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feb 23, 2021 - Senza categoria    No Comments

STORDISCE IL CANTO DEGLI UCCELLI LA POESIA DELLA POETESSA LICATESE ROSARIA INES RICCOBENE

STORDISCE IL CANTO DEGLI UCCELLI

Sole filtrato imprigionato.
Sfarfallio di foglie.
Dondolio di rami.
Intrecci.
Teneri abbracci.
Canti di uccelli.
Svolazzare di ali.
Voli circoscritti
e poi lontani.
Verde immenso ti circonda
ti sovrasta.
Ascolti guardi ammiri.
Senti voci deliranti.
Bevi,ingoi il creato.
Il suo splendore
Ha rapito il tuo essere.
Rosaria Ines Riccobene
Dal libro di poesie “Luci ombre voci e silenzi”

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feb 10, 2021 - Senza categoria    No Comments

L’ AGAVE ATTENUATA NELLA MIA CAMPAGNA DI LICATA

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Madre Natura mi regala sempre nuove sorprese! E’ stato entusiasmante trovare, all’improvviso, nella mia campagna di Licata, in contrada Montesole, in un’aiuola dietro alla casa, un bellissimo arco di fiori gialli! Non è stato difficile riconoscere la pianta a causa della sua unicità e della sua bellezza.
E’ L’ AGAVE ATTENUATA.
Veramente piante di Agave attenuata nelle aiuole della mia campagna ce ne sono tante, ma questa è stata l’unica a regalarmi questa magnifica fioritura che ho tanto apprezzato.

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Purtroppo la pianta, dopo diversi anni di vita vegetativa, fiorisce una sola e poi muore per lo stress di produrre un arco così grande e così pieno di fiori che si schiudono gradatamente.
Mi dispiacerebbe assai!

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Tutte le specie di Agave, prima di morire, dopo la fioritura emettono germogli basali che, raccolti e rinvasati, favoriscono la propagazione della specie.
Etimologicamente il termine del genere “Agave” deriva dal greco “αγανόϛ” “splendido, meraviglioso”, termine che non smentisce la verità. L’Agave attenuata è una specie originaria dell’America meridionale, e più precisamente delle aree deserte del Messico. Per questo motivo è chiamata “Agave americana”.
Appartiene a una numerosa famiglia di piante che comprende circa trecento specie tutte originarie del Messico.
Fu lo studioso slovacco Benedict Roezl che, durante le sue ricerche nelle due Americhe, scoprì alcune specie di Agave. Dalle Americhe le piante furono portate in Europa, dove attecchirono nei giardini e nelle ville signorili considerate come piante esotiche. La specie più diffusa di agave è l’Agave americana. Fu l’esploratore Galeotti a trasportarla in Italia nel 1834.
È considerata una pianta rara poiché si trova difficilmente come vegetazione spontanea ma, poichè è coltivata artificialmente, non corre alcun rischio di estinzione.
L’Agave attenuata, appartenente alla famiglia delle Asparagaceae, è una vigorosa, elegante e ornamentale pianta succulenta, turgida, molto acquosa e di rapida crescita.
E’ formata da un insieme di foglie disposte a rosetta.

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Le foglie sono di colore verde-azzurro, prive di spine, di forma lanceolata, grandi, possono raggiunger i 50–70 cm di lunghezza, di natura fibrosa e dotate di abbondanti tessuti acquiferi per resistere ai lunghi periodi di siccità.
Nel mese di febbraio del 2021 l’Agave attenuta nella mia campagna ha prodotto un bellissimo arco di fiori giallo-verdastri.

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E’ un’inflorescenza racemosa che può raggiungere anche i 3 metri di altezza.
I fiori sono visitati da quasi tutti gli insetti imenotteri avidissimi del loro nettare. Dopo la fioritura, la pianta produce una grande quantità di semi che si disperdono nel terreno dando origine a nuove piantine.
L’Agave attenuata è una pianta ornamentale, che sfoggia il meglio della sua bellezza ed eleganza in ogni stagione dell’anno. Pertanto è ampiamente utilizzata per abbellire le aiuole dei giardini e delle ville.
Non è facile scoprire che questa pianta cresce spontaneamente in Natura. Coltivare l’Agave attenuata, sia in vaso sia in piena terra, è facile.  Vegeta molto bene nelle zone a clima mite invernale, mentre teme le temperature particolarmente basse. La temperatura non deve scendere mai al di sotto dei 5°C. Accetta qualsiasi tipo di terreno. Deve  essere esposta per molto tempo alla luce del sole, quindi è bene collocarla in un luogo ben esposto ai raggi solari. Essendo una pianta succulenta, non ama particolarmente l’acqua. Potrebbe essere sufficiente un’annaffiatura mensile. Durante l’inverno le annaffiature devono essere molto ridotte. La concimazione è necessaria solo in primavera aggiungendo un concime a base di fosforo e di potassio che aiuta la fioritura.
La pianta teme l’attacco degli afidi e delle cocciniglie. Le abbondanti piogge e le escursioni termiche potrebbero favorire anche la comparsa dei funghi. Per combattere questi parassiti è opportuno effettuare un trattamento con un insetticida ad ampio spettro alla fine dell’inverno e usando un fungicida sistemico.
La potatura deve essere eseguita solamente per eliminare le parti malate. Il marciume al colletto, dovuto all’eccessiva umidità del terreno, va combattuto limitando le annaffiature e mantenendo asciutto il terreno.

feb 1, 2021 - Senza categoria    No Comments

LA NUOVA PICCOLA CHIESETTA DEDICATA ALLA MADONNA DELLA LUCE DALLA FAMIGLIA LA GANGA-BARBITTA DI MISTRETTA

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La devozione alla Madonna della Luce, alla quale si rivolgono i cittadini di  Mistretta, è grande, immensa!
Lo dimostra il giovane Antonino la Ganga e i membri della sua famiglia La Ganga-Barbitta che hanno invocato l’intercessione della Madonna della Luce affinchè questo male universale, il Covid_19, possa essere debellato per sempre.

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 Come? Attraverso la costruzione di una piccola chiesa, così come racconta Antonino:
“La piccola chiesa di campagna nasce per mia volontà mia della mia famiglia. 

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Era il mese di marzo del 2020 quando nel mondo la pandemia da Covid-19 stava segnando la storia degli esseri umani. Proprio in quel periodo, quando tutti eravamo chiusi a casa, in quarantena… ,chiesi a mio nonno materno, il signor Antonio Barbitta, di trasformare un vecchio rudere esistente nella campagna di famiglia in una piccola chiesa, una cappelletta da dedicare alla Madonna della Luce. 

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 Mio nonno, con grande gioia, accolse subito la mia proposta con la promessa alla Madonna di edificarLe una piccola cappella come ringraziamento per aver protetto la mia famiglia ( e anche i mistrettesi)  da questa terribile pandemia.
Il 5 maggio del 2020 sono iniziati i lavori.

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La chiesetta è stata progettata da me e realizzata dalle esperte mani di mio nonno, carpentiere di mestiere, il quale, con amore e dedizione, insieme alla mia collaborazione, ha realizzato la piccola cappella. 

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Circa un mese dopo dall’inizio dei lavori di ristrutturazione, la costruzione della chiesetta è stata completata e vi si può accedere al suo interno. 

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Contattai lo scultore siciliano Marcello Interlicchia  per  realizzare una statua raffigurante la Madonna della Luce. 

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Il 20 ottobre 2020 Mons. Michele Placido Giordano si recò nella chiesetta per  benedire il nuovo religioso intitolandolo a Maria Santissima della luce.

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 L’altare della chiesa, di piccole dimensioni, accoglie la statua in terracotta, alta 40 cm, raffigurante la Madonna della Luce, 

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 il  Cristo in Croce,

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  la tela raffigurante l’affresco della Madonna della Luce

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 e la statua di Maria Assunta in cielo. 

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 L’altare  è stato realizzato in marmo, mentre la nicchia in pietra, la famosa pietra dorata, tipica di Mistretta.
La chiesa sorge a circa 800 mt di altezza su slm, in contrada Romei, nella valle di Mistretta”.
Grazie assai al giovane Antonino La Ganga e al nonno Antonino Barbitta per avere avuto la nobile idea di ristrutturare il vecchio rudere trasformandolo in una chiesetta di campagna che, non solo ha arricchito la loro proprietà  terriera, ma ha anche consegnato alla protezione della Madonna della Luce una delle valli dei monti Nebrodi, nel territorio di Mistretta, in contrada Romei.

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Anche da lontano, la vista del tetto con la Croce, simbolo di Cristo, stimola nei passanti il segno della croce e la recita di qualche fervente preghiera.

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Un momento di gioia e di condivisione dopo la ristrutturazione del nuovo tempietto.

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 Personalmente andrò ad onorare la Madonna della Luce nella piccola chiesa, quando potrò venire a Mistretta cessata la pandemia del Coronavirus, accompagnata dal giovane Antonino La Langa, che ringrazio.

 

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 LA STORIA DELLA MADONNA DELLA LUCE E DEI GIGANTI A MISTRETTA

A Mistretta ogni anno si ripete il mito della festa della Madonna della Luce e dei Giganti, festa che non è solo professione di fede, ma storia, leggenda antica, folklore.
I giganti, Kronos, il Tempo, che impugna la spada sguainata e Mitya, il Mito, che tiene nella mano destra un mazzetto di spighe e di fiori di campo, dal Santuario adiacente al cimitero, dove abitano tutto l’anno, salgono a Mistretta in agosto, prima della festa di San Sebastiano. Praticamente, l’acchjanata ri gesanti precede di alcuni giorni la festività della Madonna della Luce.
I giganti girano per la via Libertà esibendosi in balli non molto aggraziati e attorniati e ammirati dalla gente, soprattutto dai bambini. La festa della Madonna della Luce si compie in due ambiti territoriali: quello urbano e quello cimiteriale.
Il giorno sette settembre, il primo giorno della festa, i giganti fanno ritorno nel santuario adiacente al cimitero per andare a prendere la statua della Madonna e per accompagnarla in paese assieme ai sacerdoti, ai fedeli, alla banda musicale.
Una grande folla attende l’arrivo della Madonna alle porte del paese, “a Crucidda”, e tutti insieme, in processione, l’accompagnano fino alla chiesa Madre dove viene officiata la funzione religiosa. Come i Giganti proteggono la Madonna è veramente emozionante!

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Si inchinano profondamente dinanzi a Lei in segno di riverenza. All’interno della Chiesa i giganti si dispongono come sentinelle l’uno a destra e l’altra a sinistra del portale della chiesa stessa. Nella piazza dinanzi alla chiesa Madre i giganti, per festeggiare il Suo arrivo a Mistretta, si esibiscono in una ballata sciolta.
Il ballo è esteriorizzazione del sentimento religioso in cui paganesimo e cristianesimo, leggenda e misticismo popolare, si fondono insieme per ravvivare annualmente nel popolo amastratino il sentimento delle proprie radici. La ballata è speranza, è preghiera, è pantomima del corteggiamento durante la quale Kronos, con lo sguardo rude, e Mytia, in sembianze matronali, da truci guerrieri diventano moderni ballerini dai movimenti lenti e poco virili.
I Giganti sono portati dai portanti, perché non hanno le gambe, e sostenuti dalle loro spalle. Senza i portanti i giganti sarebbero senza vita e senz’anima. I portanti conservano e gestiscono un codice di segni, di gesti, di inchini, di movimenti delle spalle mediante i quali ripetono una coreografia arcaica, ma sempre nuova.
La festa continua il giorno dopo, l’otto settembre, ricorrenza della natività di Maria.
L’evento religioso inizia con la ballata dei giganti davanti alla chiesa Madre, elevata a santuario della Madonna dei Miracoli, mentre all’interno della chiesa è celebrata la Santa Messa solenne.
Nel pomeriggio dello stesso giorno il fercolo della Madonna della luce, condotto in processione per le vie della città, accompagnato dal clero, dalle autorità civili, da altre associazioni, dalla folla festosa, dalla banda musicale e dai giganti, che si dispongono sempre la femmina a destra e il maschio a sinistra nel ruolo di guardie del corpo,fa ritorno nella Sua casa la sera.
E’ un pellegrinaggio di gente proveniente anche dai paesi vicini. Un grande falò, una luminaria di fuoco, allestito nello spiazzo antistante il santuario, conclude la solennità religiosa.
Il falò, che illumina la notte, è il simbolismo della luce abbagliante della Madonna nella grotta, oppure della luce nascente che rievoca la purificatrice luminaria del mondo popolare contadino al tempo dei raccolti in onore di Demetra e della romana Pale.
I giganti si esibiscono in una ballata finale nel piazzale antistante il santuario concludendo la festa in un contesto di sacro e di profano, di amore e di fede che si tramanda di generazione in generazione.
La folla applaude.
L’estrazione dei biglietti dei premi messi in palio dal comitato regala ai fortunati estratti qualche gioia  in più.

 

gen 22, 2021 - Senza categoria    No Comments

L’OROLOGIO NEL CAMPANILE DEL SANTUARIO DI MARIA SS.MA DEI MIRACOLI A MISTRETTA

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In mezzo, tra il palazzo Gallo- Giaconia e il palazzo Francesco Gallegra, emerge la torre campanaria della chiesa Madre, eletta a Santuario di Maria SS.ma dei Miracoli il 31 ottobre 2016, che si affaccia in Piazza Vittorio Veneto.
Innalzata negli anni dal 1521 al 1562 da maestranze locali e palermitane, la torre ha la forma di un parallelepipedo a base quadrangolare alto circa 38 metri, presenta cinque livelli e termina con due finestre bifore.
In essa è inserito l’orologio rivolto verso la Piazza.
La vista di questo orologio, in un giorno particolare che sono ritornata a Mistretta, ha riaperto il cassetto dei miei ricordi  richiamando alla memoria indimenticabili episodi di vita vissuta che descrivo nel racconto:

L’ OROLOGIO NEL CAMPANILE DELLA CHIESA MADRE DI MISTRETTA:

Dal campanile della chiesa Madre, di pietra dorata, l’orologio della piazza regola, da tanti anni, la vita del paese.
La sua faccia rotonda, bianca, grande ha la numerazione romana che segna le ore e due enormi lancette ricamate che ruotano intorno. Circondato da un’importante cornice semicircolare sormontata da una finestra bifora, l’orologio batte, a intervalli regolari, i suoi rintocchi, nitidi richiami.

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Fa la guardia al monumento marmoreo dei caduti nella prima e nella seconda guerra mondiale nella Piazza V. Veneto,

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controlla il movimento della gente, segue le mattinate trascorse dagli studenti nelle aule della Scuola Media Statale “Tommaso Aversa” posta di fronte al campanile, nell’edificio col porticato. Purtroppo alcune compagne di scuola sono passate a miglior vita.

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foto di Rosa Maria Maniaci

L’aula della scuola frequentata da Laura si affacciava proprio sulla Piazza V. Veneto.

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Ricorda ancora perfettamente lo scherzo ricevuto dall’orologio tanti anni fa!
Quella mattina l’aria, particolarmente fredda, era velata da un sottile strato di neve che cadeva silenziosa. Laura sentì 9 rintocchi squillanti dell’orologio della piazza e un solo, ampio, tò. Le ore nove e un quarto?! Chiese meravigliata alla sua mamma.
E’ possibile?
E’ cominciata già la prima ora di lezione ed io sono ancora qui! Sempre puntuale, come un cronometro, contrariamente alle sue abitudini, pensando di essere in ritardo, precipitosamente si avviò verso la scuola, distante pochi metri da casa sua. Guardò l’orologio. Segnava veramente le ore 9,15.
Laura esitò.
L’istituto era avvolto da un insolito e inquietante silenzio.
Non udì l’abituale chiasso dei ragazzi. Entrò nella sua aula. Non incontrò nessuno dei suoi compagni di classe. Nessun alunno era presente nelle altre aule. Si aggirò per i corridoi. Nessuno! Rifletté: “E’ tardi! I miei compagni si sono recati in palestra per partecipare alla lezione di ginnastica della prima ora”.
Poiché la palestra si trovava all’esterno dell’’edificio scolastico, ma poco distante, per poterla raggiungere bisognava attraversare la strada e girare l’angolo a sinistra.
Davanti alla porta della palestra ecco lo stupore e l’incredulità: era serrata da un energico chiavistello. Laura, agitata, quasi spaventata, era disorientata.
Un acceso rossore le infiammava le guance.
Il lungo cappotto verde muschio, la sciarpa di lana bianca attorno al collo, il cappello a passamontagna, i guanti rossi e gli stivali felpati e bordati di pelliccia di lapin le davano l’aspetto di uno strano babbo natale. Lo zaino, pieno di libri, legato dietro alle spalle, faceva avvertire tutto il suo pesante carico.  Portava con sé il responsabile e piacevole lavoro dello studio di tanti giorni.
Ritornò indietro per chiedere di nuovo l’ora all’orologio della piazza. Le sue lancette avevano descritto un piccolo angolo e si erano spostate di pochi minuti. E’ tardi? Chiese ad alta voce a se stessa.
Non le era mai capitato di arrivare in ritardo a scuola! Sempre così diligente!
Tanti pensieri le affollavano la mente. Pensava: avrebbe perso la lezione di educazione fisica!  Alta, atletica, partecipava alla lezione con entusiasmo.
Era l’alunna preferita dell’insegnante, una donna anziana, prossima alla pensione, grassa, goffa nei suoi movimenti.
Laura, in sua vece, illustrava alle compagne gli esercizi ginnici. I maschi facevano la lezione di ginnastica in un’altra palestra con un altro professore.
Già pensava di giustificare l’assenza della prima ora, per entrare la seconda ora. Non poteva perdere le altre lezioni: di matematica, d’italiano, di latino, alle quali teneva tanto. Lo studio della storia, invece, non le era particolarmente gradito.
Il suo papà si era già recato al lavoro e la sua mamma non poteva uscire di mattina, così all’improvviso.
Si era rassegnata, a malincuore, a tornare a casa e a privarsi di quella giornata di scuola.
A quei tempi i professori erano molto severi sulla disciplina!  I maschi facilmente marinavano la scuola ed erano rigorosamente puniti, mentre le ragazzine, in genere, la frequentavano con più assiduità.
Contrariata, ritornò a casa. Controllò ripetutamente l’orologio della cucina, interpellò l’orologio a pendolo nella stanza buona, esaminò attentamente le lancette della piccola sveglia posta sul suo comodino.
Non credeva ai suoi stessi occhi.
Tutti gli orologi segnavano, più o meno, la stessa ora. Le ore 8,15 del mattino erano passate da poco. Era in perfetto orario per recarsi nell’ aula scolastica.
L’orologio della piazza, forse proprio per la sua lunga esperienza, si era fatto un’opinione personale del tempo; andava avanti o restava indietro con una disinvoltura volubile e impressionante.
Laura non possedeva il personale orologio da polso; lo ricevette in regalo dalla prof.ssa Rosalia Cuva, la madrina, quando accolse il sacramento della cresima. Allora non esistevano i telefonini con l’orologio inserito!
In pratica l’orologio della piazza si fermò.
Proprio così!
Dopo qualche secolo di scrupoloso servizio, l’orologio si fermò perché si era guastato.
Era così vecchio! Che brutto scherzo subìto da Laura!
Forse sarebbe stato impossibile ripararlo, forse sarebbe rimasto muto per parecchio tempo o avrebbe taciuto per sempre.
Laura si sentì invadere da una piacevole speranza: almeno non l’avrebbe ingannata più con i suoi battiti impazziti che misuravano erroneamente il tempo.
Due orologiai, saliti sul campanile, cominciarono a frugare pazientemente nelle sue viscere per restituirgli la voce regolare, autorevole.
Dalla mostra ingiallita toglievano le lancette; evidentemente l’orologio non voleva più fare girare quelle braccia pesanti perché si era accorto di quanto fosse inutile l’additare costantemente dei segni che non si vedono: i segni del tempo che passa.
Lo ripararono in breve tempo.
Per qualche giorno l’orologio riprese docilmente il suo preciso servizio sonoro. Parve un sollievo per tutti coloro ai quali l’orologio della piazza evoca uno scenario di suggestioni e di emozioni uniche e gli affidano le loro monotone attività giornaliere.
I suoi nitidi rintocchi si risentirono nell’aria serena portando a domicilio i quarti, le mezze, i tre quarti e le ore intere attraverso porte, finestre, balconi.
Sembrava che tutte le case si aprissero per mostrare la vita familiare che si svolgeva nel loro interno: le massaie affaccendate intorno al fuoco, gli allegri bambini che rincorrevano il gatto, le tavole imbandite con la tovaglia a quadretti colorati e la zuppiera fumante, la televisione che parlava da sola e nessuno l’ascoltava.
Le vicine di casa, chiamandosi dalle finestre e dai balconi, diffondevano la buona notizia: l’orologio della piazza aveva ripreso a funzionare! E’ già mezzogiorno? Che cosa preparo per il pranzo? I bambini stanno già per uscire dalla scuola?
Come passa il tempo! Avrei ancora tante cose da fare! Mi devo sbrigare! Dove arrivo metto il punto! Così commentavano tra loro le comari.
Quel misurare il tempo, quarto d’ora per quarto d’ora, aveva sempre dato a Laura in indefinibile fastidio. Contando ogni attimo di tempo, era come sbriciolare l’esistenza, ricordare che era stata spesa inesorabilmente una parte della vita che non sarà mai più recuperata.
Di notte i battiti dell’orologio giungevano fin nella sua cameretta rompendo la tranquilla atmosfera e il sonno.

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L’insonnia sopraggiungeva inevitabilmente rendendola irascibile e scontrosa. Anche il signor Luigi, della porta accanto, gravemente malato, si lamentava perché i rintocchi dell’orologio disturbavano quel raro momento di riposo.

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La nuova crisi dell’orologio si rivelò all’improvviso dopo poco tempo.
Nel buio della notte Laura distinse lo squillo di un limpido quarto d’ora emesso dall’orologio con tono signorile.  Quarto di che cosa?
L’altro tono baritonale era mancato; non aveva udito l’ora. Rimase in ascolto.
Dopo un tempo impreciso, probabilmente dopo qualche altro quarto d’ora, ecco due tocchi isolati, liberi, indipendenti. Con quel suono innocente segnava sempre il primo quarto. L’orologio aveva perduto le ore.
Continuò a librare i suoi quarti d’ora senza alcun riferimento.
Gli orologiai ritornarono ancora una volta sul campanile, si impegnarono nel lavoro di ripristino. Cercavano di riuscire a ricondurre l’orologio sulla via del dovere, ma inutilmente. Un nuovo guasto sopraggiungeva inevitabilmente.
A Laura il resistere dell’orologio per tanti anni a misurare il tempo con meticolosa monotonia sembrava una ponderata fissazione quindi pensò: “L’orologio del campanile della piazza si è stancato. Deve andare a riposo.
Invece no!
Adeguatamente curato, l’orologio riacquistò una nuova giovinezza.
La voce, nei suoi toni, riprese a farsi ascoltare con il vigore dei primi giorni.
Al suo posto, sul campanile della chiesa, l’orologio, senza più fermarsi, scandiva il tempo, che ostinato, procede sempre inesorabilmente.
Laura avrebbe voluto che il tempo frenasse la sua corsa, almeno per permetterle di completare gli impegni di studio e di lavoro nei tempi necessari, invece esso corre veloce più del vento.
Dopo la chiusura della scuola, Laura, da ragazzina, assieme alla famiglia, usava trascorrere le vacanze estive in collina ritornando in paese, per abitudine, il 23 settembre, proprio il giorno dell’equinozio d’autunno.
Là, a diretto contatto con la Natura, Laura rispondeva positivamente alle forti emozioni ricevute. Le ore trascorrevano felici e l’orologio, ladro e inflessibile tiranno del tempo, era molto lontano dai suoi sogni e dai suoi passatempi. In campagna, finalmente i rintocchi dell’orologio del campanile della chiesa, che scandisce minutamente il tempo, non la raggiungevano.
Fuori, all’aria aperta, i giorni le sembravano più lunghi e più interessanti, non cronometrati dalla voce dell’orologio della piazza.
Sognava di essere libera da qualsiasi orario in un mondo non intrappolato nell’insulsa punteggiatura dei minuti, staccato dalla misura ossessionante di ogni atto, pensiero, palpito. La misura è essere se stessi; unico pendolo è il cuore.
Vivere in campagna, per Laura, significava alzarsi al primo sorriso del sole, respirare l’aria pulita, andare a dormire con le galline.

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Amava percorrere spazi liberi, fare lunghe passeggiate a piedi e in bicicletta, sola o in compagnia di Shiver “Brivido”, il suo affezionatissimo cane, un pastore tedesco di taglia media, col corpo lievemente allungato, muscoloso e ricoperto dal mantello color miele.
Era forte, robusto, vivace, coraggioso, fedele. La testa allungata, il muso cuneiforme, le orecchie appuntite, erette e gli occhi a mandorla, leggermente obliqui gli davano un simpatico aspetto. Gli arti, diritti e paralleli, gli permettevano un incedere fluido, veloce e scorrevole.
Teneva la coda leggermente piegata ad arco. Invece la sollevava quando, giocando, diventava esuberante, quasi aggressivo. La sua indiscutibile forza, l’innata intelligenza, la bellezza, l’armonia, la nobiltà d’animo, il carattere leale lo rendevano un cane speciale, gradito alla sua padroncina, non per opportunità, ma solo per amore. Docile di carattere, ubbidiva ai comandi di Laura che gli aveva insegnato a camminare su due zampe, a riportarle il sasso lanciato lontano, a cercare un foglio di carta nascosto nel muro di cinta, a tenere la palla sul muso; però incuteva paura quando si arrabbiava.
Sempre vigile, era un attento guardiano e un bravo difensore se si convinceva che Laura poteva correre qualche pericolo.
L’aspettava, se si fermava a parlare con i contadini che lavoravano la terra sotto il sole caldo dell’estate e mietevano a giugno le bionde spighe del grano maturo.
Quando il papà di Laura lo legava con la catena, per motivi di sicurezza alla presenza di altri bambini, lei lo chiamava: “Shiver”.
Rispondeva con un guaito lungo, lamentoso, sempre lo stesso. Laura capiva. Era una richiesta di coccole per essere liberato dalla prigionia della catena.
Se invece era slegato e si allontanava, appena si sentiva chiamare, abbaiava graziosamente e, saltellando, le andava incontro, le si prostrava davanti con la pancia in sù in segno di sottomissione.
Shiver le faceva sempre da battistrada anche durante le sue escursioni per la collina a cavallo di Gemma, la giovane giumenta che suo papà le aveva regalato realizzando il desiderio di possedere un cavallo tutto suo. Spingeva a camminare anche il giovane puledro lento nei movimenti.
Gemma era bella, bianca, con la criniera intrecciata e con la lunga coda sempre in movimento.

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Elegantemente sorretta dall’alto schienale della sella di cuoio rossiccio, su cui saliva aiutata dagli speroni, e con le redini in mano, Laura, come una esperta amazzone, cavalcava per i sentieri della contrada Cecè fermandosi, di tanto in tanto, all’abbeveratoio per rinfrescarsi e per far bere i suoi compagni di viaggio.
Laura, innamorata della Natura, era un’attenta osservatrice del mondo animale, vegetale e minerale e ne ammirava tutte le sue forme.
Rispettava gli alberi, i cespugli, gli animali e tutte le cose vive alle quali dava un’anima.
Dimenticando il tempo che passava, tante volte faceva ritorno nella fattoria all’imbrunire. Una volta era così concentrata a osservare una montagna di bisce, tranquillamente riparate dal muro nell’orto, che non si rese conto che l’orario del rientro era abbondantemente trascorso. Stava per scendere già la sera e il sole era quasi tramontato, ma, per Laura, l’aria si era offuscata perché si avvicinava la pioggia, non perché la giornata era terminata.
Come erano spensierati e allegri i giorni trascorsi in campagna!
Laura inventava i suoi giochi con la partecipazione degli animali della fattoria. Nel pollaio i coccodè delle galline si spandevano per l’aria come inafferrabili voci d’infinito. Erano un richiamo irresistibile per Laura che voleva scherzare con loro. Il gallo, il re del pollaio, aveva stabilito una linea di confine invalicabile per la difesa del suo territorio. Il battagliero gallo e Laura si venivano incontro l’un l’altra fermandosi al limite dello spiazzo fissato, poi ciascuno dei due tornava indietro. Un pomeriggio Laura, imprudente, si spinse oltre, il gallo la raggiunse, le beccò la coscia in tre punti.
Laura esibisce ancora le cicatrici di quel doloroso incontro e conserva il ricordo del gallo intrigante, con la cresta paonazza e con le ali svolazzanti.
Era importante il tempo? Era necessario guardare l’orologio?
Spesso Laura si arrampicava sul platano, che faceva la grazia di un filo d’ombra, lo abbracciava con trasporto e, col volto al sole, faceva la lucertola dimenticandosi di tutto.

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Amava il vecchio platano come si amano le persone care, lo conosceva bene, da sempre. A marzo ammirava le sue piccole gemme strette ai ramoscelli, ad aprile le foglioline schiuse a calice sulla base e che presto diventavano grandi a forma di mani eleganti, le raggiere dei fiori, i penduli frutti a palline.

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Il robusto platano voleva  bene agli uccellini, li accoglieva sempre a braccia aperte, era una casa ospitale dove potevano sostare a piacere.
Gli uccellini che fretta hanno? Passa l’inverno, arriva la primavera, il tempo dei nuovi amori.
Altre volte se ne stava con gli occhi abbassati ad ascoltare il respiro della Natura, il canto dell’uccellino, il cri cri del grillo, il frinire della cicala solitaria, il gracidare delle rane attorno alla fontana.

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Oppure in piedi, sostenuta dai levigati e lisci scogli,  le piaceva ascoltare la voce del fiume Romei attraverso il rumore  dell’acqua che continua a scorrere nel suo letto.

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Nelle fredde sere d’inverno, invece, Laura, seduta accanto al camino di casa, spesso distraeva il suo pensiero concentrando lo sguardo sulle braci ardenti: quattro braci fra la cenere, quattro piccole stelle rosse che mandavano sempre meno bagliori, come gli occhi quando il sonno li vela, o come le stelle quando l’alba le spegne. Immersa in una realtà senza tempo, dove proprio il tempo non ha nessuna importanza, sentiva il battito del proprio cuore. L’orologio, in quei momenti, era inutile.

Laura, allora, non si faceva rincorrere dal tempo. Con la maturità, con le tante responsabilità della vita che cambia, invece, necessariamente si è dovuta abituare a non sprecare nessun attimo, anzi ad essere in lotta col tempo.
La libertà, la spensieratezza, la fanciullezza sono ricordi ormai lontani, ma vivi e indelebili nella memoria di Laura che ha vissuto una vita intensa, sempre in crescita, come somma algebrica, positiva e negativa, di tutto: di bellezza interiore ed esteriore, di intelligenza, di esperienza, di competenza, di profondità, di capacità, di pazienza, di pienezza.

Pur vivendo lontana dal suo paese, spesso risente evocare nella mente la voce dell’orologio della piazza.
E’ sempre un’amena e piacevole musica che la riporta indietro negli anni.
E’ come se bloccasse il tempo al periodo della sua gioventù.
Tempo:
In un fiocco di neve che si scioglie nel palmo della mano,
nell’ultima goccia della stalattite di ghiaccio,
nel battito d’ali di una farfalla posata sull’erba appena tagliata,
in una foglia autunnale che volteggia verso la terra fredda
inesorabile te ne vai.

Nel sole tiepido che sorge tra le bianche vette,
nel ruscello che scorre verso il grande oceano,
nel canto delle cicale tra le spighe del grano,
nei variopinti colori di un bosco autunnale
c’illudi di tornare
”.
Lo afferma l’amica Armida Bormetti nella sua poesia: “Tempo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

gen 14, 2021 - Senza categoria    No Comments

LE PIANTE DI CORTADELIA SELLOANA CHE ABBELLISCONO LA VILLA “REGINA ELENA” DI LICATA

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Esistono in Natura diverse piante da giardino che, grazie al loro aspetto, danno una visione esotica allo spazio verde in cui vegetano.
Un chiaro esempio è sicuramente la Cortaderia selloana, una pianta ornamentale conosciuta anche con il sinonimo di “Erba delle Pampas” o “Gynerium”.

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Nella villa comunale “Regina Elena” di Licata sono presenti due bellissimi esemplari di Cortaderia selloana che adornano la piazzetta “8 Marzo” e il viale “Clotilde Terranova”.

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La Cortaderia selloana è una pianta erbacea perenne, appartenente alla famiglia delle Graminaceae, originaria dell’America meridionale, in particolare delle Pampas Argentine.
E’ una pianta a portamento arbustivo compatto e dalla crescita veloce che, negli esemplari adulti e ben radicati, può raggiungere l’altezza di 2 – 3 metri e di 1,5 metri di diametro.

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Possiede una radice bulbosa dalla quale si originano le numerose foglie, lunghe fino a 2,5 metri, persistenti, nastriformi, lanceolate, ricadenti, di colore grigio-verde, disposte a rosetta lungo gli steli e dai margini lisci e taglienti.

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Dal fitto cespuglio di foglie spuntano gli steli erbacei, tubolari, eretti, terminanti con particolari e decorative infiorescenze a pannocchie di fiori piumosi di colore bianco – argenteo che persistono sugli steli per lungo tempo, fino alla primavera successiva.

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La Cortadeira selloana fiorisce da settembre a novembre. Le fioriture sono più precoci dove il clima mite.
La moltiplicazione avviene per divisione dei cespi.  I periodi migliori per eseguire questa operazione sono la primavera e l’autunno.
Con un coltello, ben disinfettato e affilato, si dividono i polloni basali con porzioni di radici ben sviluppate che si mettono a radicare in un miscuglio di torba e di sabbia fino ad avvenuto attecchimento.
La Cortaderia selloana è una pianta coltivata nei giardini per l’aspetto molto decorativo delle sue infiorescenze piumose.
Particolarmente adatta per abbellire le aiuole, può essere messa a dimora da sola o in gruppi per formare siepi.
Poichè la pianta tende a espandersi in larghezza, al momento della messa a dimora di più piante, è opportuno impiantarle a circa un metro di distanza l’una dall’altra.
La Cortaderia selloana è una pianta rustica, resistente, che necessita di poche cure, pertanto è di facile coltivazione.
Per un corretto sviluppo della pianta occorre, comunque, dedicare  ad essa alcune attenzioni.

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Bisogna proteggerla dai vari agenti atmosferici in quanto è molto resistente al freddo invernale, ma teme moltissimo l’umidità dell’ambiente. Sopporta il caldo e brevi periodi di siccità e non teme la salsedine e i venti salmastri.
Gradisce essere posta su un terreno soffice e fertile, permeabile e ben drenato, senza ristagni idrici, esposta al sole, ma si adegua con facilità se esposta a mezz’ombra.
Poiché tende a svilupparsi in fretta, è necessario che abbia abbastanza spazio per crescere, senza essere invadente per le altre piante.
Le annaffiature devono essere costanti in estate e durante i periodi di prolungata siccità in modo da mantenere il terreno sempre umido e sospenderle in inverno.
Affinché cresca rigogliosa, è opportuno praticare una concimazione periodica, in primavera e in autunno, con dei fertilizzanti per piante a base di azoto e di potassio.
L’imponente e veloce crescita della pianta obbliga il giardiniere ad adottare interventi di potatura per frenare le sue dimensioni, potatura che la Cortaderia selloana tollera bene.
Quando la pianta sfiorisce, i pennacchi sfioriti vanno tolti. Alla fine inverno o all’inizio della primavera bisogna togliere anche le foglie secche e danneggiate recidendole alla base per favorire l’emissione di quelle nuove.
Le parti prelevate durante la potatura possono essere utilizzate per formare nuove piante.
E’ opportuno proteggere le mani con i guanti considerato il fatto che i margini delle foglie sono taglienti.
Anche se raramente, la Cortaderia selloana teme l’attacco degli afidi e lo sviluppo di malattie fungine, spesso favorite dal clima fresco e umido. Bisogna intervenire con trattamenti preventivi usando materiali antifungini e antiparassitari ad ampio spettro.
A parte la sua bellezza ornamentale, la Cortaderia selloana non ha usi specifici.
Non è una pianta tossica per l’uomo e per gli animali domestici, quali i cani e i gatti.
Le spighe recise ed essiccate sono utilizzate per la realizzazione di confezioni floreali.

gen 2, 2021 - Senza categoria    No Comments

L’AEONIUM ARBOREUM, LA BELLISSIMA PIANTA DAI FIORI GIALLI FOTOGRAFATA A LICATA

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Ho fotografato questa bellissima pianta davanti al cancello di un villino nei pressi della spiaggia di Mollarella a Licata.
Il piacere di fotografarla è stato così grande da non farmi desistere neanche dall’abbaiare dei cani a guardia dei tanti villini.

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E’ L’AEONIUM  ARBOREUM!

Etimologicamente il nome del genere “Aeonium” deriva dal greco “αίώνιος” “perpetuo, eterno” in riferimento alla sua resistenza e alla sua affinità col genere Sempervivum.
Il nome della specie “arboreum” deriva dal latino “arboreum” “arboreo” per la forma dell’infiorescenza ad alberello.

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Il genere Aeonium comprende circa trenta specie di piante succulente, semirustiche, appartenenti alla famiglia delle Crassulacae.
Con il nome di Aeonium sono indicate differenti piante che possono anche non assomigliarsi molto. I caratteri che le accomunano sono: i fusti, rigidi, sottili, completamente spogli e di colore marrone, e una rosetta che spunta in cima.
Il colore del fiore può essere: giallo dorato, il più frequente, ma anche il bianco, il rosa, il rosso in varie sfumature. Questi colori sono più rari.
Le foglie possono essere scure, rosse, marrone, nere, striate.
Alcune specie: L’Aeonium decorum  che ha le foglie che al sole assumono un colore bronzeo e i fiori bianchi con striature rosee.
L’Aeonium haworthii che  ha le foglie verdi, che assumono una colorazione rossastra alla cima, e i fiori di colore  giallo chiaro.
L’Aeonium tabulaeforme che ha le foglie che si incastrano le une alle altre e i fiori gialli.
Le piante del genere Aeonium, originarie delle Isole Canarie, di Capo Verde e di Madeira, con qualche specie proveniente dall’Africa settentrionale, si sono naturalizzate in molte parti dell’Italia diffondendosi in tutti quei paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo dove alcune specie, come l’Aeonium arboreum, sono diventate comunissime anche allo stato spontaneo.
Sono piante abituate a vegetare in un clima mediterraneo, pertanto il loro habitat di provenienza è quello marino.
L’Aeonium arboreum è una piccola pianta grassa, succulenta, di forma simile a un piccolo arbusto alto da 50 cm a oltre 2 metri.
La pianta si lega al suolo mediante le radici molto estese e abbastanza superficiali.
Accade spesso che piante molto grandi, con il passare del tempo, “cadano” estirpando il piccolo apparato radicale.
Dalle radici si sollevano i sottili fusti carnosi, rigidi, spesso ben ramificati, a portamento eretto e ramificato, simile a un piccolo albero.

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Alla fine degli steli vi sono le rosette composte dalle foglie larghe, di colore verde chiaro, carnose, lanceolate, terminanti a punta e con il bordo leggermente irregolare. Le foglie tendono a richiudersi in una fitta palla se il clima è molto freddo e umido, tendono ad aprirsi e a divenire quasi arcuate se il clima è molto caldo e asciutto.

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Dal centro della rosetta si sviluppa un sottile stelo che porta in cima un’ampia infiorescenza a ciuffo piramidale, a racemo, alta sino a 20 cm, costituita da moltissimi fiorellini di colore giallo oro.

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La fioritura, un evento eccezionale, gradevole, inizia in autunno e si protrae fino alla primavera inoltrata.

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Dopo l’impollinazione, spuntano i semi fertili che germinano con facilità. Quando essi sono maturi, la rosetta alla base comincia a perdere vitalità e ad appassire propagandosi, però, lateralmente.
La pianta si moltiplica, oltre che per disseminazione dei semi, per mezzo della talea da operare preferibilmente in primavera.
La talea radica con grande facilità. La talea si ottiene tagliando un singolo stelo con l’aiuto di un coltello da innesto ben affilato, pulito e disinfettato. Quindi si ripone in un luogo fresco e ombreggiato e si attendono almeno 12 ore per permettere alla base della talea di asciugarsi bene. S’interra in un composto molto ben drenato e leggermente umido. Nell’arco di alcuni giorni la talea produrrà un nuovo apparato radicale crescendo bene e formando piante folte e vigorose.
L’Aeonium arboreum è una pianta molto semplice da coltivare e necessita di pochissima manutenzione.
Si può coltivare in piena terra e in vaso per abbellire il giardino roccioso o il balcone.

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E’ apprezzata per le belle rosette concentriche di foglie e per i fiori.

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Questa pianta è particolarmente amante delle posizioni ben luminose, soleggiate e arieggiate. Il sole diretto favorisce la colorazione delle foglie. Ama le alte temperature, da 18 a 25°C, ma resiste bene anche a brevi periodi di freddo, purché non scende sotto i 4 °C.
Necessita di un terreno povero, moderatamente drenante, composto di terra concimata e di sabbia. Le annaffiature devono essere regolari e solo quando il terreno si presenta asciutto, anche se la pianta sopporta bene la siccità.
Come molte succulente, l’Aeonium arboreum è resistente a molti parassiti e a crittogame. L’unico vero nemico è il marciume radicale o del colletto, che può essere prevenuto con il giusto substrato e regolando le irrigazioni. La pianta segnala le affezioni con l’ingiallimento diffuso e con una consistenza più molle delle foglie.Il parassita più frequente è la cocciniglia farinosa che può essere rimossa manualmente o con l’uso di insetticidi sistemici.La pianta di Aeonium arboreum collocata all’esterno è molto appetibile per le lumache che si possono allontanare usando apposite trappole o granuli.

 

 

dic 26, 2020 - Senza categoria    No Comments

“ASPITTANNU U CAPUDANNU” LA LIRICA DELLA POETESSA LICATESE ROSARIA INES RICCOBENE

“ASPITTANNU U CAPUDANNU” è la lirica della poetessa licatese Rosaria Ines Riccobene

Tratta dal suo libro “ Luci ombre voci e silenzi”

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ASPITTANNU U CAPUDANNU

Aspittannu u Capudannu passa tuttu l’annu.

Minuti supra minuti uri appressu a uri

jorna doppu jorna e botti di simanati sani

comu diciano i nostri paisani – parlannu sicilianu –

che è u nostru dualettu isulanu.

Misi doppu misi,dudici ppessiri cchiù pricisi

passa n’autru annu e ni trasa unu picciliddru

ca sempri si spera sia megliu di chiddru.

Quanti sonna ad occhi aperti e ad occhi chiusi.

Quanti prumisi e quanti prieri si fannu,

puru giaculatori e quanti scungiuri ci sunnu.

E nill’aria casteddi si costruisciunu

mentri i pinzera crisciunu.

Stasciuni doppu stasciuni: caudu, friddu,

simini sciura,frutti, travagliu e sudura.

Furmini du celu caduti ca mancu t’aspetti

E vudeddri sturciuti e un sa cchi fari

unni ta riparari e ti metti ad aspittari

tempi cchiu megliu c’hanno a viniri.

Speri ca i guai hannu a passari, ca quetu a stari

e ca u suli ppi tutti ava a spuntari.

Ma a vita accussì è cuminata:gioi guai spiranzi

attesi dilusioni, festi e festini e puru morti e funirali.

Signuri miei ci sunni chiddri ca ci hannu a campari

e tutti sti cosi  intra a na grossa pignata hannu a stari

e accussì sunnu, accussì hannu a giri

u munnu ava a firriari, ppi tutti ava a girare.

Ogni annu è a solita minestra

anchi se all’urtimu dill’annu

si iettinu cosi vecchi da finestra

-si tenunu luntanu guai e malanni si dica-

ma poi tutti i cosi l’ominu unni ficia.

E ora aspittannu u novu annu un brindisi

ccu tutti vogliu fari  spirannu  – comu sempri –

ca u 2013 sulu cosi boni ava a purtari.

 

 

 

 

dic 15, 2020 - Senza categoria    No Comments

“HO VISTO IL NATALE CONSUMARSI” LA POESIA DELLA POETESSA LICATESE ROSARIA INES RICCOBENE

HO VISTO IL NATALE CONSUMARSI

Stanotte la luna si è oscurata. A lungo il vento ha ululato.

D’inverno si è vestita la Natura e la Terra si è indignata.

Ho visto il Natale nelle vetrine sfolgorare

ma poi consumarsi e come neve sciogliersi.

Ai margini delle strade si è infangata.

Ho visto vagare anime chiuse

abbottonate da cappotti ingombranti che coprono il niente.

Ho visto estrosi strumenti nascondere nudità deturpanti.

E impertinenti, panettoni e pasticcini sfilare

pronti a togliere l’amaro che c’è dentro.

Ho visto uomini ciechi sordi alienati.

Parlano a scatolette strane colorate.

Lande desolate senza fine sono i marciapiedi

dove l’indifferenza e il vuoto lasciano indelebili le orme.

Ho visto su essi farfalle senza ali petali appassiti e arcobaleni spenti.

Ho sentito voci deliranti – denunciano atrocità –

Ho sentito canti senza suoni musica senza armonia.

Culle vuote non dondolano non si sentono ninne nanne.

I presepi sono fermi il loro meccanismo è inceppato.

I pastori immobili assumono atteggiamenti scomodi irreali.

Angeli muti vestiti di tristezza sono in attesa.

Aspettano il segnale. Scrutano il cielo

apparirà la Cometa? Saranno circonfusi dalla Luce?

Potranno ancora credere agli uomini “di buona volontà”?

Forse potranno ancora annunciare con immensa gioia la Nascita.

Il Dio Bambino nascerà porterà sulla Terra la pace

E finalmente il tanto atteso Amore germoglierà.

Ho scelto di pubblicare nel mio blog la poesia “Ho visto il Natale consumarsi”, tratta dal libro “LE ALI DEL CUORE”, scritto dalla poetessa Rosaria Ines Riccobene, perché descrive chiaramente la situazione di questo anormale Natale 2020 a causa della pandemia del Coronavirus-19.
Il libro, “LE ALI DEL CUORE”, edito da “La Vedetta” Ass. Cult. “I. Spina” nell’anno 2010, contiene 176 poesie, alcune scritte anche in vernacolo licatese per dare meglio l’impronta della sua sicilianità.

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Rosaria Ines Riccobene è nata a Licata, dove risiede, l’11 maggio 1939, in una famiglia numerosa.
Sesta di 6 figli, ha compiuto i suoi studi a Licata, conseguendo il diploma magistrale a Caltanissetta.
Ha insegnato per tanti anni, oggi in quiescenza, negli Istituti scolastici di Licata e di Gela in qualità di docente di Scuola Primaria, dove è stata molto apprezzata per la sua preparazione culturale, per la sua disponibilità al dialogo, per la collaborazione e soprattutto per la sua grande umanità.
Donna di squisita sensibilità, d’immediata spontaneità, di vivacissima immaginazione, d’intensa ispirazione, Rosaria Ines Riccobene ha scritto da sempre piccole e grandi liriche che conservava gelosamente nello scrigno del suo cuore.
Scriveva  le poesie per se stessa, tenendole legate intimamente al suo animo, come modo di  salvaguardia della sua vita privata.
Dopo la morte del marito, all’età di 60 anni, ha dato inizio alla partecipazione a vari concorsi letterari che, veramente, hanno riempito in parte la sua vita sconfiggendo la solitudine.

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Ha partecipato, nel 2014, al concorso letterario di poesia e narrativa, edita ed inedita, in dialetto siciliano “Enzo Romano” promosso dall’Ass.ne Kermesse d’Arte.
La cerimonia di premiazione si è svolta a Mistretta nell’aula delle conferenze del palazzo Mastroiovanni- Tasca.

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Per la sua intensa attività poetica e per il valore delle sue liriche, Rosaria Ines  ha conseguito numerosi premi e riconoscimenti locali, regionali, nazionali e internazionali.
Molte delle sue poesie sono state pubblicate in molte antologie, in giornali, in riviste, in cataloghi, in calendari, in agende.

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I temi trattati dall’autrice nelle sue poesie sono svariati e abbracciano tanti campi: dai sentimenti personali, ai silenzi, alle sofferenze, alla cattiveria umana, alla guerra, ai paesaggi, all’ambiente, alla sua Terra, alla Natura che l’Uomo sta distruggendo, ma nella quale potrebbe trovare soluzioni a tutte le sue necessità.
L’Amore è il tema molto ricorrente. Amore è tendere la manoper intrecciare girotondi, là dove solitudine, violenze e odio ergono muri insormontabili”. Molto belli sono i versi dedicati alla Madre: “La Mamma accende la luce dentro le case / è come il sole che con i suoi raggi riscalda tutte le cose”.

“LUCI OMBRE VOCI E SILENZI” è un altro libro di poesie scritte dalla stessa autrice Rosaria Ines Riccobene.
La sua dedica: “A tutti coloro che vivono le emozioni intensamente e che riescono sempre a sognare”.
Il volume, che contiene 98 liriche, è stato pubblicato dall’editore “IL CONVIVIO” nel mese di Aprile del 2017 nella collana di poesie “Calliope”.

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Anche in questo suo secondo libro la poetessa Rosaria Ines Riccobene inneggia all’Amore visto come innamoramento dell’interiorità.
Nella poesia “Questo è amore”: “Si, questo è amore. Amore che sublima./  Amore che prende il possesso del cuore./ Amore che apre un varco alla speranza / e che illumina ancora il mio cammino” si nota nell’autrice attesa, luce, speranza.
Ti ho cercato nella quotidianità della vita / nella solitudine del mio essere”.
Amore sembra essere la guida di questa silloge, che avvolge il mondo e le persone, ma è anche il sentimento attraverso cui ritrovare se stessi. Inoltre, alcuni altri suoi lavori: monologhi, dialoghi, racconti, sono stati messi in scena dalle scuole e da un Laboratorio teatrale amatoriale di Licata.
Fa parte delle associazioni locali, CUSCA e FIDAPA, e di altre associazioni  nazionali e internazionali.
E’ stata inserita nel DIZIONARIO BIOBIBLIOGRAFICO DEGLI AUTORI SICILIANI tra Ottocento e Novecento, diretto dai signori Angelo e Giuseppe Manitta.
Complimenti alla mia carissima Amica Rosaria Ines Riccobene, Rina, per l’intensa attività letteraria.
Le manifesto il mio affetto, l’ammiro,  soprattutto per la sua grande nobiltà d’animo, e la stimolo a continuare ad arricchire la sua produzione letteraria.
Grazie Rina!

dic 6, 2020 - Senza categoria    No Comments

IL PROF. FRANCESCO LA PERNA NOMINATO ISPETTORE ONORARIO AI BB.CC. DI LICATA.

La comunità di Licata si congratula con il PROF. FRANCESCO LA PERNA  per la prestigiosa nomina di “ISPETTORE ONORARIO AI BB.CC. DI LICATA” sino all’anno 2023 assegnata nel mese di dicembre 2020.
Il Soprintendente ai BB.CC. di Agrigento, il dott. arch. Michele Bonfari, ha suggerito la proposta di nominare il prof. Francesco La Perna Ispettore onorario ai BB. CC. di Licata.
Il dott. Alberto Samonà, assessore regionale ai BB.CC. culturali e all’Identità Siciliana, ha accolto la proposta e ha confermato la nomina di Ispettore onorario ai BB. CC. di Licata al prof. Francesco La Perna.
In realtà, è il 4° mandato da Ispettore Onorario ai Beni Culturali che riceve il prof. Francesco La Perna per la tutela e per la conservazione dei beni artistici, storici e monumentali presenti a Licata.
La prima nomina di Ispettore Onorario ai Beni Culturali del prof. Francesco  La Perna comprende il periodo dal 2004 al 2007. La seconda nomina comprende il periodo dal 2008 al 2011. La terza nomina comprende il periodo dal 2011 al 2014. La quarta nomina comprende il periodo dal 2020 al 2023.

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Foto di Licatanet

 Moltissimi sono stati i commenti di congratulazione degli amici di Licata che hanno scritto su FB:
Annalisa Tardino: “ Esprimo soddisfazione per l’incarico di Ispettore onorario ai Beni culturali di Licata conferito al professore Franco La Perna a cui auguro buon lavoro per lo svolgimento dell’importante attività. Ringrazio, altresì, l’Assessore ai Beni culturali e all’Identità siciliana Alberto Samonà per l’interesse mostrato nei confronti della comunità licatese in un settore importante come quello della tutela dei Beni culturali”.
Josè Augusto: “Congratulazioni al caro amico”.
Nicola La Marca: “Merita il ruolo che ha già ricoperto per tanti anni. Congratulazioni e buon lavoro”.
Francesco Familiare: “Congratulazioni, Franco. Ti auguro un buon lavoro”.
Provvidenza Lanteri: “Mi congratulo”.
Salvatore Licata: “ Buon lavoro e congratulazioni”.
Antonio Bellomo: ”Le più sincere congratulazioni a Francesco La Perna per l’incarico rinnovato come ispettore ai BB. CC. di Licata.
Buon lavoro FRANCO
!
Andrea Occhipinti: “ Auguri Franco”.
Lorenzo Peritore : “ Le mie congratulazioni all’amico Franco La Perna che si riprende una carica sicuramente meritata e della quale è ampiamente all’altezza”.
Giuseppe Antona: “Congratulazioni Franco !”
Anna Maria Chiara Curella: “Congratulazioni”.
Enza Antona: “Buon lavoro. Congratulazioni”.
Fortunata Errante:“Congratulazioni”.
Giusy Amato: “Congratulazioni”.
Franco Lauria: “Auguri Franco”.
Maria Di Liberto: “Complimenti carissimo, un meritato riconoscimento”.
Bianca Montana: “ Congratulazioni e buon lavoro”.
Domenico Scala:” Congratulazioni. Salutami tuo padre”.
Nella Seminara: “ Complimenti a te, caro Franco”.
Ina Lauria: “Congratulazioni Franco, titolo che meriti tutto !”.
Ivana Grillo:” Buon lavoro e congratulazioni. Spero che lasci una scia ben evidente che inorgoglisce noi LICATESI !”
Giovanni Mancuso: “Sinceri auguri a Francesco La Perna da parte del direttivo e di tutti i soci del C. U. S. C. A”.
Anna Sebastiana Bulone: “ Congratulazioni Franco”.
Grazia Curella: “ Ottima scelta”.
Armando Cipolla Cosentino: “ Tantissimi auguri”.
Vincenzo Graci: “ Congratulazioni”.
Rosaria Scaglione: “Congratulazioni”.
Piero Santoro: “Tantissimi auguri caro cugino e congratulazioni”.
Giuseppe Incorvaia: “Complimenti al mio caro cognato”.
Elio Licata:“Congratulazioni per la rinnovata nomina meritata, buon lavoro e in bocca al lupo, mi aspetto grandi cose nel possibile”.
Salvatore Graci: “ Vivissime congratulazioni”.
Alfredo Amato Quignones: “Congratulazioni”.
Violetta Callea: “ Complimenti e Auguri al prof. La Perna”.
Rosalba Signora: “ Complimenti al prof Franco La Perna”.
Rita Farruggio: “ Congratulazioni vivissime”.
Il prof. Franco La Perna, attento studioso e conoscitore della storia della città di Licata, è particolarmente sensibile alla tutela dei beni artistici, storici e monumentali.
Da molti anni cura scrupolosamente la chiesa di Maria SS.ma della Carità, che sorge nel centro storico di Licata, nella piazzetta intitolata “Confraternita della Carità”, vicino alle altre due importanti chiese: alla chiesa del SS.mo Salvatore e al santuario di Sant’Angelo Martire Carmelitano. E’adiacente alla Villa “Regina Elena”.
La chiesa di Maria SS.ma della Carità possiede molte opere di inestimabile valore artistico: statue di Madonna e di Santi, dipinti, il prezioso tesoro di argenti, i corredi liturgici dei paramenti sacri, le antiche scritture, l’archivio della chiesa.

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Il prof. Franco La Perna è governatore della Confraternita della Carità, fondata nel 1503 e ancora oggi esistente e molto funzionante, formata da circa 80 membri che collaborano attivamente.

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 A sx Franco La Perna

Infatti, durante i riti della Settimana Santa a Licata, dopo la processione dell’Addolorata, venerata nella chiesa di Sant’Agostino, un altro evento molto atteso dai licatesi è la processione penitenziale del Cristo flagellato alla Colonna, che precede la più sontuosa processione del Venerdì Santo.
La manifestazione è organizzata con grande perizia dal prof. Francesco La Perna e dalla Confraternita della Carità.
Il Cristo flagellato alla Colonna è il simulacro che i confrati annualmente portano in processione la sera del mercoledì Santo lasciandoLo nel chiostro del convento della chiesa di San Francesco e riportato nella propria chiesa di Maria SS.ma della Carità la sera del giovedì Santo.

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Il prof. Francesco La Perna, assieme al dott. Calogero Lo Greco, è autore del libro “ Le antiche confraternite di Licata” pubblicato nel mese di ottobre del 1998.

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 La dott.ssa Graziella Fiorentini, già Soprintendente ai Beni Culturali e Ambientali di Agrigento, nella prefazione al libro ha scritto”.
Le confraternite rappresentano indubbiamente un fenomeno religioso di grande importanza e valenza storica. Esse, infatti, essendo associazioni organizzate di fedeli erette per l’esercizio di opere di pietà e di carità, nonché per l’incremento del culto pubblico, hanno svolto e svolgono un ruolo significativo nell’ampio contesto storico e sociale in cui hanno operato e non solo nella nostra nazione
“.
“Devono essere promosse e sostenute iniziative di autentica e qualificata valorizzazione e responsabile divulgazione degli archivi e della storia delle Confraternite da parte di istituzioni pubbliche competenti, come anche incoraggiati studi fatti con grande sacrificio e dedizione, dagli studiosi. In tale ambito si inserisce il presente volume di Francesco La Perna e di Calogero Lo Greco che, con grande precisione, – frutto di un’attenta e qualificata ricerca, – raccoglie informazioni e dati relativi alle Confraternite della città di Licata“.
Il prof. Francesco La Perna, assieme al dott. Calogero Lo Greco, è autore del libro “La venerabile Confraternita della Carità di Licata “ pubblicato nel mese di settembre del 2003.

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Gli autori, nella introduzione al libro hanno scritto: “ Mezzo millennio di storia; cinquecento anni di fedeltà alla Chiesa Cattolica; fondata nel Rinascimento, la Confraternita della Carità rappresenta indubbiamente nella città un istituto di grande importanza e valenza storica. Unica superstite delle confraternite assistenziali di Licata, è riuscita a sopravvivere, nonostante le alterne vicende della sua storia, mantenendo semprevivo il legame tra fede religiosa e impegno civile.  Dalle originarie opere di pietà, alle audaci iniziative assistenziali ospedaliere della seconda metà del Seicento, ai fasti del Settecento, caratterizzato da una grande spiritualità, per citare alcuni degli aspetti più salienti del suo illustre passato, i confrati della Carità hanno lasciato una perenne testimonianza di fede e di carità cristiana che lega indubbiamente un tale passato all’ operoso presente, ricco di iniziative religiose, sociali, culturali che fanno della compagnia un istituto del nostro tempo”.
In qualità di  Assessore alla Cultura del comune di Licata, il prof. Francesco La Perna è stato uno dei relatori alla presentazione del libro
Da Licata a Mistretta: un viaggio naturalistico” di Nella Seminara, presentato nella sede della Banca Popolare Sant’Angelo il  27 gennaio 2006.

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Il prof. Francesco La Perna è stato uno dei relatori alla cerimonia di presentazione del libro “I Vecchio Verderame tra ‘800 e ‘900 (Saga di una ricca, raffinata e potente famiglia licatese) ” nato dall’ instancabile attività letteraria del prof. Calogero Carità.

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E’ stato anche uno dei relatori alla cerimonia di presentazione del libro “La Confraternita del SS.mo Salvatore 1242-2017. 775 anni tra storia e leggenda” dell’autore avv. Vincenzo Graci.

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Il prof. Francesco La Perna è valido socio dell’Associazione Archeologica Licatese.

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Alcuni soci

Nella sua attività politica il prof. Francesco La Perna è stato anche vicesindaco del comune  di Licata  diretto dal sindaco Angelo Graci.

 

dic 1, 2020 - Senza categoria    No Comments

LA PYRACANTHA COCCINEA NELLA MIA CAMPAGNA IN CONTRADA MONTESOLE A LICATA

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Un’esplosione di gioia! Ecco come descrivo questa pianta, che coltivo nella mia campagna, in contrada Montesole a Licata, ogni qualvolta osservo i tantissimi frutti rossi! Si trova in un’aiuola ai piedi di un grande Pino e sotto le Hoye carnose.
E’ la “PYRACANTHA COCCINEA”!

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I Greci la chiamavano “Spina di fuoco”.
Il termine scientifico del genere “Pyracantha” deriva dall’unione delle due parole greche πύρ” “fuoco” e “άκανθα” “spina”, vale a dire “spina di fuoco” per ricordare i due tratti distintivi della pianta: nome che fa riferimento all’abbondante numero di spine che ricoprono i suoi rami e i frutti rossi che incendiano il giardino autunnale. In Italiano comunemente è chiamata “Agazzino” e “Roveto ardente”.
In inglese è chiamata “Firethorn” “spina di fuoco” alludendo alla coloratissima profusione di frutti invernali che ricoprono i rami spinosi.
Il genere Pyracantha appartiene alla famiglia delle Rosacee e comprende diverse specie, sia europee sia asiatiche, che differiscono per dimensioni, per le bacche di diversi colori, per la presenza più o meno di spine.
Molte sono le cultivar ottenute mediante ibridazione delle specie originarie e delle quali spesso non è nota  la specie di provenienza.
Tra le specie più diffuse ricordiamo: LaPyracantha angustifolia, una specie arbustiva sempreverde che produce fiori di colore bianco crema e i frutti di colore arancio che persistono sui rami per tutto l’inverno.
La Pyracantha crenulata, specie di provenienza cinese, con portamento compatto, di piccole dimensioni.
Non supera i tre metri di altezza. Produce bacche di colore arancio. Viene utilizzata anche come pianta officinale.
La Pyracantha yunnanensis, che somiglia molto alla specie coccinea con larghi corimbi di fiori bianchi, che sbocciano in maggio giugno, seguiti da frutti rossi. Le foglie e i frutti sono più grandi di quelli della Pyracantha coccinea.
La Pyracantha atalantioides, che raggiunge notevoli altezze, anche oltre sette metri. E’ un arbusto a rapida crescita e a portamento eretto, con frutti invernali rossi.
La Pyracantha “Orange Glow” che, nei mesi di maggio e giugno, produce ombrelle di fiori bianchi a cui seguono in autunno bacche color arancione. Le bacche attirano molti uccelli, che spesso vi nidificano.
La Pyracantha “Mohave” a bacche rosse.
La Pyracantha “Soleil D’or”, arbusto da siepe molto rustico e vigoroso. Ha rami spinosi ricoperti di foglie di colore verde lucido, fiori bianchi e, in autunno, si ricopre di bacche di colore giallo oro che tingono la chioma fino a inverno inoltrato e sono molto gradite agli uccelli.
La Pyracantha “navaho” è un arbusto sempreverde, spinoso, caratterizzato da uno sviluppo più contenuto, adatto come siepe o tappezzante. In primavera, tra aprile e maggio, produce una fioritura bianca seguita, in autunno, da abbondanti bacche.
La Pyracanthateton” è un arbusto da siepe robusto e a lento accrescimento alto circa 1,5 metri. Ha portamento colonnare, con spine e foglie di dimensioni più piccole rispetto alle altre varietà. In primavera produce piccoli fiori bianchi dal profumo delicato, seguiti da un’abbondante produzione di bacche di color giallo che ricoprono i rami fino a inverno inoltrato.
La Piracanta “rogersiana” è una specie arbustiva di piccole dimensioni con rami molto spinosi ricoperti di foglie di piccole dimensioni e bacche di una bella tonalità gialla dorata.
La “Pyracantha coccineaè la pianta coltivata nel mio giardino, a Licata.

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Appartenente alla famiglia delle Rosacee, è originaria dell’Asia Minore e della Cina.
Naturalizzata in Europa, Italia è presente in tutte le regioni tranne che in Valle d’Aosta e, forse, in Piemonte.
E’ una pianta ornamentale grazie al fatto che è bella in ogni stagione: in primavera perchè è fiorita, in autunno perchè è piena di bacche rosse, in inverno perchè è ricca di fogliame.
Presenta un portamento disordinato perché i fusti, legnosi, sottili, di un bel colore marrone piuttosto scuro, si sviluppano in ogni direzione e sorreggono una chioma di forma piuttosto ricurva.
La pianta è munita di spine lunghe nascoste tra le foglie. Le spine sono aculeate, rigide, lunghe circa 5 cm e, proprio per la loro presenza, le piante di Pyracantha sono utilizzate per realizzare siepi protettive.
Le foglie, piccole, di colore verde brillante, sono lucide, ovali, leggermente coriacee e a margini dentati.
E’ un arbusto sempreverde, vuol dire che le foglie persistono sui rami anche durante l’inverno. Le foglie non cadono contemporaneamente quando sopraggiunge la stagione fredda, ma, man mano che cadono, sono sostituite da altre foglie più giovani.

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I fiori, a forma di stella, di colore bianco, molto numerosi, piccoli e profumati, sono raggruppati in infiorescenze a grappolo.
Con il loro gradevole profumo attirano le api e altri insetti pronubi. Fioriscono in primavera solo durante i mesi di maggio e di giugno.

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Dopo la fioritura, in autunno maturano sulla pianta dei piccoli frutti, le bacche, sferiche e dal colore arancione-rosso, riuniti in grappoli molto decorativi. I frutti, spettacolari, rallegrano il giardino, persistono sui rami per tutto il periodo invernale e spesso sono utilizzati per decori natalizi. Poiché i frutti persistono sulla pianta per molto tempo, sono amatissimi dagli uccelli, in particolare dai merli che nella mia campagna sono molto frequenti e numerosi.

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La pianta si moltiplica per semi, messi direttamente a dimora in aprile, e per talea dei rami posti a radicare nel periodo di luglio – agosto.
I frutti della Pyrarantha, ricoperti di una polpa zuccherina, sono commestibili, anche se il sapore dolce nasconde un retrogusto che, dopo aver consumato pochi frutti crudi, diviene poco gradevole. Un tempo si preparavano conserve di frutta e marmellate.
Le bacche da acerbe sono amare e astringenti.
I semi sono velenosi e tossici per la presenza di glicosidi cianogenetici.
Poiché le notizie discordanti circa la velenosità della Pyracantha sono discordanti, nel dubbio è meglio non mangiare le sue bacche.
La Pyracantha è una pianta rustica, resistente, di facile coltivazione, utilizzata singolarmente a scopo ornamentale per abbellire i giardini e il verde urbano.  Coltivata sotto forma di siepe, è utile, tramite le spine piccole ma pungenti, per rendere impenetrabili i confini dei giardini privati, per creare barriere, per consolidare scarpate stradali, per rinvestire aree incolte e ruderali.
Può essere coltivata in vasi di grandi dimensioni, e in piena terra, dove può allargare il suo apparato radicale.
La Pyracantha coccinea gradisce essere coltivata in luoghi semi ombrosi, deve può ricevere almeno per qualche ora del giorno la luce diretta del sole, adattandosi a qualunque tipo di terreno da argilloso a calcareo, anche se predilige quello sciolto e, soprattutto, ben drenato.
Sopporta l’inquinamento, la salsedine, temperature molto basse e, pertanto, può essere coltivata anche nelle regioni italiane caratterizzate da inverni rigidi e nelle zone montane fino a 1000 metri di altitudine. Per quanto riguarda le annaffiature,le piante giovani o impiantate da poco necessitano di regolari e frequenti annaffiature, ma solo se il terreno è asciutto.
Le piante adulte sono autosufficienti, si accontentano delle acque piovane ma, per produrre abbondanti fioriture e molti frutti devono essere irrigate durante i periodi di prolungata siccità e in estate. L’aggiunta nel terreno di un pò di concime ricco di sali minerali aiuta la pianta nella sua crescita.
È consigliabile sempre potare ogni arbusto durante la primavera asportando eventuali frutti che sono ancora presenti e tagliando con moderazione quei fusti che fuoriescono troppo dalla chioma. La potatura è necessaria per dare armonia di forma alla chioma, per eliminare i rami secchi e danneggiati. La potatura può essere praticata in qualsiasi periodo dell’anno, anche se è preferibile intervenire in primavera, subito dopo la fioritura, asportando i frutti ancora presenti e regolando i fusti che fuoriescono eccessivamente dalla chioma.
La Pyracantha teme l’attacco degli Afidi e, tra le malattie di origine batterica, il cosiddetto “fuoco batterico”, una malattia di origine batterica che va tempestivamente combattuta usando prodotti specifici per evitare la morte della pianta stessa.

 

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