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nov 2, 2019 - Senza categoria    No Comments

IL PLATANUS OCCIDENTALIS NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Miei carissimi amici,
continuo il mio discorso sulla essenza vegetale presente nella nostra villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, esattamente del Platanus occidentalis.
Il Platano occidentale, originario dell’America settentrionale, chiamato volgarmente anche “Platano americano”, appartenente alla famiglia delle Platanaceae, è un albero monumentale, longevo, a rapido accrescimento.
Giunto in Europa nel 1636, non ha riscosso particolare interesse.

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Possiede il fusto diritto e slanciato che raggiunge i 30 metri d’altezza.
Il tronco, molto grande, è ricoperto dalla corteccia liscia, a differenzia della corteccia del Platano orientalis che è rugosa, a grandi placche sottili molto particolari, di colore bianco-grigiastro, che tendono a staccarsi.

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OCCIDENTALIS OK

E’ rilassante passeggiare dentro la meravigliosa villa “Giuseppe Gribaldi ” ddi Mistretta!

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Le foglie sono palmate, divise in tre e, a volte, anche in cinque lobi con seni molto aperti e con lobi più larghi che lunghi e con le nervature in evidenza. Hanno la pagina superiore di colore verde lucido, la pagina inferiore più pallida e, in autunno, assumono una colorazione giallo oro molto gradevole. Nell’insieme formano la  chioma  a portamento colonnare e tondeggiante.

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Foglie di Platanus orientalis e occidentalis  a confronto

OCCIDENTALE SI OK

In abbigliamento invernale

Il Platano occidentale è una pianta monoica che porta infiorescenze solitarie a capolino con fiori molto piccoli.
I fiori maschili sono gialli, mentre quelli femminili sono rossastri.
La fioritura non ha gran valore ornamentale e avviene tra aprile e maggio.
I frutti sono tondeggianti, a forma di riccio, lungamente peduncolati.

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Gli acheni sono sormontati da un breve stilo.
La semina si compie in primavera e, successivamente, avviene il trapianto e la coltura in vivaio prima della messa a definitiva dimora della pianticella.
Anche le talee, prelevate dai rami d’annata durante il mese d’ottobre, sono utili alla sua propagazione.
Il Platano occidentale è coltivato in Italia a scopo ornamentale per abbellire viali, parchi e ampi giardini.
Predilige essere esposto in pieno sole, ma si adatta a qualsiasi tipo di posizione.
Tollera sia il clima caldo sia quello freddo, il vento gelido e non lo danneggiano neanche gli sbalzi termici e l’inquinamento ambientale.
E’ una pianta molto resistente, ma può essere colpita dal rodilegno, dalla carie e dal cancro colorato.
Si sviluppa bene nei terreni fertili, profondi, sciolti ed umidi.
Non necessita di frequenti irrigazioni, ad eccezione che nei periodi molto siccitosi.
Tollera le potature, da eseguire alla fine dell’inverno, eliminando i rami rovinati.
Il suo legname è pesante, poco durevole ed è utilizzato per costruire mobili, per compensati, per legna da ardere.
Rispetto al Platano orientale e al Platano ibrido, il Platano occidentale ha riscosso poco impiego perché presenta peggiori caratteristiche ornamentali e tecnologiche.
Per curiosità si sa che i Romani e i Greci sostenevano che i Platani tengono lontani i pipistrelli considerati uccelli del malaugurio.
In Inghilterra, il Platanus orientalis e il Platanus occidentalis attorno al 1670 produssero spontaneamente un ibrido fertile, il Platano comune, il Platanus hybrida, che cresce anche in zone molto fredde e si presenta molto più robusto e più forte dei capostipiti.
E’ coltivato, a scopo ornamentale, in tutte le superfici della Terra.
La sua resistenza, nella seconda metà del 1900, è stata messa a dura prova da un fungo di origine americana che ha portato alla morte molte piante secolari.
Nel linguaggio dei fiori il Platano simboleggia la “genialità”.

 

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ott 27, 2019 - Senza categoria    No Comments

LE SEQUOIE DELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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La Natura stupisce con la sua fantasia nell’aver creato tutti gli esseri viventi presenti sulla Terra così diversi e così simili.
In particolare, nel mondo vegetale il maggiore esempio della Sua creatività è rappresentato dalla Sequoia, albero gigantesco, maestoso per dimensioni e per altezza.
La Sequoiadendron giganteum della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, posta sotto il balcone belvedere, a destra, esemplare isolato, è un punto di riferimento nel disegno del giardino per il suo aspetto imponente, per la simmetria del fogliame denso e verde scuro.

 

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Prima delle attuali Sequoie la villa comunale ne aveva  accolte altre che, purtroppo, sono morte o per vecchiaia o per malattie.
Di esse, nell’aiuola  sottotante il  balcone fiorito, rimangono i ceppi con le radici che, piano piano, la Natura sta distruggendo.
Questa foto è stata scattata alla fine degli anni ’30 del secolo scorso. Non ci sono i pilastri del cancello d’ingresso della villa.
Si vede la Sequoia.

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Questa foto è stata scattata nei primi anni ’50 del secolo scorso. La Sequoia è cresciuta.

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Questa foto è stata scattata alla fine degli  anni ’50 del secolo scorso. La Sequoia è abbastanza  cresciuta.

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Questa foto è stata scattata probabilmente agli inizi degli  anni ’60 del secolo scorso. La Sequoia è ancora più alta.
Questa Sequoia, secondo i nostri ricordi di bambini, era addobbata ad albero di Natale.

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Foto del prof. Mariano Bascì che ringrazio

 Come raccontano i reperti fossili, la Sequoia era una pianta molto diffusa già nell’era terziaria e ne esistevano diverse specie.
Scendendo verso sud di oltre 20° di latitudine per sfuggire alle glaciazioni, il suo areale di distribuzione si restrinse progressivamente e, nel Pliocene, la Sequoia trovò rifugio in una zona limitata tra la California e l’Oregon.
In quella fascia, lunga 800 km e larga 60 km, sino al 1769 era una pianta sconosciuta nonostante la maestosa imponenza e la notevole età di molti esemplari nati più o meno ai tempi della fondazione dell’Antica Roma.
Il padre francescano e cronista spagnolo Giovanni Crespi, giunto in California esattamente nel 1769 al seguito di una spedizione spagnola proveniente dal Messico, comunicò nel suo giornale la notizia dell’incontro con i “giganti verdi” e della scoperta della conifera dall’enorme tronco rossiccio e spugnoso, dalla chioma piramidale alta e stretta sotto la quale un uomo ha le dimensioni di un piccolo insetto. A quell’epoca il naturalista svedese Carl Linnè faceva parlare della recente pubblicazione della sua opera enciclopedica “Systema naturae che conteneva la classificazione e la nomenclatura binaria delle piante.
Crespi non si preoccupò di informare lo studioso, perciò l’importante ritrovamento fu ignorato.
Venti anni dopo il botanico Haenke, nel corso di una spedizione scientifica, raccolse i primi esemplari di Sequoia per importarli nel continente europeo.
Riscoperta la specie nel 1795 dal medico scozzese Menzies, non ebbe però l’onore dell’ufficialità scientifica.
Nel 1840 il botanico austriaco Endlicher finalmente portò i semi in Europa favorendo la coltivazione della Sequoia come pianta ornamentale.
Nel 1848 un primo carico di Sequoie approdò in Italia, nei grandi giardini delle ville pedemontane della nuova borghesia industriale piemontese e lombarda.
La Sequoia in questi territori già mancava da tempo, ma le nuove condizioni di vegetazione, di clima temperato e piovoso erano molto simili a quelle delle coste californiane di provenienza.
L’Ottocento amava l’inconsueto, il grandioso, l’esotico e la Sequoia si trovò al centro dell’attenzione. Tra la catena montuosa della Sierra Nevada e l’ampia valle del San Joaquin sorge il famoso Sequoia National Park.
Le Sequoie qui ospitate sono le uniche ancora viventi. ll “General Sherman Tree” è l’albero vivente più vecchio del mondo.
E’ una Sequoia alta 84 metri, che ha la circonferenza di 31 metri, il diametro alla base di 11 metri, il peso stimato di 5445 tonnellate, il volume di 1770 m3 e 3500 anni d’età.
E’ la pianta regina del Giant Forest, il cuore del Sequoia National Park.
La vita straordinariamente lunga della Sequoia è dovuta alla sorprendente capacità di rigenerazione e alla grande resistenza ai nemici di ogni genere.
Purtroppo non si è data la giusta rilevanza alla distruzione di intere popolazioni di Sequoia sempervirens nel proprio ambiente naturale.
Per curiosità scientifica, e, soprattutto, in previsione di lucrosi affari, il famoso vivaista inglese Veitch mandò negli Stati Uniti il botanico Lobb perchè esaminasse attentamente i boschi californiani alla ricerca di altre specie arboree sconosciute.
Lobb ritornò in Europa nel 1853 portando i semi di una specie affine rinvenuta in poche decine di esemplari sulle montagne ai margini occidentali della Sierra Nevada e le cui piante avevano raggiunto l’altezza di 100 metri e 1500 anni di età presunta.
La Sequoia, albero abituato a vivere ad alte quote, tra i 1100 e 2200 metri, si rivelò una specie interessante tanto da essere coltivata negli Orti Botanici, nei giardini dell’Europa del Nord e dei nostri Appennini.
Il nome del genere “Sequoia” fu attribuito nel 1847 e deriva da un dialetto indigeno della California. E’ stato scelto in omaggio al capo indiano George Guesz of Sequoyah, figlio di un colono tedesco e della donna indiana Cherokee e vissuto tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento (1770-1853).
Il nome Sequoiadendron è formato dall’unione delle parole “Sequoia” e “Dendron“.
Il termine “dendron” deriva dal greco “δένδρος” e significa “albero” per indicare le considerevoli dimensioni che questa specie può raggiungere a sviluppo completo. Nel linguaggio popolare divenne la “Sequoia mammut”. Oggi esistono solamente due specie: la Sequoia Sequoiadendron gigantea e la Sequoia sempervirens.
Delle due specie di Sequoia la sempervirens, rispetto alla Sequoia Sequoiadendron, era meno adatta a vivere in questi ambienti perché molto più sensibile al freddo.
La Sequoiadendron ha assunto altri nomi: “Sequoiadendron giganteum, Sequoia Gigante, Sequoia della California, albero Mammut”.
L’inglese Lindley la denominò “Wellingtonia” come nazionalistico omaggio al duca Wellington, militare e politico, che segnò la fine di Napoleone a Waterloo dove ebbe luogo la celebre battaglia fra truppe francesi, inglesi, belghe, olandesi e tedesche al comando proprio di Wellington e di Blùcher.
Successivamente, l’americano Winslow ribattezzò la specie col nome di Washingtonia gigantea” in ricordo di George Washington, colui che sconfisse gli inglesi nella guerra d’indipendenza americana. In inglese la Sequoia è comunemente chiamata “Redwood” per il colore rossastro del suo legno. L’assegnazione definitiva di questa Sequoia ad un nuovo genere, il “Sequoiadendron”, di cui il solo rappresentante è “Sequoiadendron giganteum”, avvenne solo nel 1939.
Sia la Sequoia Sempervirens sia la Sequoiadendron giganteum sono piante abbastanza diffuse anche in Italia. La Sequoiadendron giganteum cresce bene ovunque, mentre la sempervirens, più esigente per i fattori di temperatura e di umidità, vegeta meglio presso i laghi.
La Sequoiadendron giganteum è un albero molto grande, monumentale, originario della California e introdotto in Europa a metà del secolo scorso. Appartiene alla famiglia delle Taxodiaceae, un tempo riconosciuta come famiglia autonoma, ma oggi normalmente inclusa nelle Cupressaceae.
E’ l’albero più alto del mondo vegetale e, nel suo areale, vive ad altitudini da 1100 a 2700 metri sul livello del mare, può raggiungere i 115 metri di altezza e gli 8-10 metri di diametro. In Italia raggiunge al massimo i 50 metri di altezza. In America quest’albero è chiamato “Sentinelle della Sierra” ed è considerato uno tra gli organismi più grandi e più antichi.
Per la sua notevole altezza può accadere che qualche fulmine facilmente colpisca la punta lasciando l’albero privato della cima.
E’ anche l’albero più pesante del mondo misurando oltre 2000 tonnellate. La Sequoiadendron giganteum è una pianta che cresce molto lentamente, ma che può vivere fino a 3200 di anni.
Ha il portamento eretto, colonnare, e l’aspetto piramidale.. Le sue radici sono superficiali, ma molto estese, perché devono sorreggere un albero così alto. Possiede il tronco aromatico, profumato e rivestito dalla corteccia esterna molto spessa, fibrosa, profondamente fessurata, di colore rosso bruno, mentre quella interna è sottile e compatta.

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Essa contiene tannino, una sostanza capace di inibire i funghi e gli insetti xilofagi ed è priva di resina che la protegge dall’abbraccio del fuoco. Il tronco è ingrossato alla base per resistere alla forza dei venti.

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 I rami sono piuttosto radi e leggermente penduli. Quelli inseriti nella zona basale sono inclinati verso il basso e con la parte apicale rivolta verso l’alto, quelli inseriti nella zona mediana e superiore sono orizzontali ed ascendenti evidenziando la maestosità del fusto. Con l’età tende allo sfrondamento basale per cui la parte inferiore del fusto è priva di rami.

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 Le foglie, persistenti, aghiformi, con sezione triangolare, lineari, disposte a spirale, formano una chioma piramidale.
Gli aghi, inseriti sui giovani rametti, appiattiti, rigidi, appuntiti, con la punta rivolta verso l’esterno e non spinosa, sono disposti fittamente intorno ai rami in modo tale da ricoprirli completamente. Gli aghi posti al centro del rametto sono più lunghi rispetto a quelli posti alle estremità.
Le foglie sono di colore verde scuro nella parte superiore, di colore grigio nella pagina inferiore per la presenza di due linee bianco-grigiastre ai lati della nervatura centrale ed emanano un gradevole profumo di anice. Le foglie rimangono sulla pianta per tutto l’arco dell’anno.
Le Sequoie sono piante monoiche.
Le infiorescenze maschili e femminili fioriscono sullo stesso albero.
I fiori maschili, sessili, piccoli, gialli, disposti in amenti compatti ascellari e terminali, si formano all’apice dei germogli giovani, compaiono in ottobre, ma liberano il polline a marzo.
Le infiorescenze femminili, leggermente più grandi di quelle maschili, lunghe circa 1,5 centimetri, sono costituite da coni formati da scaglie legnose con la punta spinescente prima di colore verde, poi marrone scuro, penduli, all’apice dei rami. Ogni cono contiene una dozzina di ovuli.
La fecondazione avviene perchè i coni maschili hanno strutture chiamate microsporangi che producono un polline giallastro.
Il polline è rilasciato e trasportato dal vento verso i coni femminili. Quando il granello pollinico raggiunge il cono femminile feconda l’ovulo che, insieme al tegumento circostante, diventa il seme.
I coni non si sfaldano a maturità, ma cadono interi dall’albero.
I frutti, i coni, di colore grigioverde, ovali, lunghi 6-8 centimetri, maturano in 2 anni e possono persistere sull’albero anche per 20 anni.
Contengono numerosissimi semi scuri e alati. Se le condizioni lo permettono, il seme, caduto a terra, genera una nuova piantina. Nella tarda estate si possono praticare anche delle talee semilegnose per favorire la moltiplicazione della pianta.

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Durante il restauro botanico della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, effettuato alla fine dell’anno 2009, il signor Vito Purpari, allora giardiniere della villa, collaborato dai ragazzi del servizio civile di Mistretta, piantò nel giardino un’altra Sequoia: la sempervirens. Il piccolo albero è cresciuto e crescerà ancora!

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Si può ammirare nel lato destro del viale di sinistra appena superato il cancello d’ingresso della villa, poco sopra il laghetto.
La Sequoia sempervirens è una conifera proveniente dalle coste americane del Pacifico e importata in Europa verso la fine del XIX secolo. Presenta il tronco eretto, slanciato e rivestito dalla corteccia spessa, fibrosa, di colore rosso bruno che si rompe col passare degli anni.
La chioma è piramidale negli esemplari giovani, mentre nelle piante vecchie è compatta, irregolare e piccola in proporzione al fusto. I rami sono pendenti.
E’ una pianta esigente per quanto riguarda l’umidità e ciò limita notevolmente l’impiego forestale nonostante il suo rapido accrescimento. Nell’America settentrionale è coltivata per il legname, in Europa per scopi ornamentali. E’ ritenuto l’albero più grande al mondo.
La villa comunale di Mistretta ospita anche la sequoia aureomarginata che si orna di aghi gialloverdi.

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 Si trova esattamente dietro il busto dello scultore amastratino Noè Marullo.
Ho sempre ammirato la sua bellezza quando, durante questa estate 2019, ho trascorso piacevoli pomeriggi dentro la villa in compagnia dei miei cari amici.
La Sequoia cresce bene ovunque, ma preferisce essere esposta in pieno sole posta su un terreno moderatamente fertile, soffice e ben drenato, in un habitat dove esistono climi montani freschi e umidi anche se, per la sua notevole rusticità, la pianta si è adattata a vivere in qualsiasi ambiente sopportando bene il freddo e resistendo alle malattie e all’attacco degli insetti.
La pianta si accontenta dell’acqua piovana, anche se è bene annaffiarla regolarmente e in abbondanza per alcuni anni dopo la messa a dimora.
La pianta ha bisogno di molti litri d’acqua ogni giorno ed occorre molto tempo perché l’acqua, entrata dalle radici, raggiunga la cima dell’albero.
La “pompa” deve vincere la forza di gravità e l’attrito con le pareti dei vasi che trasportano l’acqua.
Purtroppo, come nel resto d’Europa, la Sequoia potrebbe essere soggetta al disseccamento di qualche ramo che, però, non compromette la naturale crescita in altezza della pianta.
La Sequoia è una pianta molto ornamentale, ma è coltivata anche perchè fornisce legname e materiale da combustione. Il legno della Sequoia gigante è molto resistente alla decomposizione, ma è fibroso e fragile, il che lo rende inadatto ad uso edile.
Dall’ultimo ventennio del diciannovesimo secolo fino agli anni venti del ventesimo secolo molte Sequoie sono state abbattute a scopo commerciale, ma ottenendo uno scarso guadagno perché, a causa della fragilità e dell’altezza degli alberi, molti tronchi si frantumavano e, pertanto, erano inutilizzabili.
I boscaioli cercavano di attutire l’impatto con strati di rami di altri alberi ma, nonostante ciò, anche il 50% del legname andava sprecato.
Il legno era, perciò, utilizzato solo per fabbricare staccionate, tegole e fiammiferi. Uno scopo umile per un albero di una tale mole! Come per molte altre conifere, il “momento d’oro” delle Sequoie risale ad ere geologiche molto lontane. Sono le ultime testimonianze di un fulgido passato il cui futuro deve essere assicurato da una scrupolosa salvaguardia.
Ecco perché attualmente la Sequoia è una specie vegetale protetta.
Il disboscamento selvaggio stava mettendo in pericolo la sua sopravvivenza, pertanto sono state create delle riserve e dei parchi naturali per facilitare la riproduzione e per proteggerla nella crescita.
Alcune Sequoie, piantate il secolo scorso nei giardini italiani, sono classificate tra gli alberi monumentali del nostro Paese e sarebbe opportuno andarle a visitare. Più o meno coeve, hanno un’altezza variabile da 30 metri, come la Sequoiadendron giganteum in località Colleascine di Aprigliano, a 50 metri, come la Sequoia sempervirens nel “Parco Burcina” di Pollone, presso Biella.
Per ragioni storiche e climatiche, proprio nel Biellese vive il nucleo più consistente di Sequoie considerevoli: nel sanatorio di Bioglio, nei grandi giardini ottocenteschi delle ville Canale-Majet e Sella di Mosso Santa Maria, nel parco del Monastero a San Gerolamo di Biella. Il clima umido e temperato, dal Piemonte all’Alto Adige, sembra aver favorito lo sviluppo di questi giganti naturali che, lungo la penisola, diventano rari proprio per le condizioni pedoclimatiche inadeguate dell’ambiente mediterraneo. Slanciate Sequoie disegnano il centro abitato di Roccavione, il viale Dante a Torre Pellice, nel parco Agliardi di Paladina; svettano sottili e solide all’Alpe Vice Re di Albavilla, a Villa Amman di Elio e a Villa Cornaggia Medici di Merate, tre località in provincia di Como, a Villa Riva di Maccagno, a Appiano, a Lana, a Salorno e a San Pancrazio, in provincia di Bolzano.
In fusti di Sequoiadendron giganteum, conservati nei musei di Londra e di New York, vi sono sezioni di legno con oltre 1300 anelli di accrescimento.
Camminare tra questi colossi della Natura è un’emozione unica, uno spettacolo incredibile.
Colpiscono: il silenzio e il profumo intenso che si spande nell’aria.

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ott 17, 2019 - Senza categoria    No Comments

L’IPOMEA PURPUREA NELLA CAMPAGNA DI LICATA

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Nessuna persona può attraversare la strada panoramica per raggiungere la spiaggia di Mollarella a Licata senza soffermarsi ad ammirare questa meraviglia della Natura!

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Oggi, 17 ottobre 2019, anch’io mi sono fermata, come  tante altre volte, per osservare quel fiore capace di regalare tante emozioni.
E’ l’ipomea purpura.

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Il nome scientifico del genere è una parola composta e deriva dal greco “ίπος” “peso, carico” perché la pianta si aggrappa al recinto e “όμοϊος” “simile” a causa della volubilità del suo fusto.
L’Ipomoea, appartenente alla famiglia delle Convolvulaceae è conosciuta con il nome comune “Campanella”.

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In Italia, a seconda della zona, ha diverse denominazioni: Sciuri di notti in Sicilia, Campanella purpurea e Vilucchio turchino in tutta Italia, Campanelle turchine, Campanula, Campanula azzurra, Convolvulo ceruleo Rampichino turchino in Toscana, Caracò in Puglia, Giacinto della notte a Scandicci in Toscana, Sbordeon nel Veneto.
Esistono circa 600 specie di Ipomea.  Le specie: l’Ipomoea bonariensis, l’Ipomea pandurata, l’Ipomea alba, sono perenni solo dove l’inverno è mite, mentre quelle annuali:  l’Ipomea purpurea, l’Ipomea versicolor, l’Ipomea quamoclit , hanno uno sviluppo rapidissimo e producono fiori dai colori che vanno dal bianco, al rosa, al rosso, al magenta, al viola, all’azzurro. Fioriscono da giugno a ottobre.

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L’ipomea è una pianta originaria dell’America centrale e dell’Asia.
In Italia il genere è poco rappresentato, le sole piante presenti allo stato spontaneo sono: l’Ipomoea purpurea, l’Ipomoea sagittata e l’Ipomoea stolonifera.
Le Ipomee sono piante annuali e perenni, rampicanti e arbusti, delicati e semirustici. Sono i fiori la particolarità della pianta perché durano sbocciati un giorno, si schiudono all’alba ma si richiudono col pieno sole; se il cielo è nuvoloso allora i fiori rimangono aperti per un tempo più lungo. Per questo motivo i fiori sono chiamati “gloria del mattino.
L’Ipomea purpurea o Convolvulus purpureus è una pianta annuale che possiede la radice tuberosa, il fusto volubile o rampicante, le foglie, alterne, grandi, di colore verde, di forma ovato-ottusa, con base cordata e molte delle quali trilobe.

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I fiori sono grandi, campanuliformi, di colore violaceo con sfumature bianco-giallastre nella parte centrale.  Le lunghe e prolungate fioriture a Licata iniziano in primavera e proseguono fino al tardo autunno. La fioritura è abbondante perché ogni giorno si aprono fiori nuovi, specie se vengono tolti quelli già appassiti.

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 L’ipomea purpurea si moltiplica per autosemina se si lasciano maturare i semi. Spesso, riseminandosi, diventa infestante.
L’Ipomea purpurea, oltre ad essere una pianta spontanea, si può coltivare come pianta ornamentale nel giardino, nel terrazzo o in qualsiasi balcone, nei vasi, nei muri.
E’ ideale per rivestire recinzioni, per ricoprire pergolati, per abbellire cancelli avvolgendosi agevolmente ai supporti.

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 l’Ipomea cresce bene dal livello del mare fino a 600 metri di altitudine.
Per coltivare l’Ipomea bisogna raccogliere i semi da riseminare nella primavera successiva. La fase più difficoltosa della coltivazione è quella iniziale. Lo sviluppo è a rischio a causa della delicatezza delle piantine; ma cresce velocemente.
I primi fiori compariranno, di solito, 10 settimane dopo la semina. La coltivazione è molto semplice. Percrescere vigorosa e per fiorire abbondantemente necessita di un irraggiamento solare diretto, posta su un substrato fertile, fresco, leggero, profondo, leggermente umido, ma con un discreto drenaggio in profondità. Bisogna  annaffiarla con regolarità, soprattutto quando la temperatura è elevata, mescolando all’acqua il concime liquido per piante da fiore da somministrare ogni settimana da maggio a settembre. Gradisce un ambiente ben ventilato, ma senza correnti d’aria. Teme il freddo.
.A Licata la temperatura non scende quasi mai al di sotto dei 13C° neanche in inverno. Va sostenuta da un traliccio, anche non molto robusto, ma sufficientemente alto.
L’ipomea forma una copertura molto bella da sola ma, per abbellire il giardino, la villa, il balcone di casa, si può abbinare ad altre piante estive come le petunie e le surfinie, i gerani, i tageti.
L’ipomea purpurea non è particolarmente soggetta a malattie. Può subire infestazioni da parte di acari e afidi. La loro presenza si nota sulle foglie che iniziano a ingiallire e a ricoprirsi di piccole macchie giallo e marrone. Bisogna intervenire aumentando l’umidità delle foglie. In caso di infestazioni gravi bisogna intervenire usando antiparassitari specifici.
L’Ipomea è stata originariamente utilizzata dalle popolazioni indigene del Centro e dell’America meridionale nei loro rituali divinatori e sciamanici. Il suo nome Azteco significa “sacra cosa nera“.
Nel linguaggio dei fiori i significati attribuiti all’Ipomea sono due e in contrasto fra loro.
Da una parte è considerata il simbolo della speranza e della perseveranza, visto che è una pianta rustica e pioniera, capace di crescere dove altre piante stentano ad ambientarsi. Dall’altra parte evoca immagini cupe tanto da essere soprannominata “la campana dei morti”.
E’ attribuito anche il significato di ambizione, ma anche di civetteria e di umiltà.

 

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ott 9, 2019 - Senza categoria    No Comments

CERIMONIA DI PREMIAZIONE DEI CONCORRENTI AL CONCORSO LETTERARIO “MARIA MESSINA” NELLA SEDE DEL CIRCOLO UNIONE A MISTRETTA

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Sabato, 5 ottobre 2019, è stato un giorno molto importante per la cultura amastratina.
Nell’accogliente sala di rappresentanza del “Circolo Unione” a Mistretta è avvenuta la cerimonia di premiazione del “Premio Letterario Maria Messina” giunto alla 15° edizione.

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Il premio letterario è una perla creata dall’Associazione “Progetto Mistretta!
Di alto prestigio le personalità intervenute.
Nel tavolo della Presidenza: da sx, il dott. Massimiliano Cannata, direttore della rivista il “CENTRO STORICO” e dell’Associazione “Progetto Mistretta”, la presentatrice Rosalinda Sirni, il dott. Mario Salamone, presidente del Circolo Unione, il Sociologo Giorgio Pacifici, il fotografo Charley Fazio.

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 Ha condotto i lavori la bravissima giornalista dott.ssa Rosalinda Sirni.

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Un grazie affettuoso all’amico Giuseppe Ciccia che anche quest’anno ha organizzato alla perfezione la cerimonia di premiazione del “Premio Letterario Maria Messina” dal titolo: “UNO SGUARDO OLTRE” .

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Peppino Ciccia in piedi

 Artisti e scrittori a confronto: il sociologo Giorgio Pacifici, il giornalista e scrittore Matteo Collura, l’artista e fotografo Charley Fazio, il Complesso Bandistico “Città di Mistretta”.
Per la sezione “Un racconto per il centro storico” erano presenti gli studenti: Ilenia Marinaro, alunna  dell ‘IIS “Alessandro Manzoni“, Francesca Artale, Carlotta Catanzaro, Carla Oreste, Greta Scalone, alunne dell’istituto  I.C.”T.Aversa”.
Ha aperto i lavori il dott. Mario Salamone che, dopo aver  dato il benvenuto,  accogliendo calorosamente il numeroso pubblico, ha ringraziato l’Associazione “Progetto Mistretta” per avere confermato anche quest’anno la scelta della sede del Circolo Unione come luogo adatto ad ospitare questa importantissimo evento.

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Il dott. Massimiliano Cannata ha spiegato il motivo per cui a Mistretta si istituisce annualmente il premio letterario “Maria Messina:  per richiamare alla memoria  la figura di Maria Messina, la scrittrice siciliana vissuta per alcuni anni della sua fanciullezza a Mistretta fra “i miei buoni mistrettesi”, così lei li descrisse in una lettera spedita a Giovanni Verga.

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Oggi la scrittrice Maria Messina è apprezzata non solo dai cultori della letteratura amastratina, della Sicilia e dell’Italia intera, ma anche da tanti letterati stranieri che hanno studiato e studiano la sua narrativa.
Il lavoro è proseguito con la premiazione dei concorrenti.
Sono stati insigniti dal premio: il Sociologo Giorgio Pacifici, come riconoscimento alla carriera, il fotografo Charley Fazio, per la sezione arti visive, Il Complesso Bandistico Città di Mistretta, nato oltre centocinquanta anni fa e rappresentato dal Maestro Girolamo Di Maria. Inoltre, sono state premiate le alunne degli istituti ‘IIS “Alessandro Manzoni” e dell’I.C.”T. Aversa” di Mistretta che hanno partecipato al premio con le loro produzioni. Ricca è stata la partecipazione del pubblico sempre attento allo svolgersi della manifestazione.

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Il Presidente del Circolo Unione, il dott. Mario Salamone al Prof, Giorgio Pacifici ha consegnato il premio consistente in una bella scultura raffigurante il volto della scrittrice Maria Messina, opera dell’artista amastratino Sebastiano Leta.

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La sculura di Sebastiano Leta

La dirigente scolastica, prof.ssa Maria Grazia Antinoro, ha consegnato il premio al fotografo Charley Fazio.

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Il Complesso Bandistico “Città di Mistretta” ha ricevuto il premio dal prof. Lucio Vranca e dal Maestro Giuseppe Lotario, illustre predecessore nella direzione del corpo bandistico mistrettese.  Il premio è stato consegnato al Maestro Girolamo Di Maria.

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Anche il prof. Lucio Vranca ha ricevuto la pergamena ricordo per la sua preziosa testimonianza.

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La prof.ssa Marisa  Antoci ha consegnato il premio, rappresentato da una didascalica targa, a Ilenia Marinaro, studentessa dell’IIS “A, Manzoni” di Mistretta.

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La prof.ssa Graziella Ribaudo ha consegnato il premio a Francesca Artale, a Carlotta Catanzaro, a Greta Scalone, a Carla Oreste, alunne dell’ I.C. “T.Aversa” di Mistretta.

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Il giornalista Matteo Collura sarà premiato in seguito. Assente  perché fuori sede.
I dieci “musicanti”, come erano chiamati una volta, sotto la direzione del Maestro Girolamo Di Maria e con molta professionalità, hanno eseguito quattro brani musicali attinti dalle opere di Ludwigh Van Beethoven.

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 Gli applausi della platea sono stati molto numerosi e calorosissimi.

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L’associazione “Progetto Mistretta”,  in particolare l’amico Giuseppe Ciccia, dopo aver ringraziato tutti i protagonisti e gli spettatori presenti alla cerimonia, diede appuntamento per la prossima serata d trascorrere insieme per assistere  alla premiazione del prof. Matteo Collura, noto  scrittore e giornalista siciliano, anch’egli insignito del Premio  letterario “Maria Messina”.
Il commento del prof.Lucio Vranca: <<Una bellissima serata organizzata dall’Associazione “Progetto Mistretta” in occasione della XV edizione del premio “Maria Messina”.
Voglio esprimere i miei personali ringraziamenti all’Associazione, al Presidente prof. Nino Testagrossa e, in particolare, all’amico Ciccia, per avermi onorato consegnandomi un premio speciale per la mia testimonianza storica dedicata al corpo bandistico della città di Mistretta. La significativa presenza del Maestro Lotario ha arricchito ulteriormente di preziosità la serata. Il suo impegno, a favore dell’Istituzione musicale amastratina, ha lasciato il segno al punto da permettere ai giovani di leggere, nell’Archivio della Scuola musicale, la storia in musica di tutti i maestri del passato.

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La storia cartacea, invece, si può conoscere leggendo il libro “La banda ieri, oggi …e domani” – L’istituzione amastratina ) di Lucio Vranca e Giuseppe Pipitò. Grazie ancora>>.

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Il commento del dott. Sebastiano Insinga: Dopo il “Vranca day” del 15 aprile 2018, un nuovo giorno da incorniciare nella storia del mio caro amico Lucio, che non è solo storia personale, ma storia della nostra Comunità nella quale lui era già entrato a pieno titolo grazie alle sue opere di storia, (quella sulla banda di Mistretta non è la sola), di poesia e di musica. Un meritato riconoscimento a una persona di straordinaria modestia, ma di altrettanto straordinario talento, vera risorsa per la cultura del nostro paese”.

 Chi era  Maria Messina?
Maria Messina nacque a Palermo il 14 marzo del 1887 da Gaetano e Gaetana Traina. Abitò a Mistretta dal 1903 al 1909 in una casa di Via Paolo Insinga, dove ambientò le sue novelle e i suoi racconti.
Si arrese alla sofferenza all’alba del 19 gennaio del 1944, alle ore tre del mattino, morendo a Masiano, una frazione a pochi chilometri da Pistoia, nella casa dei contadini della famiglia Tarabusi, dove si era rifugiata, su consiglio della Tagliaferri, per sfuggire ai bombardamenti della guerra, che aveva diviso in due l’Italia separandola dall’amato fratello e dalle nipoti, e dove viveva in solitudine in campagna, “vinta” dal destino, divorata dalla distrofia muscolare..A certificare la sua morte al delegato del Podestà di Pistoia fu un certo signor Tarabusi Leopoldo.
Prima di morire, Maria donò alla sua affezionata infermiera Vittoria Tagliaferri “I doni della vita”, un documento di fede e di religiosità, un’esperienza di sofferenza fisica e spirituale.
Fu sepolta nel cimitero della Misericordia Addolorata di Pistoia così come desiderava.
Riesumata nel 1966, i suoi resti mortali, per volontà delle nipoti, furono custoditi nella stessa tomba della madre, signora Gaetana Traina deceduta  il 20 dicembre del 1932.
Maria Messina fu una delle più grandi scrittrici veriste, ammirata dal Verga, commentata da Borghese come “scolara del Verga”. Tuttavia, completamente dimenticata, è stata assente dalla letteratura italiana del Novecento.
Abbattere il muro del silenzio attorno a lei, schiudere le porte dell’oscurità, che avevano nascosto per oltre mezzo secolo il nome e l’opera di Maria Messina, aprire quelle della sua fama, fu merito dello scrittore Leonardo Sciascia che, nei primi anni ottanta, ha riproposto la lettura di alcuni dei suoi racconti.
Da allora le sue opere hanno attraversato una nuova stagione di notorietà e sono state tradotte in diverse lingue.
Nelle sue opere Maria ha raccontato, con una commiserazione pervasa di ribellione, la società maschilista dell’epoca, la sottomessa condizione femminile in Sicilia qual era fino agli anni della seconda guerra mondiale.
Ha esaminato i temi della gelosia, dell’adulterio, dei maltrattamenti, dell’abuso sessuale, dei pregiudizi, dei costumi, delle contraddizioni, della religiosità.
L’Associazione “Progetto Mistretta” ha rivolto alla scrittrice grande attenzione assegnando a Maria un posto di rilievo nella cultura amastratina divulgando il suo nome e la sua opera attraverso la promozione del concorso letterario “Maria Messina” con cadenza annuale.
In questo modo Maria è stata ricompensata per essere stata dimenticata dai critici, dagli storici della letteratura italiana del Novecento e dai lettori.
L’Amministrazione comunale di Mistretta, nel mese di febbraio del 2009, ha conferito la cittadinanza onoraria alla scrittrice Maria Messina intitolandone anche una strada del centro storico. L’Amministrazione comunale di Mistretta si è anche adoperata per accogliere i suoi resti mortali.
Grazie all’interessamento dell’Associazione “Progetto Mistretta”, del giornale “Il Centro Storico” e al certosino lavoro di ricerca del pistoiese “mistretteseGiorgio Giorgetti le spoglie di Maria Messina sono state trasferite al cimitero monumentale di Mistretta dal cimitero della Misericordia di Pistoia.
Maria riposa lì, accanto alla sua amata madre Gaetana Traina.
Il merito di questo “ritorno” in patria si deve attribuire soprattutto al prof. Nino Testagrossa, il presidente dell’Associazione “Progetto Mistretta”, che ha messo in risalto il legame di Maria Messina con quelli che lei stessa definì “i miei buoni mistrettesi”.
La cerimonia di accoglienza e di tumulazione dei resti mortali della scrittrice è avvenuta il 24 aprile del 2009.
Tutto ciò sta a significare il legame mai interrotto con la città di Mistretta dove Maria trascorse alcuni anni della sua adolescenza e dove trasse motivi per descrivere le umili vicende raccontate nelle sue novelle.
Ada Negri, poiché le due donne relazionavano in forma epistolare, scrisse a Maria Messina: “Non ti conosco fisicamente, ma mi sembra di conoscere bene la tua grande anima”.
Anche noi mistrettesi non l’abbiamo conosciuta personalmente, ma possiamo dire di conoscere bene la sua anima, i suoi messaggi, la sua arte narrativa.
Anche la città di Licata, sollecitata dalla FIDAPA, dalla dott.ssa Ester Rizzo e da me stessa,  ha voluto onorare la scrittrice Maria Messina intitolandole una strada cittadina.

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Sicuramente, come il popolo di Mistretta, così anche il popolo di Licata, leggendo il nome della strada, ricorda la scrittrice siciliana Maria Messina e apprezza l’alto valore letterario con la lettura della sua abbondante produzione custodita in parte anche nella Biblioteca comunale “Luigi Vitali” di Licata.

Album fotografico  di Giuseppe Ciccia

 

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ott 5, 2019 - Senza categoria    No Comments

LA I° MARATONINA “LICATA CITTA’ DI MARE “ 29 SETTEMBRE 2019

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Una festosa e allegra giornata è stata vissuta dagli atleti che hanno partecipato con entusiasmo alla I° Maratonina effettuata a Licata il 29 settembre 2019.

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 Hanno partecipato 428 atleti provenienti da tutte le parti della Sicilia e anche dall’Italia: da Mantova, da Pisa, da Roma e da Bologna.
Gli atleti più giovani sono stati: Francesco Meli, di 9 anni, e Isabella Knez, di 7 anni.
Gli atleti più grandi sono stati: i signori Francesco Sabatino e Liliana Ciotta.
Le squadre che hanno partecipato alla competizione sono state 57.
Le categorie più rappresentate sono state: la SM45 con 51 atleti, la SM50 con 42 atleti e la SM40 con 32 atleti. Al femminile le categorie più partecipanti sono state: la SM50 con 8 atleti e la SM40 con 6 atleti. L’associazione GS Valle dei Templi ha partecipato con 20, l’Atletica Canicattì  co18, No al Doping Ragusa con 17 e la Pro Sport Ravanusa con 13atleti. 15 gli atleti con  Runcard.
In totale, per la maratonina di 21 Km hanno gareggiato 224 atleti, per la maratonina dei 10,5 km hanno gareggiato 87 atleti e per la passeggiata di 6 km hanno partecipato 117 atleti, fra i quali i due bambini Francesco Meli e Isabella Knez.
La società più numerosa è stata l’ASD Atletica Licata che, ai nastri di partenza, ha schierato 33 atleti.
La manifestazione è stata organizzata dall’ASD Atletica Licata, l’Associazione Sportiva Dilettantistica, con finalità di promozione dell’Atletica Leggera, con particolare attenzione al Podismo e al Trail.
Un grazie particolare al signor Enzo La Cognata, attore principale dell’organizzazione della manifestazione.

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E’ stato un progetto imponente, felicemente concluso, da parte degli organizzatori dell’ASD Atletica Licata che hanno già avuto il merito di avere organizzato la “StraLicata” negli anni 2018 – 2019.
La manifestazione della I° Maratonina a Licata era stata inserita nel calendario nazionale della Fidal (circuito Bronze).
I percorsi erano tre: la maratona di 21Km,  la mezza maratona di 10.5 km e la passeggiata 6 Km “Walk”, gara non competitiva.
Gli atleti si sono riuniti nella Piazza Progresso, a Licata,  con il seguente programma orario:
alle ore 08.30 Ritrovo concorrenti e giuria di gara
alle ore 09.30 Partenza di tutte le competizioni
alle ore 12.00 Le premiazioni

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Al responsabile di ciascuna società, prima dell’inizio delle competizioni, nel chiostro della chiesa di San Francesco è stata consegnata la busta tecnica contenente il pettorale e il chip per il cronometraggio che, messo ai piedi, ne registrava il passaggio su un tappetino.

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Quindi, tutti gli atleti insieme sono partiti dalla Piazza Progresso di Licata.  Dopo aver percorso parte del Corso Umberto I°, gli atleti hanno seguito percorsi differenti lungo le strade di Licata compatibilmente al tipo di gara scelto e alla distanza.
Il percorso lungo è terminato alla baia di Mollarella e della Poliscia.

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Il percorso

Tutti gli atleti, quindi, sono ritornati in Piazza Progresso per assistere alle premiazioni.
Le misure di sicurezza sono state rigide, anche perché molte strade del centro cittadino di Licata sono state chiuse al transito automobilistico e pedonale. Gli automobilisti, ma anche i pedoni, hanno rispettato i divieti di transito per le ore necessarie all’espletamento della gara.
Necessaria e insostituibile la presenza  delle forze dell’ordine, della Protezione Civile e di moltissimi licatesi volontari.
Hanno percorso i 21Km, guadagnando per primi il traguardo, il signor Abdelkrim Boumalik, di 57 anni, appartenente all’Atletica Canicattì, che ha impiegato 1h17’31’22’’ di tempo. L’atleta Dario Cucchiara, appartenente allo Sport Amatori Partinico, è giunto secondo raggiungendo il traguardo in 1h19’16” di tempo. L’atleta Aman Said Mahed, tesserato al GS Valle dei Templi di Agrigento, ha raggiunto il traguardo in 1h22’12” di tempo conseguendo il terzo posto.
Fra le atlete donne, la signora Liliana Scibetta, appartenente alla Pro Sport Ravanusa, ha conseguito il primo posto nel tempo di 1h36’22”, seguita dalle atlete Carmelinda Raimondi, della Runcard, con il tempo di 1h40’03” e Grazia Migliore, della Marathon Club Taormina, che ha impiegato il tempo di 1h46’54”.
Abdelkrim Boumalik e Liliana Scibetta, GLI ASSOLUTI, per essere arrivati per primi, sono stati premiati col grande trofeo della coppa.

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Liliana Scibetta – Abdelkrim Boumalik

Per i 10,5 chilometri sono saliti sul podio  gli atleti: Enzo Gianninoto, dell’Ultrarunning Ragusa, che ha percorso il tragitto in 40’48” di tempo, Antonio Giarratana e Carmelo Ursino .

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Tra le donne sono salite sul podio le atlete:  Vittoria Grado, della Pol. Athlon Ribera, che ha percorso il tragitto in 54’53” di tempo, Lucia Moltisanti, Agata Rinallo.

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Anche questi vincitori hanno ricevuto in premio il trofeo della coppa.
Alla manifestazione non competitiva dei 6 chilometri hanno partecipato atleti giovani e meno giovani, molti dei quali di Licata, che hanno passeggiato sotto l’incitamento e gli applausi degli spettatori. Hanno ricevuto  la maglia tecnica.
Sulla manifestazione della I° Maratonina è intervenuto il dott. Andrea Burgio, Assessore allo Sport, Turismo e Spettacolo di Licata, che ha partecipato.

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Il primo

Il suo pensiero: “Non posso non fare i complimenti agli organizzatori della “Maratonina di Licata” considerato che Licata ha vissuto una gran bella giornata sportiva: Tanti gli atleti provenienti da tutta la Sicilia e non solo che hanno gareggiato attraversando le strade cittadine. E’ stato bello vedere anche tanti cittadini licatesi, di tutte le età, che hanno partecipato alla 6 km. Un grazie meritato va ai vigili urbani del corpo di polizia municipale per il lavoro svolto negli ultimi due eventi sportivi svolti a Licata, la 1° edizione “Maratonina Licata”, organizzata dall’ Associazione Atletica Licata, e la 1° edizione del triathlon “Sprint league”, organizzata dall’associazione “TriRock “con la collaborazione degli Stati generali del turismo. Un ringraziamento doveroso va al comandante del corpo di polizia municipale di Licata, la dott.ssa Giovanna Incorvaia, sempre sensibile, disponibile e precisa affinché tutte le manifestazioni svolte riescano nel migliore dei modi. Un altro ringraziamento, non di meno, va fatto a tutti i volontari che, per questi eventi, sono stati presenti garantendo la giusta assistenza a tutti. Tengo a sottolineare che i volontari sono sempre coordinati dalla protezione civile comunale e, per questo motivo, ringrazio i responsabili del servizio”.
L’ASD Atletica Licata, l’associazione che ha organizzato ottimamente la manifestazione, ha ringraziato tutti i partecipanti dando appuntamento al prossimo anno.
Le parole del presidente dell’ASD, il signor Alberto Occhipinti: “Certo, abbiamo dovuto affrontare quegli intoppi che si presentano quando si organizzano eventi di questa portata, ma l’entusiasmo e l’affetto che tutti voi ci avete dimostrato durante la Iª Maratonina Licata Città di Mare hanno ripagato ogni nostro sforzo! Quindi:Grazie ai tanti atleti che hanno partecipato, a chi ci ha dato fiducia venendo da lontano e ai tanti che hanno scelto di esordire in una competizione insieme a noi. Grazie a tutte le persone che hanno condiviso l’esperienza della passeggiata e a chi è sceso in strada anche solo per sostenere la manifestazione.Grazie al Comune di Licata, al comando dei vigili urbani, alla Croce Rossa, alla Procivas, alla Guardia Costiera Ausiliaria, OPI ed AISA.Grazie a tutti gli sponsor, allo staff e ai volontari che si sono messi a disposizione nostra e degli atleti. Grazie a tutti coloro che hanno contribuito materialmente alla realizzazione del punto di rinfresco:
Acqua Cavagrande
Cuttitta Frutta
Olio di Fousseni
Panificio Non Solo Pane
Panificio Pane Degli Angeli
Panificio Santamaria di Nicola e Angelo
Panificio del Corso
Pasticceria Chantilly
Dolci Tentazioni Di Nogara
Pasticceria Bonvissuto (Ccrso Roma)
Pasticceria Siciliana Morello FB PAGE
Alla prossima edizione!

Il commento di Alfonso Sciarratta: Grazie per gli sforzi che avete profuso. Noi abbiamo fatto del nostro meglio per dimostrarvelo.
Il commento di Antonio Giardina:  Grazie a voi tutti!
Il commento di Angelo Giordano:  Bravi evento ben riuscito.
ll commento di Roberto Alaimo: B R A V I.
Il commento di Concetta Rimmaudo: Grazie a voi …orgogliosa e felice di aver partecipato a una così bella gara. Alla prossima!
IL commento di Angelo Marino: Grazie a voi tutti e felicissimo di festeggiare il compleanno in corsa…..alla prossima.
Il commento di Salvatore Sessa: Complimenti per l’organizzazione e un plauso a tutti i volontari che erano lungo il percorso.
Il commento di Sandra Cambiano Pecorari: Grazie a voi, partecipare è stato entusiasmante…
Il commento di Gaspare Messina Dal team Francesco Ingargiola e dal sottoscritto: organizzazione perfetta, acqua a volontà, percorso molto tecnico. Alla prossima  verremo più allenati.  Quest’anno abbiamo voluto ricordare il nome del grande Ciccio a Licata.
Il commento di ASD Atletica Licata: ” È andata bene alla fine. [...] Caldo, caldissimo, ma anche tanta tanta acqua data lungo il percorso in tutti i modi (punti ristoro e organizzatori che facevano su e giù su moto a dare acqua. Che dire? Grandi… Organizzazione perfetta, si sono spesi, hanno dato il massimo).
Percorso duro e con alcune salite, ma al giro di boa ti trovi davanti delle spiagge superlative, mi sono anche fermata a fotografare. Prima di categoria perché unica atleta. Alla premiazione mi veniva un
gran ridere. Come temevo, dopo il 15esimo km la fascite si è fatta sentire, rallentandomi parecchio [...] ma a me interessava solo essere Finisher.
Finisher lungo strade dove sono cresciuta, lungo strade nelle quali accompagnavo al mare la mia meravigliosa mamma, che tanto adorava quelle spiagge. I ricordi erano come fitte dolorose, ma nel contempo dolcissime. Grazie, Licata, per le emozioni che oggi mi hai dato. Grazie a Liliana Ciotta per le bellissime parole!

Il commento di Nella Seminara: “ Meritate lodi a questi giovani licatesi dell’ASD Atletica Licata che, con entusiasmo agonistico, sanno organizzare magistralmente eventi così importanti che rafforzano non solo le capacità associative, ma diffondono il nome e le bellezze di Licata. Veramente bravi!”

La fonte: Siciliarunning.it

 

 

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set 26, 2019 - Senza categoria    No Comments

PER NON DIMENTICARE IL MARESCIALLO SALVATORE MESSINA E L’APPUNTATO FRANCESCO BUTIFAR BARBARAMENTE UCCISI

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Giovedì, 28 novembre 2019, sarà il giorno della memoria per ricordare il 60° anniversario dell’eccidio del maresciallo capo Salvatore Messina, Medaglia di Bronzo al Valore militare e alla Memoria, e dell’appuntato Francesco Butifar, Medaglia d’Argento al Valor Militare e alla Memoria, entrambi deceduti il 28 novembre 1949 a Bagheria a seguito di un conflitto a fuoco mentre stavano indagando su un furto di un carro agricolo avvenuto in una stalla.

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Da sx: Salvatore Messina – Francesco Butifar

Durante la mia lunga permanenza a Mistretta, da giugno a settembre 2019, per godere della temperatura gradevole, che il paese offre durante questa calda e afosa estate, quasi giornalmente ho avuto il piacere di trascorrere lunghe ore a chiacchierare con gli amici.
Luogo d’incontro è stata la villa comunale “Giuseppe Garibaldi”, ambiente naturalistico da me molto amato per le innumerevoli e importanti essenze vegetali presenti.
Il posto scelto era sempre lo stesso: ci sedevamo sulla panchina sotto i Platani o sulla panchina di fronte all’aiuola dell’Hydrangea macrophylla, “l’Ortensia”, alle spalle del busto di Noè Marullo.

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Discutendo tra di noi, asserivamo che Mistretta ha dato i natali a molte persone che si sono distinte in svariati campi della cultura.
Infatti, Noè Marullo è stato un artista di notevole valore e, con la sua arte, ha arricchito molte chiese di Mistretta e dei paesi vicini con figure di santi.
L’ispettore superiore di Polizia di Stato in quiescenza, il signor Ignazio Di Salvo, di Mistretta, ha ricordato il maresciallo Salvatore Messina, al quale era legato da un sincero rapporto di parentela e di cui conserva ancora vivamente la memoria.
La signora Rosa, moglie di Salvatore, era una sua cugina di primo grado.
Pertanto, ringrazio il signor Ignazio Di Salvo per avermi fatto conoscere Salvatore Messina, per avermi informata di questo spiacevole episodio fornendomi anche il materiale che custodisce diligentemente nella sua abitazione di Palermo.
Salvatore, sia sotto l’aspetto umano, sia sotto l’aspetto professionale, era un uomo equilibrato, preparato, di grande impegno civile, rispettoso degli altri e attento alle Istituzioni.
E’ stato di grande esempio per l’estrema correttezza con cui si poneva, per la modestia, per l’onestà intellettuale e per l’impegno nel salvaguardare la città di Bagheria.
E’ doveroso che i paesani mistrettesi ricordino la figura del maresciallo Salvatore Messina, anche se sono trascorsi tanti anni dalla sua morte, e ne onorino la sua memoria.
Salvatore Messina era nato a Mistretta (Me) il 29/11/1915 da Vincenzo, persona molto stimata e noto fabbro di Mistretta, e dalla signora Filippa Mentesana.
La sua prematura morte, a soli 34 anni, ha gettato nello sconforto i genitori, la moglie Rosa, il figlioletto Vincenzo, i parenti e gli amici.

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La signora Rosa è la penultima a destra. Indossa il vestito nero

Dopo la morte del marito Mamma Rosa ha dovuto sopportare un altro grande dolore: la prematura morte del figlioVincenzo, rimasto orfano dal padre a soli tre anni di età, tragicamente morto nel vigore della sua gioventù.

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Vincenzo è il bambino a sinistra, in piedi, al di  fuori di tutti gli altri bambini seduti sul tappeto alla scuola di suor Gemma.

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Salvatore Messina

Francesco Butifar era nato a Delia, in provincia di Caltanissetta, il 25 maggio 1907.  Aveva 42 anni!

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Francesco Butifar

Salvatore Messina era Maresciallo Capo Comandante della Stazione Carabinieri di Bagheria Alta (PA), Francesco Butifar era appuntato dei Carabinieri.
Erano le 10.30 del 28 novembre 1949 quando il maresciallo capo Salvatore Messina e l’appuntato Francesco Butifar, entrambi in servizio presso la stazione dei Carabinieri di Bagheria Alta, entrarono in una stalla in via Truden, a pochi passi dalla piazza a loro successivamente dedicata, per cercare un carro agricolo appena rubato.
Dentro la stalla c’erano sei uomini armati che, colti in fragranza di reato, non esitarono ad aprire il fuoco.
La storia racconta che mentre il maresciallo Salvatore Messina identificava le 6 persone, l’appuntato Francesco Butifar, a guardia dell’ingresso, cercava di impedire la fuga ai malviventi.
Il maresciallo Salvatore Messina, notando una pistola appoggiata su una cassa vuota, aveva pensato bene di prenderla.
Azione che ha pagato con la vita!
Infatti, uno dei malviventi dalla cintola ha estratto prontamente la sua pistola con la quale ha colpito il maresciallo Salvatore Messina.
Cadendo, in un estremo tentativo di salvezza, il maresciallo cercò di estrarre la sua pistola d’ordinanza che, nel cadere, gli sfuggì dalle mani. Il maresciallo fu nuovamente colpito. Questa volta a morte!
I malviventi ferirono gravemente anche l’Appuntato Francesco Butifar che, anche se ferito, riuscì a raggiungere un luogo riparato dal quale rispose al fuoco ferendo uno dei malviventi.
In un estremo atto di coraggio, l’Appuntato Francesco Butifar cercò di inseguire per strada gli altri fuggitivi.
Abbandonato dalle forze muscolari, si accasciò a terra dopo avere percorso appena pochi metri.
Soccorso da un collega, che casualmente percorreva quella strada, fu trasportato all’Ospedale Militare di Palermo dove vi giunse cadavere.
La triste notizia dell’uccisione dei due militari si diffuse rapidamente.
Immediatamente si recarono in via Truden tutti i militari disponibili delle Stazioni limitrofe e le guardie di pubblica sicurezza del Commissariato di Polizia alla ricerca degli assassini.
Nel corso delle perquisizioni, nascosto all’interno della stalla fu scoperto il malvivente ferito.
Grazie alla sua collaborazione, sono stati identificati gli altri cinque criminali che furono tratti in arresto.
Tre di loro già ricercati, perché latitanti, in quanto ritenuti responsabili di altre rapine.
Il rapporto giudiziario redatto dalla Squadra di Polizia Giudiziaria del Gruppo di Palermo, nel denunziare i malviventi resisi irreperibili, riferì: “[...] le battute, i rastrellamenti nell’abitato e nelle campagne, le delicate investigazioni e le particolari indagini [...] volte all’arresto di tutti i responsabili dell’efferato e bestiale delitto, non hanno dato l’esito sperato perché la popolazione, benché indignata e fortemente disgustata contro i vili assassini del Maresciallo MESSINA e dell’Appuntato BUTIFAR, dei quali, per lunghi anni, aveva ammirato l’altissimo spirito di nobile entusiasmo per il dovere rispecchiato sempre nella più pura onestà, è rimasta inetta, senza fornire il minimo contributo, a causa di un ingiustificato terrore o a causa di quella omertà, polline fecondatore del traviamento morale di ogni società“.
Sabato, 28 novembre 2009, nella città di Bagheria è stata intitolata una piazza alla memoria del Maresciallo Salvatore Messina e dell’Appuntato Francesco Butifar, barbaramente uccisi, su proposta dell’Amministrazione e del Consiglio comunale di Bagheria e di comune accordo con la Benemerita Arma.
Si chiama “Piazza Messina-Buttifar”.

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Ciò, non solo per esaltare il valore e l’esempio di dedizione al lavoro dei due militari, ma anche per riscattare la città che, impaurita, fu silenziosa e non collaborativa nelle indagini per l’individuazione dei malviventi.
La cerimonia, solenne e intensa, è avvenuta nella piazza di fronte alla villa Trabia, sita nel centro storico della città, all’interno dell’isola pedonale tangente al Corso Umberto I.
Durante la cerimonia è stata scoperta la lapide di marmo col nome dei militari “Messina e Buttifar” come per incontrarli sempre fra la gente di Bagheria.

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Alla cerimonia d’intitolazione della piazza sono intervenute molte autorità locali, regionali e provinciali.
Le autorità del Comune della città di Mistretta erano state ufficialmente invitate dal dottor Biagio Sciortino, sindaco di Bagheria.
Hanno assistito: alcuni parenti del maresciallo Salvatore Messina, Enzo Seminara, assessore comunale ai Lavori Pubblici, Piero Consolato e Lirio Di Salvo, consiglieri comunali e il Corpo dei Vigili Urbani che, vestiti in alta uniforme, mostravano il Gonfalone di Mistretta.

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             Il gruppo dei mistrettesi:
Al centro, con la fascia tricolore, Enzo Seminara,
alla sua destra Ignazio Di Salvo, con gli occhiali poggiati sul petto, al suo fianco la moglie, signora Salvatrice Ciccarello e le figlie,
in primo piano la signora Rosa Piscitello, amica di famiglia e antica vicina di casa a Mistretta,
alla sinistra: Piero Consolato, Lirio Di Salvo, Sebastiano Insinga, Salvatore Spinnato.

Alla cerimonia erano presenti: il dott. Biagio Sciortino, sindaco di Bagheria; il signor Daniele Vella, presidente del Consiglio comunale, una rappresentanza degli assessori della Giunta Comunale di Bagheria.
Hanno partecipato inoltre: il dott.Vincenzo Oliveri, presidente della Corte dei Conti di Palermo; il dott. Luigi Croce, procuratore generale presso la Corte d’Appello; il dott.Francesco Messineo, procuratore capo presso il Tribunale di Palermo; il colonnello Teo Luzi, comandante provinciale dei Carabinieri di Palermo; il dott. Carlo Ricozzi, comandante provinciale della Guardia di Finanza; il dott. Luca Salvemini, dirigente del Commissariato di Bagheria; il dott. Giuseppe Cannizzaro, sindaco di Ficarazzi; il dott. Giovanni Di Giacinto, sindaco di Casteldaccia; il dott. Tommaso Mancuso, assessore allo Sviluppo Economico del Comune di Delia, in provincia di Caltanissetta, e tanti nipoti dell’appuntato Butifar, originario di Delia.
Sono intervenuti anche gli studenti delle scuole cittadine, per educarli alla legalità, che hanno sventolato la bandiera tricolore.

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Il picchetto d’onore.

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 Le trombe della fanfara suonarono il “SILENZIO” .

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Il lungo applauso della gente risuonò per tutta la piazza.
Le parole del sindaco di Bagheria Biagio Sciortino: ” Oggi recuperiamo la nostra memoria storica nel ricordo del sacrificio dei due carabinieri che persero la vita per garantire libertà e giustizia al nostro territorio.
Sono giunti al sacrificio estremo, cioè quello di donare la loro vita nell’adempimento del lavoro per la sicurezza di questa città
”.
Quindi il colonnello Teo Luzi ha preso la parola per commemorare i militi Salvatore Messina e Francesco Butifar e per ringraziare tutti coloro i quali con il loro lavoro continuano a garantire operazioni di legalità perché senza la mafia si respira e si vive meglio.
E’ col vostro aiuto che possiamo sperare in un destino migliore”.
Quindi il colonnello Teo Luzi ha ringraziato la città di Bagheria con queste parole: ”Per l’iniziativa, segnale di un cambio di rotta con il passato assieme ad altri segnali che questa amministrazione ha già dato, il segnale di rottura con il passato contrassegnato dalla criminalità e dall’omertà sociale, un segnale verso un futuro ispirato da principi di legalità, sviluppo e giustizia.
I due carabinieri non sono morti invano!
Le figure di Messina e di Butifar, che rappresentano migliaia di carabinieri, possono aiutare i giovani a capire la loro storia e a sperare in un futuro migliore
”.
Una cerimonia con un doppio valore: il riconoscimento del sacrificio dei due carabinieri e l’importanza dell’esempio e dell’impegno per la diffusione di legalità, di sicurezza e di giustizia.
Il maggiore Tocci, comandante della Compagnia di Bagheria, ha letto le motivazioni per le quali è stata donata la Medaglia al Valore Militare e alla Memoria ai due valorosi militi.
Nella piazza Messina-Butifar il 28 novembre di ogni anno è deposta una corona di fiori dinanzi alla lapide che ricorda i militari uccisi.

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Un gesto lodevole in quanto i Carabinieri offrono il loro quotidiano impegno al servizio delle comunità in genere.

 

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set 18, 2019 - Senza categoria    No Comments

A VINCENZO TOTO’ BAGLIONE INTITOLATA LA SALA DEI PRELIEVI NELLA SEDE DELL’AVIS A MISTRETTA

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Nel Vangelo secondo Marco (12,28-34) nel “primo dei comandamenti” è scritto: Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”
Gesù rispose: “ll primo è: Ascolta, Israele, Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. E il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi”.  Allora lo scriba gli disse: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore e con tutta la mente, e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici”.  Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio
”.
E questi comandamenti sono stati abbracciati da Vincenzo Baglione conosciuto dai mistrettesi col nome di Totò, e messi in atto durante la sua breve vita su questa terra. Totò era nato a Mistretta il 5 maggio 1942.
I suoi genitori gli hanno dato Vincenzo come nome di battesimo, ma lo hanno chiamato Totò in memoria del fratellino deceduto ancora bambino.
Totò ora fa parte della schiera degli Angeli nella gloria di Dio.  E’ deceduto a Carmagnola  il 17 maggio 2012.

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Uomo generoso, disponibile, altruista, nei limiti delle sue possibilità Totò ha sempre cercato di aiutare il suo prossimo, di alleviare alcune sofferenze, di essere utile.
Ecco perché, riconoscendo le sue nobili doti umane, l’AVIS AMASTRA, una realtà associativa di volontariato nata dallo spirito altruistico di Vincenzo Baglione, sabato, 15 settembre 2019,
Il presidente dell’Avis, il signor Sebastiano Chiella, è stato molto caloroso nell’invitare alla manifestazione d’intitolazione della sala prelievi in onore di Toto Baglione, un grande Uomo con un grande Cuore.
Il suo appello: “Se oggi esiste l’Avis di Mistretta il merito è suo, non mancate!”.

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 L’ASSOCIAZIONE AVIS AMASTRA ha onorato il suo ricordo intitolandogli la SALA PRELIEVI, sita in via Cairoli a Mistretta, con una semplice cerimonia alla quale ha partecipato molta gente per rendergli il meritato omaggio.

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 In particolare erano presenti: il signor Sebastiano Chiella, presidente dell’AVIS di Mistretta, che ha messo in luce la natura umana di Totò, uomo di grande cuore, che metteva l’altruismo al primo posto nella sua vita.

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Mons. Michele Giordano ha descritto Totò come un amico simpatico e intelligente, altruista e sensibile, che aveva una grande dote, quella di una capacità di ascolto e di farsi ascoltare fuori dal comune. Mons. Michele Giordano ha sottolineato come la vita di Totò sia stata ispirata al Vangelo. Una vita retta, dedicata agli altri.

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Il prof. Vito Portera ha descritto Totò come personaggio di grande simpatia. Ha sottolineato la genuinità e la schiettezza del carattere di Totò apprezzato da tutti.

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Il signor Calogero Giancarrà ha parlato della passione di Totò per La sua mountain bike.

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Il dott.Pippo Testa, in qualità di segretario della Società Agricola, sodalizio di cui Totò faceva parte, ha parlato del comportamento di Totò in seno al sodalizio.

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Dopo questi interventi c’è stata la scopertura della piccola targa posta sopra la porta a vetri della sala prelievi dedicata a Totò Baglione. A togliere il drappo rosso di copertura è stato il signor Calogero Baglione, fratello di Totò.

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 E’ stata consegnata la pergamena ricordo.

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La signora Marinella Lutri, cognata di Totò, ha letto la poesia da lei composta e dedicata che a Totò.

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Vincenzo Baglione è stato il fondatore del primo nucleo di donatori nel comprensorio di Mistretta.

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Cari amici, vi invito a osservare il video, realizzato dal telecronista di TM, l’amico Giuseppe Cuva, in modo da credere di essere stati presenti anche noi a questa commovente cerimonia dedicata a Totò Baglione.

 

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Il signor Gaetano Catania‎ a MiSTRETTANDO…MiSTRETTANDO…ha descritto l’amico:”Vincenzo  BAGLIONE…per gli amici ..Totò”.
Ho appreso con gioia che l’Associazione AVIS di Mistretta con una significativa e toccante cerimonia il 15 Settembre 2019 intende intitolare la ” Sala Prelievi ” della sede sociale, sita in via Cairoli, a VINCNEZO  BAGLIONE..detto ” Totò”.
Un caporale di Marina, mio affettuoso vicino di casa nella via Santa Caterina, a Mistretta, che, da pensionato, insieme ad altri pochi volontari, ha guidato e tenuta viva per alcuni anni l’Associazione AVIS di Mistretta.
Totò Baglione, dopo essere stato imbarcato per molti anni nella Marina Militare Italiana,

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posto in quiescenza, ebbe a cuore due grandi amori: la passione per la sua mountain bike e l’amore verso l’associazione AVIS di Mistretta.
La foto ritrae Totò quando ha conseguito il brevetto di paracadutista.

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Con la sua mountain bike ogni giorno, sia con il bel tempo, sia con il maltempo, con il sole o la pioggia, a volte anche con la neve, Totò, in sella alla sua bici, attraversava tutte le strade della zona, percorrendo Km e Km, con il suo classico abbigliamento, quasi da Garibaldino: con quell’immancabile fazzoletto rosso intorno al collo e il berrettino da ciclista. Lo s’incontrava ovunque e a tutte le ore, di giorno e di sera, anche di notte.  Infatti, Toto’ aveva montato nella sua bici dei faretti molto strani e ” particolari”.
Amava tanto la sua mountain bike, la teneva sempre lucida e pulita, accessoriata al massimo, compresa la classica borraccia d’acqua. Ed era sempre pronto a partire per mete improvvisate, traguardi sconosciuti, a volte fantasiosi e strani, ma per lui erano molto appaganti.
Oltre alla grande passione per la mountain bike, Totò aveva anche un altro grande amore: l’amore per il “prossimo”!
Tanta, ma tanta era la sua voglia di aiutare gli altri, soprattutto gli anziani, verso i quali si rendeva sempre pronto e disponibile, a volte anche servizievole.
Totò era una persona buona, umilissima, educatissima, gentile e affettuosa, sincera, quasi oserei dire in maniera fanciullesca.
Ed era proprio per il suo modo di essere, di apparire, di fare, di porsi alla gente, agli amici. Forse anche il suo modo di vestire, di parlare, semplice e pittoresco lo faceva apparire come un ” personaggio” uscito da una novella del ” Decamerone ” .
Questa sua disarmante semplicità, questo suo grande amore per il prossimo lo portarono a essere protagonista della nascita della Sezione autonoma dell’ AVIS di Mistretta.
Il nostro buon Totò, da Presidente, si diede subito un gran da fare e, affiancato da pochissimi volontari, fece immensi sacrifici per riuscire ad aprire una dignitosa sede nella centralissima Piazza Vittorio Emanuele.

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                                                                 Alcuni volontari

Ma Totò’, talvolta, proprio per quel ” personaggio” che appariva, ha dovuto subire non poche ironie da parte di alcuni nostri compaesani ai quali rispondeva sempre con garbo e con un pacato sorriso.
A dire il vero, non fu mai considerato dalla comunità mistrettese un effettivo “Presidente” dell’Associazione. Spesso veniva snobbato e, raramente, fu invitato a manifestazioni rappresentative pubbliche, ma soprattutto non fu mai tenuto nella dovuta e giusta considerazione dalla classe politica del tempo.
Perché?
Perché Toto’ era Toto’, un uomo semplice, ingenuo, non sapeva darsi le arie di un Presidente e veniva considerato da molti solo un “personaggio” e… basta.
L’Associazione AVIS di Mistretta oggi continua la sua meritoria e nobile opera, ma anche quella di raccogliere lusinghieri successi in campo Comunale, zonale e Provinciale, sotto la guida del  nuovo Presidente, il signor Sebastiano Chiella, coadiuvato da pochi volontari.  Recentemente l’Associazione AVIS ha aperto una nuova ed elegante sede, sita in via Cairoli, a Mistretta, assumendosi un onere economico rilevante, ma raccogliendo, soprattutto, quella grande eredità che Totò Baglione ha saputo lasciare: l’amore e la solidarietà verso il prossimo”.

I commenti:
di Elena Baglione: Questo era il Nostro Totò Baglione – Domani ore 16 cerimonia di intitolazione della Sala Prelievi di Mistretta – Non mancare rendiamo omaggio a Totò. lo merita!
Di Giuseppe Di Salvo: Onore a Totò Baglione!
Di Donatello Scieuzo: Onore a un uomo che ha donato il suo tempo al prossimo con amore.
Di Mariella Lutri: domani Avis  Amastra onorerà il tuo ricordo e ti verrà dedicata la  SALA PRELIEVI di Mistretta.
Di Nella Seminara: Grazie Totò per la tua disinteressata dedizione ai più deboli e ai più bisognosi.
Nella vita è più gratificante dare anzicchè ricevere!

 

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set 16, 2019 - Senza categoria    No Comments

LA PIANTA DI MORUS NIGRA NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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In un’aiuola della villa piazza centrale della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta vegeta bene la pianta di Morus nigra che, in questo mese di settembre, si fa ammirare per l’eleganza e la lucidità  delle sue foglie e per i frutti maturi e gustosi.nch’io ho assaggiato alcuni dei suoi frutti e sono buonissimi!

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Il Morus nigra pendula, il Gelso nero, è un alberello perenne, caducifoglio, appartenente alla famiglia delle Moraceae. Originaria dell’Asia centrale e orientale, dell’Iran, della Persia, della Turchia e dell’Arabia, la pianta fu introdotta in Europa almeno cinque secoli fa per l’allevamento dei bachi da seta, che si nutrivano delle sue foglie, e per l’alimentazione. In Europa l’allevamento del baco da seta risale probabilmente al VI secolo d.C. quando alcuni monaci riuscirono a sottrarre furtivamente alla Cina, che custodiva gelosamente il segreto della fabbricazione della seta, alcuni bachi e a portarli a Costantinopoli. Ancora oggi il Gelso nero, diventato spontaneo, è anche coltivato ad Orgosolo per produrre la seta che serve per realizzare il copricapo “u lióndzu” dell’abito tradizionale.
Il termine “Morus” deriva probabilmente dal celtico “mor”, nero”. Il termine   “nigra” deriva dal latino “niger” “nero”, per il colore dei suoi frutti.
Ovidio racconta la storia dei  babilonesiPiramo e Tisbe, due giovani che si amano intensamente nonostante l’opposizione delle famiglie. A causa di un tragico equivoco, muoiono entrambi e, per il sangue uscito dai loro corpi, le bacche del Gelso, l’albero del loro fatale incontro, cambiano il loro colore che da bianco diventa nero.
Il Morus nigra è una pianta molto longeva, che può vivere fino a 100-150 anni.
Alto fino a 3 metri, presenta il tronco brunastro, i rami di colore grigio e la chioma densa ed arrotondata. Le foglie, cuoriformi, piccole, compatte, di colore verde scuro e lucide nella pagina superiore, più chiare nella pagina inferiore, ruvide, hanno la lamina intera e il margine seghettato.
E’ una pianta monoica, cioè porta fiori femminili e fiori maschili separati, ma sulla stessa pianta e, raramente, sono bisessuali.

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I fiori maschili sono riuniti in amenti penduli, quelli femminili in spighe. Fioriscono tra aprile e maggio affacciati all’ascella della foglia, mentre l’apertura delle gemme è tardiva. L’infruttescenza è il sorosio, la mora, piuttosto grossa, di circa 2 centimetri di diametro, dal colore rosso quando è acerba, che diventa scura e poi nera a completa maturazione.

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Il vero frutto è l’achenio racchiuso nel sorosio che ne contiene tanti. Lamoraè costituita per l’85% di acqua e contiene: carotene, sostanze antocianiche, fibra grezza, acidi liberi e molti zuccheri. Come tutti ifrutti di bosco, è ricca di vitamineB1,B2 e C.
Il sorosio, commestibile, molto apprezzato, carnoso, oblungo, matura da luglio a settembre e, per il sapore dolciastro, è molto gradito agli uccelli che aiutano la disseminazione trasportando i semi anche lontano dalla pianta madre. I frutti del gelso sono graditi anche all’Uomo e vengono consumati per lo più freschi, appena staccati dalla pianta. La germinazione prorompe tutta insieme così intensamente da compiersi nel giro di una notte.
La pianta del Morus nigra è frugale, rustica e non teme le malattie. Gradisce un clima temperato, ma resiste discretamente a temperature molto basse qual è il freddo invernale di Mistretta; pertanto vegeta in pianura e in montagna incontrandola fino ad un’altitudine di 1000 metri. Ama essere esposta alla luce e al calore solare su un substrato fertile, profondo, ben drenato, umido, ma senza ristagni idrici. Durante il periodo primaverile ed estivo è bene somministrare l’acqua in quantità moderata, ma frequentemente, poiché il Gelso gradisce un’elevata umidità del terreno.
Dopo la fioritura e la raccolta del frutto, è bene liberare la pianta dai rami frondosi mediante un semplice taglio netto e rasente al tronco o alla testa di Morus.
Del Morus nigra si usano non solo i frutti, le more, ma anche le radici, la corteccia della radice e dei rami e le foglie. Già i Romani conoscevano i frutti che erano apprezzati non solo da Ovidio, ma anche da Plinio il Vecchio. Anticamente erano usati come prezioso rimedio universale: infatti se ne ricavavano diversi miracolosi medicinali.Plinio il Vecchio sosteneva che il Gelso costituiva una cura efficace contro la diarrea, combatteva i parassiti intestinali e le foglie, tritate e mescolate a un poco d’olio, venivano applicate sulle ustioni.
Le more di Gelso sono antidiabetiche e astringenti. Stimolano l’apparato gastrointestinale,curano il mal di denti, la stitichezza, gli eczemi e la tosse,riducono la febbre e inducono sonnolenza. La radice ha azione purgativa e diuretica. La corteccia agisce come disinfettante e cicatrizzante. Gli infusi delle foglie, i decotti delle radici e lo sciroppo delle more sono utili per curare i disturbi interni. Gli impacchi delle foglie bollite servono per aiutate la cicatrizzazione delle ferite. La polpa è usata in cosmesi per maschere lenitive di pelli secche. Il succo è impiegato in lozioni idratanti.
. In cucina il Morus nigra è usato per produrre marmellate, gelatine, confetture, sorbetti, dolci e grappe. Alcuni popoli dell’Himalaya ricavano dalle more secche una farina che, mescolata  a quella delle mandorle, è consumata durante l’inverno.
Il succo delle more rosse, per la sua intesa colorazione, è impiegato dall’industria dei gelati come colorante naturale. Nel linguaggio dei fiori il Gelso significa “asperità” per il sapore acidulo dei frutti immaturi.

 

 

 

 

 

 

 

BROUSSONETIA PAPYRIFERA

 

Subito dopo aver superato il cancello, percorrendo il viale di destra, dopo pochi passi, sul lato sinistro s’incontra la pianta di Broussonetia papyrifera, più comunemente chiamata “Gelso da carta, Moro cinese”. Arbusto appartenente alla famiglia delle Moraceae e originario dell’Asia orientale, soprattutto del  Giappone e della Cina, è stato importato in Europa nella metà dei secolo XVIII come pianta ornamentale dove si è naturalizzato.  Si trova facilmente ovunque: lungo i bordi delle strade, sui binari ferroviari, nei terreni incolti, lungo le piagge. In Italia la pianta è stata introdotta nel 1760 come essenza botanica rara e coltivata in alcuni giardini solo come elemento decorativo ed è presente in tutta la penisola e nelle grandi isole. Data la sua rapida velocità di crescita, se il suo sviluppo non viene controllato, si trasforma in una pianta altamente infestante. Il nome del genere “Broussonetia” è un omaggio al francese Pierre Marie Auguste Broussonet (1761-1807), medico, naturalista e professore di Botanica all’Università di Montpellier, che fu il primo studioso ad introdurre in Francia gli alberi femminili del Gelso di carta. Il nome di “Gelso da carta” ricorda l’utilizzo della sua corteccia per la produzione della carta in Asia orientale sin dai tempi remoti.

La pianta presenta un portamento che può essere sia arboreo, con chioma larga ed espansa, sia cespuglioso, con chioma più bassa e ramificata. La pianta presente nel giardino di Mistretta cresce sia in altezza che in larghezza dando origine ad un arbusto arrotondato. Il tronco ha uno sviluppo eretto e snello alto circa due metri. Nella sua terra d’origine può raggiungere anche i 15 metri di altezza. Il tronco è rivestito dalla corteccia grigio-giallastra chiara, liscia e punteggiata di bianco sui rami della pianta giovane poi, screpolata superficialmente, lascia  intravedere il sughero sottostante di colore bruno-violaceo. I rami giovani sono pelosi ed ispidi. La maggior parte delle foglie ha una forma ovale, ma questa pianta ha una particolarità: a seconda dell’età e delle condizioni di crescita, le foglie sono dimorfe e possono diventare lobate, palmate o cuoriformi. Quelle poste alla base dei rami sono intere, quelle distali, alle estremità dei rami, presentano da 3 a 5 lobi profondi separati da una insenatura. Le foglie, picciolate, semplici, alterne, a lamina col margine dentellato nelle foglie superiori delle piante adulte e negli individui giovani anche in quelle basali, sono ruvide, coriacee e con una sottile peluria. Sono di colore verde intenso nella pagina superiore, grigiastre e tomentose nella pagina inferiore e presentano tre nervature principali. L’insieme delle foglie forma la chioma ampia, allargata, abbastanza irregolare e non troppo densa che, in estate, assume una colorazione verde viola. Le foglie in inverno non rimangono sulla pianta. La Broussonetia papyrifera è una pianta dioica, quindi i fiori apetali sono portati da individui diversi. Gli arbusti maschili producono piccoli fiori verdi-giallognoli raggruppati in allungati amenti cilindrici; gli arbusti femminili formano piccoli capolini sferici e compatti di fiorellini di colore bianco crema ridotti al solo pistillo. La fioritura avviene da maggio a giugno. L’impollinazione è favorita dal vento.

Il frutto, un sorosio sferico, carnoso, di 2 centimetri di diametro, di colore arancio-rossastro a maturità, commestibile e dal sapore dolciastro, non ha impieghi particolari. La moltiplicazione avviene per seme in autunno, oppure per talea semilegnosa in estate. Si moltiplica normalmente anche tramite il trapianto di polloni basali che è possibile asportare. Facendoli prima radicare in un contenitore, si porranno a dimora la primavera successiva.

 

 

             Ombre di foglie                                               Amenti                                  Frutti

 

Piuttosto rustica, la pianta ha una grande importanza dal punto di vista ecologico poiché, facendosi coltivare con gran facilità e producendo numerosi polloni, si presta per colonizzare i terreni sterili e per stabilizzare quelli mobili e franosi. Indifferente al substrato, preferisce un terreno di tipo calcareo, sciolto, umoso e con un ottimo drenaggio. Predilige posizioni soleggiate, ma si sviluppa anche in posti scarsamente luminosi. Non teme il freddo e sopporta gelate anche intense e prolungate. Tollera la siccità, ma è bene ugualmente irrigare il terreno quanto basta. In genere, non si utilizzano concimazioni, anche se è consigliabile interrare del fertilizzante ai piedi del fusto in primavera. Prima dell’arrivo dei mesi freddi, si consiglia un trattamento antifungino ad ampio spettro; le piante, che sono state colpite da patologie fungine, vanno curate in maniera particolare raccogliendo e bruciando tutte le foglie affette dalla malattia. La Broussonetia papyrifera teme particolarmente l’attacco di lepidotteri defogliatori, come il Bruco americano.

La pianta possiede diverse proprietà medicinali: è galattogoga, diaforetica, emostatica, astringente, oftalmica, stimolante, stomachica, diuretica, lassativa, tonica. In Cina è utilizzata in sostituzione del Gelso per l’allevamento dei bachi da seta.  Dalla corteccia della pianta si ricavano fibre molto lunghe usate in Polinesia per produrre filati e tessuti. Nei territori d’origine la corteccia macerata era un tempo utilizzata per produrre la carta pregiata, dall’aspetto fine e setaceo, conosciuta col nome di “carta cinese o carta di seta”. La produzione della carta risale al II secolo d.C.  Il ministro cinese Ts’ai Lun si recava ogni giorno presso uno stagno adibito a lavatoio e lì osservava le donne che lavavano i panni. Un giorno si accorse che le fibre, staccate dai panni logori per lo strofinio e per la sbattitura esercitati dalle lavandaie, si accumulavano in un’ansa dello stagno e si riunivano come un feltro sottilissimo. Ts’ai Lun raccolse con delicatezza il batuffolo, lo pose ad essiccare e lo distese. Nacque, così, un foglio di una certa consistenza, di colore biancastro ed idoneo per la scrittura. Il ministro ordinò di sostituire, nella fabbricazione dei feltri, le fibre animali con quelle vegetali. Il primo materiale adottato da Ts’ai Lun fu la corteccia della Broussonetia papyrifera. La parte fibrosa della corteccia era messa a macerare in acqua, risciacquata e, successivamente, battuta in mortai di pietra fino ad ottenere una pasta uniforme di fibre cellulosiche. La pasta, diluita con abbondante acqua, era versata sopra la “forma“, un reticolo formato da sottilissimi bastoncini di Bambù. L’acqua passava attraverso le maglie del graticcio e le fibre, stringendosi tra loro, restavano in superficie formando un foglio di piccolo spessore che, staccato dalla forma, era posto ad essiccare all’aria. L’impiego della carta come elemento per la scrittura è da ricollegare alla percentuale di diffusione della cultura che, anticamente, era privilegio solo di pochi. La richiesta della carta per scrivere è stata inizialmente piuttosto ridotta. La carta, infatti, ancor prima di essere usata come supporto per la scrittura, in Cina era stata impiegata per realizzare capi di vestiario. Le prime citazioni relative a quest’uso risalgono al primo secolo a.C. Intorno alla metà del III secolo d.C. i preti taoisti, i poeti e gli scolari indossavano cappelli di carta. Con la carta si costruivano aquiloni, lanterne e ventagli. I ventagli di carta esistevano già fin dal IV secolo quando gli imperatori della dinastia Chin vietarono, per questioni economiche, l’uso della seta per la loro preparazione. Al IX secolo risale, probabilmente, l’uso della carta moneta: si ritiene, infatti, che in quel periodo, essendo aumentate le transazioni commerciali, si sia resa necessaria una moneta più leggera di quella metallica, pesante e poco trasportabile. La diffusione della carta nel mondo si deve attribuire ai musulmani che, nel 751, conquistarono Samarcanda prendendo come prigionieri alcuni cinesi che rivelarono ai conquistatori il segreto della fabbricazione della carta. Proprio Samarcanda, città dell’Uzbekistan, in Asia centrale, divenne il primo grande centro musulmano di produzione della carta realizzata con un misto di lino e di canapa. Per almeno cinque secoli la diffusione della carta nel mondo occidentale segue di pari passo le conquiste dell’esercito del Profeta. La carta raggiunse l’Egitto alla fine dell’VIII secolo. Tra il X e il XII secolo si diffuse in Africa Settentrionale. Nella valle del Nilo si passò dall’antica utilizzazione del Papiro, l’ultimo Papiro egiziano noto risale al 935, alla produzione di una carta simile a quella di Samarcanda, ma molto più fine con la quale sono state realizzate lussuose edizioni del Corano. Nel X secolo la Sicilia divenne un importante centro di commercio della carta. Nel 1072 Ruggero di Normandia conquistò l’isola e la carta divenne il materiale ufficiale dei documenti dello stato normanno. Nel XIII secolo, grazie a Federico II, Palermo divenne uno dei centri più rilevanti in Europa per la produzione della carta.

 

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set 7, 2019 - Senza categoria    No Comments

L’ABIES PROCERA REALE NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Verso la metà del secolo scorso lo scozzese David Douglas introdusse l’Abies procera reale, albero dal bellissimo portamento, nel nuovo ambiente delle “policies”, cioè dei boschi ornamentali che circondavano le case gentilizie di campagna in Scozia.
Nel giardino “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta si può ammirare l’Abies procera reale appoggiato quasi alla ringhiera percorrendo il viale di destra della villa.

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Fa da sfondo la casa del prof. Sebastiano Ribaudo posta tra la strada Scalinata e la strada Siracusa a Mistretta.

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 L’Abies procera, sottospecie “reale”, appartenente alla famiglia delle Pinaceae, è un albero sempreverde originario dell’America settentrionale e diffuso nella Catena delle Cascate in una vasta regione compresa tra lo stato di Washington e la California settentrionale.Comunemente chiamato anche Abete Nobile, è più famoso come Albero di Natale. In Europa si è adattato a vivere ad alte quote perché è una pianta molto resistente.
L’Abies reale è una conifera che cresce rapidamente sollevandosi di 40, 50 centimetri l’anno. Presenta uno sviluppo eretto e l’esemplare adulto supera i 30 metri d’altezza.

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Il fusto è abbastanza spoglio nella parte bassa, mentre molte ramificazioni si sviluppano nella parte alta. E’ rivestito dalla corteccia che, nelle piante giovani, è di colore grigio–argenteo, èmarrone-rossiccia e profondamente fessurata nelle piante adulte.

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 I rami sono rigidi, orizzontali al terreno. I rametti hanno piccoli peli ruvidi. Le gemme invernali sono resinose.

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Le foglie, aghiformi, molto fitte, lunghe da 2 a 4 centimetri, lisce, rigide, acuminate o leggermente dentellate all’apice, sono di colore verde-blu-argenteo su entrambe le pagine. Sui rami bassi, all’ombra, gli aghi rimangono appressati al rametto; sui rami alti, in piena luce, sono lunghi e rivolti all’insù.

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 La chioma assume la caratteristica forma conica, appuntita, con ramificazioni dense che conferiscono alla pianta un aspetto assai ornamentale.

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 Sono presenti le infiorescenze maschili e femminili. I fiori femminili sono raggruppati in strobili di squame spiralate portanti alla base gli ovuli; i fiori maschili, raggruppati pure in coni, che si formano in prossimità della cima negli esemplari adulti, sono formati da stami squamiformi. La fioritura avviene in autunno, da settembre a novembre.
Alla fioritura seguono i frutti. Sono le pigne erette, lunghe circa 20 centimetri, di colore giallo-marrone, presenti solo su alberi alti più di 6 metri e provviste di brattee sporgenti, acuminate e rivolte verso il basso. La pigna racchiude i semi alati che, quando si disintegra a maturità, li libera cadendo a terra e lasciando sull’albero il rachide sottile. La moltiplicazione avviene per seme. Il periodo migliore per la semina è la primavera. S’interrano leggermente i semi in un miscuglio di terriccio e di sabbia mantenuto abbastanza umido fino alla germinazione.
L’Abies procera reale è strettamente affine all’Abete rosso e all’Abete del Caucaso con i quali può ibridarsi.
L’Abies procera reale è una pianta rustica, ma di non facile adattabilità. Esige climi freschi e con piovosità abbondante e ben distribuita, perciò non è molto diffuso nel nostro Paese.
Predilige terreni soffici, freschi, profondi, privi di ristagno idrico, ma abbastanza umidi. Resiste al vento e al freddo, può sopportare temperature molto rigide, teme la siccità prolungata, quindi è consigliabile annaffiare, soprattutto gli esemplari giovani, durante i mesi estivi.
Periodicamente bisogna arricchire il terreno con un abbondante fertilizzante.
Per uno sviluppo equilibrato dell’Abete procera reale è bene scegliere una posizione in semi-ombra dove la pianta può godere della luce diretta del sole soltanto durante le ore più fresche della giornata.
Nei mesi estivi è bene praticare trattamenti mirati, specifici contro i parassiti, da praticarsi soltanto quando si nota sulla pianta la presenza di funghi o di insetti.
In genere, in questo periodo dell’anno è molto probabile l’infestazione da parte degli Acari e della Ruggine il cui sviluppo è favorito dal clima secco.
Talvolta è attaccato dagli insetti del genere Adelges, molto aggressivi e nocivi.
 L’Abies procera reale è comunemente coltivato per il rimboschimento.
Produce un legno leggero e piuttosto solido, a grana fine e compatta.
Nell’America settentrionale è usato per opere di falegnameria non destinate a restare all’aperto.

 

 

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ago 30, 2019 - Senza categoria    No Comments

“DOMENICO DOLCE” IL GIGANTE BUONO …..DI SAN SEBASTIANO

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Tante altre volte ho avuto l’occasione di parlare di notevoli personaggi di Mistretta che si sono distinti nel mondo della poesia, della letteratura, della pittura, della scultura, del giardinaggio, dell’arte del ricamo etc.
Questa volta devo inevitabilmente parlare del “GIGANTE BUONO …..DI SAN SEBASTIANO” come l’ha definito l’amico Gaetano Catania.
E’il giovane DOMENICO DOLCE!

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Personalmente lo conosco da tanto tempo e ho sempre ammirato in lui la serietà nel comportamento, la dedizione nel gestire, assieme ai membri del vecchio e del nuovo comitato dei festeggiamenti di San Sebastiano di Mistretta, la festa di San Sebastiano. Con amore e devozione abbellisce la statua e il fercolo di San Sebastiano, il Santo patrono della città di Mistretta.

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Con altri devoti collabora nell’organizzazione della festa della B.V. Maria Assunta in cielo. Custodisce la chiesa di San Giovanni e i suoi tesori.

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Nato a Mistretta il 19 aprile 1984, Domenico svolge il suo lavoro di camionista e, quando si trova a Mistetta, dedica parte del suo tempo libero a queste attività extra, ma che lo gratificano e lo elogiano.
Riporto integralmente il post dell’amico Gaetano Catania pubblicato su FB perché è giusto che i mistrettesi e non solo possano conoscere meglio la personalità di Domenico ringraziandolo per tutto l’impegno profuso nella cura delle feste paesane e delle chiese e, soprattutto, nel divulgare importanti notizie sulla chiesa di San Sebastiano, sulla statua e sul fercolo di San Sebastiano e sulla chiesa di San Giovanni.

Gaetano Catania scrive: ”Oltre ad essere il << veterano>> del Nuovo Comitato per i festeggiamenti di San Sebastiano Domenico Dolce è anche il vero motore del Comitato. Un motore a quattro cilindri che dà a questa macchina organizzativa un impulso straordinario, soprattutto per la sua irrefrenabile e inarrestabile voglia di lavorare affinché tutto possa funzionare alla perfezione. Ed è grazie a Lui se quest’anno i complimenti, per l’intera organizzazione della Grande Festa, si sono elargiti, sia sui social sia nei commenti nei bar, da parte di tutta la Comunità mistrettese e non solo. Tantissimi sono stati, infatti, gli attestati di stima e di elogio diretti al Comitato dai tanti forestieri accorsi a Mistretta per vedere la più spettacolare e suggestiva festa che si svolge in Agosto in quasi tutta la Sicilia: la festa di San Sebastiano.
Domenico Dolce non è soltanto il motore principale del Comitato ma, grazie alla sua straordinaria volontà e caparbietà nonché alla sua straordinaria disponibilità e umiltà, è anche un grande benefattore per aver dato sempre un importante e fattivo contributo al patrimonio storico di Mistretta rappresentato anche dalle nostre storiche chiese. Per questi meriti è stato nominato dal nostro Arciprete Mons. Michele Giordano custode e responsabile della magnifica e storica chiesa di San Giovanni. Domenico non si è beato di questo incarico un solo istante, ma si è messo subito al lavoro. In poco tempo è riuscito, con l’aiuto di altri volontari, a sistemare alcune strutture della chiesa che erano diventate pericolose a causa di infiltrazioni di acqua piovana che stavano danneggiando anche tutte le opere d’arte in essa custodite e che Lui in questi anni ha fatto restaurare. Inoltre ha ripristinato anche tutto l’impianto elettrico, ormai vecchio e mal funzionante, diventato molto pericoloso potendo causare un accidentale incendio. Domenico ha saputo riportare, dopo ben 26 anni, nella sede originale, l’Altare Maggiore della chiesa di San Giovanni, ben 34 candelabri piccoli e 6 grandi, d’inestimabile valore artistico e non solo, essendo tutti ricoperti di oro zecchino e decorati con ” lacche ” e che per tanti anni sono stati custoditi da Padre Arciprete Michele Giordano. Durante i lavori di restauro Domenico ha fatto anche una eccezionale scoperta: dietro la grande tela dell’Altare Maggiore, che riproduce il Battesimo di San Giovanni, Domenico ha scoperto una nicchia con una vecchia statua lignea di San Giovanni Battista, presumibilmente opera dello scultore amastratino Noè Marullo, e che ha prontamente messo in sicurezza trasportandola nel Museo Parrocchiale della Chiesa Madre. Oltre alla vecchia statua di San Giovanni, Domenico ha avuto l’interesse di recuperare altre importantissime statue abbandonate in magazzini di fortuna e portati nel Museo per un eventuale restauro. Si possono, infatti, ammirare al museo vecchie e interessanti statue lignee, tele, stellari, raggeri di antichissima fattura e realizzati da eccellenti autori come il nostro concittadino Noè Marullo. Sono custodite le statue di Sant’Onofrio, di Sant’Antonino Abate e di San Barnaba, che molti studiosi amastratini definiscono il vecchio patrono di Mistretta.
Sono custoditi anche un suggestivo ed espressivo vecchissimo “Cataletto ” e tanti altre opere d’arte che Domenico Dolce ha avuto la grande sensibilità di recuperare e di custodire a beneficio della storia e della cultura amastratina
”.
Molti sono i favorevoli commenti di tante persone che conoscono i valori umani, religiosi e culturali di Domenico e che mi permetto di trascrivere.
Il commento di Antonella Giordano Fausto Di Franco: Domenico è veramente una persona da ammirare per la profonda fede e per l’impegno che mette nell’organizzare la festa del nostro Patrono, ma anche per l’impegno che ha messo per rivalutate la chiesa di San Giovanni.
Il commento di Annunziata Indovino: Bravo mio cugino Domenico si dedica col cuore a tutto quello che fa.
Il commento della prof.ssa Marisa Antoci: Gaetano, come non condividere ogni parola di quello che hai scritto..?!! Aggiungerei soltanto che Domenico, tra le tantissime qualità, ne annovera una importante: L’umiltà che connota proprio le “Grandi” Persone!!!
Il commento di Rosa Porrello: Bellissima la chiesa di San Giovanni.
Il commento di Nonnamagna Marianda Rita: Che meraviglia. Complimenti!
Il commento di Antonella Catania: Complimenti!
Il commento di Nina Ticonosco: Finalmente c’è qualcuno che si prende a cuore questa bellissima chiesa, bravo Domenico!
Il commento di Nella Seminara: Bravo Domenico. Ti ringrazio per la tua buona volontà, per il tuo interesse nel custodire, proteggere e valorizzare i tesori dei mistrettesi.

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