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set 18, 2019 - Senza categoria    No Comments

A VINCENZO TOTO’ BAGLIONE INTITOLATA LA SALA DEI PRELIEVI NELLA SEDE DELL’AVIS A MISTRETTA

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Nel Vangelo secondo Marco (12,28-34) nel “primo dei comandamenti” è scritto: Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”
Gesù rispose: “ll primo è: Ascolta, Israele, Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. E il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi”.  Allora lo scriba gli disse: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore e con tutta la mente, e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici”.  Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio
”.
E questi comandamenti sono stati abbracciati da Vincenzo Baglione conosciuto dai mistrettesi col nome di Totò, e messi in atto durante la sua breve vita su questa terra. Totò era nato a Mistretta il 5 maggio 1942.
I suoi genitori gli hanno dato Vincenzo come nome di battesimo, ma lo hanno chiamato Totò in memoria del fratellino deceduto ancora bambino.
Totò ora fa parte della schiera degli Angeli nella gloria di Dio.  E’ deceduto a Carmagnola  il 17 maggio 2012.

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Uomo generoso, disponibile, altruista, nei limiti delle sue possibilità Totò ha sempre cercato di aiutare il suo prossimo, di alleviare alcune sofferenze, di essere utile.
Ecco perché, riconoscendo le sue nobili doti umane, l’AVIS AMASTRA, una realtà associativa di volontariato nata dallo spirito altruistico di Vincenzo Baglione, sabato, 15 settembre 2019,
Il presidente dell’Avis, il signor Sebastiano Chiella, è stato molto caloroso nell’invitare alla manifestazione d’intitolazione della sala prelievi in onore di Toto Baglione, un grande Uomo con un grande Cuore.
Il suo appello: “Se oggi esiste l’Avis di Mistretta il merito è suo, non mancate!”.

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 L’ASSOCIAZIONE AVIS AMASTRA ha onorato il suo ricordo intitolandogli la SALA PRELIEVI, sita in via Cairoli a Mistretta, con una semplice cerimonia alla quale ha partecipato molta gente per rendergli il meritato omaggio.

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 In particolare erano presenti: il signor Sebastiano Chiella, presidente dell’AVIS di Mistretta, che ha messo in luce la natura umana di Totò, uomo di grande cuore, che metteva l’altruismo al primo posto nella sua vita.

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Mons. Michele Giordano ha descritto Totò come un amico simpatico e intelligente, altruista e sensibile, che aveva una grande dote, quella di una capacità di ascolto e di farsi ascoltare fuori dal comune. Mons. Michele Giordano ha sottolineato come la vita di Totò sia stata ispirata al Vangelo. Una vita retta, dedicata agli altri.

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Il prof. Vito Portera ha descritto Totò come personaggio di grande simpatia. Ha sottolineato la genuinità e la schiettezza del carattere di Totò apprezzato da tutti.

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Il signor Calogero Giancarrà ha parlato della passione di Totò per La sua mountain bike.

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Il dott.Pippo Testa, in qualità di segretario della Società Agricola, sodalizio di cui Totò faceva parte, ha parlato del comportamento di Totò in seno al sodalizio.

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Dopo questi interventi c’è stata la scopertura della piccola targa posta sopra la porta a vetri della sala prelievi dedicata a Totò Baglione. A togliere il drappo rosso di copertura è stato il signor Calogero Baglione, fratello di Totò.

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 E’ stata consegnata la pergamena ricordo.

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La signora Marinella Lutri, cognata di Totò, ha letto la poesia da lei composta e dedicata che a Totò.

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Vincenzo Baglione è stato il fondatore del primo nucleo di donatori nel comprensorio di Mistretta.

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Cari amici, vi invito a osservare il video, realizzato dal telecronista di TM, l’amico Giuseppe Cuva, in modo da credere di essere stati presenti anche noi a questa commovente cerimonia dedicata a Totò Baglione.

 

https://youtu.be/eMt8Q8C8lsM

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Il signor Gaetano Catania‎ a MiSTRETTANDO…MiSTRETTANDO…ha descritto l’amico:”Vincenzo  BAGLIONE…per gli amici ..Totò”.
Ho appreso con gioia che l’Associazione AVIS di Mistretta con una significativa e toccante cerimonia il 15 Settembre 2019 intende intitolare la ” Sala Prelievi ” della sede sociale, sita in via Cairoli, a VINCNEZO  BAGLIONE..detto ” Totò”.
Un caporale di Marina, mio affettuoso vicino di casa nella via Santa Caterina, a Mistretta, che, da pensionato, insieme ad altri pochi volontari, ha guidato e tenuta viva per alcuni anni l’Associazione AVIS di Mistretta.
Totò Baglione, dopo essere stato imbarcato per molti anni nella Marina Militare Italiana,

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posto in quiescenza, ebbe a cuore due grandi amori: la passione per la sua mountain bike e l’amore verso l’associazione AVIS di Mistretta.
La foto ritrae Totò quando ha conseguito il brevetto di paracadutista.

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Con la sua mountain bike ogni giorno, sia con il bel tempo, sia con il maltempo, con il sole o la pioggia, a volte anche con la neve, Totò, in sella alla sua bici, attraversava tutte le strade della zona, percorrendo Km e Km, con il suo classico abbigliamento, quasi da Garibaldino: con quell’immancabile fazzoletto rosso intorno al collo e il berrettino da ciclista. Lo s’incontrava ovunque e a tutte le ore, di giorno e di sera, anche di notte.  Infatti, Toto’ aveva montato nella sua bici dei faretti molto strani e ” particolari”.
Amava tanto la sua mountain bike, la teneva sempre lucida e pulita, accessoriata al massimo, compresa la classica borraccia d’acqua. Ed era sempre pronto a partire per mete improvvisate, traguardi sconosciuti, a volte fantasiosi e strani, ma per lui erano molto appaganti.
Oltre alla grande passione per la mountain bike, Totò aveva anche un altro grande amore: l’amore per il “prossimo”!
Tanta, ma tanta era la sua voglia di aiutare gli altri, soprattutto gli anziani, verso i quali si rendeva sempre pronto e disponibile, a volte anche servizievole.
Totò era una persona buona, umilissima, educatissima, gentile e affettuosa, sincera, quasi oserei dire in maniera fanciullesca.
Ed era proprio per il suo modo di essere, di apparire, di fare, di porsi alla gente, agli amici. Forse anche il suo modo di vestire, di parlare, semplice e pittoresco lo faceva apparire come un ” personaggio” uscito da una novella del ” Decamerone ” .
Questa sua disarmante semplicità, questo suo grande amore per il prossimo lo portarono a essere protagonista della nascita della Sezione autonoma dell’ AVIS di Mistretta.
Il nostro buon Totò, da Presidente, si diede subito un gran da fare e, affiancato da pochissimi volontari, fece immensi sacrifici per riuscire ad aprire una dignitosa sede nella centralissima Piazza Vittorio Emanuele.

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                                                                      Alcuni volontari

Ma Totò’, talvolta, proprio per quel ” personaggio” che appariva, ha dovuto subire non poche ironie da parte di alcuni nostri compaesani ai quali rispondeva sempre con garbo e con un pacato sorriso.
A dire il vero, non fu mai considerato dalla comunità mistrettese un effettivo “Presidente” dell’Associazione. Spesso veniva snobbato e, raramente, fu invitato a manifestazioni rappresentative pubbliche, ma soprattutto non fu mai tenuto nella dovuta e giusta considerazione dalla classe politica del tempo.
Perché?
Perché Toto’ era Toto’, un uomo semplice, ingenuo, non sapeva darsi le arie di un Presidente e veniva considerato da molti solo un “personaggio” e… basta.
L’Associazione AVIS di Mistretta oggi continua la sua meritoria e nobile opera, ma anche quella di raccogliere lusinghieri successi in campo Comunale, zonale e Provinciale, sotto la guida del  nuovo Presidente, il signor Sebastiano Chiella, coadiuvato da pochi volontari.  Recentemente l’Associazione AVIS ha aperto una nuova ed elegante sede, sita in via Cairoli, a Mistretta, assumendosi un onere economico rilevante, ma raccogliendo, soprattutto, quella grande eredità che Totò Baglione ha saputo lasciare: l’amore e la solidarietà verso il prossimo”.

I commenti:
di Elena Baglione: Questo era il Nostro Totò Baglione – Domani ore 16 cerimonia di intitolazione della Sala Prelievi di Mistretta – Non mancare rendiamo omaggio a Totò. lo merita!
Di Giuseppe Di Salvo: Onore a Totò Baglione!
Di Donatello Scieuzo: Onore a un uomo che ha donato il suo tempo al prossimo con amore.
Di Mariella Lutri: domani Avis  Amastra onorerà il tuo ricordo e ti verrà dedicata la  SALA PRELIEVI di Mistretta.
Di Nella Seminara: Grazie Totò per la tua disinteressata dedizione ai più deboli e ai più bisognosi.
Nella vita è più gratificante dare anzicchè ricevere!

La cronaca di TeleNicosia ha informato che dal 13 al 15 gennaio 2020, in Corso Calatafimi, a Palermo, si è svolta la Conferenza Episcopale Siciliana presieduta da Mons Salvatore Gristina, arcivescovo di Catania.
Durante i lavori è stata esaminata l’istanza del C.I.V.S. Coordinamento Interassociativo dei volontari donatori di sangue AVIS, FIDAS, FRATES, affinchè i donatori di sangue ricevessero il proprio patrono regionale. E’ stato proclamato Patrono regionale di donatori di sangue dai vescovi della Sicilia San Felice da Nicosia.

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I vescovi hanno espresso l’auspicio che la buona pratica di vita della donazione del sangue possa, per Sua intercessione, crescere sempre più come esperienza autentica di gesto disinteressato, anonimo e gratuito e che ha le caratteristiche di una vera opera di misericordia.
San Felice da Nicosia, canonizzato da papa Benedetto XVI il 23 ottobre 2005, è indicato come esempio di vita povera e santa, che ha fatto del motto “Sia per l’amor di Dio”  un impegno costante a favore dei bisognosi e degli ammalati che cercava di seguire giorno e notte.
Vincenzo  Baglione sicuramente sarebbe contento di apprendere la notizia che San Felice  da Nicosia è stato proclamato patrono regionale anche perché nella chiesa di San Francesco d’Assisia Mistretta è custodita la pregevole statua lignea del Beato Felice, al secolo Giacomo Amoroso, realizzata da Noè Marullo che ha saputo imprimere al fraticello laico una sublime, palpitante, viva espressione mistica.

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set 16, 2019 - Senza categoria    No Comments

LA PIANTA DI MORUS NIGRA NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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In un’aiuola della villa piazza centrale della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta vegeta bene la pianta di Morus nigra che, in questo mese di settembre, si fa ammirare per l’eleganza e la lucidità  delle sue foglie e per i frutti maturi e gustosi.nch’io ho assaggiato alcuni dei suoi frutti e sono buonissimi!

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Il Morus nigra pendula, il Gelso nero, è un alberello perenne, caducifoglio, appartenente alla famiglia delle Moraceae. Originaria dell’Asia centrale e orientale, dell’Iran, della Persia, della Turchia e dell’Arabia, la pianta fu introdotta in Europa almeno cinque secoli fa per l’allevamento dei bachi da seta, che si nutrivano delle sue foglie, e per l’alimentazione. In Europa l’allevamento del baco da seta risale probabilmente al VI secolo d.C. quando alcuni monaci riuscirono a sottrarre furtivamente alla Cina, che custodiva gelosamente il segreto della fabbricazione della seta, alcuni bachi e a portarli a Costantinopoli. Ancora oggi il Gelso nero, diventato spontaneo, è anche coltivato ad Orgosolo per produrre la seta che serve per realizzare il copricapo “u lióndzu” dell’abito tradizionale.
Il termine “Morus” deriva probabilmente dal celtico “mor”, nero”. Il termine   “nigra” deriva dal latino “niger” “nero”, per il colore dei suoi frutti.
Ovidio racconta la storia dei  babilonesiPiramo e Tisbe, due giovani che si amano intensamente nonostante l’opposizione delle famiglie. A causa di un tragico equivoco, muoiono entrambi e, per il sangue uscito dai loro corpi, le bacche del Gelso, l’albero del loro fatale incontro, cambiano il loro colore che da bianco diventa nero.
Il Morus nigra è una pianta molto longeva, che può vivere fino a 100-150 anni.
Alto fino a 3 metri, presenta il tronco brunastro, i rami di colore grigio e la chioma densa ed arrotondata. Le foglie, cuoriformi, piccole, compatte, di colore verde scuro e lucide nella pagina superiore, più chiare nella pagina inferiore, ruvide, hanno la lamina intera e il margine seghettato.
E’ una pianta monoica, cioè porta fiori femminili e fiori maschili separati, ma sulla stessa pianta e, raramente, sono bisessuali.

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I fiori maschili sono riuniti in amenti penduli, quelli femminili in spighe. Fioriscono tra aprile e maggio affacciati all’ascella della foglia, mentre l’apertura delle gemme è tardiva. L’infruttescenza è il sorosio, la mora, piuttosto grossa, di circa 2 centimetri di diametro, dal colore rosso quando è acerba, che diventa scura e poi nera a completa maturazione.

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Il vero frutto è l’achenio racchiuso nel sorosio che ne contiene tanti. Lamoraè costituita per l’85% di acqua e contiene: carotene, sostanze antocianiche, fibra grezza, acidi liberi e molti zuccheri. Come tutti ifrutti di bosco, è ricca di vitamineB1,B2 e C.
Il sorosio, commestibile, molto apprezzato, carnoso, oblungo, matura da luglio a settembre e, per il sapore dolciastro, è molto gradito agli uccelli che aiutano la disseminazione trasportando i semi anche lontano dalla pianta madre. I frutti del gelso sono graditi anche all’Uomo e vengono consumati per lo più freschi, appena staccati dalla pianta. La germinazione prorompe tutta insieme così intensamente da compiersi nel giro di una notte.
La pianta del Morus nigra è frugale, rustica e non teme le malattie. Gradisce un clima temperato, ma resiste discretamente a temperature molto basse qual è il freddo invernale di Mistretta; pertanto vegeta in pianura e in montagna incontrandola fino ad un’altitudine di 1000 metri. Ama essere esposta alla luce e al calore solare su un substrato fertile, profondo, ben drenato, umido, ma senza ristagni idrici. Durante il periodo primaverile ed estivo è bene somministrare l’acqua in quantità moderata, ma frequentemente, poiché il Gelso gradisce un’elevata umidità del terreno.
Dopo la fioritura e la raccolta del frutto, è bene liberare la pianta dai rami frondosi mediante un semplice taglio netto e rasente al tronco o alla testa di Morus.
Del Morus nigra si usano non solo i frutti, le more, ma anche le radici, la corteccia della radice e dei rami e le foglie. Già i Romani conoscevano i frutti che erano apprezzati non solo da Ovidio, ma anche da Plinio il Vecchio. Anticamente erano usati come prezioso rimedio universale: infatti se ne ricavavano diversi miracolosi medicinali.Plinio il Vecchio sosteneva che il Gelso costituiva una cura efficace contro la diarrea, combatteva i parassiti intestinali e le foglie, tritate e mescolate a un poco d’olio, venivano applicate sulle ustioni.
Le more di Gelso sono antidiabetiche e astringenti. Stimolano l’apparato gastrointestinale,curano il mal di denti, la stitichezza, gli eczemi e la tosse,riducono la febbre e inducono sonnolenza. La radice ha azione purgativa e diuretica. La corteccia agisce come disinfettante e cicatrizzante. Gli infusi delle foglie, i decotti delle radici e lo sciroppo delle more sono utili per curare i disturbi interni. Gli impacchi delle foglie bollite servono per aiutate la cicatrizzazione delle ferite. La polpa è usata in cosmesi per maschere lenitive di pelli secche. Il succo è impiegato in lozioni idratanti.
. In cucina il Morus nigra è usato per produrre marmellate, gelatine, confetture, sorbetti, dolci e grappe. Alcuni popoli dell’Himalaya ricavano dalle more secche una farina che, mescolata  a quella delle mandorle, è consumata durante l’inverno.
Il succo delle more rosse, per la sua intesa colorazione, è impiegato dall’industria dei gelati come colorante naturale. Nel linguaggio dei fiori il Gelso significa “asperità” per il sapore acidulo dei frutti immaturi.

 

 

 

 

 

 

 

BROUSSONETIA PAPYRIFERA

 

Subito dopo aver superato il cancello, percorrendo il viale di destra, dopo pochi passi, sul lato sinistro s’incontra la pianta di Broussonetia papyrifera, più comunemente chiamata “Gelso da carta, Moro cinese”. Arbusto appartenente alla famiglia delle Moraceae e originario dell’Asia orientale, soprattutto del  Giappone e della Cina, è stato importato in Europa nella metà dei secolo XVIII come pianta ornamentale dove si è naturalizzato.  Si trova facilmente ovunque: lungo i bordi delle strade, sui binari ferroviari, nei terreni incolti, lungo le piagge. In Italia la pianta è stata introdotta nel 1760 come essenza botanica rara e coltivata in alcuni giardini solo come elemento decorativo ed è presente in tutta la penisola e nelle grandi isole. Data la sua rapida velocità di crescita, se il suo sviluppo non viene controllato, si trasforma in una pianta altamente infestante. Il nome del genere “Broussonetia” è un omaggio al francese Pierre Marie Auguste Broussonet (1761-1807), medico, naturalista e professore di Botanica all’Università di Montpellier, che fu il primo studioso ad introdurre in Francia gli alberi femminili del Gelso di carta. Il nome di “Gelso da carta” ricorda l’utilizzo della sua corteccia per la produzione della carta in Asia orientale sin dai tempi remoti.

La pianta presenta un portamento che può essere sia arboreo, con chioma larga ed espansa, sia cespuglioso, con chioma più bassa e ramificata. La pianta presente nel giardino di Mistretta cresce sia in altezza che in larghezza dando origine ad un arbusto arrotondato. Il tronco ha uno sviluppo eretto e snello alto circa due metri. Nella sua terra d’origine può raggiungere anche i 15 metri di altezza. Il tronco è rivestito dalla corteccia grigio-giallastra chiara, liscia e punteggiata di bianco sui rami della pianta giovane poi, screpolata superficialmente, lascia  intravedere il sughero sottostante di colore bruno-violaceo. I rami giovani sono pelosi ed ispidi. La maggior parte delle foglie ha una forma ovale, ma questa pianta ha una particolarità: a seconda dell’età e delle condizioni di crescita, le foglie sono dimorfe e possono diventare lobate, palmate o cuoriformi. Quelle poste alla base dei rami sono intere, quelle distali, alle estremità dei rami, presentano da 3 a 5 lobi profondi separati da una insenatura. Le foglie, picciolate, semplici, alterne, a lamina col margine dentellato nelle foglie superiori delle piante adulte e negli individui giovani anche in quelle basali, sono ruvide, coriacee e con una sottile peluria. Sono di colore verde intenso nella pagina superiore, grigiastre e tomentose nella pagina inferiore e presentano tre nervature principali. L’insieme delle foglie forma la chioma ampia, allargata, abbastanza irregolare e non troppo densa che, in estate, assume una colorazione verde viola. Le foglie in inverno non rimangono sulla pianta. La Broussonetia papyrifera è una pianta dioica, quindi i fiori apetali sono portati da individui diversi. Gli arbusti maschili producono piccoli fiori verdi-giallognoli raggruppati in allungati amenti cilindrici; gli arbusti femminili formano piccoli capolini sferici e compatti di fiorellini di colore bianco crema ridotti al solo pistillo. La fioritura avviene da maggio a giugno. L’impollinazione è favorita dal vento.

Il frutto, un sorosio sferico, carnoso, di 2 centimetri di diametro, di colore arancio-rossastro a maturità, commestibile e dal sapore dolciastro, non ha impieghi particolari. La moltiplicazione avviene per seme in autunno, oppure per talea semilegnosa in estate. Si moltiplica normalmente anche tramite il trapianto di polloni basali che è possibile asportare. Facendoli prima radicare in un contenitore, si porranno a dimora la primavera successiva.

 

 

             Ombre di foglie                                               Amenti                                  Frutti

 

Piuttosto rustica, la pianta ha una grande importanza dal punto di vista ecologico poiché, facendosi coltivare con gran facilità e producendo numerosi polloni, si presta per colonizzare i terreni sterili e per stabilizzare quelli mobili e franosi. Indifferente al substrato, preferisce un terreno di tipo calcareo, sciolto, umoso e con un ottimo drenaggio. Predilige posizioni soleggiate, ma si sviluppa anche in posti scarsamente luminosi. Non teme il freddo e sopporta gelate anche intense e prolungate. Tollera la siccità, ma è bene ugualmente irrigare il terreno quanto basta. In genere, non si utilizzano concimazioni, anche se è consigliabile interrare del fertilizzante ai piedi del fusto in primavera. Prima dell’arrivo dei mesi freddi, si consiglia un trattamento antifungino ad ampio spettro; le piante, che sono state colpite da patologie fungine, vanno curate in maniera particolare raccogliendo e bruciando tutte le foglie affette dalla malattia. La Broussonetia papyrifera teme particolarmente l’attacco di lepidotteri defogliatori, come il Bruco americano.

La pianta possiede diverse proprietà medicinali: è galattogoga, diaforetica, emostatica, astringente, oftalmica, stimolante, stomachica, diuretica, lassativa, tonica. In Cina è utilizzata in sostituzione del Gelso per l’allevamento dei bachi da seta.  Dalla corteccia della pianta si ricavano fibre molto lunghe usate in Polinesia per produrre filati e tessuti. Nei territori d’origine la corteccia macerata era un tempo utilizzata per produrre la carta pregiata, dall’aspetto fine e setaceo, conosciuta col nome di “carta cinese o carta di seta”. La produzione della carta risale al II secolo d.C.  Il ministro cinese Ts’ai Lun si recava ogni giorno presso uno stagno adibito a lavatoio e lì osservava le donne che lavavano i panni. Un giorno si accorse che le fibre, staccate dai panni logori per lo strofinio e per la sbattitura esercitati dalle lavandaie, si accumulavano in un’ansa dello stagno e si riunivano come un feltro sottilissimo. Ts’ai Lun raccolse con delicatezza il batuffolo, lo pose ad essiccare e lo distese. Nacque, così, un foglio di una certa consistenza, di colore biancastro ed idoneo per la scrittura. Il ministro ordinò di sostituire, nella fabbricazione dei feltri, le fibre animali con quelle vegetali. Il primo materiale adottato da Ts’ai Lun fu la corteccia della Broussonetia papyrifera. La parte fibrosa della corteccia era messa a macerare in acqua, risciacquata e, successivamente, battuta in mortai di pietra fino ad ottenere una pasta uniforme di fibre cellulosiche. La pasta, diluita con abbondante acqua, era versata sopra la “forma“, un reticolo formato da sottilissimi bastoncini di Bambù. L’acqua passava attraverso le maglie del graticcio e le fibre, stringendosi tra loro, restavano in superficie formando un foglio di piccolo spessore che, staccato dalla forma, era posto ad essiccare all’aria. L’impiego della carta come elemento per la scrittura è da ricollegare alla percentuale di diffusione della cultura che, anticamente, era privilegio solo di pochi. La richiesta della carta per scrivere è stata inizialmente piuttosto ridotta. La carta, infatti, ancor prima di essere usata come supporto per la scrittura, in Cina era stata impiegata per realizzare capi di vestiario. Le prime citazioni relative a quest’uso risalgono al primo secolo a.C. Intorno alla metà del III secolo d.C. i preti taoisti, i poeti e gli scolari indossavano cappelli di carta. Con la carta si costruivano aquiloni, lanterne e ventagli. I ventagli di carta esistevano già fin dal IV secolo quando gli imperatori della dinastia Chin vietarono, per questioni economiche, l’uso della seta per la loro preparazione. Al IX secolo risale, probabilmente, l’uso della carta moneta: si ritiene, infatti, che in quel periodo, essendo aumentate le transazioni commerciali, si sia resa necessaria una moneta più leggera di quella metallica, pesante e poco trasportabile. La diffusione della carta nel mondo si deve attribuire ai musulmani che, nel 751, conquistarono Samarcanda prendendo come prigionieri alcuni cinesi che rivelarono ai conquistatori il segreto della fabbricazione della carta. Proprio Samarcanda, città dell’Uzbekistan, in Asia centrale, divenne il primo grande centro musulmano di produzione della carta realizzata con un misto di lino e di canapa. Per almeno cinque secoli la diffusione della carta nel mondo occidentale segue di pari passo le conquiste dell’esercito del Profeta. La carta raggiunse l’Egitto alla fine dell’VIII secolo. Tra il X e il XII secolo si diffuse in Africa Settentrionale. Nella valle del Nilo si passò dall’antica utilizzazione del Papiro, l’ultimo Papiro egiziano noto risale al 935, alla produzione di una carta simile a quella di Samarcanda, ma molto più fine con la quale sono state realizzate lussuose edizioni del Corano. Nel X secolo la Sicilia divenne un importante centro di commercio della carta. Nel 1072 Ruggero di Normandia conquistò l’isola e la carta divenne il materiale ufficiale dei documenti dello stato normanno. Nel XIII secolo, grazie a Federico II, Palermo divenne uno dei centri più rilevanti in Europa per la produzione della carta.

 

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set 7, 2019 - Senza categoria    No Comments

L’ABIES PROCERA REALE NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Verso la metà del secolo scorso lo scozzese David Douglas introdusse l’Abies procera reale, albero dal bellissimo portamento, nel nuovo ambiente delle “policies”, cioè dei boschi ornamentali che circondavano le case gentilizie di campagna in Scozia.
Nel giardino “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta si può ammirare l’Abies procera reale appoggiato quasi alla ringhiera percorrendo il viale di destra della villa.

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Fa da sfondo la casa del prof. Sebastiano Ribaudo posta tra la strada Scalinata e la strada Siracusa a Mistretta.

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 L’Abies procera, sottospecie “reale”, appartenente alla famiglia delle Pinaceae, è un albero sempreverde originario dell’America settentrionale e diffuso nella Catena delle Cascate in una vasta regione compresa tra lo stato di Washington e la California settentrionale.Comunemente chiamato anche Abete Nobile, è più famoso come Albero di Natale. In Europa si è adattato a vivere ad alte quote perché è una pianta molto resistente.
L’Abies reale è una conifera che cresce rapidamente sollevandosi di 40, 50 centimetri l’anno. Presenta uno sviluppo eretto e l’esemplare adulto supera i 30 metri d’altezza.

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Il fusto è abbastanza spoglio nella parte bassa, mentre molte ramificazioni si sviluppano nella parte alta. E’ rivestito dalla corteccia che, nelle piante giovani, è di colore grigio–argenteo, èmarrone-rossiccia e profondamente fessurata nelle piante adulte.

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 I rami sono rigidi, orizzontali al terreno. I rametti hanno piccoli peli ruvidi. Le gemme invernali sono resinose.

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Le foglie, aghiformi, molto fitte, lunghe da 2 a 4 centimetri, lisce, rigide, acuminate o leggermente dentellate all’apice, sono di colore verde-blu-argenteo su entrambe le pagine. Sui rami bassi, all’ombra, gli aghi rimangono appressati al rametto; sui rami alti, in piena luce, sono lunghi e rivolti all’insù.

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 La chioma assume la caratteristica forma conica, appuntita, con ramificazioni dense che conferiscono alla pianta un aspetto assai ornamentale.

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 Sono presenti le infiorescenze maschili e femminili. I fiori femminili sono raggruppati in strobili di squame spiralate portanti alla base gli ovuli; i fiori maschili, raggruppati pure in coni, che si formano in prossimità della cima negli esemplari adulti, sono formati da stami squamiformi. La fioritura avviene in autunno, da settembre a novembre.
Alla fioritura seguono i frutti. Sono le pigne erette, lunghe circa 20 centimetri, di colore giallo-marrone, presenti solo su alberi alti più di 6 metri e provviste di brattee sporgenti, acuminate e rivolte verso il basso. La pigna racchiude i semi alati che, quando si disintegra a maturità, li libera cadendo a terra e lasciando sull’albero il rachide sottile. La moltiplicazione avviene per seme. Il periodo migliore per la semina è la primavera. S’interrano leggermente i semi in un miscuglio di terriccio e di sabbia mantenuto abbastanza umido fino alla germinazione.
L’Abies procera reale è strettamente affine all’Abete rosso e all’Abete del Caucaso con i quali può ibridarsi.
L’Abies procera reale è una pianta rustica, ma di non facile adattabilità. Esige climi freschi e con piovosità abbondante e ben distribuita, perciò non è molto diffuso nel nostro Paese.
Predilige terreni soffici, freschi, profondi, privi di ristagno idrico, ma abbastanza umidi. Resiste al vento e al freddo, può sopportare temperature molto rigide, teme la siccità prolungata, quindi è consigliabile annaffiare, soprattutto gli esemplari giovani, durante i mesi estivi.
Periodicamente bisogna arricchire il terreno con un abbondante fertilizzante.
Per uno sviluppo equilibrato dell’Abete procera reale è bene scegliere una posizione in semi-ombra dove la pianta può godere della luce diretta del sole soltanto durante le ore più fresche della giornata.
Nei mesi estivi è bene praticare trattamenti mirati, specifici contro i parassiti, da praticarsi soltanto quando si nota sulla pianta la presenza di funghi o di insetti.
In genere, in questo periodo dell’anno è molto probabile l’infestazione da parte degli Acari e della Ruggine il cui sviluppo è favorito dal clima secco.
Talvolta è attaccato dagli insetti del genere Adelges, molto aggressivi e nocivi.
 L’Abies procera reale è comunemente coltivato per il rimboschimento.
Produce un legno leggero e piuttosto solido, a grana fine e compatta.
Nell’America settentrionale è usato per opere di falegnameria non destinate a restare all’aperto.

 

 

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ago 30, 2019 - Senza categoria    No Comments

“DOMENICO DOLCE” IL GIGANTE BUONO …..DI SAN SEBASTIANO

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Tante altre volte ho avuto l’occasione di parlare di notevoli personaggi di Mistretta che si sono distinti nel mondo della poesia, della letteratura, della pittura, della scultura, del giardinaggio, dell’arte del ricamo etc.
Questa volta devo inevitabilmente parlare del “GIGANTE BUONO …..DI SAN SEBASTIANO” come l’ha definito l’amico Gaetano Catania.
E’il giovane DOMENICO DOLCE!

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Personalmente lo conosco da tanto tempo e ho sempre ammirato in lui la serietà nel comportamento, la dedizione nel gestire, assieme ai membri del vecchio e del nuovo comitato dei festeggiamenti di San Sebastiano di Mistretta, la festa di San Sebastiano. Con amore e devozione abbellisce la statua e il fercolo di San Sebastiano, il Santo patrono della città di Mistretta.

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Con altri devoti collabora nell’organizzazione della festa della B.V. Maria Assunta in cielo. Custodisce la chiesa di San Giovanni e i suoi tesori.

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Nato a Mistretta il 19 aprile 1984, Domenico svolge il suo lavoro di camionista e, quando si trova a Mistetta, dedica parte del suo tempo libero a queste attività extra, ma che lo gratificano e lo elogiano.
Riporto integralmente il post dell’amico Gaetano Catania pubblicato su FB perché è giusto che i mistrettesi e non solo possano conoscere meglio la personalità di Domenico ringraziandolo per tutto l’impegno profuso nella cura delle feste paesane e delle chiese e, soprattutto, nel divulgare importanti notizie sulla chiesa di San Sebastiano, sulla statua e sul fercolo di San Sebastiano e sulla chiesa di San Giovanni.

Gaetano Catania scrive: ”Oltre ad essere il << veterano>> del Nuovo Comitato per i festeggiamenti di San Sebastiano Domenico Dolce è anche il vero motore del Comitato. Un motore a quattro cilindri che dà a questa macchina organizzativa un impulso straordinario, soprattutto per la sua irrefrenabile e inarrestabile voglia di lavorare affinché tutto possa funzionare alla perfezione. Ed è grazie a Lui se quest’anno i complimenti, per l’intera organizzazione della Grande Festa, si sono elargiti, sia sui social sia nei commenti nei bar, da parte di tutta la Comunità mistrettese e non solo. Tantissimi sono stati, infatti, gli attestati di stima e di elogio diretti al Comitato dai tanti forestieri accorsi a Mistretta per vedere la più spettacolare e suggestiva festa che si svolge in Agosto in quasi tutta la Sicilia: la festa di San Sebastiano.
Domenico Dolce non è soltanto il motore principale del Comitato ma, grazie alla sua straordinaria volontà e caparbietà nonché alla sua straordinaria disponibilità e umiltà, è anche un grande benefattore per aver dato sempre un importante e fattivo contributo al patrimonio storico di Mistretta rappresentato anche dalle nostre storiche chiese. Per questi meriti è stato nominato dal nostro Arciprete Mons. Michele Giordano custode e responsabile della magnifica e storica chiesa di San Giovanni. Domenico non si è beato di questo incarico un solo istante, ma si è messo subito al lavoro. In poco tempo è riuscito, con l’aiuto di altri volontari, a sistemare alcune strutture della chiesa che erano diventate pericolose a causa di infiltrazioni di acqua piovana che stavano danneggiando anche tutte le opere d’arte in essa custodite e che Lui in questi anni ha fatto restaurare. Inoltre ha ripristinato anche tutto l’impianto elettrico, ormai vecchio e mal funzionante, diventato molto pericoloso potendo causare un accidentale incendio. Domenico ha saputo riportare, dopo ben 26 anni, nella sede originale, l’Altare Maggiore della chiesa di San Giovanni, ben 34 candelabri piccoli e 6 grandi, d’inestimabile valore artistico e non solo, essendo tutti ricoperti di oro zecchino e decorati con ” lacche ” e che per tanti anni sono stati custoditi da Padre Arciprete Michele Giordano. Durante i lavori di restauro Domenico ha fatto anche una eccezionale scoperta: dietro la grande tela dell’Altare Maggiore, che riproduce il Battesimo di San Giovanni, Domenico ha scoperto una nicchia con una vecchia statua lignea di San Giovanni Battista, presumibilmente opera dello scultore amastratino Noè Marullo, e che ha prontamente messo in sicurezza trasportandola nel Museo Parrocchiale della Chiesa Madre. Oltre alla vecchia statua di San Giovanni, Domenico ha avuto l’interesse di recuperare altre importantissime statue abbandonate in magazzini di fortuna e portati nel Museo per un eventuale restauro. Si possono, infatti, ammirare al museo vecchie e interessanti statue lignee, tele, stellari, raggeri di antichissima fattura e realizzati da eccellenti autori come il nostro concittadino Noè Marullo. Sono custodite le statue di Sant’Onofrio, di Sant’Antonino Abate e di San Barnaba, che molti studiosi amastratini definiscono il vecchio patrono di Mistretta.
Sono custoditi anche un suggestivo ed espressivo vecchissimo “Cataletto ” e tanti altre opere d’arte che Domenico Dolce ha avuto la grande sensibilità di recuperare e di custodire a beneficio della storia e della cultura amastratina
”.
Molti sono i favorevoli commenti di tante persone che conoscono i valori umani, religiosi e culturali di Domenico e che mi permetto di trascrivere.
Il commento di Antonella Giordano Fausto Di Franco: Domenico è veramente una persona da ammirare per la profonda fede e per l’impegno che mette nell’organizzare la festa del nostro Patrono, ma anche per l’impegno che ha messo per rivalutate la chiesa di San Giovanni.
Il commento di Annunziata Indovino: Bravo mio cugino Domenico si dedica col cuore a tutto quello che fa.
Il commento della prof.ssa Marisa Antoci: Gaetano, come non condividere ogni parola di quello che hai scritto..?!! Aggiungerei soltanto che Domenico, tra le tantissime qualità, ne annovera una importante: L’umiltà che connota proprio le “Grandi” Persone!!!
Il commento di Rosa Porrello: Bellissima la chiesa di San Giovanni.
Il commento di Nonnamagna Marianda Rita: Che meraviglia. Complimenti!
Il commento di Antonella Catania: Complimenti!
Il commento di Nina Ticonosco: Finalmente c’è qualcuno che si prende a cuore questa bellissima chiesa, bravo Domenico!
Il commento di Nella Seminara: Bravo Domenico. Ti ringrazio per la tua buona volontà, per il tuo interesse nel custodire, proteggere e valorizzare i tesori dei mistrettesi.

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ago 17, 2019 - Senza categoria    No Comments

PRIMO CAMMINO REGIONALE DI SAN SEBASTIANO- INCONTRO A MISTRETTA

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Oggi, domenica 11 agosto 2019  a Mistretta ho assistito al Primo Cammino Regionale di San Sebastiano.  E’ stato un evento eccezionale.
W San Sebastiano, u santu prutitturi ri Mistretta!

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Hanno partecipato le confraternite che si ispirano al culto di San Sebastiano e che hanno portato le sante reliquie del gloriosissimo martire San Sebastiano.
Sono state presenti le confraternite di: San Sebastiano di Mistretta,

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 di  Capizzi,

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di Cerami,

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di Troina,

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 di Siracusa,

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 di Floridia,

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 di Canicattini Bagni.

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Erano presenti, inoltre: la confraternita della Madonna del Monte Carmelo di Mistretta,

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La confraternita del Rosario,

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 la confraternita di Santa Caterina di Mistretta

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 e alcuni sodalizi amastratini.
Il primo incontro dei confrati è avvenuto nel pomeriggio della domenica nella chiesa di San Sebastiano per i convenevoli saluti di accoglienza.

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Sono state esposte alla venerazione le reliquie provenienti dai paesi partecipanti.
La poesia “A Sammastianu”, recitata dal prof. Sebastiano (Tatà) Lo Iacono, è stata scritta dal signor Carmelo La Porta.

 

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Quindi il corteo delle confraternite, che mostravano le sante reliquie, partito dalla piazza di San Sebastiano, ha percorso il normale cammino processionale che compiono  tutti i Santi di Mistretta. Mons.Michele Giordano ha invitato gli amastratini ad abbellire i balconi con l’esposizione di coperte e di lenzuola ricamati come segno di festosa accoglienza.
Il corteo ha percorso la via Anna Salamone, la via Libertà fino al Santuario di Maria SS.ma dei Miracoli.

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La celebrazione eucaristica è stata officiata da Mons.Michele Giordano, concelebrata dai parroci provenienti dai vari paesi partecipanti e animata dal coro della chiesa.
Mons. Michele Giordano ha accolto le confraternite con queste parole:” Benvenuti fratelli e sorelle venuti dalle varie comunità della Sicilia per questo primo cammino di San Sebastiano. Benvenuti  a nome della città di Mistretta, a nome della confraternita di San Sebastiano di Mistretta che, da tanti anni, ha cercato di tessere rapporti, di creare ponti che hanno portato a questo primo passo che vuole portare avanti il camino di San Sebastiano. Tutti i devoti di San Sebastiano e le confraternite si ritrovano per esprimere insieme la loro fede. Benvenuti in questa casa di Maria. Questo è il santuario della Madonna dei Miracoli che si prepara a celebrare l’anno santo nel IV centenario della sudorazione di Maria. Benvenuti in questa casa di Lucia alla  quale è intitolato questo tempio. Maria, Sebastiano, Lucia, tutti i nostri santi ci accompagnino nel nostro percorso di santità. All’inizio di questa celebrazione, veramente consapevoli di essere alla mensa del dono di grazia che abbiamo ricevuto nel santo battesimo, domandiamo perdono.”
Dopo la funzione religiosa tutti i gruppi sono ritornati nella chiesa di San Sebastiano per onorare il Santo e per riaccompagnare le sacre reliquie custodite nella chiesa.

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Infine, ad ogni confraternita, ad ogni società di  mutuo occorso e ai sodalizi sono state distribuite le pergamene in ricordo di questo importante evento per averlo impreziosito con la loro partecipazione.

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La foto di gruppo sarà un ricordo indelebile.

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 La vita di San Sebastiano.
Su Sebastiano sono state riportate molte notizie, ma le fonti storiche certe dalle quali si possono ricavare i pochi elementi sulla vita, sul luogo del martirio e della sepoltura e sulla festività liturgica sono: la “Depositio Martyrum”, il più antico calendario della Chiesa di Roma risalente al 354, che lo ricorda il 20 gennaio, e un’annotazione del “Commento al salmo 118” di Sant’Ambrogio, (340-397), secondo il quale Sebastiano, di origine milanese, si era trasferito a Roma. Altre notizie sulla vita di Sebastiano sono narrate nella Legenda Aurea scritta da Jacopo da Varagine e, in particolare, nella Passio Sancti Sebastiani, opera curata da Arnobio il Giovane, monaco probabilmente del V secolo.
La Passio Sancti Sebastiani è molto ricca di episodi e di particolari biografici, però è ritenuta poco attendibile nonostante la “storia” del Santo sia stata compilata intorno alla metà del sec. V, quando la memoria di Sebastiano poteva essere ancora viva, e l’autore mostri un’ottima conoscenza della pianta di Roma. Sebastiano, secondo Sant’Ambrogio, è nato a Milano nel 256, dove è cresciuto e educato alla fede cristiana, da madre milanese e da padre di Narbona, alto funzionario della Francia meridionale. Fu il Santo italiano di origine francese e venerato come martire dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa Cristiana Ortodossa. Il nome Sebastiano deriva dal greco “σεβαστός” col significato di “degno d’onore, augusto, imperiale”.
Prima di raccontare la vita di Sebastiano è giusto dare una piccola introduzione storica. Nel 260, poiché l’imperatore Galliano aveva abrogato gli editti persecutori contro i cristiani, seguì un lungo periodo di pace durante il quale i cristiani, pur non essendo riconosciuti ufficialmente, erano stimati occupando, alcuni di loro, importanti posizioni nell’amministrazione dell’Impero. Diocleziano, imperatore dal 284 al 305, desiderava portare avanti questa condizione pacifica. Dopo 18 anni, su istigazione di Galerio, scatenò una delle persecuzioni più crudeli in tutto l’impero.
Intanto Sebastiano si era trasferito a Roma nel 270 intraprendendo, intorno al 283, la carriera militare. Diventò un alto ufficiale dell’esercito imperiale. Fu il comandante della prestigiosa prima coorte della guardia imperiale di Diocleziano stabile a Roma per la difesa dell’Imperatore. Per le sue doti di fedeltà e di lealtà e per la sua intelligenza, fu molto stimato dagli imperatori Massimiano e Diocleziano che non sospettavano della sua fede cristiana. Grazie al suo incarico, godendo dell’amicizia dell’imperatore Diocleziano, ha potuto mettere in pratica azioni a favore dei cristiani, prestando aiuto a quelli segregati in carcere e condotti al supplizio, e ha potuto curare la sepoltura dei martiri. Ha fatto anche opera missionaria diffondendo la religione e convertendo al cristianesimo soldati, militari, magistrati, nobili della corte.
Lo stesso governatore di Roma Cromazio e suo figlio Tiburzio, da lui convertiti, avrebbero affrontato il martirio. Sebastiano, per la sua opera di assistenza ai cristiani, da papa San Caio fu proclamato “difensore della Chiesa”. Proprio quando, secondo la tradizione, aveva seppellito sulla Via Labicana i Santi martiri Claudio, Castorio, Sinforiano, Nicostrato, detti i Quattro Coronati, fu arrestato e portato davanti a Massimiano e a Diocleziano. Diocleziano, già irritato perché in giro si era diffusa la voce che nel palazzo imperiale si annidavano i cristiani persino tra i pretoriani, interrogò il tribuno.
Tutto ciò non poteva passare inosservato a corte. Diocleziano, che odiava profondamente i fedeli a Cristo, avendo scoperto che anche Sebastiano era cristiano, così lo affrontò: “Io ti ho sempre tenuto fra i maggiorenti del mio palazzo e tu hai operato nell’ombra contro di me ingiuriando gli dei”. Questo aspetto della vita del Santo, diviso tra il giuramento militare e la sollecitudine verso i sofferenti, fu motivo della sua condanna. Sebastiano, per ordine di Diocleziano, fu, quindi, per la prima volta arrestato, portato fuori città, denudato, legato al tronco di un albero in una zona del colle Palatino chiamato “campus”.
Essendo un soldato, gli fu concesso il supplizio “onorevole”, quello, cioè, di morire trafitto dalle frecce lanciate da alcuni commilitoni tanto da sembrare un riccio con gli aculei eretti, “ut quasi ericius esset hirsutus ictib Abbandonato dai suoi carnefici, fu creduto morto. Sebastiano non morì! La nobildonna Irene, vedova di Castulo, pietosamente, andò a recuperare il corpo per dargli la giusta sepoltura secondo l’usanza dei cristiani. Rendendosi conto che non era morto, lo condusse nella sua casa sul Palatino, gli medicò premurosamente le numerose ferite.
Miracolosamente, Sebastiano guarì. Egli, che cercava il martirio, recuperate le forze, volle proclamare la sua fede davanti a Diocleziano e a Massimiano mentre gli altri imperatori, per assistere alle funzioni, si recavano al tempio eretto da Elagabolo in onore del Sole Invitto. Diocleziano, superato lo stupore per la vista di Sebastiano, che sapeva di essere stato ucciso perchè lo accusava di perseguitare i cristiani, ordinò che fosse flagellato a morte per la seconda volta.
Il martirio di Sebastiano avvenne il 20 gennaio del 304 a Roma, sui gradus helagabali, cioè sui gradini di Elagabalo, sul versante orientale del Palatino, e il suo corpo fu gettato nella Cloaca Massima affinché i cristiani non potessero recuperarlo.

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 La tradizione racconta che il martire Sebastiano, apparso in sogno alla matrona Lucina, le indicò il luogo dove giaceva il suo cadavere e le ordinò di seppellirlo nel cimitero “ad Catacumbas” sulla Via Appia. Mani pietose recuperarono la salma e la seppellirono nelle catacombe. Le catacombe, oggi conosciute come le catacombe di San Sebastiano, erano chiamate allora “Memoria Apostolorum” perché, dopo la proibizione dell’imperatore Valeriano, nel 207, di radunarsi e di celebrare nei “cimiteri cristiani”, i fedeli raccolsero le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo dalle tombe del Vaticano e dell’Ostiense e le trasferirono sulla Via Appia in un cimitero considerato pagano. In quello stesso luogo fu eretta una chiesa in onore di Sebastiano.
Costantino, nel secolo successivo, fece riportare nei luoghi del martirio i loro corpi e là furono costruite le celebri basiliche. Sulla Via Appia fu costruita la “Basilica Apostolorum” in memoria dei due apostoli. A questo luogo, famosa meta di pellegrini, si deve la diffusione del culto di Sebastiano nell’Europa cristiana, culto che aumentò sempre di più per i numerosi prodigi attribuitigli e soprattutto per l’invocata protezione contro la peste.
Fino a tutto il VI secolo i pellegrini che si recavano al cimitero per visitare la tomba dei Santi Pietro e Paolo, visitavano anche la tomba del martire Sebastiano la cui figura era diventata molto popolare. Nel 680, allorché si attribuì la fine di una grave pestilenza a Roma per Sua intercessione, il martire Sebastiano fu eletto taumaturgo contro le epidemie e la sua chiesa cominciò ad essere chiamata “Basilica Sancti Sebastiani”.
Il Santo, venerato il 20 gennaio, è considerato il terzo patrono di Roma dopo gli apostoli Pietro e Paolo. Le sue reliquie, sistemate in una cripta sotto la basilica, furono divise durante il pontificato di papa Eugenio II (824-827) che ne mandò una parte alla chiesa di San Medardo di Soissons il 13 ottobre dell’ 826. Gregorio IV (827-844), suo successore, fece trasferire il resto del corpo nell’oratorio di San Gregorio sul colle Vaticano e fece inserire il capo in un prezioso reliquiario che papa Leone IV (847-855) trasferì poi nella Basilica dei Santi Quattro Coronati dove tuttora è venerato.
Gli altri resti di San Sebastiano rimasero nella Basilica Vaticana fino al 1218 quando papa Onorio III concesse ai monaci cistercensi, custodi della Basilica di San Sebastiano, il ritorno delle reliquie risistemate nell’antica cripta. Nel XVII secolo l’urna fu posta in una cappella della nuova chiesa, sotto la mensa dell’altare dove si trovano tuttora.
La comunità amastratina ha ottenuto dal Vaticano un’importantissima sacra reliquia del martire San Sebastiano. Ad una prima richiesta, con esito negativo, ha rimediato la Provvidenza. Infatti, nel riordino del tesoro della basilica costantiniana di San Pietro, è stato trovato un altro frammento osseo appartenente al cranio di San Sebastiano che ha consentito alle Autorità vaticane di concedere il prezioso reperto e la sua autentica datata 22 luglio 2009 ai mistrettesi.
San Sebastiano è il patrono di numerosi comuni italiani e stranieri. È particolarmente venerato in Sicilia fin dal 1575, anno in cui infuriò la peste e in molte città era invocato contro la terribile epidemia. Ma il culto si diffonde sin dal 1414 anno in cui, secondo un antichissimo documento custodito negli archivi della Basilica in Melilli, una statua del Santo martire sarebbe stata ritrovata presso l’isola Magnisi, in provincia di Siracusa.
Sempre secondo quanto riportò questo documento, alcuni marinai sostennero di essere stati salvati da un naufragio grazie alla protezione di quella statua. Subito accorsero in quel luogo centinaia di persone incuriosite provenienti da tutta la provincia. Nessuno dei presenti riuscì a sollevare la cassa contenente il simulacro del Santo, nemmeno il vescovo di Siracusa accompagnato dal clero e dai fedeli della città.
Ma i cittadini di Melilli l’1 maggio del 1414, giunti sul posto, riuscirono a sollevare la cassa che, entrata in paese tra invocazioni e preghiere, divenne di nuovo pesante, chiaro segnale che San Sebastiano voleva fermarsi proprio lì. All’ingresso del paese un uomo fu guarito dalla lebbra, fenomeno attribuito al primo miracolo del Santo. San Sebastiano è il santo invocato contro le epidemie in generale insieme a San Rocco, a Sant’Antonio Abate e a San Cristoforo.
San Sebastiano è venerato nella cittadina di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Nella basilica minore di San Sebastiano, sita in Piazza Duomo, è custodito un resto sacro che contiene l’osso dell’avambraccio del Santo martire detto “u virazzu di Sammastianu“.
San Sebastiano è il Santo patrono di Mistretta dove riscuote tanta venerazione. San Sebastianoè il Santo Patrono della Polizia Municipale,dei Militari in genere,deifabbricanti di aghi, degli arcieri, di quanti hanno avuto a che fare con oggetti a punta simili alle frecce.
La spiegazione di proclamare San Sebastiano patrono dei Vigili Urbani d’Italia da parte di Pio XII si trova nel Breve Pontificio del 3 maggio del 1957. Il breve pontificio così recita: ” Tra gli illustri martiri di Cristo i militari occupano un posto di primissimo piano presso i fedeli per la loro peculiare religiosità e per l’ardente impegno a compimento del dovere. Tra questi brilla San Sebastiano che, come riferito dalla tradizione, durante l’impero di Diocleziano fu comandante della coorte pretoriana e fu onorato con grandissima devozione … e a lui si consacrano molte associazioni sia militari sia civili attratte dal suo esempio e dalle virtù cristiane…. per cui, dopo aver consultato la Sacra Congregazione dei Riti, soppesata accuratamente ogni cosa, con consapevolezza e matura deliberazione, nella pienezza della nostra potestà apostolica, in forza di questa lettera costituiamo e dichiariamo per sempre San Sebastiano Martire custode di tutti i preposti all’ordine pubblico che in Italia sono chiamati Vigili Urbani e celeste patrono di tutti i privilegi liturgici, specialmente di quelli che competono, secondo rito, ai Patroni…dato a Roma presso San Pietro sigillato col timbro dell’anello del Pescatore il 3 maggio 1957, undicesimo del nostro pontificato”.

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Moltissime sono le iconografie riproducenti San Sebastiano nella storia. Nell’arte medioevale fu raffigurato come un uomo anziano, con e senza la barba, vestito da soldato romano o con addosso lunghe vesti proprie dell’abbigliamento di un uomo del Medioevo e senza frecce in corpo. Nel Rinascimento è stato rappresentato legato ad una colonna, nudo e trafitto da frecce.
Dal Rinascimento in poi diventò l’equivalente degli dei e degli eroi greci decantati per la loro bellezza come Adone o Apollo. Successivamente, ispirandosi ad una leggenda del VIII secolo secondo la quale il martire sarebbe apparso in sogno al vescovo di Laon nelle sembianze di un efebo, pittori e scultori lo raffigurarono come un bellissimo giovane nudo, legato ad un albero o ad una colonna e trafitto dalle frecce. Anche Michelangelo, nel “Giudizio Universale”, lo immaginò nudo e possente come un Ercole mentre stringe in pugno un fascio di frecce.

 

 

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ago 12, 2019 - Senza categoria    No Comments

FEDE-ARTE-CULTURA: MOSTRA E RESTAURO DELL’OSTENSORIO – PRESENTAZIONE PORTACERO PASQUALE – CONCERTO D’ORGANO NEL SANTUARIO DI MARIA SS.MA DEI MIRACOLI A MISTRETTA

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Venerdì 22 luglio 2019 è stato un giorno importante per la comunità amastratina.
Infatti, nel santuario della Madonna dei Miracoli, a Mistretta, già parrocchia di Santa Lucia, tre eventi religioso-artistico-culturali hanno appassionato tutti i presenti. Fede, arte e cultura si sono fusi insieme.

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Prima dell’inizio del convegno molto interessante è stata la visita alla mostra degli ostensori allestita da Giuseppe Ciccia e da Santino Cristaudo.

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Al rilevante convegno sono intervenuti: Mons Michele Giordano, arciprete del Santuario, S.E. Mons. Guglielmo Giombanco, vescovo della diocesi di Patti, don Antonino Carcione, responsabile degli uffici liturgici, il dott. Santo Lapunzina,  il prof. Giovanni Travagliato,  il dott. Gaetano Alagna, restauratore dell’ostensorio argenteo, l’artista Sebastiano Leta, l’architetto Angelo Pettineo, l’ingegnere Marco Faillaci.

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Ha aperto i lavori Mons Michele Giordano che, dopo aver dato il saluto di benvenuto a tutti gli intervenuti, ha presentato i relatori, ha spiegato i motivi del convegno, ha intrattenuto piacevolmente i presenti.

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Il dott Santo Lapunzina, commissario del comune di Mistretta, ha espressamente detto che risolleverà le sorti del paese di Mistretta ripristinando la legalità.

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Molto lunga ma esauriente è stata la relazione del prof. Giovanni Travagliato che ha illustrato gli ostensori posseduti dalle chiese della Siciliane e, in particolare, quello custodito nella chiesa Madre di Mistretta.

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 La chiesa Madre possiede l’ostensorio argenteo, la meravigliosa opera d’arte commissionata all’argentiere Annibale Gagini, o Nibilio, come egli preferiva farsi chiamare, e realizzata tra gli anni 1601 – 1604 dietro pagamento di 400 onze. E’ una delle ultime opere di questo abilissimo seguace della scuola del Gagini. L’ostensorio argenteo è custodito nella cappella del Santissimo Sacramento. L’ostensorio, alto 110 cm, porta nel piede lo stemma della città di Mistretta accanto al quale Annibale  Gagini oppose l’iscrizione: “Imperialis Mistrecte Nibilio Gagini arginter fecit”. Lo stupendo ostensorio è fregiato delle statuette di angeli nella parte superiore e dei dodici apostoli nella parte inferiore. Le numerose guglie, con le figure a rilievo di Angeli e di Apostoli, completano la decorazione a sbalzo e a cesello dell’importantissimo arredo sacro.
Questo ostensorio è stato restaurato grazie al dono di padre Giuseppe Capizzi, il prete che ha svolto parte del tuo sacerdozio in questa chiesa.
La sua attenzione al restauro di questo notevole manufatto è stata un gesto di grande sensibilità per l’arte e un tangibile generoso ricordo per la comunità amastratina. Grazie!

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Il dott. Gaetano Alagna, restauratore dell’ostensorio argenteo, ha spiegato le tecniche adottate per il restauro dell’ostensorio.

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Molto interessante è stata la relazione dell’artista Sebastiano Leta sul portacero pasquale, la scultura che ha donato alla comunità mistrettese in memoria del padre Filippo. L’artista Sebastiano Leta, che è di Mistretta, ma vive e lavora a Pietrasanta, in provincia di Lucca, nella città natale di Giosuè Carducci, ha trasportato la scultura da Pietrasanta fino a Mistretta.

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 Il portacero è stato collocato a fianco dell’ambone all’interno del Santuario della Madonna dei Miracoli a Mistretta.
Sebastiano Leta afferma che la sua opera marmorea esprime un grande messaggio di fede. Il titolo dell’opera è: “Io sono la luce del mondo”.
La simbologia della scultura è il sacrificio dell’agnello. L’agnello sacrificale che è sulla roccia, rappresenta Cristo, la certezza della fede. Il ramo d’ulivo è il simbolo della pace.
Le mani intrecciate di Gesù, rivolte verso l’alto, che hanno i segni dei chiodi, in quella posizione proiettano l’ombra di una colomba in volo.  Rappresentano lo Spirito Santo.
Fra i due pollici delle mani poggia il portacero in ottone dorato che conterrà il cero pasquale quale simbolo della fiamma della fede in Cristo.
La scultura poggia su un piedistallo realizzato con la pietra dorata di Mistretta dai fratelli Judicello della ditta SEPAM.
E’stato realizzato in marmo di Carrara, oro e bronzo e l’artista ha impiegato due mesi di tempo per la lavorazione. Il blocco di marmo, dal peso di 310 Kg, è stato estratto dalla stessa cava da dove ha attinto Michelangelo per realizzare la Pietà.
Il 20 aprile 2019, la sera del Sabato Santo, il portacero è stato benedetto.
L’opera ha raccolto l’applauso dei fedeli commossi.

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 Don Antonino Carcione ha spiegato il significato del cero e dell’agnello pasquale nella religione cattolica cristiana.

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 L’architetto Angelo Pettineo e l’ingegnere Marco Faillaci hanno illustrato le opere di restauro di cui la Chiesa Madre avrebbe urgente bisogno.

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Architetto Angelo Pettineo

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Ing. Marco Faillaci

 S.E.Mons. Guglielmo Giombanco da detto” Ho ascoltato le riflessioni che sono state proposte dai relatori. Ho osservato l’ostensorio e la prima idea che mi è venuta in mente è stata la bellezza. Mi sono chiesto come è possibile che artisti e maestri d’arte siano stati capaci di realizzare un’opera così bella che attrae lo sguardo non solo degli occhi ma anche del cuore. La risposta che ho trovato è che la vera artista del maestro che ha realizzato l’opera è la fede, la fede del popolo, ma anche dell’artista perché sono convinto che la mano dell’artista in determinate circostanze, per realizzare questa opera antica, ma anche il portacero moderno, è guidata dalla mano di Maria. La bellezza somma, la bellezza di Dio nella vita dell’Uomo. Ed è questa bellezza che rende bella la vita di un uomo. Il restauro ha riportato l’ostensorio alla sua originaria bellezza […….]”.

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Ha concluso i lavori Mons Michele Giordano che, assieme al vescovo e al clero amastratino, ha celebrato la Santa Messa.
Dopo la  celebrazione Eucaristica, presieduta dal Vescovo S.E. Mons. Guglielmo Giombanco, la platea è stata allietata dal concerto d’organo rappresentato dalla signora Gail Archer, organista e concertista americana di levatura internazionale. Ha suonato il possente organo musicale presente nella chiesa Madre regalando agli ascoltatori un eccezionale momento musicale al suono di melodiose esecuzioni.

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 Il maestoso organo a canne, risalente ai secoli XVI-XX, formato da 1000 canne sonore molto ornamentali, è costituito da una lega di piombo, di alluminio e d’argento. E’opera di Onofrio La Gala, 1656-1664, e di Giuseppe Lugaro, 1874-1888.
Nel corso dei secoli ha subito numerosi interventi di restauro ed è stata variata anche la sua collocazione all’interno della chiesa.
L’organo presentava la tipica composizione fonica formata da 10 registri comprendenti due Principali, l’ottava, due Flauti, e il file ripieno. Ma, nel 1978 è stata modificata radicalmente la sua impostazione: la trasmissione da meccanica divenne elettrìca, fu abolita la consolle inserita nel corpo dell’organo, fu eliminato l’originale somiere maestro a tiuro. Un altro radicale intervento è stato necessario nell’anno 2002 per ripristinare lo strumento divenuto manchevole. Il lavoro di recupero e di ampliamento dell’organo è stato affidato ala ditta “Fratelli Cimino” di Agrigento che ha adoperato le canne efficienti, ha inserto le canne nuove, ha aggiunto altri registri. La trasmissione della consolle al corpo è di tipo elettronico seriale, mentre il funzionamento dei sonnieri a pistone e l’azionamento del registro è di tipo elettropneumatico. Nove mantici indipendenti forniscono la giusta quantità d’aria alle varie parti dell’organo. (Notizie di Sebastiano Zingone).

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Tutti noi, anche in questo momento, possiamo partecipare a questi importanti eventi. Possiamo udire le riflessioni di tutti gli illustri relatori cliccando su

 

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e  possiamo ascoltare il concerto d’organo cliccando su

 

 

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ago 3, 2019 - Senza categoria    No Comments

2° EDIZIONE CONCORSO “BALCONE FIORITO” A MISTRETTA ANNO 2019

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L’Associazione Oceano­_Mistretta-Messina, l’organizzazione no-profit presente a Mistretta e formata da tanti bravi giovani volontari amanti della Natura e del bello, ha organizzato la 2° Edizione del Concorso “Balcone Fiorito” per l’anno 2019,  concorso di arredo e di allestimento floreale di balconi, di terrazzi e di cortili.

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Ciò per dimostrare quanto è importante curare l´immagine di Mistretta da parte di tutti i mistrettesi che hanno risposto positivamente all’invito di colorare e di ingentilire l´immagine dei  balconi delle loro abitazioni domestiche, dei terrazzi  e dei cortili dove hanno esposto svariate composizioni floreali. In totale i partecipanti sono stati in numero di 44. Sono stati abbelliti 30 balconi e 14 cortili.
Un ringraziamento meritato è diretto alla giovane Simona Spinnato che, con notevole spirito di collaborazione, con tanta fantasia e con grande entusiasmo, ha seguito tutte le fasi del concorso “Balcone fiorito”.
Il  concorso, attraverso l’ornamento floreale di balconi e di cortili, ha avuto lo scopo di “valorizzare e di rendere più attraenti le vie e le facciate delle abitazioni dell’intero paese, di promuovere  i valori ambientali e la cultura del verde come elemento di decoro e di valorizzare tipologie costruttive tipicamente mistrettesi”.
Fra i fiori hanno predominato i gerani pendenti, dalle tonalità rossa, rosa, bianca, come simbolo del pregio floreale e come stimolo verso la “cultura del bello”. I balconi fioriti e i cortili, ciascuno contrassegnato da un numero ROSA ed esposto nel proprio balcone o cortile per tutto il periodo del concorso, affacciati lungo la via Libertà e in altre strade, vie e  viuzze del paese, hanno mostrato più accogliente e più bella la nostra Mistretta ai residenti e ai forestieri. Sicuramente, la vista di un balcone e di un cortile fiorito fa brillare sempre gli occhi, fa gioire il cuore e lo spirito!
 Nella premessa del programma si legge:”I fiori hanno la capacità innata di abbellire, con i loro colori e profumi, un balcone spoglio, una finestra disadorna, un vicolo, una strada, una piazza, un angolo di quartiere”.
Durante la miavisita del 25 – 26 luglio u.s. ai balconi e ai cortili fioriti, oltre alle piante più frequenti di gerani, ho notato anche qualche Girasole, alcuni vasi di Tagetes, qualche Gazania, un solo Glicine, alcune Rose, qualche Aloe, tante Ortensie, qualche Surfinia,  Orchidea,  Camelia e Gardenia, molte Margherite bianche e roseti bianchi e rossi,  le Zinnie, la Lavandula e la Lippia citriadora, molti Cycas revoluta,  qualche Hibiscus seriacus, l’Oleandro e l’Altea,  ma anche il Morus nigra, moltissime composizioni di piante grasse, il Buxus rotundifolia  e il raro Pittosporo, qualche Yucca,  la Tuja piramidalis, una Phoenix canariensis, la Chamaerops humilis, ma anche il Finocchietto selvatico, il Rosmarino, il Laurus nobilis,  il Prezzemolo, il Basilico, la Salvia, la Mentuccia tutte droghe alimentari molto utili nell’arte culinaria.
Personalmente, penso che la lodevole iniziativa di istituire la 2° Edizione del concorso “Balcone fiorito” non solo ha stimolato la promozione dei valori ambientali e turistici della nostra amata Mistretta, ma ha dato la prova che gli amastratini posseggono il “pollice verde” nel saper curare abilmente piante e fiori e di essere stati maggiormente sensibilizzati a valorizzare il verde, a rispettare la Natura, in particolare a proteggere il patrimonio che la città di Mistretta possiede, esattamente le due ville comunali, la villa “Giuseppe Garibaldi” e la villa “Chalet”.
Per valutare la seconda edizione del concorso “Balcone Fiorito” è stata nominata una GIURIA TECNICA composta dai giurati che hanno espresso i propri criteri di valutazione sui balconi fioriti.

LIRIA RIBAUDO: Di Mistretta, dove vive, da sempre appassionata di Arte, nei ritagli di tempo ama dipingere i suoi quadri ed ha partecipato a mostre di pittura sia a Mistretta sia in tanti altri paesi della Sicilia. Nelle sue opere racconta la sua terra natia. Lavora come Assistente Tecnico -Informatico nel liceo “A. Manzoni” di Mistretta.
I Criteri di valutazione di Liria Ribaudo sono stati: 1) Combinazione dei colori. 2) Originalità delle composizioni. 3) Quantità delle piante esposte. 4) Rarità di piante e fiori. 5) Impatto architettonico. 6) Armonia dell’allestimento. 7) Fantasia e bellezza estetica.

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NELLA SEMINARA:  Di Mistretta, ma abitante a Licata, laureata in Scienze Naturali, è stata docente di Scienze matematiche, chimiche, fisiche e naturali nelle Scuole Statali di Licata. E’ scrittrice di innumerevoli articoli botanici, storici e architettonici su Mistretta e su Licata che pubblica nel suo blog. Ha pubblicato il video libro dal titolo: “ La Villa Comunale <<G. Garibaldi>> di Mistretta un giardino all’italiana” e il videolibro dal titolo “Mistretta in immagini tra passato e presente”. Ha anche pubblicato il libro “Da Licata a Mistretta, un viaggio naturalistico”.  Ha curato la pubblicazione dei libri: ”Sintiti, Sintiti”, del prof. Carmelo De Caro, e “Amoenitates”, del prof. Gaetano Todaro.
I Criteri di valutazione di Nella Seminara sono stati: 1) Eleganza nella composizione floreale 2) Accostamento dei colori e dei profumi 3) Adattamento all’ambiente 4) Facilità di coltivazione 5) Tipo di riproduzione per la conservazione della specie 6) Resistenza alle azioni meccaniche 7) Pianta innocua o causa di allergie.

NINO DOLCEMASCHIO: Di Mistretta dove vive, è esperto in marketing turistico e beni culturali/ Operatore del patrimonio culturale immateriale. Da anni è un’apprezzata e valente guida turistica di Mistretta.
I Criteri di valutazione di Nino Dolcemaschio sono stati:1) Memoria storico artistica 2) Posizione strategica 3) Pregio e rarità 4) Iintegrazioneurbanistica  5) Vivacità cromatica. 6) Valorizzazione e tutela. 7) Conservazione e fruizione pubblica.
Ha ampiamente descritto il palazzo Mastrogiovanni-Tasca.

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SEBASTIANO DI FRANCO, presidente di giuria, ha scutinato le schede.
SEBASTIANO DI FRANCO:  Di Mistretta, ingegnere edile-architetto, si è laureato nel 2016 redigendo la tesi sul Restauro del Carcere di Mistretta. Abilitato nel 2016, svolge l’attività di libero professionista a Mistretta.

LEONARDO LORELLO, il segretario dell’Associazione, ha molto collaborato.

Organizzatrice del Concorso e non giurato “Balcone fiorito” è stata la bravissima Simona Spinnato.
Chi è  Simona Spinnato?
Diplomata al Liceo Scientifico di Mistretta, si scrive all’Università di Palermo alla facoltà di Ingegneria  edile-architettura. Prossimamente conseguirà la laurea Magistrale di “Ingegneria  edile-architetura”.
Amante di viaggi e di nuove culture e tradizioni, negli anni 2014 – 2015 vive e studia a Madrid vivendo l’esperienza dell’Erasmus nella Università politecnica di Madrid,una delle università più importati al mondo. Molto attiva nella comunità amastratina, ha fatto parte di innumerevoli Associazioni  di Mistretta. Attualmente fa  parte   del Coro “Claudio Monteverdi” e dell’Associazione Oceano.
Organizza a Mistretta per la prima volta nel 2011 il Musicol “ Il Risorto” in chiesa Madre coinvolgendo circa 30 giovani e occupandosi delle coreografie, della parte canora e della regia. Ha fatto parte della scuola di danza dell’Associazione Atletica  Amastratina  tanti anni.  Amante di arte e di architettura, decide di impegnarsi in una nuova associazione musicale, culturale e sportiva per organizzare eventi che valorizzino le architetture mistrettesi tra cui il “BALCONE FIORITO” della prima edizione del 2018 e della seconda edizione del 2019.
Gli organizzatori:

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Da sx: Alvaro Biffarella, Nino Dolcemaschio, Nella Seminara, Leonardo Lorello, Concetta Porcello, Liria Ribaudo, Sebastiano
Di Franco e Simona Spinnato

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Da sx: Simona Spinnato – Sebastiano Di Franco -Liria Ribaudo -Nino Dolcemaschio

La Giuria ha valutato:
-Varietà e composizione di fiori e piante;
-Originalità e creatività;
-Inserimento armonico nel contesto urbano;
-Migliore combinazione di colori;
-Sana e rigogliosa crescita della pianta durante il concorso;
-Qualità dei materiali dei vasi utilizzati;
Gli obiettivi del concorso sono stati pertanto: Promozione dei valori ambientali e della cultura delle piante e dei fiori; educazione al rispetto dell’ambiente e alla salvaguardia del decoro urbano.
La cerimonia di proclamazione dei classificati per categoria è avvenuta giorno 02 agosto 2019. Teatro della manifestazione è stata l’accogliente sala delle conferenze del palazzo della cultura Mastrogiovanni-Tasca a Mistretta.

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Ha aperto i lavori la bravissima Simona Spinnato che, nel suo discorso introduttivo ha detto: ”L’associazione, costituita nel 2014 come associazione culturale, musicale e sportiva, nasce dalla voglia di questi bravi giovani di unirsi insieme per valorizzare le bellezze della nostra città. Anche per quest’anno 2019 hanno pensato di ripetere  l’evento del concorso “Balcone Fiorito” sensibilizzando i cittadini ad abbellire i balconi  e i cortili con piante e fiori colorati. L’evento ha avuto grande successo perchè hanno partecipato  44 concorrenti . Cari ragazzi ,avete reso la nostra cittadina colorata, radiosa, con tutti questi fiori che hanno portato una ventata di freschezza e di bellezza“.

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Il giovane Alvaro Biffarella, presidente dell’Associazione, ha detto: ” Anche quest’anno, grazie il concorso“Balcone Fiorito”, abbiamo voluto valorizzare le bellezze architettoniche della nostra città che è ricca di tante opere d’arte”.
La cerimonia è continuata con la proiezione delle foto di tutti i balconi fioriti.

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Simona Spinnato ha chiamato ogni singolo concorrente al quale è stata rilasciata la pergamena ricordo consegnata dalla giovane Concetta Porcello.
Anche i soci Alessandro Scinaldi ed Elisa Tamburello sono stati dei validi collaboratori nell’organizzazione del concorso “Balcone Fiorito 2019″.

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Successivamente sono stati premiati i concorrenti delle tre categorie.

 

CLICCA QUI

 

Per la CATEGORIA LIKE tutte le foto dei balconi fioriti, iscritti al concorso entro il 09 luglio 2019, sono state inserite all’interno di un album sulla pagina facebook dell’Associazione Oceano_Mistretta pubblicato giorno 10 luglio 2019.
La fotografia del balcone fiorito che entro le ore 23:00 del 10 luglio ha ricevuto il maggior numero di “MI PIACE” ha vinto questa categoria.
E’ stato premiato il balcone n° 24, in via Carmine, della signora Graziella Baglione, che ha ricevuto 393 like.
Il premio è consistito in 4 Buoni per fornitura offerti da ciascuna fioreria da utilizzare entro il 31 maggio 2020.

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 Per LA CATEGORIA CON GIURIA 2° edizione “Balcone Fiorito” ha ricevuto il 3° premio il balcone n° 34, sito in Corso Umberto I, della signora Teresa Sirni.

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Ha ricevuto il 2° premio il balcone n° 13, sito in via San Giovanni, il signor Filippo Porrazzo.

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Entrambi hanno ricevuto in premio l’attestato ricordo.
Ha ricevuto il 1° premio il balcone n° 4, sito in Giovanni Verga, del signor Salvatore Nino Napoli, che ha ricevuto in omaggio, oltre all’attestato, un bellissimo vaso di ceramica decorato a mano dall’artista Antonio Manno e che è stato esposto nella vetrina della gioielleria della signora Turco Liveri Vincenza, sita lungo la via Libertà e reso visibile fino alla fine del concorso.

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I tre premiati

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E’ stato premiato il cortile N° 35, sito in Piano Perina, della signora  Rosa Lombardo, con il vaso decorato a mano dall’artista Antonio Manno esposto nella vetrina del bar “’NTABUATTA”, di Davide e di Maria Grazia, lungo la via Libertà e reso visibile fino alla fine del concorso.

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Per la  CATEGORIA A SORPRESA è stato estratto a sorte dal giurato Liria Ribaudo il biglietto posseduto dalla signora Rosa Lombardo

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 che ha ricevuto in omaggio un kit di floricultura “POLLICE VERDE” offerto dagli sponsors: Ferramenta Iraci e Volo Sebastiano,  da ritirare  entro il 31 Agosto contattando l’Associazione Oceano.
Simona Spinnato ha calorosamente ringraziato: le fiorerie di Mistretta per l’addobbo floreale del tavolo,

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 i giurati Liria Ribaudo, Nella Seminara, Nino Dolcemaschio, lo scrutatore Sebastiano Di Franco, tutti i componenti dell’associazione Oceano, gli amastratini che si sono impegnati ad abbellire i balconi e i cortili con addobbi floreali e, soprattutto, il mistrettese che non ha mai avuto il”pollice verde” ma ha promesso: “Questo mese mi impegnerò ad abbellire e curare il mio balcone”, le fiorerie e tutti gli sponsors designati per le premiazioni a tema “pollice verde“: Ferramenta e colori  Iraci Filippo,  Fioreria Sant’Antonio di Alfieri Andrea,  Fioreria di La Rosa Antonino, Non Solo Fiori di Lavinia Provinzano,  Volo Sebastiano,  New Project Natura Viva di Grillo Andrea.

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Anche questa 2° Edizione del concorso “Balcone Fiorito” è stata  una bellissima esperienza che ha coinvolto gli amastratini che hanno partecipato con entusiasmo a un momento così importante e che ha reso Mistretta elegante, accogliente e ammirata.
Bravi tutti!

 Foto di Giuseppe Ciccia

 

 

 

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lug 25, 2019 - Senza categoria    No Comments

L’ ARAUCARIA ARAUCANA BILDWILLII NELLA VILLA “G.GARIBALDI” A MISTRETTA

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Ad abbellire ancor di più il giardino di Mistretta ha contribuito l’arrivo di una nuova pianta: L’Araucaria araucana varietà “bildwillii”, una gimnosperma appartenente alla Famiglia delle Araucariaceae e originaria del Queensland. In Europa l’Araucaria si è diffusa largamente nei giardini e nei parchi come pianta ornamentale per il suo elegante aspetto.
Il nome del genere “Araucaria” deriva dagli Araucani, ”Araucanos”, una tribù indigena del Cile. Introdotta in Europa in seguito alla conquista spagnola dell’America meridionale, per la prima volta, nel 1786, fu chiamata “Pinus araucana” da JuanIgnacio Molina. Nel 1789 De Jussieu creò il nuovo genere Araucaria. Nel 1797 Pavòn pubblicò una nuova descrizione della specie col nome di “Araucaria imbricata”. Finalmente, nel 1873 Karl Koch pubblicò il binomio “Araucaria araucana” rendendo valido il nome del nuovo genere attribuito da Molina. Il nome scientifico Araucaria probabilmente ricorda la provincia cilena Arauco dove il naturalista A. Menzies ha conosciuto questa bellissima specie.
Si narra che, durante un suo viaggio in Cile nel lontano 1792, al naturalista A. Menzies sono stati offerti, come frutta secca, dei semi di Araucaria. Il loro sapore gli sembrò tanto straordinario da indurlo a volere conoscere la pianta dai particolari frutti. Menzies, conquistato dall’esotica forma dell’albero, decise di portare qualche seme in Europa, esattamente a Kew, borgo a 8 chilometri da Londra sulla riva destra del Tamigi, nei giardini reali inglesi. A Kew si può vistare il più vasto e il più ricco orto botanico del mondo. Lì nacque la prima Araucaria europea.
La pianta in Italia è chiamata comunemente “Pino del Cile” o “Albero della scimmia”, anche se è più corretto chiamarla “Araucaria del Cile” perchè non è un Pino.
In spagnolo si chiama comunemente: “Araucaria, Pehuén, Piñonero, Pino araucaria, o Pino de brazos”.
In inglese si chiama “Monkey-puzzle tree” e in francese” Désespoir des singes”, letteralmente “rompicapo delle scimmie“, perchè l’intreccio dei rami avrebbe confuso notevolmente una scimmia impegnata a scalare l’albero.
Si racconta che nel 1850 un signore inglese, proprietario di un’Araucaria araucana, ha mostrato ad alcuni suoi amici un esemplare giovane della pianta. Un amico più intelligente, osservando le foglie spinose e taglienti, asserì che “sarebbe stato difficile anche per una scimmia arrampicarsi sull’albero” senza rimanere ferita dalle spine. Siccome nell’ambiente naturale della pianta non ci sono scimmie, gli anglosassoni preferiscono ora chiamarla “Pehuén”.
Esistono circa 15 specie di Araucaria provenienti dell’emisfero australe: l’Araucaria excelsa, conosciuta come “Abete del Norfolk”, l’Araucaria imbricata del Cile, l’Araucaria brasiliana.
La nostra Araucaria araucana varietà “bildwilii”, proveniente dall’Australia, è un albero sempreverde attualmente di bassa statura perché giovane, ma, pur avendo una crescita lenta, potrà raggiungere anche i trenta metri d’altezza e, nel suo paese d’origine, anche i 60 metri.
L’Araucaria araucana è una specie molto longeva, ma, raramente, raggiungerà i 100 anni d’età.
Il fusto, molto robusto, eretto, è ricoperto dalla corteccia grigia, rugosa e spessa.
I rami delle piante giovani, disposti orizzontalmente a verticilli, cioè sistemati a raggiera intorno al tronco in piani sovrapposti, danno alla pianta una forma conica regolare. Man mano che la pianta invecchierà, assumerà la caratteristica forma piramidale con i rami inferiori rivolti verso il basso e con le estremità rivolte verso l’alto, a candelabro.

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Le foglie, di colore verde lucido, spesse, dure, ovali, lanceolate, spinose all’apice, disposte su due file, di forma triangolare, con il bordo tagliente, rivestono la superficie dei rami. Rimarranno sulla pianta per diversi anni ricoprendo gran parte dell’albero, ad eccezione dei rami più vecchi. La chioma tende ad allungarsi con il passare degli anni.

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L’Araucaria araucana è una pianta dioica, con gli sporofilli maschili e femminili posti su piante separate, anche se si conoscono esemplari che portano entrambi i sessi.
Gli sporofilli maschili, riuniti in infiorescenze ad amenti, di forma oblunga, quasi cilindrica che, a maturità, raggiungono anche i dodici centimetri, contengono il polline. Gli sporofilli femminili sono riuniti in infiorescenze sferiche.
La fioritura avviene raramente e non prima dei 20 anni d’età.
I fiori femminili maturano in due o tre anni e sono riuniti in grandi coni globosi. L’impollinazione avviene tramite il vento.
Dopo la fecondazione, sui rami si formano gli strobili legnosi, ampi, eretti, di forma ovoidale, con grandi squame sovrapposte provviste di una lunga punta ricurva, dal notevole peso anche di 5 Kg, e contenenti i semi. I coni, in autunno, cadendo dall’albero, si aprono liberando i semi che vengono trasportati dagli animali anche in suoli lontani.
Ogni strobilo può contenere fino a 200 semi.  I semi, lunghi circa 3 centimetri, provvisti di un’ala rudimentale, aderenti ciascuno ad una squama incurvata e triangolare, sono fertili e mantengono la loro germinabilità anche per diversi anni. I semi non sono prodotti tutti gli anni, ma ad intervalli di 3, 4 anni. Sono eduli crudi o abbrustoliti ma, per essere spinosi, non sono mangiati dagli animali ad eccezione delle capre. I pinoli sono più nutrienti della carne e costituirono l’alimento primario degli aborigeni che gli spagnoli chiamarono, proprio per questo motivo, “araucani”.
Dai pinoli fatti fermentare ricavavano una bevanda e usavano la resina come cicatrizzante.
Poiché i coni, per la loro pesantezza, riescono a spezzare i rami da quali pendono, nei paesi d’origine, dove questa pianta cresce maestosa, per le alberature delle strade si pianta solo l’Araucaria araucana “maschio“.
Essendo le dimensioni dei coni notevolmente più piccole, il loro impatto è meno pericoloso.
La moltiplicazione avviene, oltre che per seme, in primavera, anche per talea. La pianta si sviluppa con grande lentezza, quindi i giovani esemplari impiegano molti anni prima di raggiungere una grandezza tale per essere posta a dimora in un giardino.
L’Araucaria araucana nei paesi di provenienza è in via d’estinzione, quindi è protetta dalle convenzioni internazionali.
Per questo motivo in Europa possono circolare soltanto esemplari provenienti da coltivazioni e non da prelievi in natura.
L’Araucaria araucana è una pianta rustica, ornamentale, che raggiunge notevoli dimensioni per cui ha bisogno di molto spazio. E’ coltivata come singolo esemplare perché ama stare da sola. I pendii delle montagne delle Ande del Cile e dell’Argentina e delle alture dell’Australia sono il suo ambiente naturale dove vegeta bene anche a 1000 metri d’altitudine e dove resiste al freddo e alle grandi nevicate invernali. Tuttavia, il peso della neve facilmente potrebbe spezzare i rami più vecchi. In questo modo l’albero mantiene solo una piccola chioma di rami nuovi sopra un tronco a colonna. E’ preferibile metterla a dimora in un luogo soleggiato e riparato dal vento così come ha fatto il giardiniere della villa, il signor Vito Purpari, quando ha piantato la piantina.

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In genere sopporta anche il caldo e, nelle zone con estati molto calde, si consiglia di porre la pianta in un luogo semi-ombreggiato. Si è adattata a vivere anche in ambienti marittimi.
E’ molto sensibile all’inquinamento atmosferico, proprio non lo tollera!
Nelle migliori condizioni climatiche questa pianta può raggiungere l’altezza di 18-20 metri. Predilige terreni acidi, profondi, soffici e drenati dove non ristagna l’acqua. Anche le annaffiature devono essere regolari fornendo l’acqua, tra un’annaffiatura e l’altra, solo quando il terreno è asciutto. La pianta è resistente alle malattie e difficilmente è attaccata da parassiti. Potrebbe, talvolta, essere colpita dagli Afidi. Frequentemente, invece, è attaccata sul tronco e sulle foglie più giovani dalla Cocciniglia cotonosa, il “Pseudococcus citri”, parassita riconoscibile dai grossi e molto visibili fiocchi bianchi cotonosi.
Il marciume radicale, favorito dal ristagno d’umidità nel terreno, per attacchi di “Armillaria mellea”, provoca dapprima l’ingiallimento delle foglie, successivamente il disseccamento e la morte dell’individuo.
La pianta fornisce un legno leggero, di buona qualità, giallastro, molto resistente e finemente venato, facilmente lavorabile e usato per la fabbricazione di mobili, per lavori di carpenteria, per costruire casse e alberi delle navi o intere barche.
La polpa è utilissima per la produzione della carta.

 

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lug 13, 2019 - Senza categoria    No Comments

L’ALBERO DI CERATONIA SILIQUA NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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C’era una volta…
Così cominciavano i nonni quando raccontavano “i cunti” ai nipotini che, attenti, ascoltavano.
C’era una volta l’albero di Carrubo posto alla fine del viale di sinistra nel giardino “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, quasi di fronte al laghetto.

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Questo albero era stato piantato nella primavera del 1993 come testimonianza per non dimenticare l’uomo che ha dedicato la sua esistenza, il proprio lavoro e che ha donato la sua vita per la lotta alla mafia. L’albero rappresentava il simbolo della vitalità di Giovanni Falcone, il magistrato ucciso il 23 maggio del 1992 assieme alla moglie Francesca Morbillo e agli agenti della scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani, Antonio Montanaro mentre percorrevano, all’altezza di Capaci, l’autostrada che, dall’aeroporto di Punta Raisi, conduce a Palermo, e di tutti i caduti per mano mafiosa.
Era stato scelto proprio l’albero di Carrubo perché indica la continuità della vita senza pause, nemmeno quelle stagionali, perché Falcone, come l’albero, “vive”.
Le Associazioni avevano donato la targa per ricordare la persistenza dei valori di legalità e di giustizia dove era scritto: “Albero Falcone / coltivare la giustizia / per far crescere la civiltà / Mistretta ai caduti di mafia”.

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Questo albero di Carrubo è morto da tanto tempo e,  finalmente, è stato tolto.

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L’evento è cambiato.
L’amico Giuseppe Ciccia così scrive: “Oggi, 23 maggio 2019, giorno della commemorazione della strage di Capaci, l’Associazione “Progetto Mistretta” ha reimpiantato l’Albero di Carrubo nella nostra Villa Comunale “Giuseppe Garibaldi”.
Il vecchio albero, voluto dalle Associazioni,  fu piantato nel 1993 ed ora si era rinsecchito.
L’Associazione“Progetto Mistretta”, con molto scrupolo, ha voluto doverosamente continuare a rendere omaggio ai due grandi magistrati, Falcone e Borsellino, simbolo della lotta alla mafia.
L’albero crescerà, come si spera possa crescere sempre più forte il sentimento di condanna di ogni manifestazione di violenza mafiosa. Presenti alla semplice e commovente cerimonia il Presidente della Associazione, Nino Testagrossa ed alcuni soci.
L’Associazione ringrazia l’artigiano Sebastiano Testagrossa per il restauro del pannello
”.

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Per la sistemazione dell’albero è stato scelto un posto migliore, esattamente dietro il busto dell’on. Vincenzo Salamone.

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Un altro albero di Carrubo vegeta nella villa comunale di Mistretta posto nell’aiuola dietro le altalene dei bambini, vicino all’albero di Mimosa pudica.
Il nome scientifico del Carrubo è “Ceratonia siliqua”.
Etimologicamente il termine “Ceratonia” deriva dal greco “κεράτιον”, “piccolo corno”, per la forma curva dei frutti.
Il termine “siliqua” deriva dal latino “siliqua”, “baccello”.
Sono stati i fenici ad introdurre nella lingua dei paesi che costeggiano il Mediterraneo il termine “kharrub” e “golab, giulebbe”, nome col quale è chiamato uno sciroppo espettorante ottenuto con carrube cotte in acqua.
Il Carrubo è una pianta sempreverde di gran mole che raggiunge, infatti, l’altezza di diversi metri.

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Appartenente alla famiglia delle Leguminose, il Carrubo è una pianta molto longeva, addirittura secolare, ma lenta nella crescita.
Col passare dei secoli il Carrubo non invecchia, diventa più robusto, più chiomato, più possente e più fruttificante.
Da Floridia sono ricordate Carrubi enormi in Sicilia nei territori di Noto, di Messina, di Licata, di Caltanissetta e persino nel parco della Reggia di Caserta dove raggiungono un’altezza di oltre 20 metri.
Il Carrubo possiede il sistema radicale massiccio, fittonante, ricco di numerose ramificazioni secondarie che si sviluppano verso la profondità e, strisciando obliquamente, emergono dal terreno.
Possiedono speciali acidi capaci di frantumare la dura roccia calcarea.
Le radici, sono molto allungate, oltre la proiezione della chioma, servono per succhiare una gran quantità d’acqua dagli strati profondi del terreno, per ancorare tutto il corpo, per opporre poca resistenza all’azione del vento.
Il tronco è sviluppato, tortuoso, rugoso, largo, tozzo, molto ramificato, diviso fin dalla base, scanalato.
E’ rivestito dalla corteccia spessa, ruvida, di colore rossiccio o grigiastro, screpolata nella parte inferiore, abbastanza liscia nelle ramificazioni finali.
I rami sono eretti e flessuosi. Quelli inferiori, più vecchi e più robusti, si dispongono quasi in senso orizzontale tanto da sfiorare il suolo con le loro estremità.
La massa armoniosa delle foglie copre completamente il fusto e i rami principali così da dare alla pianta, più larga che alta, un aspetto globoso, arrotondato, espanso, disordinato, ma straordinario ed elegante.
La chioma è costituita dalle foglie picciolate, composte, paripennate, formate da 2-6 coppie di foglioline ovali, persistenti, glabre e coriacee, di colore verde scuro lucente sulla pagina superiore, di colore verde più chiaro nella pagina inferiore, con nervature ben evidenti e con margini interi o leggermente ondulati.

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Spuntano in primavera e cadono tra luglio e settembre dell’anno successivo assumendo un colore rosso cupo e rinnovandosi ogni 15 -18 mesi.
Il Carrubo è una pianta dioica, a sessi separati, con individui maschili e femminili.
I fiori, unisessuali, piccoli, giallastri, poco appariscenti, senza corolla, riuniti in infiorescenze racemose, possono essere attaccati ai rami adulti di oltre due anni o direttamente sul tronco prima della fogliazione.

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Fiori maschili

Emanano un odore sgradevole, penetrante, anche molesto.
Fioriscono dall’inizio del mese di maggio sino all’autunno. Talora, lo stesso albero porta fiori unisessuali e fiori ermafroditi.
Il fiore ermafrodito ha entrambi i sessi: maschile e femminile.
Molti autori disconoscono l’ermafroditismo del Carrubo e lo considerano solo una pianta dioica. Altri affermano che un tempo era una pianta a fiori ermafroditi e che poi si è differenziata fino a diventare dioica.
Linneo, Toscano, Bonifacio ed altri studiosi hanno ammesso l’ermafroditismo nelle piante nate da semi e quindi selvatiche.
L’impollinazione è entomofila e, in parte, anemofila.
Questo delicato compito sembra essere affidato soprattutto alle formiche.
La pianta è un’ottima riserva di cibo per le laboriose formiche in fila con il loro carico di semi.
Il Carrubo è pure un rifugio per gli uccelli, per le farfalle, per gli insetti, per le lucertole che non potrebbero trovare altrove un riparo migliore.
I fiori sono molto frequentati anche dalle api che producono un miele dall’odore inconfondibile e dal sapore particolare.
I fiori, dopo l’impollinazione, per trasformarsi in frutto, devono permanere sulla pianta molto tempo, anche un intero anno.
Si trovano nella parte interna della chioma protetti dalla pioggia, dal vento e dalle intemperie.
Sulle piante femminili, dai rami fruttiferi pendono lunghi frutti semilegnosi singoli o a gruppi di 4-6.
Il frutto comincia a svilupparsi in primavera per completare la sua maturazione in agosto-settembre.
E’ un legume indeiscente, a forma di falce, lungo fino a 20 centimetri, detto lomento o, più comunemente, carruba o vajana.
E’ di colore verde chiaro quando è acerbo, diventa marrone, tendente al rossiccio quando è maturo, cambiando di colore gradatamente dall’apice verso il peduncolo.
E’ maturo quando il peduncolo è completamente annerito.
Presenta la superficie esterna molto dura, spessa e cuoiosa, la parte interna carnosa, grassa e zuccherina.

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I frutti giungono a maturazione dopo un anno dalla fioritura e si raccolgono in estate.
La raccolta si esegue quando le carrube cadono spontaneamente dall’albero oppure si battono i rami con lunghe canne evitando di danneggiare i grappoli fiorali della successiva produzione.
Allorché i frutti sono stati raccolti, l’albero ha già i fiori per la successiva fruttificazione.
Le piante producono frutti dopo circa 10 anni dall’impianto aumentando la quantità gradatamente.
La completa maturità di una pianta è compresa fra i 30 e i 100 anni d’età.
A cinquanta anni il Carrubo può considerarsi ancora giovane e a cento anni, se sano, fruttifica ancora abbondantemente.
Le carrube mature, fatte essiccare al sole, sono conservate in magazzini aerati, ventilati e ben asciutti per evitare la putrefazione.
Ogni frutto contiene da quattro a dodici semi commestibili, scuri, schiacciati all’apice, un po’ acuti alla base, lunghi circa otto millimetri, durissimi, rossicci, lucidi.
Sono detti carati, dall’arabo “qirat”. Per avere un peso costante, per la sua uniformità, i semi del Carrubo sono stati utilizzati dagli arabi come unità di peso per l’oro e ogni seme corrisponde a 0,2 grammi.

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La moltiplicazione avviene per seme. La germinazione è lenta e difficoltosa.
Grazie alla sua bellezza estetica il Carrubo è impiegato anche come specie ornamentale per la realizzazione di aree verdi e di parchi naturali.
L’utilizzo del Carrubo come specie decorativa è legato soprattutto alla sua elevata resistenza alla siccità, all’inquinamento atmosferico ed alle principali avversità fitopatologiche.
Oggi il Carrubo corre un serio pericolo a causa delle alterazioni subite dall’equilibrio ecologico.
Essendo una pianta a crescita molto lenta, il rimboschimento di nuove aree o di zone distrutte dagli incendi richiede molti anni.
Il Carrubo, essendo una pianta mediterranea, cresce bene nelle zone a clima temperato, anche se si è adattato a vivere in montagna, fino a 1000 metri di altezza, riuscendo a sopportare in inverno basse temperature, anche sotto i 5°C, mentre in estate tollera temperature di 45°C.
Ama l’esposizione sal sole.
Essendo una pianta xerofita, vive bene accontentandosi di una piccolissima quantità d’acqua, pertanto le annaffiature devono essere sporadiche bagnando abbondantemente il substrato.
Accetta tutti i tipi di terreni, anche quelli più ingrati, preferendo quelli calcarei e permeabili,  adattandosi pure a substrati aridi e rocciosi, ma la roccia spaccata deve permettere alle radici di insinuarsi in profondità per procurarsi l’acqua e le sostanze nutritive.
Inoltre, essendo una leguminosa, riesce a fissare l’azoto nel suolo.
In primavera è utile interrare ai piedi della pianta una certa quantità di fertilizzante.
Il Carrubo deve crescere in forma naturale e, a differenza degli alberi d’ulivo, che richiedono annualmente la potatura per l’asportazione dei rami che hanno fruttificato,  va salvaguardato dai tagli. La potatura si esegue solo quando si ritiene necessaria asportando i rami secchi o danneggiati, sopprimendo quelli eccedenti, conservando quelli obliqui ed orizzontali.
Il Carrubo, in genere, non è colpito da parassiti o da malattie.
I parassiti che più frequentemente danneggiano la pianta sono le Cocciniglie.
L’Oidio interessa le foglie, che presentano macchie dapprima biancastre e poi brune, i fiori, che abortiscono, e i frutti, che si arrestano nello sviluppo.
Il Carrubo ha grande utilità nei campi:  alimentare, farmaceutico, erboristico, cosmetico.
I frutti, privati dei semi, sono utilizzati per l’alimentazione degli animali, in particolare dei suini e dei cavalli.
L’evangelista Luca (15,11-16), primo secolo dell’Era Volgare, medico d’Antiochia, nella parabola del figliol prodigo scrive: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: <Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta>. E il padre divise tra loro le sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla”.
Le carrube grosse, dritte, carnose sono un valido alimento nutritivo anche per l’alimentazione umana per l’alto contenuto in zuccheri e per i benefici effetti che generano all’organismo, anche se, inesattamente, si credeva che le carrube non avessero sostanze energetiche perchè legnose.
Un proverbio recita: “Mangia carrube e caca legna”!

Le carrube servono per preparare polveri per la produzione di gelati, di creme, di budini, di dolci, di confetture, di pandolce, di sciroppi, di sorbetti, di bevande rinfrescanti e lassative, di caramelle per agevolare la guarigione da tosse e da catarro e per insaporire carni e salumi.
Le farine, esenti da carboidrati, non influiscono sul tasso glicemico e costituiscono un elemento nutritivo importante per i diabetici.
Dai semi si ottiene una farina che contiene un’altissima quantità di carrubina che ha la capacità di assorbire l’acqua per cento volte il suo peso.
La polvere di carrube contiene proteine, zuccheri, vitamine A, D, B2, B3, sostanze minerali come calcio, magnesio, potassio, ferro, anganese, bario, cromo, rame, nichel.
I semi interi si utilizzano per la creazione di rosari, di collane, di ornamenti femminili.
Dalla polpa dei frutti e dai semi di Ceratonia siliqua l’industria cosmetica produce saponi e creme per il viso con azione emolliente, idratante e nutriente.
Nell’industria chimica la polpa fornisce una gomma impiegata nella fabbricazione della carta e per preparare prodotti per la concia e per la lisciatura delle pelli.
Oggi la polpa è destinata esclusivamente alla produzione del “Carcao”, un surrogato del cioccolato povero di grassi e privo delle sostanze eccitanti tipiche del cioccolato.
Grazie all’elevato contenuto in tannini, in pectine, in lignina la medicina popolare dava ampio spazio alle carrube.
La polpa del frutto fresco è dolce, nutriente e gentilmente lassativa. In decotto, al contrario, è astringente, utile per curare casi di diarrea, per purificare e dare sollievo all’intestino irritato. Entra come ingrediente in svariate misture espettoranti nelle affezioni bronchiali.
I frutti del Carrubo, nell’800, erano usati dai cantanti d’opera lirica per aiutare la voce e la gola.
Il medico Scribonio Largo, I Secolo dell’Era Volgare, in una specie di formulario medico, (Compositiones, n. 121), prescrive il decotto di carrube ai sofferenti di coliche, di ulcere allo stomaco, ai malati di milza.
Dioscoride d’Anazarba scrive che “le carrube, raccolte da poco, fanno male allo stomaco, ma seccate sono molto valevoli”.
Il medico greco Galeno disprezza le carrube per il loro potere astringente e ne sconsiglia l’uso.
Molto discusso è il luogo di provenienza del Carrubo.
De Candolle ritenne che il Carrubo fosse spontaneo ad oriente del Mediterraneo, probabilmente sulla costa meridionale dell’Anatolia e nella Siria dove è in coltura da almeno 4000 anni.
Fu introdotto in Italia e in Sicilia dai greci, ma furono gli arabi, che lo coltivavano e consumavano i suoi frutti dai tempi remoti, che ne intensificarono la sua coltivazione assicurandone la diffusione in Spagna e in Marocco insieme agli alberi di agrumi e di ulivi.
Gli Spagnoli introdussero il Carrubo nel Messico e nell’America meridionale, gli Inglesi in India e in l’Australia. Il Carrubo fu introdotto negli Stati Uniti nel 1854.  Nel 1873 in California furono piantate le prime giovani piante.
Hehn, naturalista tedesco, pensò di individuare in Terra Santa l’albero di Carrubo che avrebbe fornito le carrube, dette “fagioli locusta” e “pane di San Giovanni”.
I baccelli avrebbero potuto essere le “bibliche locuste” di cui si nutrì San Giovanni Battista nel deserto.
Giovanni mangiò proprio le locuste migratorie e non i baccelli del Carrubo.
Augustin Pyramus De Candolle, botanico franco – svizzero (1777-1841), studioso di botanica sistematica e d’archeologia, fornì la figura di un legume riconosciuto come carruba disegnata dall’egittologo K. Lepsius. Il botanico Kotschy avrebbe riconosciuto in una tomba egiziana un bastone di legno di Carrubo.
Secondo Hehn, la vera patria del Carrubo è stata, quindi, la terra di Canaan.
Il botanico tedesco Sprengel pensò che il Carrubo fosse stato l’albero usato da Mosè per addolcire le acque del Marah (Esodo 15,25): “Egli invocò il Signore, il quale gli indicò un legno. Lo gettò nell’acqua e l’acqua divenne dolce“.
Secondo Avicenna, filosofo arabo (980 – 1037), il kharrub ha la caratteristica di rendere dolci tutte le acque salate e amare.
Alcuni studiosi della flora e commentatori dell’Odissea ipotizzarono che il Carrubo fosse stato l’albero di cui si alimentavano i Lotofagi incontrati da Ulisse nella loro terra sulle rive africane del Mediterraneo durante le sue peregrinazioni. Il frutto era talmente dolce che aveva il potere di far dimenticare la patria a chi lo gustava.
Erodoto, che verso la metà del V secolo a.C. visitò l’Africa settentrionale, nelle sue “Storie ” (libro IV, n. 177), accenna ai Lotofagi confermando che essi si nutrivano del frutto del loto simile, per dolcezza, al frutto della Palma.
L’Hoefer sostiene che il loto è il Carrubo perché i fiori zuccherini, dall’odore penetrante e dal potere esilarante e i frutti, dolci come il miele e capaci di dare sostentamento, erano usati dalle popolazioni del litorale dell’Africa proprio dove Omero localizzò il paese dei Lotofagi.
L’ omerico detto “rosicchiando loto” si addice proprio al mangiar carrube.
Sono stati i fenici, popoli di prodigiosi colonizzatori, di audaci navigatori e di commercianti che, nel XX sec a. C, hanno aiutato il Carrubo a diffondersi  in tutti i paesi del Mediterraneo con i loro insediamenti nelle isole dell’Egeo, a Cipro, a Rodi, in Egitto, in Africa settentrionale, nella Palestina, nel Libano, in Sardegna, in Asia Minore. La coltivazione del Carrubo in seguito si è diffusa nella Spagna meridionale e nelle Baleari, nel Portogallo.
In Italia Il Carrubo è diffuso in Liguria, nel Lazio, in Campania, in Puglia, in Basilicata, in Calabria, in Sardegna, e soprattutto in Sicilia, la più ricca area di carrubeti dove il Carrubo domina quasi incontrastato e spesso, nei terreni più scoscesi e aridi, costituisce l’unica macchia verde.
I Carrubi, dall’aspetto leggermente “esotico“, rendono piacevole il paesaggio siciliano. Quasi contemporaneamente ai fenici, i Greci e i Cartaginesi, apprezzando la pianta di Carrubo perché rustica, longeva, che non richiede cure particolari, che produce frutti ad alto potere nutritivo, che dà ottimo legname da ardere, sono diventati esperti arboricoltori.
La pianta produce un legno di colore bianchiccio, pesante e duro, utilizzato nei lavori d’intarsio e in ebanisteria.  Dai polloni si fabbricano panieri e ceste.
I Crociati, i Genovesi, i Veneziani contribuirono alla diffusione del Carrubo tanto che alla fine del Medioevo era sicuramente coltivato in tutte le terre del Mediterraneo accessibili alla sua coltura ed i frutti erano usati largamente per scopi industriali, medicinali, dolciari e foraggieri.
Hehn racconta che il Carrubo era oggetto di religiosa venerazione dei Musulmani e dei Cristiani, specialmente nella Siria e nelle regioni dell’Asia Minore dove, all’ombra del Carrubo, s’incontrano icone dedicate a San Giorgio.
Modica e Ragusa sono città molto ricche di Carrubi e il loro protettore è proprio San Giorgio.
Interessanti notizie sul Carrubo in Sicilia sono date dall’abate Sestini, nella seconda metà del Settecento, che inserisce fra le aree di maggior diffusione Ragusa, Comiso, Avola, Noto, Pama di Montechiaro.
Paolo Balsamo, nel suo “Giornale del viaggio fatto in Sicilia” nel 1808, racconta che le carrube erano “una delle più abbondanti produzioni di Vittoria e di tutta la contea di Modica“.
Notizie dettagliate sulla produzione e sul commercio delle carrube nel secolo XII provengono da Al Edrisi, geografo arabo vissuto a Palermo alla corte dei re Normanni.
Nel secolo scorso la coltura del Carrubo ha avuto un ruolo importante nell’economia della Sicilia, dell’Italia, della Spagna, della Grecia, del Portogallo e di tanti altri paesi extraeuropei.
Le persone anziane della Sicilia ancora oggi raccontano dei tempi magri del periodo bellico quando, per attenuare i morsi della fame, la gente rovistava nelle mangiatoie e nelle bisacce, dove si cibavano i cavalli e gli altri animali, alla ricerca delle preziose carrube.
Una realtà tristissima, ma allora molto frequente.
Il consumo delle carrube come “pane del povero” è andato sempre più a diminuire nel tempo ed è un chiaro indice del migliorato tenore di vita delle classi operaie e contadine nell’Italia meridionale e soprattutto in Sicilia.
Per questo motivo, negli ultimi quaranta anni, la coltura del Carrubo e la produzione dei frutti hanno subìto una notevole contrazione.
Adesso la coltura del Carrubo è in fase di ripresa perché la polpa e i semi sono stati valorizzati dalle industrie per gli innumerevoli impieghi. L’Italia è il secondo paese produttore di carrube preceduto dalla Spagna.
I paesi anglosassoni nutrono una gran simpatia verso il Carrubo che chiamano “tree of life” per l’elevato valore nutritivo del frutto che utilizzano come farina nella preparazione dei loro dolci casalinghi.

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lug 2, 2019 - Senza categoria    No Comments

“AMOENITATES” IL LIBRO DI POESIE DEL PROF. GAETANO TODARO PRESENTATO A MISTRETTA E A LICATA

L’amicizia vera è un valore inestimabile.
Il ricordo delle persone amiche, che purtroppo non sono più con noi,  rimane indelebile nel tempo!
Ecco perché descrivo la figura del prof. Gaetano Todaro attraverso il suo libro “AMOENITATES” composto da101 liriche.
Sabato, 15 marzo 2008, nella prestigiosa sala delle feste della  Società Operaia di Mutuo Soccorso a Mistretta è stato presentato il libro di poesie “AMOENITATES” del prof. Gaetano Todaro, edito da “LA VEDETTA” .

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In copertina:  Gli ulivi dipinto di  Van Gogh

Ho curato la pubblicazione postuma del libro sponsorizzato dalla ditta MAGMA, di Angelo Bellomo di Licata.

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Il libro è stato ampiamente sostenuto  dall’ Associazione “Progetto Mistretta” e dal giornale “Il Centro Storico”.
Hanno portato il saluto: il presidente della Società Operaia, il signor Nicola Rossini e il sindaco di Mistretta avv. Iano Antoci. Avrebbe dovuto essere presente anche il sindaco di Licata, il dott. Angelo Biondi, ma è stato trattenuto in sede da alcuni impegni istituzionali.
Hanno relazionato: il prof. Ubaldo Lombardo, il prof. Tatà (Sebastiano) Lo Iacono.
Ha letto alcune poesie, tratte dal libro, la figlia Marianna Todaro.
Nella Seminara (sono io) concluse l’evento con le sue riflessioni.
Ha condotto i lavori l’amico Giuseppe Ciccia.

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Il tavolo dei relatori

 Ha aperto i lavori  il signor  Mario Lutri, vicepresidente della Società Operaia, in assenza del signor Nicola Rossini. Dopo aver dato il benvenuto ai presenti e portato i saluti di tutti i soci del sodalizio, ha ringraziato Nella Seminara per avere scelto la Società Operaia come luogo idoneo per la presentazione del libro del prof. Gaetano Todaro.
Ha dichiarato che la sede della Società Operaia è sempre disponibile a ospitare eventi così importanti che innalzano il livello culturale della città di Mistretta.

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 L’avv. Iano Antoci, nel suo  breve intervento, ha parlato del valore dell’ospitalità e dell’accoglienza nel nostro paese di tutte quelle persone che mistrettesi non sono, ma scelgono Mistretta come loro sede di residenza, favorendo l’inserimento nel tessuto sociale locale.
Il prof. Gaetano Todaro era licatese-mistrettese!
Sua moglie, la sua signora Maria Grazia Lo Iacono, è mistrettese e lo sono le loro tre figlie.

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Il prof. Ubaldo Lombardo ha parlato dell’attività scolastica del prof.Gaetano Todaro molto stimato non solo dal corpo docente, ma soprattutto dagli alunni delle diverse generazioni che si sono succedute negli anni al Liceo “Alessandro Manzoni”. Hanno apprezzato la sua preparazione culturale e didattica ma, in particolare, la sua grande umanità.

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 Molto erudito è stato l’intervento di Tatà Lo Iacono, veramente un po’ lungo, che riporto integralmente:  “Ringrazio il presidente della “Società Operaia”, Nicola Rossini, per l’ospitalità; l’associazione “Progetto Mistretta”, soprattutto la professoressa Nella Seminara e la famiglia, per l’incarico di parlarvi delle poesie del professore Gaetano Todaro: la qualcosa sicuramente mi gratifica…
  Ămoenĭtās amoenitatis, in latino, sta per piacevolezza, soavità, diletto, grazia, fascino, incantamento. Todaro forse conobbe certe composizioni minori e meno note di Charles Baudelaire, da cui mutuò il titolo: una raccolta di 23 poesie, intitolata Amoenitates belgicae.
Il poeta francese le scrisse negli anni del soggiorno in Belgio: là il tono è caustico, c’è acredine contro i belgi e la loro nazione, tema che non è il caso di riprendere.
Per le poesie di Todaro, a cominciare dal titolo, partirei dalla amenità come categoria estetica. Per categoria estetica s’intende uno stile: le categorie estetiche più note sono il gotico, il barocco, il macabro, l’horror, il romantico, il vero, il reale, il surreale, il liberty, il naif .
La categoria dell’amenità è meno celebre. Nessun critico letterario forse l’ha mai formalizzata. Per penetrare nelle poesie di Todaro è quella che adotterò.
E’ probabile che il titolo derivi da fonti di letteratura latina e greca.
Carmelo Incorvaia, amico di giovinezza e compagno di classe, ha scritto che Todaro “amava poco latino e greco, ma li studiava con rigore”.
Quello studio, comunque, lo accostò a quegli autori classici, nei quali, a
ccanto al tema della salute della vita agricola, e dell’attività dell’otium, è fondamentale il motivo dell’amenità del paesaggio.
Per capire questo tipo di amenità, mi piace ricordare un’osservazione che Antonino Testagrossa, presidente emerito dell’associazione “Progetto Mistretta”, l’anno scorso, ad agosto, ospite nella mia campagna, fece sul paesaggio: “Si vede tutto: -disse- le isole, il mare, i boschi, gli uliveti, e anche un pezzo di fiume…”. Sorrise e si abbandonò al diletto e al piacere dello sguardo. Bisogna cominciare da qui per capire cosa sia l’amenità.
Ora facciamo un salto indietro di circa 2117 anni…: da Testagrossa a un autore latino.
Da alcuni passi delle Epistole V e VI, di Plinio il giovane, si percepisce il ruolo del paesaggio, o meglio delle locorum amenitates. In una lettera di Plinio a Tacito, si intuisce come il luogo in cui si trovava la villa dello scrivente fosse in posizione privilegiata rispetto alla vista sul golfo di Napoli, proprio perché si poteva ben vedere la nube di eruzione del Vesuvio.
Lì c’è una prima apparizione della idea della natura come amenità. Il motivo del piacere che deriva dalla contemplazione dei paesaggi naturali lo ritroviamo ripreso più volte, e tale rimarrà come invariante: anche in architettura, da Palladio fino a Le Corbusier.
Nelle poesie di Todaro ci sono i motivi del paesaggio e della poesia come amenità estetica. Stagioni, sole, luna, cielo, mare, sabbia, ruscelli, fiori, zolle di terra, vele, vigne, vitigni, neve, pioggia, stelle, cactus sfioriti troppo presto, valli, fiumi, piazze, spiagge, vento di scirocco, luce, anche “libri di pietra da sfogliare”, onde, giardini, montagne, alberi, foglie gialle, mietitura, rane, cavallette, libellule, girasoli sono elementi del suo paesaggio esteriore e interiore; e compongono il suo repertorio di poeta.
L’amenità della natura, dunque… Il paesaggio esteriore di Todaro è ambiente agreste e marinaro: quello della giovinezza, della provincia di nascita e della famiglia di origini marinare di Licata.
Todaro giovane, alla fine del secondo dopoguerra, è in spiaggia e interroga la naturalità che gli sta di fronte, già da allora; lui e gli amici d’infanzia si devono accontentare di una palla di pezza e di quell’unica amenità disponibile: il paesaggio. All’epoca, non c’era altro di ameno.
“Chissà quando [ri]vedrò l’azzurro di quel mare [e il colore di quelle] bionde spiagge…”, scriverà più tardi.
Il tema dell’amenità del paesaggio c’è in Virgilio. Il sogno virgiliano del ritorno alla campagna e alla natura è motivo centrale delle Georgiche e delle Bucoliche.
Todaro, nella scelta del titolo, ebbe, anche non consapevolmente, questi referenti. Fu questo il suo retroterra culturale e non solo quello della cultura francese.
Il tema dell’amenità è legato nella letteratura scientifica all’universo botanico delle piante esotiche medicinali.
Nella Seminara ha scritto un libro altrettanto ameno e sa che natura e cultura, passione poetica e botanica sono tappe di un viaggio mentale tra Mistretta e Licata: stesso viaggio fece Todaro.
Un altro referente sull’amenità, da fare non per sfoggio di erudizione, bensì per capire meglio le poesie di Todaro, è Teocrito, poeta greco.
Tra Virgilio e Teocrito il modo di rappresentare il mondo rurale, e, quindi, l’amenità, è diverso.
La natura teocritea è ridente, luminosa, mediterranea; il poeta cantava la campagna nel suo vigore e splendore.
I paesaggi virgiliani sono inquadrati sotto l’effetto delle tenue luci della sera, sono soffusi di malinconia (Ecloga I,82-83), sono espressione di un mondo ignoto a Teocrito.
Virgilio, molto più di Teocrito, era figlio di un’età satura di cultura e civiltà, che vide nella campagna l’innocenza, la pace dell’anima, una specie di perfetta letizia.
Teocrito cantò l’amenità della campagna senza alcun senso di nostalgia, come fece, invece, Virgilio.
In quest’ultimo non c’è, però, la sensualità agreste del poeta ellenistico.
L’entusiasmo teocriteo per l’amena campagna odorosa di sole, spogliandosi di sensualità, si è arricchita con Virgilio di sentimento. Teocrito, nel trattare la natura, è realistico e oggettivo e mantiene un certo distacco nel narrare le vicende sentimentali dei pastori; Virgilio è fantasioso, vago, sentimentale. L’amore del poeta romano per i campi ameni non è per nulla letterario; egli non canta l’idealità della campagna, canta la “sua campagna”, quella propria, come io potrei canticchiare quella “mia”, di contrada Cicé…
In Todaro, la natura è rievocazione non dell’amenità di un mondo naturale perduto, bensì di una perduta amenità interiore. Amenità, dunque, non va riferita soltanto al diletto estetico nello scrivere poesia, la qualcosa è, comunque, un altro aspetto dell’amenità in generale. Non a caso, sulla copertina della prima edizione delle poesie di Todaro  ci sono gli ulivi di Van Gogh, non i famosi girasoli dello stesso pittore. L’ulivo contorto e sofferente è immagine più prossima e vicina all’emozialità di Todaro.
I girasoli hanno una valenza solare, serena e meno sofferta. Le poesie di Todaro somigliano più agli ulivi mediterranei, contorti e sofferti, dove l’amenità del paesaggio non è priva di ombre e di amaro ovvero di amarezza e disillusione… L’amenità non amena del paesaggio interiore coincide con la stessa non troppo amena amenità del paesaggio esteriore.
L’amenità è categoria sia estetica sia etica.
E’ anche una non manifesta concezione filosofica su un certo modo di intendere vita, esistenza, paesaggio, natura, rapporto tra uomo e natura, relazione tra uomo e Dio. In etica, l’ameno è anche il bene, la vita sana e pulita ovvero la vita modesta e serena, da cercare e coltivare in solitudine, come una pianta, in campagna, luogo antitetico alla città; in estetica, l’amenità è anche il bello, ma non un bello pacchiano ed esagerato, non il bello sublime e barocco, bensì il bello lieve e sobrio, il bello mediano, il bello della vita moderata; in filosofia, l’amenità è condizione dell’anima che cerca un piacere delicato, mite, lieve, tenue: che non è il piacere edonista sfrenato o eccessivo.
Il termine amenità, nel linguaggio popolare, indica detti piacevoli, motti arguti, facezie, aneddoti divertenti, freddure, battute di spirito, barzellette e, a volte, è eufemismo di sciocchezza. Si dice, di qualcuno che ci ha intrattenuti, a lungo, su un qualche tema: “Ha parlato di questo e altre amenità” oppure “Il discorso di quel tizio era pieno di amenità”: per non dire che era infarcito di cretinerie e scempiaggini. In tal caso, amenità ha un’accezione negativa. Non è il caso delle amenità poetiche di Todaro. La categoria estetica dell’amenità è il tratto estetico di queste poesie, che Todaro chiamò “frasche”, ovvero erba, erba secca da bruciare, poi le definì “battiti, pulsazioni del cuore”: cioè amenità emozionali…
L’amenità, dimensione dell’anima e attributo del paesaggio, è non solo sfondo e scenario. E’ la sostanza delle poesie di Todaro e fu la sostanza della sua idea dell’esistenza. Questa è la mia chiave di lettura delle poesie di Todaro. Le radici di tale amenità estetico-esistenziale vanno ricercate tra i latini e i greci. Non in Francia.
Detto questo, torniamo al back-ground culturale di Todaro e al suo legame con la Francia, la cui cultura conobbe e studiò a fondo. Il soggiorno a Parigi, prima della laurea in Lingue, conferma l’innamoramento per la cultura francese.
Le poesie in francese, la cui musicalità è in sintonia con quella congenita della lingua francese, confermano la passione per la lingua e per la cultura dei cosiddetti cugini d’Oltralpe.
Questo diletto musicale, ovvero lo scrivere in francese, è anche un altro aspetto dell’amenità. Amenità, qui, è sinonimo di musicalità: amenità musicale, amenità linguistica…
Mi spiego: a me, per esempio, danno una qualche vibrazione-emozione i poeti e la poesia spagnola. Prima del significato delle parole mi dà amenità il suono della lingua spagnola: sicché la poesia, prima di essere senso/significato verbale, è senso musicale; prima di essere significato è significante. Questa emozione possono darla le canzoni e anche la sonorità delle parole: mariposa (in spagnolo, farfalla), papillon (in francese) non sono come il suono farfalla, in italiano, che non è poi tanto male.
Successe così a Todaro!
La sua amenità linguistica fu il francese: come diletto musicale. Per Todaro, il francese, prima di essere lingua letteraria, di studio e di professionale, fu lingua di vita e per la vita quotidiana: succede a ogni emigrato, che deve cominciare a capire, quando si trova per lavoro all’estero, suoni e pronuncia delle parole più elementari: deve cioè imparare come si dice pane, vino, olio, giornale, pigiama, mutande oppure come si dice che ore sono, come stai…
La lingua, prima di essere stata approdo letterario, fu accostamento al parlato quotidiano, per viverci dentro e dentro abitarci. Ha scritto Emil Cioran, filosofo e saggista rumeno che adottò il francese come seconda lingua madre, che una lingua si abita: come un vestito, come un paese, come un guanto. La lingua è il familiare nello straniero: per Todaro, straniero in Francia, il francese diventò lingua quasi materna: e siccome per un poeta la sola patria è la lingua in cui parla e scrive, si può dire che Todaro ebbe due patrie perché ebbe due lingue.
Ebbe anche, per così dire, due città natali: Licata e Mistretta.
Todaro, dunque, cominciò a indossare-vestire il francese da emigrato, come tutti gli emigrati. Questa lingua divenne mestiere, allorché la insegnò, e poi diventò segreto esercizio letterario.
Cinque anni a Parigi e in Francia furono un “bagno” linguistico, che chiunque intenda studiare una lingua dovrebbe obbligatoriamente fare come completamento didattico. Per un docente di lingua, il contatto-confronto con la lingua parlata che deve insegnare, prima di quella letteraria, è altrettanto necessario quanto quello di chi la deve apprendere.
Todaro fu mio docente di francese.
Dopo lo spagnolo, il francese è la seconda lingua estera che prediligo. Stiamo scoprendo l’inglese da poco: per colpa dell’informatica e dell’elettronica. Ritengo che il trend culturale dominante, la supremazia dell’inglese, faccia torto all’italiano e alle lingue neo-latine, comprese quelle classiche, e anche al francese, per la quale, se ricordo bene, non superai mai la dignitosa sufficienza.
Per Todaro questa lingua fu una delle sue amenità: fu musica del suo sentimento ovvero del suo sentire; starei per dire che fu musica del suo silenzio…
Ricordo che nella mia classe c’era un amico di gioventù, parente di Todaro, che aveva un legittimo orgoglio nel non sfigurare in francese. Sicuramente era un passetto più avanti di me. Todaro non fu mai parziale né impreciso nelle valutazioni: non si fece condizionare da fattori che non fossero quelli del rendimento. Va ricordato un episodio: fu con Todaro e Antonio Lo Iacono che mi cimentai, per la prima volta, in un esercizio di traduzione in italiano di una notissima e melodiosa poesia di Verlaine, Chanson d’automne, che faceva così: “Les longs sanglots de violons…”.
Quei “lunghi singhiozzi di violini” restarono un esercizio. Se ci penso bene quei “singhiozzi di violino” si risentono rileggendo Todaro: sarà forse conseguenza di un affetto a-posteriori verso un ex-insegnante che non c’è più.
A quell’epoca, e anche dopo, non sapevo che Todaro scrivesse poesie: neppure in francese. Lo appresi poco prima della scomparsa e ne ebbi conferma subito dopo. Qualche anno prima, quando gli capitò di leggere un mio libro di poesie, che ha un titolo strano, “L’infame vergogna del niente”, m’incontrò e mi fece un appello reticente, non chiaro, non manifesto, quasi un invito latente, forse un monito (come quello che può fare un padre); mi accennò vagamente al fatto di come la “poesia possa a volte bruciare dentro, e quindi occorre starsene lontani, onde non farsi scottare”.
Non si capì bene se mi stava complimentando oppure mi stava stroncando: come fa un professore a suo ex-allievo. Mi invitò taciturnamente, com’era nello stile dell’uomo, a non farmi ustionare da quel fuoco o fuocherello che fosse. Credo che fu uno dei pochi lettori che ne capì il linguaggio ermetico dei poeti simbolisti e surrealisti francesi, che Todaro conosceva, e non solo per dovere professionale. Altri ex-professori sono stati più lusinghieri; lui, per così dire, fu avaro di elogi. L’avarizia di parole è sincerità; quando le parole sono elogio abbondante non sono autentiche.
Dice Incorvaia: “Le poesie di Todaro sono vere”.
Fu vero, dunque, quel suo silenzio reticente, anche con il sottoscritto.
Non sto parlando di Todaro per parlare di me. E’, piuttosto, il contrario: sto parlando di me per parlare di Todaro, in una maniera che sia autentica e non retorica, onde entrare meglio dentro le sue poesie.
Todaro, prima e dopo quei contatti, da professore e sporadico collaboratore di un’emittente radiofonica di cui mi occupai negli anni ’70, aveva alcunché di chiuso, di “a parte”, una qualche timidezza, che lo fecero apparire un “isolato”. Fu, forse, come si dice, un incompreso dal contesto mistrettese in cui lavorò. Questo “isolamento”, che non ebbe nella sua Licata, emerse quando tentò, con poco esito e per una sola volta, l’impegno politico. Suppongo che quella esperienza fu una delusione.
Con gli allievi la sua capacità di comunicazione era eccelsa. Aveva quell’autorevolezza che lo rendeva docente carismatico e, quindi, distante: non un docente da prendere alla leggera, la cui materia era, appunto, da non prendere alla leggera.
Distanza e pesantezza non sono difetti. La distanza è ciò che separa persone di generazioni diverse, nonché docente e allievo.
Ci sono docenti che risultano vicini e amichevoli, e non sanno mantenere né imporre la distanza, intesa in senso buono.
La distanza di Todaro non era superbia. La pesantezza era serietà. Todaro fu un docente “pesante”, cioè autorevole, non autoritario, e altrettanto “pesante”, voglio dire densa e importante, fu la considerazione che lui ebbe e che con lui si ebbe dello studio del francese, materia che da tutti era considerata altrettanto autorevole.
Non succede con tutte le materie: ancora oggi l’insegnamento di musica o di educazione fisica è considerato meno “pesante”, quindi leggero (in inglese, diremmo soft) rispetto a matematica, latino e greco. Sono parametri ed etichette sbagliate, che nessuno condivide, me compreso.
Nel mondo anglosassone musica e ginnastica sono discipline di alto livello: nei campus universitari o nei licei americani chi studia musica, quanto meno, suona il violino ed esegue Mozart; noi impariamo appena a recitare Il sabato del villaggio di Leopardi; in quelle stesse scuole chi fa sport aspira, quanto meno, ad andare alle Olimpiadi (e spesso ci riesce).
Questo è un discorso che riguarda la scuola italiana. All’interno di questa scuola, così com’è quella italiana, con i difetti che le appartengono, ci sono docenti che riescono a renderla direi “diversa” e migliore. Todaro appartenne a questa categoria di docenti che rendeva migliore la scuola di quella che ancora oggi è e di quella che era negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.
Le lezioni di Todaro erano sicure, misurate, ordinate da un rigore che non annoiava; erano lievi e al tempo stesso “pesanti”. Non erano un mattone: erano impegnative.
Le poesie di Todaro, comprese quelle in francese, che non sono “pesanti”, hanno una levità e soavità che rimandano al titolo in latino, e, al tempo stesso, sono gravi e pensierose. Le amenità poetiche di Todaro sono levia gravia, come dicevano i latini.
Versi segreti, scritti in segreto, che Todaro in privato raccolse,  oscillano tra amenità e gravità, tra leggerezza e inquieta pensieriosità, oltre al fatto che sono e furono figli di una madre che si chiama taciturnità. Todaro, difatti, apparve persona taciturna che pensava densamente.
Il taciturno non parla a vanità, né invano usa fiumane di parole. Todaro era docente oratore sobrio e misurato, perché era concentrato: le sue parole uscivano, per così dire, da una camera oscura che diventava camera chiara.
Quando le sue poesie furono stampate la prima volta, in edizione familiare limitata, ebbero uno scopo “altro”: ritrovare qualcosa di lui che fosse ancora vivo.
Facciamo così con le parole e con gli oggetti personali rimasti, che la persona che amammo usò, consumò, conservò, toccò, indossò o appena sfiorò con le mani. In questo c’è qualcosa di feticistico e animistico: le cose rimaste, di buono o cattivo gusto che siano, mantengono memoria e hanno il potere magico di richiamarci la persona scomparsa. Sono una forma di elaborazione del lutto, che ha luogo dopo la “crisi della presenza”, cioè dopo la morte, per dirla con l’antropologo Ernesto De Martino.
La crisi della presenza è quel buco vuoto e nero che una persona lascia. La crisi della presenza, ancor più, è quell’angoscia dell’assenza quando ritorniamo a casa e la persona cara defunta è assente, fuori onda, fuori casa, fuori stanza, altrove, non più qui:… sicché per tentare l’impossibile risoluzione dell’immane potenza del negativo, cioè l’immane potenza di quell’assenza-vuota, ci aggrappiamo a cose, oggetti, parole, lettere, biglietti, fiori secchi, monili, gioielli, fotografie…
La fotografia è, al massimo grado, il tentativo inutile di curare e invano risanare la crisi della presenza. La fotografia è apologia della morte nel momento in cui viene scattata, nonché esaltazione-elogio del non-esserci più nel momento in cui viene recuperata dall’album dei ricordi.
Roland Barthes, in un brillante saggio del 1980, La camera chiara, che più di ogni altro ha sottolineato questo motivo, ha parlato di quella “cosa vagamente spaventosa che c’è in ogni fotografia: il ritorno [indietro] del morto”.
Anche le poesie servono spesso a questo scopo non-poetico.
Le poesie di Todaro, in prima battuta, furono raccolte con questo obiettivo: il ritorno indietro (impossibile) della persona che non c’è più. In questa sede, le poesie di Todaro vanno riconsiderate. Non sono rievocazione di chi non c’è più e che ora è nella dimensione dell’assenza. Sono documento testuale, discorso poetico, linguaggio letterario; sicché le dobbiamo analizzare in quanto tali: non come elaborazione di un lutto e neppure come ricordini di parole messe in fila. Vediamo di elevare le poesie di Todaro a ciò che effettivamente furono e sono: cioè linguaggio, parola, monologo, dialogo muto, logos che interroga e s’interroga.
Penso che così gli si renda meglio omaggio e che questo sia il modo migliore per ricordarlo con affetto. La nostra prospettiva, pertanto, non è quella del “c’era una volta un insegnante, che scriveva poesie, e ora non c’è più…”.
Scritte all’interno della sua “camera oscura” ebbero un risultato: quello che opera la luce quando fa emergere colori e diverse tonalità di grigio sulla carta fotografica. Quelle poesie furono il transito di Todaro dalla “sua” camera oscura alla “sua” camera chiara e viceversa. In quella camera della chiarità, ci sono ombre e luce serale, luce d’alba e chiarore crepuscolare.
In quella stessa camera dell’oscurità, c’è luce fievole.
Amoenitatis e chiarità sono quasi sinonimi. Amenità e oscurità sono termini oppositivi. Ma trattasi di una opposizione complementare. In retorica, tale opposizione complementare si chiama ossimoricità. Gli ossimori (nel dizionaro De Mauro, ossìmori o ossimòri) sono l’accostamento di due parole contrapposte. L’amena tristezza di Todaro, dunque…
Un paesaggio ameno non dovrebbe essere oscuro, torbido, tenebroso. Una poesia amena, scritta per amenità, diletto e piacevolezza, non può essere cupa, fosca, caliginosa. Le poesie di Todaro sono amene perché sono chiare, comprese quelle più musicali scritte in francese. Ma la chiarità di queste poesie non è chiarità assoluta, cioè chiarità punto e basta.
E’ una chiarità-amenità ambigua, laddove la luce è screpolata da semioscurità e la piacevolezza dell’amenità è segnata da sapori amari e/o amarevoli. E’ una chiarità scura, turbata da melanconia, da inquietudine.
Carmelo Incorvaia, nel ricordo inserito nella seconda edizione delle poesie di Todaro, traccia un ritratto dell’amico che va ripreso per capire la scura amenità di Todaro. Leggendo quelle righe di Incorvaia ho trovato conferma di ciò che ho pensato di scrivere sulle poesie di Todaro. Incorvaia riferisce le difficoltà familiari e il malessere di Todaro giovane, l’altro periodo di emigrazione in Germania e dice che Todaro, “alto, elegante, sempre con una Nazionale tra le dita, amava gli scrittori moderni; leggeva molto; prediligeva gli umoristi e gli autori satirici; aveva la battuta pronta, spesso amara; che la sua ironia diventava sarcasmo e  che sorrideva raramente”.
Il sorriso amaro è uguale all’amenità amara. Non ricordo che Todaro sorridesse spesso. A me, allievo e  quasi amico di famiglia, sembrava un effetto della sua pensosa taciturnità.
Todaro senza sorriso. Ma non era solo assenza di sorriso. Todaro era tormentato. Le poesie, che Incorvaia definisce “il suo mondo segreto”, lo confermano. Incorvaia, aggiungendo che Todaro “aveva idee sicuramente socialiste, anche se vaghe, [aggiunge] che era convinto che la Sicilia non sarebbe entrata nella modernità e pensava [come Sciascia] che la nostra terra fosse irredimibile”, e così ci consegna un ritratto di Todaro senza speranza; precisa, appunto, che “l’indistinto socialismo di Todaro era senza speranza”…
La penso anch’io così. E se mi si consente una deliberata e premeditata provocazione, penso che anche Mistretta sia irredimibile…
Todaro senza speranza. Todaro senza sorriso. L’ironia che si fa sarcasmo. I versi segreti di Todaro confermano queste assenze: il non sorriso, la non speranza. Todaro, durante l’ultimo incontro con Incorvaia, discusse di letteratura e di Céline, uno scrittore maledetto, e disse di apprezzarne “il genio paranoico e gli stilemi”. In quel momento, come riferisce Incorvaia, “Todaro si sentiva prigioniero, in un vicolo cieco, aveva paura, avvertiva la fine…”.
Se così fu, come di fatto fu, parlare, a proposito delle sue poesie, come ho fatto sino ad ora, di amenità estetica, musicale, linguistica e emozionale sembra un assurdo, una cantonata, un errore, un grosso abbaglio e uno sbaglio: di fatto, le poesie di Todaro hanno questo titolo: Amoenitates, e, quindi, non siamo proprio fuori strada, né fuori binario…
L’amenità esistenziale di Todaro fu amenità interferita, inquinata, torbida, quasi impura. La sostenibile leggerezza dell’amenità di Todaro fu, in realtà, insostenibile pesantezza della oscurità che sopraggiunge, ci sta accanto e ci vive dentro… Con le sue amenità poetiche, in qualche modo, cercò, forse invano, di curare la propria non-amenità esistenziale. Todaro, che amò la scrittura tragica di Céline, sapeva che la vita è tragedia, che l’esistenza è assurdo…
Tra silenzio e parola la scelta di Todaro (che si chiese, mentre contemplava il cielo stellato notturno, quale fosse la sua strada), fu il silenzio ovvero una certa taciturnità (e come abbiamo detto fu questo un suo tratto caratteriale); ma coltivò la parola, da poeta, in segreto, e nell’esercizio professionale.
Il paesaggio ameno di Todaro, che è anche quello che linguisticamente assomiglia alla musica di Verlaine, fu il suo paesaggio dell’anima. Un paesaggio spesso senza connotati topografici precisi. Un paesaggio ferito. Un paesaggio contemporaneamente ameno e cupo. Di fronte ai suoi paesaggi ameni, Todaro ammoniva come non bisognasse “credere che tutto sia apparenza”: quindi, la sua apparente amenità era, di fatto, oscurità, annebbiamento; e se non assenza, quanto meno insufficienza di luce.
Todaro non fu poeta dell’amenità serena e quieta, come quella di Virgilio e Teocrito; fu poeta di un’amenità tragica. Laddove il paesaggio ha connotati fisico-geografici più dettagliati ci sono colori, suoni, sapori e umori siciliani e mediterranei; laddove interpella il succedersi delle stagioni e dei giorni per capire ciò che quel mutare e quella successione di giorni, anni e stagioni gli scatenassero dentro, a livello poetico-emozionale, il suo paesaggio è anonimo. La sua osservazione del paesaggio ameno, comunque, fu un’osservazione-rappresentazione dolente.
Quando parla di giornate piovose e uggiose sembra che sia una pioggia tutta mistrettese: quella che conosciamo noi, a gennaio e a febbraio, la quale, oltre a essere fenomeno meteorologico, è causa di una sorta di malessere dell’anima, una specie di metereopatia mistrettese. Quando parla di sole e stagioni calde il riferimento geografico-topografico non è mistrettese-nebroideo, bensì quello licatese, cioè quello della città natale.
In questa non amena amenità paesaggistica, interiore e esteriore, c’è il controcanto dell’amore. Le poesie di Todaro sono poesie d’amore. In Todaro l’amore è accompagnamento che suona in chiave di basso. Non è amore lieve e ameno: è amore grave. Se l’amenità del paesaggio è riflesso dell’amenità dell’anima è vero anche il contrario: il paesaggio dell’anima cupo, quasi scuro, anche grigio, greve e grave rispecchia la non amenità del paesaggio fisico. In questo rispecchiamento reciproco, se il paesaggio dell’anima è inquieto e scuro allora l’amenità del paesaggio fisico è come un punto di fuga: dalla camera oscura alla camera chiara, dalla non-amenità interiore all’amenità esteriore, la quale dovrebbe diventare medicina e cancellare ciò che dentro ameno non è.
Anche l’amore non è ameno. E’ amore amaro. Dentro quel paesaggio, l’amore è croce, ma è anche delizia. La stessa delizia che Todaro trovava nell’amenità delle sue poesie, nella musicalità del francese e nei suoi paesaggi esteriori.
Non c’è un contrario netto della parola amenità, mentre i sinonimi sono parecchi. Un sinonimo di amenità è anche, addirittura, stupidità. Ma il vero contrario di amenità non c’è. L’ameno, comunque, non è triste. Non è la tristezza il contrario di ameno. L’ameno è lieve e non è grave. L’ameno, nel senso di Todaro, non è sciocco. L’ameno è vago, sottile, indefinito, impalpabile, leggero. L’amenità non è oscurità. Le poesie di Todaro, scritte sull’onda di una sostenibile leggerezza dell’ameno o dell’amenità, sono tuttavia scritte sotto il registro estetico dell’amenità amara, oscura e pesante: una triste amenità…
Non sono frasche secche. Sono frasche ancora verdi, non arse e neppure aride, né da bruciare; sono delizie orali e verbali, sorbetti al limone: dove ci sono, come negli amari amaricanti della vita, tre punte di amaro amore amaro e una punta di amenità. Amenità, dunque, scritte per diletto, con l’amaro in bocca…
L’amaro amore pesa. L’ameno è volatile. L’ameno è il sogno visto di fronte. Il sogno che svanisce è l’amenità che viene meno e si dissolve. L’amenità che si spegne diventa amara/amarevole. Le luminose/oscure amenità di Todaro, non prive di ombre, la cui luminosità non è abbagliante, per queste ragioni, sono, dunque, levia gravia: appaiono lisce, scivolose e musicali, e, al tempo stesso, sono gravi e pesanti, a volte anche aspre, come il sapore del limone. I limoni hanno un colore che è la fotografia-sinestesia dell’ameno amaro e dell’amaro giallo…
Presentate, dunque, come amenità, ovvero nūgae, cioè inezie, bagattelle, quisquilie, bazzecole, quasi sciocchezze, cose da nulla, frivole nullità, leggere e vuote, cioè altresì scherzi e schizzi poetici che valgono uno zero, di contro, nonostante la modestia caratteriale che segnò il fare, lo stile e la persona, hanno alcunché di denso, intenso e corposo. I poeti, di solito, minimizzano il loro fare poetico e non sarebbe accettabile da parte loro la spocchiosa affermazione che le loro composizioni sono le migliori del mondo.
Lo stesso fece Todaro. Minimizzò, tagliò, scelse la sobrietà, fu controllato e frugale nello scrivere; non fu un incontinente verbale; misurò e controllò i versi, consapevole che la categoria estetico-filosofica dell’amenità non può essere priva di moderazione e moderatezza (anche nello stile), misura, freno e prudenza, autocontrollo, equilibrio interiore, nonché estetico.
Questo equilibrio è fatto di bilanciamento dei toni, di armonia e simmetria.
Le crepuscolari amenità di Todaro non hanno sbavature di stile. Non disperdono e non si disperdono. Non debordano e neppure tracimano dalla dimensione dell’amenità, sia essa pure un’amenità ambigua e non solo fatta di chiarità, verso l’angoscia devastante.
In questa chiarità oscura s’innesta lo spleen baudleriano di Todaro, quella forma particolare di disagio esistenziale, che si tradusse -a livello espressivo- in una fertile  creatività poetica, capace di oggettivizzare le sensazioni e gli stati d’animo in numerose immagini visionarie, prodotte quasi da uno stato di sonno-veglia. Lo spleen è altresì una particolare caratterizzazione dell’inettitudine, che indubbiamente include elementi di debolezza psicologica e di mancato adeguamento al reale, ma che -a differenza della noia leopardiana- non produce argomentazione e pensiero, riflessività sulla condizione umana, ma si gioca tutta, a livello poetico-artistico, nella resa espressionistica degli effetti devastanti e a volte allucinatori dell’angoscia esistenziale oppure, come nel caso di Todaro, nell’amena e scura tristezza delle sue poesie.
In Todaro c’è il “male di vivere”; c’è melanconia, ma non c’è angoscia che distrugge; c’è il sentimento dell’essere inadeguati alla realtà; c’è la senzazione che il tempo è erosione e non bisogna perdere la gioia dell’istante; c’è la concezione che la vita è niente; c’è l’idea che nel mondo c’è l’imbecillità degli imbecilli; c’è la lucida certezza che esistere è il piacere degli inganni, che vivere non è altro che senzazione, che la vita è anche assurdo, e che, comunque, alla fine, ma proprio alla fine, c’è spazio per una speranza, quando di ogni speranza è rimasto lo zero assoluto… “…e ti dimeni a cercare la rosa come se il mondo/possa essere un’altra cosa”: altra cosa di che? Altra cosa dell’assurdo o del non-assurdo? E’ qui che s’innesta una ricerca della verità, altrimenti detta divino verbo/da vili sofisti calpestato. Al Dio della verità, che altri calpestano, Todaro rivolge questo quesito: “la tua terra è un dono o un inferno?/ Umanità, chi, che cosa ti governa?”
Tra il niente (le néant) e la bêtise (la bestia o l’imbecillità), dove collocare la bussola: in senso orizzontale o in senso verticale? Verso l’immanente, che dura poco, e che anche politicamente non ha valore né prospettive di speranza, o verso il trascendente, che, comunque, nelle poesie di Todaro sembra esserci?
L’assurdo di Camus e Sartre, che fanno capolino in Todaro (nei suoi morceaux, pezzi, frammenti, bocconi di saggezza), non conducono direttamente alla nausea e neppure al nichilismo della morte di Dio.
In Todaro ci fu anche Gesù e la sua storia: in un passaggio quell’incontro diventò preghiera alla Madonna. Ma scriverà altresì che “non bastano le preghiere ad aprire alla speranza”.
“Là dove tu sei, sai di un Cristo risorto” -scrisse-; “quando si spegne una candela, accendine un’altra: è la luce che devi rincorrere…”.
Questa luce può spegnersi: Dio può non esserci; e, a un certo punto, si legge che, senza amore, anche Dio è morto: “la sua assenza morte permette al mare”, ma “il rimedio non è il pianto”, il piangersi addosso, bensì una specie di insistenza a volere bene, a volersi bene, amare…
L’amore,  come ultima spiaggia, può esserci rapito: “la fanciulla che amavo, un angelo l’aveva presa…”.
In Todaro c’è un dare e un togliere, un concedere e un negare, un mettere e un levare, un cucire e uno strappare.
Ci sono speranza e non speranza. In questa regione mediana tra speranza e sua assenza, la natura partecipa di questo ottimismo del cuore non privo di pessimismo della ragione. In Todaro ci fu il divorzio tra ciò che lo spirito desidera e vagheggia e ciò che il mondo delude e tradisce. L’assurdo non è assurdo totale. C’è una chiara e distinta lucidità della ragione, che non si fa incantare dalle illusioni facili… Nelle amenità di Todaro c’è questa lucidità: la lucidità delle delusioni. Forse, questa lucida dispersione delle speranze va collocata nel periodo della malattia, allorché sentì il momento in cui il sipario si chiude e “i lucidi attori della commedia” umana stentano a vedere i colori dell’amenità. In quella fase, intravide il “colore bianco del mantello della morte”, che qui non ha un colore nero, e il colore dell’altro mantello, quello iridato di chi della vita è innamorato e “a cui non si addice il colore del lutto…”.
Todaro non amò Sorella Morte, non ne amò lo spettacolo e la messinscena: in una poesia, scritta forse dopo un viaggio in Spagna, dice di non aver trovato piacevole, quindi non ameno né dilettevole, lo spettacolo nella corrida.
Solo quel popolo “che spesso sa d’ignoranza” applaude il matador. Todaro ammonisce che non si dovrebbe morire tra gli applausi: neanche le bestie…
“…non canto più -scriverà- ascolto in te il mio silenzio e m’innamoro/andiamo mio piccolo somarello/tu con il tuo raglio/io con il mio silenzio…”.
Qui, non senza amara ironia, definisce i suoi versi come un ragliare d’asino:  e per non stonare e stordire, sceglie il silenzio. E, nonostante la stanchezza esistenziale e fisica, dirà che non “bisogna bruciare i sogni”; che occorre camminare, che ci sono “cavalli in libertà che non diranno mai siamo stanchi”, e che “se amore governa il tuo/nostro soggiorno una luce eterna è dietro l’angolo…”: quella luce, però, può spegnersi: difatti, “un vento di scirocco può accompagnare una bara…”.
Dobbiamo trovare una conclusione, almeno provvisoria: la verità di una nuova primavera, che abita nell’interiorità, cioè nel cuore di chi la cerca, ovvero nel battito del tuo/nostro cuore, sta nell’amore, nell’istante di un amore che dura un istante (e non è solo un gioco di parole)…
Nella sfera di questo amore ci fu quello filiale e materno. Della madre scrisse di sentirla vivente “in un angolo di paradiso”. La poesia alla madre comincia con due sinestesie: fenomeno per cui una sensazione corrispondente a un dato senso viene associata alle rappresentazioni di un altro senso. L’immagine della madre è figura sonora, direi musicale: di lei, difatti, richiama i suoni rotondi e caldi della voce femminile; sono i suoni di una donna che nascose il proprio pianto ai figli, che ascoltò il silenzio (un altro ossimoro), e che ebbe una sola canzone: la canzone di chi ascolta; chi ascolta, di solito, non canta: Todaro, invece, dice che quell’ascolto fu musica… Direi che questa immagine della madre come musica è bellissima.
Credo che chiunque pensi alla propria madre che non c’è più, lo faccia in chiave di musica, di sonorità ovvero di forme acustiche, di risonanze…
Nelle poesie di Todaro, che stanno tra amenità e gravità, come stanno tra silenzio e parola, l’autore scelse entrambi. Tra la sua croce personale e la croce storica ed epocale di Cristo (“nel mondo che ti ha condannato sono vissuto”), anche qui scelse entrambe: quella croce, a un certo punto, gli risulterà come meta, obiettivo, percorso, sentiero…
Le poesie del professore Gaetano furono e sono, dunque, questa specie singolare di grave amara amenità leggera.
Furono una sorta di francescana perfetta/imperfetta letizia per chi le scrisse; stessa perfetta/imperfetta letizia trasmetteranno a chi le ha conservate, a chi ha deciso di ripubblicarle, a me che le ho scoperte…e a chi le rileggerà…”

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Sebastiano Tatà Lo Iacono


Gradevole  è stata la lettura delle poesie da Marianna visibilmente emozionata:

A MIA MADRE

Non so da dove venivano fuori

Quei suoni rotondi e caldi.

Amava salutare il nuovo giorno con il canto.

A noi piccoli nascose sempre il suo pianto.

Non guardò mai una data, un calendario.

Quando fummo grandi ci ascoltò ad uno ad uno,

come unica musica della sua amata canzone.

LA BARCHETTA
L’avevo lasciata là                                                             

la barchetta,

tra i giunchi e il dolce canneto.

AL RITORNO DAL VOLO

sciolsi la cima

e al nulla del cielo

al mare l’affidai. 

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Nella Seminara ha concluso i lavori con un piccolo personale commento. “Cari amici il mio invito è quello di leggere le poesie di Gaetano dalle quali ciascuno di noi potrebbe trarre riflessioni personali. Amore, fede, dolore, gioia, tristezza, nostalgia, speranza, malinconia sono stati d’animo che hanno accompagnato Gaetano Todaro nella sua vicenda personale. “Fai il tuo cammino e non guardare indietro; / potresti perdere la gioia dell’istante”.
Raccolti in un diario personale, i ricordi, le riflessioni sono diventati sorgente di ispirazione per l’uomo, per il poeta che, con pudore e con intelligenza, ha aperto il suo cuore, si è lasciato scrutare dentro.
Nella poesia Gaetano aveva cercato la lettura del mondo e della vita ricevendo da essa gran conforto alla sua immensa, ma dignitosa sofferenza. “La sera allo spuntar delle stelle ,/ levo le mie preghiere a Dio; / Pace chiedo per il mondo ,/ Per me, qualche primavera ancora”.
 E così ha espresso anche l’amore per la Natura: “E’ bella la natura ,/ come di sirene il canto; / Fiori, campi, stelle / In cielo tante ,/ Un tuffo nel mio mare ,/ D’assurdo, la vita piango”.
Esattamente un tuffo nel suo mare, nel mare di Licata.
Sono versi bellissimi, originali, profondamente ispirati, che dipingono, con veloci pennellate, stati d’animo di fiducia in sé e, nello stesso tempo, di sfiducia. “Non chiedere al cielo; / Esso rimarrà sordo; / Non chiedere alla gente ,/ Ognuno ha i suoi problemi. / Il vero che cerchi è il battito del tuo cuore”. Chi ha avuto la fortuna di conoscere Gaetano, ricorderà sicuramente lo sguardo acuto, intelligente, penetrante, buono, il sorriso amichevole, l’uomo gentile, perbene, retto, il professore amabile e amato, capace e sensibile. Ha insegnato per qualche anno anche a Licata, anche se poi è ritornato a Mistretta con la famiglia per accontentare il nonno materno e le  sue nipotine che mal sopportavano la lontananza. Aveva una metodologia chiara, operativa, essenziale, opportuna e una notevole disponibilità all’ascolto e al dialogo con i giovani che lo apprezzavano, gli volevano bene, lo rispettavano. Il suo rigore, il suo essere esigente, preciso, puntuale, non pesavano. Fu d’esempio a tutti coloro i quali lo frequentarono.
Anche io ho apprezzato in Gaetano quella sensibilità che gli ha permesso di rivelare l’amore per la Natura e per Gesù. “Oggi, Gesù e la sua storia sono il faro della mia vita / La Madonna mi accompagni a lenire il mio dolore. / Vado via ./ Benedico i miei amori”.
Vorrei rilevare l’aspetto intimistico delle poesie che Gaetano ha concepito non certo per essere pubblicate, ma, forse, solo per rimanere chiuse nello scrigno del suo cuore e là gelosamente custodite per sempre.
Alla fine Nella Seminara ha ringraziato tutto il sodalizio della Società Operaia per l’ospitalità, i relatori, Angelo Bellomo, la signora Maria Grazia Lo Iacono e le figlie Jessica, Marianna e Olga per avere fornito il testo delle poesie, la numerosa platea. Gli applausi sono stati molto calorosi.

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Sabato 8 marzo 2008 “AMOENITATES” ,il libro del prof. Gaetano Todaro, era stato presentato anche a Licata, nella sala di rappresentanza della Banca Popolare Sant’Angelo sita in Corso Vittorio Emanuele.
L’amico Sebastiano Insinga ha letto alcune poesie tratte dal libro “Amoenitates”.

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Il tavolo dei relatori

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                                                        Il signor Angelo Bellomo che ha sponsorizzato la pubblicazione del libro

Ha accolto i presenti, dando loro il benvenuto, il vicedirettore dott. Carmelo Ganci.

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Ha relazionato la prof.ssa Bruna Montana Malfitano, allora dirigente scolastica del liceo “V.Linares”.
Ha descritto il tratto umano dell’autore scaturito dalla lettura delle poesie. Le sue parole: ” Tutta la raccolta, complessa nella sua apparente semplicità, delinea un territorio lirico che si arricchisce via via di nuovi significati. E’ quasi una meditazione a mezza voce di un io che, pur riconoscendo l’inafferrabilità degli eventi, si muove nella piena accettazione della fine unica, vera, rigogliosa radice, da cui possono generarsi fiori del bene. I sentimenti sono come i fiori,/ Se ben li coltivi ti daranno amore. Valori ed essenze, semplicemente, senza pretese, dalla sensibilità del poeta vengono incanalati lungo una soglia dalla quale si possono riprendere piccoli pezzi di storia personale in una semantica di oscurità e di luce. “Quando si spegne una candela / Accendine un’altra ./ E’ la luce che devi rincorrere”.
Il dolore porta in sé il doppio segno della paura e della speranza, mentre il confronto con le difficoltà della vita esce dalla dimensione individuale di dramma privato e acquista connotazioni collettive, affilandosi nell’unica luce possibile, quella dell’amore: un amore totale, devoto, vissuto e rielaborato, con taglio sempre nuovo, anche perché, nella sua sete di comunione, assume una forma aperta che consente al lettore di avvicinarsi. “Non bastano più le mie preghiere / Né la mia sofferenza / Ad aprirmi il cuore alla speranza ./ Cadde l’illusione di sogni aperti all’amore”. Rimane, tra le schegge dell’interiorità, un sentimento di privazione, uno stato di morte  in -vita con tutto il suo bagaglio di dolore per la separazione da tutto quanto è stato amato. “Chiuso si è ormai il sipario . / Lucidi attori, della commedia della vita / ne lessero i colori. / Arcobaleno in te ciascuno cercò amore!”
A volte Gaetano muta il vuoto in pienezza, l’assenza in presenza, il buio in luce. E’ un conoscere soffrendo che prepara un tempo più ampio, è un concentrarsi dell’anima per aprirsi e dilatarsi fino alla misura divina. “Io con il manto bianco, morte mi chiamo”…. “Io con il manto colorato, la danza della vita voglio celebrare. /  Se tra i due mantelli devo scegliere / Sceglierò quello colorato; / Il lutto non si addice a chi è innamorato della vita”.

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Il prof. Emilio Nogara ha parlato della giovinezza sua e di Gaetano, dei loro giochi d’infanzia abitando entrambi nel quartiere della Marina. Il giovane è divenuto adulto. Leggendo le  poesie ho constatato in Gaetano questa riflessione: un insieme di speranza e del contrario di essa, su se stesso, sulla vita, sulla coscienza del suo stato. “Chiudi il quaderno, /  il quaderno della vita! / È vita da ripescare ,/ I ricordi, i sentimenti, un cuore che batte / un fiore morto, suoni sincopati. / Quanto di nuovo hai visto sono immagini tanto amate”. Ciao Gaetano.

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Il prof. Francesco La Perna, attento studioso della storia di Licata, ha detto:” Non ho conosciuto personalmente il prof. Gaetano Todaro, ma è stato sufficiente leggere con attenzione e con piacere le sue liriche comprese nell’antologia che lui ha intitolato Amoenitates per capire il valore di questo uomo. Le sue liriche sono una più bella dell’altra, una diversa dall’altra, costruite con versi liberi, ricche di sincera ispirazione.

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Alcuni alunni del liceo, guidati dalla regista teatrale Luisa Biondi, hanno recitato buona parte delle poesie.

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 Marianna Todaro ha letto la poesia:

LIEVE SI APRE IL GIORNO

Lieve si apre il giorno, lì da levante;

Notte va via portando i nostri sogni bianchi.

Spengono le luci le azzurre stelle mai stanche.

Dei suoi raggi bagna il sole la dolce campagna,

Mentre colorati uccelli,

Con il loro canto,

Invitano il mio amore a non più dormire,

A rallegrare, con rinnovato sorriso, il verde campo.

Pastorella mia, musica, vita, è già la valle. 

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La signora Maria Grazia Lo Iacono ha letto la poesia in lingua francese:

IL NE FAUT PAS PENSER

Tu aurais du mal au coeur .

Il ne te resterait que solitude.

Si j’étais un enfant

Je saurais que faire ;

Mais à cet âge

Tout engagement est banni.

Sauve-toi,mon enfant,

Et ne sois pas pressé

A cuellir la rose de tes espérances

A ce monde ne jamais manqué la médisance.

Mon enfant,si tu veux grandir

Apprends bien comme dans ton enfance

à faire usage d’une très bonne balance.

NON BISOGNA PENSARE

Non bisogna pensare,

Avresti male al cuore.

Non ti resterebbe che solitudine.

Se io  fossi un bambino

Saprei cosa fare;

ma a quest’età

ogni impegno è precluso.

Salvati, figlio mio,

e non avere fretta

di cogliere la rosa delle tue speranze.

A questo mondo

non manca mai la maldicenza.

Figlio mio, se vuoi crescere,

Impara bene, come quando eri piccolo,

a usare un’ottima bilancia.

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 Il libro è stato distribuito gratuitamente a tutti i presenti sia a Mistretta sia a Licata.

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Nella Seminara, a conclusione della cerimonia, ha ringraziato: la Banca Popolare Sant’Angelo per l’ospitalità, i relatori, il signor Angelo Bellomo, i familiari del prof. Gaetano Todaro per avere fornito i testi delle poesie, la numerosa platea.

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 Gli applausi sono stati scroscianti. I saluti cordiali e calorosi.

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   Biografia: Gaetano Todaro nasce a Licata il 01/01/1939 nella zona del porto.

30 Todaro Gaetano ok

Sin da piccolo, è innamorato del suo mare e della sua città. A Licata frequenta tutte le scuole fino al liceo. Dopo il conseguimento del diploma di maturità, s’ iscrive al corso di laurea in Filosofia a Palermo, ma, per problemi economici, interrompe gli studi per recarsi a Parigi in cerca di lavoro. Qui divide il suo tempo: di giorno lavora in una cartiera, di sera insegna italiano all’Istituto “Dante Alighieri”.
L’esperienza parigina è fondamentale per avergli fatto acquisire una profonda conoscenza della lingua e della cultura francese.
In seguito, dopo un breve soggiorno in Germania, dove lavora da operaio in una fabbrica, come tanti altri emigrati italiani all’estero, mette da parte un po’ di soldi e ritorna in Sicilia.  Riprende gli studi universitari interrotti.
Esperto, ormai, in lingue straniere, s’iscrive alla facoltà di Lingue e Letterature Straniere presso l’ateneo di Catania dove si laurea brillantemente, nel tempo record di quattro anni, discutendo la tesi sul critico letterario francese Paul Borger.
Abilitatosi all’insegnamento della lingua e della letteratura francese, ottiene la cattedra a Chiavenna, in Valtellina, dove insegna per un intero anno scolastico.
Ritornato in Sicilia, insegna per due anni ad Enna e, infine, al Liceo “Alessando Manzoni” di Mistretta.
A Mistretta, dove si è fermato, insieme alla sua famiglia, ha operato sino alla fine della sua carriera.
Purtroppo, proprio quando avrebbe voluto gustare la pensione, per dedicarsi serenamente alla famiglia e all’otium letterario, un terribile e implacabile male lo colpisce alla laringe. Lo priva dell’uso della voce.
Dopo estenuanti terapie, affrontate con pazienza e coraggio, il cinque giugno del 2005, all’età di 66 anni, Gaetano si arrende alla morte.
Aveva cercato nella poesia la lettura del mondo, della Natura e della vita ricevendo da essa gran conforto alla sua immensa, ma sempre dignitosa sofferenza.

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