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set 16, 2019 - Senza categoria    No Comments

LA PIANTA DI MORUS NIGRA NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

 

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In un’aiuola della villa piazza centrale della villa comunale “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta vegeta bene la pianta di Morus nigra che, in questo mese di settembre, si fa ammirare per l’eleganza e la lucidità  delle sue foglie e per i frutti maturi e gustosi.nch’io ho assaggiato alcuni dei suoi frutti e sono buonissimi!

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Il Morus nigra pendula, il Gelso nero, è un alberello perenne, caducifoglio, appartenente alla famiglia delle Moraceae. Originaria dell’Asia centrale e orientale, dell’Iran, della Persia, della Turchia e dell’Arabia, la pianta fu introdotta in Europa almeno cinque secoli fa per l’allevamento dei bachi da seta, che si nutrivano delle sue foglie, e per l’alimentazione. In Europa l’allevamento del baco da seta risale probabilmente al VI secolo d.C. quando alcuni monaci riuscirono a sottrarre furtivamente alla Cina, che custodiva gelosamente il segreto della fabbricazione della seta, alcuni bachi e a portarli a Costantinopoli. Ancora oggi il Gelso nero, diventato spontaneo, è anche coltivato ad Orgosolo per produrre la seta che serve per realizzare il copricapo “u lióndzu” dell’abito tradizionale.
Il termine “Morus” deriva probabilmente dal celtico “mor”, nero”. Il termine   “nigra” deriva dal latino “niger” “nero”, per il colore dei suoi frutti.
Ovidio racconta la storia dei  babilonesiPiramo e Tisbe, due giovani che si amano intensamente nonostante l’opposizione delle famiglie. A causa di un tragico equivoco, muoiono entrambi e, per il sangue uscito dai loro corpi, le bacche del Gelso, l’albero del loro fatale incontro, cambiano il loro colore che da bianco diventa nero.
Il Morus nigra è una pianta molto longeva, che può vivere fino a 100-150 anni.
Alto fino a 3 metri, presenta il tronco brunastro, i rami di colore grigio e la chioma densa ed arrotondata. Le foglie, cuoriformi, piccole, compatte, di colore verde scuro e lucide nella pagina superiore, più chiare nella pagina inferiore, ruvide, hanno la lamina intera e il margine seghettato.
E’ una pianta monoica, cioè porta fiori femminili e fiori maschili separati, ma sulla stessa pianta e, raramente, sono bisessuali.

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I fiori maschili sono riuniti in amenti penduli, quelli femminili in spighe. Fioriscono tra aprile e maggio affacciati all’ascella della foglia, mentre l’apertura delle gemme è tardiva. L’infruttescenza è il sorosio, la mora, piuttosto grossa, di circa 2 centimetri di diametro, dal colore rosso quando è acerba, che diventa scura e poi nera a completa maturazione.

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Il vero frutto è l’achenio racchiuso nel sorosio che ne contiene tanti. Lamoraè costituita per l’85% di acqua e contiene: carotene, sostanze antocianiche, fibra grezza, acidi liberi e molti zuccheri. Come tutti ifrutti di bosco, è ricca di vitamineB1,B2 e C.
Il sorosio, commestibile, molto apprezzato, carnoso, oblungo, matura da luglio a settembre e, per il sapore dolciastro, è molto gradito agli uccelli che aiutano la disseminazione trasportando i semi anche lontano dalla pianta madre. I frutti del gelso sono graditi anche all’Uomo e vengono consumati per lo più freschi, appena staccati dalla pianta. La germinazione prorompe tutta insieme così intensamente da compiersi nel giro di una notte.
La pianta del Morus nigra è frugale, rustica e non teme le malattie. Gradisce un clima temperato, ma resiste discretamente a temperature molto basse qual è il freddo invernale di Mistretta; pertanto vegeta in pianura e in montagna incontrandola fino ad un’altitudine di 1000 metri. Ama essere esposta alla luce e al calore solare su un substrato fertile, profondo, ben drenato, umido, ma senza ristagni idrici. Durante il periodo primaverile ed estivo è bene somministrare l’acqua in quantità moderata, ma frequentemente, poiché il Gelso gradisce un’elevata umidità del terreno.
Dopo la fioritura e la raccolta del frutto, è bene liberare la pianta dai rami frondosi mediante un semplice taglio netto e rasente al tronco o alla testa di Morus.
Del Morus nigra si usano non solo i frutti, le more, ma anche le radici, la corteccia della radice e dei rami e le foglie. Già i Romani conoscevano i frutti che erano apprezzati non solo da Ovidio, ma anche da Plinio il Vecchio. Anticamente erano usati come prezioso rimedio universale: infatti se ne ricavavano diversi miracolosi medicinali.Plinio il Vecchio sosteneva che il Gelso costituiva una cura efficace contro la diarrea, combatteva i parassiti intestinali e le foglie, tritate e mescolate a un poco d’olio, venivano applicate sulle ustioni.
Le more di Gelso sono antidiabetiche e astringenti. Stimolano l’apparato gastrointestinale,curano il mal di denti, la stitichezza, gli eczemi e la tosse,riducono la febbre e inducono sonnolenza. La radice ha azione purgativa e diuretica. La corteccia agisce come disinfettante e cicatrizzante. Gli infusi delle foglie, i decotti delle radici e lo sciroppo delle more sono utili per curare i disturbi interni. Gli impacchi delle foglie bollite servono per aiutate la cicatrizzazione delle ferite. La polpa è usata in cosmesi per maschere lenitive di pelli secche. Il succo è impiegato in lozioni idratanti.
. In cucina il Morus nigra è usato per produrre marmellate, gelatine, confetture, sorbetti, dolci e grappe. Alcuni popoli dell’Himalaya ricavano dalle more secche una farina che, mescolata  a quella delle mandorle, è consumata durante l’inverno.
Il succo delle more rosse, per la sua intesa colorazione, è impiegato dall’industria dei gelati come colorante naturale. Nel linguaggio dei fiori il Gelso significa “asperità” per il sapore acidulo dei frutti immaturi.

 

 

 

 

 

 

 

BROUSSONETIA PAPYRIFERA

 

Subito dopo aver superato il cancello, percorrendo il viale di destra, dopo pochi passi, sul lato sinistro s’incontra la pianta di Broussonetia papyrifera, più comunemente chiamata “Gelso da carta, Moro cinese”. Arbusto appartenente alla famiglia delle Moraceae e originario dell’Asia orientale, soprattutto del  Giappone e della Cina, è stato importato in Europa nella metà dei secolo XVIII come pianta ornamentale dove si è naturalizzato.  Si trova facilmente ovunque: lungo i bordi delle strade, sui binari ferroviari, nei terreni incolti, lungo le piagge. In Italia la pianta è stata introdotta nel 1760 come essenza botanica rara e coltivata in alcuni giardini solo come elemento decorativo ed è presente in tutta la penisola e nelle grandi isole. Data la sua rapida velocità di crescita, se il suo sviluppo non viene controllato, si trasforma in una pianta altamente infestante. Il nome del genere “Broussonetia” è un omaggio al francese Pierre Marie Auguste Broussonet (1761-1807), medico, naturalista e professore di Botanica all’Università di Montpellier, che fu il primo studioso ad introdurre in Francia gli alberi femminili del Gelso di carta. Il nome di “Gelso da carta” ricorda l’utilizzo della sua corteccia per la produzione della carta in Asia orientale sin dai tempi remoti.

La pianta presenta un portamento che può essere sia arboreo, con chioma larga ed espansa, sia cespuglioso, con chioma più bassa e ramificata. La pianta presente nel giardino di Mistretta cresce sia in altezza che in larghezza dando origine ad un arbusto arrotondato. Il tronco ha uno sviluppo eretto e snello alto circa due metri. Nella sua terra d’origine può raggiungere anche i 15 metri di altezza. Il tronco è rivestito dalla corteccia grigio-giallastra chiara, liscia e punteggiata di bianco sui rami della pianta giovane poi, screpolata superficialmente, lascia  intravedere il sughero sottostante di colore bruno-violaceo. I rami giovani sono pelosi ed ispidi. La maggior parte delle foglie ha una forma ovale, ma questa pianta ha una particolarità: a seconda dell’età e delle condizioni di crescita, le foglie sono dimorfe e possono diventare lobate, palmate o cuoriformi. Quelle poste alla base dei rami sono intere, quelle distali, alle estremità dei rami, presentano da 3 a 5 lobi profondi separati da una insenatura. Le foglie, picciolate, semplici, alterne, a lamina col margine dentellato nelle foglie superiori delle piante adulte e negli individui giovani anche in quelle basali, sono ruvide, coriacee e con una sottile peluria. Sono di colore verde intenso nella pagina superiore, grigiastre e tomentose nella pagina inferiore e presentano tre nervature principali. L’insieme delle foglie forma la chioma ampia, allargata, abbastanza irregolare e non troppo densa che, in estate, assume una colorazione verde viola. Le foglie in inverno non rimangono sulla pianta. La Broussonetia papyrifera è una pianta dioica, quindi i fiori apetali sono portati da individui diversi. Gli arbusti maschili producono piccoli fiori verdi-giallognoli raggruppati in allungati amenti cilindrici; gli arbusti femminili formano piccoli capolini sferici e compatti di fiorellini di colore bianco crema ridotti al solo pistillo. La fioritura avviene da maggio a giugno. L’impollinazione è favorita dal vento.

Il frutto, un sorosio sferico, carnoso, di 2 centimetri di diametro, di colore arancio-rossastro a maturità, commestibile e dal sapore dolciastro, non ha impieghi particolari. La moltiplicazione avviene per seme in autunno, oppure per talea semilegnosa in estate. Si moltiplica normalmente anche tramite il trapianto di polloni basali che è possibile asportare. Facendoli prima radicare in un contenitore, si porranno a dimora la primavera successiva.

 

 

             Ombre di foglie                                               Amenti                                  Frutti

 

Piuttosto rustica, la pianta ha una grande importanza dal punto di vista ecologico poiché, facendosi coltivare con gran facilità e producendo numerosi polloni, si presta per colonizzare i terreni sterili e per stabilizzare quelli mobili e franosi. Indifferente al substrato, preferisce un terreno di tipo calcareo, sciolto, umoso e con un ottimo drenaggio. Predilige posizioni soleggiate, ma si sviluppa anche in posti scarsamente luminosi. Non teme il freddo e sopporta gelate anche intense e prolungate. Tollera la siccità, ma è bene ugualmente irrigare il terreno quanto basta. In genere, non si utilizzano concimazioni, anche se è consigliabile interrare del fertilizzante ai piedi del fusto in primavera. Prima dell’arrivo dei mesi freddi, si consiglia un trattamento antifungino ad ampio spettro; le piante, che sono state colpite da patologie fungine, vanno curate in maniera particolare raccogliendo e bruciando tutte le foglie affette dalla malattia. La Broussonetia papyrifera teme particolarmente l’attacco di lepidotteri defogliatori, come il Bruco americano.

La pianta possiede diverse proprietà medicinali: è galattogoga, diaforetica, emostatica, astringente, oftalmica, stimolante, stomachica, diuretica, lassativa, tonica. In Cina è utilizzata in sostituzione del Gelso per l’allevamento dei bachi da seta.  Dalla corteccia della pianta si ricavano fibre molto lunghe usate in Polinesia per produrre filati e tessuti. Nei territori d’origine la corteccia macerata era un tempo utilizzata per produrre la carta pregiata, dall’aspetto fine e setaceo, conosciuta col nome di “carta cinese o carta di seta”. La produzione della carta risale al II secolo d.C.  Il ministro cinese Ts’ai Lun si recava ogni giorno presso uno stagno adibito a lavatoio e lì osservava le donne che lavavano i panni. Un giorno si accorse che le fibre, staccate dai panni logori per lo strofinio e per la sbattitura esercitati dalle lavandaie, si accumulavano in un’ansa dello stagno e si riunivano come un feltro sottilissimo. Ts’ai Lun raccolse con delicatezza il batuffolo, lo pose ad essiccare e lo distese. Nacque, così, un foglio di una certa consistenza, di colore biancastro ed idoneo per la scrittura. Il ministro ordinò di sostituire, nella fabbricazione dei feltri, le fibre animali con quelle vegetali. Il primo materiale adottato da Ts’ai Lun fu la corteccia della Broussonetia papyrifera. La parte fibrosa della corteccia era messa a macerare in acqua, risciacquata e, successivamente, battuta in mortai di pietra fino ad ottenere una pasta uniforme di fibre cellulosiche. La pasta, diluita con abbondante acqua, era versata sopra la “forma“, un reticolo formato da sottilissimi bastoncini di Bambù. L’acqua passava attraverso le maglie del graticcio e le fibre, stringendosi tra loro, restavano in superficie formando un foglio di piccolo spessore che, staccato dalla forma, era posto ad essiccare all’aria. L’impiego della carta come elemento per la scrittura è da ricollegare alla percentuale di diffusione della cultura che, anticamente, era privilegio solo di pochi. La richiesta della carta per scrivere è stata inizialmente piuttosto ridotta. La carta, infatti, ancor prima di essere usata come supporto per la scrittura, in Cina era stata impiegata per realizzare capi di vestiario. Le prime citazioni relative a quest’uso risalgono al primo secolo a.C. Intorno alla metà del III secolo d.C. i preti taoisti, i poeti e gli scolari indossavano cappelli di carta. Con la carta si costruivano aquiloni, lanterne e ventagli. I ventagli di carta esistevano già fin dal IV secolo quando gli imperatori della dinastia Chin vietarono, per questioni economiche, l’uso della seta per la loro preparazione. Al IX secolo risale, probabilmente, l’uso della carta moneta: si ritiene, infatti, che in quel periodo, essendo aumentate le transazioni commerciali, si sia resa necessaria una moneta più leggera di quella metallica, pesante e poco trasportabile. La diffusione della carta nel mondo si deve attribuire ai musulmani che, nel 751, conquistarono Samarcanda prendendo come prigionieri alcuni cinesi che rivelarono ai conquistatori il segreto della fabbricazione della carta. Proprio Samarcanda, città dell’Uzbekistan, in Asia centrale, divenne il primo grande centro musulmano di produzione della carta realizzata con un misto di lino e di canapa. Per almeno cinque secoli la diffusione della carta nel mondo occidentale segue di pari passo le conquiste dell’esercito del Profeta. La carta raggiunse l’Egitto alla fine dell’VIII secolo. Tra il X e il XII secolo si diffuse in Africa Settentrionale. Nella valle del Nilo si passò dall’antica utilizzazione del Papiro, l’ultimo Papiro egiziano noto risale al 935, alla produzione di una carta simile a quella di Samarcanda, ma molto più fine con la quale sono state realizzate lussuose edizioni del Corano. Nel X secolo la Sicilia divenne un importante centro di commercio della carta. Nel 1072 Ruggero di Normandia conquistò l’isola e la carta divenne il materiale ufficiale dei documenti dello stato normanno. Nel XIII secolo, grazie a Federico II, Palermo divenne uno dei centri più rilevanti in Europa per la produzione della carta.

 

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