apr 15, 2021 - Senza categoria    No Comments

LA FERULA COMMUNIS TIPICA PIANTA DEI PASCOLI MEDITERRANEI MOLTO PRESENTE IN SICILIA.

 

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Il genere “Ferula” comprende circa una ventina di specie. Quella da me incontrata nel territorio di Licata è la “Ferula communis”, in Sicilia meglio conosciuta come “Finocchiaccio”, nome dispregiativo perché la pianta è tossica per il bestiame che si rifiuta di mangiarla a causa del suo veleno.

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https://youtu.be/z2KzQX6OkVU

 

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Altri sinonimi sono: “Ferula brevifolia, Ferla, nell’Alto Lazio, Ferula o Feurra, in Sardegna”.
La Ferula communis è una pianta molto comune, originaria dell’Europa meridionale e delle zone del bacino del Mediterraneo e diffusa allo stato spontaneo soprattutto in Sicilia e in Sardegna. E’ presente in quasi tutta l’Italia, tranne che in Valle d’Aosta, in Piemonte, in Lombardia, in Trentino Alto Adige, nel Veneto e nel Friuli Venezia Giulia.
Bisogna fare attenzione a non confondere la Ferula communis con il “Foeniculum vulgare”, il Finocchio selvatico.
Etimologicamente, il nome del genere“Ferula” deriva dal latino “ferula”, antico nome usato per indicare una pianta a “fusto dritto”.Il termine della specie “communis” si riferisce alla sua abbondante distribuzione.
La Ferula communis è una pianta erbacea perenne, a portamento elegante, appartenente alla famiglia delle Apiaceae o Ombrellifere per la particolare infiorescenza ad ombrella, che si riconosce perché tutti i peduncoli fiorali partono dallo stesso punto.
Visibile in primavera, è poco appariscente in inverno.

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La Ferula communis è  provvista di una robusta radice fittonante, finemente striata e cava all’interno, che si approfonda nel terreno.
La radice primaria, da cui si diramano diverse radici secondarie, genera un lungo fusto cilindrico che si ramifica lateralmente verso la parte alta. Nell’arco di tempo di 2-5 anni può superare anche i 3 metri di altezza.
Il fusto, leggero,  riempito di un midollo spugnoso, di consistenza legnosa nella parte bassa, è di consistenza erbacea dalla parte mediana fino alla sommità. Quando la pianta entra in riposo vegetativo, il fusto lignifica completamente e assume delle tonalità che vanno dal colore marrone chiaro al grigio-argento e talvolta al viola cupo.

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Le foglie sono di colore verde scuro su entrambe le facce.  Le foglie basali, filiformi, portate da un picciolo cilindrico, sono lunghe fino a 1 metro. Le foglie cauline, grandi, lineari, avvolgono il fusto come una guaina.
E’ una pianta emicriptofita. Significa che, superando l’estate, che è la stagione avversa, perde completamente tutta la parte aerea e va in quiescenza attraverso delle gemme che stanno a livello del suolo. Superata l’estate, da queste gemme iniziano a svilupparsi le prime foglioline basali, simili a quelle del Finocchietto selvatico. Sono foglie composte, pennate, inguainanti il fusto.

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I fiori, ermafroditi, molto vistosi, decorativi e profumati, sono riuniti in numerose ombrelle globose centrali e laterali. L’ombrella centrale è molto grande ed è formata da 25-40 raggi.  Le ombrelle laterali sono più piccole.

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 Prima della fioritura le ombrelle sono avvolte dalla guaina rigonfia della foglia.

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Ogni raggio porta peduncoli più corti sui quali sono inseriti i fiori. La corolla è composta da 5 piccolissimi petali di colore giallo carico, di forma ovale e con l’apice che si arrotola.  I sepali, abbastanza ridotti, sono 5. Gli stami, di colore giallo, sono 5  e lo stilo centrale è 1.
Il periodo della fioritura si estende da Aprile a Luglio.

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L’impollinazione avviene tramite insetti e mosche.
I frutti sono diacheni appiattiti, due acheni saldati tra di loro, frutti indeiscenti, compressi dorsalmente, di forma ovata, che perdurano sulla pianta anche da secchi. I semi, scuri, oblunghi, sottili e molto fertili, sono dispersi in autunno dal vento rendendo la Ferula una pianta infestante.
La Ferula communis predilige vegetare su terreni aridi, calcarei, sabbiosi e argillosi da 0 a 1300 metri sul livello del mare in aree incolte,  nei pascoli, nei campi aridi, sui bordi delle strade e nei fossati. L’esposizione può essere in pieno sole, a mezza ombra, e anche completamente all’ombra.

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Per quanto riguarda i parassiti e le malattie, la Ferula è una pianta che raramente è infestata dagli afidi ed è resistente agli attacchi delle malattie fungine. Teme il marciume delle radici causato dai ristagni idrici nel terreno.
La Ferula communis è una pianta tossica pertanto non è commestibile in quanto alcuni principi attivi, contenuti nei suoi tessuti vegetali, sono di natura dicumarinica ad attività anticoagulante. L’ingestione dei tessuti vegetali causa la “ferulosi” ,un’emorragia nota come il “mal di Ferula”, che provoca la morte degli animali erbivori al pascolo, soprattutto ovini, caprini, bovini ed equini che, imprudentemente, hanno brucato la pianta sfalciata o ancora troppo giovane per essere riconosciuta.
Il “mal della Ferula” è molto temuto dagli allevatori che potrebbero vedere decimate le loro mandrie.
Comunque, normalmente, nei pascoli naturali il bestiame scarta la Ferula e non se ne ciba.
Essa si sviluppa, disperde il proprio seme, diventando una specie altamente infestante.  Anche l’uomo, se erroneamente ingerisce alcune parti della pianta, può incorrere nella “ferulosi”, una malattia emorragica mortale. La sua pericolosità per l’uomo sta nella somiglianza della giovane pianta prima della fioritura con il finocchio selvatico, del quale però non ha l’odore  e l’aroma caratteristici.
Nonostante la tossicità della pianta, dal suo nettare è prodotto un raro miele, premiato come il migliore d’Italia per il suo sapore fruttato e per il suo colore ambrato scuro con riflessi rossastri.
Gli antichi Romani utilizzavano la Ferula come erba medica per curare la tosse, il mal di gola, anche come antipiretico e contraccettivo.
Le radici della Ferula ospitano il Pleurotus eringi, varietà ferula, un fungo saprofita, comunemente chiamato “carboncello”, che si nutre dei detriti marcescenti della pianta. E’ molto ricercato e apprezzato in cucina per la sua carnosa consistenza e per il sapore unico.
I fusti fioriferi della Ferula hanno il legno molto tenace e, fin dai tempi antichi, i Siciliani e i Sardi usano raccoglierli in estate, quando sono appassiti  e asciutti, per realizzare leggerissimi sgabelli detti “furrizzi o furrizzuoli” . Anche a Mistretta gli artigiani fino a qualche decennio fa realizzavano sgabelli a forma di cubo e leggerissimi, chiamati “fullizzi”, per arredare le loro modeste case.
I fullizzi erano “le sedie dei poveri”, un elemento di arredo di scarso valore.
Un vecchio  saggio recitava: “A cu mi truovu ‘o capizzu,ci lassu ‘u fullizzu”  per significare l’immancabile presenza di questo piccolo oggetto di arredo nelle modeste case dei contadini  fatto con materiale facilmente reperibile e, soprattutto, gratuito.

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Foto di Gaetano Catania

In Puglia, alla fine del Settecento, la Ferula era utilizzata dai pastori per fare gabbie, sedie, sgabelli (freddizza o furizza), panieri, bastoni, traverse, a sostegno delle foglie di tabacco da essiccare, e vari tipi di utensili di uso quotidiano. Ancora oggi, in alcune regioni d’italia si producono, sgabelli, sedie, cesti, gabbie dall’incredibile solidità e leggerezza.
L’uomo, veramente, ha utilizzato la sferza del suo fusto seccato ancora prima che esistesse la scrittura.
I suoi lunghi fusti, leggeri e resistenti, in passato sono stati nelle mani degli imperatori come scettri, o dei vescovi come pastorali, in quelle dei tedofori come fiaccole olimpiche o dei severi e impietosi insegnanti come strumento di punizione.
I Romani, poiché dovevano salvaguardare dai topi, oltre che dall’umidità, i loro preziosi manoscritti (scritti con l’inchiostro di seppia su pergamena tratta da pelle di agnello o di capretto, e quindi molto appetita dai topi), svuotavano il midollo da una sezione di fusto asciutto di Ferula, vi introducevano il documento arrotolato da custodire e lo chiudevano con un tappo ricavato dallo stesso fusto.
Grazie a questo stratagemma molti antichi manoscritti sono giunti fino a noi!
Andando indietro nel tempo, fino a raggiungere quello dei miti greci, riporto questo testo, tratto da Apollodoro, I Miti Greci I, 7, 1, che descrive la funzione del fusto della Ferula svuotato dal suo midollo spugnoso per accogliere il fuoco donato dagli dei agli uomini. Apollodoro di Atene, figlio di Asclepiade, (180 a.C. circa – Atene, 120-110 a  C.), storico, grammatico e lessicografo greco antico ha raccontato che: Con acqua e terra, Prometeo plasmò gli uomini e donò loro il fuoco che celò in una ferula, di nascosto da Zeus. Quando lo venne a sapere, Zeus ordinò ad Efesto di inchiodare il corpo di Prometeo sul Caucaso, che è un monte della Scizia. Per molti anni Prometeo rimase inchiodato al monte e ogni giorno un’aquila volava a divorargli i lobi del fegato, che ricresceva durante la notte. Per il furto del fuoco Prometeo ebbe dunque questa punizione, fino a che Eracle, più tardi lo liberò, come narreremo nelle storie di Eracle”.
 Anticamente in Sardegna c’era la tradizione di portare la Ferula in processione per chiedere al diavolo, (che probabilmente era il dio Pan), di far cessare la siccità.

 

 

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