.
Mi ha accontetata!
Ho ascoltato la voce squillante di don Agostino, ho visto luccicare i suoi brillanti occhi celesti, ho visto sprizzare un momento di gioia.

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Ho notato in lui una certa amarezza per l’ingiusto sipario che è calato sul teatro dei pupi siciliani.
L’ho abbracciato calorosamente.
Riporto integralmente il commento che don Agostino Profeta rilasciò a Meridio News in un’intervista: «Il puparo, fin dalle origini, è stato un punto di riferimento per la società, soprattutto per coloro che appartenevano ai ceti più bassi e che nella sua figura vedevano un educatore, un insegnante: per questo lo chiamavano “don”.
Ogni sera si rappresentava un’opera dei pupi. La gente seguiva ogni puntata, come si fa oggi con le fiction, con un trasporto fuori dal comune. Si conoscevano tutti i personaggi e vi si immedesimava completamente.
Succedeva che durante lo sbarco dei Mille i siciliani combattessero come i paladini, pur senza armi; che gli spettatori lanciassero scarpe addosso all’avversario del proprio beniamino o iniziassero a dare pugni sul palco, in preda alla disperazione, quando quest’ultimo veniva ucciso».
Poi si inventò l’opera con personaggi viventi.
«In quel periodo iniziava a diffondersi il cinema e, per contrastare il declino cui andava incontro il teatro dei pupi, portammo in scena l’opera recitata da attori in carne e ossa. Prima di noi lo fece soltanto Gaetano Crimi, promotore dell’opera a Catania e licatese di nascita».
Adesso quella stessa curiosità talentuosa ed energica spinge don Agostino a immaginare lo spettacolo dei pupi in chiave contemporanea per rilanciarlo e salvarlo dall’incuria dell’uomo e del tempo.
Continua il suo discorso: <<Oggi il pubblico non riconoscerebbe più i personaggi, sarebbe impensabile riproporre l’opera a puntate. Servono formule più accattivanti come la concentrazione di varie scene in un’unica rappresentazione e magari l’impiego dei pupi della farsa per stemperare certe atmosfere troppo solenni.
Rivisitare la figura dei mori e dei saraceni per affrontare il tema dell’immigrazione e dei profughi, rielaborare le scene dei combattimenti per contrastare il fenomeno del bullismo. Ecco cosa farei in una società dove istruzione è sinonimo di troppa scuola e di poca educazione.
La funzione pedagogica dell’arte, dunque, ma anche il recupero del lavoro manuale. Un nuovo indotto si può creare solo con un sistema di produzione retto da imprese delle quali gli artigiani non siano dipendenti, ma soci. Un ritorno alla bottega, luogo dove la passione si lega al sacrificio e l’apprendimento non è fine a se stesso; dove si impara a costruire i pupi, non a esserlo. Si potrebbe puntare anche su un turismo dei pupi con un circuito e una rete di servizi studiati su misura>>. Sono parole vere di un puparo, di don Agostino Profeta!

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All’interno del Foyer del teatro Re-Grillo di Licata, sito in corso Vittorio Emanuele, era stato allestito il museo dell’Opera dei Pupi sotto l’amministrazione comunale del sindaco di allora dott. Angelo Cambiano, in accordo con il maestro puparo Agostino Profeta, che ha esposto inizialmente 25 pupi, pezzi unici e meravigliosi che, da soli, parlano dell’amore e della dedizione che il maestro puparo ha saputo donare a questa nobile arte.
Aveva anche espresso la volontà di progettare la realizzazione di un teatro dell’Opera dei Pupi dove realizzare i suoi spettacoli.
Il teatro è stato creato ma, recentemente, il palco è stato smontato con grande delusione di don Agostino Profeta.
Tuttavia, in una bacheca, allestita sempre in una sala del Teatro Re-Grillo, sono esposti alcuni suoi personaggi ed esattamente Carlo Magno, l’imperatore romano, Rodomonte, il re algerino, e altri personaggi meno noti. Solo con l’impegno, la volontà dei licatesi e con l’aiuto delle Istituzioni, principalmente della nuova amministrazione, diretta dal sindaco Giuseppe Galanti, don Agostino Profeta spera di ripristinare il teatrino dell’Opera dei Pupi. I pupi di don Agostino Profeta potranno rivivere attraverso l’istituzione di un museo permanente. Il Teatrino dei Pupi è un museo alla memoria ma soprattutto alle tradizioni siciliane, un patrimonio da salvaguardare e che dovrebbe essere diffuso.
Don Agostino Profeta ha donato alla biblioteca “Luigi Vitali” di Licata il paladino Orlando, descritto da Ludovico Ariosto. E’ un’opera lignea artistico – culturale progettata e interamente realizzata a mano dal maestro Agostino Profeta.

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Agostino Profeta, ormai uno dei pochi “maestri pupari” siciliani, artista, carrozziere, ciclista è studioso e maestro di cultura popolare tanto da avere impartito alcune lezioni al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti). . L’insegnante Cettina Greco, durante i festeggiamenti per il VENTENNALE della sua nascita, gli ha consegnato l’attestato di benemerenza perchè ha piacevolmente intrattenuto gli associati con la sua conferenza culturale e didattica sull’Opera dei Pupi.

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Il teatro dei Pupi nel 2001 è stato inserito nell’elenco dei Beni Immateriali dell’Umanità.  Esso rispecchia l’identità di un paese e di un popolo.

GIUSEPPE LI PUMA

Giuseppe Li Puma è stato un valente artigiano la cui specializzazione è stata strettamente legata alla più tipica tradizione artistica e popolare siciliana: quella che trova nei pupi e nel carretto siciliano la manifestazione più spontanea e più ricca di una cultura antica di secoli.
Giuseppe Li Puma si è dedicato alla costruzione in miniatura del carretto siciliano, uno dei simboli della Sicilia popolare e contadina degli anni precedenti alla diffusione dei mezzi a motore per cui, sostituito dai furgoni e dagli autocarri, oggi ha perduto la sua funzione originaria rimanendo come attrazione in occasione di manifestazioni e di cortei con esemplari di grande pregio per le accurate rifiniture e per la ricchezza delle decorazioni.
Pertanto la motorizzazione ha fatto sparire dalle strade i carretti. A Licata, come in tutta la Sicilia, il carretto era il mezzo di locomozione il più diffuso. Quando sono arrivata a Licata negli anni ’70 del secolo scorso, nel Corso Umberto I la mattina presto si muoveva una lunga teoria di carretti che andavano in campagna.
Era uno spettacolo!
I carretti siciliani, nati come carri agricoli, oggi sono diventati un tipico esempio di artigianato e di cultura siciliana.
Sono vere e  proprie opere d’arte.
I primi carretti sono stati costruiti nel XVIII secolo poiché prima di allora le strade non permettevano l’uso dei carri, Infatti  ai trasporti provvedevano le bestie da soma.
Le decorazioni intorno al carretto erano commissionate ad esperti artigiani i quali intagliavano il legno e dipingevano la storia dei paladini di Carlo Magno, gli eventi miracolosi, i momenti di vita familiare, gli aspetti di attività lavorative, temi che avevano particolarmente colpito la fantasia popolare.
Le scene iconografiche e i cromatismi sono ormai consolidati nel tempo e oggi costituiscono una testimonianza importante per lo studio delle tradizioni popolari e della cultura siciliana.
Il carrettino siciliano è un elemento gradevole da ammirare e acquistato dai turisti come souvenir.

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Bellissima siciliana!

 

 

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Il commento di Ivan Frisicaro: ”Credo sia fondamentale apprezzare e valorizzare questi grandi artisti licatesi i quali si sono distinti grazie alla loro professionalità e maestria. Ciò significa onorare la nostra identità. Tesori Umani che potrebbero diventare fonte di risorse economiche nell’ambito del turismo culturale presente nella nostra città di Licata”.

Questo carrettino siciliano è un caro ricordo della mia infanzia.
Mi è stato regalato dal signor Doca (non ricordo il nome di battesimo ) per un mio compleanno.
Libero dal suo lavoro della polizia penitenziaria al carcere di Mistretta,  aveva l’hobby di costruire i carrettini siciliani che regalava a parenti e amici nelle varie occasioni.
Lo custodisco gelosamente!

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Ho ammirato queste bellissime immagini  dipinte sulla sponda del carretto siciliano esposta nella parete dello studio di dermatologia del mio amico, il dott. Francesco Cascio, a Palermo e che mi ha concesso la pubblicazione della foto.  Grazie Francesco!

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dic 1, 2018 - Senza categoria    No Comments

IL COMPLESSO BANDISTICO “CITTA’ DI MISTRETTA”

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Un folto gruppo di giovani mistrettesi, circa 60, di cui 20 ragazze e 40 ragazzi, stanno insieme ormai da tanti anni uniti dall’amore per la bella musica. Hanno fondato il COMPLESSO BANDISTICO “CITTA’ DI MISTRETTA”, una bellissima realtà mistrettese  attualmente guidata dal prof. Dino Iudicello.

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 Col suono della loro musica il complesso armonizza tutte le feste religiose e gli eventi che succedono a Mistretta.

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Molti componenti fanno parte anche dell’”Allegra Compagnia”, che armonizza l’estate amastratina portando nei quartieri le loro serenate.
Questi festosi momenti sono molto attesi dai mistrettesi e dai forestieri, che accompagnano con entusiasmo i suonatori.

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Il complesso bandistico  “Città di Mistretta” ha la sua sede nella via Libertà, adiacente al Museo delle tradizioni Silvo-Pastorali, diretto dal maestro Girolamo Di Maria.

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Da sx: il sindaco Iano Antoci e il maestro Girolamo Di Maria

 Sia al complesso bandistico  “Città di Mistretta”, sia all’”Allegra Compagnia” faceva parte il prof. Giuseppe Mazzara,  prematuramente scomparso.   4 mazzara peppino ok

E’ stato un esempio di bontà, di tolleranza, di generosità, di amicizia fraterna. E’ stato il poeta estemporaneo degli stornelli, la voce delle serenate di quartiere che lo rendevano felice. Pilastro dell’Allegra compagnia, è stato il musicista gentile, dalla elevata nobiltà d’animo, che cercava di regalare alla gente il suo cuore colmo di dolcezza. Afferma il prof. Lucio Vranca: “L’Allegra compagnia non sarà più la stessa e non sappiamo se sarà. Ma se la musica ci esorterà a stare insieme allora sarà un inno, una lode dedicata a te.
Dove la musica sarà protagonista, la gioia delle melodie si orienterà verso il cielo per omaggiarlo e mai per dimenticarlo”.
Il maestro Antonino Di Buono ha diretto il complesso bandistico per molti anni.

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Il maestro Antonino Di Buono

 Per conoscere il maestro Antonino Di Buono basta leggere la  testimonianza della figlia Franca:“Possiamo dire che la sua vita era per la musica e che per la quale a volte trascurava  la famiglia (in senso buono). A volte non si rendeva conto che ora fosse. La notte la mamma si svegliava alle due- tre e lui era ancora in cucina, con la mantellina sulle spalle e il braciere quasi spento, a scrivere musica. Mamma lo chiamava “ Nino ma guarda che ore sono, non vieni a dormire? Si, arrivo ma si faceva l’alba. Ecco perché dico che viveva di musica e che posso garantire che ce l’aveva nel sangue. Forse la musica e la passione sononate insieme a lui.
Anche prima di morire, forse in un momento di premorte, si strappò tutti i fili a cui era legato e il dott. Giordano bonariamente lo richiamò <<Sig, Di Buono ma noi avevamo fatto un accordo”>> e lui rispose: <<Si in fa minore>>. Ecco, povero papà le sue ultime parole sono state per la musica.”

In onore del maestro Antonino D Buono, il 4 agosto 2012, per il 150° anniversario  della ricostituzione della banda musicale “Città di Mistretta”, gli è stata intitolata la grande sala della Scuola di Musica sita in via Libertà a Mistretta.

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Da sx: Lucio Vranca, Iano Antoci, Girolamo Di Maria

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Le figlie del maestro Di Buono ritirano la targa e la scultura, opera dello scultore Gaetano Russo

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Per quanto riguarda l’origine del Complesso Bandistico “Città di Mistretta” e le sue evoluzioni nel tempo riporto integralmente la descrizione raccontata dal prof. Lucio Vranca e dal prof. Giuseppe Pipitò nel loro libro: “LA BANDA ieri, oggi…domani (l’istituzione amastratina)” , edito da “Il Centro Storico”.

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 Chi, meglio del prof. Lucio Vranca e del prof. Giuseppe Pipitò potevano descrivere magistralmente la Banda di Mistretta di cui fa parte!? Lucio Vranca è  musicista anche lui. E’ musicista suo figlio Giuseppe!  E’ avviato alla musica anche il nipotino. Grazie, Lucio,  per rallegrare i mistrettesi e non solo con la tua musica.

SINTESI STORICA DEL CORPO BANDISTICO CITTA’ DI MISTRETTA (scritta il 2 agosto 2012 in occasione dei festeggiamenti dei 150 anni dell’Istituzione del corpo bandistico comunale).
Non c’è Mistrettese che non conservi nel patrimonio dei ricordi, l’immagine della banda e della sua storia.
La banda è ritenuta, in genere, “la memoria” di periodi festivi; la passerella di uniformi da parata e da concerto; il mezzo efficace di diffondere suoni festosi e melodici in onore del “Santo”; è il momento di sottolineare celebrazioni religiose e civili.
La banda, pur suscitando emozioni, è espressione di cultura, quel bagaglio di conoscenze e di pratiche fondamentali acquisite lungo il corso della storia che si è trasformata in tradizione musicale. Il patrimonio rappresentato dalla cultura musicale della nostra città è forte perché forti sono le sue radici.
In un Centro glorioso come Mistretta, che attualmente vive un periodo di preoccupazione per la “sottrazione” di istituzioni, di uffici e servizi, la banda musicale amastratina si preoccupa di tenere viva quella che è una sua funzione: educare i giovani e sviluppare la passione per un’arte meravigliosa che ha il potere di unire e di potenziare i buoni sentimenti e i valori umani facendo leva sul prestigioso passato, un passato che ha le sue origini prima del 1830.

PRIMO INTERVENTO (pag 62)

Uno straordinario documento rinvenuto da Dott. Giovanni Travagliato, fornisce la prova della vetustà della banda musicale di Mistretta.
Premesso ciò, leggo testualmente la copia del documento di cui all’Archivio storico della Parrocchia “Santa Lucia” di Mistretta.
Mandati di pagamento dell’anno 1830.
Alli dieci settembre 1830, pagate alli strumentisti paesani, così detta la banda, per aver suonato la vigilia e festa, come dal ricevo di numero secondo, onze due e tarì diciotto; …date e pagate a Mastro Benedetto Chiella e Mastro Antonio Di Franco, capi  maestri strumentisti della così detta Banda di questo suddetto Comune, la somma di onze due e tarì diciotto per aver suonato d’unità agli altri componenti la Banda suddetta, la vigilia e festa di Maria Santissima della Luce nel dì sette ed otto settembre 1830”.
Facendo un calcolo approssimativo due onze e 18 tarì quivalgono a 981,00 €

SECONDO INTERVENTO

Il 21/11/1857 l’Amministrazione Comunale pro tempore, su richiesta di 32 bandisti, delibera in ordine alla formazione e al riconoscimento di una banda musicale (un vero salto di qualità e di lungimiranza). Gli strumentisti s’impegnano a ricambiare con galà di Corte (ricevimenti, feste solenni e feste cittadine).
I richiedenti, oltre ad essere riconosciuti, esprimono, con insistenza, viva preghiera per la nomina di un “abile maestro”. Alla suddetta richiesta segue quella di un prestito per l’acquisto dello strumentario, con l’impegno della restituzione con i primi introiti. Le feste in onore di San Sebastiano, di San Rocco, di San Barnaba, l’ottava del Corpus Domini ed altre feste sarebbero state fonti di guadagno per l’estinzione del debito col Comune, già aggravato con l’acquisto del vestiario.
L’Amministrazione accoglie le richieste in quanto le ritiene vantaggiose. Con la banda nasce anche la Scuola Musicale.
Trascorsi due anni di attività, la banda musicale, chiede all’Amministrazione la costruzione di un palco per le esibizioni atte a soddisfare la cittadinanza (richiesta confortata dalla relazione del Sottintendente il 23-10-1859).
Le autorità comunali, consapevoli dei successi conseguiti dalla banda e dell’attività della Scuola, vengono incontro alla richiesta con la spesa di  150,19 L.
Mistretta ha così il primo palchetto musicale.

TERZO INTERVENTO

Il 13 Agosto 1848  il Consiglio comunale di Mistretta delibera il compenso ad alcuni suonatori inclusi nell’antica “Guardia Nazionale”, per le prestazioni di istruttori.
Con detti provvedimenti si gratificano i componenti maggiorenni che hanno l’obbligo di far parte della Guardia Nazionale (tipica istituzione dell’800).
Al predetto Corpo compete la difesa, nonché il potere di agire, nell’ambito della Società, entro i limiti della Legge.
Perché dette incombenze anche alla banda musicale?
Si ritiene giusto cooperare per la lotta al brigantaggio, piaga sociale che imperversa anche dopo il passaggio di Garibaldi, lungo la costa tirrenica nel 1860.
Il fenomeno si sviluppa tra il 1861 e il 1865 (nonostante lo stato d’assedio applicato in tutto il Meridione ad iniziare dal 1862 ).
A tutto questo segue un periodo di silenzio.
Trascorrono alcuni anni. Viene interrotta l’attività bandistica dovuta, probabilmente, agli avvenimenti storici e politici che sconvolgono l’Italia.
I fermenti rivoluzionari, le lotte, in favore delle nuove idee sulla Libertà, sull’Indipendenza, sull’esigenza di dare alle varie regioni della Penisola una “identità” che affratelli, fanno scuotere anche un certo numero di probi amastratini che, in occasione della spedizione “dei Mille”, daranno dimostrazione di condividere la “grande causa” (con uomini e mezzi).

QUARTO INTERVENTO

Il giorno storico per cui, oggi, stiamo qui a ricordare e festeggiare è il 2 gennaio 1860. Un giorno memorabile per la banda, per gli strumentisti e per la città tutta: “LA COSTITUZIONE DEL CORPO BANDISTICO”- Con la stipulazione dell’atto da parte del Notaio Don Gaetano Ortoleva la banda diventa “Istituzione Comunale”.
Seguono le rituali firme, l’indicazione domiciliare -la specifica – gli estremi della registrazione dell’atto.
Fanno parte della banda N.42 validi strumentisti. Si nomina il primo Maestro, quale istruttore del corpo bandistico, il Sig. Francesco Di Bella.
Nel corso di detti avvenimenti, purtroppo, non si fermano le vicende risorgimentali.
Il popolo amastratino, come gran parte della Sicilia, aspira alla Libertà e lotta per spezzare le catene imposte dal Re delle Due Sicilie, Francesco II.
Un drappello di valorosi Mistrettesi (compresi alcuni elementi del corpo bandistico) prende parte alla “Spedizione dei Mille”.
Apposite lapidi, poste sul prospetto del palazzo di città, ricordano la detta partecipazione.
Alcuni sodalizi locali ricordano con stima e con devozione la figura dell’Eroe dei Due Mondi, Giuseppe Garibaldi (in particolare la Società Operaia di M.S.).
Il Comune di Mistretta, a perenne memoria, ha eretto un monumento in onore dell’Eroe di Caprera, nella Villa Comunale che porta il nome di “Giuseppe Garibaldi”. L’opera è stata realizzata dallo scultore amastratino Noè Marullo.

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 Appena due anni dopo la costituzione del Corpo bandistico, si apre, purtroppo, un periodo di contestazioni. La disciplina viene meno e tutto ciò indispone il Maestro Di Bella che sarà costretto a chiedere lo scioglimento del contratto.
A malincuore, sia la Giunta sia il Consiglio comunale prendono atto della richiesta ed il 25/02/1862 fu deliberato lo “Scioglimento del contratto al Direttore della Banda eagli addiscenti”.
I cittadini non accettano detta decisione perché, secondo loro, l’Istituzione, ancora giovane, non può e non deve morire. L’Amministrazione, frastornata, è costretta a prendere delle decisioni risolutive.
Il 12 maggio 1962, il Sindaco, il Barone Giovanni Russo, dà un primo segno di buona volontà. Nomina una Commissione con il compito di predisporre un adeguato progetto per la RICOSTITUZIONE del Corpo bandistico.

QUINTO INTERVENTO

L’attività bandistica stenta a proseguire, aspetta la fine degli avvenimenti storici. Nel frattempo il dibattito consiliare assume toni accesi non appena un consigliere segnala e sottolinea che, nel vicino Comune di Nicosia, così come in altri Comuni, le spese del Maestro e delle divise sono a carico dei predetti Enti e che i bandisti usufruiscono di  regolare stipendio.
Il Sindaco, frastornato dalle proteste, dalla richiesta di interventi, fa del suo meglio per comporre la disputa, per mettere ordine e, infine, per trovare la proposta conciliativa.
Nel corso della seduta si effettuano molte votazioni. Si avverte la necessità di discutere quanto propone una sartoria milanese in,ordine alla fornitura delle uniformi da “Guardia Nazionale”. costo L. 85 procapite – ammontare complessivo L. 2040″.
Durante la seduta si parla per la prima volta di adottare al più presto il provvedimento: stipendio ai bandisti. Una conquista straordinaria che avrebbe assicurato la frequenza e, dunque, la continuità dell’Istituzione bandistica.
Nonostante la straordinaria novità, il corpo bandistico, nel 1873, fa registrare un fortissimo calo d’interesse al punto da provocare lo scioglimento dello stesso corpo musicale. La città perde la banda considerata suo vanto, sua prestigiosa istituzione. Due lunghi anni senza concerti, due anni di silenzio per le strade. Le processioni religiose sfilano per le via principali in silenzio. Una situazione insostenibile.
Occorre intervenire per superare l’incredibile situazione e, in vista di un prossimo futuro rilancio, si modifica il regolamento ed, in particolare l’Art. 8 che dà pieno mandato alla Deputazione di disporre apposita visita medica domiciliare onde accertare lo stato di salute degli strumentisti e l’entità dei disturbi accusati e ciò per constatare la consistenza dell’impedimento in ordine alla partecipazione dei servizi municipali e cittadini.
La modifica dell’art. 8 del regolamento fa chiaramente capire che sono queste le vere motivazioni del calo d’interesse: l’assenteismo.
In caso di malattia i musicanti hanno diritto alla cura gratuita del Medico condotto municipale, alla somministrazione dei medicinali occorrenti. Il diritto alla sola cura gratuita del Medico Condotto si estende ai parenti che coabitano col musicante.
L’assistenza sanitaria è un privilegio e un diritto che i componenti del corpo bandistico comunale hanno, come se fossero impiegati.
Finalmente arriva un’altra conquista epocale: lo stipendio stabilito dal fondo assegnato al corpo bandistico nel bilancio comunale.

SESTO INTERVENTO

L’era Bajardi.
Con la dichiarazione appresso virgolettata, il Sindaco Vincenzo Salamone dà la prova della partecipazione della Banda ed il riconoscimento della preparazione: la medaglia d’oro ed il diploma ricordo.
In seguito al successo, alla scadenza del mandato l’incarico al Maestro Bajardi viene confermato per altri tre anni.

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“Questa città – dichiara il Sindaco – a buon diritto, va orgogliosa della propria banda musicale la quale risponde pienamente alla non lieve spesa che il Comune sostiene per essa. È direttore della medesima un intelligente e valoroso giovane, il Bajardi, il quale non risparmia zelo ed attività per tenere alta ed immutata la fama che essa si è venuta guadagnando in città e fuori…”
“Sia la Gara fra le bande musicali della Sicilia. E la conferma del maestro mi trae a parlarvi della parte presa dal corpo musicale alla gara tenuta nello scorso maggio in Palermo fra le bande della Sicilia”.
Vi confesso subito che nell’animo mio non fu in forse un solo momento per decidersi a stanziare in bilancio la somma necessaria; poichè esso fu a ciò indotto non dalla speranza del premio che la banda avrebbe potuto guadagnare; ma dal desiderio vivissimo che questa ragguardevole città avesse contribuito alla riuscita dei festeggiamenti che si tenevano, nella capitale dell’isola, in onore dell’industria e dell’ arte italiana, e che i vostri concittadini avessero affermato il loro valore musicale di fronte all’ Italia, non solo, ma ancora di fronte ai rappresentanti delle altre nazioni che, in quei giorni, dovevano,certo, essere in gran numero, in Palermo.
Ma il premio è venuto, ed è stato il primo. E sia il ben venuto, dico io. A me però non spetta merito alcuno; poiché, ove, mai voleste darmene per aver somministrati i fondi, vi direi che nella consumazione del delitto ho avuto dei complici. Essi sono: la Deputazione musicale, la quale sapete quale benemerenza abbia acquistata in questa circostanza; la Società fra i Militari in Congedo, il Nuovo Circolo, la Società Operaia e la Società fra i Calzolai le quali tutte mi consigliarono e mi spinsero ad acconsentire perché il vostro corpo musicale avesse preso parte alla gara”…”Ed il felice risultato della gara mi ha indotto a fare buon viso alle vive istanze della Deputazione musicale e del maestro Bajardi, intese ad ottenere che nella villa comunale fosse elevato un padiglione nel quale avesse potuto raccogliersi e suonare la banda musicale”.
Questa è stata la prova che i risultati portano entusiasmo e facilitano il “SI” ad ogni richiesta.

SETTIMO INTERVENTO

L’alba del ‘900 lascia alle spalle il periodo del romanticismo che rivaluta la storia, la religione e la musica.
Nel corso del ‘900, oltre al ritmo frenetico delle scoperte, dell’industrializzazione, della corsa al benessere, si aggiunge una radicale trasformazione nella vita sociale. In tanta attività, la musica trova grande spazio. Le opere di Verdi, Rossini, Donizzetti, ecc. trovano consensi in tutte le nazioni. E la nostra banda agli inizi del ‘900? E la Scuola musicale?

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Della continuità bandistica si ha conferma in una lettera alle famiglie inviata dall’Arcipretura di Mistretta nei giorni di gennaio dell’anno 2000 di cui si trascrive il contenuto.
Ecco la cronaca di come Mistretta ha vissuto il passaggio dal XIX al XX secolo. ”Per santificare la notte del 31 Dicembre 1899 e l’alba del 1900, che congiungono i due secoli, anche in questa parrocchia ebbe luogo la sacra funzione…. A giudizio di tutti, essa riuscì assai bella ed imponente. Entro la Chiesa si contavano più di 4000 persone di tutti i ceti e di tutte le tinte, ad evitare qualche possibile inconveniente, la detta chiesa fu aperta alle ore 11 di sera. Dopo mezz’ora le campane cominciarono a sonare a festa ed alle stesse risposero subito quelle di tutte le altre chiese. In quel frattempo la banda musicale percorreva le principali vie della città e a quel suono e al continuo sparo di mortaretti, che si faceva sulla vetta del nostro rinomato Castello, il popolo si riversò tutto nelle strade…”
Durante il dibattito per l’approvazione del bilancio 1902, il finanziamento per la banda deve concorrere con quello del dormitorio pubblico, con il fondo della spazzatura, con il restauro della rete idrica e, infine, deve competere con i primi finanziamenti per la rete elettrica di illuminazione pubblica che è ancora un sogno. Tutto questo testimonia quanto importante è e quanta considerazione si dà alla Scuola musicale e alla banda.
Dall’Istituzione del corpo bandistico, avvenuta il 2 gennaio 1860, l’Amministrazione comunale bandisce ripetutamente concorsi e assegna gli incarichi per una durata biennale con la possibilità della conferma, ma questo non dà sicurezza del posto di lavoro: viene a mancare la continuità. Pertanto, la storia ha fatto registrare un numero elevatissimo di maestri che si sono succeduti nel tempo.
Una situazione che non può durare.
Ed ecco che, finalmente, nel lontano 23/4/1958 si dà inizio all’iter relativo al concorso per la copertura del posto in organico del Maestro Direttore della Scuola Musicale con annesso complesso bandistico.

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La svolta storica di grande rilievo è stata sottolineata dal Sindaco Vincenzo Antoci che dichiara: “…Considerato che questo Comune gestisce da tempo una Scuola musicale per i figli degli artigiani e degli agricoltori del luogo; considerato che nel regolamento organico c’è un posto per Maestro di musica…; considerato che non si dispone di buoni strumenti musicali; la Giunta delibera di acquistare parecchi strumenti musicali per un totale di L. 412.228, presso la Ditta Sacco di Palermo e Pucci di Napoli”.

Il rinnovo è stato totale qualcuno usa il termine RINASCITA.
Oltre agli strumenti, si acquistano le uniformi ricche di fregi, di cordoni, di bottoni dorati che costituiscono l’orgoglio della nuova banda che dà la sensazione di un felice risveglio.

CONCLUSIONI
Per concludere ritengo sia doveroso elencare tutti i maestri che dal lontano 2 gennaio 1860 e dalla ricostituzione del 1862 ad oggi hanno onorato e reso prestigiosa l’Istituzione musicale amastratina.

ELENCO DEI 27 MAESTRI:

Di Bella Francesco, Rausi Gaetano, Graffeo Vito, Graffeo Carlo, Bajardi Gioacchino, Colosi Nunzio, Toscano Leonardo, Quattrocchi Luigi, Agnelli Gaetano, Oreste Lucio, Guerci Claudio, Ippolito Raffaele, Stasi Enrico, Incudine Ersilio, Forzano Nicola, Graziano Basilio, Albano Umberto, Cecere Vincenzo, Verdoliva Alfonso, Bingo Ivo, Longo Giuseppe, Testa Giovanni, Antonino Di Buono, Lotario Giuseppe, Villardita Salvatore, Leonardi Angelo Pio, Ortoleva Giovanni, Di Maria Girolamo, attualmente in carica più che mai operativo al servizio della Scuola musicale e del corpo bandistico “Città di Mistretta”. Al Maestro Di Maria auguriamo di battere il record che detiene il Maestro Gioacchino Bajardi che ha operato per 17 anni consecutivi in modo egregio. Per raggiungere questo obiettivo dovranno passare almeno due anni per uguagliare il detto record. Noi siamo sicuri che onorerà questo impegno e continuerà a svolgere, anch’egli egregiamente, il delicato compito di educatore di quell’arte meravigliosa che il Maestro ama e che noi chiamiamo semplicemente “MUSICA”.

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Abbiamo tutti il dovere di ringraziare i maestri che nel corso degli anni si sono succeduti. Ognuno di loro ha lasciato un segno, la traccia di una esperienza che ha permesso l’arricchimento culturale nel settore della musica per cui Mistretta può essere definita “Città musicale”.
La continuità del nostro corpo bandistico e della Scuola musicale farà scrivere, ne siamo sicuri, numerose pagine storiche. Continuerà, così, la lunga, centenaria, tradizione musicale grazie alla lungimiranza degli amministratori che, nell’arco degli anni, hanno valorizzato e sostenuto l’egregio lavoro di tutti i maestri. L’attuale Amministrazione, ce lo auguriamo, continuerà l’opera di sostenimento e di incoraggiamento prendendo come esempio l’insegnamento che i politici del passato hanno lasciato come eredità. Un patrimonio culturale che, negli anni, ha dato lustro alla città di Mistretta ed è stato vanto della comunità tutta.
“Il doveroso pensiero che vogliamo rivolgere a tutti i compositori ha un significato basilare, profondo, umano e sociale. Senza le loro composizioni le bande, le orchestre e i vari gruppi musicali non avrebbero modo di esistere .
Chiudete gli occhi ed immaginate un mondo senza musica..!
Credo sia utile ripetere che la musica, in quanto creata, è arte e l’arte è espressione di vita che ha segnato, segna e segnerà molti momenti della nostra vita. La musica è amata anche da chi afferma di non amarla perchè dietro i loro non … esistono ricordi legati ad eventi o manifestazioni gioiose”.
Se oggi continua ad esistere a Mistretta la Scuola musicale e il corpo bandistico è perché chi ha avuto la forza di continuare l’opera meritoria di sostegno e chi con passione ha operato per onorare la musica, ha cavalcato due grandi virtù: la pazienza e l’umiltà.
Due virtù “terapeutiche” che hanno aiutato a superare ogni ostacolo, ogni difficoltà.
Quelle virtù saranno la forza del percorso musicale futuro.
“…ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta
“(Dante); “…la pazienza è la più eroica delle virtù… “(Leopardi)
La presentazione e la sintesi del racconto storico,richieste gentilmente dal Maestro Girolamo Di Maria, sono state curate dal sottoscritto in occasione dei festeggiamenti del 150° anniversario della costituzione del corpo bandistico del Comune di Mistretta.

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nov 28, 2018 - Senza categoria    No Comments

L’ABIES NEBRODENSIS NELLA VILLA COMUNALE “G.GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Ho letto il post su fb del prof. Rosario Schicchi, del prof. Alfonso La Rosa e  della Flora Spontanea siciliana che riporto integralmente per darne larga diffusione:” Elette le piante simbolo delle venti regioni italiane.
L’iniziativa, promossa dalla Società Botanica Italiana, è stata coordinata da Lorenzo Peruzzi, professore di Botanica sistematica presso il Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa e Direttore dell’Orto e Museo Botanico. A votare sono stati oltre 500 appassionati ed esperti botanici di tutta Italia che hanno eletto le piante vincitrici a partire da una rosa di candidature, con un meccanismo per certi versi simile a quello delle primarie.
L’idea è quella di sensibilizzare cittadini e istituzioni sul tema della biodiversità vegetale – spiega Lorenzo Peruzzi – e così sono state elette venti piante che, per valenza storico-scientifica, peculiarità biogeografiche e bellezza, possano essere assurte a “simbolo” di ognuna delle venti regioni italiane”.
Per la Sicilia la pianta simbolo è rappresentata da Abies nebrodensis (Lojac.) Mattei (Abete delle Madonie), eletta con il 37% dei voti. Si tratta di una conifera endemica delle Madonie. Descritta da Michele Lojacono Pojero, botanico siciliano che ha operato a cavallo tra l’ottocento e il novecento.
È la pianta che ha ricevuto il maggior numero di voti tra tutte le regioni italiane, assieme alla Sassifraga dell’Argentera.
La villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta è orgogliosa di accogliere diverse piante di Abies nebrodensis, piccole e grandi, essenza vegetale che si fa notare per la sua magnificenza, per la sua eleganza, per la sua bellezza, per la sua austerità, per il suo notevole valore scientifico.

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L’Abete dei Nebrodi è detto anche “l’Abete delle Madonie” per il suo primitivo habitat madonita.
Per potere osservare l’alto albero il visitatore, superato il cancello d’ingresso della villa, deve percorrere il viale di sinistra e subito dopo girare a destra. Sopra il laghetto, con la sua faccia rivolta al cancello, proprio sulla C della scritta “villa comunale”, ecco, là può ammirare l’Abies nebrodensis insieme al gruppo costituito dall’Abies cephalonica, dalla Sequoia e dal Cedrus deodara.
L’Abies nebrodensis è una conifera endemica della Sicilia appartenente alla Famiglia delle Pinaceae.

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Il nome del genere “Abies”, già in uso presso i Romani, probabilmente deriva dal greco “ὰβιος” “non longevo”, oppure dal latino “abiens” “che va via”, forse in riferimento alla sua grande altezza. Il termine della specie “nebrodensis” deriva dai Monti delle Madonie che anticamente venivano chiamati Montagne Nebroidi, ma da non confondere con gli attuali Monti Nebrodi, ad oriente di queste.
LAbies nebrodensis, un tempo classificato come sottospecie dell’Abies alba, si pensa che sia pervenuto in Sicilia nel corso dell’ultima glaciazione avvenuta oltre 2000 anni fa e sopravvissuto sino ai nostri giorni per aver subito un processo di naturale adattamento al clima siciliano e, in particolare, a quello delle Madonie dove la pianta è quasi esclusiva.
L’albero ha il caratteristico portamento degli abeti e già, a breve altezza dal suolo, presenta una serie ordinata di palchi orizzontali che gli conferiscono l’aspetto di un cono rovesciato. Il tronco, alto fino a 25 metri e con una circonferenza di un metro, è diritto e rivestito dalla corteccia di colore grigio cenere e molto rugosa.

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I rami, che partono dal tronco, sono di colore grigio-brunastro. Le foglie, aghiformi, piccole, lineari, sono inserite ai due lati del rametto ma rivolte, nella stessa direzione per torsione naturale dei piccioli delle foglie sottostanti. Sono di colore verde argenteo nella pagina superiore, di colore grigiastro nella pagina inferiore, con due linee longitudinali rappresentati dai canali resiniferi. Sono smarginate all’apice. Particolare è la disposizione dei rametti. Da ciascuno dei principali rami se ne dipartono due laterali e così di seguito fino a formare delle piccole croci tanto da fare attribuire alla pianta il nome mistrettese di “Arvulu cruci, cruci”.

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I fiori femminili, verdi e poco appariscenti, crescono all’apice dei rametti sulla superficie dorsale; i fiori maschili, gialli, sono raggruppati nella parte ventrale dei rametti. La fioritura avviene da maggio a giugno.

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Gli strobili, cilindrici ed eretti, lunghi fino a 20 centimetri, hanno brattee sporgenti che, a maturità, si sfaldano lasciando sul ramo l’asse centrale. Contengono diversi semi alati. Gli strobili raggiungono la maturità in autunno e lasciano cadere i semi.

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La pianta non ha particolari esigenze edafiche adattandosi a vivere su terreni anche poveri, ma asciutti e ben drenati. Sopporta i freddi invernali preferendo, però, i climi più miti della Sicilia. E’ una pianta lenta nell’accrescimento e non si hanno sufficienti parametri per poter abbozzare una durata attendibile della sua vita.
L’Abete dei Nebrodi è una pianta a forte rischio d’estinzione pertanto non è possibile prevedere il tempo di sopravvivenza. Essendo una volta specie endemica della Sicilia, in passato formava vaste foreste sulle montagne. Oggi è una pianta fondamentale per il suo areale molto circoscritto e riveste una grande importanza non solo per la sua “monumentalità”, ma perché è una delle piante più notevoli della flora siciliana. Rappresenta l’elemento più famoso per la sua potenzialità forestale e per la sua condizione di specie relitta a causa dell’azione antropica che ha modificato l’habitat originario della sua specie.
E’ presente in un numero limitato di esemplari, soprattutto nel territorio delle Madonie, e continuamente oggetto di studi per la rarità della specie ancora inserita nel proprio ambiente d’origine.  L’Abete dei Nebrodi in epoca antica era molto comune e il suo legname rappresentava una notevole fonte di commercio per le popolazioni montane della Sicilia settentrionale. Durante la dominazione greca, la città di Halaesa, posta a pochi chilometri dell’odierna Tusa, batté moneta con l’immagine inconfondibile di questo svettante albero.
Dato l’esiguo numero degli esemplari viventi, la pianta attualmente non ha nessun utilizzo economico perché è obbligatorio preservare la specie e la biodiversità, anche perchè l’azione di disboscamento incontrollato ai danni di questa splendida conifera, l’utilizzazione delle parti dell’albero come legna da ardere e per la creazione di opere artigianali, alcune modificazioni climatiche, che hanno favorito la diffusione del Faggio e dei querceti nel piano montano della catena delle Madonie e dei Nebrodi, i ripetuti incendi boschivi, i pascoli sconsiderati, che hanno modificato il suolo, e altre possibili minacce da parte di parassitari hanno portato l’Abete dei Nebrodi sulla soglia dell’estinzione.
Già dal 1900 era stato considerato estinto e riscoperto nel 1957 nel Vallone Madonna degli Angeli. Nel comune di Polizzi Generosa, sulle Madonie, dove ne sono rimasti circa una trentina di esemplari che crescono stentatamente su un pendio sassoso. Alcune piante producono, però una certa percentuale di semi fertili che consentono periodicamente la coltivazione in vivaio e poi il trapianto della piccola piantina.  L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, meglio conosciuta con il suo acronimo IUCN, l’organizzazione non governativa (ONG) internazionale con sede a Gland, in Svizzera, la più autorevole in materia di protezione e tutela della Natura, ha inserito l’Abies nebrodensis nell’elenco delle 50 specie botaniche più minacciate dell’area mediterranea.
A Polizzi Generosa, sulle Madonie, nel Vallone denominato “Madonna degli Angeli”, sulle creste del monte Pizzo Carbonara e sui pendii settentrionali del Monte Scalone, a quote comprese tra i 1400 ed i 1700 metri, vivono circa una trentina di esemplari di Abies nebrodensis sopravvissuti, probabilmente, grazie all’isolamento e alla minore competitività locale con altre specie più forti come il Fagus sylvatica.
L’Abies nebrodensis è la specie botanica delle Madonie di maggiore interesse scientifico. Le condizioni ecologiche sono quelle tipiche delle montagne meridionali siciliane caratterizzate da forte ventosità, da elevate escursioni termiche, da piovosità oscillante tra i 1000 ed i 1600 millimetri, da forte siccità estiva. Questa specie protetta è inserita nell’appendice I della Convenzione di Berna ed in quella di Washington. L’intera popolazione madonita è costituita da un piccolo numero di individui adulti e da un piccolissimo gruppo di giovani piantine.Probabilmente sono tutte generate da piante madri che sono state abbattute o sono scomparse oltre cinquant’anni fa.Qualche Abete ha iniziato a produrre coni con semi fertili.
Questo fenomeno fa ben sperare!Data l’importanza della specie, il progetto “Life Natura”, il fondo economico istituito dall’Unione Europea per il finanziamento di programmi di tutela ambientale nei paesi membri dell’Unione Europea e nei paesi terzi, iniziato nel 2002 e concluso nell’estate del 2005, ha mirato alla salvezza e alla conservazione di questa pianta. Tale progetto è stato organizzato dall’Ente Parco delle Madonie unitamente agli studiosi dell’Orto botanico dell’Università di Palermo e con la partecipazione dell’Azienda Foreste Demaniali della Regione Sicilia, del comune di Polizzi Generosa, dell’Orto botanico dell’Università di Valencia, dell’Istituto Botanico del Dipartimento di Biologia dell’Università di Patrasso e dell’Istituto di Botanica dell’Accademia di Scienze della Bulgaria. In questi anni il programma di tutela ha realizzato diverse azioni tecnico-scientifiche che hanno favorito il processo di rinnovo dell’Abies nebrodensis con un buon incremento delle piante novelle.
Il raro Abies nebrodensis, fino ad ora minacciato di scomparire per sempre dalla Terra, numericamente conta circa 60 esemplari di età compresa fra i 2 e gli 11 anni.
Un autorevole grido d’allarme per un’efficace protezione dell’albero è stato lanciato già negli anni ’70 dalla prof.ssa A. Messeri che lo ha riscoperto. Le azioni di difesa e di protezione della specie sono state rivolte alla conservazione in situ, cioè nell’ambiente naturale, e in ex situ, cioè fuori dell’ambiente naturale, degli esemplari appartenenti alla popolazione nebrodensis.
In particolare, questi interventi hanno riguardato la realizzazione di parcelle terriere sperimentali per individuare l’esatta sistemazione sinecologica ed autoecologica della specie relitta in modo da programmare attività di ripopolamento sia nell’area nel territorio di Polizzi Generosa, sia in quella di altri comuni vicini e potenzialmente idonea.
Al fine di favorire la conservazione ex situ dell’Abies nebrodensise di sensibilizzare l’opinione pubblica alle problematiche relative alla tutela della biodiversità, è stato previsto l’affidamento di alcune piantine ad entità pubbliche e private capaci di custodire le piantine in luoghi idonei alle sue esigenze ecologiche ed edafiche.
Nella villa comunale “G. Garibaldi” di Mistretta sono stati piantati due giovani alberelli di Abies nebrodensis.
Sono stati donati dal prof. Pietro Lo Iacono, anche lui, come me, molto legato alla nostra meravigliosa villa.

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Questa azione riveste notevole importanza in quanto permetterà di aumentare la consistenza numerica della popolazione di Abies nebrodensis contribuendo ad evitare l’imminente pericolo della sua estinzione.
La perdita di questa specie sarebbe un grave danno per la Natura e rappresenterebbe una ulteriore diminuzione della diversità biologica nel bacino del Mediterraneo.
Ciò non dovrà mai accadere per nessuna specie, nè vegetale nè animale!
Considerato l’elevato valore scientifico e naturalistico di quest’autentica rarità, oggetto di frequenti visite da parte di eminenti studiosi di tutto il mondo, è necessario che s’insista non solo nel perseverare nell’opera di protezione degli individui superstiti, ma anche nell’opera di propagazione.

 

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nov 25, 2018 - Senza categoria    No Comments

CERIMONIA DI PRESENTAZIONE DEL LIBRO “DA LICATA A MISTRETTA: UN VIAGGIO NATURALISTICO” DI NELLA SEMINARA

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 “Da Licata a Mistretta: un viaggio naturalistico” è il libro che Nella Seminara ha presentato a tutti i suoi amici di Licata e di Mistretta venerdì, 27 gennaio 2006.

25 copertina libro da Licata a Mistretta ok presentazione libro a Licata nel Sala Conferenze della Banca Popolare Sant'Angelo okPalazzo Fragipane  27 Gennaio 2006 ok

E’ trascorso tanto tempo, ma i ricordi non si cancellano mai!
Teatro della manifestazione è stata l’accogliente sala delle conferenze della Banca Popolare Sant’Angelo, nel palazzo Frangipane, in Corso Vittorio Emanuele, 10 a Licata.
Hanno portato i saluti: il dott. Michele Costanzo, direttore generale della Banca Popolare Sant’Angelo, il dott. Angelo Biondi, sindaco della città di Licata.
Ha coordinato i lavori il preside, il prof. Calogero Carità, editore de “La Vedetta”.
Hanno relazionato: la preside, prof.ssa Bruna Montana, che ha trattato la parte letteraria, il dott. Giovanni Peritore, che ha trattato la parte terapeutica, la prof.ssa Angela Oliveri, che ha trattato la parte naturalistica, il prof. Francesco La Perna, attento studioso della storia di Licata, e Assessore alla Cultura del comune di Licata.

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Il  tavolo dei relatori

Da sx: Giuseppe Fragapani, Padre Gaspare Di Vincenzo, Angela Oliveri, Giovanni Peritore,Calogero Carità, Bruna Montana, Michele Costanzo

 Il dott. Michele Costanzo, in qualità di buon padrone di casa, dopo aver salutato e dato il benvenuto a tutti i presenti intervenuti per assistere all’importante manifestazione, ha rivolto all’autrice queste Parole: ” Cara Nella, mia grande amica, ti ringrazio per avere scelto la sede della Banca Popolare Sant’Angelo per presentare questo tuo lavoro al quale ti ho visto lavorare con tanto entusiasmo. Ti osservavo quando scattavi le foto delle piante della tua campagna, anche quelle semplici e spontanee. Mi congratulo con te personalmente!”

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Michele Costanzo

L’avv. Giuseppe Fregapani ha portato i saluti del sindaco Angelo Biondi, assente per impegni istituzionali, e di tutta l’Amministrazione comunale e si è complimentato con l’autrice per avere ampiamente descritto Licata e il suo territorio.

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Giuseppe Fregapani

 Il preside, prof. Calogero Carità, ha ampiamente elogiato il lavoro di Nella con queste parole: ” Nella Seminara, con Carmelo De Caro, suo marito e compagno di studi e collega, nel corso delle varie escursioni nel territorio di Licata, ebbe modo di scoprire le bellezze naturalistiche ignote alla quasi totalità di noi licatesi.
Ha manifestato per la nostra città, sua patria adottiva, un grande e inseparabile amore, un amore intenso che l’ha spinta ad esplorare su e giù per colline e per anfratti per studiare la nostra flora e la nostra fauna.
Discipline congeniali a Nella, laureata in Scienze Naturali, e che per tanti anni ha insegnato scienze matematiche, chimiche, fisiche e naturali nelle Scuole Medie Statali “Salvatore Quasimodo” e “Antonino Bonsignore” di Licata.
L’amore profondo per Licata l’ha spronata a produrre questo interessante volume, che sicuramente è un tributo alla nostra e anche alla sua città perché le sue radici sono a Mistretta, per aiutarci a scoprire, come Lei da ricercatrice ha saputo abilmente fare, le bellezze naturalistiche e paesaggistiche di Licata che la speculazione edilizia, le ruspe e la cementificazione selvaggia non sono riuscite fortunatamente a distruggere, bellezze che, in alcune contrade dell’agro licatese, sono rimaste del tutto immutate.
“Da Licata a Mistretta, un viaggio naturalistico” è il titolo di questo saggio che è documento delle competenze e della serietà professionale dell’autrice e della sua dote di attenta osservatrice. Un titolo e un nome che mancavano nell’elenco delle nostre edizioni de “La Vedetta”. Siamo orgogliosi, onorati e fieri di ospitare il libro e di editarlo con il nostro logo, il simbolo de “La Vedetta”, il mensile che da venticinque anni registra e illustra i fatti e gli avvenimenti della nostra città.
Stima e simpatia reciproche oggi congiungono Nella e La Vedetta e che ieri univa in solido Nella, Carmelo e la nostra testata.
I lettori, gli specialisti di botanica e di zoologia, i cultori delle scienze naturali comprenderanno subito quale e quanto impegno Nella abbia profuso in questo suo meticoloso e non facile lavoro di ricerca. Ha raccolto i risultati rigorosamente e sistematicamente, ha adoperato una prosa non completamente scientifica per consentire a tutti una facile comprensione del testo, certa di trasmettere in noi tutti amore e rispetto per le piante e per gli animali, elementi assolutamente necessari per la salvaguardia di tutte le specie. Il suo lavoro è accattivante anche per altri molteplici aspetti che non sono di semplice contorno, ma essenziali per una conoscenza più completa del nostro territorio.
Così Nella ci guida con arte nella conoscenza delle curiosità naturalistiche, storiche, mitologiche, culinarie e anche mediche.
Ebbene, leggendo le pagine che Nella ha scritto per noi, possiamo soddisfare la nostra curiosità ed apprezzare e amare ciò che vive attorno a noi.
Sono, altresì, interessanti le riflessioni che la nostra naturalista fa su alcune piante spontanee e coltivate della Montagna di Licata e di Mistretta.
Grazie, Nella, da parte mia e di tutto lo staff de “La Vedetta”!

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Calogero Carità

La preside, prof.ssa Bruna Montana, nella sua erudita relazione, ha ampiamente trattato la parte letteraria rivolgendo a Nella queste parole: ”Carissima Nella, ti conosco da tanto tempo e ho sempre apprezzato il tuo sapere scientifico che sai trasmettere ai tuoi alunni che ascoltano i contenuti scientifici con entusiasmo. So che hai una particolare predisposizione per la chimica, materia non molto facile, ma che hai la capacità di insegnarla ai tuoi discenti che seguono con entusiasmo perché arricchisci le lezioni con gli esperimenti di laboratorio. Leggendo il libro <<Da Licata a Mistretta, un viaggio naturalistico>> ho scoperto che hai saputo rendere piacevole la lettura scientifica arricchendola di ricordi autobiografici, di notizie storiche e letterarie, di aneddoti e di quadri pittoreschi della nostra bella terra.
Per avere frequentato il liceo classico “A.Manzoni” a Mistretta hai acquisito una buona preparazione letteraria. Hai conosciuto gli scrittori greci e latini. Da loro hai tratto
la mitologia che hai inserito nei contenuti del testo rendendoli fantasiosi”.

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Bruna Montana

Il dott. Giovanni Peritore, che ha trattato l’utilità delle piante nella medicina terapeutica, ci ha raccontato che gli estratti delle piante sono stati le rudimentali medicine usate dai primitivi uomini della terra per curare i loro malanni. Anche oggi la medicina omeopatica si basa sull’uso di prodotti vegetali a scopo terapeutico soprattutto da quelle persone allergiche ai preparati della medicina moderna.

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Giovanni Peritore

La prof.ssa Angela Oliveri, che ha trattato la parte naturalistica, ha messo in luce come ogni argomento è trattato dettagliatamente in maniera semplice, minuziosa e particolareggiata. “Esempio di approfondita conoscenza, considerato che entrambe siamo insegnanti di Scienze nella Scuola Media <<A. Bonsignore>>, suggerisco la lettura del testo agli alunni della nostra scuola che vogliono arricchire le loro conoscenze sulla flora del nostro territorio di leggere attentamente il testo <<Da Licata a Mistretta, un viaggio naturalistico>>.

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Angela Oliveri

 Padre Gaspare Di Vincenzo, che ha trattato la parte evangelica, ha letto la sua relazione che riporto integralmente: ”

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Padre Gaspare Di Vincenzo

Ha concluso i lavori il prof. Francesco La Perna che si è congratulato per questo interessante lavoro dove è descritto tutto ciò che appartiene al nostro habitat: il paesaggio, il clima, la natura, l’uomo, la montagna, il fiume Salso, il mare che, per Licata, è stato dai tempi più remoti fonte di vita e di scambi tra popoli, la piana, da sempre rinomata per i suoi prodotti primaticci.
Ha letto la presentazione al libro del prof. Mario Sortino, Ordinario di Botanica Ambientale e Applicata nell’Università di Palermo, non presente alla cerimonia impedito dal lavoro di docente.
I versi di Dante “l’amor che muove il sole e le altre stelle” trovano rispondenza con i contenuti di questo testo che sono un’intensa dichiarazione d’amore di Nella Seminara per le sue due patrie, quella genetica Mistretta e quell’adottiva Licata.
Come tutti i veri amori che sono frutto di un lungo travaglio interiore, questa dichiarazione è pervasa da una accorata invocazione verso l’uomo, affinché si spogli dalle vesti di dominatore della natura, per prendere coscienza della sua umanità che lo vede artefice del suo destino.
Soltanto attraverso una programmazione dello sviluppo, non disgiunta dal rispetto degli equilibri che regolano gli ecosistemi di cui l’uomo è parte integrante, è possibile garantire un futuro alle generazioni che seguiranno. Questo concetto sulla sostenibilità dello sviluppo, è trattato da Nella Seminara con la dolcezza e l’umiltà francescana che contraddistinguono chi ha incentrato il proprio lavoro per la promozione e la divulgazione delle scienze naturali, sull’etica dei rapporti tra l’uomo e la natura.
Come nel cantico delle creature, Nella Seminara passa in rassegna le risorse naturali delle due terre smaterializzandole e trasformandole in un “amarcord” nel quale dolci ricordi e amare realtà si fondono per pervenire alla considerazione che la strada dell’uomo moderno non è lastricata dalla gioia dell’amore per la natura, ma dalla disperazione di vedere se stesso artefice della sua distruzione. L’aria, l’acqua, il suolo sono avvelenati, i mari inquinati, i cibi adulterati e, tragico su tutto e su tutti, l’incombente spettro atomico, batteriologico e chimico.
Tra tanta desolazione, il viaggio naturalistico di Nella Seminara attraverso le risorse naturali e demo-etno-antropologiche di Licata e di Mistretta, oltre ad essere un contributo scientifico alla conoscenza dellevalenze dei due territori, è da considerare una manifestazione di fiducia verso l’intelligenza dell’uomo. Esso saprà trovare nuovi modelli di sviluppo incentrati sulla termodinamica del non equilibrio, unica via per ricondurre la vita umana al rispetto dell’originaria fonte dalla quale nella notte dei tempi ebbe il principio”.

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Francesco LaPerna

Sono giunti a Licata, provenienti da Mistretta, il dott. Sansarello e il signor Sebastiano Maniaci. Il dott. Sansarello nel suo breve intervento ha detto: “Ho letto con molto interesse il libro <<Da Licata a Mistretta, un viaggio naturalistico>>.  Nella Seminara ha messo in luce quanto Mistretta sia <<importante>> non solo per chi la ama, ma anche per chi non la conosce. Grazie, Nella, per quello che hai scritto!
E’ un enorme e intelligente lavoro che ha arricchito le mie conoscenze sulla flora e su parte della fauna di Mistretta e di Licata, città che non conoscevo perché molto lontana dal nostro paese. Sono orgoglioso di conoscere persone come te, cara Nella, che hai offerto a tutti l’opportunità di amare ancor di più la nostra città natale e la città che ti ha benevolmente accolto.

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dott.Sansarello

Alla fine l’autrice, invitata al tavolo dei relatori, ha spiegato ai presenti il motivo che l’ha spinta a pubblicare il libro “Da Licata a Mistretta: un viaggio naturalistico”. E’ un ritorno da Licata a Mistretta attraverso il viaggio naturalistico conoscendo le piante presenti nei due habitat anche se diversi: Licata si trova a livello del mare, Mistretta a 1000 di altezza.
Sono le sue parole: “Questa piccola, breve, semplice trattazione di ecologia divulgativa su Licata e su Mistretta è un indispensabile omaggio ai licatesi e ai mistrettesi per manifestare il reale sentimento di affetto, di stima, di amicizia che lega me a tutti loro.
L’affettuosa accoglienza dei licatesi ha favorito gli incontri, ha consentito il confronto di idee e di opinioni quando, ancora studentessa universitaria, sono venuta per la prima volta a Licata da Mistretta, ferita dal terremoto del 31 ottobre del1967. In seguito, con la mia permanenza stabile a Licata, sono riuscita ad unire la mia vita alla loro.
Trapiantata a Licata per motivi di famiglia e di lavoro, qua sono stata accolta, abbracciata e aiutata per la buona integrazione nell’ambito sociale e culturale della città.
La gente è stata sempre aperta, socievole, cordiale.
É ancora emozionante per me ricordare l’intima comunione con tutti gli elementi del mondo etnografico, fisico e vivente di Licata e di Mistretta: la popolazione, il dialetto, l’aria, l’acqua, il clima, le piante, gli animali.
Sensibile e attenta è stata la mia curiosità per la loro profonda conoscenza.
La montagna, la pianura, le valli, la neve, il mare, il fiume, i boschi, le pinete, sono aspetti variabili delle due cittadine, di Licata e di Mistretta, ma che io ho avuto modo di comprendere, di distinguere, di apprezzare, di scrivere.
Desidero ringraziare innanzitutto Carmelo De Caro, bravo compagno di studi, affettuoso marito, per aver condiviso gli stessi interessi, per aver mescolato le sue idee con le mie, per aver amato allo stesso modo la Natura e le Scienze, per avere svolto lo stesso lavoro, per avermi dato la possibilità di scoprire un ambiente molto diverso dal mio.
Egli non potrà mai leggere questi scritti, ma è doveroso ringraziarlo perché la sua influenza nella “nostra” formazione umana, sociale, culturale, è stata grandissima.
Ringrazio mia madre Maria Grazia Lorello e mia sorella Anna per avermi materialmente sostenuta durante gli studi universitari.
Ringrazio mio padre Giovanni per aver capito le mie attitudini scientifiche aiutandomi a valutare e a valorizzare i molteplici aspetti naturalistici dell’immenso “kósmos” che tutti accoglie.
Ringrazio il Preside Carmelo Incorvaia per l’incoraggiamento alla realizzazione di questo lavoro, la signora Fiorella Saccone per la sua preziosa disponibilità alla ricerca dei testi presso la Biblioteca della Facoltà di Agraria dell’ateneo palermitano.
Ringrazio il signor Antonino Lo Iacono per la pazienza che ha avuto nell’accompagnarmi dalla tipografia a Palermo.
Con tutti i membri dell’Associazione Archeologica Licatese, del Centro Attività Subacquee, della Parrocchia di Santa Barbara, dell’Associazione “Centro 3P”, dell’Istituto Comprensivo “S. Quasimodo”, dell’Istituto Comprensivo “A. Bonsignore” e con i cittadini di Licata esiste una forte, corretta, cordiale unione umana.
Sono molto grata ai miei paesani che mi danno il caloroso benvenuto ogni qual volta ritorno al mio paese.
Ringrazio il dott Michele Costanzo per l’ospitalità e per l’accoglienza in questo prestigioso salone, i relatori e tutti voi per la Vostra numerosa presenza e per la cortese attenzione.
Ringrazio il dott. Sansarello e il signor Maniaci che hanno affrontato un lungo viaggio, con le strade innevate, per partecipare a questo importante evento a Licata”
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Nella Seminara

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nov 19, 2018 - Senza categoria    No Comments

FRANCESCO DA MISTRETTA (1668-2018) A 350 ANNI DAL MARTIRIO

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 La comunità cristiana di Mistretta è ricca di un grande patrimonio, di storia, di arte, di fede.. Ciò non sarebbe stato possibile se non ci fosse stata la presenza di uomini santi che sono stati la radice di quanto possediamo.
La comunità amastratina ha scoperto padre Francesco da Mistretta, un frate francescano che, spinto dall’amore di Cristo, è andato missionario in Etiopia dove, il 25 marzo 1668, la domenica delle Palme, è morto martire. Nonostante siano trascorsi tanti anni dal suo martirio, la sua figura è di grande attualità in sintonia con il messaggio di papa Francesco che vuole una chiesa in uscita, una chiesa missionaria, per rispondere ai bisogni soprattutto degli ultimi.
Carissimo Tatà, pertanto, trascrivo integralmente gli articoli sulla storia del martirio di Francesco pubblicata sul periodico  “MISTRETTA SENZA FRONTIERE” nel mese di Novembre 2018 accogliendo il tuo invito  a un’ampia diffusione.

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 FRANCESCO DA MISTRETTA (1668-2018) A 350 ANNI DAL MARTIRIO
di Sebastiano Lo Iacono

ll martirio di frate Francesco da Mistretta (Messina-Sicilia) è stato scoperto casualmente dopo il ritrovamento, nel 2007, in Lombardia, a cura del collezionista prof. Mariano Bascì, di una serie di cartoline postali degli anni Venti del Novecento in cui è raffigurato il martirio del francescano assieme al confratello Lodovico da Laurenzana (Potenza-Basilicata).

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Queste immagini hanno acceso una fiamma di devozione nella città natale del francescano.
Dopo vari articoli sulla stampa, Stefano Brancatelli, ora sacerdote, all’epoca seminarista e allievo di teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, realizzò uno studio.

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Il 25 marzo 1668 (Domenica delle Palme) frate Francesco fu martirizzato in odium fidei, assieme al confratello Lodovico da Laurenzana. 350 anni dopo, nella stessa giornata delle Palme del 25 marzo 2018, monsignor Michele Placido Giordano, arciprete nel santuario della Madonna di Miracoli  a Mistretta, ha comunicato che sarà aperta la causa di beatificazione.

 PROFILO BIOGRAFICO/AGIOGRAFICO DI FRANCESCO
di padre Stefano Brancatelli

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 Al secolo Francesco Rubé nasce a Mistretta (Messina) intorno agli anni trenta del 1600. Avvertito il desiderio di totale consacrazione, aderisce alla Riforma francescana dei frati della più stretta osservanza divenendo sacerdote. Poco si conosce delle vicende in terra di Sicilia: il Notamento di tutti i frati (f. 37), datato 20 luglio 1692, non ne riporta il cognome (che ci perviene per trasmissione popolare), ma solo il soprannome, “Cucco”, forse attribuitogli per la propensione al pianto durante l’orazione e la celebrazione eucaristica.
All’età di 37 anni, probabilmente a seguito di un viaggio a Gerusalemme, si infervora dello spirito missionario e chiede di essere ammesso al Collegio di S. Pietro in Montorio in Urbe.
Morto l’imperatore Fasiladas, di credo miafisita precalcedonense e artefice dell’espulsione dei gesuiti dal paese, il 7 dicembre 1666. Propaganda fide ricostituisce la dismessa missione in Etiopia: vi fanno parte il vicario apostolico don Antonio d’Andrade, portoghese di madre etiope, il prefetto apostolico p. Giovanni d’Aquila, i missionari apostolici p. Francesco da Mistretta, p. Ludovico da Laurenzana, p. Bernardino da San Lorenzo, p. Remigio da Parigi ed il fratello laico fra Ludovico da Benevento.
Francesco da Mistretta e Ludovico da Laurenzana sono i primi a partire e gli unici a entrare in Etiopia: si imbarcano il 9 febbraio 1667 ed il 22 giugno sono a Suez in attesa di partire per Gidda e da lì per l’Etiopia grazie all’aiuto di due abissini che avevano incontrato in Egitto. Al Nord dell’Etiopia, nella regione annessa del Tigré, li attende una popolazione prevalentemente cattolica, ma priva di sacerdoti, guidata da un re ribelle all’imperatore.
Entrati in incognito e vestiti all’abissina, uno da musico e l’altro da medico, riescono a raggiungere la meta e a permanervi per alcuni mesi, fino alla cattura e all’uccisione. Del martirio inizialmente si ha notizia tramite la testimonianza indiretta del mercante portoghese Antonio Pereira che, a Muchà, riferisce al frate laico Ludovico da Benevento, unico superstite della missione.
Solo agli inizi del sec.XX la traduzione dalla lingua ge’ez degli Annales Yohannis I (Alaf Sagad, 1667-1682) confermerà tali voci e fornirà ulteriori notizie sul martirio in odium fidei: durante un’incursione del negus a Bēgamedr, nel distretto della regione di Dābr, denominato Muy, sono scoperti e condannati per via del credo calcedonense da loro professato; l’esecuzione è fissata per il 25 marzo 1668, domenica delle Palme, per impiccagione e lapidazione, anche se una traduzione errata di I.Guidi indica il martirio per crocifissione.
Francesco è il primo frate riformato ad accettare il 3 aprile 1666 le gravose condizioni del nuovo giuramento che consentiva a De Propaganda fide, cioè il dicastero romano che si rivolgeva all’evanglizzazione dei popoli,  di richiamare in missione ogni ex alunno in qualsiasi momento della sua vita. La formazione missionaria dell’Ordine avveniva infatti presso il “Collegio in Urbe di San Pietro in Montorio”, sorto nel 1622 quale “studio di lingua araba e delle controversie”.
La gestione del Collegio, inizialmente affidata al guardiano di Gerusalemme fra Tommaso Obicini da Novara, dal 1626 era passata dagli osservanti ai riformati, seguendo così la sorte dei principali conventi dell’Ordine e della stessa custodia di Terra Santa nel 1628. Nonostante che dal 1647 venisse esteso a tutto l’orbe e non solo all’Italia, il Collegio stentava a decollare: a dare il colpo di grazia era stata la decisione di Propaganda fide di pretendere dagli alunni, dopo tre mesi dall’ingresso, il giuramento di cui si è detto.
Nel 1666 il Collegio è di fatto non funzionante, non essendo più presente in esso alcun alunno: le carte d’archivio testimoniano l’ansiosa trepidazione del commissario generale della famiglia cismontana dell’Ordine, fra Bonaventura Cavallo, riguardo all’opportunità che fra Francesco giunga presto a Roma per evitarne la chiusura.
Dopo di lui il numero degli iscritti inizia a rimpinguarsi (per la presenza anche di diversi siciliani) ed il Collegio riacquista un certo prestigio; ciò avviene anche grazie all’esempio di fra Francesco, posto a modello per la comunità degli allievi missionari: diffusasi la notizia del martirio, i loro nomi sono i primi della lista di alunni del 1671 (APF, Collegi vari, v. 60 125r), con la sottolineatura che erano stati lapidati in Etiopia, mentre la Nota degli studenti del maggio 1674 li definisce martirizzati (cfr. ibidem, 112r).
Nel 1684, a Mistretta, sono commissionate delle immagini del martirio eseguite a Venezia da Andrea de Rossi e le sembianze dei frati vengono raffigurate in affreschi di diversi chiostri dell’Ordine; tre secoli dopo, nel 1937, il regime fascista, impegnato nelle tristi repressioni abissine, ne strumentalizzerà il martirio, raffigurandoli crocifissi, in una cartolina celebrativa delle missioni etiopiche del presente e del passato. Il Leggendario francescano del 1722 riporta la commemorazione liturgica del martirio dei due frati al 6 di settembre.
Importante è anche l’esperienza missionaria di fra Francesco da Mistretta e dei compagni all’interno della storia delle missioni: essa ben rappresenta il tentativo del pontificato Chigi (1655-1667) di fare una “missione altra” rispetto al passato, svincolandosi dall’ottica di padroado, caratterizzato dalla dipendenza dalle Corone europee, per ritrovare fuori Europa quella centralità diplomatica oramai persa in Occidente dopo la pace di Westfalia (1648). Dal punto di vista politico, la missione fu in tal senso fallimentare: l’ostruzionismo della Francia e di altri Ordini religiosi, così come la pervicace avversione xenofoba etiope a causa dei pluriennali disgusti determinati dalle latinizzazioni imposte durante la precedente colonizzazione portoghese, non consentì il fiorire di tale esperienza, destinata a riportare nell’alveo della protezione delle Corone i successivi tentativi di penetrazione.
Relativamente agli scritti, di Francesco da Mistretta possediamo solamente, oltre al giuramento e alla supplica di poter partire missionario in Etiopia, nove lettere vergate di suo pugno e inviate al segretario ed al prefetto di Propaganda fide, monsignor Casanate e card. Barberini, dal 13 febbraio al 22 giugno 1667.
Lo scarno epistolario di fra Francesco, pur nella sobrietà dettata dal fine primario di relazionare circa il viaggio, consente, oltre che a ricostruire le vicende storiche, anche di gettare qualche luce sulla spiritualità seicentesca di un piccolo fraticello siciliano che, armato solo della fede e di poca santa ingenuità, incurante dei pericoli che lo attendono nella missione e dimentico delle fatiche e dei ritardi del viaggio «con trovare ogni cosa offerta più del bisogno» (APF,SOCG, v. 251 f. 219r), nelle sue lettere osa definirsi figlio di un Dio che lo «porta come una madre nelle sue braccia».
Il  vescovo della Diocesi di Patti, S. E. monsignor Gugliemo Giombanco, ha nominato la commissione per la beatificazione di frate Francesco con suo decreto del 23 marzo 2018.
La commissione, composta dal professore monsignor Gaetano Zito, da padre Stefano Brancatelli e dal professore e giornalista Sebastiano Lo Iacono, si è insediata, dopo il giuramento ufficiale, in data 2 agosto 2018.

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Da sx: p. Gaetano Zito, p. Stefano Brancatelli, S. E. monsignor Guglielmo Giombanco, monsignor Michele Giordano,Sebastiano Lo Iacono

Il pittore mistrettese Sebastiano Caracozzo, che a frate Francesco ha dedicato due dipinti, racconta la sua avventura spirituale con il francescano martire dopo averlo invocato per chiedere la guarigione della consorte.

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Questo quadro è custodito nel santuario della Madonna dei Miracoli a Mistretta. Si può ammirare, entrando in chiesa, subito dopo l’acquasantiera posta nel  lato sinistro.
Il testo integrale dell’intervista, nonché in formato audio mp3, è possibile leggerlo nella sezione SPECIALE FRATE FRANCESCO al link www.mistretta.eu.
Si tratta di una testimonianza commossa, che qui anticipiamo, e che sarà allegata nel dossier per la causa di beatificazione. Intanto, la Commissione sta lavorando per rintracciare altri documenti storici che possano arricchire le conoscenze sulla vita di un frate che in Etiopia, assieme al confratello Ludovico da Laurenzana (Basilicata), subì il martirio.
Bisogna verificare fino a che punto ci siano documenti utili al fine supremo della beatificazione, nonché di rintracciare (anche nelle comunità cattoliche attuali in Etiopia) tracce, segni, indizi di una memoria storica che spesso non si deposita soltanto nei documenti scritti. Se questi non ci sono più, la memoria orale o la memoria devozionale possono riempire il vuoto.
In questo caso, è possibile che nelle comunità cristiano-cattoliche contemporanee ci siano quelle tracce di memoria.
Ha scritto, difatti, Papa Francesco, che anche la fede è fatta di memoria nella Meditazione di giovedì 7 giugno 2018, allorché ha detto che “tra memoria e speranza possiamo incontra Gesù e che andare indietro [con la memoria] è un andare avanti”.

PREGHIERA
O Dio che fecondi la tua chiesa col sangue dei martiri,
fa che il sacrificio della vita di p. Francesco da Mistretta
e di quanti hanno dato la vita per la causa del Vangelo,
ci renda coraggiosi nell’impegno di testimoniare il tuo amore
di fronte a tutti gli uomini.
Per Cristo Nostro Signore

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Contiamo di costruire la memoria di frate Francesco con questo supplemento speciale di “Mistretta senza frontiere”, che sarà inviato e distribuito agli abbonanti, ai devoti e a coloro che vogliono conoscere un personaggio che l’arciprete di Mistretta, monsignor Michele Giordano, ha da sempre definito “un testimone di Gesù, in quanto testimone vivente”.

 

 

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nov 15, 2018 - Senza categoria    No Comments

CERIMONIA DI PRESENTAZIONE DEL LIBRO “I VECCHIO VERDERAME TRA ’800 E ’900″ DEL PROF. CALOGERO CARITA’.

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Una giornata importante all’insegna della cultura e della rievocazione storica è stata vissuta dai licatesi sabato 10 novembre 2018 grazie all’instancabile attività letteraria del professore Calogero Carità.
Infatti, nell’aula capitolare dell’ex convento del Carmine, a Licata, è stato presentato il libro “I Vecchio Verderame tra ‘800 e ‘900 (Saga di una ricca, raffinata e potente famiglia licatese) ” Edizione La Vedetta.

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 E’ una monografia importante che racconta la storia vissuta a Licata tra il 1840 e il 1940 dalla famiglia Vecchio Verderame.
La presentazione di questo libro è stata un’opportunità molto interessante che ha fatto conoscere meglio una famiglia che rese grande la città di Licata.
La Famiglia Verderame è stata una ricchissima potente famiglia. Potente perché governava un patrimonio di zolfo in tutta la Sicilia e in tutto il mondo. Ha indirizzato l’industrializzazione di Licata con la creazione di una prima raffineria di zolfo.
I suoi membri sono stati armatori, banchieri, commercianti di zolfo in tutto il mondo. Licata dava lavoro anche agli uomini di Campobello di Licata, di Ravanusa, di Palma di Montechiaro e a molti altri paesi dell’entroterra siciliano perché allora lo zolfo si trasportava con i carri per cui i carrettieri licatesi non erano bastevoli per trasportarlo.
I Vecchio Verderame avevano fatto grande Licata!
Hanno mantenuto stretti rapporti con gli stati Uniti d’America, con l’Inghilterra, con la Francia. Furono agenti consolari di vari Stati europei. Il porto di Licata è nato grazie alla volontà dei Vecchio Verderame.
Oggi qual è l’eredità lasciata da questa famiglia?
Dopo lo sbarco degli alleati a Licata è finita la politica ed è scomparsa la presenza degli uomini grandi che lavorano per loro e per la città.
I giovani dovrebbero capire che Licata di oggi non è stata mai così. Licata era un paese ricco, che possedeva splendidi monumenti, una bellissima villa e un porto attivissimo. Purtroppo tante cose sono cambiate, principalmente la mancanza del lavoro e l’emigrazione.
I relatori, molto apprezzati dal folto pubblico di parenti e amici presenti alla cerimonia, sono stati: la prof.ssa Giuseppina Incorvaia, il dott. Salvatore Requirez, il prof. Francesco La Perna e, naturalmente, l’autore Calogero Carità.
Ha brillantemente coordinato i lavori la bravissima e spigliata prof.ssa Floriana Costanzo, docente d’italiano e latino al liceo “Vincenzo Linares”.

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Il tavolo dei relatori

Da sx: Salvatore Requirez, Calogero Carità, Floriana Costanzo, Giuseppina Incorvaia, Francesco La Perna

 Hanno portato il saluto dell’ Amministrazione Comunale: il dott. Giuseppe Galanti, sindaco della città di Licata,

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Giuseppe Galanti

 il rag. Angelo Vincenti, vicesindaco e assessore ai BB.CC. che hanno incentrato il loro discorso sull’importanza della cultura in tutti i campi e, soprattutto, sulla conoscenza da parte dei giovani licatesi di quelle personalità che hanno fatto GRANDE Licata.
Anche il breve intervento dell’On. Carmelo Pullara ha insistito sull’ampliamento della cultura nei giovani.
Un originale momento musicale ha dato inizio ai lavori. La studentessa Emanuela Ciminna ha interpretato in maniera esemplare “La vie en rose” la famosa canzone magistralmente cantata da Edith Piaf. .
Ha relazionato per prima la prof.ssa Giuseppina Incorvaia, docente di materie letterarie all’IstitutoTecnico per Geometri “Ines Giganti Curella”, che ha offerto una recensione puntuale e minuziosa del lavoro del prof. Calogero Carità sulla famiglia Vecchio Verderame. Alla fine la relatrice conclude: ” Mi piace chiudere il mio intervento con la citazione letteraria che il nostro autore colloca in apertura del libro <<Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.>>. E’ il nodo ideologico che bene  compendia  la profezia del principe del <<Gattopardo>>, secondo cui, dopo il  loro declino,  tutto sarebbe stato diverso ma peggiore, e che si presta ad una riflessione finale: la storia  di questa famiglia,  operosa e produttiva fonte di ricchezza per la città,  ci insegna  che dall’immobilità rassegnata, dall’incapacità di cogliere il mutare dei tempi e dall’improduttiva sonnolenza  non si potranno mai generare benessere, progresso e ricchezza”.

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Successivamente, il dott. Salvatore Requirez, profondo studioso e conoscitore dei Florio di Palermo e autore di numerose pubblicazioni, oltre ad entrare nel contenuto del libro, ha raffrontato i Florio e i Vecchio Verderame.

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 A seguire, il prof. Francesco La Perna, attento studioso della storia di Licata, ha fatto delle citazioni inedite sui Vecchio Verderame.

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 Ha parlato del palazzo sito a Licata alla fine  del Corso Vittorio Emanuele, al numero civico 146 e che si affaccia sulla piazza Attilio Regolo, dei quadri, opera di pittori famosi, qual è Giudo Reni, delle suppellettili e delle ceramiche artistiche.

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I bravissimi alunni: Andrea Cosentino, Chiara Giaccio e Fiamma Mandia studenti del liceo classico “Vincenzo Linares”, e Antonino Ballacchino, studente dell’Istituto Tecnico  per Geometri “Ines Giganti Curella” di Licata, alternativamente, hanno letto alcuni passi molto significativi del libro.

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Molto professionale è stata la moderatrice della serata, la prof.ssa Floriana Costanzo.

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Ha concluso la serata, dilettando i presenti, la bravissima Emanuela Ciminna interpretando la canzone di Rosa Balistreri “Terra ca un senti“.
Il prof. Calogero Carità, nel suo intervento conclusivo, ha messo in luce alcune importanti precisazioni sulla stesura di questo suo non facile lavoro ed ha fatto alcune doverose integrazioni riferite all’albero genealogico di Baldassare Vecchio Verderame, figlio di Angelo Vecchio Verderame, primogenito del capostipite Matteo.

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Il prof. Calogero Carità, infine, ha indirizzato il suo caloroso grazie a tutti i relatori, ai bravissimi lettori, alla giovanissima Emanuela Ciminna, che ha saputo interpretare canzoni intense di emozione, ai giovani lettori, alla moderatrice Floriana Costanzo, a Marco Bernasconi, che ha messo a disposizione tutte le necessarie strumentazioni e al numeroso pubblico. Gli applausi sono stati abbondantissimi, sinceri e calorosi.

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Presenti alla cerimonia erano: l’avv. Andrea Vecchio Verderame di Roma, pronipote di Ernesto Renato Vecchio Verderame, figlio del capostipite, Maria e Filippo Alaimo, figli di Maria Cristina Vecchio Verderame di Matteo Fortunato e di Wally von Rudloff, l’arch. Salvatore Vecchio Verderame, figlio di Matteo di Matteo Fortunato e di Wally von Rudloff, Maria Cristina Vecchio Verderame Comunale e il fratello Antonio, figli di Matteo Fortunato e di Angela Ballacchino e la nipote, avv.Sabrina Vecchio Verderame, figlia di Angelo, Eugenio, Carmela, Baldassare, Piero ed Antonio, nipoti di Baldassare Vecchio Verderame e di Carmela Timoneri.” I Vecchio Verderame tra ’800 e ’900″ è un libro da leggere per scoprire veramente una bellissima pagina della storia della nostra città.
Il prof. Calogero Carità è lo storico più importante di Licata avendo pubblicato 45 testi di natura storico-letteraria sul suo amato paese.

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Calogero Carità è nato a Licata (Ag.). E’ a Verona dal 1971, coniugato con Nazzarena, ha due figli: Enrico e Riccardo. Laureato in Lettere, ha insegnato italiano e latino al Liceo Scientifico Statale “G. Galilei” di Verona sino al 1988, anno in cui, a seguito di concorso nazionale per titoli e per esami, è stato nominato preside. al Liceo Scientifico Statale “E. Medi” di Villafranca che ha diretto sino al 1996. Trasferito a Verona, dal 1996 al 2012 ha diretto il Liceo delle Scienze Umane “C. Montanari” di Verona. Dal 1° settembre del 2012 ha lasciato la scuola per raggiunti limiti di età.
Dal 1970 si occupa di storiografia, archeologia ed arte e vanta in questi settori numerose pubblicazioni. Dal 1971 al 2010 è stato socio della Società Siciliana per la Storia Patria di Palermo. Nella sua città natale nel 1971 ha contribuito alla fondazione dell’Associazione Archeologica Licatese, di cui è stato il primo presidente. Nominato nel 1972 ispettore onorario ai beni culturali, si è dedicato per più di vent’anni alla tutela del patrimonio artistico, storico, monumentale, archeologico e paesaggistico del suo territorio, ottenendo la istituzione del Museo Archeologico e numerosi interventi di restauro di opere d’arte e monumenti.
Bibliografo e studioso di bibliografia e biblioteconomia ha curato il catalogo dei manoscritti e delle edizioni rare e di pregio della Biblioteca Comunale di Licata pubblicato in volume dall’editore Sellerio di Palermo.
Tra i suoi interessi anche lo studio dell’architettura castellana siciliana in generale e dei castelli agrigentini in particolare, di cui ha curato un dettagliato inventario e vari studi monografici apparsi in volume e nelle rivista dell’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio.
Giornalista pubblicista dal 1974, ha collaborato per anni con articoli e servizi al “Giornale di Sicilia” e a “La Sicilia” e a vari periodici e riviste anche a diffusione nazionale. Dal 1982 è direttore del mensile “La Vedetta” che si pubblica nel suo paese di origine.
Attiva anche la sua presenza nel sindacato autonomo della scuola, lo Snals, di cui è stato per lungo tempo segretario regionale. In atto ricopre la carica di segretario regionale della Confederazione dei sindacati autonomi dei lavoratori. E’ presente negli organi statutari nazionali sia del sindacato scuola e della confederazione.
Per la sua intensa attività di editore (ad oggi oltre 20 titoli di saggi su storia, arte e architettura), di studioso e di ricercatore (conta oltre 25 pubblicazioni) ha ricevuto numerose benemerenze: è stato premiato per la cultura nel 1972, nel 1975, nel 1978 e nel 1983 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri; nel 1999 ha ricevuto ad Agrigento il prestigioso Premio “Telamone” e nel 2006 il premio Sikelè per la ricerca storica e l’attività giornalistica.
Nel 2013, in occasione del 70 anniversario dello sbarco alleato in Sicilia, ha pubblicato sull’argomento un interessante saggio storico di circa 400 pagine che ha riscosso enorme successo, tant’è che ha dovuto provvedere ad una sua seconda edizione.

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Il Premio “Telamone” è un’attestazione di riconoscimento e di stima per gli illustri siciliani che si sono distinti nella politica, nella cultura, nel giornalismo, nell’arte, nel sociale e che hanno contribuito a dare una visione ottimale della propria terra: della “Sicilia”.
La designazione dei “Telamoni” rappresenta, quindi, una testimonianza molto significativa, riservata a quelle personalità che hanno concretamente operato per la crescita culturale e umana della Sicilia consegnando a siciliani e non solo i prodotti della loro intelligenza, del lavoro, della ricerca, dell’arte.
L’emblema del Premio, una riproduzione dei maestosi Telamoni che sostenevano il grande Tempio di Giove Olimpico nella Valle dei Templi di Agrigento, spiega la grandezza dei “Telamoni”.
il Premio”Sikelé”, ideato ed è organizzato dall’Aics di Agrigento, è una qualificata occasione di encomio, di stima e di gratitudine della Città dei Templi e di tutta la provincia a personalità ed istituzioni del territorio agrigentino che sono riuscite ad attestarsi ai più alti livelli nei
diversi settori dell’impegno culturale, civile, sportivo ed imprenditoriale.Il simbolo del Premio è la riproduzione in terracotta di un busto femminile  d’epoca greca che raffigura idealmente la mitologica divina Sikelè,da cui prese il nome la Sicilia, terra di Storia e d’Arte, di pensiero edi genio, di lotte e di conquiste sociali, di traguardi atletici e d’invincibile vigore produttivo.

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nov 12, 2018 - Senza categoria    No Comments

L’ASSOCIAZIONE NAZIONALE COMBATTENTI E REDUCI DI GUERRA A MISTRETTA

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Verso la metà del 1800 quando, uscendo dai circoli privati, la cultura cominciava a diventare patrimonio anche del popolo, nacquero a Mistretta i Sodalizi, le più importanti forme di vita associativa composte da gruppi di persone, appartenenti allo stesso ceto sociale, che stabilirono un patto di solidarietà.
Sorsero: il Circolo Unione, la Società Operaia di Mutuo Soccorso, l’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci di Guerra, la Società di M.S. fra i Militari in Congedo, la Società Agricola di M.S., la Società La Cerere di M.S.
Riunendosi nelle loro sedi, gli associati, soltanto i signori uomini, si ritrovano abitualmente per stare insieme, per il piacere dell’incontro e del contatto umano, valori che danno significato alla persona. Insieme si discute, si leggono i giornali, si parla di politica, si gioca a carte, si commentano i fatti della vita del paese, si guarda la televisione o, semplicemente, si ricordano i tempi passati.
E così il tempo trascorre nella parola e nei ricordi.
L’Associazione Combattenti e Reduci di Guerra è ubicata in via Libertà, adiacente alla Società Operaia di Mutuo Soccorso, nell’antico monastero delle Benedettine.

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Fu istituita nel 1922 con il nome di Società Combattenti alla quale avevano aderito 600 soci, nome che, dopo la seconda guerra mondiale, è stato modificato in “Associazione Combattenti e Reduci di Guerra”.
L’Associazione è regolata da uno statuto stilato nel 1922 e modificato nel corso del tempo per permettere l’inserimento dei nuovi soci simpatizzanti. L’Associazione è un Ente morale in quanto è formata da un nucleo di persone appartenenti ad una grande famiglia distribuita a livello mondiale. Soci dell’Associazione si trovano in Argentina, a Buenos Aires, negli Stati Uniti d’America, a New York, in Australia. Gli scopi dell’associazione, secondo lo statuto, sono: aiutare i soci in difficoltà, commemorare le feste patriottiche del 4 novembre, del 25 aprile, del 2 giugno, rendere omaggio alle salme dei caduti in guerra che ritornano in Patria.

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Attualmente l’associazione è formata da soci effettivi ex combattenti in numero di 20, forse anche di meno, e da circa 100 soci simpatizzanti.

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Presidente dell’associazione è stato il prof. Francesco Cuva che, oltre ad amministrare la Società, ha mantenuto le relazioni con il presidente di Messina con il quale l’associazione di Mistretta è collegata. Attualmente il presidente è il signor Liborio (Lirio) Di Salvo. Esiste anche il presidente provinciale, il presidente regionale, il presidente nazionale. Queste associazioni organizzano congressi a carattere provinciale e nazionale.
La sede dell’Associazione è arredata con quadri che documentano la storia, con il tavolo di lettura e di conversazione e con le sedie.

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nov 11, 2018 - Senza categoria    No Comments

LA DIOSCOREA COMMUNIS

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Un quadro, un dipinto, un disegno, una scultura, una statua, un gioiello sono opere meravigliose che osserviamo.
Chi dobbiamo ringraziare?  L’Uomo!
Un fiore, un albero, una farfalla, un cavallo, l’arcobaleno, una montagna, il mare sono opere altrettanto meravigliose che osserviamo.
Chi dobbiamo ringraziare? Il Creatore!
Lungo la strada che da Mistretta porta a Castel di Lucio, vicino alla fontanella “U ruviettu”, abbracciata agli altri arbusti di rubus ulmifolius, il rovo comune, mentre raccoglievo le gustose more, ho notato questi stupendi frutti rossi a grappolo simili a quelli della Smilax aspera.
La mia naturalistica curiosità mi ha spinto a conoscere più a fondo questa pianta.
E’ la DIOSCOREA COMMUNIS!
Il nome del genere “Dioscorea” è un omaggio a Dioscoride Pedanio Anazarbe (di Anazarbo in Asia Minore) vissuto negli anni 40 d.C ca – 90 d.C. ca.
Dioscoride fu medico di cultura greca, botanico e farmacista.
Fu la prima persona a trasmettere la conoscenza tradizionale botanico-erboristica, tramandata oralmente fino ad allora e raccolta nel corso di secoli da erboristi, medici o semplici raccoglitori di erbe.
L’opera “ De Materia Medica” è un erbario in 5 libri scritto in lingua greca. Pertanto Dioscoride è considerato il primo autore dell’antichità che scrisse un’opera  letteraria  di botanica farmacologica.
Il suo trattato “De Materia Medica” ancora oggi è preso a modello nella stesura degli erbari contemporanei.
Per questo motivo Dioscoride è ricordato come erborista e botanico più che come medico.
Linneo e Columella avevano dato al genere il nome di Tamus riferito a un viticcio perché il portamento della pianta e gli apparenti grappoli in cui si riuniscono le bacche ricordano la vite.
Infatti, i nomi comuni che ricordano la vite sono: Uva tamina, Vite nera, Cerasiola, Tamaro, Viticella.
I giovani virgulti ricordano il turione dell’Asparagus officinalis.
Per questi motivi i vari nomi fanno riferimento alla Vite e all’Asparago.
Il nome del genere “communis” significa che la pianta è “comune, banale”.
La Dioscorea communis ha moltissimi altri nomi in Italia e in Sicilia tanto che  è difficile elencarli tutti.
In Sicilia si chiama: “Pedi di liufanti, Sparaci di cannitu, Sparaci di donna, Sparaci niuri, Vidicedda”.
La Dioscorea communis è una specie spontanea diffusa in tutta l’Europa, nell’Africa settentrionale e nell’Asia occidentale.
In Italia è presente dalla costa alla fascia montana.
Appartenente alla famiglia delle Discoracee, è l’unica specie di  questa  famiglia presente nella flora italiana.
La Dioscorea communis è una pianta erbacea, spontanea, perenne, rampicante. Possiede una grossa radice carnosa, nerastra esteriormente e bianca internamente, molto fragile dalla quale annualmente, in primavera, emergono lunghi fusti erbacei, sottili, flessuosi, eretti che si attorcigliano intorno ai fusti degli alberi e degli arbusti vicini in volute sinistrorse per farsi sostenere.

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T-17-15 Dioscorea communis

Lo sviluppo della pianta può essere rilevante, raggiungendo, in condizioni favorevoli, anche i quattro metri di lunghezza e i tre metri di altezza.
Le foglie, di colore verde scuro, alterne e glabre, senza stipole, con l’apice acuminato, lucenti da giovani, sono lungamente picciolate con picciolo lungo 4-10 cm. Le nervature principali divergono dalla base e tendono a convergere in corrispondenza dell’apice.

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Essendo una  pianta dioica, ha i fiori unisessuali portati su piante diverse in infiorescenze ascellari. I fiori maschili, di colore bianco-verdastro, riuniti in racemi lunghi fino a 15 cm, hanno il perianzio regolare suddiviso in sei lobi profondi e 6 stami.
I fiori femminili, bianchi, riuniti in brevi racemi lunghi circa 1 cm, hanno l’ovario infero e lo stilo trifido con stimma bilobo.
Fiorisce da aprile a luglio.

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Il frutto è una bacca globosa di colore rosso brillante a maturità, portata da un pedicello e ricoperta da un guscio facile a sbucciarsi.
Queste bacche, molto appetite dagli uccelli, sono tossiche per gli animali da pascolo e, soprattutto, per l’uomo. A distogliere da un’incauta ingestione provvede il loro sapore aspro e sgradevole.
In piena fruttificazione le bacche si presentano numerose, riunite in appariscenti grappoli.

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 Ogni bacca contiene 1-6 semi globosi, lisci o leggermente rugosi, brunastri, con rafe evidente.

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 L’areale di espansione della Dioscorea communis comprende il bacino del Mediterraneo, dal piano alla zona collinare sub-montana. I suoi habitat preferiti sono i sottoboschi, i boschi densi e le macchie fitte, ma può adattarsi anche alle radure e alle siepi ravvivando gli ambienti con i suoi frutti colorati. Predilige terreni acidi, sciolti, freschi e un poco umidi. Resiste a una certa siccità estiva.
I giovani germogli della Dioscorea communis sono eduli e possono essere consumati come i turioni dell’asparagus acutifolius fritti in padella con le uova. Le foglie sono tossiche e il contatto con esse può causare irritazioni alla pelle. I frutti sono molto velenosi, ma anche le radici.
Il veleno ha effetti simili alla brionina e si rivelano con bruciori e presenza di vesciche nella cavità orale accompagnati da acuti dolori gastrointestinali, da diarree e spesso da collasso e morte.
Fra i principi attivi si segnalano: l’ossalato di calcio e di potassio, le saponine, i tannini e una sostanza simile all’istamina.
L’interesse più rilevante è offerto dalle proprietà officinali della radice.
Anche se èuna pianta particolarmente velenosa, tuttavia è stata preziosa per le sue molteplici qualità terapeutiche.
La droga vera e propria è la radice, usata in passato nella farmacopea popolare per la cura dei geloni, dei reumatismi e come purgante. Per le proprietà rubefacenti e stimolanti potrebbe essere utile anche per irrobustire il cuoio capelluto.
Le caratteristiche dei principi attivi sconsigliano l’uso non controllato anche per via esterna in quanto putrebbe comportare effetti collaterali di una certa gravità quali reazioni allergiche, vomito e diarrea. Oggi l’utilizzazione di questa pianta medicinale è del tutto abbandonata.

 

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nov 3, 2018 - Senza categoria    No Comments

LA SMILAX ASPERA

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La Smilax aspera è una pianta che io ho notato perché è sempre aggrappata alla recinzione che circonda il perimetro della mia campagna.
Devo stare molta attenta ad aprire il cancello e ad accostarmi ad essa se voglio riportare a casa i pantaloni senza strappi!
Ecco perchè è conosciuta con i nomi di “Stracciabraghe, Sstrazzacausi”.

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Il suo nome scientifico è Smilax aspera, più conosciuta col sinonimo di Salsapariglia nostrana.
Il termine Salsapariglia è di origine spagnola e deriva da “Zarza” “arbusto” e “parilla” “piccola vite” , in riferimento al portamento rampicante e alla presenza di viticci.
Altri sinonimi sono: “Smilace, Stracciacappe, Rovo-cervone, Rovo-cerrone, Salsa paesana, Salsa siciliana, Edera spinosa, Ellera spinosa, Erba del magnano”.

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Etimologicamente il termine del genere “Smilax”, assegnato alla pianta in Grecia, dove è largamente presente, riportato anche da Teofrasto (IV sec. a. C.), e attribuito da Linneo nel 1737, deriva dal greco “ σμίλαξ ” “raschietto”, in riferimento alla morfologia e alla spinosità delle foglie.
Il termine della specie “aspera” deriva dal latino “asper” “ruvido, pungente” alludendo alla spinosità della pianta per la presenza di abbondanti spine.
Il termine “Stracciabrache” indica le possibili conseguenze dovute alla presenza delle acuminate spine nella pianta.
Il termine “Salsapariglia”, da “salsa, schiuma” e “pariglia  alludendo alla coppia di cavalli usata per trainare i carri, si spiega perché, strofinata in maniera vigorosa, la Salsapariglia produce una schiuma simile a quella prodotta dai cavalli quando sudano abbondantemente.
In realtà, sarebbe più consono chiamare la pianta con il termine “Smilace”, derivato direttamente dal nome greco.
Euripide, nella tragedia “Le Baccanti” (III episodio 700), scritta mentre si trovava  alla corte di Archelao, re di Macedonia, tra il 407 ed il 406 a.C. e morto pochi mesi dopo averla completata, scrisse: “Tutte si incoronavano con ghirlande di edera, di quercia e di smilace in fiore”.
Infatti le Baccanti, dovendo compiere i loro riti tersicorei e non trovando l`edera per ornare il capo, usarono i tralci di Smilace che hanno foglie simili all’edera,ma spinose. Quando la danza divenne più frenetica, le acuminate spine della pianta cominciarono a trafiggere la fronte delle Baccanti le quali iniziarono a urlare e a gesticolare in modo inconsulto facendo degenerare il rito in un vero e proprio baccanale.
La Smilax aspera è una liana originaria dell’America tropicale. 

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È diffusa in Messico, nelle isole Canarie, in Africa centrale, in Asia centrale e nelle regioni dell’area mediterranea. In Italia è comune in gran parte della penisola e nelle isole maggiori e minori, è rara al Nord.
La Smilax aspera è una pianta arbustiva, spontanea, dal portamento lianoso, perenne, sempreverde, appartenente alla famiglia delle Smilacacee.
E’ provvista di lunghi fusticini rampicanti, flessibili, teneri e arrossati nelle parti giovani, legnosi a maturità e muniti di spine acutissime e uncinate.

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Le foglie, verdi, cuoriformi, coriacee, cordate alla base,  hanno i margini aculeati e spinosi e nella pagina inferiore sono attraversate dalla nervatura centrale.
Sono provviste di un picciolo e sulla base del quale sono inseriti con due viticci laterali lunghi e tenaci.

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I fiori, piccoli e di colore giallo-verde, poco vistosi, dal profumo gradevole, sono raccolti in infiorescenze e raggruppati in spighe ascellari e terminali.  Sono unisessuali e portati da piante dioiche. Fioriscono da settembre a novembre nelle regioni a clima mediterraneo.

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I frutti sono piccole bacche globose, di colore rosso, riunite in grappoli. Maturano nell’autunno successivo, contemporaneamente ai nuovi fiori.
Le bacche contengono i semi piccoli e rotondi. Insipide e tossiche per l’uomo, costituiscono una fonte di nutrimento per numerose specie di uccelli.

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Contemporaneamente ci sono fiori e frutti

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La Salsapariglia è una pianta spontanea frequente nelle zone ombrose, ai bordi dei campi, lungo le siepi, come pure nelle zone più aperte, sui muri a secco e spesso forma intricati cespugli. È uno dei più tipici elementi della macchia mediterranea sempreverde, ove forma spesso delle selve impenetrabili. Resiste tranquillamente a lunghi periodi di siccità. E’ una delle poche liane presenti in Italia e vive a un’altitudine da 0 a 1200 m s.l.m.
Recentemente la Smilax aspera è stata scelta come fito-depuratore poiché è in grado di crescere e prosperare anche in terreni contaminati da alte concentrazioni di metalli pesanti, tra cui il piombo, il bario, lo zinco e il cadmio. La sua capacità consiste nelle radici capaci di assorbire questi metalli pesanti per poi trasferirli nelle foglie bonificando i terreni contaminati da questi metalli pesanti e da altre sostanze tossiche evitando il trasferimento nella catena alimentare.
La Smilax aspera ha molte proprietà terapeutiche usate in fitoterapia. In ambito terapeutico si utilizza principalmente la radice della pianta che, utilizzata in infusi, in decotti e in tisane, ha proprietà sudoripare, depurative, espettoranti ed emetiche. Combatte  l’influenza, il raffreddore, i reumatismi, l’eczema. E’ ideale per fare abbassare la febbre perché favorisce la sudorazione accelerando il processo di guarigione.
Gli estratti sono usati anche in alcune formulazioni galeniche per migliorare l’assorbimento dei principi attivi farmacologici.
I principi attivi più importanti, concentrati nelle radici, sono: la smilacina, la salsasaponina, glucidi, colina, saponina, tannini, potassio e calcio.
Tuttavia, l’uso dei derivati di questa pianta potrebbe causare alcuni effetti collaterali. Il più grave è l’irritazione della mucosa gastrica. Perciò è bene chiedere sempre il consiglio al proprio medico prima di assumerla evitando il fai-da-te.
La pianta può essere usata anche in cucina. I germogli, dal gradevole sapore amarognolo piuttosto gradevole, che raccolgono in primavera quando sono rossastri e tenerissimi, sono usati per preparare gustose frittate facendoli bollire proprio come se fossero degli asparagi selvatici.
In Spagna si produce anche una bevanda analcolica a base di estratto di radice di Salsapariglia, zucchero, miele e acqua.
Anche la letteratura ha descritto la Smilax.
Platone, ne “ La Repubblica”  (Libro II, 372b) scrisse: “Sdraiati su giacigli cosparsi di smilace e di mirto, banchetteranno bene in compagnia dei loro figlioli e ci berranno sopra vino, inghirlandati e cantando inni agli dèi, lieti di stare insieme”.
Nella mitologia greca Ovidio, nelle “Metamorfosi“, racconta che c’era una bella ninfa di nome Smilace.
Un giorno, durante una delle sue peregrinazioni nel bosco vicino ad Atene, Smilace incontrò un visitatore inatteso.
Era  Krocus, un giovane ed affascinante guerriero.
Fulminante e travolgente fu l’amore fra i due giovani.
Ma loro relazione fu fortemente osteggiata dagli dei dell’Olimpo perché lei era immortale e lui uomo mortale. Ostacolarono questa relazione rendendoli ossessivi, litigiosi e infelici.
Krocus, frustrato e  disperato, si suicidò. Smilace, addolorata, impazzì.
Gli Dei, mossi a pietà, li avrebbero uniti trasformando lei in Smilax aspera, una pianta dalle foglie a forma di cuore e dai rami flessibili e spinosissimi, simbolo d’un amore tenacissimo ma acutizzato, lui in Crocus sativus,  un fiore viola come la passione superba per avere osato innamorarsi di una divinità, ma dal cuore dal colore del sole a ricordo dell’amore immortale per la sua Smilace: il Crocus sativus, lo Zafferano.

 

 

 

 

 

 

 

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