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dic 30, 2019 - Senza categoria    No Comments

L’ANNO SANTO MARIANO NEL SANTUARIO DI MARIA SANTISSIMA DEI MIRACOLI A MISTRETTA 15/12/2019 – 11/01/2021

Dal 15 dicembre 2019 e fino  all’11 gennaio 2021 tutti i mistrettesi sono coinvolti in un importantissimo evento:  la celebrazione dell’Anno Santo  Mariano per il 400° anno della sudorazione della statua della Madonna dei Miracoli avvenuta il 15 dicembre 1619. Il 15 dicembre 2019 la solenne funzione religiosa, celebrata nel santuario della Madonna dei Miracoli a Mistretta, concelebrata da Mons. Guglielmo Giombanco, Vescovo della diocesi di Patti, e da Mons. Michele Giordano, arciprete del Santuario, è stata trasmessa in diretta e in mondovisione dalla Rai1 presente all’evento.

Per ricordare il prodigio della miracolosa sudorazione la terza domenica di maggio di ogni anno la Madonna dei  Miracoli è portata in processione fino alla chiesetta di Maria SS.ma dei Miracoli detta  “ra Matr’i Mraculi”.
Probabilmente la statua della Madonna dei Miracoli sarà portata in processione il 9 agosto 2010 per le vie della città fino alla chiesetta .

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dic 17, 2019 - Senza categoria    No Comments

SOLENNE CELEBRAZIONE DELLA SANTA MESSA PER I 400 ANNI DALLA SUDORAZIONE DELLA MADONNA DEI MIRACOLI A MISTRETTA

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Il 15 dicembre 2019 è stata la giornata più bella vissuta da Mistretta e dai mistrettesi. Sicuramente questa data è stata impressa nella loro memoria e sarà conservata per sempre.
Sono giunti a Mistretta i telecronisti della Rai Uno, con le loro telecamere, per trasmettere in diretta, in mondovisione, dal Santuario di Maria Santissima dei Miracoli, la celebrazione della Santa Messa solenne di apertura dell’Anno Mariano, nella terza domenica di Avvento,  per commemorare i 400 anni della sudorazione della statua della Madonna dei Miracoli a Mistretta.

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Per la riuscita di questo importantissimo momento religioso bisogna ringraziare l’amico Sebastiano Insinga, mistrettese e devoto della Madonna, che ha avuto l’idea di prendere contatti con la Rai Uno.  Ha coordinato l’evento Mons. Michele Giordano, arciprete del santuario della Madonna dei Miracoli, coadiuvato da tanti giovani parrocchiani . Grande entusiasmo è stato dimostrato dalla comunità mistrettese alla notizia della presenza della Rai Uno a Mistretta per trasmettere in diretta televisiva il ricordo di questo avvenimento.
Era il 15 dicembre del 1619 quando un violentissimo terremoto investì Mistretta e il suo territorio senza provocare morti fra la popolazione.
In quella occasione fu attribuito il titolo ”dei miracoli” alla Madonna di Loreto che ha sudato. In un atto pubblico, conservato nella chiesa Madre, si legge: ” La statua, il 15 dicembre 1619 dopo vespro mandò fuori per lo spazio di 3 ore con stupore e commozione di tutta la città tanto umore da tutte le parti che se ne poterono riempire caraffe e inzuppar bambagie e tovaglie”.
Il popolo mistrettese attribuisce alla Madonna la protezione di tutte le calamità naturali, soprattutto dei terremoti.
Il 16 febbraio del 1783 le autorità di allora, davanti al notaio, hanno fatto Voto alla Madonna che così recita: “Da allora si è accesa in tal modo la fiamma della devozione che par che ognuno, sin dalle fasce, non respiri che devozione, confidenza, tenerezza ed amor filiale verso Maria dei Miracoli”.

E’ la lampada votiva che arderà per sempre ai piedi della Madonna dei Miracoli.

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Nel voto fu stabilito di festeggiare solennemente il giorno 11 gennaio celebrando la Santa Messa come se fosse un giorno festivo.
La celebrazione eucaristica è stata officiata da Mons. Guglielmo Giombanco, Vescovo della Diocesi di Patti, da Mons. Michele Giordano,arciprete del santuario della Madonna dei Miracoli, da padre Giovanni Lapin, parroco della chiesa di  Santa Caterina D’Alessandria, da padre Massimiliano Rondinella e da altri sacerdoti della diocesi di Patti.

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Ha animato la funzione religiosa un unico coro riunito formato dal Coro Claudio Monteverdi di Mistretta, dal Coro parrocchiale e dalle voci bianche e diretto dal maestro Maria Alfieri.

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Il dott. Sebastiano Zingone ha suonato l’organo.

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 Alla cerimonia eucaristica erano presenti le autorità civili e militari e un gran numero di fedeli che hanno riempito la chiesa all’inverosimile.

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Prima dell’inizio della celebrazione eucaristica in diretta televisiva, alle ore 10.55 su Rai Uno, il telecronista, signor Orazio Coclite, ha illustrato le bellezze della città di Mistretta: il Santuario di Maria SS.ma dei Miracoli, il bellissimo simulacro di Maria, la chiesa di San Sebastiano, i ruderi del I  castello, alcuni palazzi signorili, la pietra rosata aiutato dal  regista il signor Gianni Epifani.

Propongo la visione del filmato del prof. Lucio Vranca

 

 

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Ascoltiamo l’omelia del Vescovo

 

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Mariella Di Salvo e Orazio Coclite

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Lorenzo Caruso e Orazio Coclite

Madonna dei Miracoli, Mamma nostra e Mamma mia, noi mistrettesi ti siamo tutti devoti!
Grazie per questa indimenticabile giornata!
Non bastano le mie parole per descrivere l’emozione da me provata nel partecipare alla funzione religiosa, attraverso la televisione, perché lontana da Mistretta.

 

 

 

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dic 13, 2019 - Senza categoria    No Comments

LA PALMA NANA NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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 Illustre esemplare della flora del giardino di Mistretta, in Toscana conosciuta come “Palma di San Pier” e in Sicilia “Giafagliuni“, è la Chamaerops humilis, la Palma Nana, detta anche “Palma a ventaglio”.

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Appartenente alla famiglia  delle Palmae o Arecaceae, e unica Palma spontanea d’Italia, è coltivata in quasi tutte le sue regioni, dalla Sardegna, alla Sicilia, alla Calabria, alla Toscana centro-meridionale comprese alcune isole del Mar Tirreno, territori nei quali si può allontanare dalle coste e risalire le pendici dei rilievi montuosi.
Al Nord è conosciuta solo per alcuni nuclei relitti nel territorio del Parco di Portofino, in Liguria. In Sardegna la specie si presenta in popolamenti, a volte fitti, di individui veramente nani.
La Chamaerops humilis è comparsa, infatti, proveniente dai paesi mediterranei occidentali, durante l’era terziaria quando il clima, tipicamente tropicale, ha favorito la sua diffusione nell’Italia mediterranea insieme con altri quindici generi di palme oggi estinti.

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Il nome Chamaerops deriva dal greco “χαμαί ”, ”sulla terra, nel suolo” e “ράβδος”, “verga, virgulto”, e allude al portamento grosso e corto della pianta.
I greci la chiamavano Phoenix chamaeriphes, che significa letteralmente “palma gettata per terra“.
Carlo Linneo la chiamò “Chamaerops humilis”, ma di umile ha solo la statura che, nelle nostre regioni, raramente supera il metro d’altezza e di diametro; per il resto non ha nulla da invidiare alle consorelle più sicuramente tropicali.
E’ una pianta di carattere, che vanta peculiarità degne di nota.
Si presenta in forma cespugliosa, con esemplari isolati sparsi qua e là nel folto della macchia mediterranea.
Spontanea, si può incontrarla soltanto lungo la fascia mediterranea della Penisola Iberica, in Africa, lungo le coste del Marocco, in Algeria, in Tunisia.
In Sicilia vegeta ovunque, dal livello del mare a oltre 1000 metri. A Monte Cofano e nella Riserva dello Zingaro di San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, assume caratteristiche forme ad albero. Non vi è altro posto al mondo ove non possa attecchire spontaneamente. A Licata, il mio paese adottivo, è presente sulla Montagna di Montesole, nei terreni non direttamente esposti all’azione dei venti marini e ovunque, sulle colline che chiudono la Piana. La sua presenza è, infatti, strettamente legata al clima di Licata, di tipo mediterraneo occidentale, con elevatissima siccità estiva e che la nostra Palma supera brillantemente affondando le radici nell’umidità della roccia. Sa resistere anche a temperature relativamente fredde, ma solo per periodi brevi, adattandosi a quelle invernali di Mistretta.
Il portamento della pianta è quello tipico delle palme.

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Presenta un aspetto cespitoso, con fusto eretto, basso, ma può raggiungere l’altezza di alcuni metri, a volte ramificato alla base dalla quale possono partire fusti multipli che portano, all’apice, una chioma arcuata di foglie riunite in un ciuffo alla sommità.
Il fusto è ricoperto da un tessuto fibroso di colore bruno e sono evidenti i resti squamosi delle guaine fogliari morte.
La corteccia è di colore marrone scuro o rossastra. Le foglie, di colore verde sulla pagina superiore e quasi bianco sulla pagina inferiore, sono sostenute da un picciolo allungato, legnoso, munito di spine laterali pungenti e fastidiose. Sono persistenti, rigide, dritte, con lamina palmata, larga fino a 45 centimetri, divisa in 16-20 segmenti appuntiti che le donano l’aspetto di un ventaglio. Esse conferiscono a tutta la pianta un alto valore decorativo e danno una buona e piacevole dose d’esotismo.

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Le foglie della Palma nana sono simbolo “di vittoria e di successo”. Il disegno delle foglie a ventaglio della Palma nana spesso era riprodotto nelle antiche monete e nelle medaglie siciliane di Segesta.
La Palma nana è una pianta dioica, quindi ha infiorescenze unisessuali che sono portate da piante distinte. I fiori, unisessuali, numerosi, molto piccoli, di colore giallo zolfo, riuniti in infiorescenze a forma di dense pannocchie che si originano alla base delle foglie, tra i piccioli, avvolte da una spata bivalve, compaiono in maggio.

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L’impollinazione avviene tramite il vento e gli insetti. I frutti, le drupe, maturano ad ottobre. Sono carnosi, ovoidali, a grappoli di colore giallo-rossastro nelle prime fasi, successivamente di colore marrone a maturità. Sono lunghi 2-3 centimetri ed hanno la polpa assai fibrosa e leggermente zuccherina, un odore sgradevole e non sono commestibili.

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Contengono un solo seme di consistenza legnosa e con embrione bianco.
La pianta si riproduce nei mesi di aprile-maggio per seme, ma i polloni, che si formano alla base del fusto  e che hanno almeno 2-3 foglie,  si possono mettere a radicare dentro vasi riempiti di terriccio, torba e sabbia per poi deporli definitivamente nel terreno ottenendo nuove piantine.
La Palma nana è un elemento ornamentale noto in tutto il mondo; s’incontra, infatti, nelle aiuole cittadine, nei parchi e nei giardini, normalmente coltivata in piena terra, ma spesso anche in vaso.
La pianta ama vivere in un ambiente dove la luce è molto intensa per diverse ore e, essendo xerofila, gradisce un substrato soffice e permeabile, molto ben drenato, a base di terra sabbiosa e pietrosa. Le annaffiature devono essere frequenti in estate, ridotte in inverno.
Il clima primaverile, con un elevato sbalzo termico tra le ore diurne e quelle notturne, le piogge abbastanza frequenti possono favorire lo sviluppo di malattie fungine che vanno trattate preventivamente con un fungicida adatto. Bisogna prevenire anche l’attacco degli Afidi e delle Cocciniglie.
La Palma nana è stata per secoli utilizzata dalle popolazioni locali come nutrimento di base, in tempi di carestia, in sostituzione della patata prima dell’introduzione dei cereali. Della Palma nana è apprezzato il germoglio apicale, biancastro e midolloso, edule, utilizzato nell’alimentazione come cavolo-palmizio soprattutto nei paesi del Nord Africa, ma anche in Sicilia dove è noto come “u giafagghiuni”.
Nell’antico dialetto licatese il nome “giafagliuni” è usato anche come un traslato col significato di “persona alta e magra”.
I berberi preparavano un tipo di farina con le parti sotterranee più molli della pianta. Nella zona del trapanese è chiamata “giummarra“, dall’arabo “giummar“, tradotto dagli studiosi come midolla di Palma. Un cibo misero, indubbiamente, ma fondamentale per la sopravvivenza.
Si mangiavano anche le drupe rotonde, in verità poco appetitose, ma leggermente zuccherine, quindi, meglio di niente.
Questo trattamento distruttivo ha certamente contribuito a ridurre pesantemente le popolazioni naturali della specie nel nostro territorio. Gli Indiani d’America utilizzavano le drupe di Palma nana come tonico energetico per sostenere l’organismo. In fitoterapia i derivati della Palma nana rinforzano i fisiologici meccanismi di controllo dell’irritazione delle mucose, in particolare di quelle del tratto genito-urinario.
Sono graditi agli uomini soprattutto quando notano difficoltà nella minzione e fastidi alla prostata. Sono utili anche nella calvizie maschile e femminile di natura ormonale.
Prima di essere soppiantata dai prodotti sintetici, in tutti i paesi del Mediterraneo occidentale, dove cresce spontanea, le foglie della parte apicale della Palma nana, la “curina“, erano molto usate per produrre stuoie, tappeti, cordami, coffe, ceste del fieno legate al collo degli asini, crine per imbottire i materassi e, soprattutto, scope.
Per realizzare questi lavori d’intreccio le popolazioni locali hanno attinto indiscriminatamente alle foglie necessarie riducendo la quantità numerica di queste colonie. Forse i miei coetanei ricordano il venditore di scope di Palma nana reclamizzare con voce stentorea, lungo le vie di Mistretta, la sua merce. Oggi, purtroppo, non è più possibile rintracciare qualche raro artigiano che potrebbe costruire, con scienza antica, le sue scope. Ecologicamente la Palma è molto utile contro l’erosione e la desertificazione del suolo, si rigenera, con successivi ricacci, dopo gli incendi poichè le fiamme non riescono a distruggere la sua parte interrata.
Negli ultimi anni, anche a  Licata, a causa dell’eccessivo frazionamento e dell’inurbamento della Montagna, gli individui di Palma nana sono diventati sempre più rari. Persistono là dove la ruspa non è ancora arrivata per “bonificare” il terreno e per consentire al proprietario di sostituire gli elementi mediterranei col Ciliegio giapponese, col Cipresso blu americano, col Bambù di Ceylon, con l’Erba delle pampas sudamericane in un’accozzaglia di specie dal dubbio valore decorativo e dal gusto molto discutibile. Gli appassionati di giardinaggio, nelle villette, dovrebbero riservare almeno un angolino alla Palma nana e alle specie mediterranee.
Nella mia campagna di Licata la palma nana è salvaguardata e protetta!

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Le Palme nane contribuirebbero a conservare gli elementi della flora mediterranea. Sono anche decorative e non richiedono cura alcuna poiché si sono specializzate per vivere nell’habitat licatese. Questa specializzazione, conseguenza della limitatissima area in cui vive, rende la Palma nana molto sensibile ad alterazioni, anche minime, dell’ambiente. Portare ad una variazione dei fattori ambientali e provocare l’estinzione del Chamaerops umilis non è difficile: bastano alcuni interventi sul territorio ispirati da censurabili necessità economiche che, come tutte le scelte scaturite da una certa “politica”, evitano artatamente di prendere in considerazione la necessità di uno studio serio e disinteressato sull’impatto ambientale.  Questa pianta, comune a tutti i paesi del Mediterraneo, un tempo era molto diffusa sulle coste sarde.
Divenuta sempre più rara, è oggi una specie protetta insieme a tutta la flora mediterranea. Se la Palma nana dovesse essere cancellata dal novero delle specie botaniche siciliane, forse il sapere che sui Monti dell’Uccellina, nella Maremma Toscana, esistono una trentina di esemplari di Chamaerops humilis potrà consolare il lettore attento e preoccupato.
Quelle Palme nane non spariranno mai perché “guardate a vista e amorevolmente custodite” da quei civilissimi abitanti ai quali evidentemente non sfugge il collegamento tra queste piante e il turismo.  Per curiosità, è bene sapere che la pianta più antica dell’Orto botanico di Padova è un esemplare di Chamaerops humilis piantato nel 1585.
La Palma nana è comunemente nota come “Palma di Goethe” in quanto Johann Wolfgang von Goethe, che la notò durante il suo viaggio in Italia nel 1786, le dedicò alcuni famosi scritti sulle sue teorie riguardanti la metamorfosi evolutiva delle piante e pubblicate nel 1790 in un saggio.

 

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dic 6, 2019 - Senza categoria    No Comments

“ESTER ALLE PRESE CON L’AUTORE E CON I SUOI FANTASMI. STORIA DI UNA DONNA VIOLENTATA” DRAMMA DEL PROF. VINCENZO SCUDERI RAPPRESENTATO AL TEATRO RE GRILLO DI LICATA .

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Il prof. Vincenzo Scuderi ancora una volta stupisce la platea con la rappresentazione scenica di una sua opera.
Infatti, giovedì, 5 dicembre 2019, alle ore 18:30, nella prestigiosa sala del teatro “Re Grillo”, sito a Licata in Corso Vittorio Emanuele, è stato portato in scena un importante tema sociale, che coinvolge la DONNA, e di cui quasi quotidianamente dai telegiornali regionali e nazionali sono riportate notizie su violenze fisiche e psicologiche sulle donne fino all’atto estremo del femminicidio.
“ESTER ALLE PRESE CON L’AUTORE E CON I SUOI FANTASMI. STORIA DI UNA DONNA VIOLENTATA ” è il titolo del dramma tratto dal libero “Novelle/tre” “Semplicemente Donne Siciliane”. Questa rappresentazione si inserisce nel contesto delle manifestazioni organizzate in occasione delle giornate contro la violenza sulle donne. E sostenuto dall’Assessorato Turismo, Sport e Spettacolo.

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In questa novella Ester, attrice in scena, persona enigmatica e drammatica, racconta alla platea la sua storia di donna violentata.  L’autore del libro è il prof. Vincenzo Scuderi, che ha realizzato anche il dipinto della copertina e i disegni in esso contenuti.  Il libro, di 328 pagine, è stato pubblicato nel 2016, edito da Youcanprint.

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In questo suo lavoro il prof. Vincenzo Scuderi ha voluto porre l’accento sul delicato tema, di rilevanza sociale, dell’abuso, della violenza sulle donne, dei maltrattamenti, anche in seno alle loro famiglie, e, in extremis, dei femminicidi. Questo tema, evidenziato dall’autore nel suo racconto e fatto risaltare nella rappresentazione scenica al teatro “Re Grillo” di Licata, ha dato spunti di riflessioni personali.
Ecco, per questo motivo la rappresentazione scenica è carica di sensibilità e di originalità!
L’autore ha caldamente invitato a partecipare alla rappresentazione scenica non solo le dirette coinvolte, cioè le DONNE, ma tutti i rappresentanti del massimo consesso cittadino, le istituzioni, le associazioni presenti nel territorio e tutti quei licatesi che si battono e hanno a cuore questo delicato problema della violenza sulle donne perché possa avere una radicale soluzione. E’ stato essenziale partecipare per assicurare l’impegno sociale, per dimostrare la sensibilità, per dare una risposta positiva e personale alle donne, per sensibilizzare la città, per curare una piaga sociale che offende e distrugge la personalità femminile e che va combattuta e condannata affinchè il fenomeno della violenza sulle donne non si ripeta mai più né a Licata né altrove nel mondo.
Per sensibilizzare i giovani a questo rilevante argomento il dramma: “ESTER ALLE PRESE CON L’AUTORE E CON I SUOI FANTASMI. STORIA DI UNA DONNA VIOLENTATA ” sarà ripresentato nell’aula magna “Ines Giganti Curella” dell’I.I.S.“E. Fermi” di Licata il 13 dicembre p.v. Gli stessi alunni, nello stesso istituto, hanno già partecipato al convegno del 25 novembre u.s. dal titolo: “Stop violenza sulle donne – Codice Rosso e Tutela delle vittime” organizzato dall’ O.P.A. (Osservatorio Permanente Antiviolenza) durante il quale hanno dato prova della loro sensibilità al tema rappresentando alcune scenette da loro stessi preparate.
Per riflettere sull’importanza della giornata del 25 novembre contro la violenza sulle donne e per sensibilizzare al rispetto e alla libertà individuali, ecco le parole della dirigente scolastica prof.ssa Amelia Porrello rivolte agli allievi, ai docenti, alle autorità civili e militari, alle associazioni: “Contrastare la violenza sulle donne è un compito essenziale di ogni società che si proponga la piena tutela dei diritti fondamentali della persona. Bisogna educare, soprattutto le nuove generazioni, al <<rifiuto della violenza nei rapporti affettivi”>>. L’educazione a una vita sentimentale, caratterizzata dal rispetto per l’altro, inizia dall’infanzia e dall’adolescenza. Soprattutto alle nuove generazioni deve essere rivolta l’attività attuata dalle istituzioni e dalla società civile. La scuola e le altre attività, in cui si esplica la crescita della persona, devono essere in prima fila contro ogni forma di violenza, pregiudizio e discriminazione.
La violenza è una malattia che danneggia tutti coloro che lo usano, indipendentemente dalla causa. L’IIS “Fermi” dice “No alla violenza contro le donne!!!!
Il discorso della prof.ssa Amelia Porrello è collegato al racconto del prof. Vincenzo Scuderi.  Il libro “SEMPLICEMENTE DONNE” completa la “Terna” delle Novelle dedicate alle “Donne siciliane”.  Il prof. Vincenzo Scuderi  nel libro racconta la storia della nobildonna Matilde, la storia di Mamma Grazia; la storia di Angelina in dialogo col suo amante Fefè; la storia di Miriam, personaggio impenetrabile che sembra farsi sopraffare dai ricordi penosi e angoscianti ma… qualcuno la aiuta a capire se stessa, la storia di Marietta, l’amante del pescatore, che viene considerata dai maldicenti e dai bigotti del paese una di quelle “donne facili”, la storia di Rosa, ragazza moderna, femmina sagace e boriosa alle prese col suo innamorato, la storia di Andreina, la danzatrice sfegatata di rock and roll, la storia di Delizia, che personifica la “Materialità” dell’essere umano in un insolito colloquio con Angelino, che rappresenta la “Spiritualità”, e la storia di tante altre donne palermitane al mercato della Vucciria e a Ballarò.
Hanno iniziato la rappresentazione i lettori:Marco Bernasconi, Maria Grazia Cimino, Giuseppina Incorvaia, che hanno letto alcuni brani dello stesso autore, scritti appositamente sul tema.

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Da sx: Marco Bernasconi, Angelo Augusto, Maria Grazia Cimino, Giuseppina Incorvaia

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Successivamente ha introdotto l’evento la signora Maria Bernasconi con queste parole: ”Amici carissimi ancora una volta mi pregio di presentare un altro lavoro del prof. Vincenzo Scuderi che, come le altre volte, ci fa riflettere su importanti temi di carattere sociologico. Oggi,in questa rappresentazione scenica,il prof.Vincenzo Scuderi ha affrontato il problema della violenza sulle donne, racconto tratto dal libro “Semplicemente Donne Siciliane”. Inoltre,  ha ampiamente illustrato la personalità sensibile e creativa dell’autore.

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La signora Maria Bernasconi ha invitato ad entrare in scena sul palco lo stesso autore che ha chiamato insistentemente la protagonista: “Ester, Ester,vieni, non avere paura dei fantasmi”.

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Bravissimi sono stati gli interpreti: Gloria Incorvaia, nelle vesti di Ester, Daniele Costa ( il marito di Ester), Matteo Federico, il bimbo.

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Molte volte, durante la rappresentazione, si è sentita la voce dell’autore dialogare con Ester, la protagonista.

Registi: Vincenzo Scuderi e Gloria Incorvaia.
L’interpretazione dei personaggi è stata molto apprezzata dai presenti, come hanno dimostrato i calorosi applausi elargiti dalla platea con espressa gratitudine.

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Visibilmente commosso, ma compiaciuto il prof. Vincenzo Scuderi ha ringraziato il dott. Giuseppe Galanti, sindaco dl Licata, il giovane Andrea Burgio, Assessore allo Sport, Turismo e Spettacolo,

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l’Associazione O..P.A, le Forze dell’Ordine, la prof.ssa Amelia Porrello e tutti gli intervenuti ricevendo complimenti e abbracci affettuosi e sinceri.
Anche gli attori hanno ringraziato con i loro applausi.
Gloria Incorvaia ha ringraziato il cuntastorie Mel Vizzi e la “Putida Du Cuntastorie” per  avere messo a disposizione gli oggetti di arredamento del palco.

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Che dire? Il lavoro del prof. Vincenzo Scuderi, attraverso l’originale rappresentazione scenica al teatro Re Grillo, ha trattato il grave problema della violenza sulle donne, problema che mortifica non solo le donne, ma l’Umanità intera.
Molti sono stati gli spunti di riflessione.
LA DONNA deve essere amata, rispettata, stimata,  protetta sempre. Tutti i giorni, non solo il 25 novembre di ogni anno!
Il dialogo, la comprensione, la collaborazione fra i due sessi devono essere momenti di unione fra l’Uomo e la Donna e non di separazione o di violenza materiale e morale.
Le foto più belle sono della signora Loredana Capitano

Cenni biografici: Il prof. Vincenzo Scuderi,

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nato a Ramacca il 15/08/1946, risiede a Licata da molti anni.
Laureato in Economia e Commercio presso l’Università di Palermo, ha svolto il suo lavoro di valido e apprezzato docente quale titolare della cattedra di Ragioneria presso L’I.I.S. “Filippo Re Capriata” a Licata.
Coniugato con la signora Giuseppina Scribellito, è padre affettuoso di tre figli maschi: di Raffaele, di Alessio, di Francesco  e nonno premuroso di cinque nipotini.
Inoltre, già dottore commercialista e revisore contabile, oggi, da pensionato, si dedica ad altre attività culturali.
E’ autore di un testo di contabilità adottato in alcuni Istituti Tecnici d’Italia. E’ coautore della biografia sull’omonimo zio “Mons.Vincenzo Scuderi”. Titolo: “ Il Missionario di fuoco” -Editrice L.D.C. – Torino-Leumann . E’ autore di circa 50 pubblicazioni di contenuto giuridico-contabile-fiscale, (Editrice ETI, Roma; Editrice Pedrini, Torino; Editrice Tramontana, Milano; Giornale dei Dottori Commercialisti, Roma). E’ relatore di interventi, in sede Congressuale Nazionale, dei dottori Commercialisti, pubblicati dalla Casa Editrice Buffetti. E’autore di numerose opere letterarie. Ha pubblicato 48 volumi tra Romanzi, Novelle, Fiabe, Filastrocche opere conosciute in varie città della Sicilia, dell’Italia, dell’Europa. Alcuni romanzi sono disponibili negli Stati Uniti, in Australia, in Nuova Zelanda, in Brasile, in Gran Bretagna, in Canada, in Russia, in Polonia, in India, nella Corea del sud.
Amante dell’arte e della pittura, ha organizzato quattro mostre personali esponendo le sue preziose opere sino al 1981. Infatti, la copertina del libro “Semplicemente Donne Siciliane” è una sua creazione.
L’amico Vincenzo Scuderi è una persona aperta, socievole, detentore di molti valori umani e sociali che io, personalmente, ammiro e stimo molto.
Grazie Vincenzo!

 

 

 

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dic 1, 2019 - Senza categoria    No Comments

LE LANTANE CAMARA ADORNANO LE STRADE DI LICATA

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A Licata, negli incroci delle strade, nelle rotonde da spartitraffico, lungo i marciapiedi, nelle aiuole attorno ai palazzi si possono facilmente osservare numerose siepi di Lantane che abbelliscono la città.

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Il nome botanico Lantana camara, conosciuta anche col sinonimo di Lantana aculeata, è stato ad essa attribuito da Carlo Linneo.
Il termine generico è l’antica denominazione volgare di un’altra specie, del Viburnum lantana, per la somiglianza delle sue foglie con quelle del Viburnum lantana.
Il nome del genere “Lantana” deriva dal latino, “lantare”, “piegare, curvare”, per la flessibilità dei rami.
La Lantana, originaria delle zone tropicali dell’America meridionale, appartenente alla famiglia delle Verbenaceae, comprende circa 150 specie, ma solo due sono coltivate a scopo ornamentale. Le specie principali sono: la Lantana camara, che ha portamento eretto e fiori con toni caldi, e la Lantana montevidensis, che ha portamento più da strisciante o ricadente e fiori rosati. Da queste due specie sono stati ricavati vari ibridi, tutti molto colorati.

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La Lantana camara è un arbusto molto diffuso in molti paesi del Mondo, specialmente in Australia. In Italia s’incontra facilmente nelle regioni boschive fino a 1500 metri di altitudine. In Sicilia è spontaneizzata.
La Lantana camara è una pianta decorativa, abbastanza invasiva, che tende a svilupparsi in cespugli di dimensioni notevoli.
E’ una pianta perenne, sempreverde, a portamento arbustivo espanso, globoso, alta da 40 centimetri fino a due metri e con rami tetragonali provvisti di piccoli aculei.
Possiede foglie picciolate, semplici, opposte, ellittiche o cuoriformi, a margine dentato, di colore verde scuro, al tatto ruvide sulla pagina superiore e pelose su quella inferiore e, se stropicciate, emanano un odore piuttosto sgradevole e penetrante, ma efficace per allontanare le zanzare.

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I fiori, ermafroditi, riuniti in corimbi globosi, sono piccoli, numerosi, lungamente peduncolati e si formano all’ascella delle foglie. Sono raggruppati in cime emisferiche portate all’estremità dei rami.
La corolla, non profumata, tubulosa, formata da cinque petali irregolari, ha la particolarità di poter sbocciare di un colore e di assumere, col passare dei giorni, altre differenti tonalità.
La colorazione dei fiori tende a scurirsi con il passare del tempo passando dal bianco al giallo, al rosso. In base ai colori dei fiori si distinguono le diverse varietà di lantana camara.
Non è raro, infatti, vedere sulla stessa pianta fiori di differenti sfumature.
Sullo stesso corimbo il colore può essere: bianco, rosa, giallo, giallo-salmone, arancio, rosso-arancio e rosso mattone.

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La fioritura si prolunga dalla primavera all’autunno con la massima produzione in estate. Nei climi più caldi la fioritura continua per tutto l’anno, come avviene a Licata.
 I frutti sono delle drupe tossiche di colore blu-nerastre a maturità e compaiono insieme ai fiori donando alla pianta un valore ornamentale aggiunto.

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La moltiplicazione avviene per semina da eseguirsi nei periodi di febbraio – marzo, oppure per talea prelevando nel mese di luglio qualche parte dai rami di legno semi maturo dello stesso anno.
I semi non vanno interrati, bensì sparsi sul terreno, in piena luce. Le talee possono facilmente radicare in estate.
La Lantana camara colonizza sempre nuove aree mediante il trasporto dei semi da parte dei volatili. Quando arriva in una zona, si diffonde rapidamente. Attecchisce così bene che è difficilissimo estirparla.
La Lantana è una pianta molto coltivata a scopo ornamentale nelle aiuole dei giardini pubblici, negli ambienti urbani, nelle bordure, nelle scarpate, nelle fioriere, nei terreni privati perché è una pianta sempreverde, per la copiosa fioritura vistosa e decorativa, per la varietà dei colori dei fiori, per la presenza delle drupe blu che bene contrastano con il colore dei fiori.
Essendo una pianta rustica, la Lantana non richiede particolari attenzioni.
Ama essere messa a dimora in terreni acidi, ma si adatta su qualunque substrato purché soffice, ricco di humus e ben drenato poiché i ristagni d’acqua favoriscono la formazione di marciumi alle radici.
Piuttosto sensibile al freddo, tollera il gelo leggero in inverno essendo una pianta tropicale, pretende un’esposizione in pieno sole, ma soffre i raggi diretti del sole nella stagione calda, cresce bene all’aperto nelle regioni a clima mite. In estate necessita di molta acqua, mentre in inverno ne richiede una piccola quantità. Nel periodo della fioritura la Lantana va concimata ogni 10,15 giorni.
Non richiede una vera e propria potatura, è sufficiente l’accorciamento dei suoi rami più grossi e spinosi per avere una forma migliore che dona armonia a tutta la pianta. Si accorciano i rami troppo lunghi, disordinati e troppo sviluppati. Il periodo migliore per la potatura è verso la fine dell’inverno, quando la pianta comincia a svegliarsi dal riposo vegetativo .
La Lantana camara è una pianta molto resistente e difficilmente soffre di malattie parassitarie. Potrebbe essere soggetta ad aggressioni da parte di funghi. La comparsa di macchie rotonde e nere sulle foglie denota la presenza di una malattia fungina che fa appassire le lamine fogliari.
Il mal bianco riveste di una muffa biancastra le giovani foglie. Alla comparsa dei primi sintomi è necessario intervenire con trattamenti specifici seguendo il consiglio di un esperto del settore circa la scelta di prodotti antiparassitari.
Particolarmente insidiose sono anche le mosche bianche, piccoli insetti alati che producono la melata, una sostanza appiccicosa, succhiando la linfa delle foglie.
Il rimedio è il trattamento con appositi insetticidi.
Le cimici provocano un cambiamento di colore nelle foglie che diventeranno grigie o scure e infine appassiscono.
E’ resistente agli incendi e cresce velocemente colonizzando le aree bruciate.
La Lantana camara è una pianta invasiva. E’ stata capace di colonizzare India e Australia e Africa in un periodo di tempo alquanto ristretto tramite i semi trasportati dagli uccelli. Negli altopiani del Kenya cresce in molte zone impervie e difficoltose indipendentemente dalla quantità di acqua piovana ricevuta. Si può trovare lungo i sentieri, nelle zone desertiche, nelle vicinanze di fattorie.
Tutti gli sforzi effettuati per estirparla risultano vani. È stata inserita nell’elenco delle 100 tra le specie esotiche invasive più dannose al mondo. Tuttavia, sebbene sia considerata infestante, in Australia la pianta offre rifugio a parecchie specie di marsupiali e offre anche l’habitat per l’ape nativa Exoneura, specie vulnerabile, che nidifica nel fusto cavo della pianta.
Anche se è considerata una pianta infestante, tuttavia con i suoi rami intrecciati gli abitanti del Continente Nero costruiscono le scope. La pianta è velenosa in ogni parte, quindi è prudente indossare i guanti e lavarsi bene le mani quando si viene a contatto con essa.
La lantana è un’alleata straordinaria del nostro benessere perchè possiede proprietà fitoterapiche che trovano diverse applicazioni nella medicina soprattutto omeopatica. I suoi principi attivi sono usati per la cura di diverse patologie di media e di lieve entità.
I suoi principali costituenti sono: tannini, fitosterolo, fitosterolina, acidi organici, viburnina. La viburnina è il principio amaro più terapeutico della pianta ed è concentrato sopratutto nelle foglie e nelle bacche.
Le bacche sono tossiche sia per l’uomo sia per gli animali domestici perché possono causare irritazioni cutanee e lesioni epatiche.  Non devono essere ingerite per nessuna ragione! Però svolgono un incredibile effetto lassativo e sono ricche di vitamina C, preziosa per sostenere il sistema immunitario.
Le proprietà medicinali della pianta, ricavate anche dalla corteccia e dai fiori, sono in grado di esercitare un’azione calmante sull ’apparato respiratorio, tra cui l’asma, la bronchite e la dispnea.
Possiede, inoltre, spiccate proprietà astringenti, rinfrescanti, spasmolitiche, antiallergiche e sedative.
I suoi effetti benefici sono apprezzabili anche nella cura delle gengiviti, delle emorroidi, della stitichezza, della diarrea. Preparati a base di estratti di questa pianta si possono facilmente acquistare in erboristeria e nelle farmacie omeopatiche.
E’ sempre prudente ascoltare il parere del medico di base o dell’erborista di fiducia.
Fin dai tempi antichi l’infuso a base di fiori e di foglie della Lantana era considerato il rimedio ideale per combattere i sintomi dell’influenza, il raffreddore e la tosse, e per attenuare gli spasmi muscolari e il mal di stomaco. Ancora oggi, in Africa, questa bevanda è somministrata ai bambini per calmare i dolori e le coliche addominali.

 

 

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nov 24, 2019 - Senza categoria    No Comments

LA RACCOLTA DEI FUNGHI NEL BOSCO ATTORNO AL LAGHETTO”URIO QUATTROCCH” A MISRETTA

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Per le abbondanti piogge che scendono dall’alto e inumidiscono il terreno, i mesi autunnali sono il periodo ideale per osservare e, soprattutto, fotografare i funghi che compaiono nei vari luoghi. Alcuni con i cappelli dai bei colori sostenuti da gambi lunghi o brevi, altri piccoli e graziosi, con colori non appariscenti, altri sul legno vecchio, altri fra le foglie morte, altri ancora su cuscinetti di muschio.

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Premetto che non è semplice descrivere i funghi nella Botanica perché sono una specie molto numerosa che comprende classi, ordini, sottordini, per cui sarebbe troppo lunga la loro descrizione. Ci sono i funghi commestibili e i funghi velenosi, i funghi saprofiti, che si nutrono di organismi morti: foglie cadute, aghi, tronchi e residui di legno trasformandoli in utile humus, i funghi parassiti, che traggono il loro nutrimento da organismi viventi portandoli anche alla morte, e nutrendosi dell’ospite morto, normalmente per i funghi parassiti è indispensabile che l’ospite resti in vita, i funghi simbionti, quali i licheni, associazioni molto strette di un fungo e di un’alga verde; tra i funghi simbionti e i loro ospiti avviene normalmente uno scambio di sostanze nutritive che permette a entrambi di vivere e proliferare, i funghi microscopici, le muffe, i funghi macroscopici. Desidero descrivere i funghi macroscopici che ho fotografato nel mese di novembre nel sottobosco attorno al laghetto Urio Quattrocchi a Mistretta dove esiste una gran varietà di alberi di latifoglie e di conifere che dominano che l’ambiente: Querce, Faggi, Pioppi, Aceri, Olmi, Frassini, Abeti, Pini e arbusti come Biancospini, Agrifogli e Sambuchi.

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Ho incontrato nel bosco molti cercatori di funghi provenienti da Palermo, da Catania, da Ragusa che li raccoglievano. Ho incontrato anche un signore che si faceva aiutare dal suo cane addestrato nella ricerca del fungo “Tartufo”.

 

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Per la raccolta dei funghi esistono regole ben precise, imposte dal Parco dei Nebrodi e dal Comune di Mistretta che bisogna assolutamente rispettare per evitare elevate sanzioni da parte delle Guardie del Corpo Forestale.

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Il raccoglitore deve essere provvisto: del tesserino ( oblatorio per i cercatori di funghi ai fini commerciali), del cestino di vimini, di un piccolo coltello. La quantità di funghi raccolti  non deve superare i 3 Kg sia per i residenti sia per i non residenti; potrebbe essere superiore per chi è fornito di tesserino di ricercatore per fini commerciali. Il cestino di vimini favorisce la fuoriuscita delle spore dei funghi e permette l’areazione, perché i funghi, senza aria, marciscono in poco tempo. Il coltello serve per estirpare il fungo dal terreno senza rovinarlo. Mi sono chiesta: “La grande quantità dei funghi che ho visto raccogliere a queste persone è servita soltanto per il loro capriccio alimentare o per ricavare un facile guadagno?” I cofani delle machine erano strapieni! I miei attrezzi erano: la macchina fotografica e un bastone per difendermi dagli animali.

Sono i funghi che ho fotografato.

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I funghi commestibili costituiscono un alimento prelibato che la Natura offre spontaneamente. Nella raccolta dei funghi il pericolo maggiore risiede nella presunzione di poter svolgere autonomamente la ricerca senza il parere di un esperto, del micologo. Raccogliere i funghi autonomamente, in base a semplici ed empirici criteri e senza le giuste conoscenze, può essere estremamente pericoloso e, in alcuni casi, addirittura letale. Il potenziale d’intossicazione alimentare da funghi dipende dalla specie del fungo, dal suo habitat, dalla modalità di cottura, dalla dose e dalla soggettività del consumatore. Quindi, al raccoglitore è necessaria una buona conoscenza mitologica dei funghi per distinguere quelli commestibili da quelli velenosi perché, sotto l’aspetto della bellezza e dei colori di alcuni funghi, si può nascondere l’insidia del veleno. In ogni periodo della raccolta dei funghi i telegiornali, i giornali riportano notizie di casi di morte per ingestione dei funghi velenosi. Molte specie di funghi sono velenose per l’uomo, con differenti gradi di tossicità. Subentrano complicazioni gastrointestinali più o meno lievi fino a effetti più gravi come allucinazioni, danni agli organi interni, fegato e reni, e, infine, la morte. Le specie più pericolose appartengono al genere Amanita, ma lo stesso genere comprende anche specie commestibili. Molte persone inesperte si affidano a personali e impropri criteri di valutazione o ad altre persone sapientone che assicurano di saper distinguere i funghi commestibili da quelli velenosi. Poiché è difficile individuare con precisione un fungo selvatico sicuro, senza un’adeguata formazione e conoscenza, nel dubbio è consigliabile non consumarlo. Io, personalmente, non mi fido di nessuno, neanche di me stessa! Non mangio i funghi, desidero solamente fotografarli per ammirare la loro bellezza, le varie forme, i vari colori, la loro luminosità.

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Esistono molte credenze popolari sulla commestibilità dei funghi ma che, molto spesso, sono risultate non veritiere. È falso ritenere come alcuni accorgimenti possano aiutare a escludere la tossicità dei funghi e a capire la loro pericolosità: l’ingiallimento delle foglie di prezzemolo al contatto con i funghi, l’annerimento del cucchiaio d’argento, dell’aglio e della cipolla mediante la cottura, la coagulazione del latte o dell’albume d’uovo al contatto con i funghi. Però alcuni funghi, letali, non hanno nessuna di queste reazioni. È falso ritenere che i funghi che sono mangiati dalle lumache o da altri insetti siano commestibili anche per l’uomo. Gli animali hanno un organismo differente dal nostro, quindi possono cibarsi dei funghi velenosi per l’uomo, ma senza nessuna conseguenza per essi. È falso pensare che i funghi possano divenire velenosi con il solo contatto con animali o altre piante velenose. È falso credere che la velenosità dei funghi possa essere rivelata dalla vivacità dei colori, dall’odore e dalla loro viscidità. Molti funghi velenosi e letali non dimostrano nessuna di queste caratteristiche che, al contrario, possono essere riscontrate in molte varietà di funghi commestibili. È falso affermare che i funghi bianchi e di sapore gradevole siano sicuramente commestibili. Tra di essi, infatti, troviamo l’Amanita phalloides, un fungo più velenoso e sicuramente mortale per l’uomo.

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È errato credere alla non tossicità del fungo se prima una porzione di funghi cucinati si fa mangiare a un animale domestico, gatto o cane. Questi animali hanno una sensibilità ai veleni diversa dalla nostra. E’ falso credere che i funghi, una volta essiccati, perdano le loro proprietà venefiche. Con l’essiccazione i funghi perdono soltanto l’acqua, ma conservano la concentrazione di veleno che, anzi, diventa più alta. L’unico modo certo per distinguere i funghi mangerecci da quelli velenosi è sicuramente la conoscenza con certezza delle diverse specie. E’ sempre attuale la teoria dell’antica prudenza: meglio conoscere bene poche specie piuttosto che molte e incerte. Un proverbio siciliano così recita: “Cu mori cu i funci un c’è nuddu ca i cianci”. “Chi muore con i funghi non c’è nessuno che li piange”. Il sistema sicuro per distinguere i funghi mangerecci da quello velenosi è il parere di un centro micotico specializzato presso qualche facoltà o quello di un micologo. Ci sono molte più specie di funghi: prataioli, spugnole, finferli, tartufi, trombette, galletti e funghi porcini che vengono raccolti nel loro ambiente naturale o per il consumo personale o per la vendita commerciale. Il loro costo sul mercato è alto. Sono ottimi in cucina per preparare gustosi piatti. Io ne faccio a meno. Non sarei comunque tranquilla! I buongustai possono acquistare alcune specie di funghi commestibili, commercialmente coltivate, nei negozi di frutta e verdura e nei supermercati. I funghi possiedono un ottimo valore energetico tanto da essere chiamati la “carne del povero”. Vanno, comunque, consumati saltuariamente e in modeste quantità perchè spesso contengono carboidrati complessi e poco comuni negli altri alimenti, come la chitina, che appesantiscono il lavoro dell’apparato digerente. I funghi sono composti per la gran parte di acqua, circa l’88%, di idrati di carbonio, di sostanze azotate, di  cellulosio, di ceneri e di grassi per lo 0,4%. Col termine di “Funghi” s’intende un vasto gruppo di vegetali appartenenti alle Tallofite o Piante non vascolari, vegetali con un’organizzazione del corpo “a tallo”, cioè dotate di una struttura vegetativa semplice, poco o non differenziata. Sono, quindi, specie vegetali prive di strutture specializzate quali le radici, il fusto e le foglie. Etimologicamente il termine “Fungo” deriva dal  latino “funus” “funerale” e “ago” “fare” per l’azione letale che alcune specie velenose hanno verso l’Uomo. I funghi si chiamano anche “Miceti”, nome di origine greca “μύκης” “fungo”. Per cui la scienza che studia i funghi si chiama “Micologia”. Micologo è lo studioso e l’esperto dei funghi. Classificati scientificamente come Piante da Carl Linneo, i funghi sono stati elevati al rango di regno da Nees nel 1817 e da Whittaker nel 1968. Essi, infatti, appartengono a un regno vegetale, detto “regno dei funghi“, che comprende organismi eucarioti, unicellulari e pluricellulari a cui appartengono anche i lieviti e le muffe. Questo regno comprende più di 100.000 specie conosciute, benché la diversità sia stata stimata in più di 3 milioni di specie. Molti di questi sono piccolissimi, visibili solo al microscopio. Altri invece raggiungono dimensioni importanti. Tutti i funghi non hanno fiori e foglie e sono sprovvisti della clorofilla, la sostanza presente nelle foglie delle piante, che colora di verde, e permette la fotosintesi clorofilliana. Mentre piante sono autotrofe, cioè capaci di organizzare le sostanze partendo dall’acqua, dall’anidride carbonica e sfruttando la luce del sole come fonte di energia, i funghi sono eterotrofi perché non sono in grado di sintetizzare in modo autonomo il loro nutrimento, ma assumono le sostanze nutritive traendole dal substrato su cui poggiano, cioè si nutrono di sostanze organiche elaborate da altri organismi. In questo modo ricoprono un ruolo molto importante in Natura. Trasformando e decomponendo il materiale organico del terreno lo rendono disponibile per la vita delle altre piante. Il fungo è formato da due strutture fondamentali: dal carpoforo o corpo fruttifero, comunemente chiamato “fungo”, che costituisce la struttura normalmente associata all’immagine del “fungo vero e proprio“, e dal micelio sotterraneo. Il micelio, il “corpo vegetativo”, è costituito da un fitto intreccio di filamenti detti “ife” che si intersecano per formare il vero e proprio tessuto. Esso ha la funzione di assumere le sostanze nutritizie dal substrato. In determinate condizioni temporali, climatiche il micelio evolve e cresce formando, appunto, il corpo “fruttifero o carpoforo”. Il carpoforo è formato dal gambo o stipite, pieno o vuoto, econ un anello che sostiene una porzione espansa detta cappello. I corpi fruttiferi sono ammirati come particolari forme della Natura, sono apprezzati in cucina, sono temuti perché potrebbero essere velenosi. Il carpoforo costituisce la struttura che forma l’apparato riproduttore. Svolge la funzione della propagazione delle spore fungine, la stessa funzione della disseminazione dei semi contenuti nel frutto delle piante superiori. Quando il fungo è giovane, il cappello assume una forma chiusa, sferica. Quando il fungo è maturo il cappello assume una forma aperta detta “a ombrello”, ed è maggiormente pigmentato.

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Sotto il cappello sono presenti le lamelle dove maturano le spore che, affidate al vento, all’acqua, agli animali, favoriscono la riproduzione. Per diversi giorni un fungo adulto diffonde ininterrottamente le sue spore mature. I funghi si dividono in due classi fondamentali: gli Ascomiceti e i Basidiomiceti per il diverso modo d’essere dell’apparato riproduttivo e anche per la forma del corpo fruttifero. I funghi si possono riprodurre in maniera asessuata o in maniera sessuata attraverso la produzione di spore, come avviene per la maggior parte di essi. Le spore possono essere prodotte in maniera sessuata, attraverso la fusione di due o più nuclei, o asessuata, senza che ciò avvenga. La riproduzione sessuata è subordinata alla produzione di spore che, prodotte a milioni da ciascun individuo, vengono diffuse sostanzialmente attraverso il vento, l’acqua e gli insetti. In numerose specie appartenenti ad esempio agli Ascomiceti le spore maschili e femminili si uniscono formando un’unica struttura polinucleata che, in seguito alla fusione dei nuclei, subisce la meiosi producendo spore aploidi le quali, non appena trovano le condizioni adatte, germinano formando nuovi miceli.

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Nelle specie appartenenti ai Basidiomiceti la spora di una determinata polarità sessuale, una volta raggiunto il terreno o il substrato più adatto, nelle condizioni più favorevoli di umidità e di temperatura, germina formando un filamento di cellule detto ifa, il micelio primario. Per poter completare il ciclo biologico e organizzare le strutture riproduttive, dal micelio primario si deve passare al micelio secondario, vero organismo fungino. Così l’ifa, generata da una spora con carica maschile, si unisce a una con carica sessuale opposta per formare il micelio secondario che genererà il carpoforo.

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Le spore, per germinare, devono trovare un ambiente umido. Nascono i funghi anche sugli escrementi in decomposizione di animali. A Mistretta buoi, mucche, pecore, capre, cavalli  ce ne sono tanti. Anche il fuoco seleziona le specie dei funghi. Infatti, nelle aree colpite dagli incendi dei boschi compare un’associazione di funghi che si differenzia nettamente dalle specie presenti nelle zone circostanti, ma che non sono state danneggiate dal fuoco. Molte specie, nel corso dell’anno, richiedono anche una quantità di calore indispensabile per produrre i corpi fruttiferi. Anche la quantità e la distribuzione delle precipitazioni atmosferiche hanno una grandissima importanza nello sviluppo dei funghi. La sopravvivenza dei miceli dei funghi dipende anche dalla circolazione dell’aria del suolo poiché una respirazione difficile porta a una limitata produzione dei carpofori. Anche gli animali fanno parte dell’ambiente dei funghi per la diffusione delle spore. Le lumache mangiano i funghi, anche l’Amanita phalloides, conosciuta anche col nome di di Tignosa verdognola, pericolosissima per l’uomo.  Alle lumache, che costituiscono la schiera più numerosa dei divoratori di funghi, seguono le mosche, le zanzare, i coleotteri, gli uccelli, gli scoiattoli, i caprioli, i topi campagnoli. I loro morsi sono visibili sui cappelli dei funghi. Sono pochi i funghi che hanno una diffusione che copre tutto il globo terrestre. Moltissimi sono i funghi che hanno una diffusione limitata a certe aree. Anche i confini delle zone di diffusione delle specie più comuni erano conosciuti in modo impreciso. Durante il Congresso Micologico Europeo, tenutosi a Praga nel 1960, è stato costituito il comitato internazionale con il compito specifico di dare l’avvio alla stesura di una “mappa” dei funghi superiori europei. La mappa offre un’immagine reale della presenza dei funghi in tutta l’Europa. I funghi, proprio per il fatto che sembrano spuntare dal nulla sul terreno o sui tronchi di piante, per la velenosità di talune specie e per gli effetti allucinogeni di altre, sin dai tempi antichi hanno stimolato la fantasia degli uomini rendendoli protagonisti di credenze e di leggende popolari. Una credenza popolare afferma che i funghi che crescono “in cerchio“, il cosiddetto “cerchio delle streghe“, sono generati dalle danze notturne di streghe o di gnomi. Nella Cina antica, ad esempio, il fungo “ku o chih” era considerato simbolo di lunga vita, magico, divino e legato in qualche maniera all’immortalità. Gli Aztechi e i Maya consideravano i funghi allucinogeni “carne divina” per le loro particolari proprietà. Anche nell’antica Grecia il fungo era considerato simbolo di vita e, pertanto, divino. Una leggenda narra che l’eroe Perseo, stanco e assetato dopo un lungo viaggio, si poté rifocillare bevendo l’acqua raccolta all’interno del cappello di un fungo. Per questo motivo decise di fondare in quel posto una nuova città, che chiamò Micene, che deriverebbe da “μύκης” “fungo”, dando vita alla civiltà micenea. Nella Roma antica il fungo, pur apprezzato per le sue qualità culinarie, diventò anche simbolo di morte. Sono vari gli episodi tra leggenda e realtà legati alla concezione funesta dei funghi. Si narra che l’imperatore Claudio era un gran mangione di funghi e morì proprio a causa di essi. La moglie Agrippina, conoscendo questa sua debolezza culinaria e desiderando far salire al trono Nerone, il figlio di primo letto, avrebbe avvelenato l’imperatore Claudio facendogli mangiare una gustosa pietanza preparata con dei funghi velenosi. La mitologia nordica narra che una volta Odino, mentre era in giro con Sleipnir, il suo mitico cavallo a otto zampe, era inseguito dai diavoli. Per la gran corsa le gocce di bava rossa, che cadevano dalla bocca di Sleipnir, si trasformarono magicamente in funghi rossi. James Arthur, un  di fama internazionale, racconta che in Siberia “gli sciamani usavano e usano il fungo Amanita muscaria come un sacramento religioso. Entrano attraverso un’apertura del tetto del tempio e portano questi funghi allucinogeni in grandi sacchi“. Sono vestiti di rosso e di bianco, i colori dell’Amanita, che in Siberia cresce nei boschi di conifere.

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nov 21, 2019 - Senza categoria    No Comments

IL PLATANUS ORIENTALIS NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Miei carissimi amici,
le essenze vegetali presenti nella villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta sono tantissime. Ne ho descritte alcune, ma vi prometto di descriverne altre  perché voglio condividere con voi la gioia di osservare queste meraviglie della Natura.
Alcune di queste essenze sono i Platani!

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Il Platano orientale è un albero di grandi dimensioni appartenente alla Famiglia delle Platanaceae.
Il nome del genere “Platano” potrebbe derivare dal latino “platanus”, “largo, piatto”, in allusione alla forma delle sue foglie simile alla parte piatta del palmo della mano, oppure dal greco “πλάτη”, “superficie larga e piana”, in riferimento all’ampiezza della chioma ed alla larghezza delle foglie. In Sicilia il Platano è chiamato: “Castagnazza sarvaggia” ,“Chiuppu durbu”, “Pratanu”, “Turbu”.
Il nome della specie “orientalis” deriva dalla zona di provenienza.
Esistono due tipi di Platano: il Platanus orientalis, che ha  la corteccia del fusto rugosa, e il Platabus occidentalis, che ha corteccia del fusto liscia.
Nella villa comunale di Mistretta vivono entrambi nel viale di sinistra, dopo la fontanella dell’acqua, l’uno accanto all’altro.
Il Platano orientale è una specie tipica dell’Asia minore e delle regioni dell’Europa meridionale sud-orientale da dove si è diffuso a scopo ornamentale.
Il Platano orientale fu introdotto in Italia dai Greci usato per ornare la piscina del palazzo di Dionigi il Vecchio, la piscina della villa imperiale di Oplontis e posto attorno alla grande vasca della villa di San Marco a Stabia. I greci coltivavano il Platano per la sua ombra. Anche i romani, dalla Grecia, lo introdussero in Italia nell’anno di Roma, (309 a.C.), e contribuirono a diffonderlo nel resto dell’Europa.
Il Platano è largamente coltivato fino a 1000 metri d’altezza, ma non si è potuto determinare con precisione il suo areale perché l’Uomo, grazie alla sua rusticità, ne ha fatto grande impiego nei giardini, nei viali, nelle strade. In Sicilia vegeta allo stato spontaneo in diverse aree delle provincie di Siracusa, di Ragusa e di Messina. In Calabria e nel Cilento cresce spontaneamente in formazioni boschive umide e lungo i corsi d’acqua.
Il Platano orientale è un albero maestoso, monumentale, ornamentale.
E’ una pianta resistente, caducifoglia, a crescita rapida, longeva, che può raggiungere i cinquecento anni di età.
In Italia, esemplari molto vecchi, piantatati all’inizio dell’800 per la nascita del figlio di Napoleone Bonaparte, sono quelli del “Viale del Re di Roma” ad Acqui.
Sul Platano orientale ci sono molti aneddoti.
E’ sacro alla provincia della Lidia, in Asia Minore.
Pizio, nipote del leggendario Creso, offrì a Dario, re di Persia, un Platano d’oro.
Serse, figlio di Dario, nel 480 a.C., durante una spedizione contro la Grecia, attraversando la Lidia, incontrò un Platano così bello che lo adornò con fregi d’oro e lo fece sorvegliare, giorno e notte, dai guardiani del corpo reale.
A Creta era venerato come albero appartenente alla Grande Dea, la Madre Terra.
I cinque lobi della foglia, che simboleggiano le cinque dita della mano aperta, rappresentavano un gesto di benedizione della divinità che così è raffigurata nelle statuette cretesi.
Il Platano è stato tante volte citato nella guerra di Troia.
Nel Peloponneso era dedicato ad Elena, semidea, figlia di Zeus e di Leda e moglie di Menelao, re di Sparta.
Menelao, prima di partire per la guerra di Troia, piantò un Platano presso la fonte sacra di Castalia.
Mentre Agamennone offriva un sacrificio propiziatorio agli dei, un serpente azzurro, col dorso coperto di macchie rosse, spuntò da dietro l’altare e si diresse verso il bel Platano posto lì vicino. Strisciò sul tronco, si portò verso l’alto e, in un attimo, inghiottì la madre e i suoi piccoli otto uccellini che erano dentro il nido.
Zeus, adirato, mutò il serpente in pietra.
Calcante, l’indovino, interpretò così l’evento: dovevano trascorrere nove anni prima che Troia fosse presa, ma, al decimo anno, avrebbe capitolato. Elena s’impiccò su un Platano nell’isola di Rodi.
Il Platano, come il serpente, cambia scorza ogni anno.
Ad Atene scrittori, filosofi, artisti discutevano all’ombra dei Platani.
Plinio il Vecchio racconta che in Licia un Platano avrebbe ospitato nella cavità del suo tronco, per un pranzo, il console Licinio Muciano assieme a diciassette commensali che stavano adagiati su giacigli di foglie dell’albero stesso.
Caligola volle fare la stessa cosa in Italia.
A Velitre (Velletri) fece montare una tenda su un Platano per ospitare quindici commensali e i rami dell’albero fecero le veci dei sedili.
Il Platano orientale presenta il tronco alto anche 30 metri, nodoso, diritto, cilindrico, che si ramifica in grosse branche già fin dalla base e assottigliato nella parte superiore.

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Negli esemplari giovani il fusto è rivestito dalla corteccia inizialmente di colore verdastro che, negli alberi vecchi, si fessura in piccole placche rugose, sottili e irregolari mettendo in evidenza la sottostante nuova corteccia di colore verde chiaro.

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In abbigliamento invernale

Una leggenda racconta che il Platano perde la corteccia perché sarebbe stato punito per aver nascosto nel suo tronco cavo il serpente dell’Eden. Nella Bibbia, in elogio della sapienza, Siracide (24,14) cita il Platano: ”Sono cresciuta come le palme in Engaddi, come le piante di rose in Gerico, come un ulivo maestoso nella pianura; sono cresciuta come un platano.”
Il legno, ad alburno bianco-giallognolo o bianco-rossastro e duramen rosso bruno, è semiduro, pesante e compatto con anelli annuali ben distinti.
Le grandi foglie alterne, di colore verde chiaro lucido nella pagina superiore, biancastre e tomentose nella pagina inferiore, lungamente picciolate, con nervatura palmare, molto eleganti e incise profondamente da 5 a 7 lobi dentati fino ad oltre la metà della lamina e con lobo centrale molto evidente, formano la chioma molto ombrosa, alta, fitta, cupuliforme, ampia che, per potersi sviluppare in modo armonico, ha bisogno di ampi spazi.

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La superficie della lamina inizialmente è quasi vellutata, poi diventa liscia su entrambe le pagine. In autunno, prima di cadere, assumono un caldo colore giallo sfumato d’ocra.

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I fiori, molto piccoli, unisessuali, i maschili di colore giallo, i femminili rossastri, sono raccolti in infiorescenze pendule, sferiche, poste su lunghi peduncoli e situate spesso sullo stesso ramo: quelli maschili sui rametti di un anno posteriormente all’asse fiorale, quelli femminili all’apice dei germogli sulla stessa pianta a tarda primavera. La fioritura avviene tra aprile e maggio. L’impollinazione è anemofila.
I frutti sono delle nocule, palline sferiche spinose, dense e di colore marrone, riunite in gruppi da 3 a 6, sorrette da peduncoli penduli. Le infruttescenze sferiche sono dotate di lunghi peli. I frutti maturi rimangono sulla pianta per tutto l’inverno dai quali, nella primavera successiva, si liberano i semi piumosi, allungati e di colore paglierino e che si disperdono nell’aria.

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Il Platano orientale è stato molto utilizzato per scopi forestali e ornamentali fino al XVIII secolo quando è stato sostituito dal Platano ibrido più rustico e di veloce accrescimento.
Predilige i terreni argillosi, fertili, dove cresce vigorosamente. Indispensabile, per il suo sviluppo, è la presenza d’acqua. Largamente coltivato nell’Europa meridionale, non sopporta, invece, il clima dell’Europa settentrionale dove non giunge l’influenza moderatrice del mare; in queste regioni è stato introdotto dal Nord America, poco dopo la scoperta di questo continente, il Platanus occidentalis.
Sopporta la potatura e l’inquinamento atmosferico delle città, quindi è spesso piantato nei giardini e per alberare le strade.
Pur resistendo bene ai parassiti, in questi ultimi anni è stato attaccato da insetti e da un fungo che hanno portato diverse piante alla morte.
Le protuberanze del tronco, che si osservano frequentemente, sono ammassi anomali di gemme a seguito di alterazioni fisiologiche.
Oltre che come ornamento, l’albero di Platanus orientalis ha altri utilizzi.
Il suo legno è molto resistente alle sollecitazioni meccaniche e trova impiego nella fabbricazione di mobili, di utensili da cucina, di rivestimenti, di strumenti di precisione, di calci di fucile, di giocattoli, per lavori al tornio e di falegnameria. Come combustibile, per l’elevato potere calorico, dà buon carbone e ottima legna da ardere. Nell’industria della carta serve per la produzione di cellulosa.
Le foglie sono gradite agli animali.
In medicina le foglie e la corteccia del Platano sono utili per la preparazione di decotti e di tisane. Anticamente l’infuso, aggiunto al vino rosso, garantiva validi effetti contro il mal di denti, i gonfiori e le infiammazioni varie.

 

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nov 11, 2019 - Senza categoria    No Comments

CERIMONIA DI CONSEGNA DEI DIPLOMI DI FEDELTA’ E DELLA CROCE AL MERITO DI GUERRA AI COMBATTENTI DI MISTRETTA DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE

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Oggi, 4 Novembre 2019, ricorre la festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate commemorata anche a Mistretta. Per ricordare l’anniversario della Vittoria, la giornata che celebra l’Unità d’Italia e delle Forze Armate, per commemorare quanti, soldati e cittadini, hanno sofferto e sacrificato la loro vita per ridare libertà, democrazia, progresso, giustizia e pace all’Italia tutta.

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La commemorazione inizia con la funzione religiosa celebrata da Mons. Michele Giordano nel santuario della Madonna dei Miracoli, alla quale hanno partecipato tutte le autorità civili e militari, alcuni alunni delle scuole amastratine e molta gente comune. Successivamente, il corteo si è recato in Piazza Vittorio Veneto, davanti al monumento dei Caduti, dove state deposte due corone d’alloro in omaggio ai nostri paesani caduti in guerra.

 

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Nel pomeriggio dello stesso giorno, 4 Novembre 2019, un’importantissima cerimonia ha coinvolto buona parte dei mistrettesi.
Infatti, la cerimonia è consistita nella consegna dei diplomi di fedeltà e della Croce  al Merito di guerra ai militari amastratini che hanno partecipato al conflitto della seconda guerra mondiale.
Teatro della manifestazione è stato la sede dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, Sezione di Mistretta, eretta in Ente Morale con R.D. del 24 giugno 1923 N° 1371, sita in Via Libertà, adiacente alla sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso, nell’antico monastero delle Benedettine.

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Ha aperto i lavori il signor Lirio Di Salvo, Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci.

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Dopo aver dato il benvenuto ai familiari dei militi e dopo aver salutato tutti i membri dell’Associazione, ha parlato dell’importanza di questa cerimonia per ricordare i soldati amastratini che hanno sacrificato la loro vita al servizio della Patria Italia. Alcuni di loro sono ritornati al proprio paesello, molti sono periti in guerra immolandosi per l’amore della Patria.
Il presidente dell’Associazione, nella lettera d’invito consegnata ai familiari, così ha scritto: “ Gentile familiare, le scrivo nella qualità di Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, Sezione di Mistretta, e sono lieto di comunicarLE che L’Organo centrale della stessa Associazione, attuando quanto previsto dallo Statuto e promovendo la promozione della cultura sul combattente italiano, svolgendo una ricerca scientifica sulla documentazione storica ,ha deciso di conferire un attestato di benemerenza per il Vostro Caro congiunto che sarà consegnato nella giornata del 4 Novembre p.v., giornata di commemorazione del Caduti di tutte le guerre e nelle missioni di pace, festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”.
Presente alla cerimonia il prof. Francesco Cuva, già presidente di questa associazione e che ha mantenuto le relazioni con il presidente di Messina con il quale l’associazione di Mistretta è collegata, che ha messo in evidenza gli orrori della guerra raccontati proprio da quegli uomini che hanno vissuto in prima linea il conflitto e che hanno avuto la fortuna di ritornare in paese mentre molti altri sono rimasti vittime della guerra.

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Le parole del prof. Francesco Cuva: ” In questa cerimonia, per la consegna degli attestati, vogliamo evocare i momenti difficili che i nostri padri hanno vissuto e pensiamo di fare tanto bene alle loro anime”.
Molto emozionante è stata l’esibizione del prof. Filippo La Porta che, prima di leggere alcuni passi del libro “Odissea nella steppa”, scritto dal prof. Francesco Cuva, ha detto: ” Oggi la memoria si perde perché ci sono già due generazioni che non hanno lottato perché hanno avuto tutto e anche il superfluo.  Ricordarsi di questi eventi è fondamentale per la vita soprattutto dei giovani “.

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La lettura del testo, carica di pathos, raccontando le avventure dei soldati mistrettesi che hanno affrontato la tragedia della campagna di Russia, ha commosso tutti i presenti.
Nel suo libro “ODISSEA NELLA STEPPA”

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 il prof. Francesco Cuva ha descritto le vicende dei giovani dell’area dei Nebrodi in quel lontano e sfavorevole ambiente.
In particolare, ha sostenuto che tutta la campagna di Russia è stata un’odissea che ha comportato sacrifici e tragedie notevoli.
Ha fatto rivivere, inoltre, le drammatiche vicende dei signori: Saro Accidente, Carmelo La Porta, Vito Portera, Totò Ortolani.
Ha fatto cenno all’eroismo di Giuseppe La Porta, di Nicosia, che ha guadagnato sul campo la medaglia d’argento. Ritornato in patria, questo brav’uomo si è dedicato all’attività di contadino, senza chiedere nulla      allo Stato.

Il prof. Francesco Cuva ha sottolineato che questa triste storia non era voluta nemmeno da Mussolini, che si voleva alleare con Stalin.
Il duce, succube di Hitler, lo ha assecondato sacrificando nella steppa la migliore gioventù.
Da tanti anni il prof. Francesco Cuva continua a raccogliere testimonianze sul tema della guerra e si prodiga affinchè i militari mistrettesi vengano insigniti di diplomi di fedeltà, di medaglie al valore, di croci al merito di guerra per il loro contributo offerto alla Patria. Eroi che non devono essere dimenticati!
Grazie al prof. Francesco Cuva per questo suo continuo impegno nella ricerca di altri nomi da comunicare all’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci per avere loro il giusto riconoscimento attraverso la stesura di un diploma di merito.
Quindi, i diplomi di fedeltà e le croci al merito di guerra, chiamando per nome ogni fante o sodato mistrettese che ha vissuto l’esperienza del conflitto della seconda guerra mondiale, sono stati consegnati ai familiari del combattente dal presidente Lirio Di Salvo e dal luogotenente della stazione dei Carabinieri di Misretta dott. Giuseppe Mammano.
La commozione del familiare, nel ricevere l’attestato, è stata molto visibile nel ricordare il proprio caro: padre, fratello, cugino, zio.
Qualche lacrimuccia celata ha manifestato lo stato d’animo di quel momento.

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 Infine, a conclusione della cerimonia, le parole del presidente Lirio Di Salvo: ”Il riconoscimento di oggi è stata una cerimonia dovuta per consegnare ai familiari dei militari gli attestati di benemerenza, il diploma di fedeltà, la croce al merito di guerra al soldato, al fante, al partigiano, a quei militi che hanno partecipato al conflitto della seconda guerra mondiale e che, purtroppo, oggi non ci sono più. Mi auguro che in futuro ci saranno altri eventi simili che possano riportare alla memoria fatti storici nella data del 4 Novembre”.
Molto attento è stato l’uditorio presente che ha risposto con un affettuoso applauso.

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Grazie al presidente Lirio Di Salvo per aver saputo organizzare una così emozionante cerimonia nella sede dell’Associazione Combattenti e Reduci a Miatretta coinvolgendo un così numeroso pubblico.

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Giovanni Seminara era mio padre.
Nato a Mistretta il 24 giugno 1909 dal papà Vincenzo e dalla mamma signora Sebastiana Isabella era il terzo dei fratelli: Giuseppina, Rosa, Giovannino, Maria, Vincenzino, Peppino.
Giovannino era un giovane allegro, vivace, amante dello studio e della lettura, rispettoso dei valori della famiglia e della Natura.
Arruolatosi nell’Arma dei Carabinieri, svolse il suo servizio a Fiume e a Caporetto.

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 Purtroppo ha dovuto abbandonare prematuramente l’Arma.
Il suo desiderio era quello di rimanere e di fare carriera nell’Arma dei Carabinieri.
Il tema è tratto dal suo diario.

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Una brutta malattia, la pleurite, contratta mentre era in servizio a Caporetto, causata dalle difficili condizioni di vita in un ambiente così diverso da quello mistrettese, lo costrinse ad abbandonare l’Arma e a ritornare a Mistretta.
A causa dell’improvvisa morte del padre, per aiutare la sua numerosa famiglia, cominciò a lavorare alle dipendenze del cavaliere Vincenzo Tita amministrando i suoi beni terrieri e guidando gli operai nel lavoro dei campi nella contrada Cecè.

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Il 28 dicembre del 1940 sposò la signorina Maria Grazia Lorello, della quale era molto innamorato.
Dalla loro unione nacquero le figlie Nella e Anna.

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Purtroppo, a causa del dissesto economico del suo datore di lavoro, Giovanni ha dovuto lasciare il vecchio lavoro per crearsi un’altra attività lavorativa. Intorno agli anni ’55-’60 del secolo scorso comprò un appezzamento di terreno, sito in contrada Scammari, coltivandolo con tutto l’amore di cui era capace. Le primizie erano per la mamma Sebastiana!
Uomo molto generoso, stimato dai suoi paesani, ligio al dovere, corretto nel comportamento, per tanti anni amministrò i beni terrieri della chiesa San Nicola di Bari e fu “governatore” della confraternita collaborato da due congiunti di man destra e di man sinistra, dal procuratore, che fungeva anche da cassiere, e dal segretario. Mantenne stretti rapporti con i parroci don Antonino Saitta e don Filadelfio Longo.
Ogni anno organizzava con molta devozione ed entusiasmo la festa dell’Immacolata Concezione.
Giovanni Seminara si spense il 26 maggio 1990, alla veneranda età di 81 anni. I suoi resti mortali sono custoditi dentro un loculo nella cripta sociale della Società Fra i Militari In Concedo nel cimitero monumentale di Mistretta.

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Carissimo papà non ti dimenticheremo mai!

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nov 2, 2019 - Senza categoria    No Comments

IL PLATANUS OCCIDENTALIS NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Miei carissimi amici,
continuo il mio discorso sulla essenza vegetale presente nella nostra villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, esattamente del Platanus occidentalis.
Il Platano occidentale, originario dell’America settentrionale, chiamato volgarmente anche “Platano americano”, appartenente alla famiglia delle Platanaceae, è un albero monumentale, longevo, a rapido accrescimento.
Giunto in Europa nel 1636, non ha riscosso particolare interesse.

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Possiede il fusto diritto e slanciato che raggiunge i 30 metri d’altezza.
Il tronco, molto grande, è ricoperto dalla corteccia liscia, a differenzia della corteccia del Platano orientalis che è rugosa, a grandi placche sottili molto particolari, di colore bianco-grigiastro, che tendono a staccarsi.

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E’ rilassante passeggiare dentro la meravigliosa villa “Giuseppe Gribaldi ” ddi Mistretta!

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Le foglie sono palmate, divise in tre e, a volte, anche in cinque lobi con seni molto aperti e con lobi più larghi che lunghi e con le nervature in evidenza. Hanno la pagina superiore di colore verde lucido, la pagina inferiore più pallida e, in autunno, assumono una colorazione giallo oro molto gradevole. Nell’insieme formano la  chioma  a portamento colonnare e tondeggiante.

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Foglie di Platanus orientalis e occidentalis  a confronto

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In abbigliamento invernale

Il Platano occidentale è una pianta monoica che porta infiorescenze solitarie a capolino con fiori molto piccoli.
I fiori maschili sono gialli, mentre quelli femminili sono rossastri.
La fioritura non ha gran valore ornamentale e avviene tra aprile e maggio.
I frutti sono tondeggianti, a forma di riccio, lungamente peduncolati.

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Gli acheni sono sormontati da un breve stilo.
La semina si compie in primavera e, successivamente, avviene il trapianto e la coltura in vivaio prima della messa a definitiva dimora della pianticella.
Anche le talee, prelevate dai rami d’annata durante il mese d’ottobre, sono utili alla sua propagazione.
Il Platano occidentale è coltivato in Italia a scopo ornamentale per abbellire viali, parchi e ampi giardini.
Predilige essere esposto in pieno sole, ma si adatta a qualsiasi tipo di posizione.
Tollera sia il clima caldo sia quello freddo, il vento gelido e non lo danneggiano neanche gli sbalzi termici e l’inquinamento ambientale.
E’ una pianta molto resistente, ma può essere colpita dal rodilegno, dalla carie e dal cancro colorato.
Si sviluppa bene nei terreni fertili, profondi, sciolti ed umidi.
Non necessita di frequenti irrigazioni, ad eccezione che nei periodi molto siccitosi.
Tollera le potature, da eseguire alla fine dell’inverno, eliminando i rami rovinati.
Il suo legname è pesante, poco durevole ed è utilizzato per costruire mobili, per compensati, per legna da ardere.
Rispetto al Platano orientale e al Platano ibrido, il Platano occidentale ha riscosso poco impiego perché presenta peggiori caratteristiche ornamentali e tecnologiche.
Per curiosità si sa che i Romani e i Greci sostenevano che i Platani tengono lontani i pipistrelli considerati uccelli del malaugurio.
In Inghilterra, il Platanus orientalis e il Platanus occidentalis attorno al 1670 produssero spontaneamente un ibrido fertile, il Platano comune, il Platanus hybrida, che cresce anche in zone molto fredde e si presenta molto più robusto e più forte dei capostipiti.
E’ coltivato, a scopo ornamentale, in tutte le superfici della Terra.
La sua resistenza, nella seconda metà del 1900, è stata messa a dura prova da un fungo di origine americana che ha portato alla morte molte piante secolari.
Nel linguaggio dei fiori il Platano simboleggia la “genialità”.

 

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ott 27, 2019 - Senza categoria    No Comments

LE SEQUOIE DELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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La Natura stupisce con la sua fantasia nell’aver creato tutti gli esseri viventi presenti sulla Terra così diversi e così simili.
In particolare, nel mondo vegetale il maggiore esempio della Sua creatività è rappresentato dalla Sequoia, albero gigantesco, maestoso per dimensioni e per altezza.
La Sequoiadendron giganteum della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, posta sotto il balcone belvedere, a destra, esemplare isolato, è un punto di riferimento nel disegno del giardino per il suo aspetto imponente, per la simmetria del fogliame denso e verde scuro.

 

 

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Prima delle attuali Sequoie la villa comunale ne aveva  accolte altre che, purtroppo, sono morte o per vecchiaia o per malattie.
Di esse, nell’aiuola  sottotante il  balcone fiorito, rimangono i ceppi con le radici che, piano piano, la Natura sta distruggendo.
Questa foto è stata scattata alla fine degli anni ’30 del secolo scorso. Non ci sono i pilastri del cancello d’ingresso della villa.
Si vede la Sequoia.

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Questa foto è stata scattata nei primi anni ’50 del secolo scorso. La Sequoia è cresciuta.

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Questa foto è stata scattata alla fine degli  anni ’50 del secolo scorso. La Sequoia è abbastanza  cresciuta.

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Questa foto è stata scattata probabilmente agli inizi degli  anni ’60 del secolo scorso. La Sequoia è ancora più alta.
Questa Sequoia, secondo i nostri ricordi di bambini, era addobbata ad albero di Natale.

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Foto del prof. Mariano Bascì che ringrazio

 Come raccontano i reperti fossili, la Sequoia era una pianta molto diffusa già nell’era terziaria e ne esistevano diverse specie.
Scendendo verso sud di oltre 20° di latitudine per sfuggire alle glaciazioni, il suo areale di distribuzione si restrinse progressivamente e, nel Pliocene, la Sequoia trovò rifugio in una zona limitata tra la California e l’Oregon.
In quella fascia, lunga 800 km e larga 60 km, sino al 1769 era una pianta sconosciuta nonostante la maestosa imponenza e la notevole età di molti esemplari nati più o meno ai tempi della fondazione dell’Antica Roma.
Il padre francescano e cronista spagnolo Giovanni Crespi, giunto in California esattamente nel 1769 al seguito di una spedizione spagnola proveniente dal Messico, comunicò nel suo giornale la notizia dell’incontro con i “giganti verdi” e della scoperta della conifera dall’enorme tronco rossiccio e spugnoso, dalla chioma piramidale alta e stretta sotto la quale un uomo ha le dimensioni di un piccolo insetto. A quell’epoca il naturalista svedese Carl Linnè faceva parlare della recente pubblicazione della sua opera enciclopedica “Systema naturae che conteneva la classificazione e la nomenclatura binaria delle piante.
Crespi non si preoccupò di informare lo studioso, perciò l’importante ritrovamento fu ignorato.
Venti anni dopo il botanico Haenke, nel corso di una spedizione scientifica, raccolse i primi esemplari di Sequoia per importarli nel continente europeo.
Riscoperta la specie nel 1795 dal medico scozzese Menzies, non ebbe però l’onore dell’ufficialità scientifica.
Nel 1840 il botanico austriaco Endlicher finalmente portò i semi in Europa favorendo la coltivazione della Sequoia come pianta ornamentale.
Nel 1848 un primo carico di Sequoie approdò in Italia, nei grandi giardini delle ville pedemontane della nuova borghesia industriale piemontese e lombarda.
La Sequoia in questi territori già mancava da tempo, ma le nuove condizioni di vegetazione, di clima temperato e piovoso erano molto simili a quelle delle coste californiane di provenienza.
L’Ottocento amava l’inconsueto, il grandioso, l’esotico e la Sequoia si trovò al centro dell’attenzione. Tra la catena montuosa della Sierra Nevada e l’ampia valle del San Joaquin sorge il famoso Sequoia National Park.
Le Sequoie qui ospitate sono le uniche ancora viventi. ll “General Sherman Tree” è l’albero vivente più vecchio del mondo.
E’ una Sequoia alta 84 metri, che ha la circonferenza di 31 metri, il diametro alla base di 11 metri, il peso stimato di 5445 tonnellate, il volume di 1770 m3 e 3500 anni d’età.
E’ la pianta regina del Giant Forest, il cuore del Sequoia National Park.
La vita straordinariamente lunga della Sequoia è dovuta alla sorprendente capacità di rigenerazione e alla grande resistenza ai nemici di ogni genere.
Purtroppo non si è data la giusta rilevanza alla distruzione di intere popolazioni di Sequoia sempervirens nel proprio ambiente naturale.
Per curiosità scientifica, e, soprattutto, in previsione di lucrosi affari, il famoso vivaista inglese Veitch mandò negli Stati Uniti il botanico Lobb perchè esaminasse attentamente i boschi californiani alla ricerca di altre specie arboree sconosciute.
Lobb ritornò in Europa nel 1853 portando i semi di una specie affine rinvenuta in poche decine di esemplari sulle montagne ai margini occidentali della Sierra Nevada e le cui piante avevano raggiunto l’altezza di 100 metri e 1500 anni di età presunta.
La Sequoia, albero abituato a vivere ad alte quote, tra i 1100 e 2200 metri, si rivelò una specie interessante tanto da essere coltivata negli Orti Botanici, nei giardini dell’Europa del Nord e dei nostri Appennini.
Il nome del genere “Sequoia” fu attribuito nel 1847 e deriva da un dialetto indigeno della California. E’ stato scelto in omaggio al capo indiano George Guesz of Sequoyah, figlio di un colono tedesco e della donna indiana Cherokee e vissuto tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento (1770-1853).
Il nome Sequoiadendron è formato dall’unione delle parole “Sequoia” e “Dendron“.
Il termine “dendron” deriva dal greco “δένδρος” e significa “albero” per indicare le considerevoli dimensioni che questa specie può raggiungere a sviluppo completo. Nel linguaggio popolare divenne la “Sequoia mammut”. Oggi esistono solamente due specie: la Sequoia Sequoiadendron gigantea e la Sequoia sempervirens.
Delle due specie di Sequoia la sempervirens, rispetto alla Sequoia Sequoiadendron, era meno adatta a vivere in questi ambienti perché molto più sensibile al freddo.
La Sequoiadendron ha assunto altri nomi: “Sequoiadendron giganteum, Sequoia Gigante, Sequoia della California, albero Mammut”.
L’inglese Lindley la denominò “Wellingtonia” come nazionalistico omaggio al duca Wellington, militare e politico, che segnò la fine di Napoleone a Waterloo dove ebbe luogo la celebre battaglia fra truppe francesi, inglesi, belghe, olandesi e tedesche al comando proprio di Wellington e di Blùcher.
Successivamente, l’americano Winslow ribattezzò la specie col nome di Washingtonia gigantea” in ricordo di George Washington, colui che sconfisse gli inglesi nella guerra d’indipendenza americana. In inglese la Sequoia è comunemente chiamata “Redwood” per il colore rossastro del suo legno. L’assegnazione definitiva di questa Sequoia ad un nuovo genere, il “Sequoiadendron”, di cui il solo rappresentante è “Sequoiadendron giganteum”, avvenne solo nel 1939.
Sia la Sequoia Sempervirens sia la Sequoiadendron giganteum sono piante abbastanza diffuse anche in Italia. La Sequoiadendron giganteum cresce bene ovunque, mentre la sempervirens, più esigente per i fattori di temperatura e di umidità, vegeta meglio presso i laghi.
La Sequoiadendron giganteum è un albero molto grande, monumentale, originario della California e introdotto in Europa a metà del secolo scorso. Appartiene alla famiglia delle Taxodiaceae, un tempo riconosciuta come famiglia autonoma, ma oggi normalmente inclusa nelle Cupressaceae.
E’ l’albero più alto del mondo vegetale e, nel suo areale, vive ad altitudini da 1100 a 2700 metri sul livello del mare, può raggiungere i 115 metri di altezza e gli 8-10 metri di diametro. In Italia raggiunge al massimo i 50 metri di altezza. In America quest’albero è chiamato “Sentinelle della Sierra” ed è considerato uno tra gli organismi più grandi e più antichi.
Per la sua notevole altezza può accadere che qualche fulmine facilmente colpisca la punta lasciando l’albero privato della cima.
E’ anche l’albero più pesante del mondo misurando oltre 2000 tonnellate. La Sequoiadendron giganteum è una pianta che cresce molto lentamente, ma che può vivere fino a 3200 di anni.
Ha il portamento eretto, colonnare, e l’aspetto piramidale.. Le sue radici sono superficiali, ma molto estese, perché devono sorreggere un albero così alto. Possiede il tronco aromatico, profumato e rivestito dalla corteccia esterna molto spessa, fibrosa, profondamente fessurata, di colore rosso bruno, mentre quella interna è sottile e compatta.

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Essa contiene tannino, una sostanza capace di inibire i funghi e gli insetti xilofagi ed è priva di resina che la protegge dall’abbraccio del fuoco. Il tronco è ingrossato alla base per resistere alla forza dei venti.

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 I rami sono piuttosto radi e leggermente penduli. Quelli inseriti nella zona basale sono inclinati verso il basso e con la parte apicale rivolta verso l’alto, quelli inseriti nella zona mediana e superiore sono orizzontali ed ascendenti evidenziando la maestosità del fusto. Con l’età tende allo sfrondamento basale per cui la parte inferiore del fusto è priva di rami.

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 Le foglie, persistenti, aghiformi, con sezione triangolare, lineari, disposte a spirale, formano una chioma piramidale.
Gli aghi, inseriti sui giovani rametti, appiattiti, rigidi, appuntiti, con la punta rivolta verso l’esterno e non spinosa, sono disposti fittamente intorno ai rami in modo tale da ricoprirli completamente. Gli aghi posti al centro del rametto sono più lunghi rispetto a quelli posti alle estremità.
Le foglie sono di colore verde scuro nella parte superiore, di colore grigio nella pagina inferiore per la presenza di due linee bianco-grigiastre ai lati della nervatura centrale ed emanano un gradevole profumo di anice. Le foglie rimangono sulla pianta per tutto l’arco dell’anno.
Le Sequoie sono piante monoiche.
Le infiorescenze maschili e femminili fioriscono sullo stesso albero.
I fiori maschili, sessili, piccoli, gialli, disposti in amenti compatti ascellari e terminali, si formano all’apice dei germogli giovani, compaiono in ottobre, ma liberano il polline a marzo.
Le infiorescenze femminili, leggermente più grandi di quelle maschili, lunghe circa 1,5 centimetri, sono costituite da coni formati da scaglie legnose con la punta spinescente prima di colore verde, poi marrone scuro, penduli, all’apice dei rami. Ogni cono contiene una dozzina di ovuli.
La fecondazione avviene perchè i coni maschili hanno strutture chiamate microsporangi che producono un polline giallastro.
Il polline è rilasciato e trasportato dal vento verso i coni femminili. Quando il granello pollinico raggiunge il cono femminile feconda l’ovulo che, insieme al tegumento circostante, diventa il seme.
I coni non si sfaldano a maturità, ma cadono interi dall’albero.
I frutti, i coni, di colore grigioverde, ovali, lunghi 6-8 centimetri, maturano in 2 anni e possono persistere sull’albero anche per 20 anni.
Contengono numerosissimi semi scuri e alati. Se le condizioni lo permettono, il seme, caduto a terra, genera una nuova piantina. Nella tarda estate si possono praticare anche delle talee semilegnose per favorire la moltiplicazione della pianta.

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Durante il restauro botanico della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, effettuato alla fine dell’anno 2009, il signor Vito Purpari, allora giardiniere della villa, collaborato dai ragazzi del servizio civile di Mistretta, piantò nel giardino un’altra Sequoia: la sempervirens. Il piccolo albero è cresciuto e crescerà ancora!

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Si può ammirare nel lato destro del viale di sinistra appena superato il cancello d’ingresso della villa, poco sopra il laghetto.
La Sequoia sempervirens è una conifera proveniente dalle coste americane del Pacifico e importata in Europa verso la fine del XIX secolo. Presenta il tronco eretto, slanciato e rivestito dalla corteccia spessa, fibrosa, di colore rosso bruno che si rompe col passare degli anni.
La chioma è piramidale negli esemplari giovani, mentre nelle piante vecchie è compatta, irregolare e piccola in proporzione al fusto. I rami sono pendenti.
E’ una pianta esigente per quanto riguarda l’umidità e ciò limita notevolmente l’impiego forestale nonostante il suo rapido accrescimento. Nell’America settentrionale è coltivata per il legname, in Europa per scopi ornamentali. E’ ritenuto l’albero più grande al mondo.
La villa comunale di Mistretta ospita anche la sequoia aureomarginata che si orna di aghi giallo verdi dorati.

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Si trova esattamente dietro il busto dello scultore amastratino Noè Marullo.
Ho sempre ammirato la sua bellezza quando, durante questa estate 2019, ho trascorso piacevoli pomeriggi dentro la villa in compagnia dei miei cari amici.
La Sequoia cresce bene ovunque, ma preferisce essere esposta in pieno sole posta su un terreno moderatamente fertile, soffice e ben drenato, in un habitat dove esistono climi montani freschi e umidi anche se, per la sua notevole rusticità, la pianta si è adattata a vivere in qualsiasi ambiente sopportando bene il freddo e resistendo alle malattie e all’attacco degli insetti.
La pianta si accontenta dell’acqua piovana, anche se è bene annaffiarla regolarmente e in abbondanza per alcuni anni dopo la messa a dimora.
La pianta ha bisogno di molti litri d’acqua ogni giorno ed occorre molto tempo perché l’acqua, entrata dalle radici, raggiunga la cima dell’albero.
La “pompa” deve vincere la forza di gravità e l’attrito con le pareti dei vasi che trasportano l’acqua.
Purtroppo, come nel resto d’Europa, la Sequoia potrebbe essere soggetta al disseccamento di qualche ramo che, però, non compromette la naturale crescita in altezza della pianta.
La Sequoia è una pianta molto ornamentale, ma è coltivata anche perchè fornisce legname e materiale da combustione. Il legno della Sequoia gigante è molto resistente alla decomposizione, ma è fibroso e fragile, il che lo rende inadatto ad uso edile.
Dall’ultimo ventennio del diciannovesimo secolo fino agli anni venti del ventesimo secolo molte Sequoie sono state abbattute a scopo commerciale, ma ottenendo uno scarso guadagno perché, a causa della fragilità e dell’altezza degli alberi, molti tronchi si frantumavano e, pertanto, erano inutilizzabili.
I boscaioli cercavano di attutire l’impatto con strati di rami di altri alberi ma, nonostante ciò, anche il 50% del legname andava sprecato.
Il legno era, perciò, utilizzato solo per fabbricare staccionate, tegole e fiammiferi. Uno scopo umile per un albero di una tale mole! Come per molte altre conifere, il “momento d’oro” delle Sequoie risale ad ere geologiche molto lontane. Sono le ultime testimonianze di un fulgido passato il cui futuro deve essere assicurato da una scrupolosa salvaguardia.
Ecco perché attualmente la Sequoia è una specie vegetale protetta.
Il disboscamento selvaggio stava mettendo in pericolo la sua sopravvivenza, pertanto sono state create delle riserve e dei parchi naturali per facilitare la riproduzione e per proteggerla nella crescita.
Alcune Sequoie, piantate il secolo scorso nei giardini italiani, sono classificate tra gli alberi monumentali del nostro Paese e sarebbe opportuno andarle a visitare. Più o meno coeve, hanno un’altezza variabile da 30 metri, come la Sequoiadendron giganteum in località Colleascine di Aprigliano, a 50 metri, come la Sequoia sempervirens nel “Parco Burcina” di Pollone, presso Biella.
Per ragioni storiche e climatiche, proprio nel Biellese vive il nucleo più consistente di Sequoie considerevoli: nel sanatorio di Bioglio, nei grandi giardini ottocenteschi delle ville Canale-Majet e Sella di Mosso Santa Maria, nel parco del Monastero a San Gerolamo di Biella. Il clima umido e temperato, dal Piemonte all’Alto Adige, sembra aver favorito lo sviluppo di questi giganti naturali che, lungo la penisola, diventano rari proprio per le condizioni pedoclimatiche inadeguate dell’ambiente mediterraneo. Slanciate Sequoie disegnano il centro abitato di Roccavione, il viale Dante a Torre Pellice, nel parco Agliardi di Paladina; svettano sottili e solide all’Alpe Vice Re di Albavilla, a Villa Amman di Elio e a Villa Cornaggia Medici di Merate, tre località in provincia di Como, a Villa Riva di Maccagno, a Appiano, a Lana, a Salorno e a San Pancrazio, in provincia di Bolzano.
In fusti di Sequoiadendron giganteum, conservati nei musei di Londra e di New York, vi sono sezioni di legno con oltre 1300 anelli di accrescimento.
Camminare tra questi colossi della Natura è un’emozione unica, uno spettacolo incredibile.
Colpiscono: il silenzio e il profumo intenso che si spande nell’aria.

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