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apr 14, 2020 - Senza categoria    No Comments

GLI ALBERI DI SCHINUS MOLLE NEL VIALE PRINCIPALE DI VIA HONDURAS A LICATA

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Il viale principale della via Honduras, nel quartiere Montecatini a Licata, è abbellito dalla presenza di 6 alberi di “Schinus molle” piantati, a scopo ornamentale, dai costruttori negli anni ’90 del secolo scorso quando è iniziato a sorgere il nuovo quartiere residenziale.

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I due alberi, posti davanti alla mia abitazione, sono amorevolmente curati da me e dai miei vicini condomini.
Periodicamente li facciamo potare per abbassare la chiama e per dare una forma più elegante.
Le energiche potature biennali non danneggiano la sua vegetazione che riprende vigorosamente.

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Ne apprezziamo la forma, i fiori, i frutti, l’essenza odorosa emanata da ogni parte della pianta, il cinguettio degli uccelli, lo svolazzare dei colombi che vi si rifugiano e vi costruiscono i loro nidi.

 

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Al genere Schinus appartengono circa una trentina di specie di alberi e arbusti sempreverdi.
La specie più diffusa è “Schinus molle”.

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Il nome del genere “Schinus” deriva dal greco “σχίνος”  lentisco” per la somiglianza dei loro frutti.
Gli Inca ritenevano lo Schinus molle un albero sacro.
Lo chiamavano “mulli”, da cui la denominazione botanica della specie “”molle”.
Lo Schinus molle è conosciuto comunemente come “Pepe rosa, falso Pepe”. “Pepe rosa” perché il suo frutto ha il caratteristico colore rosa, falso Pepe” perché tutta la pianta emana un intenso aroma pepato.
Lo Schinus molle, appartenente alla famiglia delle Anacardiacee, è un albero originario dell’America del Sud, anche se le zone in cui è più diffuso allo stato spontaneo sono la parte meridionale del Brasile, l’Uruguay, il Nord dell’Argentina. il Cile, Perù, la Bolivia, il Paraguay dov’è conosciuto con il nome di “falsa Pimienta”, “Lentisco del Perù o Aguaraib”. E’ diffuso anche in Africa.
Nei luoghi di origine è considerato di grande interesse sia per le sue qualità ornamentali, sia per i frutti che produce. In Europa è stato introdotto alla fine dell’”800.
Lo Schinus molle è un albero sempreverde, molto decorativo e necessita di pochissime attenzioni.

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Di taglia media, ha il portamento leggermente pendulo che ricorda quello del salice piangente. Le radici sono poco profonde e da esse inizia il fusto eretto, singolo o doppio, che si può innalzare dai 7 ai 15 metri.

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E’ rivestito dalla corteccia, i cui colori vanno dal marrone al grigio. Con l’età diventa molto ruvida, si sfalda in placche piuttosto grandi e mostra zone rosso-bronzacee. Se fessurata, emette un lattice colloso.

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E’ molto ramificato e i rami, flessuosi, lunghi, donano all’albero un elegante aspetto piangente e, armonicamente, quasi raggiungono il suolo.
Le foglie, di colore verde scuro, pendule, pennato-composte, lunghe 20-25 cm, con molteplici foglioline, in numero da 10 a 39, lanceolate, con apice appuntito o arrotondato, formano la chioma ampia e disordinata.
E’ ritenuto un albero “pulito” in quanto non perde le foglie che sporcherebbero il suolo.

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I fiori, raccolti in infiorescenze a pannocchie molto ramificate, che compaiono sia agli apici sia all’ascella fogliare, fioriscono nei mesi di giugno e di luglio.  Sono piccoli, di colore bianco verdastro o giallo chiaro. Sia le foglie, sia le infiorescenze, se sfregate, rilasciano un forte odore pepato.

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I frutti sono delle drupe tondeggianti di colore rosso e permangono sull’albero per molto tempo. Contengono i semi di forma ovale.

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La moltiplicazione avviene molto facilmente per seme in primavera. Gli uccelli provvedono a disperdere i semi anche in aree lontane da quelle della pianta madre. La riproduzione avviene anche per talea semilegnosa in estate. In alcune zone degli Stati Uniti e anche nel bacino del Mediterraneo la specie è segnalata come pianta invasiva.
Lo Schinus molle è spesso utilizzato come albero da arredo urbano, nelle zone dove il clima è temperato-caldo, posto lungo i viali e nei parchi.
Per quanto riguarda la coltivazione, essendo considerata una specie rustica, la pianta è poco esigente. Cresce bene in suoli poveri, leggeri, ma molto ben drenati. Le radici, infatti, temono particolarmente il ristagno idrico. Sopporta lunghi periodi di siccità.
Gli inverni molto piovosi possono causare danni anche gravi con l’ improvvisa defogliazione, l’appassimento di interi rami, fino alla morte dell’albero.
Ama le posizioni molto luminose e soleggiate, ma vegeta bene anche a mezz’ombra. In primavera è bene interrare ai piedi della pianta del concime organico.
La specie non è soggetta a malattie, tranne il marciume radicale se è coltivata in terreni in cui vi sono ristagni di acqua.
Le drupe prodotte dallo Schinus molle sono conosciute fin dai tempi antichi per le loro proprietà curative e per l’utilizzo in cucina perchè hanno un aroma simile a quello del pepe nero. L’aroma, dolce e speziato, è ideale per insaporire il pesce, le carni bianche, le salse, i risotti, le insalate, i formaggi, le uova, le torte salate. Possono essere consumate solo piccole  quantità poiché contengono sostanze leggermente tossiche.
Anche se oggi il Pepe rosa è considerata una spezia sicura, nel 1982 l’americana FDA (Food and Drug Administtration) decise di vietare le importazione dall’Europa perché le drupe aromatiche ingerite erano considerate nocive alla salute. La FDA, accogliendo le pressioni dei governi esportatori, all’epoca, soprattutto della Francia, eliminò questo divieto. Oggi, i principali produttori di pepe rosa sono: il Brasile, il Perù e il Madagascar.
Da tutte le parti della pianta si estraggono elementi utili alla salute dell’uomo, come è stato confermato dalla medicina naturale popolare.
La scienza moderna, in effetti, ha rilevato che possiedono proprietà antiinfiammatorie, antitumorali, antibatteriche e antidepressive.
Ancora oggi, per le sue proprietà medicinali, gli estratti della pianta sono utilizzati in Brasile, in Messico, in Perù, in Argentina.
Le foglie e i fiori, fatti macerare o polverizzati, sono impiegati per alleviare i reumatismi, i dolori muscolari, il mal di denti e le ulcere orali. Il loro decotto è utile in caso di infezioni respiratorie e urinarie, nonché come cicatrizzante per le ferite.
Il frutto favorisce la digestione grazie al suo potere stomachino, tonico e stimolante. E’ utilizzato anche come antibatterico locale per curare ferite e infezioni. E’ un ottimo antidolorifico soprattutto per combattere i dolori mestruali. Le sostanze volatili, ottenute dallo strofinio delle drupe,  fungono da repellenti per pulci,  per zecche, per zanzare.
La corteccia ha proprietà astringenti, antidiarroiche e antidepressive. Dalla corteccia si estrae la gomma resinosa, dall’odore sgradevole, utilizzata come purgante e contro le infezioni alle gengive, ma anche per la produzione di gomme da masticare e mastici.
Gli indigeni usavano incidere il tronco per farla fuoriuscire.
I primi popoli occidentali a scoprire questi utilizzi furono i monaci gesuiti. Cominciarono anche loro a dedicarsi a questa estrazione e inviarono il prodotto nel Vecchio Continente, dove prese il nome di “Balsamo dei Missionari”, a cui si attribuirono innumerevoli proprietà medicinali.
La resina estratta è di bel colore arancio-marrone e veniva impiegata anche per la colorazione delle fibre tessili, in particolare per creare alcuni tipi di tappeti.
Tutte le parti della pianta (foglie, frutti, semi, corteccia, resina) contengono un olio essenziale molto profumato, simile a quello del pepe nero, ottenuto per distillazione, utilizzato nella medicina popolare e in erboristeria dalle antiche popolazioni sudamericane fin dai tempi più remoti.
Garcilaso Inca de la Vega, il noto scrittore peruviano, figlio del conquistador spagnolo Sebastián Garcilaso de la Vega y Vargas, della pianta di Schinus molle scrisse: “Lo Schinus molle è una panacea per gli indiani del Nuovo Mondo che utilizzano le bacche per fare una bevanda molto buona contro i problemi urinari; un miele molto buono; un aceto; una soluzione lavante contro la scabbia, una soluzione cicatrizzante..Il legno è utile per curare il mal di denti e dà un’ottima carbonella….”
Le drupe devono essere raccolte a maturazione completa, quando hanno raggiunto il colore rosa, alla fine dell’autunno, poi si fanno essiccare al sole e si conservano sottovuoto o dentro un barattolo a chiusura ermetica, in un posto fresco e asciutto, oppure in salamoia, una concentrazione di acqua e di sale.
Dell’albero di  Schinus molle non si getta via nulla: il legno è usato per il suo pregio estetico, per la sua durezza e per l’estrazione della resina.

 

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apr 6, 2020 - Senza categoria    No Comments

LE PIANTE DI DIPLOTAXIS ERUCOIDES NELLA CAMPAGNA DI LICATA

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Questo grande campo, a Licata, è stato colorato da tantissime piante ondeggianti allegramente spinte dal venticello estivo dell’estate scorsa.
Sono le “Diplotaxis erucoides”, una specie botanica conosciuta a Licata col nome di “Finacciolo”.
Il suo nome comune è “Rucola selvatica”.

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Per la sua grande presenza nei terreni, per il suo carattere infestante, la pianta è conosciuta con tanti altri sinonimi:  Ambulazza (Sardegna, Cagliari), Apullo (Puglia, Lecce), Cauliceddi di Messina (Sicilia), Ciuriddi (Sicilia, Avola), Diplotaxis erucoide (Italia), Euzomi (Toscana), Finacciolu (Sicilia, Avola), Fojje de Criste (Abruzzi), Lassene de senapesche (Abruzzi, Castiglione), Ruchetta violacea (Italia), Rucola salvatica (Toscana, Val di Chiana), Salapune (Abruzzi), Senapa pazza (Abruzzi), Sinacciolu (Sicilia, Avola).
Il nome del genere “Diplotaxis” trae origine da una parola greca composta da “διπλόω” “raddoppiare” e “τακτός” “ordinato” per la disposizione dei semi in doppia fila nel frutto della siliqua.
Il nome della specie “ erucoides” deriva dal greco “εἷδος” “ aspetto” perché simile alla rucola.
E’ una specie assai variabile nella forma, nella divisione delle foglie, nella pelosità e nel colore dei petali tanto che alcuni autori hanno riconosciuto come varietà, o addirittura come specie a se stanti,
la “Diplotaxis erucoides var. apula”, la “Diplotaxis versicolor” che ha foglie col segmento apicale poco più grande dei laterali, la “Diplotaxis erucoides var. hispidula” che ha foglie lirate ed è densamente ricoperta di peli ispidi.
La Diplotaxis erucoides, appartenente alla famiglia delle Brassicaceae, è una pianta erbacea annua diffusa nel bacino del Mediterraneo. In Italia è presente in quasi tutte le regioni.
E’ rara in Liguria e in Toscana, assente in Valle d’Aosta o occasionale in Trentino-Alto Adige. La pianta si aggrappa al terreno mediante una radice a fittone dalla quale partono radichette secondarie. Si erge su un fusto foglioso, di colore verde scuro, eretto, alto 20-60 cm, ramoso e dotato di corti peli.

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Le foglie, dal sapore intenso e lievemente carnose, quelle basali, prima appiattite al suolo e poi erette, sono da pennatosette a lirato-pennatopartite, lunghe sino a 15 cm; quelle superiori sessili, perché prive di picciolo, sono oblunghe, con margine leggermente dentato.

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Gli steli fiorali portano infiorescenze a grappolo di fiori posti all’apice dello scapo fiorale. Ogni fiore, ermafrodita, è composto dalla corolla formata da 4 petali bianchi venati di rosa che vira al colore violetto alla fine dell’antesi, dal calice formato da 4 sepali eretto-patenti, dall’ovario supero con stimma verde; e da 6 stami, di cui 4 centrali più lunghi e 2 laterali fertili più corti, che producono un polline giallo. Fiorisce durante tutto l’anno ma, più abbondantemente dal mese di aprile al mese di luglio.

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Il frutto, sorretto da un pedicello corto, è una siliqua compressa, con valve ellittiche, lineare, ascendente, eretta, terminante con un piccolo rostro, contenente 40-80 minuscoli semi di 1-1,2 x 0,6-0,9 mm, ovoidi o ellissoidi, disposti in due file per loculo.  La riproduzione avviene per seme.  Si autosemina con tale facilità da divenire infestante.
I suoi Habitat preferiti sonoi terreni incolti, gli orti, i vigneti, i muri, a un’altitudine da 0 a 800 metri s.l.m. e un’esposizione in pieno sole.

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Buona pianta commestibile, di essa si usano le foglie e i fiori, che hanno il sapore della senape, lessati in abbondante acqua salata e “ripassati” in padella conditi con olio, aglio e pomodoro.

 

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apr 2, 2020 - Senza categoria    No Comments

LA BELLISSIMA EUPHORBIA CANDELABRUM NELLA MIA CAMPAGNA DI LICATA

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Per il mio compleanno di alcuni anni fa ho ricevuto in regalo una ciotola di ceramica contenente una piccola pianta.
Ripianta nell’aiuola della mia campagna, in contrada Montesole, a Licata, la piantina si è adattata, è cresciuta fino a diventare così.

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Di anni ne sono passati!

Il suo nome scientifico è EUPHORBIA CANDELABRUM
Il nome del genere “Euphorbia”, derivante dal greco “Euphórbos”, è stato attribuito da Dioscoride in onore di Euphorbo, il medico di Juba II, il re della Numidia e della Mauritania.
Si racconta che l’imperatore Augusto nel 23 a.C. colpito da una grave affezione epatica, era prossimo alla morte. Il suo medico, il dott. Antonio Musa, avendo constatato l’inefficacia delle fomentazioni calde, gli salvò la vita con una cura idroterapica a base di bagni freddi.
Riconoscente, l’imperatore Augusto, oltre a concedergli la cittadinanza romana, lo onorò facendogli erigere una statua di bronzo che fu posta accanto all’altare privato di Esculapio.
Euforbo, fratello di Antonio Musa, anch’egli medico, era al servizio di Juba II, il re della Numidia e della Mauritania. In contrasto con Augusto, il re Juba II onorò il suo medico ribattezzando “euphorbion” una pianta medicinale, scoperta da Euforbio nella catena dell’Atlante, il cui latice era dotato di potenti virtù medicinali.
Anzi, in onore di entrambi, la pianta prese il nome di “ Euphorbia regis-jubae” .Probabilmente la specie scoperta da Euforbo è l’ Euphorbia resinifera.
Passano i secoli. Della statua di Antonio Musa non rimane neppure il ricordo.
Nel 1753, Carl von Linné, Carlo Linneo in italiano, (Råshult, 23 maggio 1707 – Uppsala, 10 gennaio 1778), medico, botanico, naturalista e accademico svedese, il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, ufficializzando il nome “Euphorbia” nella sua opera “Genera Plantarum” scrive: “Dov’è adesso la statua di Musa? E’ perita, svanita! Ma quella di Euforbo perdura, è perenne, e nessuno potrà mai distruggerla. Le piante sono più durature del bronzo!”.
Carlo Linneo ha assegnato il nome di Euphorbia all’intero genere in onore, appunto, del medico Euforbio. Ma anche re Giuba, appassionato di scienze naturali, oltre che dal nome specifico di Euphorbia regis-jubae, è onorato dal nome del genere “JUBAEA.
In effetti, questa splendida pianta, che il botanico tedesco K.S. Kunth gli dedicò all’inizio all’Ottocento, è degna di onorare il sovrano-naturalista. Un secolo dopo l’omaggio a Giuba è addirittura rafforzato grazie al naturalista italiano Odoardo Beccari che, nel 1913, creò il genere   Jubaeopsis, “di aspetto simile a Jubaea”.
La fama del medico Eufòrbo si era ben presto diffusa in tutta l’Urbe tanto che Plinio il Vecchio (23 – 79 d.C.) dedicò a lui e al re Juba II un paragrafo della sua “Naturalis historia” sulla pianta dell’Euphorbia.“…iunctam Aethiopum gentem, quos Perorsos vocant, satis constat. Iuba Ptolemaei pater, qui primus utrique Mauretaniae imperitavit, studiorum claritate memorabilior etiam quam regno, similia prodidit de Atlante, praeterque gigni herbam ibi euphorbeam nomine, ab inventore medico suo appellatam. cuius lacteum sucum miris laudibus celebrat in claritate visus contraque serpentes et venena omnia privatim dicato volumine. et satis superque de Atlante.”
“…Giuba padre di Tolomeo…riguardo all’ Atlante… che qui nasce un’erba chiamata “Euforbia”, dal medico che la scoprì (Euforbo). Il cui succo latteo celebra con lodi di ammirazione nella chiarezza della vista e contro le serpi ed i veleni tutti, avendo dedicato un proprio volumen …” [Plinio, N.H., V (Geografia dell’Africa, Medio Oriente, Cappadocia, Regno d’Armenia, Cilicia), (1,1, § 16).
Il nome della specie “Candelabrum” allude al portamento della pianta che ricorda un candelabro a più bracci.
Il sinonimo è: Euphorbia erythraea. Altri nomi comuni sono: Euforbia a candelabro, Califfa.
Il genere “Euphorbia”, uno dei più vasti dell’intero regno vegetale, comprende oltre 2000 specie di piante dalle caratteristiche polimorfiche molto diverse. Per la sua grande capacità di adattamento il genere Euphorbia include piante erbacee e legnose, suffrutici, piante grasse e carnose, addirittura alberi perenni con molti rami.
Alcune specie crescono in luoghi semi desertici e altre vivono nei sottoboschi ben ombreggiati. Le specie succulente sono originarie principalmente dell’Africa e del Madagascar. Alcune specie, quali l’Euphorbia dendroides 

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e l’Euphorbia bivonae

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sono tipiche della macchia mediterranea.

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L’Euphorbia candelabrum appartenente alla famiglia delle Euphorbiaceae, originaria delle regioni orientali dell’Africa e dall’ Etiopia, è una pianta succulenta sempreverde a portamento arboreo, eretta e ramificata.
I rami, che si allungano verso l’alto, si ramificano formando una chioma larga e dando la caratteristica forma a candelabro, sono quadrangolari, costoluti, a margini sinuosi, muniti di spine rigide, corte, disposte a coppia, lucidi e di colore verde scuro. Sono disposti su un fusto centrale colonnare, eretto, alto fin a 10 metri, che diventa legnoso alla base quando la pianta è molto vecchia. Il legno è fragile e non è raro assistere a un collasso del fusto schiacciato dall ’eccessivo peso della chioma.
Le foglie, piccole, lanceolate, compaiono solo sui giovani getti e cadono precocemente.
I fiori sono riuniti inflorescenze a ciazio.
L’infiorescenza a ciazio, propria del genere Euphorbia, è costituita da un fiore femminile posto al centro con il suo ovario e con attorno almeno 5 fiori maschili formati dagli stami. Intorno agli organi sessuali s’inseriscono le brattee che, con i loro colori: giallo, bianco, rosso, arancione, ne esaltano la bellezza. Il ciazio assomiglia a un unico fiore e tale era ritenuto dagli antichi botanici. I fiori si sviluppano lungo le costolature nella parte alta delle ramificazioni e compaiono in primavera.

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Dai fiori si sviluppano i frutti a tre lobi che scoppiano a maturità lanciando i semi lontano dalla pianta madre. La moltiplicazione avviene per semina all’inizio della primavera o per talea di fusto in primavera.
L’Euphorbia a candelabro, frequente nei giardini della Sicilia, nelle ville di campagna e delle città, non passa inosservata per la bellezza della sua chioma perfettamente tondeggiante formata dalla disposizione ordinata e simmetrica dei rami.
Alcuni esemplari di particolare interesse sono stati censiti dai professori F.M. Raimondo e P.Mazzola, del Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali di Palermo, che hanno individuato esemplari di grandi dimensioni nelle città di Marsala e di Cefalù dove una pianta, piantata nel 1975, ha raggiunto l’altezza di 10 metri, il diametro del tronco di oltre un metro e la chioma così grande tanto da essere ritenuta la più ampia in Sicilia. Nei primi anni del 1900 il giardiniere Vincenzo Ostinelli, nel suo l’inventario, dove inserisce i 792 generi e le 2796 specie di piante da lui coltivate nella Villa Trabia del Principe di Butera dal 1882 al 1910, non fa nessun riferimento all’Euphorbia.
L’Euphorbia candelabrum non ha particolari esigenze di coltivazione. Si può coltivare in piena terra, nelle aiuole, all’aperto, gradendo un clima mite come quello che si registra a Licata, dove la temperatura non scende mai al di sotto di 5°C. Preferisce posizioni soleggiate, anche al sole diretto, e un substrato poroso, misto a sabbia, umido, ma molto ben drenato, libero da erbe infestanti. I ciottoli bianchi, posti nell’aiuola alla base della mia pianta, ne esaltano il colore verde.

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Le annaffiature non devono essere frequenti, ma solo quando il terreno è asciutto. Infatti, se le foglie si coprono di macchie, probabilmente la pianta ha ricevuto troppa acqua. Le annaffiature eccessive potrebbero causare il marciume radicale.
Periodicamente va aggiunta all’acqua delle irrigazioni un po’ di fertilizzante liquido specifico per piante fiorite.
La mia Euphorbia durante la primavera viene sfoltita da una leggera potatura.
La pianta va in riposo vegetativo e, in autunno, inizia a produrre nuove gemme e nuovi steli.
In Natura le piante di Euphorbia candelabrum sono protette dalla convenzione internazionale sul commercio delle specie minacciate d’estinzione (CITES).
Resistente alle malattie, può subire attacchi di Cocciniglia che si combattono con prodotti specifici.
Tutte le Euphorbie contengono all’interno dei propri tessuti un latice biancastro, acre, tossico, irritante per la pelle e causa di cecità se entra in contatto con gli occhi.  Anche il fumo, derivante dalla combustione dei rami, è irritante Quando si eseguono dei tagli sulla pianta è opportuno utilizzare guanti protettivi. Da queste piante si estrae la gomma, il caucciù e la tapioca.
Dai fiori, per la presenza dei nettari che attirano le api, si ottiene un miele che provoca una sensazione di bruciore alla bocca e che si intensifica se si beve l’acqua. Nel Burundi è una  pianta officinale. Nella medicina etiopica il latice di questa pianta, mescolato con miele o con altre erbe, è utilizzato per la cura di malattie come la sifilide e la lebbra.
Nei luoghi d’origine la specie è utilizzata per realizzare coperture,suppellettili varie e strumenti musicali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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mar 18, 2020 - Senza categoria    No Comments

I MANDORLI IN FIORE NELLA CAMPAGNA DI LICATA

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Cerchiamo di superare questo brutto periodo a causa del COVID 19 rallegrandoci con i regali che la Natura ci dà.
Numerosi, nella mia campagna, in contrada Montesole, a Licata, sono stati i primi alberi a fiorire contemporaneamente quasi alla fine del mese di Febbraio. Hanno annunziato la fine dell’inverno, l’inizio della primavera, il ritorno in vita della Natura.
Di una bellezza affascinante, è stato emozionante per me vedere spuntare sui rami ancora nudi degli alberi i fiori, bianchi e rosa. E’ sempre una fioritura effimera,  basta un alito di vento per far cadere a terra una notevole quantità di questi fiori.

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Nella mitologia greca il fiore è legato alla speranza, ma anche alla costanza. Il mito della storia d’amore di Fillide e di Acamante racconta che Acamante, un eroe greco, partito per partecipare alla guerra di Troia, durante una sosta a Tracia conosce la principessa Fillide.
I due giovani s’innamorarono subito l’una dell’altro.  Ma Acamante dovette lasciare la sua amata per andare a combattere. A guerra finita, Acamante non fece ritorno in patria, a differenza  degli altri compagni.
Fillide lo attese per 10 lunghi anni ma, quando seppe della caduta di Troia, non vedendo tornare il suo amato, pensò che fosse morto. Non sopportando il dolore, si lasciò morire. In realtà Acamante non era morto.
La dea Atena, impietosita dalla dolcezza della storia, tramutò Fillide in un albero di mandorlo.
Quando Acamante fece ritorno, non trovò più Fillide ad attenderlo.
Avendo saputo di questa trasformazione, si recò nel luogo dove si trovava l’albero. Lo abbracciò lungamente con amore e con dolore. Fillide, accolto quell’amorevole e tenero abbraccio, fece spuntare dai rami dell’albero tanti piccoli fiori bianchi.
Fin dall’antichità, il Mandorlo è stato un simbolo di promessa per la sua precoce fioritura.
Simboleggia l’improvvisa e rapida redenzione di Dio per il Suo popolo dopo un periodo in cui sembrava che lo avesse abbandonato.
Il mandorlo è citato nella Bibbia diverse volte.  In Geremia (1,11-12), in Visioni si legge: “Mi fu rivolta questa parola del Signore:<<Che cosa vedi Geremia?>> Risposi: <<Vedo un ramo di mandorlo>>.
Il Signore soggiunse: <<Hai veduto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla>>.
 Nella Genesi (43,11), in Beniamino con i fratelli in Egitto si legge: Israele loro Padre rispose: “Se è così, fate pure: mettete nei vostri bagagli i prodotti più scelti del paese e portateli in dono a quell’uomo: un po’ di balsamo, un po’ di miele, resina e laudano, pistacchi e mandorle”.
Le mandorle sono menzionate come uno dei “prodotti più scelti del paese“.

In Botanica il suo nome scientifico è “PRUNUS  AMYGDALUS ”.

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Originario dell’Asia centrale come specie spontanea, il mandorlo si diffuse nell’antica Grecia, poi nell’Impero Romano, i romani lo chiamavano “noce greca”, e, successivamente, con le invasioni arabe si diffuse in Francia, in Spagna e in quasi tutti i paesi del bacino del Mediterraneo.
In Sicilia fu introdotto dai Fenici. Con la scoperta delle Americhe fu introdotto anche lì.
Praticamente, il mandorlo è diffuso in qualsiasi parte del mondo.  La coltivazione del mandorlo ebbe inizio nel vecchio Mondo dove era utilizzato soprattutto per il consumo alimentare.
Il Prunus amygdalus è un piccolo, rustico albero da frutto appartenente alla famiglia delle Rosaceae e al genere prunus.  Alto da 5 a 7 metri, cresce lentamente, ma è molto longevo.
Io ho già trovato alberi di mandorlo piantati nel terreno quando ho acquistato la campagna a Licata 40 anni fa!

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Possiede le radici a fittone e il fusto dapprima diritto e liscio, di colore grigio, poi contorto, screpolato e di colore scuro. Le foglie, di colore verde intenso, sono caduche, picciolate, lanceolate e poco spesse.

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I fiori, ermafroditi, sono di una colorazione bianca o leggermente rosata. Hanno il calice formato da 5 sepali, la corolla da 5 petali unghiati di rosso, di 40 stami disposti su tre verticilli e un pistillo con ovario semiinfero. Sbocciano all’inizio della primavera e prima della comparsa delle foglie che, altrimenti, impedirebbero l’impollinazione del fiore.

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Anche se i fiori sono bisessuali, tuttavia un gran numero di piante ha la particolare caratteristica di essere auto sterili. Ecco il motivo per cui, all’interno degli impianti di coltivazione bisogna considerare diverse varietà impollinatrici per poter garantire un’ottima produzione di mandorle.

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Esiste un gran numero di varietà selezionate nel corso degli ultimi tempi che si caratterizzano per essere autofertili. Esse hanno la particolare capacità di garantire un ottimo livello di fruttificazione.
Il frutto è una drupa di forma ovale piuttosto allungata composta da un guscio esterno, detto mallo, di colore verde chiaro, che si spacca a maturazione scoprendo il seme, cioè la mandorla, formata da due grandi cotiledoni bianchi coperti da una pellicola.

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I mandorli sono distinti nella varietà “dulcis” se producono mandorle dolci, e nella varietà “amara” se producono mandorle amare in base alla presenza o all’assenza dell’amigdalina e dell’enzima in grado di idrolizzarla.
Lo studioso Jared Diamond ritenne che la causa della scomparsa del glucoside amigdalina fu una mutazione genetica. Gli antichi agricoltori cominciarono a coltivare questi esemplari che mutarono geneticamente.
Quindi, il Mandorlo fu uno dei primi alberi da frutto a essere coltivato grazie all’abilità dei frutticoltori e a selezionare i suoi frutti.
I mandorli domestici apparvero nella prima parte dell’Età del bronzo (3000-2000 a.C.).
Nella tomba di Tutankamon in Egitto, circa 1325 a.C., sono stati trovati i frutti di alberi di mandorlo probabilmente importati dal Levante dove è iniziata la coltivazione della specie.
Poiché questa pianta non si presta alla propagazione tramite pollone o talea, essa doveva essere stata addomesticata prima dell’invenzione dell’innesto.
Le mandorle si raccolgono a mano nei medi di agosto- settembre. La raccolta si esegue quando le mandorle sono secche.
Si percuotono le piante con delle verghe, bastoni flessibili lunghi da 3 a 5 metri, facendo cadere le mandorle su reti o teli distesi su tutta la proiezione della chioma. E’“l’abbacchiatura”.
Dopo la raccolta, le mandorle vengono pulite dal mallo che ricopre il guscio legnoso, operazione detta “smallaturae fatte asciugare al sole. L’essiccazione consente la conservazione, anche per lunghi periodi, e la commercializzazione.
Le mandorle dolci sono commestibili. Possono essere tostate, salate, ridotte in pasta o macinate per essere utilizzate in pasticcera, nei torronifici, nelle confetterie.
A Mistretta buonissima e bellissima è la pasta reale, un dolce locale molto apprezzato.

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e la frutta martorana

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Dalle mandorle si ricava il “latte di mandorla”, una bibita molto energetica utilizzata soprattutto nelle calde estati dei Paesi mediterranei.
Le mandorle amare non sono commestibili, anzi sono velenose per la presenza dell’olio di mandorla amara, un olio volatile che contiene acido cianidrico derivato dall’idrolisi dell’amigdalina. Se ingerite in quantità, possono provocare cefalee, vomito e, nei casi più gravi, la morte, soprattutto nei bambini.
Tuttavia, usate in quantità moderata in associazione con le mandorle dolci, sono impiegate nella preparazione degli “amaretti di Saronno” e dei “Ricciarelli di Siena”, dolcetti tipici a cui danno un gusto particolare e inconfondibile.
Si usano, inoltre, per produrre liquori, estratti per dolci e per insaporire alimenti tradizionali.
Dal frutto del mandorlo si estrae, tramite spremitura a freddo e senza l’utilizzo di solventi chimici, un olio limpido e inodore che si usa ampiamente in cosmetica per le sue proprietà nutrienti, elasticizzanti ed emollienti per le pelli secche e sensibili, conferendo alla pelle un aspetto morbido e levigato.
E’ usato anche come base per unguenti e per creme da massaggio. E’molto ben tollerato da pelli sensibili e delicate. Giuseppina Bonaparte usava una grande quantità di prodotti di bellezza a base di estratti di mandorle.
Il mandorlo è una pianta da frutto che può essere coltivata sia in giardino, sia nei frutteti per la raccolta delle mandorle.
Fino agli anni ’50 del secolo scorso l’Italia deteneva il primato mondiale per la produzione di mandorle, soprattutto in Sicilia, dove la “mennulara” era la figura femminile di raccoglitrice manuale di mandorle.
Altre regioni produttrici erano: l’Abruzzo, la Puglia, la Calabria e la Sardegna. La mandorla, riconosciuta come un prodotto tipico siciliano, sardo, calabrese, è stata inserita nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.
Purtroppo, con l’importazione di produzioni molto più competitive dagli Stati Uniti d’America e dall’Australia questo primato si è andato perdendo.
Le mandorle sono frutti secchi molto utili alla nostra salute. E’ consigliato un consumo moderato quotidiano per il contenuto di proteine, di grassi, di carboidrati, di vitamine del gruppo B1 e B2, ed E, e molti sali minerali di magnesio. 100 g di mandorle dolci sgusciate contengono:270 mg circa di magnesio, 3 mg circa di ferro, e 220 mg circa di calcio.
Inoltre 100 gr di prodotto edibile forniscono; 571 calorie, 24,19 g di proteine, 50,61 g di grassi, 2,74 g di carboidrati, 26 mg di vitamina E .
Le mandorle che acquistiamo nei supermercati provengono spesso da molto lontano. Una gran soddisfazione per me è quella di raccogliere le mandorle della mia campagna i cui alberi sono generosi!
Il Mandorlo è una pianta facilmente inserita all’interno dei parchi e dei giardini a scopo ornamentale per la sua abbondante e spettacolare fioritura. Se è coltivato soprattutto per la raccolta delle mandorle, è necessario utilizzare un portainnesto, chiamato “mirabolano”, che dona alla pianta una resistenza notevole, che garantisce anche un armonico sviluppo e il raggiungimento di una buona longevità.
In genere come portainnesto è impiegato il pesco, che permette di anticipare la messa a frutto e, nello stesso tempo, garantisce anche un’ottima vigoria, ma non garantisce la longevità.
Il mandorlo è molto adatto a vegetare in un clima mediterraneo.
Riesce a vivere sia nei luoghi caratterizzati da climi tipicamente caldi, sia in quelli con climi più freddi considerata la capacità di resistere fino a temperature che scendono anche di 3-5 gradi centigradi sotto il livello dello zero termico. Possiede una grande facilità di adattamento a ogni tipo di terreno preferendo, comunque, i suoli leggeri e che non presentano un elevato livello di umidità.
I venti possono essere dannosi durante la fioritura perché ostacolano il volo dei preziosi insetti pronubi che favoriscono l’impollinazione. Presenta anche una buona resistenza alla siccità poiché le radici sono molto capaci di inserirsi nel terreno per succhiare l’acqua.
Normalmente il mandorlo non viene irrigato, con una maggiore disponibilità idrica la produzione migliora. Ogni anno conviene distribuire nell’area sotto la chioma una certa quantità di concimi realizzati con azoto, fosforo e potassio .
La potatura richiede un’attenzione peculiare sia nei primi anni di vita della pianta per darle la forma migliore di allevamento, sia successivamente, per regolare l’altezza per la raccolta della produzione delle mandorle. Si sfoltiscono i rami in sovrannumero e intricati, si eliminano le parti secche e ammalate.
I mandorli, pur avendo una grande resistenza alle malattie, riuscendo a difendersi ottimamente anche da tanti parassiti, tuttavia potrebbero essere soggetti a patologie soprattutto nelle zone caratterizzate da una grande umidità.
È importante sapere riconoscere i primi sintomi delle avversità per cercare di difendere la pianta.
Le principali avversità che colpiscono il mandorlo sono: gli insetti e i funghi. Gli insetti più importanti sono: la cimicetta, Monosteira unicostata, una cimice molto piccola, di soli 2 mm, di colore marrone-grigio chiaro, che è capace di arrecare notevoli danni nelle zone calde e in certe annate, a partire dal mese di maggio. La cimice si poggia sulla pagina inferiore delle foglie alle quali sottrae la linfa. Le foglie ingialliscono e iniziano a cadere. Altri insetti sono: la campa, Malacosoma neustria, e il coleottero Anthonomus amygdali.
A partire dalla primavera, soprattutto se la stagione è calda, gli afidi attaccano gli apici, i germogli e le foglioline del mandorlo succhiandone la linfa. Le piante deperiscono a causa della perdita della funzionalità fogliare I germogli mostrano internodi raccorciati, presenza di melata e il tipico aspetto accartocciato.
Le patologie fungine più importanti sono: l’Armillaria, il Corineo, che si distingue per la comparsa di piccole macchie circolari sulle foglie e sui rami e, a volte, anche per le macchie rosse sui frutti, il Cancro delle drupacee e la Moniliosi, una patologia che danneggia in particolare i fiori, ma anche i germogli e i rametti, che disseccano, la Bolla, che attacca sia i germogli più giovani, sia le foglie provocandone la deformazione e lo sviluppo di macchie giallastre e rosse.
Anche il Fusicocco o cancro dei rametti è un batterio nemico dei mandorli e si manifesta con macchie brune sui rami, in corrispondenza delle gemme. Tutte queste patologie si dovrebbero prevenire con l’uso di  estratti di equiseto spennellati sui tronchi. Al manifestarsi dei primi sintomi è necessario intervenire con l’uso di prodotti specifici.
Amiamo e rispettiamo la NATURA. Tutti!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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mar 10, 2020 - Senza categoria    No Comments

FESTA LITURGICA DELLA NASCITA DI SANT’ANGELO MARTIRE E AVVICENDAMENTO PASTORALE NEL SANTUARIO DIOCESANO. PADRE ANTONINO MASCALI E’ ILNUONO RETTORE DEL SANTUARIO DI SANT’ANGELO A LICATA.

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Dopo 28 anni di assenza sono ritornati a Licata i padri Carmelitani per gestire il santuario di Sant’Angelo, martire carmelitano, patrono della città di Licata.

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L’annuncio del ritorno della comunità dei Padri Carmelitani a Licata è stato comunicato alla comunità licatese dall’Arcidiocesi di Agrigento e dall’Ordine dei Carmelitani dell’Antica Osservanza nell’anno in cui ricorre l’ottavo centenario del martirio di Sant’Angelo da Gerusalemme.  L’anniversario sarà ricordato con un Anno Santo Giubilare che inizierà il 5 maggio 2020 e terminerà il 5 maggio 2021.
Molte migliaia di pellegrini giungeranno a Licata per partecipare a questo importante evento religioso.
All’inizio del cammino quaresimale e con la ricorrenza della nascita del Santo Patrono di Licata, la comunità licatese ha accolto con sentimenti di entusiasmante gioia la nuova comunità dei Padri Carmelitani. Ha ringraziato  il Signore Gesù Cristo per i circa 15 anni di servizio trascorsi nel santuario dal rettore uscente, il Rev, don Angelo Pintacorona, appartenente al clero diocesano che, in questi lunghi anni, ha officiato nel  santuario di Sant’Angelo

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Molto ricco è stato il programma degli eventi religiosi, così come annunciato dall’Arcidiocesi di Agrigento e dall’Ordine dei Carmelitani dell’Antica Osservanza.

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 Infatti, hanno comunicato che “l’avvicendamento pastorale nel santuario diocesano” avrà luogo in un periodo compreso tra il 28 febbraio e il 9 marzo 2020.
Nei giorni dal 28 febbraio  al 1 marzo è stato osservato il triduo con il culto dei giorni di quaresima. Celebrazione di sante messe, la Via Crucis, le preghiere, le confessioni, le riflessioni quaresimali sono stati momenti particolari del cristianesimo.
Il venerdì, 28 febbraio, ha celebrato la santa messa Don Saturnino Carta, parroco emerito di Sant’Angelo martire in Osidda, provincia di Nuoro.
Sabato, 29 febbraio, il rev. don Angelo Pintacorona ha celebrato la sua ultima santa messa per la fine del mandato in qualità di Rettore del santuario.

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Lunedì, 2 marzo, è stata ricordata la nascita di Sant’Angelo di Gerusalemme avvenuta il 2 marzo del 1185, nato da Jesse e da Maria, genitori ebrei convertiti al cristianesimo in seguito all’apparizione della SS.ma Vergine che predisse loro la nascita di due figli gemelli.

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La messa solenne è stata celebrata da M.R. P. Roberto Toni, Priore Provinciale della Provincia Italiana dei Carmelitani.
.Martedì, 3 marzo, la Lectio Divina”, “lettura divina”, che  insegna il modo di leggere la Sacra Scrittura.
Le celebrazioni religiose sono proseguite per tutto l’ottavario con la presenza di diversi padri carmelitani tra i quali, oltre al Molto Religioso Reverendo Padre Roberto Toni, anche quella di padre Josef Saliba, priore provinciale di Malta dell’ordine dei Carmelitani.
Sabato, 7 marzo, la veglia di preghiera.
Domenica, 8 marzo, in occasione dell’insediamento della Comunità internazionale dei Padri Carmelitani nel santuario di Sant’Angelo a Licata, per inizio mandato della nuova comunità dei padri Carmelitani di Sant’Angelo, avrebbe dovuto celebrare solennemente la santa messa Mons. Francesco Montenegro, l’arcivescovo metropolita di Agrigento.
Purtroppo l’importante evento è stato rinviato per motivi precauzionali, per tutelare  la salute pubblica per il pericolo del diffondersi del contagio dal Coronavirus.
Durante la santa messa domenicale delle ore 11:00 scarsa è stata la presenza dei fedeli in chiesa.
Hanno concelebrato: Padre Antonino Mascali, Padre Roberto Toni, Padre José Adriano Gomes da Silva.

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Da sx: Padre José Adriano Gomes da Silva – Padre Roberto Toni – Padre Antonino Mascali

Partecipiamo tutti alla Santa Messa cliccando su

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La nuova comunità è costituita da padre Gerard Carlos Araujo Tang Choon, della Provincia americana di Sant’Elia e proveniente da Trinidad e Tobago (aspettiamo il suo arrivo), da padre José Adriano Gomes da Silva, della Provincia di Pernambuco, in Brasile, e da padre Antonino Mascali, attuale assistente provinciale del Terz’Ordine Carmelitano.
Lunedì, 9 marzo 2020, la celebrazione della santa messa e il canto del Te Deum di ringraziamento avrebbero dovuto concludere gli eventi programmati.
Il Carmelitano, Padre Antonino  Mascali, è il nuovo rettore del santuario Diocesano di Sant’Angelo e Priore della comunità internazionale di Sant’Angelo a Licata e del convento e dipende direttamente dal Priore Generale dell’Ordine dei Carmelitani.
Padre Antonino proviene dalla comunità “N.S. del Carmine” di Cagliari dove è stato parroco e, attualmente, ricopre anche l’incarico di Assistente Spirituale dei Terz’Ordine Carmelitani della Provincia Italiana (tutte le comunità Carmelitane d’Italia, escluse quelle campane, pugliesi e calabresi).
Padre Antonino Mascali, assieme ai Padri della comunità, è stato presentato ai fedeli licatesi giorno 8 marzo, durante la celebrazione eucaristica domenicale delle ore 11 :00 nel Santuario di Sant’Angelo.

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Alle ore 18:30 dello stesso giorno Padre Antonino Mascali ha celebrato la sua prima Santa Messa in qualità di Rettore-Priore del santuario di Sant’Angelo a Licata.
Padre Antonino Mascali O.Carm. è nato a Randazzo, una cittadina in provincia di  Catania, il 10 luglio del 1969.

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Inizia il suo cammino di formazione nella Provincia Italiana dei Carmelitani il 10 settembre 2001 ad Albano Laziale dopo un anno di esperienza conquistata nel Convento di Santa Lucia alla Castellina a Firenze.
Negli anni 2003-2004 svolge il suo anno di noviziato a Bologna dove ha affermato la sua Prima Professione nell’Ordine Carmelitano il 4 settembre 2004. Il 26 febbraio 2011 da Sua Eccellenza Mons. Pio Vittorio Vigo, Vescovo di Acireale, è stato ordinato sacerdote nella Basilica di Santa Maria Assunta in Randazzo. Nel 2011 è stato nominato Vice Parroco nella Basilica dei Santi Martino e Silvestro ai Monti a Roma.
Nel mese di ottobre del 2014 riceve la nomina di Vice Parroco nella Parrocchia “N. S. del Carmine” a Cagliari.
Dal 2018 è Assistente Provinciale del Terz’Ordine Carmelitano (TOC).
Dal 1 marzo 2020 è Rettore e Priore del santuario di Sant’Angelo a Licata.
Auguri, Padre Antonino Mascali, “padre” e guida della comunità, di un buon inserimento nel santuario di Sant’Angelo a Licata e di un lungo, intenso  e proficuo  ministero del Signore sotto la protezione della Vergine del Carmelo e di Sant’Angelo, martire carmelitano .

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mar 4, 2020 - Senza categoria    No Comments

IL REV. DON ANGELO PINTACORONA SALUTATO CON GRATITUDINE DALLA COMUNITA’ LICATESE.

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Il giorno 29 febbraio 2020 una numerosa folla di fedeli si è riunita all’interno del Santuario di Sant’Angelo Martire, il Santo Patrono della città di Licata,

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per abbracciare virtualmente e ringraziare il rettore, don Angelo Pintacorona, per il lavoro, per l’impegno, per la dedizione nel guidare la Rettoria del Santuario per tanti lunghi anni.

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 Su Facebook, nel profilo del Santuario di Sant’Angelo è stato creato un apposito evento dal titolo “Salutiamo con gratitudine Don Angelo Pintacorona”. Infatti, dopo 28 anni di assenza, sono ritornati a Licata, disponibili ad occuparsi del santuario e ospitati sicuramente nei locali del convento, i carmelitani di cui Sant’Arcangelo fu un seguace della loro dottrina.
L’Ordine dei Carmelitani prese il nome dal monte “Carmelo”, in aramaico “Karmel” “giardino, paradiso di Dio”, un rilievo montuoso calcareo alto 528 metri che si trova nella sezione nord-occidentale di Israele, nell’Alta Galilea. Esso fu la culla dell’antico Ordine monastico contemplativo d’origine orientale. Alcuni eremiti sul monte Carmelo edificarono il primo tempio dedicato alla Vergine che, per questo motivo, si chiamò Madonna del Carmelo o Madonna del Carmine.
Il 16 luglio del 1251 la Vergine Maria, circondata dagli angeli e con il Bambino in braccio, apparve a San Simon Stock, il primo Padre Generale dell’Ordine Carmelitano inglese, al quale consegnò lo “Scapolare” dicendogli: “Prendi, o figlio dilettissimo, questo Scapolare del tuo Ordine, segno distintivo della mia Confraternita. Ecco un segno di salute, di salvezza nei pericoli, di alleanza e di pace con voi in sempiterno.
Chi morrà vestito di questo abito, non soffrirà il fuoco eterno”.

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 Sulla vita di Sant’Angelo, sulla Sue feste religiose, sul santuario a Licata invito i lettori a leggere gli articoli pubblicati nel mio blog nel mese di aprile 2016.
Per festeggiare il ritorno dei Padri Carmelitani a Licata è stato scelto esattamente questo periodo in cui si celebrerà il Giubileo di Sant’Angelo, che  inizierà il prossimo 5 maggio e durerà fino al 5 maggio del 2021. L’evento è stato organizzato dall’Ordine Carmelitano in occasione degli 800 anni del martirio del frate carmelitano Sant’Angelo.
Nel santuario di Sant’Angelo la Santa Messa di ringraziamento, per la fine del mandato pastorale del Can. Don Angelo Pintacorona, Rettore uscente del Santuario Diocesano, è stata concelebrata: dal rev. Angelo Pintacorona, da P. Roberto Toni, da P.Josè Adriano Gomes Da Silva, da P. Salvatore Cardella.

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Durante la sua omelia, visibilmente commosso, Don Angelo Pintacorona ha percorso la storia della sua vita al servizio del Santuario, dell’accoglienza dell’Associazione Pro Sant’Angelo, dell’assistenza spirituale al gruppo dei Carmelitani, dell’ascolto dei giovani, e delle tante altre attività.

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Ha dato, inoltre, il benvenuto ai tre frati carmelitani che svolgeranno il loro mandato a Licata: a P.Antonino Mascali, il nuovo Rettore del santuario, a P.Gerard Carlos AraujoTangChoon di Trinidad e Tobago, al brasiliano Josè Adriano Gomes Da Silva.
Nel corso della celebrazione il M. R..P. Roberto Toni, Priore Provinciale della Provincia Italiana dei Carmelitani, ha letto il saluto di tutta la comunità licatese diretto a Don Angelo Pintacorona. Le sue parole: “Grazie, Padre Angelo, a ringraziarLa non sono le parole di uno, ma sono le parole di tanti”.
Quindi, hanno espresso il proprio pensiero ringraziando Padre Angelo Pintacorona: il prof. Vincenzo Scuderi, il dott. Giuseppe Caci, Presidente del Terz’ordine Carmelitano di Licata a Segretario Provinciale del Terz’ordine Carmelitano della Provincia Italiana dei Padri Carmelitani, la signora Caterina Bonafede, segretaria dell’Associazione  Pro Sant’Angelo.  P. Roberto Toni ha letto la lettera che i giovani Giacomo Vedda e Viviana Giglia hanno indirizzato a Don Angelo.  Il signor Gibaldi Angelo, presidente dell’ Associazione Por Sant’Angelo, e il membro dell’Associazione “Vivere Licata” hanno salutato padre Pintacorona offrendogli anche un omaggio floreale.
La santa messa è stata animata dal coro dei Carmelitani che hanno recitato la preghiera alla Madonna del Carmelo e hanno cantato chiamdoLa “Sorella”.
La visione del filmato, cliccando su

 

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rende tutti noi partecipi della cerimonia come se fossimo stati materialmente presenti.

Chi è Padre Angelo Pintacorona?
Angelo Pintacorona è nato a Licata, in provincia di Agrigento, il 6 settembre del 1939.
Il giorno 3 luglio del 1966 da Mons. Giuseppe Petralia è stato ordinato sacerdote presso la cattedrale di Agrigento.
Nel 1966 è stato nominato Viceparroco della chiesa Madre di Palma di Montechiaro.
Nel 1968 è stato nominato Viceparroco della chiesa Madonna di Fatima di Agrigento.
Negli anni 1972-’73 è stato nominato Viceparroco della chiesa di Santa Maria dell’Annunziata, meglio conosciuta come “Chiesa del Carmine” a Licata.
Dal 1973 è stato rettore della chiesa di Maria SS.ma della Carità, Cappellano del cimitero dei Cappuccini e Canonico dell’Insigne Secolare Collegiata sempre a Licata. A partire dallo stesso anno ha ricoperto l’incarico di docente di religione cattolica presso Istituto “Filippo Re Capriata” di Licata e membro del Consiglio presbiterale diocesano .
Il primo dicembre del 1977 stato nominato parroco della chiesa di Santa Barbara a Licata. Il primo ottobre del 1986 è stato nominato parroco della chiesa di Sant’Andrea Apostolo di Licata. Dal 13 dicembre del 2005 ha ricoperto l’incarico di Rettore del Santuario di Sant’Anglo Martire a Licata. Incarico che ha mantenuto fino al 29 febbraio 2020.
Il mio augurio, Padre Angelo, è quello di continuare a professare la sua Fede cristiana nel silenzio, nella tranquillità e in armonia con se stesso.

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mar 1, 2020 - Senza categoria    No Comments

LE BOUGANVILLE AURANTIACA E SANDERIANA PRESENTI NELLA MIA CAMPAGNA DI LICATA

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Amici  miei, vi è mai capitato di incontrare un recinto, una parete, un muro rivestiti dai rami fioriti della bellissima Bouganvilleae di rimanere affascinati dalla straordinaria bellezza dei suoi fiori?
Ebbene, nella mia campagna, in contrada Montesole, a Licata, sono presenti due varietà di Bouganvillee: la varietàaurantiaca”, caratterizzata da brattee che circondano i fiori dal color rosso mattone scuro, e la varietàSanderiana”, che ha ifiori circondati da brattee di colore rosso-violaceo.

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La Bouganvillea è una pianta rampicante che, dalla primavera e fino al tardo autunno, con la sua abbondante fioritura, regala splendide macchie di colore.
In Brasile, nel 1768, fu notata dal botanico francese Philibert Commerson, ma il suo nome è un omaggio a Louis Antoine de Bouganville, il navigatore francese che scoprì questa pianta durante uno dei suoi tanti viaggi e la introdusse in Europa.
La Bougainvillea, chiamata anche Bouganvillea Buganvillea, è un genere di piante appartenente alla famiglia delle Nyctaginaceae.
È diffusa in tutti quei Paesi dove il clima è mite. In Italia è coltivata in piena terra, all’esterno, solo nelle regioni più calde poichè necessita di una temperatura non inferiore ai 7 °C. A Licata la temperatura non scende quasi mai al di sotto dei 7°C neanche in inverno!
Quindi, la pianta ha trovato il suo ambiente ideale.
Le mie piante sono molto belle e vistose e ravvivano l’aspetto del mio giardino!
La Bouganvillea aurantiaca possiede rametti legnosi provvisti di spine e foglie ovate di colore verde lucente lungo tutto il fusto.
I piccoli fiori sono circondati da grandi brattee di colore rosso mattone scuro.

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La Bougainvillea Sanderiana è una pianta molto rustica, di forma raccolta, con foglie piccole, verdi, lucide e con fiori circondati da brattee di colore rosso-violaceo brillante. Possiede rametti legnosi provvisti di spine.

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Esistono in Natura 18 varietà di Bouganvillee che differiscono tra di loro per il colore dei fiori. Le grandi brattee, che circondano il fiore vero e proprio, possono essere di colore bianco, giallo, arancio, rosa, viola. Colori più frequenti per le Bouganvillee sono: il rosa, il rosso, il fucsia e il viola.
L’interesse come piante ornamentali è dato, appunto, dai grappoli dei piccoli fiori tubolosi riuniti a gruppi di tre avvolti in un involucro di tre brattee vistosamente colorate. La fioritura si protrae per diversi mesi durante l’anno.
La Bouganvillea si moltiplica per seme, ma anche per talea. E’ sufficiente asportare dalla pianta un rametto di circa 8-10 centimetri di lunghezza e piantarlo nel terreno. Il periodo ideale per le talee è la primavera. Dopo circa  tre settimane dall’impianto si potrà vedere la comparsa delle piccole radici.
Le Bouganvillee, coltivate prevalentemente a scopo ornamentale, si possono ammirare lungo i muri, nei recinti, nei cortili e vicino alle verande.
Semplici da coltivare, le Bouganvillee sono delle piante vigorose, appariscenti, vistose ma, allo stesso tempo, delicate ed eleganti.
Sono in grado di svilupparsi abbastanza rapidamente producendo una cascata di rami, di foglie e di fiori colorati che abbelliscono l’ambiente dove vivono.
Le Bouganvillee, coltivate all’aperto, richiedono un terreno fertile e amano essere poste in luoghi esposti al sole e riparati dalle correnti fredde in modo da ottenere un’ottima fioritura. Il terreno deve contenere una buona quantità di umidità.
Bisogna annaffiare la Bouganvillee solo quando il terreno è ben asciutto.
Infatti, è una pianta che sopporta bene la siccità, ma le annaffiature periodiche sono indispensabili soprattutto nel periodo estivo.
Durante i mesi freddi, invece, bisogna annaffiare il terreno solo sporadicamente e solo quando è ben asciutto.
Poiché la Bouganvillea è una pianta che cresce piuttosto velocemente, per dare una forma armoniosa è necessario potare la pianta prima dell’arrivo della primavera, durante il mese di febbraio, al termine di ogni fioritura.
Si devono eliminare tutti i rami deboli o secchi e accorciare di un terzo circa i rami principali. Con le nuove foglie e con nuova la fioritura si riprenderà spettacolarmente.
Durante la potatura bisogna usare i guanti per proteggere le dita dalla puntura delle spine che, possedendo una leggera tossicità, potrebbero causare fastidiose dermatiti.
La Bouganvillea è una pianta molto resistente e, in genere, difficilmente è attaccata dagli insetti o colpita da malattie fungine.
Eventuali malattie e parassiti potranno essere sconfitti dai trattamenti chimici e biologici. Gli antiparassitari biologici rispettano l’ambiente, sono atossici per le persone, per gli animali domestici e per gli insetti utili.
Tra le malattie crittogame, cioè quelle causate da funghi microscopici che attaccano tutte le parti della pianta, dalle radici alle foglie, si evidenziano: il marciume fogliare, che si manifesta con l’accartocciamento delle foglie e la loro precoce caduta; il marciume radicale, causato dal ristagno idrico; la tracheomicosi, una malattia fungina che provoca il disseccamento parziale o totale dell’intero fusto.
Tra i parassiti animali, che maggiormente recano danni a questa meravigliosa pianta, quelli più frequenti sono: la Cocciniglia, un parassita che si nutre della linfa della pianta, gli Afidi, che attaccano fiori e foglie soprattutto quando l’aria è umida.
Gli attacchi degli Afidi predispongono la pianta all’aggressione del “virus del mosaico”, un virus che provoca l’ingiallimento delle foglie, l’arresto della fioritura e la produzione di germogli deformati e contorti.
Nel linguaggio dei fiori la Bougainvillea assume il significato di “benvenuto”.

 

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feb 24, 2020 - Senza categoria    No Comments

LA STORIA DELLA CERAMICA DI SCIACCA DECRITTA DA NELLA SEMINARA AL CUSCA DI LICATA

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Sciacca, in provincia di Agrigento, è un’altra città della Sicilia dove è ancora vigente l’antica arte della ceramica. L’origine della ceramica a Sciacca risale all’VIII – VI millennio a.C. e ancora oggi rispetta le forme e i colori dell’antica tradizione.

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Recenti scavi hanno permesso di ritrovare resti di antichi forni utilizzati per la cottura della ceramica. Esattamente, nel 1971, durante i lavori di scavo nei pressi dalla villa comunale, furono trovati altri resti di antiche fornaci per la lavorazione dell’argilla e recuperati vari frammenti di ceramica invetriata risalenti agli inizi del 1200 e conservati nel Museo di Caltagirone. Al museo regionale della ceramica a Caltagirone è conservata una “cannata” con lo stemma della famiglia “Incisa” prodotta nella prima metà del trecento. Gli “Incisa” erano famiglie nobiliari molto importanti nella città di Sciacca. I diversi scavi archeologici effettuati negli ultimi decenni nel territorio saccense hanno portato alla luce una notevole quantità di prodotti ceramici. I più antichi sono stati trovati nella grotta del Fazello, sul monte Cronio, e risalgono al periodo del neolitico; altri sono stati trovati nella necropoli dell’età del rame in contrada Tranchina, altri ancora risalenti al periodo greco-romano, in diverse parti del territorio saccense.
Inoltre, in alcuni documenti risalenti agli ultimi decenni del ‘200, sono attestati i pagamenti di dazi su vari manufatti ceramici dell’epoca.
Le fonti storiche raccontano che nel 1282 le fornaci producevano dei manufatti invetriati e le ceramiche ritrovate a Gela e ad Agrigento nei palazzi nobiliari del XVI al XVIII secolo provengono dai laboratori Saccensi. Questi ritrovamenti testimoniano la lunga tradizione della lavorazione di manufatti in ceramica a Sciacca.
Tuttavia, risale al Medioevo una documentazione storica che afferma che nella città di Sciacca ci fu una produzione di manufatti in ceramica. Il Medioevo è un periodo di circa 10 secoli che inizia con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, nel 476, e termina con la scoperta dell’America avvenuta nel 1492.
La produzione della ceramica conosce un notevole sviluppo con il progressivo diffondersi a Sciacca delle farmacie, o “speziarie“, sorte numerose in relazione all’usanza medievale che imponeva ai cittadini di curare, oltre che di ospitare, i pellegrini che si recavano a Sciacca.

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Presso le farmacie i contenitori delle erbe medicinali, che erano costituiti da vasi in ceramica a forma prevalentemente di cilindri o di grosse bocce ovoidali, erano collocati negli scaffali e presentavano ricche decorazioni espresse con i colori accesi del giallo, del verde e del blu intenso.

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Il quattrocento segnò l’affermarsi della produzione ceramica di Sciacca come una tra le più importanti della Sicilia. Ai ceramisti saccensi si commissionavano notevoli produzioni di maioliche destinate a ornare palazzi nobiliari, chiese, conventi, oltre alle farmacie del tempo.
Si realizzavano: bocce, vasi, albarelli, piatti e mattonelle.

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Molta di questa produzione è documentata attraverso gli atti notarili dai quali si conoscono i nomi dei ceramisti. I più famosi e bravi maestri maiolicari del ‘400 furono: Guglielmo Xurtino e Nicola Lu Sciuto.  Nicola Lu Sciuto, nel 1470, ha firmato quattro albarelli, uno dei quali è oggi conservato presso il Museo nazionale di Malta.
Il periodo a cavallo tra il ‘400 e il ‘500 è ricco di testimonianze della vasta produzione saccense e parecchie produzioni di mattonelle maiolicate hanno abbellito palazzi e chiese di varie parti della Sicilia a testimonianza dell’importanza dei maiolicari di Sciacca.

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Gaspare Lombardo, i maestri Scoma e Francavilla, i fratelli Lo Bue, i fratelli Lo Pipero, sono solo alcuni di questi numerosi maiolicari che operarono tra i due secoli. 
Il più antico reperto ceramico saccense è il pannello raffigurante San Calogero, collocato in una grotta sul Monte Cronio, datato 1545 ed eseguito da Francesco De Xuto. Francesco, uno dei figli del maestro Nicola Lu Sciuto, fu creatore del pavimento maiolicato della cappella dei genovesi all’interno del convento di San Francesco d’Assisi a Palermo, commissionato dai mercanti liguri presenti nel capoluogo.
Ai maestri saccensi furono richieste anche mattonelle per il Palazzo degli Aiutamicristo a Palermo nel 1490 e per il Duomo di Monreale nel 1498, decorato con migliaia di mattoni del maestro Lombardo, Nove delle mattonelle che componevano il pavimento della cattedrale, sopravvissute al suo smantellamento, sono conservate presso il Victoria and Albert Museum di Londra.La chiesa di Santa Margherita di Sciacca è decorata con mattoni forniti dai maestri Scoma e Francavilla nel 1496.
Verso la fine del ‘500 si afferma Giuseppe Bonachia, detto Maxierato, il più grande ceramista di Sciacca, che nella vita svolgeva l’attività di sergente della milizia civile che si occupava dell’ordine pubblico. Nel 1600 realizzò una serie di pannelli in maiolica, chiamati “quadro maiolicato“, raffiguranti scene del vecchio e del nuovo testamento per la chiesa di San Giorgio dei Genovesi di Sciacca, costruita nel 1520 e distrutta nel 1952.
Per comporre la fascia e il pavimento della cappella furono utilizzate 2475 mattonelle.
Per tutto il ‘600 e il ‘700 tante botteghe di ceramisti alimentarono la vasta produzione di prodotti ceramici, ma che, in seguito, la produzione ha subito una lunga stasi.
Nel dopoguerra ricominciò la produzione di ceramica. Con l’istituzione della Scuola d’Arte “Giuseppe Bonachia” così chiamata in memoria del grande maestro maiolicaro Giuseppe Bonachia, l’attività riprese brillantemente negli anni ’40 del secolo scorso.
A Sciacca esistono circa 50 botteghe artigiane che propongono numerose maioliche: vasellame da tavola, figure umane, ceramiche d’arredamento, mattonelle votive, piatti, vasi e bocce decorate con colori blu, verde ramina, giallo paglia, arancione e turchese che erano e sono rimasti cari ai maiolicari Saccensi.

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Negli anni ’80 del secolo scorso, grazie all’impegno e alla lungimiranza dei soci del Lions club di Sciacca, sono stati collocati in varie parti del centro storico alcuni pannelli in ceramica raffiguranti diversi aspetti della città.
Negli ultimi anni, grazie a una politica Comunale e Regionale favorevole, l’associazione ceramisti saccensi ha saputo creare intorno alla ceramica un vasto interesse di pubblico per questo peculiare prodotto ottenendo non solo riconoscimenti per il pregio della maiolica, ma ha saputo creare le condizioni di mercato per un export su tutto il territorio nazionale.
Negli ultimi anni, grazie alla notevole attività di promozione, la città di Sciacca è entrata a far parte dell’Associazione Nazionale “Città della Ceramica” e la sua ceramica si fregia del riconoscimento del “marchio di qualità”.
Oggi i ceramisti saccensi continuano a svolgere la loro attività artistica nel rispetto dell’antica tradizione. Producono, con le stesse antichissime tecniche: vasellame, ceramiche di arredamento privato e urbano, piastrelle, statuette, pannelli, oggetti religiosi e tanti altri svariati prodotti. Nella decorazione dei vasi continuano a prevalere i colori del passato: giallo, arancione, turchese, blu, verde, oltre alle originali caratteristiche dell’impasto e alle tradizionali tecniche di produzione che, talvolta, è possibile ammirare direttamente presso i laboratori annessi ai tanti negozi che popolano e colorano le vie di Sciacca.
La presenza del locale Istituto d’Arte e la possibilità per i giovani di imparare anche all’interno delle varie botteghe presenti in città permettono di conservare l’antica arte della ceramica di Sciacca.
Passeggiando per il centro storico di Sciacca è impossibile non accorgersi della presenza di numerosi punti vendita di coloratissime ceramiche dalle più svariate forme e dimensioni.
La ceramica, a Sciacca, costituisce un importante elemento di attrazione per tutti coloro i quali desiderano possedere almeno un oggetto della vasta e pregevole produzione ceramica saccense.

La Fonte: il Web

 

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feb 20, 2020 - Senza categoria    No Comments

LA STORIA DELLA CERAMICA DI BURGIO DESCRITTA DA NELLA SEMINARA AL CUSCA DI LICATA

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Burgio è un centro agricolo di origini medioevali posto a un’altitudine di 317 metri.
Si trova in provincia di Agrigento da cui dista km 70.
Il primo insediamento si formò attorno ad un castello durante l’occupazione araba e ancora oggi mantiene, nel suo nucleo più antico, un impianto tipicamente medievale, anche se il Castello, detto dei Peralta, e la Chiesa Madre, di epoca normanna, sono i monumenti più antichi del suo centro storico. Altri siti monumentali sono: il Castello Agristìa, l’Eremo di San Adriano e il Santuario di Rifèsi, che si trovano nella riserva naturale adiacente al paese. Inoltre, il recente restauro del Convento dei Cappuccini ha consentito l’apertura del Museo delle Mummie.
Famosa come città della ceramica, Burgio vanta una secolare tradizione nell’arte delle maioliche e nella produzione delle campane di bronzo.
La fonderia di campane a Burgio, l’unica in Sicilia e una delle poche esistenti in Italia, è stata fondata dalla famiglia Virgadamo nel 1500.
Alle nuove generazioni è tramandata la passione per quest’arte che oggi è diventata un’attività artigianale e professionale.
La fonderia ha prodotto campane per secoli, destinate a tutto il mondo.
La famiglia dei Virgadamo è stata iscritta nell’albo d’oro per meriti professionali, nel Telamone di Agrigento e ha ottenuto diversi attestati e trofei.
Il signor Rocco Cacciabaudo ha dato il suo apporto alla continuazione di quest’arte campanaria aprendo, a Burgio, una propria fonderia.

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Il segreto delle ceramiche di Burgio, oltre a risiedere nella varietà delle materie prime disponibili, tra cui la pietra dura e l’argilla locale, sta nella maestria degli artigiani che, ancora oggi, lavorano nelle antiche botteghe producendo manufatti apprezzati ed esportati in tutto il mondo. Già nel 1400 nella cittadina di Burgio si sfruttavano le cave di creta per la produzione di tegole e di mattoni stagnati.
La notizia che Burgio fosse una cittadina ideale per impiantare botteghe per la ricchezza delle materie prime reperibili in loco fu dapprima portata da alcuni maestri cordai che, da Caltagirone, venivano a vendere a Burgio le corde per l’allevamento degli animali.
Nel 1564 alcuni abitanti di Caltagirone, venuti a Burgio per vendere anche i loro manufatti in ceramica, cominciano a insediarsi in questa cittadina fino a costituire qui una propria colonia impiantando fabbriche di maiolica che ben presto frenarono il predominio della ceramica di Sciacca a quel tempo assai fiorente. Il trasferimento favorì, così, la nascita degli impianti degli stazzoni (botteghe) e dei forni.
Tra i primi maestri caltagironesi che si trasferirono a Burgio si ricordano: Antonio Merlo e suo figlio Giacomo, Matteo Maurici, Giovanni e Nicola Maurici.
Quest’ultimo, nel 1597, decise di vendere tutti i suoi averi a Caltagirone per trasferirsi a Burgio dove acquistava i vasi di terracotta dai “quartarari” che poi smaltava, dipingeva per venderli altrove. La presenza dei maestri di Caltagirone a Burgio fu significativa anche per la formazione che diedero a molti allievi che dagli esperti lavoranti, come Francesco Gangarella, impararono tecniche di lavorazione e di preparazione di smalti e di colori.
L’acqua, materia prima per la produzione della ceramica, era un bene prezioso così, per evitare scontri e tensioni, nel 1600 tra il Marchese di Giuliana e il Signor Lorenzo Gioeni Cardona di Burgio fu stipulato un patto per la cessione del diritto all’acqua agli abitanti della zona del fiume Garella. Tra questi figuravano numerosi “figuli”, i vasai, e ceramisti.
Le produzioni erano specializzate nella fabbricazione di utensili da cucina: burnie, barattoli, fiaschi, vasi, piatti, quartare, uniche in tutta la Sicilia.

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La cittadina di Burgio assunse ben presto notevole importanza mantenendola fino al XVIII secolo.
I reperti, molti dei quali provengono da collezioni private, testimoniano la scelta iniziale di colori fondamentali: il blu cobalto, il giallo paglierino, il verde ramina, il bianco stannifero per ornare i manufatti disegnando ornati vegetali e, talora, ritratti maschili o femminili.

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I manufatti fittili, cioè di terracotta, erano esportati nei centri vicini: a Giuliana, a Chiusa Sclafani, a Bisaquino, a Ribera, a Sambuca di Sicilia. In Sicilia era pure fiorente la cultura cavalleresca, presente nel resto d’Italia, e a Burgio trovò manifestazione anche nella rappresentazione iconica di personaggi storici antichi: Annibale, Claudio, Lucrezia.

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Tra i maestri burgitani più importanti si ricorda il signor Nicolò Lo Cascio che, tra il 1685 e il 1703, creò uno stile personale nella serie di vasi da farmacia. Per la religiosità di Burgio, per la presenza nel territorio di confraternite e di conventi di ordini religiosi maschili e femminili, per la presenza delle farmacie conventuali, per la presenza dell’ospedale, gestito dalla Compagnia della Misericordia o del Purgatorio nel XVII le decorazioni si arricchirono di motivi sacri di carattere devozionale: di santi, di martiri Famoso  è il Cristo in croce, del 1763.
Fiorenti erano i rapporti affaristici con i mercanti genovesi dai quali i figuli ricevevano piombo, cobalto e stagno, materiali indispensabili per la lavorazione della ceramica.
Il commercio di Burgio verso le coste liguri era prevalentemente legato al frumento siciliano. Per questo motivo, nella seconda metà del XVI secolo, figuli liguri si trasferirono a Burgio, ricco centro ormai della ceramica e zona ricchissima di argilla. A testimonianza di ciò, ci  furono i numerosi matrimoni contratti tra liguri e donne del luogo.
I mattoni di Burgio meritano un discorso a parte perchè sono opere di fattura sempre più raffinata. Tra il XVIII e il XIX secolo le botteghe locali intensificarono la propria produzione di mattoni per pavimenti decorati con luminose policromie presenti ancora oggi in alcune dimore anche di Palermo.
I colori erano sempre quelli tipici dei decori locali: il giallo paglierino, il verde ramina, il bruno manganese e il bianco stannifero.
Le forme erano geometriche con intrecci di disegni che richiamavano elementi naturali.

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I mattoni di Burgio servivano come decorazioni non soltanto per i pavimenti, ma anche per rivestire i campanili di molte chiese della Sicilia ed anche nei palazzi nobiliari e nelle case private. La ricchezza economica del tempo è testimoniata anche dalla bellezza e dalla maestosità dei palazzi nobili di cui Burgio è ricca.
Il declino di questa attività fu principalmente dovuto alla concorrenza di Napoli e di Vietri sul mare a partire dal XIX secolo.
Il progetto “Ceramica risvegliata” del Comune di Burgio è nato per rivitalizzare un antico mestiere, che rischiava di estinguersi, attraverso il recupero dell’antica tradizione. Grazie a un lavoro di ricerca storica è stata promossa l’apertura di nuove botteghe artigiane e sono stati istituiti corsi di formazione per ceramisti rivolti in particolare ai giovani.
L’istituzione del Museo della Ceramica di Burgio trae origine dalla volontà di salvaguardare e valorizzare una feconda attività svolta da maestranze locali che, nel corso dei secoli, si sono alternate nel rendere sempre più preziosa e apprezzata la produzione della maiolica di Burgio.

La Fonte: Il Web

NEL PROSSIMO ARTICOLO  LA STORIA DELLA CERAMICA DI SCIACCA

 

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feb 15, 2020 - Senza categoria    No Comments

LA STORIA DELLA CERAMICA DI CALTAGIRONE RACCONTATA DA NELLA SEMINARA AL CUSCA DI LICATA

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La città di Caltagirone sorge a  cavallo tra i monti Erei ed Iblei, in provincia di Catania.
La storia della ceramica di Caltagirone è scritta nel nome stesso della città, che deriva dal termine arabo “Qal’at al Ghiran”, che significa, appunto, “Castello dei Vasi”.
E’una cittadina dalle antichissime origini, una delle più preziose del Mediterraneo e, per l’eccezionale valore del suo patrimonio monumentale che caratterizza il centro storico, nel 2002 è stata insignita del titolo di “Patrimonio dell’Umanità” da parte dell’Unesco.
Tra le mura di Caltagirone abitarono bizantini, arabi, genovesi e normanni segnando la sua storia millenaria e influenzandola soprattutto per quel che concerne la produzione artistica.
Bisogna tornare indietro nel tempo, all’epoca in cui gli arabi nell’827 conquistarono la Sicilia. I ceramisti arabi si sono stabiliti a Caltagirone, città dove hanno dato impulso all’arte ceramica facendovi brillare i procedimenti tecnici portati da loro dall’Oriente.
In particolare, l’invetriatura, un rivestimento di tipo vetroso dato alle terraglie e alle maioliche allo scopo di renderle impermeabili ai liquidi e fare da fondo alla decorazione incorporandone i colori. L’invetriatura è costituita di due principali elementi, macina­ti insieme: una composizione silico-alcalina, detta “marzacotto”, e un composto di piombo e stagno calcinati insieme detto “piombo accordato”.
Le ragioni per cui la ceramica di Caltagirone nel Medioevo ebbe notevole impulso sono da ricercare: nella buona qualità delle argille, di cui abbonda la città, e nella presenza di boschi che fornivano la legna per la cottura dei manufatti nei forni.
I produttori di miele, alimentando e favorendo lo sviluppo dell’industria del miele, stimolavano i ceramisti a produrre i recipienti di terracotta per la conservazione del miele. Le quartare caltagironesi, per contenere il miele, erano note ovunque.
Nel Medioevo, il fatto che a Caltagirone il numero degli artigiani dediti all’industria del vasellame invetriato fosse rilevante è confermato dalla notizia fornita da Francesco Aprile che racconta di fornaci sepolte da una frana nel 1346 sul fianco occidentale del castello e dell’esistenza, ai primi anni del Cinquecento, di un intero rione a fianco della chiesa di San Giuliano.
Del Seicento si può dire altrettanto. Infatti, eccetto i significativi frammenti di pavimento datati 1621, opera di maestro Francesco Ragusa, e quelli del maestro Luciano Scarfia, della seconda metà dello stesso secolo, rispettivamente conservati nelle chiese di Santa Maria di Gesù e dei Cappuccini, il resto fu travolto dal terremoto dell’11 gennaio 1693 che cancellò nella parte orientale dell’isola quasi ogni traccia dell’attività plurisecolare delle officine ceramistiche caltagironesi.
Nel 1700 si ebbero palesi segni di ripresa per l’arte ceramica, che rifiorì sotto nuovi indirizzi artistici. Furono prodotti vasi con ornati a rilievo e dipinti, acquasantiere, lavabi, paliotti d’altare, statuette, alberelli, quartare, anfore, bracieri, scaldini, lucerne antropomorfe, pigne, mattonelle.
Il colore dominante nel ‘600 era l’azzurro cinerino, mentre nel ‘700 l’azzurro diventò  blu.
Tanti maestri, con la loro superba arte plastica e pittorica, hanno fatto splendere la maiolica caltagironese in ogni angolo delle case e delle chiese di Sicilia. Alcuni nomi: i Polizzi, i Dragotta, i Branciforti, i Bertolone, i Blandini, i Ventimiglia, i Capoccia, i Di Bartolo,. Angelo o Michelangelo Mirasole, nativo d’Aragona.
L’ottocento, con l’uso del cemento nei pavimenti, col dilagare delle terraglie continentali, di produzione in serie sul mercato isolano, diede un fatale colpo alla ceramica di Caltagirone che iniziò la sua parabola discendente continuando a dibattersi fra gli antichi procedimenti tradizionali di antiche botteghe prettamente artigianali.
Pure, in questo decadere, si notarono gli artisti: Giuseppe Di Bartolo, ceramista pittore e plasticatore ed Enrico Vella, abilissimo modellatore e progettista che, assieme a Gioacchino Ali, fecero assurgere a grande dignità la decorazione architettonica in terracotta lasciando eccellenti esempi che ornano ancora oggi la città, come nel monumentale cimitero, opera dell’architetto Gian Battista Nicastro.
Le conoscenze storiche sulla ceramica di Caltagirone sono state fornite dalle recenti ricerche effettuate nell’ambito della Scuola di Ceramica, fondata da Don Luigi Sturzo nel 1918, che porta il suo nome, oggi Istituto Statale d’Arte per la Ceramica.
E’ una scuola importante, che forma giovani artigiani abili in questa vecchia tradizione ceramista, che continua aggiornandosi ai tempi moderni. Inoltre, una filiale dell’Istituto può considerarsi il Museo Regionale della Ceramica, in Via Roma, al cui interno si possono ammirare circa 2.500 reperti che raccontano l’evoluzione storica, tecnica e artistica della ceramica siciliana, con particolare riferimento ai manufatti di Caltagirone, dalla preistoria fino agli inizi del novecento e la ricchissima serie di mattonelle cinquecentesche e settecentesche raccolte nel rifacimento di pavimenti di chiese dopo i disastri dell’ultima guerra.
Il Museo della Ceramica contemporanea è un’esposizione permanente di ceramiche caltagironesi, siciliane e nazionali, allestita presso il Palazzo Reburdone.
Larte della ceramica ha un grande legame con il territorio e la sua storia continua a vivere nel cuore di intere generazioni di artigiani, (detti anche cannatari), impegnati soprattutto nella decorazione degli oggetti.
Una volta terminata la modellazione, ogni artigiano gioca con fantasia scegliendo gli smalti da utilizzare e i disegni da eseguire muovendosi tra il vecchio,facendo tesoro del contributo dell’eredità della tradizione moresca, senza però rinunciare alla ricerca del nuovo.
L’arte della ceramica di Caltagirone, al fine di preservare la sua autenticità, dal dicembre 2003 è tutelata dal marchio Decop, che garantisce la provenienza e la fattura dei capolavori prodotti solo da artigiani locali.
Il viaggiatore che giunge a Caltagirone non può fare a meno di soffermarsi a guardare i negozi e le botteghe che affollano la scenografica Scalinata di Maria SS.ma del Monte, di 142 gradini rivestiti con mattonelle di maioliche artigianali con deliziosi motivi geometrici e che ha visto impegnati nell’esecuzione valenti allievi dell’Istituto come Gesualdo Aqueci, Francesco Judici, Gesualdo Vittorio Nicoletti e Nicolò Porcelli.
Si possono ammirare e anche acquistare oggetti, veri e propri pezzi della storia siciliana che si traducono in maioliche, terrecotte, vasi, statue, piatti, soli, lune, pigne minuziosamente lavorati.

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 Interessante è anche visitare i laboratori artigianali come quello di Giacomo Alessi, di Totò Regalbuto, allievo negli anni ’60 della Baca, una delle più prestigiose botteghe cataline, un’artista che organizza corsi di decorazione su ceramica. Grande maestro è anche Filippo Vento che, nella sua fabbrica-bottega, organizza corsi individuali e collettivi.
Il bravissimo ceramista dei nostri tempi, il signor Giacomo Dolce, ha portato la sua arte anche a Licata, nel negozio, sito in Corso Vittorio Emanuele, al N° civico 55, gestito dal signor  Alberto Licata.

 

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Numerosi sono stati  per Natale i presepi, i presepini e gli alberi di Natale da lui realizzati, bellissimi e originali nella loro composizione.
Oltre a questi manufatti, molto vasta è la sua produzione esposta nelle vetrine di questo negozio che invito tutti i licatesi a visitare..
Le ceramiche di Caltagirone sono apprezzate in tutto il mondo, facendo della città il fulcro dell’artigianato italiano per quanto riguarda il settore della ceramica. Tra le tipologie principali e più caratteristiche della produzione di ceramica a Caltagirone occorre menzionare quattro oggetti diventati il simbolo di questa attività. Sono: le lucerne antropomorfe, l’acquasantiera da capezzale, i fangotti,i presepi.
Le lucerne erano un oggetto indispensabile nelle abitazioni del popolo fino a quando l’olio costituiva la materia prima grazie alla quale era possibile avere illuminazione nelle case.
L’utilizzo delle lucerne si protrasse nel tempo anche dopo l’avvento di altri liquidi per l’illuminazione come il petrolio. Le lucerne erano degli eleganti contenitori d’olio atti a sostituire in pieno e con più autonomia di combustibile le vecchie lucerne metalliche. Nel suo corpo, a forma di bottiglia troncoconica, originariamente ricavato al tornio e poi modellato, ma sempre vuoto internamente, era immerso un lungo lucignolo che usciva fuori.
Nel settecento la lucerna subì una notevole modifica che la rese più agevole al trasporto per la casa e più economica nell’utilizzo. Aveva la forma di una matrona, con un braccio lungo il fianco e l’altro alla cintura, riccamente ornata di collane e di diademi.
Scomparve il pesante e capiente serbatoio e fu usata per contenere l’olio solo una piccola vaschetta ricavata nella testina della figurina. Questa figurina aveva alla base un bordo rialzato per l’eventuale raccolta dell’olio straripante.

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 Oltre alle damine, altre forme di lucerne raffiguravano gentiluomini con tube, monaci, preti, briganti, gendarmi, personaggi storici e tanti altri soggetti tratti dall’ambiente nostrano e dalla vita comune. Inoltre, la presenza di più lucerne pressoché della stessa altezza, circa 25 cm, ma di soggetto diverso e di colori vari, costituiva una festa negli ambienti signorili, ma anche nelle modeste abitazioni. L’uso di queste lucerne si diffuse ben presto in tutta l’isola e si ebbero delle imitazioni soprattutto a Collesano.
La moda delle lucerne antropomorfe nell’ottocento non solo varcò la soglia dei palazzi nobiliari, dove arredò tavoli, angoliere, comò e pianoforti, ma penetrò anche, con soggetti appropriati, nei conventi e nei monasteri. La richiesta delle lucerne si moltiplicò. Nell’ottocento, il grande artista Giacomo Failla produsse lucerne antropomorfe di ceramica dando vita a creazioni così pregiate da attrarre tutte le classi nobiliari.
La religiosità delle antiche famiglie diede impulso all’uso delle acquasantiere.
Nel settecento l’acquasantiera raggiunse il suo massimo sviluppo artistico attraverso elementi modellati e dipinti in monocromia o in policromia. I santi devozionali che più vi si riscontrano sono: la Vergine, Sant’Antonio di Padova, San Francesco di Paola, San Giacomo Maggiore, il Bambino Gesù, il volto di Cristo, San Giovanni, Santa Lucia, Santa Chiara, Santa Rosa da Viterbo, oltre ad angeli e a teste di cherubini. L’acquasantiera è formata da un’edicola nella parte superiore e da bacinella nella parte inferiore che si presenta come una coppa tornita e sagomata assai sporgente contenente l’acqua benedetta.
I componenti della famiglia vi attingevano il dito e recitavano le preghiere mattutine e serali. Nel capezzale del letto dei bambini c’erano le acquasantiere con l’immagine dell’Angelo Custode.

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Nelle campagne le acquasantiere erano appese all’entrata delle abitazioni quasi per ricordare la necessità d’intingere le dita nell’acqua benedetta per allontanare, col segno della croce, gli influssi malefici e per proteggere la casa dai ladri.
Il fangotto in ceramica è una realizzazione popolare del XX secolo utilizzato a tavola dalle antiche famiglie siciliane come unico piatto di condivisione.

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Caltagirone è anche detta “Città dei Presepi” per la tradizione artistica che impegna gli artigiani ceramisti a preparare, in maiolica policroma o in terracotta, i personaggi della Natività, pezzi unici realizzati in maniera originale per la grandezza, per il colore e per il tipo di materiale impiegato. Le prime figure del presepe in ceramica risalgono al Medioevo e, nel corso del tempo, possedere degli esemplari rappresentò per i nobili dell’epoca un simbolo del proprio stato sociale e, in generale, per tutti un vanto. Anche oggi, nelle oltre cento botteghe artigiane della città, è possibile acquistare i personaggi del Presepe in ceramica.

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Il primo presepe di cui si ha memoria risale al Natale del 1223. Fu San Francesco a chiedere agli abitanti di Greccio, un paesino del Lazio, di interpretare il presepe vivente. Da allora, sostituite le persone con le figurine di terracotta, gesso o legno dipinto, l’usanza di allestire il presepe si estese in molte regioni italiane per rievocare la venuta del Salvatore.
Nel settecento fra i “santari”, una vera e propria categoria d’artigiani che producevano statuine della Sacra Famiglia, dei santi e dei presepi, si devono ricordare i signori Antonio Branciforte ed Antonio Margioglio. Sul finire del secolo questa tradizione, diffusa in tutte le classi sociali, assurse ad alti livelli artistici.
Le statuine in terracotta policroma di Giuseppe, Salvatore e Giacomo Bongiovanni, di Bongiovanni Vaccaro hanno avuto riconoscimenti e premi in tutta l’Europa ed il privilegio d’essere esposte al British Museum di Londra e nel Museo di Monaco di Baviera.
Il presepe di Caltagirone è semplice, in sintonia con le sue origini francescane, che nulla ha che fare con la celebrazione del potere e dello stile di vita dei nobili e dei borghesi. Possedere un presepe di Caltagirone diventò per le famiglie e per le chiese un vanto, quasi uno status symbol.
La tradizione di creare i presepi, tramandata da padre in figlio e sino ai nostri giorni, è ancora viva nelle botteghe artigiane della città di Caltagirone.

La Fonte: il Web

NEL PROSSIMO ARTICOLO  LA STORIA DELLA CERAMICA DI BURGIO

 

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