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giu 28, 2019 - Senza categoria    No Comments

A FRANCO GALIA INTITOLATA UNA STRADA A LICATA

Caro Franco,
hai ricevuto questo encomiabile riconoscimento!

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Infatti,  grazie alla proposta formulata dell’Associazione “A Testa Alta” alla Commissione Toponomastica di Licata, presieduta dal geometra Salvatore Bonelli e favorevolmente accolta dal sindaco Giuseppe Galanti e dalla Giunta comunale di Licata, secondo la delibera N° 30 del 19/06/2019, è stata intitolata all’architetto Francesco Galia la strada che, diramandosi dal Corso Umberto I e passando davanti alla parrocchia di San Gabriele, attraversa il campo sportivo Dino Liotta fino alla  rotonda che incrocia via Salvo D’Acquisto, davanti al Centro Commerciale “Il Porto”, che immette sul ponte Serrovira costeggiando il fiume Salso quasi alla foce.
La proposta dell’Associazione “A Testa Alta”, ampiamente motivata e corredata da notizie biografiche e bibliografiche e allegata alla deliberazione dell’Amministrazione comunale di Licata, ha messo in evidenza la grande opera svolta da Franco Galia in qualità di Responsabile della locale sezione del WWF con particolare riferimento all’attività di difesa del territorio, alla lotta all’abusivismo edilizio, alla salvaguardia del fiume Salso e dell’osservatorio naturalistico nato per lo studio degli uccelli migratori e inaugurato nel 2002 nei pressi proprio della foce del fiume Salso.
Da oggi, 25  giugno 2019,  questo tratto di strada  si chiama “CORSO FRANCO GALIA”.

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Molti sono stati i commenti che ho letto su Facebook e sui altri giornali  locali sulla personalità di Franco Galia, giovane che ha lasciato all’intera comunità licatese un’eredità immensa di indiscutibile valore naturalistico.
Soddisfazione per la scelta di intitolare la strada a Franco Galia è stata espressa dal sindaco Giuseppe Galanti. Il suo commento:
La richiesta era stata invocata da più parti anche perché a Franco Galia va riconosciuto il merito di avere lasciato un’eredità culturale e storica importante perché impegnato nel difendere con tenacia il territorio dagli abusi della cementificazione abusiva e incontrollata, nel proteggere l’habitat naturale, nella conservazione della fauna stanziale emigratoria. Salvare uccelli feriti e tartarughe marine, principalmente la specie Caretta Caretta, è stato un impegno che Franco ha assunto con molta responsabilità.Ha agito anche a difesa del  territorio come, per esempio,  quello di Torre Salsa (Siculiana), preservandolo dalla realizzazione di un complesso turistico di notevole estensione e dimensione.  Nel 1989 Torre Salsa è stata assegnata in gestione al WWF per un’estensione di  otto ettari di terreno. E’ diventata un’0asi naturalistica. Grazie anche all’ interessamento di Franco Galia,  dal 2000  l’area è la Riserva Regionale Orientata della Regione Siciliana.
Proprio Franco Galia fu il primo direttore della Riserva e ha pubblicato numerosi studi scientifici sulla Riserva stessa e sul territorio siciliano.
Era, pertanto, giusto  che la Commissione toponomastica accogliesse la proposta di intitolare  una strada a Franco Galia a Licata per sensibilizzare i naturalisti a continuare la sua meritoria opera e per tramandare alle generazioni future tanta operosità. Auspico che, sull’esempio di Franco Galia, sempre più possano essere i nostri concittadini che, in vari settori, con il loro operato diano lustro alla nostra città
”.
L’Associazione “A TESTA ALTA”, nella proposta di intitolazione di una strada a Franco Galia, ha sottolineato  le innumerevoli iniziative promosse da Franco Galia e che hanno reso possibile la diffusione della cultura ambientale tra i giovani coinvolgendo le scuole di Licata e promuovendo un modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale, economico e sociale, temi oggi di pressante attualità.
L’entusiasmo e la passione di Franco Galia, ancora oggi e a distanza di dieci anni dalla sua scomparsa, riescono a coinvolgere i licatesi a difendere e a proteggere l’ambiente naturalistico.

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A TESTA ALTA , in un post pubblicato nella propria pagina facebook, ha ringraziato il Sindaco Giuseppe Galanti, il Vice Sindaco Antonio Vincenti e gli Assessori comunali che hanno accolto e condiviso la proposta di intitolazione della strada a Franco Galia evidenziando l’altissimo valore simbolico, etico e civico. Il il nome di Franco Galia è fortemente legato a questi luoghi per averli studiati, valorizzati e difesi con tutte le sue forze.
Gino Galia, suo fratello, ha commentato: “ Finalmente una svolta per il grande Franco. Gli è stata intitolata quel tratto di strada che lui teneva tanto, la strada che porta all’osservatorio avifaunistico della foce del fiume Salso.
Grazie all’associazione A Testa Alta che ha creduto sempre nei suoi valori naturalistici,di legalità e di amore verso il prossimo”
.
La prof.ssa Antonella Cammilleri commenta: “  Il caro Franco, ogni tributo alla sua memoria è una lode all’onesta, alla lealtà, all’impegno profuso nel voler cambiare le cose, ma soprattutto alla bontà d’animo… A casa sua, in quella stanza su in terrazzo con le mura tappezzate con “i cartoni delle uova”, iniziò tutto. L’avvenura del WWF.
La battaglia di Franco Galia! Quella battaglia in cui è riuscito a coinvolgere le persone più diverse. Eravamo entusiasti , anche se non sapevamo dove ci avrebbe portato l’ennesima “idea balorda” di Franco Galia. Il mio ricordo di Franco è legato ad un periodo bellissimo, in quella classe di soli uomini, i miei compagni mi facevano sentire una privilegiata.
In quella classe in cui una sana competizione ci portava a fare sempre meglio, c’era lui che scherzosamente chiamavamo “il rosso”, il comunista che faceva catechesi. E nell’idea diffusa che un comunista dovesse essere per forza di cose un ateo, Franco era un riferimento fuori dalle riga. Ma lui era così: credeva in tutto quello che faceva! Era una persona seria, di quelle che ormai non le trovi neanche a cercarle con il lanternino. Un amico leale, sincero… che credeva nella sincerità degli altri.
Quella categoria di amici che sanno quando stai male anche se lo nascondi pure a te stessa! Penso spesso ai giorni trascorsi insieme: facevamo gruppo, io, Franco e Angelo Bonvissuto.
Anche Angelo è andato via troppo presto… chissà perchè le persone più buone, quelle che potrebbero dare amore al mondo, sono sottratte alla vita prematuramente. Non riusciremo mai a spiegarlo. Dobbiamo solo accettarlo! Da un paio di anni sono ritornata, da docente, nella scuola in cui ho studiato. quasi ogni anno ritrovo una classe in cui c’è solo una ragazza e puntualmente le racconto la mia “avventura”. Gli anni meravigliosi trascorsi al Geometra… il progetto di fine corso a casa “del custode”, il carissimo signor. Bonvissuto, nonchè papà di Angelo.
Ogni pomeriggio l’appuntamento era a casa di Angelo… non c’era AutoCad, si lavorava su “lenzuola” di carta, e non c’erano tavoli che bastassero a contenerli tutti. E si lavorava divertendoci, e lavorando maturavamo amicizie profonde, di quelle che ti accompagnano per la vita. Anche se la vita non è sempre dalla parte dei buoni!
Personalmente ricordo Franco Galia ospitato nella clinica Maddalena di Palermo dove lo andavo spesso a trovare durante la sua degenza.
Gli portavo tanti libri. Insieme gli facevamo tanta compagnia. Franco ed io parlavamo delle condizioni del fiume Salso, dei Cormorani, degli uccelli migratori, delle tartaruga Caretta caretta, della Riserva Naturale Orientata di Torre Salsa, a Siculiana, in provincia di Agrigento.

DELLA NATURA!
Mi diceva: “Grazie, Nella, sei molto affettuosa!”
Dimostrava di possedere piena fiducia nelle terapie. Sperava in una rapida guarigione. Non lo dimenticherò mai!
Giuseppe Patti  commenta: “Dopo 39 anni stamattina ho avuto il mio primo <contatto> con il nostro fiume Salso. Lo abbiamo disceso per circa 4 km fino alla foce, grazie alle escursioni organizzate dal WWF di Gino Galia e alla Pro Loco.
Il nostro fiume è <VIVO>  e solo da vicino puoi ammirare la fauna che lo popola.
Licata non ha mai avuto un rapporto vero con il suo fiume e queste escursioni sono un primo passo per un auspicabile innamoramento. Complimenti
!
Elisa Terrasi commenta: “I miei zii: una fonte d ispirazione grandissima e tanto onore da parte mia.Zio Franco vivrai sempre nei nostri cuori. Gino Galia grazie di portare avanti questa cosa perchè è speciale”.
 Gianluigi Pirrera commenta: “Giustissimo riconoscimento, alla memoria, per Franco”.
Anna Schirò: “ Sono contenta che è arrivato questo riconoscimento!
Massimiliano Scala:  “Io non ho avuto il piacere di conoscerlo personalmente  Fanco, (anche se mi pare che da ragazzo é stato alunno di mia mamma),ma ne ho sempre e solo sentito parlare benissimo e questo, nella nostra attuale società, non è così comune…”
Quilicata:  “Franco è sempre in mezzo a noi. Non poteva esserci modo migliore per ricordare Franco Galia, ambientalista, fondatore del WWF di Licata e dell’oasi di Torre Salsa, di cui è stato il primo direttore, di intitolargli una strada Licata”.
Il WWF commenta: “ Franco Galia è stato il primo e indimenticabile direttore della Riserva Naturale Orientata di Torre Salsa  affidata da quasi 20 anni al WWF. Volontario e attivista del WWF di Licata, Franco Galia ha dedicato la sua vita alla causa ambientalista. Scomparso prematuramente, ha lasciato un vuoto difficile da colmare, impossibile nei cuori, irraggiungibile nei risultati ottenuti da direttore della riserva”.
Le città di Licata e di Siculiana, ricorrendo la data della sua scomparsa, dal 15 al 18 giugno 2017 hanno dedicato a Franco Galia quattro impegnate giornate.

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Giovedì, 15 giugno, è stata celebrata una santa messa di suffragio  nella chiesa Madre di Licata. A seguire nella villa Messico, la cui cura è affidata al WWF di Licata, guidato dal fratello Gino Galia, è stato deposto un cippo di pietra di Siculiana con una targa che ricorda l’ambientalista licatese.
Il 16 giugno, a Siculiana, si è tenuto un convegno dell’ordine degli architetti di Agrigento.Il convegno, dal titolo “Francesco Galia, Architetto, Pianificatore, Paesaggista, Conservatore” è stato patrocinato dall’Ordine degli Architetti e da altri Ordini e Collegi professionali dell’area tecnica. Hanno relazionato: il Prof. Domenico Costantino, docente  della facoltà di Architettura dell’Università di Palermo e relatore della tesi di Laurea di Franco, e la prof.ssa Valeria Scavone, urbanista.
Il 17 giugno, nel Centro Visite della riserva di Torre Salsa è stato attivo uno sportello filatelico temporaneo con annullo postale speciale.
Presenti gli amici di Franco che hanno ricordato la responsabile figura di ambientalista e l’impegno in difesa delle tartarughe marine e della Riserva di Torre Salsa.  Quindi la passeggiata all’Oasi WWF percorrendo il sentiero “Franco Galia”.
Il 18 giugno, nella riserva orientata di Torre Salsa ha avuto luogo la festa della mietitura, organizzata proprio da Franco Galia tanti anni fa e riproposta ora per  ricordarlo.

CHI ERA FRANCO GALIA 

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Franco Galia nasce a Licata, in provincia di Agrigento, il 4 ottobre 1965 da Vincenzo e da Vincenza Montana. Quattro sono i suoi fratelli maggiori: Giuseppe, Giovanna, Concetta e Gino.
Frequenta la scuola elementare “Angelo Parla” e la Scuola Media Statale  “Salvatore Quasimodo” a Licata. Nel 1979 si iscrive all’Istituto Tecnico per Geometri.
Sin da ragazzo aiuta il padre nel lavoro dei campi. Dal padre eredita l’amore per le piante e per la terra.
Di idee politiche comuniste, ma profondamente cattolico, frequenta la chiesa San Paolo partecipando attivamente alle attività della parrocchia.
Diventa responsabile del gruppo ACR (Azione Cattolica Ragazzi).
Nel 1984 consegue il diploma di maturità e si iscrive alla facoltà di Architettura dell’Università di Palermo dove si laurea.

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La proclamazione della laurea

Nell’estate dello stesso anno, assieme ad alcuni amici, costituisce un “gruppo attivo WWF” e inizia il suo percorso in difesa dell’ambiente, che diventa presto la sua ragione di vita e per la quale, non di rado, sacrifica anche gli studi e gli impegni familiari.
Nell’estate del 1987 organizza la prima edizione di “Natura in Festa”, una manifestazione con giochi e musica per sensibilizzare le persone verso le tematiche ambientali.
L’iniziativa sarà ripetuta per i quattro anni successivi.
Nel novembre 1987, a coronamento di tutta l’attività svolta, la Delegazione WWF Sicilia promuove il gruppo attivo a sezione e viene nominato Responsabile della Sezione WWF di Licata.
Si occupa della difesa del territorio, della cementificazione dei fiumi siciliani, dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani e speciali, del recupero della fauna selvatica ferita, della tutela delle tartarughe marine etc.
Promuove l’indagine floristica nell’area archeologica di monte Petrulla e dintorni in territorio di Licata, i progetti: “Le domeniche ecologiche”,
“I naturalisti siciliani” e “L’itinerario naturalistico della Sicilia”.
Alla fine degli anni ottanta decide di dare un freno al dilagante abusivismo edilizio costiero e intraprende delle azioni legali contro chi tenta di costruire illegalmente lungo la costa licatese, Resterà amareggiato per il cattivo funzionamento della giustizia.
Nello stesso periodo é in prima linea nella battaglia per impedire che a Torre Salsa (Siculiana, AG) venga costruito un comprensorio turistico per seimila posti letto e fa in modo che il WWF Italia acquisti nel 1989 otto ettari di terreno.
Da agosto a ottobre 1988 lavora presso la filiale di Milano delle Poste Italiane come portalettere.
Dal 1989 al 2001 ricopre la carica di responsabile dell’oasi WWF di Siculiana.
Per un disguido, non gli viene accettata la richiesta d’obiezione di coscienza al servizio militare che svolge in Marina dal marzo 1990 al marzo 1991, per i primi tre mesi a Taranto e successivamente imbarcato sulla Nave Alcione, con base ad Augusta (SR), con il grado di sottocapo radarista.
Nell’agosto del 1992 incontra a Licata Domenica Zagrì che sposerà a Bagheria nel 1998.
Dal 1993, e negli anni seguenti sino al 2007, organizza nell’oasi WWF di Siculiana un campo naturalistico di volontariato al quale partecipano numerosi giovani provenienti da ogni parte d’Italia e anche dall’estero.
Nel dicembre 1994 viene nominato componente del Consiglio Provinciale Scientifico delle Riserve e del Patrimonio Naturale della Provincia Regionale di Agrigento, carica che gli viene confermata nel settembre 2000.
Dal 1994 al 1995 cura il notiziario regionale del WWF Sicilia.
Ė responsabile degli obiettori di coscienza presso l’Oasi WWF di Torre Salsa e la Sezione WWF di Licata.
Nei mesi di luglio 1996/97/98/99 partecipa al progetto del Comune di Palermo “Tempo d’estate” guidando scolaresche nelle aree naturali della Provincia di Palermo.
Nell’agosto 1998 viene eletto componente del Consiglio del WWF Sicilia.
Si laurea in Architettura col prof. Domenico Costantino, docente di gestione del territorio, il 27 luglio 1999, con una tesi sul “Piano di sistemazione della Riserva naturale orientata di Torre Salsa” che, grazie soprattutto al suo impegno, viene istituita nel giugno 2000 su 760 ettari.
Da febbraio a luglio 2000 è impegnato presso la “Casa Amica” di Agrigento e la “Casa del Sorriso” di Caltanissetta come tecnico esperto nel progetto ICARO per il recupero della devianza minorile attraverso laboratori di educazione ambientale.
E’ socio fondatore della Sezione di Licata dell’Archeoclub d’Italia.
Diventa socio della Società Siciliana di Scienze Naturali.
Nel settembre 2000 ricopre l’incarico di responsabile tecnico nell’ “European Heritage Campuses 2000” che si svolge nella Riserva naturale di Torre Salsa.
Il 2 agosto 2001 viene nominato direttore della riserva. Diventa socio dell’Associazione Italiana Direttori Aree Protette.
Nei primi mesi del 2002 realizza un osservatorio avifaunistico alla foce del fiume Salso (Imera Meridionale) gestito dal WWF tramite convenzione con il Comune di Licata.
Si iscrive all’albo professionale dell’Ordine degli Architetti pianificatori paesaggisti e conservatori della Provincia di Agrigento.
Nel mese di giugno 2002 nasce il figlio Vincenzo.
Da ottobre a dicembre 2002 è docente di tirocinio in un corso di formazione professionale per il conseguimento della qualifica di “Operatore del Paesaggio”.
Cura la pubblicazione “Guida alla flora della riserva naturale di Torre Salsa” scritta dal prof. Carmelo Federico.
Da gennaio a marzo 2003 è impegnato in qualità di docente esperto esterno presso la Scuola Media Statale “Tomasi di Lampedusa” di Palma di Montechiaro (AG) in un progetto per la prevenzione della dispersione scolastica dove sviluppa il tema della raccolta differenziata dei rifiuti.
Da febbraio a marzo 2004 è impegnato in qualità di docente esperto esterno presso l’Istituto d’istruzione superiore “E. Fermi” di Licata nel progetto “Le dimore liberty a Licata. Il recupero della memoria”. Sempre nello stesso istituto, da giugno 2004 a novembre 2004, è impegnato nel progetto “Tutela dell’ambiente”.
Nell’agosto del 2005, subito dopo la prematura scomparsa del fratello maggiore, scopre la sua terribile malattia. Nonostante ciò, continua il suo impegno di sempre e a fare progetti per il futuro tra cui la specializzazione in Bioarchitettura e la candidatura alle elezioni 2008 per il rinnovo del consiglio comunale di Licata.
Si spegne il 15 giugno 2007, all’età di 41 anni.
Riposa a Licata, nel cimitero dei Cappuccini, accanto a suo padre e a suo fratello Giuseppe.
Fonte : http://www.francogalia .it/biografia.htm

 Gli amici e la comunità licatese ricorderanno per sempre Franco Galia leggendo le sue testamentarie parole:
Riposerò sotto il gelso della vita, il gelso di mio padre e del padre di mio padre. Ritornerò alla terra che mi ha generato, sarò contento di aver finalmente completato questo mio viaggio. Sarò al sicuro sotto la sua ombra e nutrirò le sue radici. E anche dopo questa vita potrò seguire le rotte dell’aquila, smarrirmi nel pensiero, volteggiare tranquillo. Quella sarà la mia eterna casa” (Franco Galia).

 

 

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giu 21, 2019 - Senza categoria    No Comments

LA CHIESA DEL CARMINE DI LICATA RIAPRE AL CULTO DOPO ANNI DI CHIUSURA

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Oggi, giovedì 20 giugno 2019, è stata riaperta al culto dei fedeli la chiesa del Carmine a Licata chiusa da tre anni per consentire di eseguire i necessari e urgenti lavori di restauro e di rifacimento del tetto danneggiato dalle infiltrazioni d’acqua piovana.
Superata la lentezza burocratica, i lavori iniziati sono stati terminati nell’arco di pochi mesi di tempo.
A sollecitare l’intervento di restauro del tetto è stato il sindaco di allora, il prof. Angelo Cambiano, che ha ricevuto la soprintendente ai beni culturali di Agrigento, la dott.ssa Gabriella Costantino, e l’arch.Bernardo Agrò, anch’egli della Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali di Agrigento, che ha illustrato il piano di intervento da effettuare per il recupero del tetto, della volta e del campanile della Chiesa.
La richiesta era stata già ufficialmente indirizzata alla Direzione Centrale per l’Amministrazione del Fondo Edifici di Culto, alla Prefettura e all’Ufficio beni Culturali ed Ecclesiastici della Curia Vescovile di Agrigento.
Il commento del sindaco: “La celerità con la quale la Sovrintendenza di Agrigento sta intervenendo per il recupero della Chiesa del Carmine non fa che confermare l’attenzione posta nei confronti della nostra città per il recupero del suddetto luogo di culto”.
Anche l’attuale sindaco, il dott. Giuseppe Galanti, ha sollecitato l’intervento della Soprintendenza ai beni culturali ed archeologici per dare avvio alla celere esecuzione dei lavori.
Le sue parole: ” Io e alcuni tecnici del Comune di Licata abbiamo fatto un sopralluogo all’interno della chiesa.
Effettivamente il rischio di crollo di una parte del soffitto è molto probabile.
Del resto, il tempio è chiuso da circa due anni proprio per i problemi rilevati nella volta.
Ho segnalato, con urgenza, la situazione alla Soprintendenza ai beni culturali ed archeologici di Agrigento.
Domani alcuni architetti dell’ente e la soprintendente, dott.ssa Gabriella Costantino giungeranno nuovamente a Licata per effettuare un nuovo sopralluogo e decidere il da farsi
”.
I festeggiamenti sono iniziati lunedì 17 giugno, con le riflessioni sul santuario di Dio, a seguire l’Adorazione Eucaristica, i vespri e la benedizione elargita in uno spazio di via Sole.
Martedì, 18 giugno,  le stesse celebrazioni si sono ripetute nel cortile Galvani, nei pressi di corso Italia.
Mercoledì, 19 giugno, le stesse celebrazioni si sono ripetute in piazza Stazione.
Giovedì, 20 giugno,  il giorno in cui è stata riaperta al culto la chiesa del Carmine,  la folla dei fedeli si è riuntita  nello spazio presso le Suore del Canonico Morinello in via Palma e, in processione, giunse alla chiesa del Carmine.
Alla cerimonia di riapertura della chiesa erano presenti: don Tonino Cilia, parroco della Chiesa del Carmine, della chiesa di Sette Spade e della chiesa di San Domenico, e il cardinale Mons. Francesco Montenegro, arcivescovo metropolita di Agrigento, le autorità cittadine e numerosi fedeli.

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E’ stato il cardinale Francesco Montenegro ad aprire la porta d’ingresso della chiesa e a consegnare le chiavi  al parroco, don Tonino Cilia.
Quindi è stata celebrata la Santa Messa.

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La chiesa era strapiena di gente che, da tanto tempo, chiedeva la riapertura della chiesa  al culto.

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Le parole del Cardinale Montenegro: ” Credo che la riapertura di una chiesa sia un momento importante di storia. E’ vero che si riapre la chiesa, ma credo che ogni chiesa ha un pezzo di storia che coinvolge la gente che ha tante speranze, tante paure e credo che noi abbiamo bisogno di guardare al passato per sapere da che parte dirigerci, per guardare  e affrontare il futuro.
E’ questo è un momento importante perché una chiesa che si apre è sempre una speranza che viene regalata.
Con la celebrazione religiosa è stato restituito alla città un importantissimo tempio, da sempre punto di riferimento per tutti i fedeli, ed un monumento barocco che dà lustro al centro storico di Licata.
Sono stato felice di presenziare, insieme al sindaco di Licata, all’onorevole Carmelo Pullara, ai componenti della giunta comunale, al presidente del consiglio comunale Giuseppe Russotto, ai consiglieri comunali ed alle autorità cittadine, alla restituzione della chiesa del Carmine alla comunità licatese”.
Le parole del sindaco della città, il dott. Giuseppe Galanti: ”Ringrazio monsignor Francesco Montenegro, il soprintendente per i beni culturali e ambientali Michele Benfari, il dirigente della sezione per i beni architettonici e storico – artistici, il dott. Bernardo Agrò, il direttore dell’ufficio beni culturali ecclesiastici Giuseppe Pontillo, il parroco don Tonino Cilia per quanto in questi anni hanno fatto per far tornare a splendere uno dei simboli della città di Licata”.

LA CHIESA DEL CARMINE A LICATA

La chiesa di Santa Maria dell’Annunziata, meglio conosciuta come “Chiesa del Carmine”, confinante con la via G. Amendola, è sita in Corso Roma, a Licata, allontanata da esso da un ampio sagrato.

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La chiesa nacque come chiesa ospitante nel convento l’ordine dei PP. Carmelitani.
Quello dei carmelitani è forse il più antico convento di Licata e, secondo la tradizione di quest’Ordine, sarebbe stato fondato dallo stesso Sant’Angelo nel 1200 e che vi avrebbe dimorato per un certo tempo prima di abitare nella casa di proprietà dell’arcivescovo di Palermo nella odierna via Sant’Andrea.
Che la chiesa sorgesse “extra moenia” si apprese da una petizione di P. Giovanni Soreth, Generale dell’ordine dei Carmelitani, rivolta al papa Callisto III nel corso del Capitolo Provinciale si Sicilia celebrato a Licata l’8 maggio 1457 con la quale riferiva al Pontefice che la Casa del Carmelo di questa città, trovandosi in aperta campagna e lontana persino dai borghi, era esposta al pericolo di incursioni barbaresche e per questo chiedeva che le venisse annessa la “ecclesia sine cura, sive cappella beati Angeli martyris sita intra muros dictae terrae”, di patronato dell’Università di Licata per rifugiarvisi in caso di pericolo e per custodirvi le cose di valore della chiesa e del convento.(Rif. Calogero Carità Immanis Gela Nunc Alicata Urbis Dilectissima AC…Storia generale della città di Licata pagg. 328 – 334).
Tutti i conventi dei religiosi (agostiniani, cappuccini, carmelitani, domenicani, cistercensi, e francescani dell’osservanza), fatta eccezione dei minori conventuali di San Francesco, erano fuori dalle mura della città per espressa decisione dei francescani e della famiglia Serrovira.
La costruzione della chiesa risale al sec. XIII, però ha subito diversi rifacimenti nei periodi successivi. Negli anni 1746- 1748 è stata definitivamente ristrutturata su progetto dell’architetto trapanese Giovanni Biagio Amico, già presente a Licata nel 1730-1731 come soprintendente alle fortificazioni. Ha ridisegnato la facciata barocca della chiesa, collaborato dai maestri scalpellini e marmorari trapanesi.
Ha dotato la chiesa di un sontuoso prospetto marmoreo grazie anche al concorso di facoltosi cittadini e di emeriti religiosi del convento.
Nel 1984 il prospetto marmoreo  della chiesa fu restaurato  dalla Soprintendenza ai Beni Ambientali ed Architettonici della Sicilia occidentale.
Sopra il portale della facciata e è inciso il tondo scultoreo rappresentante la Madonna e gli Angeli.

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 La facciata è sopraelevata a tre livelli e termina il campanile a tre logge che accolgono le campane.

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All’interno la struttura della chiesa è a navata unica.

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La prima attenzione è per l’abside della chiesa dove l’altare accoglie la statua della Madonna del Carmine o del Carmelo, del sec. XVIII, che apparve a San Simon Stock e a cui consegnò lo “Scapolare”.
Col braccio sinistro sorregge il Bambino e con la mano destra lo scapolare.

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 Ai  piedi della statua è poggiata la statuina di San Simon Stock.

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Lo Scapolare o abitino

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Un po’ di storia: Il monte Carmelo, in aramaico “Karmel” “giardino, paradiso di Dio”, è un rilievo montuoso calcareo alto 528 metri che si trova nella sezione nord-occidentale di Israele, nell’Alta Galilea. Si estende da SE a NW tra la piana di Esdraelon e quella di Sharon giungendo fino al mar Mediterraneo e articolando la costa nell’omonimo capo ai piedi del quale sorge la città di Haifa. Possiede una vegetazione bella e rigogliosa. E’ ricoperto di boschi, uliveti, vigneti. E’ citato più volte nell’Antico Testamento, in connessione con la vita del profeta Isaia (III Re 18,19 ss) e di Eliseo (IV Re 2,25), rispettato, per questo motivo, dagli israeliti, dai cristiani, e da musulmani.
Al monte Carmelo è legato l’Ordine dei carmelitani.
Fin dal tempo dei Filistei il monte Carmelo fu luogo di sosta di asceti. Dopo la morte di Gesù, su questo monte si ritirarono alcuni cristiani per attuare i suggerimenti evangelici.
Nel Primo Libro dei Re dell’Antico Testamento si legge che Elia, il primo profeta d’Israele, raccogliendo proprio sul monte Carmelo un insieme di seguaci, operò in difesa della purezza della fede in Dio vincendo il confronto contro i sacerdoti del dio Baal. Elia, dimorando sul monte Carmelo, ebbe la visione della Vergine che, come una piccola nube, si alzava dalla terra verso il monte portando la pioggia e salvando Israele dalla siccità. In seguito, sul monte Carmelo si stabilirono alcune comunità monastiche cristiane.
La Tradizione racconta che già prima del Cristianesimo sul monte Carmelo si ritirarono gli eremiti vicino alla fontana del profeta Elia. I crociati, nell’XI secolo, incontrarono in questo luogo dei religiosi, probabilmente di rito maronita, che si definivano eredi dei discepoli del profeta Elia e seguivano la regola di San Basilio. Il monte Carmelo, data l’affluenza di quanti si raccoglievano intorno ai primi Carmelitani, divenne incapace di ospitarli tutti.
Così molti eremiti, devoti alla Vergine, si diffusero prima in Palestina e, successivamente, in Egitto ed in tutto l’Oriente.
Verso il 1150 finalmente gli eremiti si organizzarono a condurre una vita comune e realizzarono dei monasteri carmelitani che si diffusero anche in occidente, in Sicilia e in Inghilterra. Attorno al 1154 sul monte Carmelo si ritirò anche il nobile francese Bertoldo, giunto in Palestina assieme al cugino Aimerio di Limoges, patriarca di Antiochia. Insieme decisero di riunire sul monte Carmelo alcuni eremiti invitandoli a trascorrere una vita monastica. Gli eremiti continuarono ad abitare sul monte Carmelo anche dopo l’avvento del cristianesimo. Alcuni eremiti sul monte Carmelo, vicino alla fontana di Elia, edificarono il primo Tempio dedicato alla Vergine che, per questo motivo, si chiamò “Madonna del Carmelo o del Carmine”. Questo gruppo di eremiti prese il nome di “Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo”. Il monte Carmelo acquisì, in tal modo, i suoi due elementi caratterizzanti: il riferimento ad Elia ed il legame alla Vergine Maria. Iniziò così il culto a Maria, “amata da Dio”, il più bel fiore del giardino di Dio, laStella Polare”, la “Stella Maris” del popolo cristiano.
Nella seconda metà del sec. XII giunsero alcuni pellegrini occidentali, probabilmente al seguito delle ultime crociate del secolo che, continuando il culto mariano, si riunirono in un Ordine religioso, l’ordine carmelitano, fondato in onore della Vergine alla quale si professavano particolarmente legati.
L’Ordine non ebbe, quindi, un vero e proprio fondatore, anche se considera il profeta Elia il suo patriarca.
Il patriarca di Gerusalemme, Sant’Alberto Avogadro (1206-1214), originario dell’Italia, dettò la “Regola di vita” dell’Ordine Carmelitano.
Veglie, digiuni, astinenze, pratica della povertà e del silenzio furono i principi dominanti della “Regola di vita”.
Essa fu approvata da papa Onorio III con la bolla “Ut vivendi normam” il 30 gennaio del 1226.
Nel 1251 papa Innocenzo IV approvò la nuova Regola e garantì all’Ordine anche la particolare protezione da parte della Santa Sede.
Una conferma più solenne dell’Ordine Carmelitano fu data nel 1273 con il Concilio di Lione che aboliva tutte le nuove Congregazioni facendo rimanere in vita solo i Domenicani, i Francescani, i Carmelitani e gli Agostiniani.
Intorno al 1235, a causa delle incursioni dei saraceni, i frati dovettero abbandonare la Palestina per stabilirsi in Occidente.
Il loro primo monastero trovò dimora a Messina, in località Ritiro. Altri monasteri sono stati edificati a Marsiglia nel 1238, a Kent nel 1242, a Pisa nel 1249, a Parigi nel 1254 diffondendo il culto di Colei a cui “è stata data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron” (Is 35,2).
Il 16 luglio del 1251 la Vergine Maria, circondata dagli angeli e con il Bambino in braccio, apparve a San Simon Stock, il primo Padre Generale dell’Ordine inglese, al quale consegnò lo “Scapolare” dicendogli: “Prendi, o figlio dilettissimo, questo Scapolare del tuo Ordine, segno distintivo della mia Confraternita. Ecco un segno di salute, di salvezza nei pericoli, di alleanza e di pace con voi in sempiterno. Chi morrà vestito di questo abito, non soffrirà il fuoco eterno”.
Detto questo, la Vergine Maria scomparve in un profumo di Cielo lasciando nelle mani di Simon Stock il pegno della Sua Prima “Grande Promessa”.
La Madonna, dunque, con la Sua rivelazione, ha voluto dire che chiunque indosserà e porterà questo Scapolare, la divisa carme­litana, non solo sarà salvato eternamente, ma sarà anche difeso in vita dai pericoli.
Non bisogna credere, però, che la Madonna, con la sua Grande Promessa, voglia ingenerare nell’uomo l’intenzione di assicurarsi il Paradiso conti­nuando a peccare, oppure generare la speranza di salvarsi, anche senza meriti, piuttosto Lei si adopera per la conversione del peccatore che indossa con fede e devozione l’Abitino fino al giorno della sua morte.
Lo scapolare consiste nella promessa della salvezza dall’inferno per coloro che lo indossano e la sollecita liberazione dalle pene del Purgatorio il sabato seguente alla loro morte.
Queste parole pronunciate dalla Vergine Maria, quindi, non ci dispensano dal vivere secondo la legge di Dio; ci promettono soltanto l’intercessione della Beata Vergine Maria per una santa morte.
Lo “Scapolare” detto anche “Abitino”, non rappresenta una semplice devozione, ma una forma simbolica di “rivestimento” che richiama la veste dei carmelitani, l’affidamento alla Vergine per vivere sotto la sua protezione e in comunione con Maria e con i Suoi fedeli.
Fu San Simon Stock, dunque, a diffondere il culto per la Madonna del Carmelo.
Compose per Lei il “Flos Carmeli” il “Fiore del Carmelo”, una delle preghiere più importanti e famose dedicate alla Madonna del Monte del Carmelo:
Flos Carmeli, vitis florigera, splendor coeli, Virgo puerpera, singularis.
Mater mitis, sed viri nescia, carmelitis esto propitia, stella maris.
Radix Iesse, germinans flosculum, hic adesse me tibi servulum patiaris.
Inter spinas quae crescis lilium, serva puras mentes fragilium, tutelaris!
Armatura fortis pugnantium, furunt bella tende praesidium scapularislo
Per incerta prudens consilium, per adversa iuge solatium largiaris.
Mater dulcis, Carmeli domina, plebem tuam reple laetitia qua bearis.
Paradisi clavis et ianua, fac nos duci quo, Mater, coron
Fior del Carmelo, vite fiorita, splendore del cielo, tu solamente sei vergine e madre.
Madre mite, pura nel cuore, ai figli tuoi sii propizia, stella del mare.
Ceppo di Jesse, che produce il fiore, a noi concedi di rimanere con te per sempre.
Giglio cresciuto tra alte spine, conserva pure le menti fragili e dona aiuto.
Forte armatura dei combattenti, la guerra infuria, poni a difesa lo scapolare.
Nell’incertezza dacci consiglio, nella sventura, dal cielo impetra consolazione.
Madre e Signora del tuo Carmelo, di quella gioia che ti rapisce sazia i cuori.
O chiave e porta del Paradiso, fa’ che giungiamo dove di gloria sei coronata. Amen”.

Ad animare le funzioni religiose che si susseguono nella chiesa del Carmine è il coro “Fiore del Carmelo”.

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Scarse sono le conoscenze sulla vita di San Simon Stock (Aylesford, 1165 circa – Bordeaux, 16 maggio 1265). Dopo un pellegrinaggio in Terra Santa, egli maturò la decisione di entrare a far parte dei Carmelitani e, completati gli studi a Roma, fu ordinato sacerdote. Intorno al 1247, quando aveva 82 anni, fu scelto come sesto priore generale dell’Ordine. Si adoperò per riformare la regola dei Carmelitani facendone un ordine mendicante.
Un secolo dopo l’apparizione a San Simon Stock, la Beata Vergine del Carmelo apparve al Pontefice Giovanni XXII e, dopo avergli raccomandato l’Ordine del Carmelo, gli promise di liberare i suoi confratelli dalle fiamme del Purgatorio il sabato successivo alla loro morte.
Questa seconda promessa della Vergine porta il nome di “Privilegio Sabatino” che ha origine dalla Bolla Sabatina dello stesso Pontefice Giovanni XXII e datata il 3 marzo del 1322 ad Avignone.
Per usufruire della Grande Promessa fatta a San Simon Stock, bisogna ricevere lo Scapolare da un sacerdote, portarlo sempre addosso devotamente e iscriversi alla Confraternita.
Per usufruire del Privilegio Sabatino bisogna osservare la castità del proprio stato e recitare alcune preghiere assieme al sacerdote nell’atto di consegnare e di ricevere lo Scapolare.
La statua lignea della Madonna del Carmelo è stata restaurata dall’artista Salvatore (Totò) De Caro nel mese di giugno del 1967.

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Anche L’altare, gli affreschi e il coro di angeli, posti dietro all’altare maggiore, sono stati restaurati dal pittore Salvatore De Caro. Il restauro è iniziato il 16 novembre del 1966 ed è stato ultimato il 25 febbraio del 1967.

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Foto d all’album di famiglia

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I lavori sono stati commissionati dal parroco, il Prevosto parroco padre Gaetano Antona.
La cappella è stata inaugurata e benedetta dal vescovo di Agrigento Mons. G. Petralia il 15 luglio 1967.
L’affresco della volta, che raffigura la Madonna che porta in cielo le anime del Purgatorio, è stato restaurato dal pittore Antonio De Caro, fratello di Salvatore, e dal figlio Paolo come anche parte della chiesa dal 1962 al 1977.

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Le pareti laterali della chiesa sono arredate dagli altari.
Nella parete destra si ammirano: l’altare della tela che rappresenta l’estasi di Santa Maria Maddalena dei Pazzi (cm. 305x 205), del  1732,  opera del trapanese Giuseppe Felici  (1656-1734),  commissionata dal P.M. Carlo Filiberto Lo Monaco.
La tela è stata restaurata dalla Banca Popolare Sant’Angelo a gennaio del 1995 in occasione del suo 75° anniversario della fondazione.

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L’altare che accoglie la statua di Santa Lucia.

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Il 13 dicembre di ogni anno nella chiesa del Carmine si festeggia solennemente Santa Lucia il cui fercolo era portato a spalla dalle donne.

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L’altare del Cristo accoglie il Cristo in croce e, ai suoi piedi, Maria Maddalena.

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Nella parete sinistra si ammirano: l’altare della tela che raffigura la morte di San Giuseppe (cm. 305 x 205), di Giuseppe Felici, eseguita nel 1732 e commissionata da P. Angelo Pellegrino.

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La tela è stata restaurata dalla Banca Popolare Sant’Angelo a gennaio del 1995 in occasione del suo 75° anniversario della fondazione.
L’altare di Santa Teresina del Bambin Gesù dal volto santo.

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L’altare che accoglie la statua di San Giuseppe che tiene il brancio il Bambinello.

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Della scuola del Gagini è l’arco di marmo bianco del secondo altare del lato sinistro della navata dove sono effigiati i fondatori di Gela e le armi araldiche del committente.
Inoltre le pareti sono impreziosite da dieci medaglioni, opera di Domenico Provenzani di Palma di Montechiaro, posti tra gli altari e l’abside, con i Santi carmelitani, tra cui Sant’Angelo e Sant’Alberto. 

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Gli altri medaglioni (190 x 115cm)  appartengono ai carmelitani: S.Andrea Corsini, S. Sinecletica, S. Dionisio papa, S. Simone, S. Teresa d’Avila, S. Telesforo papa.
Alcuni monumenti funebri, posti in entrambi i lati del portone, risalenti al 1500 – 1600, ricordano personaggi importanti della società licatese di cui, purtroppo, non si leggono i nomi perché scoloriti dal tempo.
Alcune figure sono distese sul tetto del sarcofago, altre sono rappresentate con il busto a tutto tondo.  Sono: di Andrea Minafria (1576), di Palma Minafria (1579), di Antonia Belvisa Plancto (1607), di Giovambattista Formica (1626), di Antonio Serrovira Anelli (1637) e di Tomma di Impellizzeri. E’ stata distrutta la cappella gentilizia che ospitava le tombe della potente famiglia baronale dei Caro.

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 Le lapidi ricordano i cari estinti.

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Importanti sono la cantoria e l’organo.

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Alle spalle  dell’altare maggiore ci sono i locali della sagrestia, numerosi, ampi, intercomunicanti, che conservano ancora l’originaria volta a crociera ascrivibile al XIII-XIV sec. partita da robuste nervature che poggiano sui piedritti angolari.
L’arredo ligneo è andato distrutto a causa di un incendio, verificatosi nel 1995, unitamente ad alcune opere d’arte di buon livello artistico.
Io ricordo che i parrocchiani hanno comprato i paramenti sacri che padre Gaetano Antona ha mostrato durante una funzione reliosa.
Particolarmente interessante è il chiostro del convento, del sec. XVI.
Si accede all’interno del chiostro superando il portale,  della seconda metà del settecento, opera di Giovan Biagio Amico.   .

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 Da ammirare sono: lo stemma carmelitano, gli archi e le colonne che circoscrivono il perimetro e le due bifore.

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I molti locali sono adibiti a uffici del Comune di Licata.
Un’elegante scala laterale conduce al piano superiore del convento la cui edificazione risale al 1200.

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Il convento, posto lateralmente al chiostro e che si estende per una cinquantina di metri lungo il Corso Roma, è annoverato tra i più importanti conventi carmelitani in Sicilia.

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L’edificio ebbe  un importante posto nella storia secolare dell’ordine carmelitano ospitando per ben due volte il suo capitolo generale riservato a tutti i monasteri del mondo.
Ospitava quaranta religiosi e numerosi conversi.
Fu scelto dall’ordine Carmelitano come casa e collegio che accoglieva studiosi di tutta la Sicilia e, principalmente,  i religiosi carmelitani e anche i religiosi secolari.
Vi studiò  il licatese P. Leonardo Bonasisia che, nel 1442, raggiunse Padova per conseguire la laurea in teologia.
Negli atti del capitolo provinciale, celebrato a Modica nel 1452, si legge che alle cariche di Reggente e di Rettore del Collegio di Studi licatese venivano preposti il P. Giovanni  De Anselmo, priore del comune di Licata, e P. Giovanni de Miglano, entrambi licatesi.
Più volte ampliato nei secoli, la forma attuale si deve alla ristrutturazione dell’arch. Giovanni Biagio Amico.
Nel semplice prospetto  finestre e balconi si affacciano sul Corso Roma.
Recentemente il convento è stato restaurato dall’arch. Antonino Cellura, di Licata, e restituito alla città nel suo aspetto originario nel 2007.
L’aula capitolare, con porte e finestre di inconfondibile stile chiaramontano, e due busti laterali con relative iscrizioni lapidarie, favorisce la presentazione di eventi culturali di grande rilevanza.
Il  busto è quello del  il carmelitano Tommaso Sanchez, priore generale.

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Il busto è quello del carmelitano Gapsare Pizzolanti, vescovo di Cervia. Entrambi licatesi e della medesima epoca.

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I locali, posti al piano terra, sono adibiti a uffici comunali, ad attività commerciali, a sodalizi.
Una bella statua con una corona di marmo in mano accoglie il visitatore.
E’ il modello della statua della Vittoria del monumento dei Caduti, opera di Antonio  De Caro

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Le volte dei soffitti a cassettoni lignei dei saloni del piano superiore, comunicanti tra dl loro, sono abbellite da intagli policromi con ritratti di santi.

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Con la soppressione degli Ordini Religiosi la chiesa e il convento passarono al Demanio che, nel 1869,  affidava la chiesa all’ex carmelitano  P. Bruno da Licata.
Nel 1878 gli succedette P. Angelo Cipriano.
Nel 1888  il  P. Sebastiano da Licata informava il P. Generale che la Rettoria del Carmine era passata sotto la giurisdizione del clero secolare, mentre l’ufficiatura veniva mantenuta ancora dai PP. Carmelitani.
Data la povertà in cui era caduta la chiesa, nel maggio del 1895 il P. Generale Luigi Gallì ( 1889-1900) inviò al provinciale di Sant’Angelo, cui competeva la casa, 301£  “per la chiesa di  Licata”, somma impiegata per l’acquisto degli arredi sacri.
Nel 1896 una parte degli archi del chiostro vennero tamponati dal priore P. Carmelo Pomilia per i continui furti,  mentre i rimanenti furono rinforzati con catene  “per lasciare la luce ai poveri che venivano a rifocillarsi”.
La chiesa dell’Annunziata, che il comune di Licata aveva ricevuto, ai sensi della legge del 7 luglio 1866 e dell’atto del 15 maggio 1867, dal Fondo per il Culto, venne retrocessa alla chiesa agrigentina con atto notarile del 12 marzo 1936 redatto dal notaio Gaetano Giganti Gallo di Palma di Montechiaro. Assieme alla chiesa e ai beni mobili e agli arredi sacri l’allora Podestà di Licata, prof. Domenico Liotta, concesse alla Curia Vescovile, rappresentata dal Prevosto Parroco Mons. Angelo Curella, i locali del primo piano dell’ex convento, per il rettore e per l’amministrazione della rettoria.
I restanti locali, allora adibiti a orfanotrofio, restarono di proprietà del Comune.

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giu 17, 2019 - Senza categoria    No Comments

“SINTITI SINTITI” IL LIBRO DEL PROF. CARMELO DE CARO PRESENTATO A LICATA

 E’ stato presentato a Licata il libro del prof. Carmelo De Caro, pubblicato postumo, su sollecitazione del prof. Carmelo Incorvaia, allora preside dell’ Istituto Comprensivo Antonino Bonsignore” di Licata.
Leggendo nello studio di casa mia le sue carte manoscritte, sulle quali lavorava a mia insaputa, ho capito che aveva scritto dei racconti, anche di personaggi particolari di Licata, e alcune poesie.
Così, dopo un’attenta lettura e dopo avere trascritto i contenuti, ho voluto pubblicare il libro, contenente 19 racconti e 16 poesie, per continuare a trasmettere la memoria viva della presenza di Carmelo De Caro.

Sabato, 31 gennaio 2004, il libro è stato presentato nella sala delle conferenze del Museo Archeologico di Licata sito in via Dante.

Sono intervenuti:

- il sindaco di Licata, dott. Angelo Biondi

- il soprintendente per i Beni Culturali e Ambientali di Agrigento, dott.ssa Gabriella Costantino,

- il direttore del Parco della Valle dei Templi  arch. Pietro Meli
- il prof. Carmelo Incorvaia

- Padre Gaspare Di Vincenzo.

Ha relazionato la prof.ssa Bruna Montana, preside del liceo classico “V.  Linares” di Licata.

Grazie alla prof.ssa Vitalba Sorriso, presidente dell’AAL (Associazione Archeologica Licatese)

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 Il  racconto:

“MICHELANGELO

Il primo maggio di ogni anno venivano a prenderlo col camion,e siccome il mezzo non aveva dove girare in quella stradetta senza uscita, rimaneva fermo all’incrocio con la strada principale e loro lo sollevavano di peso con tutta la sedia e lo portavano a spalla, di corsa vociando, proprio come uno dei ceri della festa del Patrono fino al camion.
Bestemmiando si arrampicava, quintale abbondante, trascinando quella gamba come morta lungo il cassone dell’autocarro mentre gli altri di sopra, lo tiravano. Sedeva poi sul cassone bene in vista tra le bandiere rosse con falce e martello, intronato dalla potente tromba che gridava nell’aria mattutina gli inni rossi.
Tra le cosce il fiasco di vino cerasuolo.
Invariabilmente la sera tornava a casa ubriaco e, prima di cadere addormentato, picchiava la moglie.
Subito dopo la guerra, quando la gamba era ancora sana e forte, faceva il pescatore e, di tanto in tanto, il corriere di cocaina che qualche nave gli passava al largo e lui e i suoi figli portavano aterra sulla barca con la vela d’arancione scolorito.
La sbarcavano all’interno delle cassette di pesce con la lattugadi mare sopra e la facevano sempre franca.
Una casa sdirupata dalle bombe, sorvegliata a vista dalle donne,era il temporaneo nascondiglio della cocaina fino a quando un altro corriere la portava via.
Le guardie di finanza venivano di tanto in tanto a far visita a Michelangelo e alla sua famiglia, ma sapevano già in partenza che era tempo perso.
Tra quelle stradine, strette e storte come le budella attorcigliate di un morto di fame, la voce correva veloce sulle ali del sussurro affrettato: « a finanza! a finanza!»
Invariabilmente la perquisizione, per quanto rigorosa e accurata, di quel pianterreno fuligginoso, di quell’unico stanzone semibuio dove dormivano e cucinavano, non svelava alcunché di minimamente sospetto o compromettente; nemmeno nella naca dondolante in un angolo con l’ultimo nato dentro.
Nell’antichissimo quartiere marinaro, tutti, ma proprio tutti, avevano un soprannome.
A volte di recente acquisizione, ma molto spesso ricevuto come un’eredità dal padre o dalla madre che a loro volta l’avevano ereditato nascendo.
In quelle strade, simili a profonde gole, dove d’inverno, anche per diversi mesi, il sole non riusciva a lambire il selciato medievale, era impresa vana cercare una persona col suo cognome: gli interpellati avrebbero risposto di non conoscerla mentre tutti si sarebbero prodigati a spiegare dove abita, a mandarla a chiamare con un ragazzino se appena si accennava al soprannome.
Pareva proprio che il cognome dovesse essere qualcosa di superfluo, un’etichetta imposta dalla legge solo per complicare la vita di quella gente che già tanto complicata l’aveva nell’impresa quotidiana di tirare avanti.
E quante ire di sergenti e quante punizioni per quelli che, andando a militare di leva, restavano indifferenti nel sentir gridare il loro cognome e nome!
Ma solo perché non c’erano abituati, anche se in prima elementare il maestro aveva tanto insistito per farglielo entrare in testa.
In quell’antico quartiere a ridosso del mare c’erano i «Longhi» ed erano molto alti, i «Pospiriddrara» e un loro antenato fabbricava fiammiferi. La «Bifara modda» era una donna grassa e flaccida che stava sempre su una seggiolina che non riusciva a contenere le sue straripanti natiche per cui dava proprio l’impressione di una enorme bifara.
Ma c’erano anche soprannomi, come «Pilaù» o «‘Mbambarambà», il cui significato si era perso nel foscume del tempo. E poi, non era forse il cognome un antico soprannome dato dai vicini per distinguere una famiglia o una persona da un’altra legalizzato e congelato poi sui libri dell’anagrafe?
Così, per tutta la marina, Michelangelo era Michelangelo e basta, sua moglie Annettina la Michelangela e i figli Peppe il Michelangelo, Viciuzza la Michelangela e via di questo passo.
Michelangelo aveva sette figli, due femmine e cinque maschi. Peppe, il maggiore, aveva le carte macchiate per una coltellata vibrata ad un compagno di dispensa.
Cosa da poco, si sa, con qualche bicchiere in più.…… La ferita infatti non era per niente grave, ma quello era morto di cancrena dopo due mesi perché quel coltello aveva prima tagliato l’aglio crudo per condire il polpo cotto con olio, prezzemolo, sale e pepe, e, quando si era deciso ad andare all’ospedale, era troppo tardi.
Angeluzzo, il più piccolo, andava in giro scalzo anche d’inverno con quei piedi sempre rossi e callosi. Non superò mai la prima elementare perché non riusciva a star seduto sui banchi e le scarpe ai piedi gli facevano sempre male.
Preferiva giocare a briscola con gli amici su una barca capovolta. E poi aveva perso il libro acquistato di seconda o forse di terza mano, il quaderno e la penna col pennino quella giornata ancora tiepida d’ottobre quando, all’aritmetica, aveva preferito i tuffi dal molo caricatore e un’onda maligna e capricciosa aveva portato via d’un colpo tutte le vane promesse di una cultura estranea al suo mondo.
Quando andò a scavare nelle miniere di Marcinelle gli bastò saper scrivere la sua firma.
Uomo di natura violenta, Michelangelo aveva un passatempoche lo divertiva: insultare pesantemente e senza motivo i figli.
Mentre le donne e i più piccoli, pur odiandolo dal più profondo del cuore, subivano passivamente, il primo e il secondo figlio lo rintuzzavano fino a che, complice qualche bicchiere, in casa deiMichelangeli si scatenava il finimondo.
Il padre si batteva coi figli più grandi sfasciando sedie e tavoli,rovesciando la credenza già reduce di altri simili trattamenti.
Come rispettosi di un oscuro codice di comportamento nonscritto, ma sentito nel più profondo dei visceri, nessuno deicontendenti mai tirò fuori il coltello, né mai nessuno dei vicinitentò di dividerli, non tanto per paura di prenderle, quanto perquell’oscuro codice che diceva loro che erano faccende private a cui non dovevano immischiarsi.
La mattina dopo si potevano vedere i Michelangeli, come sempre muti e imbronciati, intenti a rimagliare la rete, rifare lo stroppo,sostituire la drizza, cogli occhi bassi, le labbra serrate comerimuginassero chissà quali pensieri.
Michelangelo si era guadagnata la fama di grande comunista terrorizzando i preti che, puntualmente ogni anno a maggio, si presentavano sulla soglia di casa sua col pio intento di benedirla.
In quell’occasione forgiava bestemmie sempre nuove manifestando una gran fantasia che faceva inorridire il povero sacerdote.
Tre giorni di gran gloria aveva vissuto nel maggio del quarantaquattro quando, contribuendo validamente nell’intento di precipitare il paese nel caos, forse più di quanto lo era stato dopo l’otto settembre, si era unito a un gruppo di facinorosi armati fino ai denti che, all’ombra della bandiera rossa, aveva saccheggiato, depredato e ucciso.
Egli, che di politica non doveva certo capirne molto e che amava quella bandiera forse solo perché di un colore certamente a lui congeniale, partecipò al sacco del suo paese come un novello lanzichenecco che viene da lontano, e non certo come l’angelo del Giudizio di cui portava il nome, e sparò col mitra, lanciò bombe, sequestrò i notabili del paese e terrorizzò i suoi paesani che già tante ne avevano viste nei giorni di guerra il cui ricordo era ancora vivo e bruciante per molti.
E così quell’uomo, che non conosceva certo gli scritti di Gramsci o la linea politica di Togliatti, ma che coltivava religiosamente un bel paio di mustacchi alla Stalin, diventò il simbolo vivente del comunismo paesano così come era inteso dalla povera gente.
Popolo ignorante certamente ma che percepiva nettamente stanchezza e frustrazione ma anche voglia di cambiamento dopo che il fronte di guerra aveva risalito lo stivale e la monarchia e il fascismo agonizzavano.
Per quella gamba paralizzata era considerato dai compagni un martire al contrario perché utti loro pensavano, ma nessuno mai lo disse, che non era stato il vino a incancrenirgliela così. Le si era paralizzata all’improvviso da un giorno all’altro.
Sano era andato a dormire la sera e il giorno dopo si era ritrovato con quell’arto inerte incapace di muoversi e sostenere quel corpo massiccio.
I bene informati raccontavano che il giorno prima Michelangelo stava sull’uscio di casa ad arrostire una coscia di capretto quando qualcuno di passaggio gli aveva chiesto, scherzosamente, cosa stesse arrostendo e a lui venne in mente la madre di tutte le bestemmie.
Con un sorriso furbo sotto i mustacchi, con quegli occhietti piccoli e vivacissimi, tra il serio e il faceto, aveva risposto: «Non lo vedi, stronzo? E’ la coscia del Bambino che sto arrostendo».

Si era sotto Natale.                                                                 gennaio ’96

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giu 10, 2019 - Senza categoria    No Comments

UNA PAGINA DELLA STORIA MUSICALE DI LOCOROTONDO:CATALDO CURRI – IL LIBRO DI DONATO FUMAROLA E DI GIUSEPPE TURSI PRESENTATO A LICATA

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Oggi, 7 giugno 2019, l’aula Falcone-Borsellino è stata teatro di un importante evento culturale.
Infatti, in questa sala, ospitata presso la Parrocchia di San Giuseppe Maria Tomasi, a Licata, la confraternita di San Girolamo della Misericordia ha organizzato questo evento per ricordare la figura umana e professionale del M° Cataldo Curri, insigne musicista e compositore di opere famose.
E’ stato presentato il libro “UNA PAGINA DELLA STORIA MUSICALE DI LOCOROTONDO: CATALDO CURRI” . degli autori Donato Fumarola e Giuseppe Tursi.

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” Una pagina della storia musicale di Locorotondo: Cataldo Curri ” è il libro che racconta la biografia e la storia delle attività artistiche dell’insigne M° Cataldo Curri grazie al minuzioso lavoro di ricerca del prof. Donato Fumarola e del prof Giuseppe Tursi.
Nel testo è inserito il catalogo delle sue opere corredato da oltre 70 foto inedite. Insieme al libro sono allegate alcune foto in formato grande che documentano varie e importanti occasioni. Le appendici finali del volume narrano fatti inediti riguardanti la banda bianca e alcuni dei suoi componenti.
La presentazione del lbro è del M° Angelo Schirinzi, la copertina illustrata è del disegnatore e grafico pubblicitario Alberto Camarra. Il grazie per la pubblicazione del volume va all’Associazione culturale Santa famiglia della c.da Lamie di Olimpia, alla Banca Popolare di Bari e al gruppo Macomed per il loro contributo.
A sollecitare l’evento per la presentazione del libro è stato il rev.padre Totino Licata, parroco della Parrocchia di San Giuseppe Maria Tomasi e assistente spirituale della confraternita di San Girolamo della Misericordia.
Ha condotto i lavori il prof. Francesco Pira Delegato alla Cultura della Confraternita.
Sono intervenuti: il prof. Donato Fumarola e il dott. Angelo Gambino.

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Il tavolo dei relatori

Dax: Francesco Pira- Donato Fumarola, Angelo Gambino

Purtroppo era assente  Giuseppe Tursi, co-autore del libro assieme a Donato Fumarola perché improvvisamente è venuto a mancare il 6 maggio u.s.

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Ha introdotto i lavori il dott. Angelo Gambino, governatore della confraternita di San Girolamo della Misericordia, che, dopo il benvenuto e i cordiali saluti, ha ringraziato padre Totino Licata per l’ospitalità, i licatesi presenti e, soprattutto, l’autore del libro, il prof Donato Fumarola per essere giunto a Licata da Locorotondo per partecipare alla presentazione del suo libro sulla vita e le opere del M° Cataldo Curri. Ha affermato che ancora oggi i brani musicali del M° Curri sono eseguiti dalle bande locali durante le Celebrazioni del Venerdì Santo amministrate dalla stessa Confraternita.

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Padre Totino Licata, nel suo intervento, ha letto  il suo contributo al libro: “Ricordo il Maestro Curri, la sua tenacia e la sua affabilità, il suo modo discreto e perfettamente educato di relazionarsi con gli altri. La sua presenza a Licata ha contribuito ad una crescita culturale non indifferente. Insegnava musica. Non dobbiamo dimenticare che il corpo bandistico di Licata era divenuto Banda di Giro. Il Comune lo aveva assunto, dopo un regolare concorso, e la sua vita la spese per questa nostra città”.

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Durante la cerimonia della presentazione dl libro il prof. Francesco Pira ha ripetutamente stimolato il prof. Donato Fumarola a raccontare aneddoti del grande compositore e direttore d’orchestra Cataldo Curri. Come lui stesso ha affermato: ”E’ stata una bellissima conversazione sul grande Maestro”.

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Cordiale è stato il dialogo del prof Donato Fumarola. Le se parole: “A Licata, fra di voi,  mi sono sentito subito a casa per la calorosa accoglienza”. Quindi ha raccontato parte della sua storia privata. Ha citato la frase scritta dal professor Calogero Carità:”Durante i suoi quindici anni di permanenza a Licata il M° Curri educò la gente, anche gli strati più popolari, ad accostarsi all’attività concertistica esibendosi ogni sabato sera e domenica mattina con musiche in palco in piazza Progresso o alla villa Regina Elena alla presenza di un numeroso pubblico entusiasta”. Infine ha ringraziato: Don Totino Licata, Angelo Gambino, Francesco Pira, Pierangelo Timoneri Giuseppe Nogara e la grande Banda Musicale Bellini – Curri. Il ringraziamento più sentito è andato al carissimo amico Pinuccio Tursi, nonchè co-autore del libro su Cataldo Curri. Senza il suo apporto, e senza il sostegno dell’ass.ne Santa Famiglia di Lamie D’Olimpia e della Banca popolare di Bari questo progetto non sarebbe stato realizzato.

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Hanno dato la loro testimonianza sulla presenza del M° Curri a Licata: l’amico Pierangelo Timoneri,

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il poeta Lorenzo Peritore,

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 il musicista Angelo Onorio,

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  la signora Anna Dainotto,

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il dott. Angelo Gambino che hanno raccontato episodi della vita del M° Curri o vissuti personalmente o appresi dalle persone, padri e fratelli, che l’hanno conosciuto.

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 Riporto integralmente il discorso di Pierangelo Timoneri: “L’amicizia con Donato Fumarola nasce nell’estate del 2009 quando mi scrisse questo messaggio: <<Vorrei avere notizie sul M° Cataldo Curri. Un grazie di cuore da parte di tutti i locorotondesi per il tuo lavoro di ricerca>>. In quell’anno ero alla ricerca di marce di Curri e di autori di banda per la mostra fotografica sulla Settimana Santa a Licata. Da qui sono nati la corrispondenza con Fumarola e lo scambio di materiale su Curri. L’ho fatto mettere in contatto con don Totino Licata e con Giuseppe Nogara, capobanda della Bellini-Curri. Nel 2016, all’improvviso e inaspettatamente, Fumarola mi chiese di scrivere un capitolo sul suo libro, sulla presenza di Curri a Licata e sulle processioni, così sentite e partecipate nella nostra città. Ho accettato con qualche timore ed ecco che nel libro trovate un mio contributo. Non ho avuto modo di conoscere il M° Curri, ero piccolino quando per l’ultima volta diresse il concerto del Venerdì Santo a Licata, ma ho i ricordi di mio padre, amante della musica classica e della lirica, che me ne parlava e che faceva parte della filarmonica. Egli mi ha trasmesso questa passione. Con don Totino Licata nel 1994 e nel 1995 ho fatto parte del coro per il Venerdì Santo ed oggi faccio parte del coro polifonico “Luigi Cherubini” che quest’anno abbiamo ripreso i brani che venivano eseguiti dalla Filarmonica. Per questo evento della presentazione del libro ho realizzato la mostra fotografica e di documenti relativi al M° Curri. Concludo questo mio breve intervento con quanto ho scritto sul libro. <<Grato al carissimo Donato Fumarola per avermi invitato a scrivere un intervento sul suo libro dedicato al M° Curri>>. Concludo con il desiderio che si possa indicare il maestro come una persona che ha lasciato un segno tangibile nella storia delle due città, Licata e Locorotondo, ed in ogni luogo dove è stato chiamato per dirigere bande musicali. Importante in questo senso è conservarne e tramandarne la memoria attraverso valide iniziative. A Licata qualche anno fa gli è stata intitolata una via e una banda musicale ne porta il suo nome. Sarebbe interessante proporre all’Amministrazione Comunale di Licata la realizzazione di un busto o l’installazione di una lapide del maestro da collocare nella villa Regina Elena, luogo dei suoi concerti, per farlo conoscere agli alunni delle scuole e per dedicare al compianto maestro ogni iniziativa bandistica e musicale”.

Durante il convegno hanno dato prova della loro bravura i musici della Banda Bellini-Curri, diretti dal capobanda Giuseppe Nogara, che hanno suonato “La Dolente” e “Lacrime” opere del M° Cataldo Curri. La Banda Musicale Bellini- Curri, attraverso le parole del capobanda Giuseppe Nogara, ritenendosi onorata di partecipare all’evento organizzato dalla confraternita di San Girolamo della Misericordia per la presentazione del libro del prof. Donato Fumarola, ringrazia gli organizzatori.

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La visita alla mostra delle fotografie e dei documenti relativi al M° Curri, curata dall’operatore culturale Pierangelo Timoneri, è stato un altro momento di arricchimento culturale.

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La cerimonia ha suscitato grande interesse e gli applausi della platea sono stati calorosi e abbondanti.

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Alla fine il prof. Donato Fumarola ha firmato la dedica al suo libro e ha salutato gli amici

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CATALDO CURRI  nasce a Locorotondo (BA) il 17 gennaio 1892.

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Musicista e compositore, diplomatosi al Conservatorio di Napoli e completati gli studi divenne direttore di banda. Nel 1931 emigrò in Argentina dove si inserì a suonare il primo corno nell’orchestra diretta dal maestro Arturo Toscanini.
Alla fine della seconda guerra mondiale ritornò in Italia. Nel 1947 partecipò e vinse il concorso per maestro di banda musicale bandito dal Comune di Licata dove M° Curri rimase fino al 1962 da egregio direttore della banda musicale. Non solo fu un eccellente direttore della banda, ma seppe unire alla musica le voci di diverse persone amanti del canto per la costituzione della Filarmonica “Petrella” che ogni anno, nella ricorrenza del Venerdì Santo, si esibiva sul palco allestito in piazza Progresso la sera dopo la deposizione del Cristo che scende dalla Croce. Per questa ricorrenza Curri compose varie marce funebri, tra le quali: LACRIME, LA DOLENTE, ULTIMO GIORNO. Dopo essere andato in pensione, il M° Cataldo Curri si ritirò a Pistoia, nella casa della figlia, dove morì l’11 maggio 1978 e per suo desiderio fu sepolto nella sua città natale esprimendo il desiderio di accompagnare il suo feretro col  suono di “Lacrime”.

DONATO FUMAROLA, nato a Locorotondo, all’età di dieci anni ha iniziato gli studi musicali diplomandosi in seguito in Pianoforte, Musica Jazz e Didattica Della Musica presso i conservatori di Matera e Monopoli . Nel 1991vince il suo primo premio assoluto al VI Con.Naz.Pianistico “Città di Valentino” di Castellaneta (Ta) seguiranno altri cinque primi premi assoluti in altrettanti Conc. Naz. ed Internazionali con formazioni cameristiche. Nell’ estate 98 ottiene una borsa di studio I.S.M.E.Z. al Conc. Inter. di musica da camera “ Città di Gubbio”. Dopo aver praticato un lungo apprendistato e perfezionamento nei campi della musica classica, e contemporanea, in diversi Conservatori e Accademie Musicali italiane con i maestri tra i quali: R.Corlianò,R.Cognazzo, T.Lievitina, K.Bogino,C.Grante (pianoforte e musica da camera), S.Gorli, D.Ghezzo (composizione), S.Miceli F.Piersanti (musica per film) tappa fondamentale nella sua evoluzione artistica è stata l’immersione nell’improvvisazione totale, nel 1999, nell’ensemble“Labirinto” del M. Gianni Lenoci. Seguiranno numerosi seminari con Maestri e Performer quali: Bruno Tommaso, Jean Derome, Gerardo Iacoucci, Francesco de Grassi, Stefano Battaglia,Marco Fumo. Diverse sue composizioni, sono state eseguite in numerosi recital, festival e rassegne musicali nazionali quali: Bologna (Accademia Filarmonica 1997 e 2000), Bari (Dipartimento di musica contemporanea ’99 in collaborazione con la New York University), Otranto (Salento musica XXedizione ’99), Alberobello Jazz 2004, Monopoli (III, IV eV Meeting della Scuola di Didattica Della Musica 2007,2008e 2009). Le sue collaborazioni vanno dalla musica classica a quella contemporanea, dal jazz al tango, alla musica gospel, alla sonorizzazione di film muti. Una sua sonorizzazione del film Emak-Bakia (1926)di Man Ray è stata segnalata alla terza edizione del festival “Harlock 2001-Rimusicazioni Film Festival di Bolzano. Nel maggio 2008 il direttore del Cons. “Nino Rota” di Monopoli e il comitato scientifico del corso di Didattica Della Musica, gli hanno conferito un Diploma di Merito per le sue composizioni, molto intense sia dal punto di vista artistico, sia da quello dell’ impegno civile, morale e umano. Suoi lavori sono pubblicati presso la casa editrice Florestano di Bari. Insegna pianoforte presso la Carl Orff di Putignano e Alberobello.
Dal web:http://www.donatofumarola.com/

Dalla seconda di copertina del libro

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  Dalla seconda di copertina del libro

GIUSEPPE TURSI

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giu 1, 2019 - Senza categoria    No Comments

L’ECBALLIUM ELATERIUM, IL COCOMERO ASININO

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Sono sicura che a nessuno di noi, attenti osservatori della Natura, è sfuggito l’incontro con questa pianta molto diffusa in Italia e in Sicilia. I suoi habitat sono molto estesi: dal piano alla zona submontana, sino a 800 m di quota, lungo i sentieri, ai margini dei coltivi, su terreni incolti, aridi e sassosi, sulle macerie, nelle zone costiere come le dune e lungo le spiagge. Non è raro incontrare questa pianta anche a
Mistretta e a Licata.
Sotto i marciapiedi di una palazzina vicina alla mia ho notato una pianta che mostrava contemporaneamente larghe foglie, bei fiori gialli e grossi frutti ovoidali.
Mi accostai ad essa e, per meglio fotografarla, m’inginocchiai accanto ad essa. Avevo appena iniziato la mia ispezione quando all’improvviso fui investita da un’emissione multipla di schizzi di liquido appiccicoso misto a corpuscoli scuri che centrarono la mia faccia e la macchina fotografica.
Gli occhi, fortunatamente, sono stati protetti dagli occhiali.
Mi sono arrabbiata veramente!
Il mio è soltanto un avvertimento per essere attenti, amici miei, a non calpestare, a non toccare, a non sfiorare questa pianta che, fra poco tempo, sarà presente e molto invadente.
In botanica il suo nome scientifico è: “Ecballium elaterium”.
E’ conosciuto con molti altri sinonimi italiani:Cocomero asinino, Elaterio, Schizzetti, Sputaveleno” perché nella polpa è contenuta una sostanza amarissima e molto tossica.  Da noi, in Sicilia è chiamato Citrulìcchiu”.
Etimologicamente il nome del genere “Ecballium” deriva dal verbo greco “έκ-βάλλω”,sbalzar fuori”, alludendo alla caratteristica del frutto che schizza i semi.  Il nome della specie“elaterium” deriva sempre dal greco “έλατήριος”, “chespinge, che allontana”.
L’Ecballium elaterium è una pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee. Originaria dalle regioni aride dell’Africa settentrionale, è diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo.
E’ una pianta verrucoso-ispida, cespugliosa, alta sino a 50 cm, con fusti prostrati, succulenti, angolosi, ramosi e senza viticci.

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Le foglie, sostenute da lunghi piccioli, sono ovato-cuoriformi, con apice acuto e margine ondulato, molto spesse e di colore verde-grigio.

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I fiori, piccoli, monoici, colorati di giallo chiaro e striati di verde, sia i femminili sia i maschili compaiono nell’ascella della stessa foglia, ma su peduncoli distinti.  Sia la corolla sia il calice sono divisi in 5 lobi. I fiori maschili sono riuniti in racemi; i fiori femminili sono solitari e saldati ai rami. L’antesi è molto lunga: da aprile ad ottobre.

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I fiori femminili, dopo la fecondazione, producono il frutto. Il peduncolo che lo sostiene è ripiegato ad uncino e quindi l’attaccatura del frutto è rivolta verso l’alto.
Il frutto, una bacca ovoide, dalle dimensioni di 3–4 cm, di colore verdastro, oblungo, ruvido-irsuto, pendente, a maturità si stacca dal peduncolo e dal foro lancia i semi a parecchi metri di distanza, anche oltre i 3 metri, alla velocità di circa 10 m/s.

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All’interno del frutto si formano dei gas e dei liquidi che, a maturazione, aumentano di pressione. Basta sfiorare la pianta per provocare il distacco del frutto e la violenta fuoriuscita dal foro dell’attaccatura dei semi e del liquido nel quale sono immersi favorendo, così, la diffusione della specie. Il frutto, svuotato, è spinto in direzione opposta per il contraccolpo. Questo comportamento è accompagnato da un odore disgustoso. Il frutto non è buono da mangiare.
La sua polpa non solo è molto amara, ma contiene l’elaterina, una sostanza assolutamente tossica da cui il nome volgare di “Sputaveleno”.
Questo meccanismo di dispersione dei semi risponde ad una naturale esigenza della pianta ecologicamente aggressiva in habitat aridi: far crescere le piante figlie in zone lontane il più possibile dalla pianta madre per evitare competizioni tra di esse per l’occupazione del suolo, per il rifornimento dell’acqua e per estendere al massimo il controllo del territorio.
Il Cocomero asinino, oltre all’elaterina, include altri principi attivi: l’elaterinide, la cocurbitacina, gli alcalodi cinoglossina e consolicina, per cui possiede proprietà farmacologiche impiegate in campo terapeutico.
Nella medicina popolare, fin dai tempi antichi, la polpa dell’Ecballium fu impiegata dagli Egizi, dai Romani e dai Greci.
Il filosofo greco Teofrasto di Ereso consigliava l’uso della radice per combattere la scabbia delle pecore. In seguito la polpa del frutto fu impiegata anche dai medici arabi e in particolare da Avicenna che considerò l’elaterina fra i rimedi più utili e più efficaci.
Ippocrate raccomandava molta prudenza nella somministrazione dell’Elaterio, un miscuglio di sostanze estratte da vari frutti delle Cucurbitacee, dimostrando di conoscere esattamente non solo la sua attività terapeutica, ma anche gli inconvenienti che possono derivare da un uso incauto di questa droga.
I seguaci di Ippocrate utilizzavano le radici e le foglie.
Il Leclerc, in un suo articolo ricco di notizie storiche, scrisse che l’Ecballium può essere annoverato fra le droghe di più antico uso; <<Son emploi remonte à l’aurore de la Médecine>>.
Dioscoride diede un’esatta descrizione del metodo di preparazione dell’Elaterio estratto dal frutto dell’Ecballium, metodo che fondamentalmente corrisponde a quello impiegato anche attualmente.
L’elaterina, contenuta nella polpa del frutto, è una sostanza amarissima e altamente tossica.
Mangiare la polpa può causare fastidiose infiammazioni alla mucosa della bocca e seri disturbi gastrointestinali. L’elaterina è attiva già alla dose di pochi milligrammi.
Gli estratti della polpa del frutto dell’Ecballium attualmente sono impiegati in veterinaria per il loro effetto purgante.
Null’uomo sono utilizzati quasi esclusivamente per uso esterno.
Con la radice, prima macerata e poi bollita nell’aceto, si effettuavano massaggi che attenuavano i dolori reumatici e il gonfiore delle gambe. Infatti, il suo principio attivo, particolarmente idrosolubile,  aveva proprietà antinfiammatorie ed analgesiche.
Tuttavia sembra che questa pianta abbia proprietà terapeutiche che riescono a curare alcuni malanni quali la sinusite, gli stati emorroidari, le affezioni oculari, i dolori articolari, le ostruzioni delle vie biliari, le infezioni della pelle, in particolare quelle molto contagiose. In medicina si può usare il liquido essiccato come forte purgativo,ma ne è sconsigliato l’uso data l’elevatissima tossicità.
Infatti, per la sua alta tossicità bisogna usare la droga solo ed esclusivamente sotto lo stretto controllo del proprio medico.
Il quadro tossicologico, causato sia dall’ingestione sia dal contatto cutaneo con la pianta, è costituito dai sintomi di violenta gastroenterite, nausea, vomito e diarrea.
Dopo un lungo periodo durante il quale fu quasi completamente abbandonato, l’uso dell’elaterio fu ancora ripreso nel 1700 e nel 1800 da alcuni medici inglesi fra i quali il Sydenham e il Lister.

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Questa droga fu esaurientemente trattata in molti testi di Medicina e inscritta nelle farmacopee di quasi tutti i paesi d’Europa e d’America. La Farmacopea degli Stati Uniti ha registrato l’elaterio sino al 1813 e l’elaterina sino al 1916, mentre dell’elaterio e dell’elaterina si trova menzione nella Farmacopea inglese sino al 1914.
Attualmente l’uso dell’elaterio e dell’elaterina é di nuovo quasi completamente abbandonato.
Una buona droga, a contenuto fisso e controllato in elaterina, potrebbe sempre trovare utile impiego anche ai giorni nostri.

 

 

 

 

 

 

 

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mag 26, 2019 - Senza categoria    No Comments

“MONDO DI SILENZIO” POESIA TRATTA DAL LIBRO “SINTITI,SINTITI” DI CARMELO DE CARO

22 MAGGIO 2019.
Sono trascorsi 19 anni!
Il ricordo di te, carissimo Carmelo, è sempre vivo.
La morte altro non è che la naturale conclusione del ciclo vitale, breve o lungo, intenso o leggero.
Con la morte tu, come tutti i miei cari, non siete più vicini a me fisicamente, ma continuate ad esistere.
E’ la fede cristiana che crede nella vita eterna e nella speranza delle resurrezione dei morti.

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MONDO DI SILENZIO

Fresco di maestrale su per la collina

disseminata di bianche lapidi e marmi e croci e di eleganti frasi

fatte.

Da oggi un nuovo corpo spargerà i suoi umori sulla terra bruna.

Piangete donne, piangete.

Stormono i cipressi del mondo perduto,

rompono il silenzio degli avelli nel luogo dove tutti verremo.

Là dove riposa cullato dalle morbide ombre avvolgenti

del falso pepe il padre di mio padre, là anch’io sarò.

Una piccola foglia s’è staccata silenziosamente dal suo ramo, vola

sulle ali del vento.

Come è breve quel suo momento di libertà suprema!

Dopo aver sfiorato i riccioli del marmo bianco e freddo dell’angelo

è finita sull’osseo biancore d’una lapide.

Mondo di silenzio, mondo immobile, mondo di tutto e di nulla,

statico, rappreso, al di là del tempo, precluso ai viventi.

E’ lungo e diritto questo muro, non se ne vede la fine anche se so

che c’è.

Non voglio voltarmi a vedere l’inizio lontano sperduto tra le nebbie

del tempo

e proseguo lungo le pietre provate da mille intemperie.

Paesaggio monotono, avanzo. Un cancello nel muro, una speranza

che subito muore.

Chiuso.

E il ferro è rugginoso. Dopo, ancora il muro. Vecchia pietra insultata

dalle ingiurie del tempo, quando finirai?

Non posso vedere oltre il muro e cammino, cammino accanto a esso

anche se ora il mio progredire è duro e faticoso.

Avanzo lungo questo muro con la speranza o la delusione che un

giorno possa finire.                                                  Maggio 2000

Poesia tratta dal libro “Sintiti, Sintiti” di Carmelo De Caro

 

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mag 12, 2019 - Senza categoria    No Comments

BELLI SENZ’ANIMA IL LIBRO DEL DOTT. GIUSEPPE RAFFA PRESENTATO A LICATA

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Una giornata importante all’insegna dell’impegno sociale e dell’acquisizione di importanti contenuti sui bullismi è stata vissuta dagli alunni dell’IIS “E FERMI” di Licata sabato 11 maggio 2019 grazie all’instancabile attività professionale del pedagogista dott. Giuseppe Raffa.
Infatti, nell’accogliente sala dell’aula magna dell’Istituto “Ines Giganti Curella”, sito in via F.Re Grillo, in Contrada Cannelle, è stato presentato il libro dal titolo “ BELLI SENZ’ANIMA”. Autore è il pedagogo dott. Giuseppe Raffa con la prefazione del prof. Luca Bernardo.

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Il Dott. Luca Bernardo, che è stato da poco nominato consulente del Ministro della Pubblica Istruzione per il fenomeno del bullismo e del cyber bullismo, ha inserito il dott. Giuseppe Raffa nel comitato ristretto di 20 “saggi”, detto pensatoio, che supporteranno il Ministero in progetti antibullismi in tutte le scuole e nelle realtà giovanili italiane.
Responsabilità che lo inorgoglisce!
Il libro “Belli senz’Anima” è un compendio di pedagogia che aiuta a comprendere le cause del bullismo, un fenomeno molto frequente tra i giovani di oggi, del cyber bullismo e del sexting.
Esso è’ un prezioso scrigno di suggerimenti come guida dei rapporti educativi- comportamentali fra genitori e figli, fra docenti e discenti.
In questo libro il dott. Giuseppe Raffa ha messo in luce l’attività educativa di alcuni genitori di oggi che usano metodi educativi non adeguati ai tempi, che si sottraggono alle loro responsabilità genitoriali, che assumono comportamenti poco autoritari, anzi amichevoli, quasi alla pari, annullando l’autorità genitoriale verso i propri figli.
Già fin dalle ore 9:30 del mattino gli studenti delle 2° classi dell’IIS “E. FERMI” hanno incontrato il dott. Giuseppe Raffa per ascoltare e riflettere sul tema del fenomeno del bullismo. Gli interventi degli alunni sono stati molto numerosi, focalizzati ed efficaci.

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La cerimonia di presentazione del libro è continuata alle ore 11:15 della stessa giornata alla quale hanno partecipato agli alunni, i loro genitori, i docenti della Scuola, i rappresentanti della Polizia di Stato, la presidente del Cusca ins. Cettina Greco, la poetessa Maria Pia Arena, il poeta Lorenzo Peritore.
Sono intervenuti: la prof.ssa Amelia Porrello, dirigente scolastica dell’Istituto, la prof.ssa Giuseppina Incorvaia, referente del fenomeno bullismo, il dott. Giuseppe Raffa, autore del libro.

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Il tavolo dei relatori Da sx: Amelia Porrello-Giuseppina Incorvaia-Giuseppe Raffa

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Ha aperto i lavori la prof.ssa Amelia Porrello che, dopo aver dato il saluto di benvenuto a tutti i presenti, ha spiegato di aver voluto che questo evento avvenisse a Licata, nella sua Scuola, a conclusione di una serie di appuntamenti col dott. Giuseppe Raffa, che conosce da tanti anni, per discutere su un argomento così importante qual è il fenomeno del bullismo.

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 Il Dott. Giuseppe Raffa, nato a Vittoria il 14 agosto 1961, laureato in Pedagogia al Magistero di Catania nel 1987, è coordinatore dell’ambulatorio antibullismi della ASP di Ragusa, è responsabile per il Sud Italia del Co.Na.Cy (coordinamento nazionale cyberbullismi) e componente dell’osservatorio nazionale sui bullismi del Club service Kiwanis, Distretto Italia – San Marino.
Da molto tempo collabora con il Dott. Luca Bernardo, il “gotha” del settore, di recente nominato consulente del Ministro della Pubblica Istruzione per il fenomeno del bullismo e del cyber bullismo.
Possiede una grande preparazione culturale e soprattutto umana, sul fenomeno della diffusione del bullismo in Italia e nel mondo. Instancabile a incontrare i ragazzi di tutte le età nelle scuole, nelle piazze, nei parchi per parlare con loro, per cercare di capire le loro problematiche, nel partecipare a conferenze e a convegni, nel pubblicare molti lavori per i giovani e per le loro famiglie.
La prof.ssa Giuseppina Incorvaia, referente per il fenomeno del bullismo e che ha curato scrupolosamente l’incontro con interventi mirati, inoltre, in qualità anche di docente, ha esposto le problematiche e gli interventi di cui ha bisogno il mondo dei giovani.
Le sue parole: “E’ nata la legge N° 71 del 2017, una legge che sancisse precise azioni di carattere giuridico e non solo su come prevenire, gestire e monitorare il bullismo.  In base a questa legge sono previsti provvedimenti molto importanti proprio per monitorare, prevenire e curare azioni di bullismo. Si parla di registri di bullismo, di edizione di un regolamento interno della scuola, di documenti che dovranno mettere i docenti in condizioni di monitorare, di attenzionare il problema.
Sono necessari nuove realtà, nuovi genitori. “Belli senz’Anima” non è un libro sul bullismo, ma un libro che studia le cause del fenomeno ormai degenerato in un malessere sociale che coinvolge tutte le comunità: la famiglia, la scuola, la società in genere. Parlavo della particolarità di questo nostro incontro
perché lo si studia attraverso una visione personale del dott. Giuseppe Raffa sulle cause che lo hanno generato.
La nostra visione oggi si arricchisce, attraverso la lettura del libro, di spunti di approfondimento, di riflessioni su quali potrebbero essere i motivi per i quali un ragazzo diventa violento
”.Ancora ha parlato delle varie tipologie di bullismo spiegandone il significato.

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Il monologo, letto dal giovane Carmelo Cantavenera, alunno della 2° classe dell’Istituto “Ines Giganti Curella”, è stato molto interessante perché ha descritto il rapporto amichevole tra il papà Marco, il papà migliore del mondo, e suo figlio Tony.

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Nel suo intervento conclusivo il dott. Giuseppe Raffa ha posto l’attenzione sul difficile ruolo della genitorialità nella prevenzione di varie forme di bullismo e di violenza. Ha affermato: “Sono genitori che non hanno l’anima, ovvero quel non luogo a destra del cuore che custodiva nei genitori di una volta i valori, i riferimenti, l’esempio educativo, il principio di autorità e di giustizia, l’educazione ai sentimenti.
Oggi il genitore moderno è chiamato col proprio nome di battesimo, gli si dà del tu. Ecco, molti di loro, non tutti,  sono <<belli senz’anima>>.
Le conseguenze della cattiva educazione dei figli sono: la mancanza di osservanza dei valori umani, la disobbedienza agli insegnamenti educativi, l’aumento delle azioni di bullismo, la diffusione della violenza incivile tra loro giovani, fra compagni di scuola e di gioco e verso le persone più deboli.
I giovani di oggi sono <<nuovi adolescenti>> non solo adolescenti, con un cervello diverso da quello delle passate generazioni a causa delle tecnologie che hanno causato un’autentica rivoluzione che noi adulti non abbiamo ben compreso. Il loro pensiero è sintetico, non più selettivo e analogico, è un pensiero digitale, pensano, si muovono ed agiscono con il telefonino in mano. Sono i nativi digitali, quelli che vanno dal 2000 ad oggi.
Se non capiamo il problema non riusciremo mai ad accudirli e ad affrontarli”.
Ha parlato della legge 71 sul cyber bullismo il cui iter scritto e approvato all’unanimità dal Parlamento e che individua il fenomeno come reato. Le sue parole: ” Siamo tra i primi Stati in Europa ad avere una legge simile che, tuttavia, non è completa in quanto non tiene conto del supporto ai genitori.
La legge non considera le famiglie che invece hanno più bisogno di aiuto dei ragazzi. Occorre Intervenire sui genitori e sostenerli”
.
Ha parlato anche di altre forme di bullismo quale il “cyber bullismo”, ossia il “bullismo online” che è il termine che indica l’attacco continuo, aggressivo, prevaricante,  ripetuto, offensivo, sistematico compiuto tramite strumenti telematici (sms, e-mail, siti web, chat, ecc, e del sexting”, ossia la trasmissione di foto intime in rete, senza il consenso dell’intessato/a, un fatto gravissimo che ha portato anche al suicidio chi ne è rimasto vittima.

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L’attenta analisi del dott.Giuseppe Raffa sul bullismo, sulle cause e sulle conseguenze, è scaturita da una ventennale sua esperienza sulle tematiche giovanili. Pertanto il dott. Giuseppe Raffa ha offerto ai genitori e agli educatori scolastici suggerimenti utili per adottare nuovi parametri educativi e tecnologici necessari ad affrontare nel migliore dei modi le emergenze e le necessità dei nuovi adolescenti.
Il dott. Giuseppe Raffa ha parlato usando un tono cordiale, sicuro e determinato utilizzando un linguaggio chiaro e comprensibile da tutti i presenti.  Dalle sue parole traspare la grande passione che lo spinge e lo motiva allo stesso tempo.
Il dott. Giuseppe Raffa ha affermato che il suo lavoro “Belli senz’animanon è un libro sul bullismo in quanto tale, ma è un libro discorsivo essenzialmente rivolto ai genitori e ai loro errori educativi, a chi ha il dovere di educare. Spiega perché molti giovani di oggi sono violenti senza apparente motivo, si comportano male a scuola, sono anaffettivi, assumono atteggiamenti omofobici e razziali.
Infine il dott. Giuseppe Raffa ha concluso l’incontro indirizzando il suo grazie ai relatori, agli alunni e a tutti i presenti per la calorosa accoglienza.
Gli applausi sono stati abbondantissimi, sinceri e calorosi a testimonianza della gradita e riuscita manifestazione.

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Siamo stati tutti partecipi all’incontro guardando il filmato cliccando su

 

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Ascoltare il discorso del dott. Giuseppe Raffa sul bullismo scolastico sociale e tecnologico ha avuto un alto valore pedagogico ed è stato un momento di grande importanza.  Ci deve essere uno sforzo comune con il coinvolgimento di tutte le istituzioni: la scuola, la famiglia, gli organi competenti consapevoli che il bullismo comincia proprio all’interno della famiglia.

 

 

 

 

 

 

 

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apr 30, 2019 - Senza categoria    No Comments

RAPPRESENTAZIONE DEL DRAMMA “L’IMPENITENZA DI GIUDA E L’AMORE DI GESU’ . DIALOGO DI CARITA’ E DI MISERICORDIA ” TRATTO DAL LIBRO DEL PROF. VINCENZO SCUDERI.

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Sabato, 27 aprile 2019, l’accogliente  teatro “Re Grillo” di  Licata  è stato il  luogo prescelto per la rappresentazione dell’ importante avvenimento religioso: la rappresentazione del dramma: “L’impenitenza di Giuda e l’amore di Gesù. Dialogo della carità e della misericordia” tratto dal libro omonimo del prof. Vincenzo Scuderi edito da Youcanprint.

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Veramente Vincenzo Scuderi nella chiesa Santuario di Sant’Angelo, sita nell’omonima piazza a Licata, aveva già messo in scena il “Dialogo d’amore infinito tra Maria, madre, Vergine e Gesù in Croce” tratto dal libro“Comunione d’Amore fra Maria e Giuseppe Sposi di Dio - Benedictus fructus ventris tui”.
Ha iniziato l’evento la signora Maria Bernasconi, che ha ampiamente illustrato il significato della rappresentazione e la personalità sensibile e creativa dell’autore.

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Ha portato i saluti dell’Amministrazione comunale il vicesindaco e  l’Assessore allo Sport Turismo e Spettacolo Angelo Vincenti  elogiando il prof. Scuderi per avere saputo trasmettere, attraverso la lettura del sul libro, sentimenti di umanità.

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La dott.ssa Maria Grazia Cimino e il prof. Gaetano Truisi hanno introdotto la scena del dialogo con la lettura delle loro riflessioni.

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Bravissimi gli attori che hanno dato la voce: Ireneo Moscato, che ha rappresentato Gesù,  Marco Bernasconi, che ha rappresentato Giuda, Enzo Rapisarda che ha rappresentato il Maligno.

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Da sx: Ireneo Moscato-Marco Bernasconi-Enzo Rapisarda

Regista attento è stato Vincenzo Scuderi, che aveva invitato i licatesi e non solo loro a partecipare alla rappresentazione poiché il tema offre spunti di riflessione e interrogativi di vita.
Vincenzo Scuderi nel suo libro spiega la motivazione del tema trattato :”Se mi guardassi allo specchio, di certo, non vedrei in quell’immagine la figura di Giuda, però se per un attimo voltassi le mie spalle, può darsi la ritroverei dietro di me, in me. Quanto volte al giorno ho rinnegato, tradito Dio. Mille volte. A me è concesso il tempo per la riconciliazione con Dio, così spero nell’ultima ora, invece Giuda, questo momento non l’ha ricevuto, o forse non l’ha voluto, non l’ha cercato. Eppure, proprio lui ha avuto il privilegio di vedere il volto del figlio di Dio, della Santissima Trinità; di stargli accanto, poterlo sfiorare. Per questo, non posso immaginare Giuda eternamente perduto. Quante volte avrà stretto Gesù, sfiorato la mano, abbracciato, salutato e baciato. Eppure i benefici di quei contatti divini non sono bastati a salvarlo? Non fu quella donna, l’emorroissa, che gli toccò appena il lembo del mantello e subito guarì! E Gesù si voltò e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvato». E da quell’istante la donna fu guarita. (Mt 9, 20-22). Ecco l’importanza della Misericordia di Dio. Di fede per la redenzione ne sarebbe bastata quanto un granello di senape.
La grande sala del teatro era gremita di gente che, in religioso silenzio, ha ascoltato il dialogo manifestando grande apprezzamento per la scelta del contenuto, in tema col periodo  della Settimana Santa a Licata,  e per la sublime rappresentazione dell’evento da parte degli attori, che attori di certo non sono di professione.

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Per questo motivo la loro rappresentazione è stata molto ammirata con espressa gratitudine con gli applausi molto calorosi.
Visibilmente commosso ma compiaciuto, era il prof. Vincenzo Scuderi che ha ringraziato i presenti per i complimenti e per gli abbracci affettuosi.

VINCENZO SCUDERI

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Molto eloquente è il commento della prof.ssa Giuseppina Incorvaia eche riporto integralmente: “Bellissimo evento ieri sera al Teatro Re Grillo di Licata dove è stato messo in scena il dramma “L’impenitenza di Giuda e l’amore di Gesù. Dialogo della Carità e della Misericordia”, opera dello scrittore licatese prof.Vincenzo Scuderi. Marco Bernasconi ha dato la voce a Giuda, Ireneo Moscato a Gesù ed Enzo Rapisarda al Maligno. Ha presentato Maria Bernasconi ed ha portato i saluti dell’Amministrazione comunale il vicesindaco e assessore allo Sport Turismo e Spettacolo  Antonio Angelo Vincenti. Hanno introdotto il dramma: Gaetano Truisi e Maria Grazia Cimino, le cui parole hanno creato subito un’atmosfera di attesa e di condivisa emozione. Essenziale la scenografia, quasi a voler dare risalto al pathos dei dialoghi. Veramente bravi gli attori  nella cui recitazione, vibrante e commovente, carica di un intenso pathos, hanno saputo sapientemente dosare timbro di voce e gestualità composta in un sottofondo di spiritualità che in diversi momenti della rappresentazione ha commosso. Nuova ed originale, stimolo per profonde riflessioni, la chiave di lettura che Vincenzo Scuderi ha dato del dramma del traditore di Cristo, giudice e carnefice di se stesso, disperato ma impenitente, pieno di una rabbia che non trova conforto nelle parole di perdono di Gesù, perché non è il perdono che Giuda cerca, ma la risposta alla domanda <<Perchè hai lasciato che ti tradissi?>>. Giuda, negligente nel combattere la sua avidità, diventa refrattario alla grazia e, lasciato da Dio nella condizione di peccatore, si riscopre pedina di un progetto di salvazione dell’umanità. Il Giuda del dramma di Scuderi non è sé e la sua accidia che incolpa, ma Dio, che lo ha abbandonato, che non l’ha perdonato come ha fatto con Pietro, che per tre volte lo ha rinnegato, e con gli apostoli che non erano sotto la sua croce. Perciò, abbraccia il Maligno, che riempie di tenebre e orrori la sua fantasia, per dargli l’ultimo scossone e per farlo precipitare nell’impenitenza finale. Solo un Cristo che si fa crocifiggere di nuovo può redimere il peccatore Giuda. La rappresentazione del dramma ha emozionato il pubblico attento ed emotivamente coinvolto”.

Il prof. Vincenzo Scuderi, nato a Ramacca il 15/08/1946, risiede a Licata da molti anni dove ha svolto il suo lavoro di Docente presso L’ITC.  Inoltre, dottore commercialista e revisore contabile, oggi si dedica ad altre attività godendosi la sua meritata pensione.

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E’autore di numerose opere letterarie conosciute in varie città della Sicilia, dell’Italia, dell’Europa e anche di terre straniere. La sua produzione comprende: romanzi, novelle, fiabe, filastrocche.
Ha pubblicato articoli su Riviste per professionisti di contenuto giuridico-contabile-fiscale. Amante dell’arte e della pittura, ha organizzato quattro mostre personali esponendo le sue preziose opere.
L’amico Vincenzo è una persona aperta, socievole, detentore di molti valori umani e sociali che io, personalmente, stimo molto.
Grazie Vincenzo!

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apr 16, 2019 - Senza categoria    No Comments

PIRATERIE. RIFLESSIONI BREVI DI VITA SOCIAL-IL LIBRO DEL PROF. FRANCESCO PIRA PRESENTATO A LICATA

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Un pomeriggio importante all’insegna della cultura e della socialità è stato vissuto dai licatesi e, soprattutto, dagli alunni dell’IIS “E FERMI” di Licata mercoledì 10 aprile 2019 grazie all’instancabile attività giornalistica del professore Francesco Pira.
Infatti, nell’accogliente sala dell’aula magna dell’Iedificio “Ines Giganti Curella”, sito in via F.Re Grillo, in Contrada Cannelle, è stato presentato il libro dal titolo “PIRATERIE. RIFLESSIONI BREVI DI VITA SOCIAL”. Autore è il prof. Francesco Pira.

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 La prefazione è del giornalista Antonello Piraneo, direttore del giornale La Sicilia. La postfazione è della giornalista e docente di Lettere prof.ssaCristina Graziano.
Il giornalista Antonello Piraneo sottolinea l’importanza di questo volume che rappresenta non solo la certosina raccolta dei contenuti di un anno di PIRAterie, ma, soprattutto, dà risalto al momento di sintesi di un percorso intellettuale ed umano nel quale il lettore si sente pienamente coinvolto.
La giornalista Cristina Graziano scrive: “Il fatto di cronaca, il dato scientifico, una ricerca condotta in qualsiasi parte del mondo sono stati “vissuti” quali occasioni di approfondimento sociologico da restituire alle “masse” con un piglio giornalistico di effetto grazie ad un uso fluido della scrittura e ad un tono a tratti scanzonato che, costruendo con padronanza situazioni comunicative leggere, porta il lettore, pure quello distratto, a riflettere. E così il professore Pira, da novello Orazio, “denuncia” i vizi umani con l’obiettivo di concorrere a sviluppare un nuovo ispirato ai criteri dell’equilibrio e della misura nell’impiego delle nuove tecnologie. D’altronde «In medio stat virtus» sostenevano già i latini e la propensione a guardare avanti, dettata dal progresso e dall’individualismo, talora ci induce a perdere il nostro «essere umano»”.
Editrice è la “Medinova”, la casa editrice di Favara presieduta da Antonio Liotta.
La nota editoriale è invece firmata dalla giornalista Daniela Spalanca, Responsabile Comunicazione di Medinova che scrive: “Il lettore è guidato, automaticamente e quasi inconsapevolmente, verso un percorso comunicativo rivoluzionario che porta, però, senza un’attenta analisi ed una necessaria ironia, ad una involuzione del pensiero risucchiato, suo malgrado, in una centrifuga omologante che è la “società”.
Il manuale comprende 81 articoli distribuiti in 12 sezioni, che descrivono la vita dei social media. Sono aneddoti e racconti che analizzano e sottolineano i tratti salienti del cambiamenti sociali in continua evoluzione. Gli articoli offrono, per ogni macroarea, una chiave di lettura per mezzo della quale il lettore è spinto a riflettere sui suoi comportamenti e ad affrontare criticamente le nuove tecnologie.
 Gli articoli sono stati pubblicati sul quotidiano “La Sicilia” in una rubrica, denominata PIRAterie, dal 17 gennaio 2017 al 16 settembre 2018.
Nella copertina del libro il pittore Nicolo’ D’Alessandro, palermitano e collaboratore di Repubblica, ha disegnato la faccia di un PIRA..TA, forse quella dell’autore, giocando col suo nome.
Gli occhi sono: uno aperto, per essere vigile, l’altro bendato, per non vendere le cose brutte dell’essere umano. Da notare il simbolo della morte sulla tesa del cappello.
L’evento è stato di grandissima importanza sia per la trattazione degli argomenti, sia per le originali e particolari animazioni realizzate dagli studenti guidati dalle professoresse Tiziana Denicolò e Antonietta Cammilleri.
Hanno relazionato: la prof.ssa Amelia Porrello, dirigente scolastica dell’Istituto, la prof.ssa Tiziana Denicolò e la prof.ssa Antonella Cammilleri.

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Il tavolo dei relatori

Dx: Tiziana Denicolò, Francesco Pira,  Amelia Porrello, Antonella Cammilleri

Ha aperto i lavori la prof.ssa Amelia Porrello che, dopo aver dato il saluto e il benvenuto a tutti i presenti, ha illustrato ampiamente la figura umana e culturale del prof. Francesco Pira, sociologo e docente di Comunicazione dell’Università degli Studi di Messina.Ha sottolineato che noi licatesi possediamo dei valori immateriali riferiti ai nostri concittadini illustri che hanno dato e danno notorietà a Licata per aver ricevuto riconoscimenti non solo in Sicilia e in Italia, ma anche all’estero e di cui dovremmo essere orgogliosi.
A Licata il prof. Francesco Pira è stato cofondatore del mensile “La Vedetta” per il quale ha scritto e collaborato per vari anni e direttore del telegiornale dell’emittente televisiva “Video Faro”.

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 Successivamente ha preso la parola la bravissima e spigliata prof.ssa Tiziana Denicolò che brillantemente coordinato i lavori.
Ha raccontato che nel libro “PIRATERIE. RIFLESSIONI BREVI DI VITA SOCIAL” l’autore si è occupato di nuovi codici e di nuovi linguaggi che hanno rivoluzionato le nostre vite. Il libro è un saggio in cui viene effettuata un’attentissima analisi sociologica su quanto sta accadendo nella nostra società e,soprattutto, è un’indagine molto attenta che consente di riflettere sul rapporto instaurato tra il smartphone e la rete e quindi con la nuova tecnologia.
Internet, Facebook, Instagram, i Social forniscono quotidianamente nuove norme, nuove informazioni, nuovi linguaggi impostando la comunicazione su ritmi che prima di adesso erano impensabili e favorendo relazioni su norme di reciprocità, anche sconsiderate e irriflessive, dettate dal fatto che si vuole conoscere e possedere tutto e subito.

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La prof.ssa Antonietta Cammilleri insiste sul concetto che i contenuti descritti negli articoli del libro del prof. Francesco Pira rappresentano non solo un’attenta analisi sociologica, ma anche una sorta di “manuale d’istruzione” sul comportamento della vita sociale da adeguare ai tempi e da recepire con i suoi codici. L’appuntamento col Prof. Pira è stato la conclusione di un percorso che ha visto il prof. Pira incontrare studenti, docenti e anche i genitori.

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Il prof. Francesco Pira, nel suo breve intervento,  ha affermato che le nuove tecnologie sono la contemporaneità e ormai fanno parte di noi. Nella quotidianità individuale esse condizionano i comportamenti, influenzano le relazioni interpersonali, accompagnano l’esistenza non solo dei singoli individui, ma di tutta la società. Ha suggerito alcune valide motivazioni sull’uso delle moderne tecnologie sulle quali riflettere e su quanto esse possono effettivamente condizionare e o modificare la vita di ognuno.

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 A seguire è stata molto gradevole la lettura del monologo da parte della studentessa Maria Pia Marino.

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L’autore, molto compiaciuto dell’interesse che ha suscitato la descrizione del suo testo, ha risposto esaurientemente alle incalzanti domande rivolte dai tecnologici studenti. Ha raccontato alcuni episodi descritti negli articoli del suo libro, ha suggerito  un uso corretto e consapevole delle nuove tecnologie.

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Fra una domanda e la successiva, i ragazzi hanno intercalato l’interpretazione scenica dell’argomento trattato sotto l’eccellente regia delle prof.sse Cammilleri e Denicolò.  I veri protagonisti della cerimonia sono stati loro: gli studenti dell’Istituto E Fremi di Licata!

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Il prof. Francesco Pira ha concluso l’evento con queste parole: ” Questi alunni dell’Istituto mi hanno regalato tante emozioni. Desidero ringraziarli singolarmente. Grazie a Carolina Alesci, a Carmen Amato, ad Angelo Aronica, a Filippo Ballacchino, a Samuele Biancolilla, a Marika Bonvissuto, a Matteo Caico, a Lorenzo Capace, ad Angelo Castrogiovanni, a Salvatore Consagra, a Viviana Consagra, a Giada Cuttitta, a Isabella D’Errico, a Salvatore Fontana, a Kevin Incorvaia, a Maria Pia Marino, a Jasmine Marotta, a Grace Minio, a Davide Pintacorona, a Federica Pira, a Luigi Profeta, a Asia Schembri, a Giulia Territo.

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Infine ha indirizzato il suo caloroso grazie ai relatori e a tutti i presenti. Gli applausi dei presenti, molti numerosi e che hanno occupato tutti i posti del grande auditorium dell’Istituto,   sono stati abbondantissimi, sinceri e calorosi a testimonianza della gradita e riuscita manifestazione.

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Inoltre ha dichiarato di devolvere i diritti d’autore del libro “PIRATERIE. RIFLESSIONI BREVI DI VITA SOCIAL alla LCIF – Fondazione del Lions Clubs International – per l’acquisto di vaccini contro il morbillo per i bambini del terzo mondo.
Ogni alunno-attore ha ricevuto l’attestato ricordo.

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Anche il prof. Francesco Pira, che ha ricevuto l’attestato ricordo, ha asserito: ”Della splendida esperienza di oggi pomeriggio all’istituto Fermi di Licata mi rimane anche questa bellissima targa con su scritto “AMICO“.

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Grazie ancora al Dirigente Scolastico professoressa Amelia Porrello, alle professoresse Antonella Cammilleri e Tiziana Denicolò e alla studentessa Marta Gueli.

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Questa foto rappresenta il risultato di una ineccepibile serietà e di una grande responsabilità dei nostri studenti. È stato un lavoro faticoso ma, se la conclusione é stato un pomeriggio intenso di emozioni, ben venga l’impegno profuso.

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L’autore autografa le copie del volume.

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Francesco Pira, nato il 9 agosto del 1965 a Licata, laureato in Sociologia presso l’Università “Gabriele D’Annunzio”, è professore di comunicazione e giornalismo presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina dove è Coordinatore Didattico del Master in “Manager della Comunicazione Pubblica”  e docente di comunicazione pubblica e d’impresa presso lo IUSVE l’Università Salesiana di Venezia e Verona.

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Svolge attività di ricerca nell’ambito della sociologia dei processi culturali e comunicativi. Saggista e giornalista, è autore di numerosi articoli e pubblicazioni scientifiche.
Opinionista del quotidiano americano La Voce di New York, del quindicinale + Europei, del quotidiano on line Affari Italiani e del magazine Spot and Web, è Direttore Editoriale del giornale Scrivo Libero e autore della Rubrica PIRATERIE per le pagine culturali del quotidiano LA SICILIA, collabora con il giornale Malgrado Tutto.
E’ Direttore Responsabile della Rivista Lion Sicilia. E’ Componente del Comitato Promotore dell’Associazione nazionale  Social PA.
Scrive per riviste scientifiche Humanities, IUSVE Education e specializzate come PedagogiKa. Ha svolto e svolge attività di formazione e consulenza per Pubbliche Amministrazioni e Imprese ed è stato direttore generale  della società di Comunicazione Ultima Srl.
E’ stato Dirigente dell’Assessorato alla Comunicazione nella legislatura 1995-2000 della Regione Toscana.
E’ stato Consigliere Nazionale dell’Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e ha partecipato in Italia e all’Estero ad importanti convegni sulla comunicazione. Si è occupato anche di comunicazione sociale.
E’ componente del Comitato Scientifico della Fondazione dell’Avis Regionale Calabria, della Fondazione “Marzio Tricoli”.
E’ stato relatore in convegni internazionali e conferenze in India, Thailandia, Grecia, Danimarca, Francia, Croazia, Slovenia, Spagna Portogallo e Belgio. Nel 2010 e nel 2011 è stato coordinatore scientifico e moderatore dell’International Communication Summit che ha visto la presenza di Alastair Campbell, ex portavoce di Tony Blair e di Zygmunt Bauman, uno dei più noti sociologi e influenti pensatori contemporanei.
E’ Membro Ordinario del Comitato Scientifico di Eliea- Istituto Italiano di Ricerca e Studi Criminologico-Forensi.
Fa parte della Commissione Cultura dell’AICS (Associazione Italiana Cultura e Sport) sezione di Agrigento.
Da giornalista, ha lavorato in Sicilia nei maggiori quotidiani e collaborato con emittenti regionali.
E’ stato redattore del Telegiornale e Capo dell’Ufficio Stampa dell’emittente nazionale Video Music (Gruppo Marcucci). Per questa emittente ha realizzato nel 1992 un Reportage in Iraq. Ha diretto tv e giornali locali.
Nel giugno 2008 per l’attività di ricerca e saggistica è stato insignito dal Capo dello Stato, on. Giorgio Napolitano, dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
E’ Presidente Onorario della Sezione Provinciale di Agrigento dell’ANCRI (Associazione Italiana del Cavalieri dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana).
Nel maggio 2012 con il saggio inedito “Legalità e Pubblica Amministrazione più trasparenza con le nuove tecnologie” è risultato vincitore del Premio Letterario Nazionale delle Acli sulla Cultura della Legalità.
Nel settembre 2012 ha ricevuto il Premio Scorsetti (dedicato alla letteratura sportiva), nel dicembre 2012 l’Oscar d’Autore nell’ambito del Premio Oscar del Calcio Siciliano a Vittoria (Ragusa) e a settembre 2013 il Premio Sportivamente Palma (Comune di Palma di Montechiaro – Assessorato allo Sport) come coautore del libro “Bruno Pizzul. Una voce Nazionale” (scritto con Matteo Femia- Fausto Lupetti Editore), i cui diritti d’autore sono stati donati alla Fondazione Stefano Borgonovo che si occupa dei malati di SLA.
Nel dicembre 2013 ha ricevuto il Premio “A Licata c’è” nella sua città d’origine, Licata. Nel luglio 2014 gli è stato conferito il Premio Internazionale “Pergamene Pirandello”. Nell’agosto 2015 ha ricevuto il Premio Nazionale “Soccorso sotto le Stelle” a Gualtieri Sicaminò (Messina) “come Siciliano che dà lustro alla Regione nel mondo”, nell’agosto 2016 il Premio Internazionale Barocco a Ragusa, per l’attività di ricerca, e nel dicembre dello stesso anno per la sezione Comunicazione il Premio “Ignazio Buttitta” a Favara.
Nel giugno 2018 il Premio “Penna Maestra” per l’attività di formazione ai giornalisti , nell’agosto 2018 il Premio Sipario d’Oro a Joppolo Giancaxio per l’attività di ricerca e divulgazione scientifica e nel settembre 2018 il Premio Nazionale “Solidarietas 2018” per l’attività di formazione contro il cyberbullismo.
Nel corso della sua vita professionale gli sono stati attribuiti tra gli altri i Premi: “Master per la Comunicazione”, “Euromediterraneo”, “Fidas-Amico per la comunicazione”, “Penne-Pulite Sarteano”, Athena-Aurea”, “Teleacras-Puntofermo”, “Amico del Teatro” e “Rosa Balistreri”.

http://www.unime.it/it/persona/francesco-pira

 

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