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nov 20, 2014 - Senza categoria    No Comments

LA VITA DI SANTA CATERINA D’ALESSANDRIA E LA SUA CHIESA A MISTRETTA

 

 

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Il 25 Novembre ricorre la festa in onore di Santa Caterina d’Alessandria.

Caterina d’Alessandria è un’importante figura femminile che raccoglie molti aspetti del culto popolare e religioso più genuino. E’ venerata, come santa, dalla Chiesa cattolica, dalla chiesa ortodossa e da tutte le Chiese cristiane che ammettono la venerazione dei Santi. La Sua venerazione si diffuse in Europa e altrove dal X al XII secolo continuando ad espandersi nei secoli successivi, fino ai nostri giorni, quando, con la nuova riforma del calendario liturgico del 1969, la sua festa è ceduta solo ai culti locali. Invocata nelle Litanie dei Santi, è titolare di molte chiese e parrocchie.
A Mistretta la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, edificata alla periferia del paese, indica un intero quartiere, appunto quello di Santa Caterina.
Santa Caterina d’Alessandria, vergine e martire, è la Patrona di molti paesi dell’Italia peninsulare e insulare. In Sicilia è venerata a Santa Caterina Villarmosa ed è compatrona di Grammichele insieme a San Michele Arcangelo. Insieme a San Marco Evangelista è compatrona del comune di Cellino San Marco.
Oltre alla incerta data di nascita ed al fatto che fu sottoposta al martirio ad Alessandria d’Egitto nel 305 circa, della vita di Caterina d’Alessandria si sa poco ed è difficile distinguere la realtà storica dalle leggende popolari.
Probabilmente nacque nel 287 d.C. ad Alessandria d’Egitto, morì nel 305 d.C., ad Alessandria d’Egitto.

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La Leggenda Aurea racconta che Caterina era la figlia del re Costa, una bella giovane egiziana rimasta orfana dei genitori in tenera età. Cresciuta indipendente e capace di gestire la propria vita, sostenuta da sapienti ed eruditi tutori, fin da piccola si dedicò allo studio istruendosi soprattutto nella filosofia e nella religione.
Per questo motivo è stata eletta patrona dell’Università di Parigi e, in particolare, della facoltà di Filosofia.
Per la sua naturale bellezza era chiesta in sposa dagli uomini più rilevanti della città d’Alessandria. Ancora adolescente, nel sonno ebbe una visione: le sembrò che nel Cielo, in mezzo agli Angeli e ai Santi, il Bambino Gesù, in braccio alla Vergine, prendesse un prezioso anello che Gli porgeva la Vergine Maria e lo inserisse nel suo dito.
Quando Caterina si svegliò trovò nel suo dito lo stesso anello che aveva ricevuto dal Cielo. Era diventata per sempre la sposa di Cristo. la leggenda del martirio racconta che nel 305 l’imperatore romano Massimino Daia, essendo stato nominato governatore dell’Egitto e della Siria, giunse ad Alessandria a capo di un forte esercito.
In suo onore furono organizzati grandiosi festeggiamenti con il corollario del sacrificio di centotrenta buoi alle divinità pagane. Inoltre egli ordinò che ogni persona presente alla festa portasse un animale, un uccello, un torello, da sacrificare al tempio con lo scopo di indirizzare alla religione pagana le popolazioni passate al cristianesimo.
Anche Caterina, allora diciottenne, si presentò al palazzo durante i festeggiamenti per impedire il sacrificio degli animali e per esortare i molti cristiani, che temevano le persecuzioni, a desistere dall’adorare gli dei. Caterina si rifiutò di offrire i sacrifici alle divinità e chiese all’imperatore Massimino di riconoscere in Gesù Cristo l’unico redentore dell’Umanità spiegando la sua tesi con profondità filosofica.
Massimino, conquistato dalla grazia e dalla cultura di Caterina, pensò di indurla al silenzio seguendo un certo logico ragionamento, ma presto si accorse che non poteva competere con l’intelligenza della giovanetta.
Irritato, decise di condurre Caterina davanti ad una commissione di cinquanta retori e filosofi affinché la convincessero ad onorare le loro divinità pagane. Durante l’incontro splendette ancor più la dialettica intelligente di Caterina che, oltre a contraddire i loro ragionamenti, li convertì tutti al Cristianesimo.
L’imperatore, molto infastidito, ordinò la condanna al rogo di tutti i retori e cercò di sedurre la giovanetta proponendole il matrimonio che, naturalmente, rifiutò. Condotta in prigione per la sua disobbedienza, Caterina ricevette la visita dell’imperatrice accompagnata dal tribuno Porfirio che rimase incantato dalla bellezza della giovane.
Anche Porfirio si convertì al Cristianesimo convincendo tutta la coorte ad accogliere e a divulgare la nuova dottrina cristiana. L’imperatore Massimino, ancora più adirato, ordinò che Caterina fosse dilaniata dalle ruote dentate.  Questo anormale supplizio doveva essere comune in una città operosa e ricca come Alessandria dove, per la lavorazione della lana e della canapa, si usavano grandi cardatoi costituiti con ampie ruote, affrontate e munite di uncini, le quali, girando l’una dentro l’altra, cardavano la materia tessile. La ruota della tortura si spezzò.
Gli uncini e le lame si piegarono sulle tenere carni di Caterina. Le ruote s’infransero, Caterina rimase indenne. Le grandi ruote stritolarono i carnefici. Massimino, arrabbiato, ordinò la decapitazione della giovane. Rinchiusa in una tetra prigione, fu tenuta per lungo tempo a digiuno. Una bianca colomba, entrando attraverso le sbarre della prigione, le portava ogni giorno da mangiare e da bere.
L’imperatore, ostinato, ordinò la sua decapitazione. Al primo colpo di spada dalle ferite recise sgorgò del candido latte, simbolo di purezza e di nutrimento spirituale, segno che Caterina era pura ed immacolata.
La leggenda continua a raccontare che alcuni angeli, scesi dal Cielo, raccolsero le spoglie mortali della fanciulla e, ricomposte, le sollevarono in volo per andarle a deporre sul monte Sinai dove successivamente trovarono asilo nella grande chiesa che fece costruire Sant’Elena, madre di Costantino. Là si conservano quelle che sono ritenute le sue reliquie e là è ancora venerata.
Nel VI secolo in questo luogo l’imperatore Giustiniano fondò il monastero che porta il nome della vergine martire. Si dice che dal suo sepolcro stillassero latte e olio, liquidi guaritori di qualunque malattia.
Per il supplizio della ruota Santa Caterina è protettrice di chi pratica quelle attività che hanno a che fare con ruote, con congegni, con ingranaggi: mugnai, carrozzieri, filatrici, arrotini,tornitori, vasai.
Per essere vissuta da sola e indipendente è protettrice delle donne che vivono da sole e sostenute dal proprio lavoro: sarte, modiste, caterinette, cestaie, domestiche.
Per il matrimonio con Cristo è protettrice delle donne nubili e delle giovani in età da marito.
Per la sua grande dottrina, per la quale è raffigurata con in mano un libro, è protettrice delle università, delle scuole superiori, delle biblioteche e dei bibliotecari, degli studenti,
degli insegnanti, dei filosofi, dei giuristi.
Per avere subito il taglio della testa è protettrice delle balie, dei lattanti, delle puerpere, dei sofferenti d’emicrania.
Per l’assistenza avuta dalla colomba in prigione è protettrice gli avicultori e dei prigionieri. Inoltre a lei si raccomandano barbieri, naufraghi, fabbricanti e venditori di pasta, linaioli, lavoranti della canapa, funai.
Da Caterina deriva il termine francese “caterinette” per indicare le giovani donne in età da marito. In Italia e in Francia erano chiamate “caterinette” spesso soggette a corteggiamenti da parte degli studenti universitari. “Catherinettes” erano le tesi di laurea degli studenti di teologia alla Sorbona.
A Forlì il 25 novembre è tradizione regalare alle bambine dei biscotti a forma di bambola, o bambole di cenci, chiamate “caterene” e ai maschietti un biscotto a forma di galletto.
Caterina rappresenta la donna coraggiosa e intrepida, capace di opporsi con la determinazione della sua fede e del suo sapere, valori che utilizza nella ricerca della verità, di Dio, della libertà, della salvezza altrui.
L’iconografia di Santa Caterina d’Alessandria ha diversi attributi: la ruota dentata, simbolo dello strumento del martirio, il libro che tiene in mano, simbolo di sapienza, su cui talvolta è scritto: Ego me Christo sponsam tradidi (mi sono data sposa a Cristo), la spada, simbolo della decapitazione, l’anello, simbolo delle sue nozze mistiche, la corona in testa, simbolo dell’origine principesca, la palma del martirio, il globo del firmamento o altri strumenti scientifici che indicano la sua sapienza.
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Santa Caterina d’Alessandria  è un quadro, olio su tela di 173 x 133 cm, dipinto da Caravaggio negli anni 1595-1596. È conservato al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid. Il dipinto faceva parte della pinacoteca del cardinale Francesco Maria Del Monte. Fu dipinto in memoria del processo e della condanna della parricida Beatrice Cenci. Nelle sembianze della Santa Caravaggio ha ritratto Fillide Melandroni, nota prostituta romana della quale si era innamorato.

ORIGINI STORICO-ARTISITICI DELLA CHIESA DI SANTA CATERINA D’ALESSANDRIA A MISTRETTA

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La chiesa di Santa Caterina, a Mistretta, costruita tra il XIII ed il XIV secolo, è la chiesa dedicata a Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto per la quale i cristiani amastratini hanno un culto particolare. D’impianto rinascimentale è, con la chiesa Madre, il luogo di culto più importante di Mistretta e sede parrocchiale dal 25 novembre del 1945. Anticamente era una piccolissima chiesa rurale ubicata all’estremità sud-ovest dell’abitato e costruita, pertanto, fuori dalle mura della città in contrada “Neviera”.
Tracce della prima edificazione due-trecentesca sono state trovate durante i lavori di restauro negli anni ’90 del secolo scorso compiuti con i fondi dell’Unione Europea, e con i criteri delle più moderne teorie. Sono le strette aperture sormontate da archi a sesto acuto di una finestra e di un portale e la parte superiore di un catino absidale.

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Una leggenda racconta che un ricco commerciante genovese, grato a Santa Caterina per averlo salvato da un naufragio, La ringraziò facendo costruire una piccola chiesa in suo onore.
La chiesa impone il nome al quartiere omonimo, oggi sufficientemente popolato, e che si divide in rioni. Data la sua estensione, dal punto di vista parrocchiale il parroco padre Giovanni Lapin ha diviso il quartiere in cinque rioni: il rione dell’Acqua Ramata, della Neviera, di San Francesco, della Fontana Pia, di Gramsci. Da un enorme piazzale antistante la chiesa si ammira parte del paesaggio mistrettese e la lunghissima strada di Santa Caterina.
L’attuale impianto basilicale, a tre navate separate da colonne,  risale alla prima metà del XVI sec. e fu completato nel 1547.
La riedificazione e l’ampliamento della chiesa maturano in un periodo di grande fervore religioso durante il quale si commissionarono il prezioso simulacro marmoreo di Santa Caterina,  opera di Giorgio da Milano (Bregno) o Andrea Mancino e Antonio Vanella (1493), e la guarnizione della “cona” commissionata allo scultore Baldassarre da Massa nel 1572.
Si accede all’interno della  chiesa dopo aver superato pochi gradini esterni. Presenta la facciata a capanna dove si aprono tre portali con mostre in arenaria. Il portale principale in pietra, a due ordini, aperto nel 1576, è riccamente scolpito lateralmente con motivi floreali e con scanalature, mentre l’architrave nella sua parte centrale porta il monogramma IHS circondato da volti di angeli alati.

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 IHS è il simbolo, chiamato monogramma di Gesù, che, fin dal Medioevo, è stato ampiamente usato nell’arte figurativa della Chiesa cattolica. Comparve per la prima volta nel III secolo fra le abbreviazioni adottate nei manoscritti greci del Nuovo Testamento, oggi chiamate Nomina sacra, e divulgato da San Bernardino da Siena (1380 – 1444). Rappresenta le prime tre lettere greche del nome Gesù: “IHSYS”. Secondo un’altra interpretazione, le tre iniziali delle parole latine significano: “Iesus Hominum Salvator”,“Gesù salvatore degli Uomini”. In ebraico, infatti, “Jehosua”, “Gesù”, vuol dire: “Dio è salvezza”.
La lunetta sovrastante riproduce scene di vita di Santa Caterina. Lo scultore Baldassarre di Massa, su commissione del procuratore Tommaso Valenti e dei confrati Paolo Di Marco, Pietro Ribaudo e Giovanni Antonio Lo Papa, si impegnò a realizzare “ una guarnitioni di marmora bianca di Carrara  iuxta la forma di lo disigno con soi istorii per la figura di Nostra Donna con san Marco et san Barnabà tutti detti figuri et storii di menzo relevo iuxta la forma di lo disigno”.

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Nel lato destro della chiesa si erge il campanile, edificato nel 1547, che anticamente terminava con una guglia conica formata da cunei di terracotta smaltati e di diverso colore e che negli anni cinquanta fu sostituita da un’inutile terrazza.
Attualmente il campanile, formato da quattro ordini, ha la forma di un parallelepipedo e in ogni faccia si apre una finestra bifora.

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Gli ingenti interventi di ampliamento, attuati nel XVI secolo, hanno modificato l’aspetto esterno ed interno della chiesa determinando il delinearsi della configurazione definitiva della chiesa a pianta basilicale con tre navate, con transetto e abside caratterizzata dalla forma poligonale con cinque vele triangolari separate da costoloni. Al 1547 risalgono le ampie arcate a tutto sesto sostenute da colonne monolitiche con capitelli in pietra, di chiaro stile romanico, e impostate su alti basamenti istoriati che alludono alla lotta fra il bene e il male.

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Nel Presbiterio si nota l’abside poligonale costolonata, con affreschi di autore ignoto, della prima metà del sec. XVIII, restaurati da Sebastiano Milluzzo nel 1956.
Nell’altare maggiore,  a commesso marmoreo, della bottega catanese – Domenico Battaglia?, ante 1750, è alloggiata la statua marmorea di Santa Caterina in preghiera. Nel 1572 lo scultore Baldassarre di Massa scolpì la Cona marmorea, che accoglie la statua di Santa Caterina, scolpita nel 1493 e attribuita da alcuni a Giorgio da Bregno, meglio conosciuto come “Giorgio da Milano”, mentre da altri ad Andrea Mancino e ad Antonio Vanella, scultori che ripetono, in forme più o meno fedeli, i modi formali del maestro Domenico Gagini.

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Santa Caterina è posta tra i santi Antonio e Marco Evangelista nelle nicchie laterali.

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Grandi conchiglie coronano le teste dei due Santi come raggiere luminose.

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 L’opera presenta finezza e tecnica incomparabili nei contorni e negli ornamenti, eleganza e morbidezza nell’espressione. Nel basamento della statua sono rappresentati gli elementi iconografici della Santa: la ruota chiodata, la sega e la spada. Sono gli strumenti del martirio di Santa Caterina prima torturata con la ruota dentata del carro, che Le ha attraversato il corpo lasciandolo illeso, poi decapitata con la spada al tempo dell’imperatore Massenzio.
La corona rappresenta il segno della regalità, il libro aperto il segno della saggezza con la quale convertì al cristianesimo i filosofi convocati per discutere con Lei. Nei sette dischi, inscritti in un cerchio, sono incise le iniziali delle arti del trivio e del quadrivio che formano le “artes liberales”: grammatica, dialettica, retorica, aritmetica, geometria, astronomia, musica. Le otto formelle disposte a cornice in sequenza verticale ed una in sequenza orizzontale superiore raccontano anch’esse episodi del martirio della Santa.
In senso orario sono: Gesù Bambino, in braccio alla Madonna, porge a Caterina il mistico anello nuziale, Caterina si presenta davanti dell’imperatore Massenzio, apparizione di Cristo a Caterina mentre si trovava in prigione, a digiuno, a pane e acqua, Caterina disputa con i filosofi, Caterina in prigione, Caterina condannata dall’imperatore,  Caterina sottoposta al supplizio della ruota, il corpo di Caterina trasportato dagli angeli sul monte Sinai. Nell’altorilievo soprastante è raffigurato l’Eterno Padre benedicente tra l’angelo Gabriele e la Madonna Annunziata.

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 Vito D’Amico, nel “Dizionario topografico della Sicilia”, scrive: “Nella maggior chiesa di questa città merita attenzione una macchina marmorea di buonissima scuola del Gagini coi dodici Apostoli a mezzo rilievo, le statue dei Santi Pietro e Paolo e di Santa Lucia e di sopra quella dell’Eterno Padre”.
La cupola dell’abside è adornata da affreschi di autore ignoto della prima metà del sec. XVIII e restaurati da Sebastiano Milluzzo negli anni 1956- 1958  che raffigurano il Pantocratore, gli angeli musici e i quattro evangelisti: Marco con il leone, Luca con l’angelo annunziante, Giovanni con l’aquila, Matteo che dipinge.

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L’Altare Maggiore, realizzato con marmi misti policromi, è arricchito anteriormente da un paliotto ricamato in oro, argento e seta policroma, datato della prima metà del Settecento e attribuito a Cosimo Cannizzaro, della prima metà del sec. XVIII. Il tabernacolo, di marmo bianco e policromo, con la porticina cesellata di argento e avorio, è circondato da angeli marmorei posti in posizione orizzontale e verticale.

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Alla base delle colonne dell’abside sono scolpite nella pietra arenaria i simboli eucaristici del calice con l’Ostia e il vaso col fascio di spighe.

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Secondo la simbologia medievale gli animali: la tartaruga, i pesci, il leone, il vitellino, l’aquila, i pellicani, scolpiti alla base delle colonne centrali, rappresentano le tentazioni dell’uomo.

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Gli altri attributi iconografici quali: il volto dell’uomo con la mano sinistra alzata e rivolta all’interno, la fanciulla, l’uomo con l’animale col bicchiere, simboleggiano il mondo immerso nel peccato.

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La figura col libro aperto sul banchetto e l’angelo raffigurano la sapienza e la fede.

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Le due tele dell’abside, ai lati della cona marmorea, raffigurano il martirio della ruota dentata di Santa Caterina e Santa Caterina davanti ai filosofi.

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Le due opere sono state realizzate nel 2003 dagli artisti Antonio Trifiletti ed Enzo Germanà su commissione del parroco don Gaetano Farina.
Le altre tele della chiesa raffigurano: il Crocefisso con le dolenti donne, posto sopra il tabernacolo ligneo nella cappella del SS.mo Sacramento,  la Discesa dello Spirito Santo su Maria e sugli apostoli, di autore ignoto, del XVIII sec., San Giuseppe con Gesù adolescente, olio su tela, di ignoto pittore siciliano del sec. XIX.

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La via Crucis, quadri realizzati dl maestro Mario Biffarella negli anni 1996-1999

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Le statue raffigurano: San Vito martire, statua lignea, probabile opera di Fra’ Macario da Nicosia, del seconda metà del sec. XVII.

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L’Ecce Homo, è la statua in legno di Picea excelsa, l’abete rosso, realizzata ad Ortisei Gardena dallo scultore Giuseppe Obletter nel XX sec.

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Santa Rita è la statua in cartapesta realizzata da Carmelo Bruno da Lecce, del 1932,  su commissione della signora Liboria Lombardo e che si porta in processione per le vie di Mistretta.

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Sant’Isidoro è la statua lignea, di ignoto scultore, realizzata all’inizio del ‘900. Sant’Isidoro  è il protettore degli allevatori di bestiame.

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La Madonna che allatta è la statua marmorea, della metà del sec. XX, collocata nella cappella della Madonna delle Grazie. L’opera è stata realizzata tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’50 su commissione della famiglia Insinga per grazia ricevuta. Nella stessa cappella è collocato il fonte battesimale realizzato in marmo rosso nel 1680.

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Una piccola statua raffigura Sant’Antonio da Padova

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San  Felice da Cantalice è la statua reliquiario realizzata in argento cesellato con parti lignee nel XVIII sec. E’ opera di un  argentiere messinese del 1773.

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Interessante è il piccolo Crocefisso ligneo benedetto l’8 aprile del 2005 davanti alle spoglie di San Giovanni Paolo II, il giorno antecedente alla funzione funebre del Santo Padre.

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La statua di Giovani Paolo II,  di recente fattura, arricchisce l’interno della chiesa di Santa Caterina. La comunità di Mistretta accolse la statua lignea di San Giovanni Paolo II, realizzata in Polonia dagli artisti Dorota e Andrzej Walijewski, su commissione del parroco sac. Giovanni Lapin e col contributo dei mistrettesi, il 31 agosto del 2014.

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Il reliquario di San Giovani Paolo II

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Interessante è l’acquasantiera marmorea rinascimentale.La scena scolpita nel bordo racconta un momento del martirio di Santa Caterina.
Il prezioso bassorilievo è caratteristico della scuola gaginiana.

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Il Fonte battesimale è opera di ignoto scultore siciliano, del 1680.
Nella chiesa di Santa Caterina il 22 di maggio di ogni anno si festeggia Santa Rita da Cascia il cui culto è molto forte fra la popolazione amastratina.

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Si racconta che a Mistretta è avvenuto un miracolo attribuito all’intercessione della Santa degli impossibili. Era l’anno 1931. Il signor Portera Antonino, colpito da una paresi facciale, pur affrontando lunghi viaggi della speranza a Palermo e nell’Italia settentrionale e pur sottoponendosi a dolorose e a costose cure mediche, non guariva. Non riusciva ad accettare la nuova situazione di malattia e di malessere che gli causava un enorme disagio. Tutti gli specchi della casa furono eliminati dall’affettuosa moglie che avrebbe voluto nascondergli l’evidente verità. Una notte, in sogno, Santa Rita apparve alla moglie, alla signora Liboria Lombardo, e le disse: “Perché non mi porti a Mistretta”?
Non era un avvenimento che si poteva risolvere in poco tempo e soprattutto senza mezzi economici. Le signora Liboria non si arrese, chiese aiuto ai paesani che contribuirono secondo le loro possibilità. La statua di Santa Rita, commissionata allo scultore Carmelo Bruno, giunse a Mistretta, proveniente da Lecce, il 19-11-1932. Il signor Antonino miracolosamente guarì. Era il 1934.
Per esprimere gratitudine alla Santa, per la grazia ricevuta, la famiglia Portera fece esporre nella facciata della propria abitazione, sita nella strada Santa Caterina al numero civico 43, l’edicola votiva dedicata a Santa Rita da Cascia. Ogni anno i familiari del signor Antonino, devoti a Santa Rita, dal Piemonte giungono a Mistretta per onorarLa.
Due volte all’anno, l’otto maggio, perché è il mese di Maria, e il sette ottobre, perchè è la festa della Madonna di Pompei, i fedeli si recano in pellegrinaggio alla piccola chiesetta “ra Matri Tagliavia” per festeggiare la Madonna del Rosario. I fedeli si riuniscono nello spiazzale della Parrocchia di Santa Caterina d’Alessandria e, accompagnati dal parroco Sac.Giovanni Lapin, preceduti dall’icona con l’immagine della Vergine effigiata su una lastra di maiolica, si avviano verso la chiesetta a piedi e anche scalzi per venerare la Madonna e ringraziarla per grazie ricevute.

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Dalla comunità di Corleone questa icona è stata regalata ai fedeli amastratini quando, alcuni anni fa, si sono recati a visitare la grande chiesa dedicata alla Madonna di Pompei nel feudo di Tagliavia, luogo da dove è iniziato Il desiderio di costruire la chiesetta “ra Matri Tagliavia”, dedicata alla Madonna del Rosario, anche a Mistretta.

 LA CONFRATERNITA DI SANTA CATERINA

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La Confraternita di Santa Caterina fu costituita nel secolo XIV. L’atto della fondazione non esiste più perchè tutti i documenti sono stati distrutti da un incendio sviluppatosi verso la fine del secolo XVII. Lo scopo della confraternita era quello di amministrare, per mezzo della deputazione, i beni e le rendite della chiesa e di mantenere vivo il sentimento morale e religioso tra i confrati. Essa era amministrata da un Superiore e da otto Deputati che duravano in carica quattro anni.
I confrati dovevano mantenere un contegno dignitoso sia in chiesa, sia fuori, sia durante le processioni e dovevano confessarsi almeno una volta al mese. Chi trasgrediva tali norme e si assentava per tre volte consecutive dalle riunioni era cancellato dall’elenco dei confrati, questo avveniva anche se qualcuno osava bestemmiare contro Dio e contro i Santi. La divisa era formata da un camice bianco, da un’ampia mantella bianca orlata di rosso, da una visiera bianca. Essa era indossata durante la processione del Venerdì Santo in segno di lutto.

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Lo statuto, approvato nella riunione del tre aprile del 1898 dai confrati, era composto da dodici capitoli che trattavano dei diritti e dei doveri di tutti i confrati. Don Calcedonio Bavisotto, allora cappellano della parrocchia, venne incontro alle esigenze della Confraternita che, in quell’epoca, contava circa cento fratelli. Il primo giugno del 1944, in seguito a molte riunioni, la Confraternita fu esentata da qualunque attività e l’amministrazione fu affidata ad una commissione composta dall’Arciprete monsignor Giuseppe Caputo, dal parroco Antonino Caputo e dal maresciallo Antonino Ortoleva. Ciò fu deciso il 28 maggio del 1944 dal vescovo di Patti mons. Angelo Ficarra che aveva considerato caotica la situazione in cui la confraternita era venuta a trovarsi, nonostante la buona fede di moltissimi elementi. Da quel giorno la Confraternita non si convocò più e si sciolse.

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Dopo sessantasette anni, nel febbraio del 2011, un gruppo di fedeli e di giovani della parrocchia, coadiuvati dal parroco Giovanni Lapin, decisero di ricostituire la vecchia Confraternita con la stessa divisa e con gli stessi principi della vecchia Confraternita.

Queste notizie sono state fornite dal segretario Fabrizio Marchese.

 

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