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gen 17, 2019 - Senza categoria    No Comments

IL GRANDE MARE DI LICATA

 

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Sabato, 12 gennaio 2019, è stato un giorno importante per la città di Licata a causa  della manifestazione organizzata per dire No alle trivelle nel mare di Licata.

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Tantissime altre volte a Licata ho sentito ripetere l’espressione:” U mari ri Licata ‘un si spurtusa”.
Moltissima è stata la partecipazione di licatesi, dei sindaci, dei presidenti del Consiglio dei Comuni vicini, dei deputati nazionali e regionali, in particolare del licatese 0n.le Carmelo Pullara, dei sindacati, di tante associazioni, di operatori balneari, di ambientalisti, di archeologi, del WWF e di altre singole persone quali studenti, pescatori, mamme di famiglia, pensionati per fermare il progetto della posa del gasdotto dell’ENI e contro tutti i progetti di trivellazione dei fondali del Canale di Sicilia alla parola d’ordine “A Sicilia ‘un si spurtusa“.
Il progetto off-shore ibleo deve essere fermato!

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Persone, quindi, che hanno partecipato alla manifestazione perché contrarie all’ installazione delle trivelle e per dare forza a questa battaglia di civiltà a salvaguardia dell’ambiente marino e del paesaggio costiero.
Il corteo, riunitosi in Piazza Attilio Regolo, ha attraversato le principali vie cittadine fermandosi in Piazza Progresso, davanti al Palazzo di città, per concludere la manifestazione con un lungo discorso.

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Il Sib provinciale di Agrigento aveva già presentato alla Commissione Europea una denuncia per infrazione dello Stato Italiano ai trattati EU contro la decisione del governo Italiano di autorizzare l’Eni alla perforazione dei pozzi alla ricerca di gas nel mare di Licata.
Il dott.Giuseppe Galanti, sindaco di Licata, così si espresse: “Le trivelle non creano posti di lavoro, creano malattie, creano disagi, creano solo problemi.
Noi abbiamo il turismo da sfruttare, vogliamo creare posti di lavoro con le nostre capacità, utilizzando tutto quello che la Natura ci dà.
Dateci l’opportunità di farlo, non bloccateci con le trivellazioni
“.
Il dott. Angelo Biondi, ex sindaco di Licata, sostenuto dal sindacato dei titolari degli stabilimenti balneari, così si espresse: ” Gli studi di impatto ambientale eseguiti dall’Eni mancavano di tutta una serie di adempimenti indispensabili per dare inizio alle trivellazioni.
Notevoli effetti negativi sarebbero ricaduti sull’ambiente, con particolare riferimento alla popolazione che vive di pesca, alla fauna, alla flora, al suolo, all’acqua, all’aria, al patrimonio architettonico, archeologico, al paesaggio.
I licatesi sanno che lo sviluppo del nostro territorio non passa dallo sfruttamento del suolo marino, ma dalla valorizzazione di ciò che la Natura ha generosamente donato: mare pescoso, terra fertile, patrimonio naturalistico invidiabile.
Licata deve vivere di turismo, di agricoltura d’eccellenza, dei prodotti del mare e nessuno potrà privarci di questi beni
”.
Una giovane manifestante così disse: ”Noi non siamo il popolo del no. La Sicilia è sole, è mare, è vento e sono queste le risorse che dobbiamo sfruttare per produrre energia”.

 

 

 

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Carissimi amici, avevo conosciuto il mare di Licata quando sono giunta per la prima volta alla fine degli anni ’60 del secolo scorso.
Quanti bei ricordi!
Il mare dal colore dei lapislazzuli, le gite in barca, le battute di pesca subacquea con gli amici del Centro Attività Subacquee, l’abbraccio del caldo sole sulle spiagge di Mollarella, della Rocca di San Nicola, della Poliscia.

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Ho descritto il mare di Licata nelle pagine 38-44 del mio libro “Da Licata a Mistretta, un viaggio naturalistico”, che ho pubblicato nel 2006.

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Riporto la descrizione integralmente: ” Determinante, nella situazione climatica licatese, è l’influenza del mare che, con i suoi 15°C. di temperatura minima annuale, concorre alla mitezza degli inverni.
Notevole è anche l’apporto paesaggistico della fascia litoranea. Lunghe spiagge sabbiose e dune costiere si estendono dal Castello di Falconara alla foce del Fiume Salso e da San Nicola a Punta Ciotta per più di 12 chilometri.
Quasi sette chilometri di costa rocciosa movimentata da calette e sporgenze, piccole spiagge e scogliere sommerse tra cui spiccano i gioielli della cala sabbiosa di Mollarella,

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antichissimo approdo naturale, racchiuso tra due prominenze calcaree, e del selvaggio isolotto detto “Rocca di San Nicola” con flora e fauna interessanti.

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Gli scogli, circondati alla base dalle verdissime Posidonie e ricoperti da alghe verdi, danno asilo ad una fauna molto varia, mentre a quote maggiori ospitano coloratissime colonie di Eumicella.
Negli anfratti, tra le alghe, sopra e sotto la sabbia, vive un numero impressionante di piccoli organismi tra cui predominano, per qualità e quantità, i Molluschi forniti di conchiglia e alcune rarità mediterranee trai Gasteropodi.
Il fondale marino, spesso sabbioso-detritico a ponente, sabbioso-limico a levante, degrada dolcemente verso il largo con pendenza minima, tanto che l’isobata dei dieci metri, a fronte dei litorali piatti, s’incontra mediamente a un chilometro dalla battigia.
Variando notevolmente le sue caratteristiche chimico-fisiche, l’acqua, che si riversa in mare dal fiume e dai valloni, influisce sull’ambiente marino costiero.
Durante il periodo delle piogge questi corsi d’acqua apportano una gran quantità di limo e di particelle minute che le correnti marine e le mareggiate trasportano anche a notevole distanza dalle foci prima di sedimentare.
Queste minutissime particelle, sui bassi fondali dove arriva il moto ondoso, sono poi facilmente sollevate e rimesse in circolazione a ogni mareggiata rendendo torbida l’acqua marina. Esse regolano la penetrazione della luce limitando indirettamente lo sviluppo di vegetali ancorati al substrato cosicché, su fondi melmosi poco profondi in cui si risente il moto ondoso, non attecchisce la Posidonia; apportano grandi quantità di sali minerali che favoriscono lo sviluppo del fitoplancton il quale, essendo flottante, riceve una più soddisfacente illuminazione anche in acque torbide.
Dal momento che il fitoplancton è il primo anello della catena alimentare, nel mare a levante dell’abitato, dove si riscontrano più intorbidamenti dell’acqua e per periodi più prolungati, la pescosità è più alta.
A Ovest del Salso-Imera la presenza della struttura portuale e le prominenze rocciose della Montagna bloccano, o in ogni modo deviano, le correnti di acque torbide perciò i fondali costieri sono meno melmosi e più sabbiosi e le acque più limpide. Porto e promontorio influiscono sull’ecosistema marino anche modificando le correnti marine e favorendo l’opera d’insabbiamento del fiume.
La ricchezza di minerali e l’abbondanza di limo, che si riscontra a levante, sono conseguenza di questi ostacoli che costringono le correnti di torbida del fiume a depositare più materiali ad Est che ad Ovest. Sul litorale di levante sfociano poi più corsi d’acqua minori che a ponente.
Inoltre la maggior parte dei liquami fognari dell’abitato è scaricata all’estremità della diga portuale di levante, in mare, senza alcun trattamento preventivo per mancanza di un depuratore.
La pesca professionale, con le sue 150 imbarcazioni circa, interagisce con le popolazioni ittiche e con la natura dei fondali.
La stazza modesta della maggior parte delle imbarcazioni da pesca non consente loro di prendere il mare nelle giornate quando questo è molto mosso o agitato, perciò si verifica una limitazione naturale abbastanza efficace alla pesca professionale.
Le zone di scogliera, inframmezzate a fondali di sabbia e detriti, sono ricoperte da alghe verdi, rosse e brune.
Molto comuni in questi fondali sono: la colorata Padinia pavonia, la verdissima Caulerpa e la rossa Jania.
Nel mare a ovest del centro abitato, sulla sabbia tra le scogliere sommerse, attecchisce la Posidonia oceanica, una pianta superiore erroneamente definita alga, che riveste una straordinaria importanza nell’ecosistema marino.
La Posidonia oceanica, con il fitto intreccio dei rizomi e con le lunghe foglie nastriformi, forma vere e proprie praterie sommerse molto estese.
La sua superficie si può misurare in ettari e vi vivono migliaia di specie che legano strettamente alla pianta la propria esistenza.
La Posidonia oceanica è inoltre preziosa per la gran quantità di ossigeno che riesce a produrre: un metro quadrato di prateria a Posidonia è in grado di produrre per fotosintesi fino a 14 litri di ossigeno al giorno.
Le zone di scogliera danno asilo ad una fauna molto varia che va dalle gorgonie, i cui rami colorati ospitano spesso piccoli graziosi gasteropodi dei generi Simnia e Pseudosimnia, agli echinodermi , a diverse “stelle marine”, ai molti molluschi (Polpo, Seppia, Lepre di mare o “monachella”) e ai crostacei tra cui l’Astice e ovviamente l’Aragosta, oggi decimati da una pesca eccessiva e indiscriminata.
L’ambiente di scogliera, misto a fondale sabbioso con praterie di Posidonia, ospita specie ittiche quasi tutte di interesse commerciale: spigole, cefali, occhiate, marmore, salpe, boghe, cernie, balestra, triglie di scoglio.
Strettamente legati al fondo marino si trovano molti batoidei, coloratissimi serranidi e labridi che prediligono la vicinanza delle posidonie o vivono la loro esistenza esclusivamente tra i cespi della pianta.
I pesci ghiozzi fanno registrare una presenza numerosa e varia, mentre su fondi di scoglio è facile incontrare lo Scorfano nero; meno frequente è lo Scorfano rosso o Pesce cipolla.
Sui fondali rocciosi comune è il Gronco, mentre molto rara è la Murena. Abbastanza spesso è presa all’amo dei parangali costieri la biscia di mare che vive seminascosta nella sabbia.
La caratteristica dei fondali rende Spigola e Cefalo abbastanza comuni.
La Spigola è un predatore essenzialmente notturno che si muove velocemente da uno scoglio all’altro. Sembra essere attirata da acque meno salate e non disdegna i lati esterni e meno accessibili delle dighe portuali dove, tra ottobre e dicembre, si riuniscono molti individui in riproduzione con femmine anche di notevole grandezza.
Tra roccia e sabbia è presente anche la spigola maculata di taglia sensibilmente minore che si accompagna spesso a marmore e a cefali.
Il Cefalo è molto comune un po’ su tutta l’estensione marina e convive con altre specie. Potendo vivere facilmente in acque salmastre, s’inoltra spesso lungo il corso del Salso-Imera in cerca di cibo e vi rimane prigioniero quando, per insufficienza di portata e per mareggiate, la foce s’insabbia.
La popolazione delle cernie è poco numerosa e con individui di taglia modesta, probabilmente a causa di scogliere che solo in rari casi possono offrire tane e ripari veramente sicuri prediletti da questo pesce.
Il Sarago è presente con tutti i suoi rappresentanti mediterranei: il Pizzuto e lo Sparaglione dei fondali rocciosi e delle dighe portuali dove non è difficile incontrare anche esemplari di Sarago maggiore che possono superare abbondantemente il chilogrammo; il Sarago fasciato che predilige le scogliere in prossimità dei fondi sabbiosi e il Sarago faraone abbastanza comune solo nel mare ad est dell’abitato; è ritenuto raro in tutto il Mediterraneo, mentre è segnalato come frequente da Gela a Marina di Ragusa.
Dove attecchiscono Ostriche e Mitili è possibile incontrare il Pesce balestra.
Oggi è piuttosto raro a causa dell’impoverimento delle colonie di molluschi di cui si nutre frantumandone rumorosamente i gusci con i fortissimi denti. Per lo stesso motivo è, in pratica, quasi scomparsa da questi fondali l’Orata. Tra i vegetali delle scogliere sommerse nuotano l’Ippocampo e diverse specie di Pesce Ago.
Un isolotto di natura calcarea, la “Rocca di San Nicola” o “Isola dei Conigli”, sorge a circa otto chilometri ad Ovest dell’abitato di Licata e a 200 metri dalla riva.
La Rocca di San Nicola ospita una vegetazione interessante di cui fanno parte: l’Urginea maritima, con esemplari dalla mole gigantesca, l’Euforbia arborea
, il Timo e il Cappero, poco diffuso nel resto del territorio, qui presente anche nella varietà rupestris con stipole erbacee caduche anziché spinose.
La base rocciosa dell’isolotto di San.Nicola, nei luoghi meno esposti alle mareggiate, si espande in una sorta di “marciapiede” di chiara origine biologica che, a quanto sembra, è una struttura abbastanza rara nel Mediterraneo. È costituita da un fitto intreccio di tubi di molluschi Vermetidi, gusci di foraminiferi, scheletri di alghe calcaree e innumerevoli altri esseri.
La formazione, chiamata “marciapiede a vermeto”, è stata studiata nella riserva dello Zingaro nei pressi di Palermo e sulla costa dell’Isola delle Femmine e sembra essere abbastanza rara.
Nei punti più esposti all’impatto con le onde è comune un’alga rossa ricchissima di calcio che costruisce veri e propri cuscini pietrificati simili a durissimi merletti: il Lithophyllum.
Tra le pietre del fondo, di notte, striscia la Ciprea e la bellezza della sua conchiglia non regge però il paragone con le splendide cipree esotiche.
Sui fondali misti di roccia e di sabbia, oltre all’Aragosta e al più raro Astice, incontriamo il crostaceo Scyllarides. Nei recessi più profondi delle scogliere, a fronte della Rocca di San Nicola e della torre omonima, è stata avvistata e catturata alquanto raramente la Musdea mentre è relativamente più facile incontrare gruppi di timidissime Corvine.
Ad Est, fondali molli più ricchi di limo, acque torbide per più giorni rispetto che a ponente, favoriscono la riproduzione della Triglia i cui esemplari giovani “trigliola” assumono un sapore particolarmente gradito al palato.
Qui si trova il gasteropode Aporrhais pespelecani dall’elegante conchiglia digitata, stelle marine serpentiformi del genere Ophiurus, un paguro del genere Diogenes e un bianco granchio nuotatore. Tra i pesci vi trovano l’habitat ideale la Sogliola comune, il Rombo e la Tracina.
Su fondali più profondi vive il Calappa granulata, un crostaceo dalle forme inconsuete e un briozoo dall’elegante scheletro, Porella cervicornis, capace di ricoprire completamente la superficie dei rari ammassi rocciosi con le sue colonie. Gli scheletri del celenterato madreporario Cladocora formano cumuli simili alle rocce, anche se più fragili.
Molte sono le specie di Molluschi forniti di conchiglia presenti tra cui i generi Murex, Turritella e il raro Cimatium, il Pecten, il Cardium, il Dentlium dalla strana conchiglia a forma di dente che vive semisepolto nel fango.
In mare aperto si possono incontrare: il Tonno, il Pesce spada, la Ricciola, Leccia, il Palamita, la Lampuga la cui pesca è limitata ai mesi di giugno-luglio, lo Sgombro e una gran quantità di sardine e alici che costituiscono il nutrimento basilare per le specie pelagiche di maggior mole.
All’inizio dell’estate si pesca facilmente l’Aguglia anche dalle dighe portuali.
In autunno-inverno cadono spesso nelle reti il pesce Spatola e il pesce San Pietro. Le reti a strascico fanno anche numerose e abbondanti catture di Nasello e di Capone o Coccio. Queste ultime sono specie bentoniche che mostrano le caratteristiche pinne pettorali molto ampie e colorate.
I generi meglio rappresentati sono: Triglia e Trigloporus.
Le reti a strascico catturano spesso anche la Rana pescatrice, altra specie legata al fondo marino che predilige profondità maggiori dei precedenti; è localmente molto apprezzata per la zuppa di pesce insieme al San Pietro, al Coccio e agli Scorfani.
Sempre in ambiente pelagico è facile incontrare la Rondinella di mare e, più raramente, il Pesce rondine.
Tra i Selaci è frequente il Palombo, più rari il Gattuccio, il Boccanera, lo Squalo capopiatto, la Verdesca, lo Squadro, la Torpedine e quasi tutte le specie di Razza e di Trigone mediterranee, nonché l’Aquila di mare.
Molto raramente cadono nelle reti lo Smeriglio ed esemplari giovanili del gigantesco Squalo elefante.
Fino ai primi anni settanta, in spiagge molto riparate e poco accessibili nidificava la tartaruga Caretta Caretta i cui esemplari, anche di notevole mole, cadevano spesso nelle reti da pesca e le cui carni erano consumate dai pescatori locali.
La massiccia invasione estiva delle spiagge da parte di bagnanti e di villeggianti e la costruzione di villette a ridosso delle spiagge hanno allontanato questo rettile dai nostri litorali.
Individui di Caretta caretta,abbastanza vicini alla linea di costa, sono ancora avvistati e spesso soccorsi dal WWF perché feriti dalle eliche delle imbarcazioni.
Molto più raro è l’avvistamento o la cattura di un’altra specie marina che i pescatori di una certa età conoscono bene; si tratta della rarissima tartaruga liuto segnalata, comunque, in questo specchio di mare.
Circa 35 mila anni fa, durante uno degli ultimi periodi glaciali, la temperatura del Mediterraneo si abbassò talmente da consentire la vita a specie di acque marine fredde dell’Atlantico del Nord che migrarono nel nostro mare attraverso lo stretto di Gibilterra.
È il caso della Neptunea sinistrorsa, un mollusco gasteropode oggi con un areale limitato alle fredde acque dell’Atlantico del Nord, ma che abitò anche i fondali prospicienti Licata durante l’ultima glaciazione.
La sua conchiglia fossile è particolare perché avvolta a spirale sinistrorsa, contrariamente a quanto avviene per gli altri Gasteropodi.
Inglobata nei sedimenti di quel periodo geologico, la Neptunea si trova oggi ad una profondità di 100-150 metri ed è portata casualmente in superficie dalle reti da pesca quando il banco fossile, di solito argilla, si sfalda liberando degli esemplari in ottimo stato di conservazione e ancora con la colorazione originale”.

Purtroppo, oggi il mare di Licata è molto cambiato!

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