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gen 28, 2019 - Senza categoria    No Comments

DIALOGO “ COMUNIONE D’AMORE FRA MARIA E GIUSEPPE SPOSI DI DIO – Benedictus fructus ventris tui” DEL PROF. VINCENZO SCUDERI

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Sabato, 26 gennaio 2019, alle ore 19:00, la chiesa Santuario di Sant’Angelo, sita nell’omonima piazza a Licata, è stata teatro di un importante avvenimento religioso.

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Infatti, con una notevole cerimonia, è stato rappresentato il dialogo “Comunione d’Amore fra Maria e Giuseppe Sposi di Dio - Benedictus fructus ventris tui” tratto dal libro del prof. Vincenzo Scuderi, edito da Youcanprint.
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Ha introdotto l’evento la signora Maria Bernasconi:”Amici carissimi per la terza volta consecutiva mi pregio di presentare un altro scritto del prof. Vincenzo Scuderi che ci sta abituando a sentire parlare e a ragionare i grandi personaggi della nostra religione. Come se parlasse un qualsiasi essere umano con i suoi pregi e le sue debolezze.

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Maria Bernasconi

In occasione delle Festività cattoliche che si celebrano nel mese di Gennaio, proprio in questa settimana si ricorda lo Sposalizio della Beata Vergine Maria con San Giuseppe”. 
Per questo motivo è stato presentato il dialogo immaginato tra Maria e Giuseppe, sposi di Dio tratto dall’omonimo libro del prof. Vincenzo Scuderi dal titolo “Comunione d’Amore fra Maria e Giuseppe Sposi di Dio - Benedictus fructus ventris tui”.
Gli interpreti, cioè le voci che hanno dato vita a questi personaggi, sono stati: la dott.ssa Maria Grazia Cimino che ha dato la voce a Maria, il rag. Arnaldo Zambetta, che ha dato la voce a Giuseppe, il prof. Gaetano Truisi, che ha dato la voce all’angelo Gabriele dell’Annunciazione , il preside Buccoleri Maurizio, che ha dato la voce a Gesù.
La signora Maria Bernasconi ha ampiamente illustrato il significato della rappresentazione e la personalità sensibile e creativa dell’autore che, pur in presenza di due personaggi mistici, Maria, di eccelsa santità, e il patriarca Giuseppe, ha voluto evidenziare il carattere prevalentemente umano, quello più vicino alla nostra natura.
Inoltre, ha spiegato l’origine del libro “Comunione d’Amore fra Maria e Giuseppe Sposi di Dio”:<< Di certo non c’è amore più grande, completo, di quello, di una donna, di un uomo, verso Dio, perché è quello che appaga, che sazia, disseta, nella maniera più totale e assoluta. Il libro tratta dell’Amore di Maria madre, vergine e quello di Giuseppe, sposi, consacrati all’Altissimo. Incuriosito dalla figura silenziosa di Giuseppe, uomo buono, mite, prudente, l’ho immaginato in un dialogo ideale, proprio con Maria. I Sacri Testi poco trattano del padre putativo di Gesù, tantomeno dell’amore verso la sua promessa sposa Maria.
I dubbi iniziali vissuti interiormente sono immaginati in questo volume, così come i dialoghi con Maria, dopo l’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele.
Ho voluto rendere evidente la profonda sintonia di sentimenti umani e divini tra i due, la piena accettazione alla devozione, al completo affidamento reciproco, ma principalmente alla suprema volontà di Dio.
Dialogo prevalentemente umano, senz’altro di comunione, di tenerezza, nella piena fedeltà del corpo come dell’anima, dello spirito, che contiene un’essenza comune, forte e inesauribile: l’Amore totale per l’Altissimo
>>.
Dopo il breve, conciso e significativo saluto iniziale di padre Angelo Pintacorona, rettore del Santuario di Sant’Angelo, che si è soffermato principalmente sulle figure di Maria e di Giuseppe, che si è congratulato con l’autore sul tema trattato, che ha parlato del  valore della famiglia unita,

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Maria Bernasconi-Can. Angelo PIntacorona

 la signora Bernasconi ha invitato il  prof. Vincenzo Scuderi a illustrare i motivi che gli hanno suggerito di scivere il dialogo fra Maria e Giuseppe:

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 Maria Bernasconi-Vincenzo Scuderi

Sono delle riflessioni personali che mettono in evidenza le figure di questi due personaggi portanti dei Vangeli: di Maria e di Giuseppe. Ho voluto fare uscire dall’ombra la figura di Giuseppe perché incuriosito proprio da questo personaggio che, nei Vangeli, dice poche parole ed è posto in secondo piano.
Gli ho dato voce!
Egli esprime nel dialogo le Sue perplessità, i suoi interrogativi.
Nel Suo ruolo, importantissimo, insieme alla venuta di un Dio che si fa carne, che diventa verbo, porta la Parola.
Spesso, perché io Lo vedo dal punto di vista umano, non certo teologico, perché non sono un teologo, Gli faccio esprimere quelle che sono le sue sensazioni umane, i suoi interrogativi, le sue perplessità.
Pur essendo un uomo dedicato e consacrato a Dio come Maria, Egli esprime le sue perplessità alla sposa stessa e da Lei, da Maria, ne trae conforto, anche se il conforto gli viene principalmente da Dio.
Però, essendo umano, mentre Giuseppe è diventato santo per le sue virtù in terra, Maria è santa per eccellenza, perché così concepita: pura e immacolata.
Di conseguenza, l’elevatezza, la santità di Maria sono superiori.
Proprio per questo motivo la rappresentazione è iniziata con il dialogo dello spirito di Maria che si rivolge a Dio e parla con Dio.
Subito dopo segue questo dialogo tra i due sposi.
Alla fine c’è il trapasso di Giuseppe.
Giuseppe aspetta il figlio.
Il figlio arriva e lo conforta”
.
La signora Maria Bernasconi ha dato la voce agli interpreti.
E’ stata Maria Grazia Cimino ad iniziare il dialogo di Maria con l’Altissimo: “ Signore, mio Dio, non so cosa offrirTi stamattina oltre l’anima e il mio spirito ch in Te gioiscono e già possiedi interamente!
Adesso Ti devo confidare una mia insensata follia d’amore ..
Ho inventato un nuovo dono, come se fosse un gioco, anche se misero.
Vedrai Ti piacerà mio Signore!
Però non sorridermi se lo troverai sciocco come di certo sono io ai tuoi occhi.
Ne sarai contento.
Ecco adesso guardami…
Rimarrò senza respirare per qualche istante.
In questo modo i miei aliti che non emetterò, li donerò a Te e poi, dopo che finirò di resistere, assieme, sorrideremo per questa mia infantile donazione della mia miseria.
Se potessi aprire il mio cuore, vedresti quanto amore fuggirebbe dal mio corpo per restare, per gioire unicamente ai tuoi piedi a contemplarti e a vivre dello splendore del tuo sguardo d’amore!…
Mio amato Creatore t’accorgi come sono insensata…?

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Maria Grazia Cimino

E’ stato Gaetano Truisi a dare la voce all’Arcangelo Gabriele: “Il tuo volto, Maria, di una luminosa miracolosa, stupirà le genti che a Te si rivolgeranno pietosi e Tu le accoglierai dal tuo trono di Donna eletta e benedetta.
Non basteranno davvero i cieli a contenere le frasi d’amore e di virtù.
Iddio ti ha voluto madre della seconda persona della Santissima Trinità.
Sento una voce soave che mi delizia l’anima!
Sei forse Tu mio Dio…?
“Santa di Dio, Tu stessa eletta a divinità nella completezza della tua anima e del corpo.
Il Creatore ti sta ascoltando!… di Dio, umile creatura.

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Gaetano Truisi

E’ stata la voce di Maria Bernasconi fuori campo:” Eccola Maria, pronta a disporsi davanti alla finestra per riprendere il ricamo.
Era allegra la giovane e, come suo solito, riprendeva intenta il suo cucito e, sotto tono, iniziava a canticchiare come se lo facesse con la sua anima…”

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Continua l’Arcangelo Gabriele: ”Tu Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere conte Maria come tua sposa perché, certo, ciò che è stato generato in Lei viene dallo Spirito Santo, ma ella partorirà un figlio e tu gli darai il nome Gesù perché sarà Lui a salvare il suo popolo dai suoi peccati (Matteo 1,18-24) “.
E’ stato Arnaldo Zambetta a dare la voce a Giuseppe: “ Sono confuso, disorientato…
Forse perché mi sento principalmente indegno e, per questo, incapace di interpetrare il vero significato.
Un umile artigiano come me sa solo amare con tutta la forza del corpo e della sua misera vita! Mente.
So soltanto che tu…sei per me la realtà più bella accaduta.
Tu sei la santificata…
Vorrei avere la tua purezza d’animo.
So che non potrò mai spiegarmi il mistero di Dio, anche se lo accetto pienamente con l’anima.
TI accorgi Tu  stessa, Maria, come sono semplice, mediocre; un uomo davvero ignorante, capace di contenere dentro il piccolo cuore spaurito e sbigottito solo una piccola parte di quel bene di Dio.
Tu, invece, lo possiedi interamente.
Lo scorgo chiaramente nei tuoi occhi sempre ridenti e gioiosi il tuo amore per nostro Signore.
Lo considero questo tuo legame con Dio il mio tesoro inestimabile,irrinunciabile…”
Grazie, dolce adorata mia sposa.
Con queste tue affettuosità mi compensi di ogni inganno della mente. Mentre il cuore, ora lo so, t’appartiene perché ha riconosciuto in Te la compagna benedetta da Dio. Quello che ti dico, mia amata, non mi viene solo dal cuore, ma me lo detta il Signore.
Anch’io lo ripeto: <<Benedetto il frutto del tuo ventre, o Maria
>>.

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Arnaldo Zambetta

Maria Bernasconi, inoltre, è spesso intervenuta nel dialogo come  voce fuori campo: ” Arrivò il momento della dipartita del patriarca Giuseppe, uomo consacrato al servizio di Dio, reso santo dall’esercizio delle sante virtù in terra.
Recitava le preghiere della buona morte e non si stancava d’invocare la protezione di Dio.
Nella lucidità della mente invocava continuamente il nome, l’aiuto di Maria e, come padre putativo, attendeva fiduciosamente dl suo amato figliolo Gesù
”.

 

 

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E’ stato Maurizio Buccoleri a dare la voce a Gesù che conforta:” Giuseppe, padre mio dorato, mi senti?
Sono arrivato adesso.
Per te…
Sono tuo figlio Gesù e ho fatto presto…più che ho potuto!
Ora sono qui al tuo fianco per darti il sollievo che mi hai chiesto e tanto implorato. Mi vedi?
Non avere timore di nulla perché il Signore è con te, per ricompensare con la tua Santa compassione la tua obbedienza. Tramite la tua parola vuole benedirti  perché di te si è compiaciuto per la vita improntata sulla fedeltà e sulla dedizione incondizionate. I figli sono sempre accanto al padre quando il genitore soffre ed io, per questo, sono con te, per darti la serenità che cerchi, quella che vuoi e che brami prima di vedere il volto vero, santo di Dio.     

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Arnaldo Zampetta- Maria Grazia Cimino-Maurizio Buccoleri

 

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Alla fine della cerimonia, l’Ispettrice Annalisa Cianchetti ha letto i brani che celebrano un’invocazione a San Giuseppe e che sono inseriti nel libro.

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Annalisa Cianchetti

 

 

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Ho trascritto solo piccoli pezzi del dialogo tra Maria e Giuseppe invitando tutti alla lettura integrale del testo.
Il dialogo fra Maria e San Giuseppe, condotto magistralmente dagli attori, che hanno dato dimostrazione sia della loro sensibilità per il tema evangelico, sia della bravura nell’interpretazione dei personaggi,  è stato molto apprezzato dai presenti come hanno dimostrato i loro calorosi  applausi elargiti con espressa gratitudine.

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Visibilmente commosso ma compiaciuto, il prof. Vincenzo Scuderi ha ringraziato gli intervenuti ricevendo complimenti e abbracci affettuosi e sinceri.
Straordinario è stato l’omaggio floreale!

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Il prof. Vincenzo Scuderi, nato a Ramacca il 15/08/1946, risiede a Licata da molti anni dove ha svolto il suo lavoro di valido e apprezzato docente presso L’I.I.S.S. “Filippo Re Capriata”.

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Inoltre, già dottore commercialista e revisore contabile, oggi si dedica ad altre.
E’autore di numerose opere letterarie conosciute in varie città della Sicilia, dell’Italia, dell’Europa e anche di terre straniere.

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La sua produzione comprende: romanzi, fiabe, filastrocche, novelle.
Nel settimanale OGGI del 3 agosto 2017 è stata pubblicata una sua novella dal titolo: “Il colore della luna”.
Ha pubblicato articoli su Riviste per professionisti di contenuto giuridico-contabile-fiscale.
Amante dell’arte e della pittura, ha organizzato quattro mostre personali esponendo le sue preziose opere. Infatti, la copertina del libro “Comunione d’Amore fra Maria e Giuseppe Sposi di Dio” è una sua creazione.
L’amico Vincenzo è una persona aperta, socievole, detentore di molti valori umani e sociali che io, personalmente, stimo molto.
Grazie Vincenzo!

 

 

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gen 23, 2019 - Senza categoria    No Comments

LE STRADE INTITOLATE A TRE IMPORTANTI DONNE A MISTRETTA

 Anna Salamone, Maria Lo Iacono, Maria Messina sono le tre importanti donne alle quali la commissione toponomastica di Mistretta ha intitolato le strade.
ANNA SALAMONE, figlia di Gioacchino Salamone e di Angela Cannata,  sorella di don Vincenzo, era una nobildonna nata a Mistretta il 12 febbraio 1845.

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Di carattere mite e di spirito caritatevole, fu educata dalla madre fin da giovane ad un’ osservante educazione cattolica.
Impegnata, insieme al fratello Vincenzo, partecipò a diverse iniziative benefiche verso i più bisognosi: dal sussidio degli indigenti alle cucine per i poveri.
Un impegno che continuò!
Prelevandola dal suo patrimonio, il 15 febbraio del 1905  Anna  donò la cospicua somma di 30.000 lire all’ospedale SS.mo Salvatore di Mistretta affinchè potessero realizzarsi sostanziali opere di ammodernamento ed adeguamento professionale salvandolo dal declino.
Con questo denaro ha permesso anche agli infermieri specializzati del Nord di operare nell’ospedale principalmente nel reparto del punto nascite.
Dal settimanale “La Montagna” si evince che la mortalità infantile allora fu ridotta del 20% conseguendo il primato in Italia.
La lapide, custodita nella chiesa di Maria  SS.ma del Rosario, ricorda la benefattrice Anna Salamone che nel 1906 fece erigere l’altare in omaggio al SS.mo Cuore di Gesù commissionando allo scultore amastratino Noè Marullo anche la statua lignea del Cuore di Gesù.

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Dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso di Mistretta è stata onorata col titolo di “Socio onorario” pur essendo una donna.
Per la sua tanta generosità, la commissione toponomastica di Mistretta le ha intitolato la strada che,  partendo dal Piazza Vittorio Veneto, scende, passa davanti alla chiesa di San Giuseppe, attraversa la strada rotabile, costeggia la parete laterale della chiesa di Maria SS.ma del  Rosario e conduce al detto Ospedale  SS.mo Salvatore diMistretta.
Il poeta Gaetano Giordano Sgroppo nella sua opera “Prose e poesie sociali” cosi ricorda questa pia donna. ” Il Cavaliere Ufficiale Vincenzo Salamone, abbellitore della Città e sempre munifico ai poveri, può davvero andar superbo di avere una sorella educata a si magnanimi sentimenti! Ed io mi reco ad onore singolarissimo di rallegrarmi immensamente con la nostra benefattrice che lascia un buon nome e con tutte le forze dell’ animo mi auguro a lei lunghissima vita“.
E’ sepolta nella cappella gentilizia della famiglia Salamone Gioacchino nel cimitero monumentale di Mistretta.
Ringrazio Placido Salamone per avermi fornito queste antiche,ma importanti notizie su Anna Salamone.

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La signora Anna, però figlia di Pasquale Salamone, assieme alla sorella Francesca e a Ignazio Florio, fu la fondatrice dell’istituto per Ciechi di Palermo e che ancora oggi porta i loro nomi.

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Foto di Luigi Salomone

MARIA LO IACONO fu una donna benestante e  molto generosa che donò il suo patrimonio all’ospedale SS.mo Salvatore di Mistretta rispettando la volontà dello sposo, il dott. Antonino Lo Iacono.
Questa lapide si trova in un archivio dell’ospedale di Mistretta.

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Grazie alla collaborazione del direttore dott. Mario Portera e della signora Maria Grazia Ribaudo, sono riuscita a fotografarla ed a copiare il suo contenuto che trascrivo integralmente:

AXM APRILE MCMXV

MARIA LO IACONO

GENTILE DONNA MISTRETTESE

ADEMPIENDO I VOTI DELLO SPOSO

D.RE ANTONINO LO IACONO

CON ATTO TESTAMENTARIO

ISTITUIVA EREDE UNIVERSALE

DEL SUO PINGUE PATRIMONIO

IL PATRIO OSPEDALE SS.SALVATORE

CORONANDO CON SI’ MUNIFICO DONO

UNA VITA MODESTA ED ILLIBATA.

Anche a Maria Lo Iacono, per la sua generosità, l a commissione toponomastica di Mistretta, su proposta della signora Cuva Maria Angela,  le ha intitolato una strada del centro storico.

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 MARIA MESSINA è nata a Palermo il 14 marzo del 1887.
Trascorse alcuni anni a Mistretta dove scrisse alcune novelle.
Si arrese alla sofferenza fisica all’alba del 19 gennaio del 1944 morendo a Masiano, una frazione a pochi chilometri da Pistoia, nella casa di contadini della famiglia Tarabusi dove si era trasferita per sfuggire ai bombardamenti della guerra, che aveva diviso l’Italia in due parti separandola dall’amato fratello e dalle nipoti, e dove viveva in solitudine in campagna, “vinta” dal destino, divorata dalla distrofia muscolare.  Prima di morire donò alla sua affezionata infermiera Vittoria Tagliaferri “I doni della vita”, un documento di fede e di religiosità, un’esperienza di sofferenza fisica e spirituale. A Pistoia fu sepolta nel Cimitero della Misericordia Addolorata. Riesumata nel 1966, i suoi resti mortali furono custoditi nella stessa tomba della madre, signora Gaetana Valenza Traina.
Maria Messina fu una delle più grandi scrittrici veriste commentata da Borghese come “scolara del Verga” e ammirata dal Verga col quale aveva un costante e proficuo rapporto epistolare.

Sono alcune lettere di Maria indirizzate al Verga

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Tuttavia, completamente dimenticata, è stata assente dalla letteratura italiana del Novecento.
Abbattere il muro del silenzio attorno a lei, schiudere le porte dell’oscurità, che avevano nascosto per oltre mezzo secolo il nome e l’opera di Maria Messina, aprire quelle della sua fama, furono meriti dello scrittore Leonardo Sciascia che, nei primi anni ottanta, ha riproposto la lettura di alcuni dei suoi racconti. Da allora le sue opere hanno attraversato una nuova stagione di notorietà e sono state tradotte in diverse lingue. Nelle sue opere ha raccontato, con una commiserazione pervasa di ribellione, la società maschilista dell’epoca, la sottomessa e oppressa condizione femminile in Sicilia quale era fino agli anni della seconda guerra mondiale. Ha esaminato diversi temi come quello della gelosia, dell’adulterio, dei maltrattamenti, dell’abuso sessuale, dei pregiudizi, dei costumi, delle contraddizioni, della religiosità. Nei suoi lavori Maria Messina ha evidenziato anche l’isolamento e la percezione di un destino avverso, a cui non ci si può ribellare, che non dà ai “vinti” la possibilità di evasione e di liberazione in una società dove le regole sono stabilite da sempre. Poiché dimorò a Mistretta dal 1903 al 1909, in una casa di Via Paolo Insinga dove ambientò le sue novelle e i suoi racconti, l’Associazione “Progetto Mistretta” ha rivolto alla scrittrice grande attenzione assegnando a Maria un posto di meritevole rilievo nella cultura amastratina divulgando il suo nome e la sua opera attraverso la promozione del concorso letterario “Maria Messina” con cadenza annuale (già alla XIII edizione) e la cui premiazione avviene nell’elegante sala di rappresentanza del Circolo Unione. In questo modo Maria è stata ricompensata per essere stata dimenticata dai critici, dagli storici della letteratura italiana del Novecento e dai lettori. Nel mese di febbraio del 2009 l’Amministrazione comunale di Mistretta ha conferito alla scrittrice Maria Messina la cittadinanza onoraria e le ha intitolato una strada del centro storico.

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 Grazie all’interessamento dell’Associazione “Progetto Mistretta”, al giornale “Il Centro Storico”, e al certosino lavoro di ricerca del pistoiese “mistretteseGiorgio Giorgetti, le spoglie di Maria Messina sono state trasferite dal cimitero della Misericordia di Pistoia al cimitero monumentale di Mistretta. Maria riposa lì accanto alla sua amata madre Gaetana Traina. Il merito di questo “ritorno” in patria si deve attribuire soprattutto al prof. Nino Testagrossa, il presidente dell’associazione “Progetto Mistretta”, che ha messo in risalto il legame della Messina con quelli che lei stessa definì “i miei buoni mistrettesi”. La cerimonia di accoglienza e di tumulazione dei resti mortali della scrittrice è avvenuta il 24 aprile del 2009.
Le due piccole casse sono state collocate nella zona alta del Cimitero di Mistretta. Purtroppo molto vicine alle spoglie di Maria ci sono anche quelle di Giorgio Giorgetti prematuramente scomparso. Ada Negri, poiché le due donne relazionavano in forma epistolare, scrisse a Maria Messina: “Non ti conosco fisicamente, ma mi sembra di conoscere bene la tua grande anima”. Anche noi mistrettesi non l’abbiamo conosciuta personalmente, ma possiamo dire di conoscere bene la sua anima, i suoi messaggi, la sua arte narrativa.

 

 

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gen 17, 2019 - Senza categoria    No Comments

IL GRANDE MARE DI LICATA

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Sabato, 12 gennaio 2019, è stato un giorno importante per la città di Licata a causa  della manifestazione organizzata per dire No alle trivelle nel mare di Licata.

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Tantissime altre volte a Licata ho sentito ripetere l’espressione:” U mari ri Licata ‘un si spurtusa”.
Moltissima è stata la partecipazione di licatesi, dei sindaci, dei presidenti del Consiglio dei Comuni vicini, dei deputati nazionali e regionali, in particolare del licatese 0n.le Carmelo Pullara, dei sindacati, di tante associazioni, di operatori balneari, di ambientalisti, di archeologi, del WWF e di altre singole persone quali studenti, pescatori, mamme di famiglia, pensionati per fermare il progetto della posa del gasdotto dell’ENI e contro tutti i progetti di trivellazione dei fondali del Canale di Sicilia alla parola d’ordine “A Sicilia ‘un si spurtusa“.
Il progetto off-shore ibleo deve essere fermato!

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Persone, quindi, che hanno partecipato alla manifestazione perché contrarie all’ installazione delle trivelle e per dare forza a questa battaglia di civiltà a salvaguardia dell’ambiente marino e del paesaggio costiero.
Il corteo, riunitosi in Piazza Attilio Regolo, ha attraversato le principali vie cittadine fermandosi in Piazza Progresso, davanti al Palazzo di città, per concludere la manifestazione con un lungo discorso.

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Il Sib provinciale di Agrigento aveva già presentato alla Commissione Europea una denuncia per infrazione dello Stato Italiano ai trattati EU contro la decisione del governo Italiano di autorizzare l’Eni alla perforazione dei pozzi alla ricerca di gas nel mare di Licata.
Il dott.Giuseppe Galanti, sindaco di Licata, così si espresse: “Le trivelle non creano posti di lavoro, creano malattie, creano disagi, creano solo problemi.
Noi abbiamo il turismo da sfruttare, vogliamo creare posti di lavoro con le nostre capacità, utilizzando tutto quello che la Natura ci dà.
Dateci l’opportunità di farlo, non bloccateci con le trivellazioni
“.
Il dott. Angelo Biondi, ex sindaco di Licata, sostenuto dal sindacato dei titolari degli stabilimenti balneari, così si espresse: ” Gli studi di impatto ambientale eseguiti dall’Eni mancavano di tutta una serie di adempimenti indispensabili per dare inizio alle trivellazioni.
Notevoli effetti negativi sarebbero ricaduti sull’ambiente, con particolare riferimento alla popolazione che vive di pesca, alla fauna, alla flora, al suolo, all’acqua, all’aria, al patrimonio architettonico, archeologico, al paesaggio.
I licatesi sanno che lo sviluppo del nostro territorio non passa dallo sfruttamento del suolo marino, ma dalla valorizzazione di ciò che la Natura ha generosamente donato: mare pescoso, terra fertile, patrimonio naturalistico invidiabile.
Licata deve vivere di turismo, di agricoltura d’eccellenza, dei prodotti del mare e nessuno potrà privarci di questi beni
”.
Una giovane manifestante così disse: ”Noi non siamo il popolo del no. La Sicilia è sole, è mare, è vento e sono queste le risorse che dobbiamo sfruttare per produrre energia”.

 

 

 

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Carissimi amici, avevo conosciuto il mare di Licata quando sono giunta per la prima volta alla fine degli anni ’60 del secolo scorso.
Quanti bei ricordi!
Il mare dal colore dei lapislazzuli, le gite in barca, le battute di pesca subacquea con gli amici del Centro Attività Subacquee, l’abbraccio del caldo sole sulle spiagge di Mollarella, della Rocca di San Nicola, della Poliscia.

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Ho descritto il mare di Licata nelle pagine 38-44 del mio libro “Da Licata a Mistretta, un viaggio naturalistico”, che ho pubblicato nel 2006.

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Riporto la descrizione integralmente: ” Determinante, nella situazione climatica licatese, è l’influenza del mare che, con i suoi 15°C. di temperatura minima annuale, concorre alla mitezza degli inverni.
Notevole è anche l’apporto paesaggistico della fascia litoranea. Lunghe spiagge sabbiose e dune costiere si estendono dal Castello di Falconara alla foce del Fiume Salso e da San Nicola a Punta Ciotta per più di 12 chilometri.
Quasi sette chilometri di costa rocciosa movimentata da calette e sporgenze, piccole spiagge e scogliere sommerse tra cui spiccano i gioielli della cala sabbiosa di Mollarella,

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antichissimo approdo naturale, racchiuso tra due prominenze calcaree, e del selvaggio isolotto detto “Rocca di San Nicola” con flora e fauna interessanti.

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Gli scogli, circondati alla base dalle verdissime Posidonie e ricoperti da alghe verdi, danno asilo ad una fauna molto varia, mentre a quote maggiori ospitano coloratissime colonie di Eumicella.
Negli anfratti, tra le alghe, sopra e sotto la sabbia, vive un numero impressionante di piccoli organismi tra cui predominano, per qualità e quantità, i Molluschi forniti di conchiglia e alcune rarità mediterranee trai Gasteropodi.
Il fondale marino, spesso sabbioso-detritico a ponente, sabbioso-limico a levante, degrada dolcemente verso il largo con pendenza minima, tanto che l’isobata dei dieci metri, a fronte dei litorali piatti, s’incontra mediamente a un chilometro dalla battigia.
Variando notevolmente le sue caratteristiche chimico-fisiche, l’acqua, che si riversa in mare dal fiume e dai valloni, influisce sull’ambiente marino costiero.
Durante il periodo delle piogge questi corsi d’acqua apportano una gran quantità di limo e di particelle minute che le correnti marine e le mareggiate trasportano anche a notevole distanza dalle foci prima di sedimentare.
Queste minutissime particelle, sui bassi fondali dove arriva il moto ondoso, sono poi facilmente sollevate e rimesse in circolazione a ogni mareggiata rendendo torbida l’acqua marina. Esse regolano la penetrazione della luce limitando indirettamente lo sviluppo di vegetali ancorati al substrato cosicché, su fondi melmosi poco profondi in cui si risente il moto ondoso, non attecchisce la Posidonia; apportano grandi quantità di sali minerali che favoriscono lo sviluppo del fitoplancton il quale, essendo flottante, riceve una più soddisfacente illuminazione anche in acque torbide.
Dal momento che il fitoplancton è il primo anello della catena alimentare, nel mare a levante dell’abitato, dove si riscontrano più intorbidamenti dell’acqua e per periodi più prolungati, la pescosità è più alta.
A Ovest del Salso-Imera la presenza della struttura portuale e le prominenze rocciose della Montagna bloccano, o in ogni modo deviano, le correnti di acque torbide perciò i fondali costieri sono meno melmosi e più sabbiosi e le acque più limpide. Porto e promontorio influiscono sull’ecosistema marino anche modificando le correnti marine e favorendo l’opera d’insabbiamento del fiume.
La ricchezza di minerali e l’abbondanza di limo, che si riscontra a levante, sono conseguenza di questi ostacoli che costringono le correnti di torbida del fiume a depositare più materiali ad Est che ad Ovest. Sul litorale di levante sfociano poi più corsi d’acqua minori che a ponente.
Inoltre la maggior parte dei liquami fognari dell’abitato è scaricata all’estremità della diga portuale di levante, in mare, senza alcun trattamento preventivo per mancanza di un depuratore.
La pesca professionale, con le sue 150 imbarcazioni circa, interagisce con le popolazioni ittiche e con la natura dei fondali.
La stazza modesta della maggior parte delle imbarcazioni da pesca non consente loro di prendere il mare nelle giornate quando questo è molto mosso o agitato, perciò si verifica una limitazione naturale abbastanza efficace alla pesca professionale.
Le zone di scogliera, inframmezzate a fondali di sabbia e detriti, sono ricoperte da alghe verdi, rosse e brune.
Molto comuni in questi fondali sono: la colorata Padinia pavonia, la verdissima Caulerpa e la rossa Jania.
Nel mare a ovest del centro abitato, sulla sabbia tra le scogliere sommerse, attecchisce la Posidonia oceanica, una pianta superiore erroneamente definita alga, che riveste una straordinaria importanza nell’ecosistema marino.
La Posidonia oceanica, con il fitto intreccio dei rizomi e con le lunghe foglie nastriformi, forma vere e proprie praterie sommerse molto estese.
La sua superficie si può misurare in ettari e vi vivono migliaia di specie che legano strettamente alla pianta la propria esistenza.
La Posidonia oceanica è inoltre preziosa per la gran quantità di ossigeno che riesce a produrre: un metro quadrato di prateria a Posidonia è in grado di produrre per fotosintesi fino a 14 litri di ossigeno al giorno.
Le zone di scogliera danno asilo ad una fauna molto varia che va dalle gorgonie, i cui rami colorati ospitano spesso piccoli graziosi gasteropodi dei generi Simnia e Pseudosimnia, agli echinodermi , a diverse “stelle marine”, ai molti molluschi (Polpo, Seppia, Lepre di mare o “monachella”) e ai crostacei tra cui l’Astice e ovviamente l’Aragosta, oggi decimati da una pesca eccessiva e indiscriminata.
L’ambiente di scogliera, misto a fondale sabbioso con praterie di Posidonia, ospita specie ittiche quasi tutte di interesse commerciale: spigole, cefali, occhiate, marmore, salpe, boghe, cernie, balestra, triglie di scoglio.
Strettamente legati al fondo marino si trovano molti batoidei, coloratissimi serranidi e labridi che prediligono la vicinanza delle posidonie o vivono la loro esistenza esclusivamente tra i cespi della pianta.
I pesci ghiozzi fanno registrare una presenza numerosa e varia, mentre su fondi di scoglio è facile incontrare lo Scorfano nero; meno frequente è lo Scorfano rosso o Pesce cipolla.
Sui fondali rocciosi comune è il Gronco, mentre molto rara è la Murena. Abbastanza spesso è presa all’amo dei parangali costieri la biscia di mare che vive seminascosta nella sabbia.
La caratteristica dei fondali rende Spigola e Cefalo abbastanza comuni.
La Spigola è un predatore essenzialmente notturno che si muove velocemente da uno scoglio all’altro. Sembra essere attirata da acque meno salate e non disdegna i lati esterni e meno accessibili delle dighe portuali dove, tra ottobre e dicembre, si riuniscono molti individui in riproduzione con femmine anche di notevole grandezza.
Tra roccia e sabbia è presente anche la spigola maculata di taglia sensibilmente minore che si accompagna spesso a marmore e a cefali.
Il Cefalo è molto comune un po’ su tutta l’estensione marina e convive con altre specie. Potendo vivere facilmente in acque salmastre, s’inoltra spesso lungo il corso del Salso-Imera in cerca di cibo e vi rimane prigioniero quando, per insufficienza di portata e per mareggiate, la foce s’insabbia.
La popolazione delle cernie è poco numerosa e con individui di taglia modesta, probabilmente a causa di scogliere che solo in rari casi possono offrire tane e ripari veramente sicuri prediletti da questo pesce.
Il Sarago è presente con tutti i suoi rappresentanti mediterranei: il Pizzuto e lo Sparaglione dei fondali rocciosi e delle dighe portuali dove non è difficile incontrare anche esemplari di Sarago maggiore che possono superare abbondantemente il chilogrammo; il Sarago fasciato che predilige le scogliere in prossimità dei fondi sabbiosi e il Sarago faraone abbastanza comune solo nel mare ad est dell’abitato; è ritenuto raro in tutto il Mediterraneo, mentre è segnalato come frequente da Gela a Marina di Ragusa.
Dove attecchiscono Ostriche e Mitili è possibile incontrare il Pesce balestra.
Oggi è piuttosto raro a causa dell’impoverimento delle colonie di molluschi di cui si nutre frantumandone rumorosamente i gusci con i fortissimi denti. Per lo stesso motivo è, in pratica, quasi scomparsa da questi fondali l’Orata. Tra i vegetali delle scogliere sommerse nuotano l’Ippocampo e diverse specie di Pesce Ago.
Un isolotto di natura calcarea, la “Rocca di San Nicola” o “Isola dei Conigli”, sorge a circa otto chilometri ad Ovest dell’abitato di Licata e a 200 metri dalla riva.
La Rocca di San Nicola ospita una vegetazione interessante di cui fanno parte: l’Urginea maritima, con esemplari dalla mole gigantesca, l’Euforbia arborea
, il Timo e il Cappero, poco diffuso nel resto del territorio, qui presente anche nella varietà rupestris con stipole erbacee caduche anziché spinose.
La base rocciosa dell’isolotto di San.Nicola, nei luoghi meno esposti alle mareggiate, si espande in una sorta di “marciapiede” di chiara origine biologica che, a quanto sembra, è una struttura abbastanza rara nel Mediterraneo. È costituita da un fitto intreccio di tubi di molluschi Vermetidi, gusci di foraminiferi, scheletri di alghe calcaree e innumerevoli altri esseri.
La formazione, chiamata “marciapiede a vermeto”, è stata studiata nella riserva dello Zingaro nei pressi di Palermo e sulla costa dell’Isola delle Femmine e sembra essere abbastanza rara.
Nei punti più esposti all’impatto con le onde è comune un’alga rossa ricchissima di calcio che costruisce veri e propri cuscini pietrificati simili a durissimi merletti: il Lithophyllum.
Tra le pietre del fondo, di notte, striscia la Ciprea e la bellezza della sua conchiglia non regge però il paragone con le splendide cipree esotiche.
Sui fondali misti di roccia e di sabbia, oltre all’Aragosta e al più raro Astice, incontriamo il crostaceo Scyllarides. Nei recessi più profondi delle scogliere, a fronte della Rocca di San Nicola e della torre omonima, è stata avvistata e catturata alquanto raramente la Musdea mentre è relativamente più facile incontrare gruppi di timidissime Corvine.
Ad Est, fondali molli più ricchi di limo, acque torbide per più giorni rispetto che a ponente, favoriscono la riproduzione della Triglia i cui esemplari giovani “trigliola” assumono un sapore particolarmente gradito al palato.
Qui si trova il gasteropode Aporrhais pespelecani dall’elegante conchiglia digitata, stelle marine serpentiformi del genere Ophiurus, un paguro del genere Diogenes e un bianco granchio nuotatore. Tra i pesci vi trovano l’habitat ideale la Sogliola comune, il Rombo e la Tracina.
Su fondali più profondi vive il Calappa granulata, un crostaceo dalle forme inconsuete e un briozoo dall’elegante scheletro, Porella cervicornis, capace di ricoprire completamente la superficie dei rari ammassi rocciosi con le sue colonie. Gli scheletri del celenterato madreporario Cladocora formano cumuli simili alle rocce, anche se più fragili.
Molte sono le specie di Molluschi forniti di conchiglia presenti tra cui i generi Murex, Turritella e il raro Cimatium, il Pecten, il Cardium, il Dentlium dalla strana conchiglia a forma di dente che vive semisepolto nel fango.
In mare aperto si possono incontrare: il Tonno, il Pesce spada, la Ricciola, Leccia, il Palamita, la Lampuga la cui pesca è limitata ai mesi di giugno-luglio, lo Sgombro e una gran quantità di sardine e alici che costituiscono il nutrimento basilare per le specie pelagiche di maggior mole.
All’inizio dell’estate si pesca facilmente l’Aguglia anche dalle dighe portuali.
In autunno-inverno cadono spesso nelle reti il pesce Spatola e il pesce San Pietro. Le reti a strascico fanno anche numerose e abbondanti catture di Nasello e di Capone o Coccio. Queste ultime sono specie bentoniche che mostrano le caratteristiche pinne pettorali molto ampie e colorate.
I generi meglio rappresentati sono: Triglia e Trigloporus.
Le reti a strascico catturano spesso anche la Rana pescatrice, altra specie legata al fondo marino che predilige profondità maggiori dei precedenti; è localmente molto apprezzata per la zuppa di pesce insieme al San Pietro, al Coccio e agli Scorfani.
Sempre in ambiente pelagico è facile incontrare la Rondinella di mare e, più raramente, il Pesce rondine.
Tra i Selaci è frequente il Palombo, più rari il Gattuccio, il Boccanera, lo Squalo capopiatto, la Verdesca, lo Squadro, la Torpedine e quasi tutte le specie di Razza e di Trigone mediterranee, nonché l’Aquila di mare.
Molto raramente cadono nelle reti lo Smeriglio ed esemplari giovanili del gigantesco Squalo elefante.
Fino ai primi anni settanta, in spiagge molto riparate e poco accessibili nidificava la tartaruga Caretta Caretta i cui esemplari, anche di notevole mole, cadevano spesso nelle reti da pesca e le cui carni erano consumate dai pescatori locali.
La massiccia invasione estiva delle spiagge da parte di bagnanti e di villeggianti e la costruzione di villette a ridosso delle spiagge hanno allontanato questo rettile dai nostri litorali.
Individui di Caretta caretta,abbastanza vicini alla linea di costa, sono ancora avvistati e spesso soccorsi dal WWF perché feriti dalle eliche delle imbarcazioni.
Molto più raro è l’avvistamento o la cattura di un’altra specie marina che i pescatori di una certa età conoscono bene; si tratta della rarissima tartaruga liuto segnalata, comunque, in questo specchio di mare.
Circa 35 mila anni fa, durante uno degli ultimi periodi glaciali, la temperatura del Mediterraneo si abbassò talmente da consentire la vita a specie di acque marine fredde dell’Atlantico del Nord che migrarono nel nostro mare attraverso lo stretto di Gibilterra.
È il caso della Neptunea sinistrorsa, un mollusco gasteropode oggi con un areale limitato alle fredde acque dell’Atlantico del Nord, ma che abitò anche i fondali prospicienti Licata durante l’ultima glaciazione.
La sua conchiglia fossile è particolare perché avvolta a spirale sinistrorsa, contrariamente a quanto avviene per gli altri Gasteropodi.
Inglobata nei sedimenti di quel periodo geologico, la Neptunea si trova oggi ad una profondità di 100-150 metri ed è portata casualmente in superficie dalle reti da pesca quando il banco fossile, di solito argilla, si sfalda liberando degli esemplari in ottimo stato di conservazione e ancora con la colorazione originale”.

Purtroppo, oggi il mare di Licata è molto cambiato!

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gen 9, 2019 - Senza categoria    No Comments

GLI ALBERI DI QUERCUS ILEX NELLA VILLA COMUNALE ” GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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In questi primi giorni del mese di gennaio 2019 avrei voluto trovarmi a Mistretta, al mio paese, per ammirare gli incantevoli scenari creati dalla neve posata sugli alberi della villa comunale “Giuseppe Garibaldi”.
Sicuramente la folta chioma del Quercus ilex ricoperta di neve sembrava un grande batuffolo di candido cotone!

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Il Quercus ilex, comunemente chiamato “Leccio”, è l’albero più importante della foresta mediterranea sviluppandosi ovunque dove gli inverni non sono molto rigidi e le estati non molto calde e asciutte. Originario dell’Europa meridionale e dell’Africa settentrionale, il Quercus ilex si è ben inserito nell’ambiente della macchia mediterranea prediligendo i boschi fino a 1800 metri d’altitudine.
E’ diffuso nella Spagna settentrionale, nella Francia meridionale, nell’Africa del Nord.
In Italia è presente su tutte le coste litoranee e nelle zone interne della Toscana, dell’Umbria, dell’Abruzzo, della Campania, ad eccezione del litorale adriatico, da Rimini, a Ravenna, fino alle foci del Tagliamento, vera e propria “isola” climatica fredda del nostro paese. Il Leccio domina anche la vegetazione dei versanti meridionali delle Alpi marittime e dell’Appennino ligure ed è presente nelle rive dei grandi laghi e nel Friuli. Vive bene anche nella villa comunale di Mistretta.
Deve il suo successo ad alcune situazioni che gli hanno consentito di adattarsi agevolmente alle condizioni climatiche non sempre favorevoli e di resistere all’azione spesso distruttiva dell’uomo.
Appartenente alla famiglia delle Fagaceae, è un albero sempreverde, ad alto fusto, fino a 22 metri, molto longevo, e può raggiungere anche il millennio d’età.
La pianta è saldata al suolo mediante un fitto intreccio di radici formate da un lungo e robusto fittone e da altre radici laterali striscianti capaci di emettere nuovi polloni nel caso in cui il tronco potrebbe essere stato lambito dalle fiamme, tagliato o attaccato da parassiti.
Il tronco, eretto e robusto, presto si divide in grosse branche e i suoi rami irregolari tendono ad appiattirsi.

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Il fusto è ricoperto dalla corteccia liscia e grigia nella pianta giovane, mentre nella pianta adulta assume una colorazione grigio-bruna e si spacca in tante piccole squame angolose.

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La chioma, di colore verde scuro nelle parti esposte alla luce, di colore verde chiaro all’ombra, è globosa, espansa, ornata da un fittissimo fogliame.

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Le foglie, persistenti, fino a quattro anni, dalla forma ovale lanceolata, lunghe fino a sette centimetri, di colore verde scuro, lucide e lisce nella pagina superiore, di colore grigio argenteo nella pagina inferiore e coperte da una fitta lanugine, con il margine dentato, spesse e coriacee, con un breve picciolo peloso, sono capaci di trattenere l’acqua dei tessuti. Nella pianta giovane le foglie dei rami più bassi sono spinose per difenderla dall’attacco degli erbivori.

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I fiori unisessuali sono portati sullo stesso albero. Quelli maschili sono riuniti in amenti cilindrici, penduli, quelli femminili sono solitari o in spighe di due o più fiori.

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Fioriscono tra aprile e maggio. L’impollinazione è favorita dal vento. Il frutto, la ghianda, è un achenio ovato, allungato e protetto, quasi fino a metà, da una cupola formata da piccole squame brune. Le ghiande maturano nell’anno, in autunno inoltrato.

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La Quercia era considerata l’albero del nutrimento perché le ghiande, fonte di prosperità, hanno dato all’Uomo, fino al Medioevo, la farina da cui si ricavava il pane. Le ghiande sono cibo molto prelibato per i maiali.

 

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Il Leccio si adatta a vegetare su qualsiasi tipo di suolo preferendo i terreni acidi, fertili, umidi e rifiutando quelli argillosi e compatti.
Ama un’esposizione ombreggiata e poco soleggiata.
Grazie alle sue proprietà di resistenza all’acqua, il legno di Quercia è usato per travature subacquee e, per la sua robustezza, per traversine ferroviarie e per pavimentazioni.
Il legno di Quercia, molto pregiato, duro, compatto, non si lascia facilmente lavorare. Produce il carbone, notevole come combustibile perché ad alto potere calorifico. Il legno, ridotto in cenere, e il tannino contenuto nella corteccia sono utili per la concia delle pelli. L’infuso di corteccia anticamente aveva proprietà farmacologiche e curava anche dal morso dei serpenti.
Il legno, pur essendo quasi indistruttibile,sembra paradossale cheprovenga da una piantache,durante la sua crescita, ha ospitato molti parassiti fra funghi e insetti che hanno causato gravi danni alle foglie.
Il Quercus ilex è un albero maestoso ma, non essendo ornamentale, non è moto usato per abbellire i giardini, però è forte, robusto, possente.

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Proprio per la sua straordinaria vitalità, i greci e i romani dedicarono la Quercia a Pan, il dio simbolo della fecondità della Natura.
In Grecia era considerato l’albero dove era stato allevato Zeus e, pertanto, sacro alla divinità per la maestà e per la preminenza sugli altri alberi delle foreste. Nel santuario oracolare di Dodona le sacerdotesse interpretavano i messaggi inviati dagli dei leggendo le vibrazioni delle foglie di Quercia mosse dalle potenti voci divine.
Nell’antica Roma la Quercia era simbolo dei re ed era piantata al centro del Foro.
Nella tradizione germanicaera dedicata al dio Thor.
Nella sacra Bibbia è scritto che Abramo a Sichem e ad Ebron ricevette le rivelazioni del Signore vicino alle Querce di More e di Mamre, come si legge in Vocazione di Abram (Gn. 12,6-7): “Arrivarono al paese di Canaan e Abram attraversò il paese fino alla località di Sichem, presso la Quercia di More. Nel paese si trovavano allora i cananei. Il Signore apparve ad Abram e gli disse: <Alla Tua discendenza io darò questo paese> Allora Abram costruì in quel posto un altare al Signore che gli era apparso”In apparizione di Dio ad Abramo (Gn. 18,1) è scritto: “Poi il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno“.
Le Querce di More sono nominate anche come segno di benedizione. In la felicità è nelle tue mani Dt. (11,29-31) si legge : “Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso, tu porrai la benedizione sul monte Garizim e la maledizione sul monte Ebal. Questi monti si trovano appunto oltre il Giordano, dietro la via verso occidente, nel paese dei Cananei che abitano l’Araba di fronte a Galgala presso la Querce di More. Voi infatti state per passare il Giordano per prendere in possesso il paese che il Signore vostro Dio vi dà, voi lo possiederete e lo abiterete”.
Secondo alcune narrazioni dell’Europa centrale, derivanti dai miti greci, le Querce ospitavano due specie di ninfe, le Driadi, che potevano allontanarsi dall’albero, e le Amadriadi, che morivano con esso e lo proteggevano da ogni pericolo.
Nella villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta si può ammirare la Quercia solitaria piantata nel 1901 per ricordare la nascita della principessa Jolanda Margherita di Savoia, figlia primogenita del re Vittorio Emanuele III e della regina Elena di Montenegro.
Tutti i comuni siciliani, su sollecitazione della deputazione delle ville pubbliche comunali di Palermo, sono stati invitati a piantare contemporaneamente una Quercia.
Il senatore Barone Gabriele Bordonaro così scrisse al sindaco di Mistretta: “La Quercia è simbolo di forza, di vetustà, di gloria che, con le molteplici specie e varietà, cresce ovunque rigogliosa nel bel paese dalle Alpi al mare”.
Alle ore diciannove del pomeriggio del due giugno dell’anno 1901, nella villa comunale di Mistretta, alla presenza del sindaco avv. Sebastiano Passarello, della giunta comunale, delle autorità civili e religiose, di una gran folla, fu piantata una Quercia.
Il prof. Lo Galbò è stato molto esauriente nell’illustrare il significato di tale azione: “Era nata la figlia del re”!
Il senatore Gabriele Bordonaro così concludeva la cerimonia: ”Sorga dunque quest’albero, l’albero della regina, ed al sole d’Italia spieghi in quel fausto giorno la maestosa chioma. Cresca vigoroso e, sfidando le ingiurie del tempo edace, dica al suo Re che, all’ombra di questa Quercia, si riuniranno i figli d’Italia per procedere con lui alla conquista della civiltà.”
L’albero della Quercia si trova esattamente nello spiazzo centrale della villa, fra il busto di Vincenzo Salamone e quello di  Giuseppe Garibaldi.

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Il nome della Quercia è frequente in senso figurato per indicare “solidità, vigore, salute”. ”Essere robusto come una Quercia” significa essere eccezionale.
La città di Lecce prende il suo nome proprio dal Leccio raffigurato nello stemma assieme ad una lupa, dal nome latino della città: “Lupiae”.

 

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gen 1, 2019 - Senza categoria    No Comments

BUXUS SEMPERVIRENS E BUXUS ROTUNDIFOLIA NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Nel giardino di Mistretta il Buxus è molto frequente. Delimita i confini di tutte le aiuole.Circonda la piazza centrale dove i bambini giocano allegri e spensierati.

 

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Come pianta ornamentale, è apprezzata per il suo bel fogliame persistente verde intenso e lucente. Il Buxus è una pianta sempreverde appartenente alla famiglia delle Buxaceae.

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Si tratta di un genere che comprende circa 70 specie prevalentemente originarie dell’Eurasia temperata, dell’Africa tropicale e meridionale, dell’America centrale e delle Indie Occidentali. Esistono diverse specie di Bosso e le più diffuse sono: il Buxus sempervirens, il Buxus sempervirens aureomarginata, che ha il margine delle foglie dorato, il Buxus rotundifolia, e il Buxus microphylla. Tuttavia esistono molte altre specie differenti poco conosciute, ma di particolare interesse botanico ed ornamentale, quali il Buxus balearica, da piantare vicino al mare, il Buxus papillosa, dalla tessitura leggera ed ariosa, il Buxus harlandii, con foglie appuntite ed allungate, il Buxus vaccinioides, che richiede terreni ricchi di nichel e di metalli pesanti notoriamente dannosi per le piante. Il Buxus sempervirens, la specie più conosciuta, è un arbusto originario dell’Europa, del Nord Africa, del Giappone e dell’altopiano himalayano. In Italia è spontaneo nei luoghi aridi e rocciosi delle regioni montane e sub-montane delle Alpi e degli Appennini centro-settentrionali, dei Nebrodi, delle Madonie. E’ una pianta molto lenta nella crescita, ma piuttosto longeva e di piccole dimensioni.

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Ha le radici robuste e ancoranti, il fusto ingrossato alla base, tortuoso e ramificato rivestito dalla corteccia scura e rugosa, tendente al bruno-grigiastro sul legno maturo, più chiara sul legno giovane, le foglie, piccole, opposte, persistenti, sessili o brevemente picciolate, con il margine liscio ad eccezione dell’apice, ovate, coriacee, lucide, di un colore verde brillante, che si rinnovano costantemente formando una chioma solitamente molto frondosa, folta e compatta. Se strofinate, emanano un forte aroma.

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  In primavera produce grappoli di fiorellini giallastri, insignificanti, senza una corolla vera e propria, ma molto profumati.

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 I fiori maschili e femminili del glomerulo sono inseriti direttamente su di una formazione glandulosa, un nettario a forma piramidale. I fiori centrali sono generalmente femminili, quelli periferici sono maschili. La pianta fiorisce in aprile con fiori maschili tutto attorno a quelli femminili. La moltiplicazione avviene per seme. Dopo la fecondazione, in estate l’ovario matura frutti tondeggianti costituiti da capsule verdastre, grandi circa 0,8 centimetri, legnose e coriacee, sormontate da tre sporgenze a forma di corna, che permangono anche nel frutto, e che contengono piccoli semi. Il frutto ha una caratteristica forma di deiscenza che lancia a distanza i semi bislunghi, brunastri, lucidi e ricchi di albume. La disseminazione avviene all’inizio dell’autunno. Difficilmente, però, si pratica la semina, più spesso, per propagare la pianta, si prelevano in primavera talee o margotte che vanno tenute in vaso anche per alcuni anni prima di essere poste a dimora. Il Bosso è molto utilizzato non solo come pianta singola, ma, preferibilmente tante piante insieme come bordura per creare siepi che circondano le aiuole rendendo così più affascinante il giardino. Per questo motivo sono molto apprezzate le varietà nane che costituiscono cuscini tondeggianti molto decorativi. Il Bosso sopporta potature anche drastiche, per cui ben si presta a farsi modellare secondo l’arte topiaria.

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Non ha particolari esigenze colturali e cresce bene in qualsiasi luogo, fino ad altitudini elevate, preferendo, comunque, i suoli gessosi e ben drenati, le posizioni soleggiate o poco ombreggiate, adattandosi anche quando è coltivato completamente all’ombra. Non teme il freddo e  sa sopportare temperature molto basse. Non necessita di annaffiature particolarmente abbondanti anche se, in periodi dell’anno particolarmente siccitosi, può aver bisogno d’acqua; abitualmente è sufficiente l’acqua fornita dalle piogge. Non si ammala facilmente. Accidentalmente putrebbe essere colpito dagli Afidi e dalla Cocciniglia. Spesso le foglie sono rovinate da un insetto che deposita le uova sulle foglie giovani e, una volta nata la larva, nutrendosi delle foglie, causerà notevoli danni alle piante aggredite. L’altra varietà di Buxus presente nel giardino di Mistretta è il bosso aureomarginato perché ha i bordi dorati.

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 In Grecia il Bosso era sacro ad Ade, divinità protettrice in modo particolare delle piante sempreverdi, simboli della Vita che continuava negli “inferi” durante l’inverno. Per questo motivo la pianta rappresentava la continua vivibilità della Natura, cioè dell’Eternità. Mai mitologia e simbologia risultano essere più adatte a questa pianta capace di superare gli inverni più freddi mantenendosi in ottime condizioni sanitarie ed estetiche e di sopravvivere alle esposizioni sfavorevoli ed in condizioni pedoclimatiche quasi proibitive. Oltre che per il suo valore ornamentale e per l’ars topiaria nei giardini all’italiana, il Bosso è stato utilizzato per molti altri scopi. Il suo impiego per le lavorazioni artigianali, col legno molto duro, liscio, resistente e pregiato, è storicamente comprovato con la fabbricazione delle “πυξίδιον”, “tavolette da scrittura di legno di Bosso” e delle pissidi, le coppe per la conservazione delle Ostie consacrate, di strumenti musicali a fiato, di sculture lignee, per lavori di ebanisteria e d’intarsio e per il modellismo navale. Il termine Buxus è d’origine greca “Πύξινος” e significa “di Bosso” riferito al legno duro e pesantissimo che, anche da secco, non galleggia sull’acqua e va a fondo. Potenzialmente, è una pianta velenosa. Importante pianta medicinale, ebbe antica fama di curare la sifilide, l’epilessia, i reumatismi, la gotta e la malaria. Le foglie e la corteccia contengono, oltre agli alcaloidi vari, altre sostanze lassative. Le foglie, raccolte in qualunque stagione dell’anno ed essiccate all’ombra, triturate in polvere per infusi, hanno proprietà sudorifere, colagoghe, purgative e antireumatiche. La corteccia, raccolta in autunno o anche in primavera, è emetica, sudorifera, febbrifuga ed è somministrata come vino medicato o come decotto dolcificato con zucchero o con miele. Le foglie e la corteccia devono essere usate con cautela poiché, come tutte le parti della pianta e soprattutto i semi, contengono sostanze tossiche.

 

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dic 18, 2018 - Senza categoria    No Comments

CERIMONIA DI PRESENTAZIONE DEL LIBRO “LA CONFRATERNITA DEL SS.MO SALVATORE 1242-2017. 775 ANNI TRA STORIA E LEGGENDA” DI VINCENZO GRACI.


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Una giornata importante, all’insegna della cultura e della rievocazione storico- religiosa, è stata vissuta dai licatesi venerdì 14 novembre 2018 grazie alla piacevole fatica letteraria
dell’autore, l’avv. Vincenzo Graci.
Infatti, nella chiesa del SS.mo Salvatore, sita nella Piazzetta Confraternita SS.mo Salvatore a Licata, trasformata per l’evento in auditorium,

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è stato presentato il libro dal titolo: “LA CONFRATERNITA DEL SS.MO SALVATORE 1242-2017. 775 ANNI TRA STORIA E LEGGENDA”.

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Ha brillantemente coordinato i lavori la bravissima e spigliata prof.ssa Angelica Graci che, nel suo discorso introduttivo, ha esposto la biografia di Vincenzo Graci, il suo caro distinto genitore.

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Vincenzo Graci è nato a Licata il giorno di Santa Lucia nell’anno 1946. Nel 1972, conseguì la laurea in giurisprudenza nell’ateneo palermitano. Nel 1976 cominciò a lavorare presso il Provveditorato agli studi di Agrigento offrendo instancabilmente la sua opera per 40 anni diventando punto di riferimento per tutti gli aspiranti docenti della provincia di Agrigento alla prima nomina per l’insegnamento. Nel 2012, conseguito il meritato riposo pensionistico, decise di dedicarsi a tempo pieno alla chiesa e alla confraternita del SS.mo Salvatore trascorrendovi molto del suo tempolibero. Proprio per l’attitudine di trascorrere il suo tempo libero nel luogo sacro della chiesa del SS.mo Salvatore progettò l’dea di scrivere il libro sulla chiesa del SS.mo Salvatore e sulla confraternita.
La conduttrice Angelica Graci, prima di dare la parola ai relatori, ha letto la lettera inviata dal prof Calogero Carità riportata integralmente: “ Caro Enzo, mi dispiace non poter essere a Licata per la presentazione del tuo prezioso libro sulla Confraternita del SS.mo Salvatore che ho avuto l’onore di seguire nelle sue diverse stesure sino alla definitiva licenziata per la stampa. Purtroppo i miei impegni professionali e familiari non mi consentono di lasciare Verona a cadenza mensile, ma sono presente comunque con il pensiero e sono certo che questa serata ti gratificherà per il lavoro di ricerca che hai fatto. Se fossi stato presente avrei ribadito quanto già scritto nella prefazione del tuo libro, magari con qualche ulteriore approfondimento. Sono certo che i relatori, don Giuseppe Sciandrone e, soprattutto, il prof Francesco Pira,il prof. Francesco La Perna, conoscendo il loro spessore di studiosi e di ricercatori, sapranno dare meritato risalto al tuo libro sulla Confraternita del SS.mo Salvatore, la più antica di Licata, esistente ante 1242 ed ancora attiva e custode di una delle chiese più belle della nostra città.
Concludo questo mio augurale messaggio precisando e riferendo ai presenti che questo tuo libro chiude la trilogia di studi sulle principali confraternite di Licata, da me e da Francesco Pira, iniziata nel 1995 con la pubblicazione del libro sulla Venerabile Confraternita di San Girolamo, rivisto e ampliato nel 2006, a cui fecero seguito nel 1998 e nel 2003 i ricchi saggi storici di Francesco La Perna e di Calogero Lo Greco su <<Le antiche confraternite di Licata e sulla Venerabile Confraternita della Carità>>, bellissima chiesa museo che custodisce preziose opere d’arte ed un ricco archivio, vanto per i confrati che la gestiscono e vanto perla nostra città che contava ben 18 confraternite, 3 arciconfraternite 5 congregazioni e 1 compagnia, segno della grande religiosità e solidarietà del popolo licatese. Auguri sinceri. Calogero Carità. Verona 10 dicembre 2018”.
La riunione di questa sera è stata organizzata non solo per presentare il lavoro di Enzo Graci, ma per parlare dell’importanza delle confraternite sottolineando la funzione che esse svolgono nel territorio licatese e altrove.
Una pagina molto bella del libro è quella dedicata all’importanza delle confraternite nella quale si evince che la grandezza delle confraternite non è correlata dal numero degli iscritti, ma dalla capacità di trasmettere importanti valori al prossimo. Legge le pagine 22 e 23 del libro il giovane Leonardo Sanfilippo:

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Hanno portato il saluto dell’ Amministrazione Comunale: il dott. Giuseppe Galanti, sindaco della città di Licata, che ha incentrato il suo discorso sull’importanza della cultura storica in tutti i campi e, soprattutto, sulla conoscenza da parte dei giovani licatesi dei beni artistici, monumentali, architettonici che fanno grande e importante la città di Licata.

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Giuseppe Galanti

Il rag. Angelo Vincenti, vicesindaco e assessore ai BB.CC. che ha parlato dell’importanza delle confraternite vivendo egli stesso l’esperienza di confratello essendo un confrate della confraternita di Maria SS.ma Addolorata, della chiesa di Sant’Agostino, un’Associazione Ecclesiale di Laici costituita secondo le norme del Diritto Canonico, fondata con Decreto vescovile il 30 aprile del 2003. Il fine generale della confraternita è quello di formare i confrati a vivere, da laici, secondo gli insegnamenti scaturiti dal Battesimo che ciascuno ha ricevuto. Pertanto ha condiviso pienamente il pensiero letto dal giovane Leonardo Sanfilippo.

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Angelo Vincenti

L’on. Carmelo Pullara, parlamentare regionale, che, nel suo breve discorso, ha insistito sulla possibilità di mostrare le chiese anche come stimolo all’incremento del turismo religioso a Licata in quando le chiese rappresentano le bellezze storiche, proposta, questa, già inviata al vicario foraneo.

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Carmelo Pullara

Hanno relazionato: il prof Francesco Pira, sociologo e docente di comunicazione dell’Università di Messina e Delegato alla Cultura della Confraternita di San Girolamo della Misericordia, il prof. Francesco La Perna, governatore della Confraternita Madonna Santissima della Carità e attento studioso della storia di Licata, padre Giuseppe Sciandrone, rettore della chiesa del SS.mo Salvatore e assistente spirituale della Confraternita.

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Il tavolo dei relatori  Da sx: Graci, La Perna, Sciandrone, Pira,Angelica

 Il prof Francesco Pira, nel suo dotto discorso, ha detto: “Ho apprezzato il vigore, la passione, l’umiltà e la grande fede con cui Enzo Graci ha lavorato a questo importante progetto editoriale che ha arricchito il patrimonio librario di Licata. Nel suo libro l’autore, oltre alla puntuale narrazione della storia e della funzione della confraternita del SS.mo Salvatore, ha descritto tutte le opere artistiche che ammiriamo nella chiesa. Fin da bambino la vita delle confraternite mi ha appassionato molto, avendomi mio padre . trasmesso l’amore per i riti che vengono celebrati a Licata. Mi portava a vedere queste persone che s’incappucciavano. Appartenere alla confraternita di San Girolamo della Misericordia e assumere negli ultimi anni il ruolo di Delegato alle Attività Culturali e alla Comunicazione mi ha permesso di approfondire molti degli argomenti trattati con dovizia di particolari e con l’aggiunta di nuovi elementi da Enzo Graci. Ricordo le parole dell’Arcivescovo Carmelo Ferraro in occasione del 425° anniversario della confraternita di San Girolamo della Misericordia: <<Il ruolo delle Confraternite, nella vita e nelle comunità cristiana, costituisce un prezioso segnale nella missione del laicato nel mondo>>. Questo senso di appartenenza alla confraternita diventa complesso nel momento in cui sentiamo dire delle cose che sono lontane anni luce dal nostro modo di pensar e di essere. Gli storici e gli antropologi hanno affermato che le Confraternite sono delle Associazioni laiche riconosciute e approvate dalle Autorità Ecclesiastiche a scopo devozionale, caritativo e sociale, che esprimono la convenzione unitaria e comune dell’esperienza cristiana. C’è una religiosità tipica della Sicilia che invita le confraternite a essere tessuto sociale indispensabile. Le confraternite non sono elementi di folclore, ma persone capaci di essere vicini agli altri. Ciò non è facile, non perché le confraternite sono in crisi, ma è la società ad essere in crisi. Il CENSIS due giorni fa ha detto che siamo più cattivi e che è sempre più difficile avere più rispetto degli altri. Noi, tra storia e leggenda, dobbiamo costruire il nostro futuro. In un convegno tenutosi a Licata sul ruolo sociale delle confraternite è venuta fuori una nuova missione sociale delle confraternite.  Papa Francesco e il cardinale Montenegro hanno ricordato che le confraternite sono dei luoghi in cui si costruiscono delle nuove forme di convivenza sociale.  Le confraternite rappresentano non soltanto la testimonianza di fede, ma anche l’espressione più solenne e popolare delle celebrazioni religiose che avvengono nella nostra città.
I confrati di tutte le confraternite sono chiamati a essere portatori di messaggi importanti per le Comunità. Le Confraternite sono l’alta rappresentazione dei Valori Sociali. Le confraternite del passato
sono diverse da quelle di oggi che si sono trasformate, sono diventate globali, multietniche, multireligiose, piene di complessità che dobbiamo saper cogliere con intelligenza. .Gesù ci ha insegnato:<< Se avrete fede farete cose grandi>>. La confraternita del SS.mo Salvatore è un’entità importante per Licata. Come diceva Umberto Eco <<quando si scrive un libro comunque si lascia una pietra che rimane miliare>>.
Ringrazio l’avv. Enzo Graci per avere regalato alla comunità licatese una bellissima storia lunga 775 anni narrata con stile e con amore in questo suo libro. Un lavoro certosino scritto tra fede e religione, da un uomo che spende molto del suo tempo a servire con fede la confraternita e la chiesa del SS.mo Salvatore
”.

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Francesco Pira

La conduttrice Angelica Graci ha letto la lettera inviata da don Gaetano Di Liberto riportata integralmente: “ Gent.mo dott. Vincenzo Graci, La ringrazio sentitamente per il graditissimo dono del Suo libro sulla storia e sull’attualità delle confraternite in generale e in particolare della Confraternita del SS.mo Salvatore di Licata di cui è Governatore. La sua opera contribuisce a diffondere la conoscenza della vera identità delle confraternite, espressa dalla definizione << Associazioni ecclesiali di laici fedeli di Cristo>>. Ricordo con compiacimento il primo convegno diocesano sulle confraternite, tenutosi a Favara il 22 Marzo 1992 su due temi:<< Storia delle confraternite della diocesi di Agrigento>>, svolto da Mons. Domenico Di Gregorio, e <<Spiritualità delle Confraternite alla luce dell’esortazione apostolica di San Giovanni Paolo II Christifideles laici>> svolto dal passionista padre Leonardo Di Girolamo. A conclusione ho esortato i responsabili delle confraternite a cercare nei propri archivi le notizie e i documenti idonei a ricostruire la storia del proprio sodalizio.  Oggi, dopo 16 anni, ecco un nuovo testo di storia confraternale dovuto all’intelligenza e alla buona volontà del Governatore Enzo Graci. E’ importante conoscere la storia, riscoprire le proprie radici, per rinnovare l’attualità e camminare con il passo dei tempi senza rinnegare il proprio carisma. Mentre ringrazio per l’invito a partecipare all’evento culturale della presentazione del libro, mi scuso di non potere essere presente. Invoco da Gesù, il Crocifisso Risorto, copiose benedizioni su di Lei, sulla confraternita del SS.mo Salvatore, sulle altre confraternite e su tutta la comunità ecclesiale e civile di Licata. Con stima e amicizia, don Gaetano Di Liberto”.  Don Gaetano Di Liberto è stato responsabile per oltre 20 anni della Confederazione Provinciale delle Confraternitedella provincia di Agrigento.
Il prof. Francesco La Perna ha parlato dell’importanza delle confraternite nel tessuto sociale di Licata. Ha raccontato che nel 1700 le confraternite a Licata erano 13, come si evince dagli studi d’archivio della chiesa madre effettuati assieme al dott. Calogero Lo Greco. Nel 2003 Francesco La Perna e Calogero Lo Greco hanno pubblicato il libro “La venerabile Confraternita della Carità di Licata” della quale il prof. La Perna ha relazionato anche in questa sede. La realizzazione dell’opera è stata frutto di un lavoro paziente e accurato che soltanto il grande amore per la loro città e per la confraternita ha reso possibile. Un lavoro minuzioso, ricco di conoscenze storiche e filologiche, per giungere alla ricostruzione più esatta possibile della vita della confraternita.
uesta opera Tra le più antiche confraternite di Licata, di cui alcune non esistono più, risulta in assoluto essere la confraternita del SS.mo Salvatore. In uno specchietto riepilogativo del Consiglio Generale degli Ospizi, una sorta di commissione di controllo del periodo borbonico nel regno delle due Sicilie, risultava la data di fondazione della confraternita del SS.mo Salvatore risalente al 1240, formata dal ceto dei massari. In una delle riunioni la commissione per la toponomastica di Licata ha pensato di istituzionalizzare i luoghi dove sono vissute e dove hanno prodotto le confraternite. Così il Largo SS.mo Salvatore prende il nome di Piazzetta della Confraternita SS.mo Salvatore, il Largo San Girolamo prende il nome di Piazzetta Confraternita San Girolamo, il largo Carità prende il nome di Piazzetta Confraternita della Carità. Il prof. Francesco La Perna ha parlato, inoltre, delle opere custodite della chiesa: del Cristo alla Colonna e del Cristo Crocifisso.

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Ha approvato il repertorio fotografico della chiesa presente nel libro perché, registrando tutte le opere possedute, esso scoraggia i predatori di opere d’arte, come spesso è successo e succede in altri luoghi. Pertanto, è stato necessario che anche la confraternita del SS.mo Salvatore si dotasse di una monografia grazie all’avv. Vincenzo Graci.
Il prof. Francesco La Perna ha risposto all’on Carmelo Pullara sulla sua proposta di incrementare il turismo religioso accompagnando i turisti a visitare le varie chiese.
Ecco le parole del prof. La Perna: ” Le confraternite non devono preoccuparsi di fare turismo religioso. Devono portare avanti il vessillo della chiesa.  Prima di tutto ci dobbiamo preoccupare di riempire la chiesa di fedeli con la nostra testimonianza della fede in Gesù Cristo. E’ questa la confraternita! Se le confraternite oggi sono riuscite a produrre dei beni culturali, il turismo religioso è consequenziale. Diversamente, se una confraternita è finalizzata solamente a una processione, allora è un gruppo folcloristico solamente.  I confrati hanno il coraggio di incappucciarsi e di uscire vestiti con i costumi tipici delle confraternite”. Nel 1783 il governo di allora con indice Re Caracciolo impose alle confraternite uno statuto unico per tutte per farle diventare tabula rasa, per distruggerle. Le confraternite nei secoli si sono distinte per diversità di ceti sociali, ma tutte insieme costituivano la società della città.  Le confraternite vanno riscoperte in quello che è il carisma originale.
Ho letto il tuo libro, che ho molto apprezzato, e ti ringrazio, gentile Enzo, per avere citato ripetutamente nella bibliografia il dott. Lo Greco e me stesso per la pubblicazione del nostro libro <<La venerabile Confraternita della Carità di Licata>>.
Ti ringrazio ancor di più perchè ti sforzi di tenere attiva la confraternita del SS.mo Salvatore”.

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Francesco La Perna

Sintetico ma efficace è stato l’intervento di Padre Giuseppe Sciandrone: ” La Confraternita del SS.mo Salvatore ha dei carismi particolari che sono quelli di far vivere Cristo tra gli agricoltori e i pastori. Oggi, purtroppo, le Confraternite sono tentate di allontanarsi dal fine per cui sono nate, a vivere una storia diversa che tante volte appare più esibizionismo ed autonomismo dagli insegnamenti della Chiesa. Il governatore Enzo Graci ci ricorda che per essere confrate si deve vivere lo statuto così come è stato scritto. Nel suo libro ci fa rivivere tanti fatti del passato legati alla vita e alla storia della Confraternita che sono importanti per la città di Licata e della sua popolazione. Per questo lo ringraziamo”.

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Padre Giuseppe Sciandrone

L’autore Vincenzo Graci, a conclusione della serata, ha spiegato quali sono stati i motivi che lo hanno incitato ascrivere la storia della chiesa del SS.mo Salvatore e della confraternita.

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Dopo aver esaminato e studiato tutti i documenti conservati nell’archivio della chiesa, iniziò a scrivere questo libro completando la prima stesura nel 2017, in coincidenza del 775° anniversario della fondazione della confraternita. Il libro è articolato in quattro capitoli. Nel primo capitolo sono descritte le confraternite ieri e oggi evidenziando i cambiamenti che hanno subito nel corso dei secoli fino ad assumere le caratteristiche attuali. Nel secondo capitolo è descritta la Confraternita del SS.mo Salvatore citando la data della sua fondazione del 1242. Inoltre sono citate alcune Bolle trovate nell’archivio soffermandosi sulla bolla della “ SS.ma Giuliana”. Sono stati descritti con particolare meticolosità tutti i possedimenti e le sostanze appartenenti alla confraternita citando anche i benefattori.
Nel terzo capitolo è descritta la chiesa del SS.mo Salvatore, dalle origini della costruzione, agli interventi di restauro, al corredo artistico.
Nel quarto capitolo è descritta la festività religiosa della Santa Pasqua celebrata in tutta la Sicilia e, in particolare, a Licata, con la processione del Cristo Risorto “u Signuri cu munnu ‘manu” come è conosciuta la statua posta nella nicchia dell’altare nel presbiterio.

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 Enzo Graci, nel suo intervento, ha letto  l’elenco dei confrati deceduti dal 2000 al oggi.

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Infine  ha  ringraziato tutti coloro che hanno partecipato alla presentazione del suo libro “La confraternita del SS.mo Salvatore 1242/2017 _775anni tra mito e leggenda”. Un grazie particolare ha rivolto ai relatori Francesco Pira, Francesco La Perna e Padre Sciandrone,  alle autorità: al sindaco Giuseppe Galanti, al vicesindaco Angelo Vincenti,  Ll’onorevole Pullara . Un meritato grazie alla conduttrice Angelica Graci e a tutti i parenti e agli amici presenti. Gli applausi sono stati abbondantissimi, sinceri e calorosi.
Grazie anche all’Associazione di Promozione Turistica di Gela che ha collaborato alla stesura del testo.

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Foto di Abbruscato Salvatore

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dic 15, 2018 - Senza categoria    No Comments

L’ASSOCIAZIONE DEGLI ZAMPOGNARI LICATESI “ANDREA MULE’”

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La città di Licata è orgogliosa di mostrare due notevoli associazioni che si distinguono nel sapere utilizzare il prestigioso strumento musicale della zampogna al paro.
Zampogna al paro significa che le canne della zampogna sono alla stessa altezza.

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Esattamente sono: L’Associazione culturale “V. Calamita” (di cui ho parlato nel precedente articolo)  e L’Associazione culturale”Andrea Mulè”.
L’Associazione zampognari licatesi “Andrea Mulè “, nata a Licata nel mese di novembre del 2012, è stata istituita inizialmente dai signori fondatori Giovanni Mulè, il nonno dell’attuale presidente, Giovanni  Crapanzano, Vincenzo Chianta, persone  unite dalla passione e dal desiderio di tenere viva la tradizione di intonare i canti natalizi accompagnandoli col suono della zampogna.

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Foto del 1956 della famiglia Mulè. Il papà è alla zampogna

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  L’attuale presidente è il signor Andrea Mulè che è l’unico costruttore di zampogne a Licata.

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 Successivamente, ai fondatori si sono uniti i signori: Samuele Timineri, Rosario Casa, Angelo Belgiorno.

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Tutti gli associati si riuniscono nella loro sede sita in via Cavour 33 a Licata dimostrando grande passione, facendo molto lavoro e sopportando anche qualche sacrificio nel volere e nel saper costruire qualcosa di molto gradito ai licatesi e ai forestieri.
Dal 2012 l’Associazione “Andrea Mule” ha partecipato a tanti raduni organizzati annualmente in diversi paesi.
Gli zampognari si sono esibiti a Malvagna, a Fiumedinisi, a Castelmola, a Belvedere, ad Agrigento, per la festa del Mandorlo in fiore.
Recentemente ha partecipato al raduno interregionale di “Genesi del suono della Zampogna a paro dei peloritani” avvenuto nella città di Messina giorno 1 dicembre 2018 organizzato dall’Assessorato Tradizioni Popolari – Assessorato Cultura – Assessorato Turismo.

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 Il meritato riconoscimento conquistato così recita: “Custodi dell’organologia della zampogna a paro Andrea Mulè”.

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Le parole del presidente Andrea Mulè: “Per me è un vero orgoglio condividere questo riconoscimento con tutti i licatesi.  Ringrazio il prof. Felice Curro, il prof. etnomusicologo Sergio Bonanzinga per l’accurata presentazione dell’Associazione, l’Amministrazione comunale di Messina, che ci ha permesso di effettuare questa sfilata straordinaria , e tutti gli amici messinesi che ci hanno insegnato tantissimo.  Ringrazio tutti i membri dell’Associazione zampognari licatesi “Andrea Mulè” che, nonostante le pochissime ore dedicate alle prove, hanno dato vita a una spettacolare serata con l’uso della zampogna a paro. Grande è stata anche la performance della fisarmonica magistralmente adoperata dal signor Vincenzo Fisce che ha accompagnato la zampogna. Vedere la gente di Messina che osservava entusiasta e applaudiva calorosamente i gruppi degli zampognari licatesi che sfilavano lungo le vie di Messina esibendosi anche all’interno del Duomo è stata una vera soddisfazione.  Il mio auspicio è quello di essere sempre più bravi e più forti così da ottenere successi come quello conquistato a Messina”.
Ampliando il proprio repertorio musicale con nuove melodie e con canti tipici della tradizione Siciliana l’Associazione “Andrea Mulè” offre un ulteriore contributo culturale alla città di Licata.

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L’Associazione “Andrea Mulè” annualmente anima la novena di Maria Ss.ma Immacolata Concezione nella chiesa di San Francesco a Licata e accompagna il fercolo della Madonna durante il cammino processionale per le vie della città l’8 dicembre.

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Gli zampognari hanno onorato Santa Lucia nella Sua chiesa e l’hanno accompagnata durante il cammino processionale.

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Molto bravi sono stati i membri dell’Associazione nell’allestire il presepe vivente nell’anno 2017

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 e di rappresentare la pastorale che sarà raffigurata a Campobello di Licata il 30 dicembre 2018. Dal 21 al 24 dicembre gli zampognati licatesi dell’Associazione “Andrea Mulè” parteciperanno alle sfilate natalizie a Milena, un paesino in provincia di Caltanissetta. Inoltre, dal 16 al 24 dicembre visiteranno le edicole votive, “I fiureddi”.

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Molte famiglie usano esporre ” i fiuredde” davanti al portone delle loro case o sotto il balcone inserendo nell’edicola personaggi della Natività abbellendola con foglie e frutti di arance mature.

 

 

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dic 11, 2018 - Senza categoria    No Comments

VINCENZO CALAMITA, AGOSTINO PROFETA, GIUSEPPE LI PUMA, TRE LICATESI ELETTI TESORI UMANI VIVENTI

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Dal soprastante documento, tratto dal sito ufficiale del REI, il registro delle Eredità Immateriali della Regione Sicilia, si evince che nel 2005 sono stati inserti nel registro tre tesori umani viventi, cittadini licatesi, i signori: Vincenzo Calamita, Agostino profeta, Giuseppe Li Puma, detentori di particolari abilità nel suono della ciaramedda il primo, maestro non solo a mettere in scena “L’Opera dei Pupi”, ma capace di costruire da solo i pupi siciliani il secondo, costruttore dei carretti siciliani in miniatura il terzo. Per queste notevoli doti, per il loro particolare interesse culturale, queste tre personalità sono state dichiarate Eredità Immateriali.
Inserita nello stesso registro è la notissima cantante folk Rosa Balistreri di Licata.
Il UREI è un grande catalogo composto da sei libri dedicati a mestieri, dialetti, repertori orali, spazi simbolici e, appunto, tesori viventi.

VINCENZO CALAMITA, u ciaramiddaru…mastru priziusu e raru, nasce a Licata il 01/08/1934. Fin dalla sua giovane età avverte l’amore per la zampogna e condivide con essa gran parte della sua vita. All’età di 6 anni ascolta per la prima volta il suono della zampogna e decide di dedicarsi alla rivalutazione e alla custodia del grandissimo patrimonio culturale della “Ciaramedda”.
All’età di 10 anni costruisce da solo la sua prima ciaramedda utilizzando canne e pelle di coniglio.
Da quel momento in poi si dedicherà alla costruzione delle zampogne specializzandosi soprattutto nella realizzazione della zampogna “a paro” per essere le due canne uguali e alla stessa altezza.

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Con il passar degli anni divenne uno dei più a bili costruttore di “Zampogna a paro” in Sicilia tanto da essere maestro di molti costruttori di zampogne che ne hanno acquisito le tecniche.
Le tecniche di costruzione della zampogna a paro del maestro Vincenzo Calamita sono state studiate, ricercate e pubblicate anche da docenti universitari non solo in Italia, ma in altri paesi del mondo quali la Francia e la Gran Bretagna.
Possiamo citare due importanti pubblicazioni di libri: “Le zampogne d’Italia” pubblicato da Febo Guizzi e Roberto Leydi nel 1985; ” Processus de relance d’un instrument de musique traditionnelle – le renouveau de la cornemuse en France” pubblicato da Benedicte Bonnemason nel 1998.
Negli anni’80 dello scorso secolo si trasferisce a Roma per alcuni anni con l’incarico di capocantiere.
Ritornato a Licata, continua a costruire zampogne fino all’età di 75 anni usando il pregiatissimo legno di ebano. Accompagnato dal suono della Zampogna a Paro, della quale ere un abile suonatore, ha partecipato a diversi raduni e manifestazioni in molti paesi dell’Italia e dell’Europa.
Ha partecipato a molte gare ottenendo meritate vittorie. Si è esibito presso la Cava dei Tirreni e a Cefalù. Nel 1988 ha gareggiato in Gran Bretagna per la conquista del titolo di “migliore zampognaro del mondo” conquistando il 2° posto e ottenendo in premio la “Zampogna d’argento”.

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Il maestro Vincenzo Calamita ha dichiarato al giornalista intervistatore che la sua passione per la zampogna è stata in continua crescita e suonarla è stato un piacevole divertimento. L’augurio è quello che la stessa sua passione possa coinvolgere tanti giovani licatesi a imparare a suonare la ciaramedda affinchè non si estingua la tradizione della zampogna.
Vincenzo Calamita si spegne il 10/06/2011 dopo avere combattuto contro una lunga malattia.
Fin dall’antichità a Licata si sono susseguiti gli Zampognari, i “Ciaramiddari”, che hanno lasciato un segno indelebile nel territorio.
Gli Zampognari erano dei semplici pastori che, a livello amatoriale, si dedicavano al suono della Zampogna mentre pascolavano il gregge.
Proprio per questo motivo non tutti i pastori riuscivano a suonare lo strumento con un ottimo livello musicale, ma vi si dedicavano, comunque, con passione.
Il periodo scelto dagli Zampognari era ed è ancora oggi quello Natalizio durante il quale a Licata si esibiscono suonando la “Ciaramedda” nelle piazze, nei quartieri e le antiche “viuzze”.

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Nel mese di Ottobre del 2010, grazie all’idea di Ivan Frisicaro e di Angelo Graffeo nasce a Licata il Gruppo degli zampognari licatesi con l’obiettivo di rivalutare e di custodire l’antichissima tradizione della “Ciaramedda”, una vera perla del patrimonio culturale siciliano.
Il 18 Giugno del 2015 il gruppo degli zampognari si costituisce ufficialmente con atto depositato presso l’Agenzia delle Entrate. Nasce l’Associazione Culturale Zampognari Licatesi “Vincenzo Calamita” che lo scopo di promuovere la diffusione della cultura e dell’arte della “zampogna a paro” in ogni sua forma attraverso la partecipazione attiva e collettiva a una serie di iniziative ed eventi.

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Il Presidente, il signor Ivan Frisicaro, e gli associati fondatori, amanti della cultura e della valorizzazione del passato, hanno l’obiettivo di costruire insieme una nuova realtà e di non dimenticare le proprie radici storiche, perle del patrimonio culturale licatese.

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Ivan Frisicaro

 L’’Associazione Culturale”V. Calamita” è impegnata nel tenere in vita le tradizioni di questo magnifico strumento allietando l’intero periodo natalizio e organizzando diversi tra cui: il 1° e 2° Memorial dedicato al maestro Vincenzo Calamita.

 

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Essa è stata inserita in un prestigioso progetto regionale finanziato dall’Assessorato Regionale alla cultura “Sulle Orme dei Suoni” esibendosi e spiegando in due clip scientifiche l’utilizzo e l’accordatura della “Zampogna a paro”.
L’Associazione si propone, inoltre, di creare una scuola artistico-musicale coinvolgendo i giovani allievi alla divulgazione, alla conoscenza della musica in genere e della musica tradizionale licatese in particolare e alla creazione di momenti di ritrovo e di aggregazione.
L’Associazione, inoltre, ha creato un’orchestrina Folk e un piccolo corpo di ballo con strumentistiche varie come la fisarmonica, i tamburelli, i fischietti, le chitarre e la zampogna a Paro. Ha ampliato nello stesso tempo il proprio repertorio musicale con nuove melodie e con canti tipici della tradizione Siciliana offrendo un ulteriore contributo culturale alla città di Licata.

Il raduno interregionale della “Genesi del suono della Zampogna a paro dei peloritani” è avvenuto nella città di Messina giorno 1 dicembre 2018  dove è stato premiato il licatese signor Vincenzo Calamita, costruttore e suonatore di zampogne a paro noto in tutto il mondo .
Hanno  ritirato il RICONOSCIMENTO ALLA MEMORIA i componenti dell’Associazione culturale licatese “V. Calamita”.
Il presidente dell’Associazione Ivan Frisicaro ha riferito che tutto il gruppo degli zampognari licatesi ha sfilato lungo le vie di Messina sostando anche all’interno del Duomo.
Successivamente ha ritirato il premio in memoria del maestro Vincenzo Calamita, conosciuto e apprezzato in diverse parti del mondo per la sua maestria nel costruire e suonare la zampogna a paro.

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L’Associazione “V.Calamita” ringrazia il signor Felice Curro e il prof. etnomusicologo Sergio Bonanzinga per l’accurata presentazione dell’Associazione.
La foto registra il momento della premiazione in ricordo del maestro Vincenzo Calamita.

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 AGOSTINO PROFETA nasce a Licata l’01/01/1931.
Ha amato sin da ragazzino l’arte del “puparo” apprendendola dal padre di Giovanni, puparo di professione, che gestiva il suo Teatrino del Pupi a Licata, in via Cannarozzo, nella sua bottega artistico-artigianale dove costruiva personalmente i personaggi collaborato da tutta la famiglia. C’era chi costruiva i pupi, chi le armature, chi l’abbigliamento, chi le scenografie.
Anche Agostino Profeta ha costruito in ogni parte i suoi pupi. Il termine “Pupo” deriva dal latino Pupus “bambinello”.

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Il Maestro Agostino Profeta col cuntastorie licatese Mel Vizzi

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Li ha costruiti secondo il modello palermitano rendendo smontabili le articolazioni dei suoi pupi. Nel modello catenese le articolazioni dei pupi sono rigide.
Il Teatrino dei Pupi era molto frequentato dai licatesi, giovani e adulti.  Molto spesso don Giovanni portava il suo teatrino con i pupi in giro per i paesi della Sicilia e Agostino accompagnava la carovana dei pupi siciliani durante lo spostamento da un paese all’altro. In Sicilia da sempre il Teatro dei Pupi costituiva un luogo frequentato dalla classe operaia che non poteva frequentare altri luoghi più importanti.
I Pupari, attraverso i pupi, raccontavano le gloriose gesta dei paladini di Francia che salvarono l’Europa dall’invasione dei Mori di Spagna. Le vicende, tratte dalla letteratura cavalleresca, in particolare dal ciclo carolingio, raccontavano le gesta di Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, di Rinaldo e il loro amore per Angelica e le gesta di Carlo Magno e dei suoi paladini. Amore, incanto, guerra, tradimento, discordia e riconciliazione sono i temi principali raggruppati in diverse sfere: quella politica, familiare, amorosa, religiosa, sovrannaturale.

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Don Agostino vestito da paladino

 L’Opera  dei Pupi non aveva come unica finalità quella di divertire gli spettatori appassionati del teatrino dei pupi, ma soprattutto quella di istruirli alla storia dei paladini di Francia.
I Pupari educavano gli spettatori al senso dello Stato, alla lealtà, al dovere verso la Patria e, soprattutto, riuscivano a fare conoscere fatti storici e letterari a un’ampia fascia del popolo poco scolarizzato.
Purtroppo l’Opera dei Pupi a Licata andò avanti fino alla fine degli anni ‘50 del Novecento.   La crisi e il declino furono causati dell’avvento del cinema che, da Muto, diventò Parlato, e della televisione che offrivano programmi più graditi alla popolazione licatese rispetto al Teatrino dei Pupi. Il popolo dimostrò maggiore interesse per questi mezzi di comunicazione di massa e minore interesse per il teatro popolare e per il suo repertorio.
Agostino Profeta è il più anziano puparo vivente in Sicilia e l’ultimo puparo della sua famiglia.
Ha imparando l’arte di rendere umane ed eroiche le semplici marionette attraverso la modulazione della voce, la scelta delle parole, l’intuito nel recitare. Pertanto, ha intrecciato la sua vita alle vicende dei mori e dei saraceni.
Incontrando don Agostino nel suo negozio di rivendita di biciclette in via Palma, accolta da lui e dal figlio Maurilio che lo collabora, gli ho chiesto di recitare una piccola parte dell’Orlando Furioso.
Mi ha accontetata!
Ho ascoltato la voce squillante di don Agostino, ho visto luccicare i suoi brillanti occhi celesti, ho visto sprizzare un momento di gioia.

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Ho notato in lui una certa amarezza per l’ingiusto sipario che è calato sul teatro dei pupi siciliani.
L’ho abbracciato calorosamente.
Riporto integralmente il commento che don Agostino Profeta rilasciò a Meridio News in un’intervista: «Il puparo, fin dalle origini, è stato un punto di riferimento per la società, soprattutto per coloro che appartenevano ai ceti più bassi e che nella sua figura vedevano un educatore, un insegnante: per questo lo chiamavano “don”.
Ogni sera si rappresentava un’opera dei pupi. La gente seguiva ogni puntata, come si fa oggi con le fiction, con un trasporto fuori dal comune. Si conoscevano tutti i personaggi e vi si immedesimava completamente.
Succedeva che durante lo sbarco dei Mille i siciliani combattessero come i paladini, pur senza armi; che gli spettatori lanciassero scarpe addosso all’avversario del proprio beniamino o iniziassero a dare pugni sul palco, in preda alla disperazione, quando quest’ultimo veniva ucciso».
Poi si inventò l’opera con personaggi viventi.
«In quel periodo iniziava a diffondersi il cinema e, per contrastare il declino cui andava incontro il teatro dei pupi, portammo in scena l’opera recitata da attori in carne e ossa. Prima di noi lo fece soltanto Gaetano Crimi, promotore dell’opera a Catania e licatese di nascita».
Adesso quella stessa curiosità talentuosa ed energica spinge don Agostino a immaginare lo spettacolo dei pupi in chiave contemporanea per rilanciarlo e salvarlo dall’incuria dell’uomo e del tempo.
Continua il suo discorso: <<Oggi il pubblico non riconoscerebbe più i personaggi, sarebbe impensabile riproporre l’opera a puntate. Servono formule più accattivanti come la concentrazione di varie scene in un’unica rappresentazione e magari l’impiego dei pupi della farsa per stemperare certe atmosfere troppo solenni.
Rivisitare la figura dei mori e dei saraceni per affrontare il tema dell’immigrazione e dei profughi, rielaborare le scene dei combattimenti per contrastare il fenomeno del bullismo. Ecco cosa farei in una società dove istruzione è sinonimo di troppa scuola e di poca educazione.
La funzione pedagogica dell’arte, dunque, ma anche il recupero del lavoro manuale. Un nuovo indotto si può creare solo con un sistema di produzione retto da imprese delle quali gli artigiani non siano dipendenti, ma soci. Un ritorno alla bottega, luogo dove la passione si lega al sacrificio e l’apprendimento non è fine a se stesso; dove si impara a costruire i pupi, non a esserlo. Si potrebbe puntare anche su un turismo dei pupi con un circuito e una rete di servizi studiati su misura>>. Sono parole vere di un puparo, di don Agostino Profeta!

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All’interno del Foyer del teatro Re-Grillo di Licata, sito in corso Vittorio Emanuele, era stato allestito il museo dell’Opera dei Pupi sotto l’amministrazione comunale del sindaco di allora dott. Angelo Cambiano, in accordo con il maestro puparo Agostino Profeta, che ha esposto inizialmente 25 pupi, pezzi unici e meravigliosi che, da soli, parlano dell’amore e della dedizione che il maestro puparo ha saputo donare a questa nobile arte.
Aveva anche espresso la volontà di progettare la realizzazione di un teatro dell’Opera dei Pupi dove realizzare i suoi spettacoli.
Il teatro è stato creato ma, recentemente, il palco è stato smontato con grande delusione di don Agostino Profeta.
Tuttavia, in una bacheca, allestita sempre in una sala del Teatro Re-Grillo, sono esposti alcuni suoi personaggi ed esattamente Carlo Magno, l’imperatore romano, Rodomonte, il re algerino, e altri personaggi meno noti. Solo con l’impegno, la volontà dei licatesi e con l’aiuto delle Istituzioni, principalmente della nuova amministrazione, diretta dal sindaco Giuseppe Galanti, don Agostino Profeta spera di ripristinare il teatrino dell’Opera dei Pupi. I pupi di don Agostino Profeta potranno rivivere attraverso l’istituzione di un museo permanente. Il Teatrino dei Pupi è un museo alla memoria ma soprattutto alle tradizioni siciliane, un patrimonio da salvaguardare e che dovrebbe essere diffuso.
Don Agostino Profeta ha donato alla biblioteca “Luigi Vitali” di Licata il paladino Orlando, descritto da Ludovico Ariosto. E’ un’opera lignea artistico – culturale progettata e interamente realizzata a mano dal maestro Agostino Profeta.

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Agostino Profeta, ormai uno dei pochi “maestri pupari” siciliani, artista, carrozziere, ciclista è studioso e maestro di cultura popolare tanto da avere impartito alcune lezioni al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti). . L’insegnante Cettina Greco, durante i festeggiamenti per il VENTENNALE della sua nascita, gli ha consegnato l’attestato di benemerenza perchè ha piacevolmente intrattenuto gli associati con la sua conferenza culturale e didattica sull’Opera dei Pupi.

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Il teatro dei Pupi nel 2001 è stato inserito nell’elenco dei Beni Immateriali dell’Umanità.  Esso rispecchia l’identità di un paese e di un popolo.

GIUSEPPE LI PUMA

Giuseppe Li Puma è stato un valente artigiano la cui specializzazione è stata strettamente legata alla più tipica tradizione artistica e popolare siciliana: quella che trova nei pupi e nel carretto siciliano la manifestazione più spontanea e più ricca di una cultura antica di secoli.
Giuseppe Li Puma si è dedicato alla costruzione in miniatura del carretto siciliano, uno dei simboli della Sicilia popolare e contadina degli anni precedenti alla diffusione dei mezzi a motore per cui, sostituito dai furgoni e dagli autocarri, oggi ha perduto la sua funzione originaria rimanendo come attrazione in occasione di manifestazioni e di cortei con esemplari di grande pregio per le accurate rifiniture e per la ricchezza delle decorazioni.
Pertanto la motorizzazione ha fatto sparire dalle strade i carretti. A Licata, come in tutta la Sicilia, il carretto era il mezzo di locomozione il più diffuso. Quando sono arrivata a Licata negli anni ’70 del secolo scorso, nel Corso Umberto I la mattina presto si muoveva una lunga teoria di carretti che andavano in campagna.
Era uno spettacolo!
I carretti siciliani, nati come carri agricoli, oggi sono diventati un tipico esempio di artigianato e di cultura siciliana.
Sono vere e  proprie opere d’arte.
I primi carretti sono stati costruiti nel XVIII secolo poiché prima di allora le strade non permettevano l’uso dei carri, Infatti  ai trasporti provvedevano le bestie da soma.
Le decorazioni intorno al carretto erano commissionate ad esperti artigiani i quali intagliavano il legno e dipingevano la storia dei paladini di Carlo Magno, gli eventi miracolosi, i momenti di vita familiare, gli aspetti di attività lavorative, temi che avevano particolarmente colpito la fantasia popolare.
Le scene iconografiche e i cromatismi sono ormai consolidati nel tempo e oggi costituiscono una testimonianza importante per lo studio delle tradizioni popolari e della cultura siciliana.
Il carrettino siciliano è un elemento gradevole da ammirare e acquistato dai turisti come souvenir.

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Bellissima siciliana!

 

 

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Il commento di Ivan Frisicaro: ”Credo sia fondamentale apprezzare e valorizzare questi grandi artisti licatesi i quali si sono distinti grazie alla loro professionalità e maestria. Ciò significa onorare la nostra identità. Tesori Umani che potrebbero diventare fonte di risorse economiche nell’ambito del turismo culturale presente nella nostra città di Licata”.

Questo carrettino siciliano è un caro ricordo della mia infanzia.
Mi è stato regalato dal signor Doca (non ricordo il nome di battesimo ) per un mio compleanno.
Libero dal suo lavoro della polizia penitenziaria al carcere di Mistretta,  aveva l’hobby di costruire i carrettini siciliani che regalava a parenti e amici nelle varie occasioni.
Lo custodisco gelosamente!

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Ho ammirato queste bellissime immagini  dipinte sulla sponda del carretto siciliano esposta nella parete dello studio di dermatologia del mio amico, il dott. Francesco Cascio, a Palermo e che mi ha concesso la pubblicazione della foto.  Grazie Francesco!

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dic 1, 2018 - Senza categoria    No Comments

IL COMPLESSO BANDISTICO “CITTA’ DI MISTRETTA”

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Un folto gruppo di giovani mistrettesi, circa 60, di cui 20 ragazze e 40 ragazzi, stanno insieme ormai da tanti anni uniti dall’amore per la bella musica. Hanno fondato il COMPLESSO BANDISTICO “CITTA’ DI MISTRETTA”, una bellissima realtà mistrettese  attualmente guidata dal prof. Dino Iudicello.

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 Col suono della loro musica il complesso armonizza tutte le feste religiose e gli eventi che succedono a Mistretta.

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Molti componenti fanno parte anche dell’”Allegra Compagnia”, che armonizza l’estate amastratina portando nei quartieri le loro serenate.
Questi festosi momenti sono molto attesi dai mistrettesi e dai forestieri, che accompagnano con entusiasmo i suonatori.

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Il complesso bandistico  “Città di Mistretta” ha la sua sede nella via Libertà, adiacente al Museo delle tradizioni Silvo-Pastorali, diretto dal maestro Girolamo Di Maria.

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Da sx: il sindaco Iano Antoci e il maestro Girolamo Di Maria

 Sia al complesso bandistico  “Città di Mistretta”, sia all’”Allegra Compagnia” faceva parte il prof. Giuseppe Mazzara,  prematuramente scomparso.   4 mazzara peppino ok

E’ stato un esempio di bontà, di tolleranza, di generosità, di amicizia fraterna. E’ stato il poeta estemporaneo degli stornelli, la voce delle serenate di quartiere che lo rendevano felice. Pilastro dell’Allegra compagnia, è stato il musicista gentile, dalla elevata nobiltà d’animo, che cercava di regalare alla gente il suo cuore colmo di dolcezza. Afferma il prof. Lucio Vranca: “L’Allegra compagnia non sarà più la stessa e non sappiamo se sarà. Ma se la musica ci esorterà a stare insieme allora sarà un inno, una lode dedicata a te.
Dove la musica sarà protagonista, la gioia delle melodie si orienterà verso il cielo per omaggiarlo e mai per dimenticarlo”.
Il maestro Antonino Di Buono ha diretto il complesso bandistico per molti anni.

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Il maestro Antonino Di Buono

 Per conoscere il maestro Antonino Di Buono basta leggere la  testimonianza della figlia Franca:“Possiamo dire che la sua vita era per la musica e che per la quale a volte trascurava  la famiglia (in senso buono). A volte non si rendeva conto che ora fosse. La notte la mamma si svegliava alle due- tre e lui era ancora in cucina, con la mantellina sulle spalle e il braciere quasi spento, a scrivere musica. Mamma lo chiamava “ Nino ma guarda che ore sono, non vieni a dormire? Si, arrivo ma si faceva l’alba. Ecco perché dico che viveva di musica e che posso garantire che ce l’aveva nel sangue. Forse la musica e la passione sononate insieme a lui.
Anche prima di morire, forse in un momento di premorte, si strappò tutti i fili a cui era legato e il dott. Giordano bonariamente lo richiamò <<Sig, Di Buono ma noi avevamo fatto un accordo”>> e lui rispose: <<Si in fa minore>>. Ecco, povero papà le sue ultime parole sono state per la musica.”

In onore del maestro Antonino D Buono, il 4 agosto 2012, per il 150° anniversario  della ricostituzione della banda musicale “Città di Mistretta”, gli è stata intitolata la grande sala della Scuola di Musica sita in via Libertà a Mistretta.

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Da sx: Lucio Vranca, Iano Antoci, Girolamo Di Maria

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Le figlie del maestro Di Buono ritirano la targa e la scultura, opera dello scultore Gaetano Russo

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Per quanto riguarda l’origine del Complesso Bandistico “Città di Mistretta” e le sue evoluzioni nel tempo riporto integralmente la descrizione raccontata dal prof. Lucio Vranca e dal prof. Giuseppe Pipitò nel loro libro: “LA BANDA ieri, oggi…domani (l’istituzione amastratina)” , edito da “Il Centro Storico”.

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 Chi, meglio del prof. Lucio Vranca e del prof. Giuseppe Pipitò potevano descrivere magistralmente la Banda di Mistretta di cui fa parte!? Lucio Vranca è  musicista anche lui. E’ musicista suo figlio Giuseppe!  E’ avviato alla musica anche il nipotino. Grazie, Lucio,  per rallegrare i mistrettesi e non solo con la tua musica.

SINTESI STORICA DEL CORPO BANDISTICO CITTA’ DI MISTRETTA (scritta il 2 agosto 2012 in occasione dei festeggiamenti dei 150 anni dell’Istituzione del corpo bandistico comunale).
Non c’è Mistrettese che non conservi nel patrimonio dei ricordi, l’immagine della banda e della sua storia.
La banda è ritenuta, in genere, “la memoria” di periodi festivi; la passerella di uniformi da parata e da concerto; il mezzo efficace di diffondere suoni festosi e melodici in onore del “Santo”; è il momento di sottolineare celebrazioni religiose e civili.
La banda, pur suscitando emozioni, è espressione di cultura, quel bagaglio di conoscenze e di pratiche fondamentali acquisite lungo il corso della storia che si è trasformata in tradizione musicale. Il patrimonio rappresentato dalla cultura musicale della nostra città è forte perché forti sono le sue radici.
In un Centro glorioso come Mistretta, che attualmente vive un periodo di preoccupazione per la “sottrazione” di istituzioni, di uffici e servizi, la banda musicale amastratina si preoccupa di tenere viva quella che è una sua funzione: educare i giovani e sviluppare la passione per un’arte meravigliosa che ha il potere di unire e di potenziare i buoni sentimenti e i valori umani facendo leva sul prestigioso passato, un passato che ha le sue origini prima del 1830.

PRIMO INTERVENTO (pag 62)

Uno straordinario documento rinvenuto da Dott. Giovanni Travagliato, fornisce la prova della vetustà della banda musicale di Mistretta.
Premesso ciò, leggo testualmente la copia del documento di cui all’Archivio storico della Parrocchia “Santa Lucia” di Mistretta.
Mandati di pagamento dell’anno 1830.
Alli dieci settembre 1830, pagate alli strumentisti paesani, così detta la banda, per aver suonato la vigilia e festa, come dal ricevo di numero secondo, onze due e tarì diciotto; …date e pagate a Mastro Benedetto Chiella e Mastro Antonio Di Franco, capi  maestri strumentisti della così detta Banda di questo suddetto Comune, la somma di onze due e tarì diciotto per aver suonato d’unità agli altri componenti la Banda suddetta, la vigilia e festa di Maria Santissima della Luce nel dì sette ed otto settembre 1830”.
Facendo un calcolo approssimativo due onze e 18 tarì quivalgono a 981,00 €

SECONDO INTERVENTO

Il 21/11/1857 l’Amministrazione Comunale pro tempore, su richiesta di 32 bandisti, delibera in ordine alla formazione e al riconoscimento di una banda musicale (un vero salto di qualità e di lungimiranza). Gli strumentisti s’impegnano a ricambiare con galà di Corte (ricevimenti, feste solenni e feste cittadine).
I richiedenti, oltre ad essere riconosciuti, esprimono, con insistenza, viva preghiera per la nomina di un “abile maestro”. Alla suddetta richiesta segue quella di un prestito per l’acquisto dello strumentario, con l’impegno della restituzione con i primi introiti. Le feste in onore di San Sebastiano, di San Rocco, di San Barnaba, l’ottava del Corpus Domini ed altre feste sarebbero state fonti di guadagno per l’estinzione del debito col Comune, già aggravato con l’acquisto del vestiario.
L’Amministrazione accoglie le richieste in quanto le ritiene vantaggiose. Con la banda nasce anche la Scuola Musicale.
Trascorsi due anni di attività, la banda musicale, chiede all’Amministrazione la costruzione di un palco per le esibizioni atte a soddisfare la cittadinanza (richiesta confortata dalla relazione del Sottintendente il 23-10-1859).
Le autorità comunali, consapevoli dei successi conseguiti dalla banda e dell’attività della Scuola, vengono incontro alla richiesta con la spesa di  150,19 L.
Mistretta ha così il primo palchetto musicale.

TERZO INTERVENTO

Il 13 Agosto 1848  il Consiglio comunale di Mistretta delibera il compenso ad alcuni suonatori inclusi nell’antica “Guardia Nazionale”, per le prestazioni di istruttori.
Con detti provvedimenti si gratificano i componenti maggiorenni che hanno l’obbligo di far parte della Guardia Nazionale (tipica istituzione dell’800).
Al predetto Corpo compete la difesa, nonché il potere di agire, nell’ambito della Società, entro i limiti della Legge.
Perché dette incombenze anche alla banda musicale?
Si ritiene giusto cooperare per la lotta al brigantaggio, piaga sociale che imperversa anche dopo il passaggio di Garibaldi, lungo la costa tirrenica nel 1860.
Il fenomeno si sviluppa tra il 1861 e il 1865 (nonostante lo stato d’assedio applicato in tutto il Meridione ad iniziare dal 1862 ).
A tutto questo segue un periodo di silenzio.
Trascorrono alcuni anni. Viene interrotta l’attività bandistica dovuta, probabilmente, agli avvenimenti storici e politici che sconvolgono l’Italia.
I fermenti rivoluzionari, le lotte, in favore delle nuove idee sulla Libertà, sull’Indipendenza, sull’esigenza di dare alle varie regioni della Penisola una “identità” che affratelli, fanno scuotere anche un certo numero di probi amastratini che, in occasione della spedizione “dei Mille”, daranno dimostrazione di condividere la “grande causa” (con uomini e mezzi).

QUARTO INTERVENTO

Il giorno storico per cui, oggi, stiamo qui a ricordare e festeggiare è il 2 gennaio 1860. Un giorno memorabile per la banda, per gli strumentisti e per la città tutta: “LA COSTITUZIONE DEL CORPO BANDISTICO”- Con la stipulazione dell’atto da parte del Notaio Don Gaetano Ortoleva la banda diventa “Istituzione Comunale”.
Seguono le rituali firme, l’indicazione domiciliare -la specifica – gli estremi della registrazione dell’atto.
Fanno parte della banda N.42 validi strumentisti. Si nomina il primo Maestro, quale istruttore del corpo bandistico, il Sig. Francesco Di Bella.
Nel corso di detti avvenimenti, purtroppo, non si fermano le vicende risorgimentali.
Il popolo amastratino, come gran parte della Sicilia, aspira alla Libertà e lotta per spezzare le catene imposte dal Re delle Due Sicilie, Francesco II.
Un drappello di valorosi Mistrettesi (compresi alcuni elementi del corpo bandistico) prende parte alla “Spedizione dei Mille”.
Apposite lapidi, poste sul prospetto del palazzo di città, ricordano la detta partecipazione.
Alcuni sodalizi locali ricordano con stima e con devozione la figura dell’Eroe dei Due Mondi, Giuseppe Garibaldi (in particolare la Società Operaia di M.S.).
Il Comune di Mistretta, a perenne memoria, ha eretto un monumento in onore dell’Eroe di Caprera, nella Villa Comunale che porta il nome di “Giuseppe Garibaldi”. L’opera è stata realizzata dallo scultore amastratino Noè Marullo.

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 Appena due anni dopo la costituzione del Corpo bandistico, si apre, purtroppo, un periodo di contestazioni. La disciplina viene meno e tutto ciò indispone il Maestro Di Bella che sarà costretto a chiedere lo scioglimento del contratto.
A malincuore, sia la Giunta sia il Consiglio comunale prendono atto della richiesta ed il 25/02/1862 fu deliberato lo “Scioglimento del contratto al Direttore della Banda eagli addiscenti”.
I cittadini non accettano detta decisione perché, secondo loro, l’Istituzione, ancora giovane, non può e non deve morire. L’Amministrazione, frastornata, è costretta a prendere delle decisioni risolutive.
Il 12 maggio 1962, il Sindaco, il Barone Giovanni Russo, dà un primo segno di buona volontà. Nomina una Commissione con il compito di predisporre un adeguato progetto per la RICOSTITUZIONE del Corpo bandistico.

QUINTO INTERVENTO

L’attività bandistica stenta a proseguire, aspetta la fine degli avvenimenti storici. Nel frattempo il dibattito consiliare assume toni accesi non appena un consigliere segnala e sottolinea che, nel vicino Comune di Nicosia, così come in altri Comuni, le spese del Maestro e delle divise sono a carico dei predetti Enti e che i bandisti usufruiscono di  regolare stipendio.
Il Sindaco, frastornato dalle proteste, dalla richiesta di interventi, fa del suo meglio per comporre la disputa, per mettere ordine e, infine, per trovare la proposta conciliativa.
Nel corso della seduta si effettuano molte votazioni. Si avverte la necessità di discutere quanto propone una sartoria milanese in,ordine alla fornitura delle uniformi da “Guardia Nazionale”. costo L. 85 procapite – ammontare complessivo L. 2040″.
Durante la seduta si parla per la prima volta di adottare al più presto il provvedimento: stipendio ai bandisti. Una conquista straordinaria che avrebbe assicurato la frequenza e, dunque, la continuità dell’Istituzione bandistica.
Nonostante la straordinaria novità, il corpo bandistico, nel 1873, fa registrare un fortissimo calo d’interesse al punto da provocare lo scioglimento dello stesso corpo musicale. La città perde la banda considerata suo vanto, sua prestigiosa istituzione. Due lunghi anni senza concerti, due anni di silenzio per le strade. Le processioni religiose sfilano per le via principali in silenzio. Una situazione insostenibile.
Occorre intervenire per superare l’incredibile situazione e, in vista di un prossimo futuro rilancio, si modifica il regolamento ed, in particolare l’Art. 8 che dà pieno mandato alla Deputazione di disporre apposita visita medica domiciliare onde accertare lo stato di salute degli strumentisti e l’entità dei disturbi accusati e ciò per constatare la consistenza dell’impedimento in ordine alla partecipazione dei servizi municipali e cittadini.
La modifica dell’art. 8 del regolamento fa chiaramente capire che sono queste le vere motivazioni del calo d’interesse: l’assenteismo.
In caso di malattia i musicanti hanno diritto alla cura gratuita del Medico condotto municipale, alla somministrazione dei medicinali occorrenti. Il diritto alla sola cura gratuita del Medico Condotto si estende ai parenti che coabitano col musicante.
L’assistenza sanitaria è un privilegio e un diritto che i componenti del corpo bandistico comunale hanno, come se fossero impiegati.
Finalmente arriva un’altra conquista epocale: lo stipendio stabilito dal fondo assegnato al corpo bandistico nel bilancio comunale.

SESTO INTERVENTO

L’era Bajardi.
Con la dichiarazione appresso virgolettata, il Sindaco Vincenzo Salamone dà la prova della partecipazione della Banda ed il riconoscimento della preparazione: la medaglia d’oro ed il diploma ricordo.
In seguito al successo, alla scadenza del mandato l’incarico al Maestro Bajardi viene confermato per altri tre anni.

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“Questa città – dichiara il Sindaco – a buon diritto, va orgogliosa della propria banda musicale la quale risponde pienamente alla non lieve spesa che il Comune sostiene per essa. È direttore della medesima un intelligente e valoroso giovane, il Bajardi, il quale non risparmia zelo ed attività per tenere alta ed immutata la fama che essa si è venuta guadagnando in città e fuori…”
“Sia la Gara fra le bande musicali della Sicilia. E la conferma del maestro mi trae a parlarvi della parte presa dal corpo musicale alla gara tenuta nello scorso maggio in Palermo fra le bande della Sicilia”.
Vi confesso subito che nell’animo mio non fu in forse un solo momento per decidersi a stanziare in bilancio la somma necessaria; poichè esso fu a ciò indotto non dalla speranza del premio che la banda avrebbe potuto guadagnare; ma dal desiderio vivissimo che questa ragguardevole città avesse contribuito alla riuscita dei festeggiamenti che si tenevano, nella capitale dell’isola, in onore dell’industria e dell’ arte italiana, e che i vostri concittadini avessero affermato il loro valore musicale di fronte all’ Italia, non solo, ma ancora di fronte ai rappresentanti delle altre nazioni che, in quei giorni, dovevano,certo, essere in gran numero, in Palermo.
Ma il premio è venuto, ed è stato il primo. E sia il ben venuto, dico io. A me però non spetta merito alcuno; poiché, ove, mai voleste darmene per aver somministrati i fondi, vi direi che nella consumazione del delitto ho avuto dei complici. Essi sono: la Deputazione musicale, la quale sapete quale benemerenza abbia acquistata in questa circostanza; la Società fra i Militari in Congedo, il Nuovo Circolo, la Società Operaia e la Società fra i Calzolai le quali tutte mi consigliarono e mi spinsero ad acconsentire perché il vostro corpo musicale avesse preso parte alla gara”…”Ed il felice risultato della gara mi ha indotto a fare buon viso alle vive istanze della Deputazione musicale e del maestro Bajardi, intese ad ottenere che nella villa comunale fosse elevato un padiglione nel quale avesse potuto raccogliersi e suonare la banda musicale”.
Questa è stata la prova che i risultati portano entusiasmo e facilitano il “SI” ad ogni richiesta.

SETTIMO INTERVENTO

L’alba del ‘900 lascia alle spalle il periodo del romanticismo che rivaluta la storia, la religione e la musica.
Nel corso del ‘900, oltre al ritmo frenetico delle scoperte, dell’industrializzazione, della corsa al benessere, si aggiunge una radicale trasformazione nella vita sociale. In tanta attività, la musica trova grande spazio. Le opere di Verdi, Rossini, Donizzetti, ecc. trovano consensi in tutte le nazioni. E la nostra banda agli inizi del ‘900? E la Scuola musicale?

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Della continuità bandistica si ha conferma in una lettera alle famiglie inviata dall’Arcipretura di Mistretta nei giorni di gennaio dell’anno 2000 di cui si trascrive il contenuto.
Ecco la cronaca di come Mistretta ha vissuto il passaggio dal XIX al XX secolo. ”Per santificare la notte del 31 Dicembre 1899 e l’alba del 1900, che congiungono i due secoli, anche in questa parrocchia ebbe luogo la sacra funzione…. A giudizio di tutti, essa riuscì assai bella ed imponente. Entro la Chiesa si contavano più di 4000 persone di tutti i ceti e di tutte le tinte, ad evitare qualche possibile inconveniente, la detta chiesa fu aperta alle ore 11 di sera. Dopo mezz’ora le campane cominciarono a sonare a festa ed alle stesse risposero subito quelle di tutte le altre chiese. In quel frattempo la banda musicale percorreva le principali vie della città e a quel suono e al continuo sparo di mortaretti, che si faceva sulla vetta del nostro rinomato Castello, il popolo si riversò tutto nelle strade…”
Durante il dibattito per l’approvazione del bilancio 1902, il finanziamento per la banda deve concorrere con quello del dormitorio pubblico, con il fondo della spazzatura, con il restauro della rete idrica e, infine, deve competere con i primi finanziamenti per la rete elettrica di illuminazione pubblica che è ancora un sogno. Tutto questo testimonia quanto importante è e quanta considerazione si dà alla Scuola musicale e alla banda.
Dall’Istituzione del corpo bandistico, avvenuta il 2 gennaio 1860, l’Amministrazione comunale bandisce ripetutamente concorsi e assegna gli incarichi per una durata biennale con la possibilità della conferma, ma questo non dà sicurezza del posto di lavoro: viene a mancare la continuità. Pertanto, la storia ha fatto registrare un numero elevatissimo di maestri che si sono succeduti nel tempo.
Una situazione che non può durare.
Ed ecco che, finalmente, nel lontano 23/4/1958 si dà inizio all’iter relativo al concorso per la copertura del posto in organico del Maestro Direttore della Scuola Musicale con annesso complesso bandistico.

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La svolta storica di grande rilievo è stata sottolineata dal Sindaco Vincenzo Antoci che dichiara: “…Considerato che questo Comune gestisce da tempo una Scuola musicale per i figli degli artigiani e degli agricoltori del luogo; considerato che nel regolamento organico c’è un posto per Maestro di musica…; considerato che non si dispone di buoni strumenti musicali; la Giunta delibera di acquistare parecchi strumenti musicali per un totale di L. 412.228, presso la Ditta Sacco di Palermo e Pucci di Napoli”.

Il rinnovo è stato totale qualcuno usa il termine RINASCITA.
Oltre agli strumenti, si acquistano le uniformi ricche di fregi, di cordoni, di bottoni dorati che costituiscono l’orgoglio della nuova banda che dà la sensazione di un felice risveglio.

CONCLUSIONI
Per concludere ritengo sia doveroso elencare tutti i maestri che dal lontano 2 gennaio 1860 e dalla ricostituzione del 1862 ad oggi hanno onorato e reso prestigiosa l’Istituzione musicale amastratina.

ELENCO DEI 27 MAESTRI:

Di Bella Francesco, Rausi Gaetano, Graffeo Vito, Graffeo Carlo, Bajardi Gioacchino, Colosi Nunzio, Toscano Leonardo, Quattrocchi Luigi, Agnelli Gaetano, Oreste Lucio, Guerci Claudio, Ippolito Raffaele, Stasi Enrico, Incudine Ersilio, Forzano Nicola, Graziano Basilio, Albano Umberto, Cecere Vincenzo, Verdoliva Alfonso, Bingo Ivo, Longo Giuseppe, Testa Giovanni, Antonino Di Buono, Lotario Giuseppe, Villardita Salvatore, Leonardi Angelo Pio, Ortoleva Giovanni, Di Maria Girolamo, attualmente in carica più che mai operativo al servizio della Scuola musicale e del corpo bandistico “Città di Mistretta”. Al Maestro Di Maria auguriamo di battere il record che detiene il Maestro Gioacchino Bajardi che ha operato per 17 anni consecutivi in modo egregio. Per raggiungere questo obiettivo dovranno passare almeno due anni per uguagliare il detto record. Noi siamo sicuri che onorerà questo impegno e continuerà a svolgere, anch’egli egregiamente, il delicato compito di educatore di quell’arte meravigliosa che il Maestro ama e che noi chiamiamo semplicemente “MUSICA”.

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Abbiamo tutti il dovere di ringraziare i maestri che nel corso degli anni si sono succeduti. Ognuno di loro ha lasciato un segno, la traccia di una esperienza che ha permesso l’arricchimento culturale nel settore della musica per cui Mistretta può essere definita “Città musicale”.
La continuità del nostro corpo bandistico e della Scuola musicale farà scrivere, ne siamo sicuri, numerose pagine storiche. Continuerà, così, la lunga, centenaria, tradizione musicale grazie alla lungimiranza degli amministratori che, nell’arco degli anni, hanno valorizzato e sostenuto l’egregio lavoro di tutti i maestri. L’attuale Amministrazione, ce lo auguriamo, continuerà l’opera di sostenimento e di incoraggiamento prendendo come esempio l’insegnamento che i politici del passato hanno lasciato come eredità. Un patrimonio culturale che, negli anni, ha dato lustro alla città di Mistretta ed è stato vanto della comunità tutta.
“Il doveroso pensiero che vogliamo rivolgere a tutti i compositori ha un significato basilare, profondo, umano e sociale. Senza le loro composizioni le bande, le orchestre e i vari gruppi musicali non avrebbero modo di esistere .
Chiudete gli occhi ed immaginate un mondo senza musica..!
Credo sia utile ripetere che la musica, in quanto creata, è arte e l’arte è espressione di vita che ha segnato, segna e segnerà molti momenti della nostra vita. La musica è amata anche da chi afferma di non amarla perchè dietro i loro non … esistono ricordi legati ad eventi o manifestazioni gioiose”.
Se oggi continua ad esistere a Mistretta la Scuola musicale e il corpo bandistico è perché chi ha avuto la forza di continuare l’opera meritoria di sostegno e chi con passione ha operato per onorare la musica, ha cavalcato due grandi virtù: la pazienza e l’umiltà.
Due virtù “terapeutiche” che hanno aiutato a superare ogni ostacolo, ogni difficoltà.
Quelle virtù saranno la forza del percorso musicale futuro.
“…ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta
“(Dante); “…la pazienza è la più eroica delle virtù… “(Leopardi)
La presentazione e la sintesi del racconto storico,richieste gentilmente dal Maestro Girolamo Di Maria, sono state curate dal sottoscritto in occasione dei festeggiamenti del 150° anniversario della costituzione del corpo bandistico del Comune di Mistretta.

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nov 28, 2018 - Senza categoria    No Comments

L’ABIES NEBRODENSIS NELLA VILLA COMUNALE “G.GARIBALDI” DI MISTRETTA

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Ho letto il post su fb del prof. Rosario Schicchi, del prof. Alfonso La Rosa e  della Flora Spontanea siciliana che riporto integralmente per darne larga diffusione:” Elette le piante simbolo delle venti regioni italiane.
L’iniziativa, promossa dalla Società Botanica Italiana, è stata coordinata da Lorenzo Peruzzi, professore di Botanica sistematica presso il Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa e Direttore dell’Orto e Museo Botanico. A votare sono stati oltre 500 appassionati ed esperti botanici di tutta Italia che hanno eletto le piante vincitrici a partire da una rosa di candidature, con un meccanismo per certi versi simile a quello delle primarie.
L’idea è quella di sensibilizzare cittadini e istituzioni sul tema della biodiversità vegetale – spiega Lorenzo Peruzzi – e così sono state elette venti piante che, per valenza storico-scientifica, peculiarità biogeografiche e bellezza, possano essere assurte a “simbolo” di ognuna delle venti regioni italiane”.
Per la Sicilia la pianta simbolo è rappresentata da Abies nebrodensis (Lojac.) Mattei (Abete delle Madonie), eletta con il 37% dei voti. Si tratta di una conifera endemica delle Madonie. Descritta da Michele Lojacono Pojero, botanico siciliano che ha operato a cavallo tra l’ottocento e il novecento.
È la pianta che ha ricevuto il maggior numero di voti tra tutte le regioni italiane, assieme alla Sassifraga dell’Argentera.
La villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta è orgogliosa di accogliere diverse piante di Abies nebrodensis, piccole e grandi, essenza vegetale che si fa notare per la sua magnificenza, per la sua eleganza, per la sua bellezza, per la sua austerità, per il suo notevole valore scientifico.

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L’Abete dei Nebrodi è detto anche “l’Abete delle Madonie” per il suo primitivo habitat madonita.
Per potere osservare l’alto albero il visitatore, superato il cancello d’ingresso della villa, deve percorrere il viale di sinistra e subito dopo girare a destra. Sopra il laghetto, con la sua faccia rivolta al cancello, proprio sulla C della scritta “villa comunale”, ecco, là può ammirare l’Abies nebrodensis insieme al gruppo costituito dall’Abies cephalonica, dalla Sequoia e dal Cedrus deodara.
L’Abies nebrodensis è una conifera endemica della Sicilia appartenente alla Famiglia delle Pinaceae.

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Il nome del genere “Abies”, già in uso presso i Romani, probabilmente deriva dal greco “ὰβιος” “non longevo”, oppure dal latino “abiens” “che va via”, forse in riferimento alla sua grande altezza. Il termine della specie “nebrodensis” deriva dai Monti delle Madonie che anticamente venivano chiamati Montagne Nebroidi, ma da non confondere con gli attuali Monti Nebrodi, ad oriente di queste.
LAbies nebrodensis, un tempo classificato come sottospecie dell’Abies alba, si pensa che sia pervenuto in Sicilia nel corso dell’ultima glaciazione avvenuta oltre 2000 anni fa e sopravvissuto sino ai nostri giorni per aver subito un processo di naturale adattamento al clima siciliano e, in particolare, a quello delle Madonie dove la pianta è quasi esclusiva.
L’albero ha il caratteristico portamento degli abeti e già, a breve altezza dal suolo, presenta una serie ordinata di palchi orizzontali che gli conferiscono l’aspetto di un cono rovesciato. Il tronco, alto fino a 25 metri e con una circonferenza di un metro, è diritto e rivestito dalla corteccia di colore grigio cenere e molto rugosa.

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I rami, che partono dal tronco, sono di colore grigio-brunastro. Le foglie, aghiformi, piccole, lineari, sono inserite ai due lati del rametto ma rivolte, nella stessa direzione per torsione naturale dei piccioli delle foglie sottostanti. Sono di colore verde argenteo nella pagina superiore, di colore grigiastro nella pagina inferiore, con due linee longitudinali rappresentati dai canali resiniferi. Sono smarginate all’apice. Particolare è la disposizione dei rametti. Da ciascuno dei principali rami se ne dipartono due laterali e così di seguito fino a formare delle piccole croci tanto da fare attribuire alla pianta il nome mistrettese di “Arvulu cruci, cruci”.

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I fiori femminili, verdi e poco appariscenti, crescono all’apice dei rametti sulla superficie dorsale; i fiori maschili, gialli, sono raggruppati nella parte ventrale dei rametti. La fioritura avviene da maggio a giugno.

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Gli strobili, cilindrici ed eretti, lunghi fino a 20 centimetri, hanno brattee sporgenti che, a maturità, si sfaldano lasciando sul ramo l’asse centrale. Contengono diversi semi alati. Gli strobili raggiungono la maturità in autunno e lasciano cadere i semi.

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La pianta non ha particolari esigenze edafiche adattandosi a vivere su terreni anche poveri, ma asciutti e ben drenati. Sopporta i freddi invernali preferendo, però, i climi più miti della Sicilia. E’ una pianta lenta nell’accrescimento e non si hanno sufficienti parametri per poter abbozzare una durata attendibile della sua vita.
L’Abete dei Nebrodi è una pianta a forte rischio d’estinzione pertanto non è possibile prevedere il tempo di sopravvivenza. Essendo una volta specie endemica della Sicilia, in passato formava vaste foreste sulle montagne. Oggi è una pianta fondamentale per il suo areale molto circoscritto e riveste una grande importanza non solo per la sua “monumentalità”, ma perché è una delle piante più notevoli della flora siciliana. Rappresenta l’elemento più famoso per la sua potenzialità forestale e per la sua condizione di specie relitta a causa dell’azione antropica che ha modificato l’habitat originario della sua specie.
E’ presente in un numero limitato di esemplari, soprattutto nel territorio delle Madonie, e continuamente oggetto di studi per la rarità della specie ancora inserita nel proprio ambiente d’origine.  L’Abete dei Nebrodi in epoca antica era molto comune e il suo legname rappresentava una notevole fonte di commercio per le popolazioni montane della Sicilia settentrionale. Durante la dominazione greca, la città di Halaesa, posta a pochi chilometri dell’odierna Tusa, batté moneta con l’immagine inconfondibile di questo svettante albero.
Dato l’esiguo numero degli esemplari viventi, la pianta attualmente non ha nessun utilizzo economico perché è obbligatorio preservare la specie e la biodiversità, anche perchè l’azione di disboscamento incontrollato ai danni di questa splendida conifera, l’utilizzazione delle parti dell’albero come legna da ardere e per la creazione di opere artigianali, alcune modificazioni climatiche, che hanno favorito la diffusione del Faggio e dei querceti nel piano montano della catena delle Madonie e dei Nebrodi, i ripetuti incendi boschivi, i pascoli sconsiderati, che hanno modificato il suolo, e altre possibili minacce da parte di parassitari hanno portato l’Abete dei Nebrodi sulla soglia dell’estinzione.
Già dal 1900 era stato considerato estinto e riscoperto nel 1957 nel Vallone Madonna degli Angeli. Nel comune di Polizzi Generosa, sulle Madonie, dove ne sono rimasti circa una trentina di esemplari che crescono stentatamente su un pendio sassoso. Alcune piante producono, però una certa percentuale di semi fertili che consentono periodicamente la coltivazione in vivaio e poi il trapianto della piccola piantina.  L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, meglio conosciuta con il suo acronimo IUCN, l’organizzazione non governativa (ONG) internazionale con sede a Gland, in Svizzera, la più autorevole in materia di protezione e tutela della Natura, ha inserito l’Abies nebrodensis nell’elenco delle 50 specie botaniche più minacciate dell’area mediterranea.
A Polizzi Generosa, sulle Madonie, nel Vallone denominato “Madonna degli Angeli”, sulle creste del monte Pizzo Carbonara e sui pendii settentrionali del Monte Scalone, a quote comprese tra i 1400 ed i 1700 metri, vivono circa una trentina di esemplari di Abies nebrodensis sopravvissuti, probabilmente, grazie all’isolamento e alla minore competitività locale con altre specie più forti come il Fagus sylvatica.
L’Abies nebrodensis è la specie botanica delle Madonie di maggiore interesse scientifico. Le condizioni ecologiche sono quelle tipiche delle montagne meridionali siciliane caratterizzate da forte ventosità, da elevate escursioni termiche, da piovosità oscillante tra i 1000 ed i 1600 millimetri, da forte siccità estiva. Questa specie protetta è inserita nell’appendice I della Convenzione di Berna ed in quella di Washington. L’intera popolazione madonita è costituita da un piccolo numero di individui adulti e da un piccolissimo gruppo di giovani piantine.Probabilmente sono tutte generate da piante madri che sono state abbattute o sono scomparse oltre cinquant’anni fa.Qualche Abete ha iniziato a produrre coni con semi fertili.
Questo fenomeno fa ben sperare!Data l’importanza della specie, il progetto “Life Natura”, il fondo economico istituito dall’Unione Europea per il finanziamento di programmi di tutela ambientale nei paesi membri dell’Unione Europea e nei paesi terzi, iniziato nel 2002 e concluso nell’estate del 2005, ha mirato alla salvezza e alla conservazione di questa pianta. Tale progetto è stato organizzato dall’Ente Parco delle Madonie unitamente agli studiosi dell’Orto botanico dell’Università di Palermo e con la partecipazione dell’Azienda Foreste Demaniali della Regione Sicilia, del comune di Polizzi Generosa, dell’Orto botanico dell’Università di Valencia, dell’Istituto Botanico del Dipartimento di Biologia dell’Università di Patrasso e dell’Istituto di Botanica dell’Accademia di Scienze della Bulgaria. In questi anni il programma di tutela ha realizzato diverse azioni tecnico-scientifiche che hanno favorito il processo di rinnovo dell’Abies nebrodensis con un buon incremento delle piante novelle.
Il raro Abies nebrodensis, fino ad ora minacciato di scomparire per sempre dalla Terra, numericamente conta circa 60 esemplari di età compresa fra i 2 e gli 11 anni.
Un autorevole grido d’allarme per un’efficace protezione dell’albero è stato lanciato già negli anni ’70 dalla prof.ssa A. Messeri che lo ha riscoperto. Le azioni di difesa e di protezione della specie sono state rivolte alla conservazione in situ, cioè nell’ambiente naturale, e in ex situ, cioè fuori dell’ambiente naturale, degli esemplari appartenenti alla popolazione nebrodensis.
In particolare, questi interventi hanno riguardato la realizzazione di parcelle terriere sperimentali per individuare l’esatta sistemazione sinecologica ed autoecologica della specie relitta in modo da programmare attività di ripopolamento sia nell’area nel territorio di Polizzi Generosa, sia in quella di altri comuni vicini e potenzialmente idonea.
Al fine di favorire la conservazione ex situ dell’Abies nebrodensise di sensibilizzare l’opinione pubblica alle problematiche relative alla tutela della biodiversità, è stato previsto l’affidamento di alcune piantine ad entità pubbliche e private capaci di custodire le piantine in luoghi idonei alle sue esigenze ecologiche ed edafiche.
Nella villa comunale “G. Garibaldi” di Mistretta sono stati piantati due giovani alberelli di Abies nebrodensis.
Sono stati donati dal prof. Pietro Lo Iacono, anche lui, come me, molto legato alla nostra meravigliosa villa.

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Questa azione riveste notevole importanza in quanto permetterà di aumentare la consistenza numerica della popolazione di Abies nebrodensis contribuendo ad evitare l’imminente pericolo della sua estinzione.
La perdita di questa specie sarebbe un grave danno per la Natura e rappresenterebbe una ulteriore diminuzione della diversità biologica nel bacino del Mediterraneo.
Ciò non dovrà mai accadere per nessuna specie, nè vegetale nè animale!
Considerato l’elevato valore scientifico e naturalistico di quest’autentica rarità, oggetto di frequenti visite da parte di eminenti studiosi di tutto il mondo, è necessario che s’insista non solo nel perseverare nell’opera di protezione degli individui superstiti, ma anche nell’opera di propagazione.

 

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