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mar 9, 2015 - Senza categoria    No Comments

SAN GIUSEPPE – LA SUA VITA E LA SUA CHIESA A MISTRETTA

 

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Nella Chiesa universale, con grande solennità, il 19 marzo di ogni anno si celebra la festa di San Giuseppe, il patrono dei padri di famiglia come “sublime modello di vigilanza e provvidenza”.
In campo liturgico e sociale San Giuseppe è festeggiato anche il 1° maggio, giorno in cui si celebra la festa del lavoro, quale patrono degli artigiani e degli operai, così proclamato da papa Pio XII.
Il nome Giuseppe è originario dall’ebraico “Yosef” e dal  latino “Ioseph” che significa “Dio aggiunga”, come dire “aggiunto in famiglia”.
Giuseppe, nato probabilmente a Betlemme, era di stirpe regale perché discendente della casa di Davide. La famiglia di origine aveva avuto nel passato una parte molto importante nella storia d’Israele, tuttavia le necessità della vita lo costrinsero ad avviare nel paese di Nazareth dove abitava l’attività artigianale nell’accurata lavorazione del legno. Strumenti di lavoro per contadini e pastori, umili mobili ed oggetti casalinghi per le povere abitazioni della Galilea uscirono dalla sua bottega, costruiti dall’abilità delle sue ruvide mani.
Sulla sua esistenza non si hanno molte notizie certe ad eccezione di quelle che canonicamente hanno riferito gli evangelisti Matteo e Luca.
I vangeli apocrifi si sbizzarrirono, invece, attorno alla sua figura.
Secondo il Nuovo Testamento San Giuseppe è lo sposo di Maria, il capo della “sacra famiglia” nella quale nacque Gesù. I Vangeli e la dottrina cristiana affermano che il vero padre di Gesù è Dio stesso: Maria lo concepì per virtù dello Spirito Santo. Giuseppe, informato dell’azione miracolosa da una visione avuta in sogno, accettò di sposarla e di riconoscere Gesù come suo figlio legittimo. Giuseppe divenne, così, il padre putativo di Gesù. Dal latino “puto” “credo“, cioè colui che “crede” di essere suo padre. Nel Vangelo di Luca, nella Genealogia di Gesù ( 3,23) si legge:” Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe…”
La tradizione apocrifa racconta che Giuseppe, già in età avanzata, si unì ad altri celibi della Palestina, tutti discendenti di Davide, richiamati da alcuni banditori provenienti da Gerusalemme. Il sacerdote Zaccaria aveva ordinato che fossero convocati tutti i figli di stirpe reale per sposare Maria, la giovane fanciulla. Su indicazione divina, ognuno avrebbe condotto all’altare il proprio bastone.
Dio avrebbe fatto fiorire il bastone meritevole. Entrato nel tempio, Zaccaria pregò insieme a loro, quindi restituì i bastoni ai legittimi proprietari. Mentre Giuseppe se ne stava nel luogo più lontano e ritirato, perché si considerava indegno, la sua verga fiorì e si ricoprì di candidissimi fiori. Una colomba, vista scendere dal cielo, si pose sul suo capo. Era stato scelto da Dio come sposo della santa fanciulla.

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L’emblema di San Giuseppe è il giglio bianco, simbolo di purezza. A Licata la pianta di Asfodelo è chiamata “il bastone di San Giuseppe”. Giuseppe, perplesso dalla scelta caduta su di lui, fece notare la sua anzianità, ma il sacerdote lo esortò a non disubbidire alla volontà di Dio.
Allora Giuseppe, fiducioso, accolse Maria come sua sposa, anche se ella continuò ad abitare nella casa di famiglia, a Nazareth di Galilea, ancora per un anno che era il tempo richiesto presso gli Ebrei tra lo sposalizio e l’entrata della sposa nella casa dello sposo.
Poiché l’Angelo le aveva detto che Elisabetta era incinta (Lc 1,39), accompagnata da Giuseppe, andò a trovare la cugina che era nei suoi ultimi tre mesi di gravidanza. Dovette affrontare un lungo viaggio di 150 Km poiché Elisabetta risiedeva ad Ain Karim in Giudea.
Maria rimane presso di lei fino alla nascita di Giovanni Battista.
Fu proprio in questo luogo che Maria ricevette l’annuncio dell’Angelo Gabriele e lei rispose: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” ( Lu 1,38). Maria accetta la divina maternità con quello slancio e con quella totale disponibilità verso la volontà di Dio che Le proveniva dal suo stato di Immacolata Concezione. “Come è possibile? Non conosco uomo” (Luca 1,34).
Maria, tornata dalla Giudea, rivelò al suo sposo la sua maternità. Giuseppe, dubbioso, per non sapersi spiegare la maternità di Maria, meditò di rimandarla in segreto. In Matteo (1,19) si legge: “ Giuseppe, suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto” per non condannarla in pubblico. Infatti, denunciando Maria come adultera, la legge prevedeva che fosse lapidata e il figlio del peccato perisse con Lei (Lv 20,10; Dt 22, 22-24).
Ecco, a dissipare i suoi timori, un angelo apparso in sogno a Giuseppe, gli disse: “Giuseppe figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tu sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” Matteo (1, 20-21).. Destatosi dal sonno, rasserenato, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo e prese con sé la sua sposa accettando il mistero della maternità e le successive responsabilità. Giuseppe fu luce di esemplare terrena paternità. Gli diede il nome “Gesù” “Dio salva”, cominciò a scaldare il figlioletto nella povera culla della mangiatoia, lo mise in salvo in Egitto, lo cercò quando, dodicenne, era “sparito’’ nel tempio, lo educò, lo aiutò con Maria a crescere “in sapienza, età e grazia”, lo guidò nel lavoro di falegname.

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 Tra gli ebrei dell’epoca, i bambini già all’ età di cinque anni iniziavano ad istruirsi nella religione e nell’ apprendere il mestiere del padre. Probabilmente anche Gesù praticò il mestiere di falegname.
Giuseppe, fino a trenta anni della vita del figliolo, gli fu sempre accanto con fede, obbedienza e disponibilità ad accettare i progetti divini.
Lasciò probabilmente Gesù poco prima che “il Figlio dell’uomo” raggiungesse la maturità e iniziasse la vita pubblica; dunque una volta espletato il suo ruolo di padre putativo. Secondo i Vangeli apocrifi, San Giuseppe morì all’età di 111 anni, colpito da malattia, tra le braccia di Gesù e di Maria, nel modo più sereno possibile.
Venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa, il culto di San Giuseppe si diffuse rapidamente. A diffondere il culto di San Giuseppe, che andò crescendo nella venerazione dei fedeli fino al tempo di Pio IX che ne proclamò la superiorità su tutti gli altri santi, fu San Tommaso d’Aquino.
Leone XIII lo elesse patrono della Chiesa e delle famiglie cristiane: <<In Giuseppe hanno i padri di famiglia il più sublime modello di vigilanza e provvidenza; i coniugi un perfetto esempio d’amore, concordia e fedeltà coniugale; i vergini un tipo e difensore insieme dell’integrità verginale. I nobili imparino da lui a conservare anche nell’avversa fortuna la loro dignità e i ricchi intendano quali siano quei beni che è necessario desiderare. I proletari, gli operai e quanti sono in bassa fortuna debbono da lui apprendere ciò che hanno da imitare>>.
Non ci sono reliquie di ossa di San Giuseppe. La città di Perugia dal 1477 vanta di possedere l’anello nuziale di San Giuseppe.
Esso proviene da Chiusi, dove è stato portato da Gerusalemme nel XI secolo. Nella chiesa di Notre-Dame di Parigi sarebbero custoditi gli anelli di fidanzamento di Maria e di Giuseppe.
In Francia, nel 1254 il sire di Joinville portò la cintura di Giuseppe i cui frammenti sono nella chiesa parigina di Foglianti. Ad Aquisgrana, in Germania, nel tesoro di Carlo Magno sono conservati le fasce o i calzari che avrebbero avvolto le sue gambe. Nel Sacro Eremo di Camaldoli è conservato il bastone di San Giuseppe. Esso proviene da Nicea, offerto dal cardinale Basilio Bessarione nel 1439. In molti altri luoghi si trovano frammenti delle vesti di San Giuseppe.
Numerose sono le persone e le associazioni e che considerano San Giuseppe il loro patrono.
A Mistretta, nella sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso, la statua e il quadro di San Giuseppe accolgono i soci.

Preghiera a San Giuseppe

San Gisippuzzu giustu e santu
‘n testa purtati lu Spiritu Santu,
‘nta li mani lu santu vastuni
siti lu patri ri nuostru Signuri.
Accumpagnastu Maria in Egittu
accompagnati a mmia nna ‘stu bisuognu strittu.
San Gisippuzzu nun m’abbannunati
nne cchiù estremi nicissitati.

San Giuseppuccio giusto e santo
in testa portate lo Spirito Santo
nelle mani il santo bastone
siete il padre di nostro Signore.
Accompagnaste Maria in Egitto
accompagnate me in questo bisogno stretto.
San Giuseppuccio non m’abbandonate
nelle estreme necessità.

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Statua donata dal barone Carchiamo e si trova all’ingresso della Società Operaia a Mistretta

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San Giuseppe è protettore specificatamente dei falegnami, degli ebanisti, dei carpentieri, ma anche dei pionieri, dei senzatetto. Nel XV secolo era invocato contro il flagello della peste e contro l’usura. Il Monte di Pietà, il luogo dove si recava la gente che, trovandosi nello stato di bisogno, chiedeva prestiti affidando al Monte oro e qualche oggetto prezioso in cambio di denaro, si chiamava Monte di Pietà di San Giuseppe. E’ invocato dall’infanzia, dagli orfani, dai giovani, dalle ragazze da marito, dalle famiglie cristiane, dai profughi, dagli esiliati.
Si invoca la sua grazia, inoltre, per guarire le malattie degli occhi, per sostenere gli ammalati gravi e, in particolare, per i moribondi.
A Mistretta ancora oggi la signora Gaetatina Lo Menzo Castelluccio osserva la tradizione votiva dei “Virgineddi di San Giuseppe” alla quale anche io ho partecipato tantissimi anni fa quando ero bambina.
Siccome c’era molta povertà, allora le maestranze locali offrivano un pranzo ai bambini poveri e soprattutto abbandonati
La tradizione è stata continuata da quelle famiglie che, per avere ricevuto una grazia per intercessione di San Giuseppe, esprimono il voto di ringraziamento organizzando i “virgineddi di San Giuseppe”.
Oggi a questa cerimonia sono invitati tutti i bambini del vicinato di qualsiasi estrazione sociale.
La padrona di casa, il giorno prima della festa, allestisce l’altare di San Giuseppe addobbandolo nel miglior modo possibile ed esponendo il quadro di San Giuseppe. Davanti all’altare imbandisce una lunga tavola attorno alla quale prendono posto i bambini ordinati e comodamente seduti. La tovaglia bianca, ricamata, adorna la tavola e i fiori, soprattutto i gigli di San Giuseppe, donano una bella nota di colore.
Davanti al posto di ogni bambino è messa in bella mostra un’arancia tagliata già a spicchi per facilitare loro il cibarsi. Come piccola penitenza, obbligatoriamente si deve rispettare il digiuno fino a mezzogiorno. A mezzogiorno il sacerdote, padre Michele Placido Giordano, il parroco della chiesa Madre di Mistretta, si reca in quella casa per benedire l’altare di San Giuseppe e la tavola dei “virgineddi”. Tutti insieme recitano la preghiera di ringraziamento a San Giuseppe. Inizia il lauto pranzo.
Il primo piatto consiste in una porzione di pasta con i finocchietti selvatici e le lenticchie. Il secondo piatto comprende un’abbondante porzione di baccalà fritto. Completano il pranzo gli “sfingi”, i caratteristici dolci di San Giuseppe.

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 Terminata l’abbuffata, l’allegria compagnia va via. Ogni bambino riceve un sachetto con la merenda da portare a casa e consumare la sera per cena.
La signora Gaetatina in ogni sacchetto inserisce: un pezzo di pane a forma di bastone di San Giuseppe, un’arancia, alcuni pezzetti di finocchio dolce, un pezzetto di baccalà avanzato, una confezione di cioccolata alla Nutella e tanta devozione a San Giuseppe.
Bisognerebbe evitare di disperdere le vecchie tradizioni paesane istruendo nelle scuole i bambini al mantenimento delle usanze popolari. Auguro a tutti quelli che portano il nome di Giuseppe di essere paterni, buoni e generosi seguendo i Suoi esempi di onestà, di rettitudine, di giustizia, di laboriosità.

Il mio amico, l’ing. Salvatore Pernicone, ha portato la tradizione dei “Virgineddi” da Leonforte, in provincia di Enna, il suo paese d’origine, a Licata, dove abita assieme alla sua famiglia.
Ha imbandito la tavola con tantissime forme di pane, simbolo di ospitalità e di accoglienza, e con il vino dell’Eucaristia.  Nel grande altare, sotto il quadro di San Giuseppe, il pane ha la forma di ostensorio, di croce, di palma, del bastone di San Giuseppe.
La tavola, ricca e abbondante di tanti altri prodotti, ha accolto calorosamente le persone indigenti.
La restante parte, in sovrabbondanza, dei prodotti culinari è stata trasportata nella Parrocchia di Santa Barbara e devoluta in beneficenza. Complimenti a tutta la famiglia Pernicone non solo per la devozione a San Giuseppe, ma anche per  l’alto senso dell’amore del prossimo.

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 LA CULLA DI SAN GIUSEPPE

La culla di San Giuseppe, questa leggenda medievale, è stata tratta dalla raccolta de  “I GRANDI LIBRI DELLA RELIGIONE”, editrice Mondatori, nel volume LEGGENDE CRISTIANE,  Santi, Martiri, Pellegrini, alle pagine 159-161.
Poiché racconta una buona azione di carità umana compiuta dal falegname Giuseppe, voglio condividerla con i miei amici per lodare insieme San Giuseppe.
Sufo, il ricco mercante che vendeva la tela sulla piazza di Nazareth, quel mattino lasciò la sua bottega e si recò dal falegname Giuseppe. La casa di Giuseppe, un dado sotto un albero di datteri, era un po’ fuori mano, e così Sufo dovette sudare un po’ sotto il sole per raggiungerla.
<<Giuseppe!>> chiamò il mercante affacciandosi alla botteguccia del falegname. <<Sono già venuto ad ordinarvi l’arca del pane il giorno prima delle mie nozze; ora vengo a chiedervi la culla per il mio primogenito. Fatemi una culla degna di un re, di buon legno pregiato, che duri, riccamente istoriata e decorata. Sufo può spendere!>>
Il giorno seguente Giuseppe si mise all’opera di buon mattino. Cercò un legno di cedro di bella vena verdiccia, forte ma anche pastoso e docile ai ferri del falegname e ci lavorò tutto il giorno fino a tarda sera, perché aveva bisogno di quel guadagno. Era il mese dei tributi e bisognava dare a Cesare quel ch’era di Cesare. La mattina dopo la culla era finita; Giuseppe l’aveva lavorata con grande amore. Per dondolarla sarebbe bastata la dolce melodia di una ninnananna. Giuseppe si recò alla bottega di Sufo con la culla.
<<Eccovi servito, messere Sufo. Maria m’ha dato i suoi consigli perché fosse fatta come piace alle mamme>>.
Sufo osservò la culla e cadde dalle nuvole. Non c’era segno di ricchezza in quel pezzo di legno. Ai suoi occhi la culla era un giaciglio povero e meschino.
E fu così che Sufo cacciò Giuseppe dalla bottega.
Tornando verso casa, carico della culla e di malinconici pensieri, Giuseppe si imbattè in Lisa, una cara amica di Maria, poverissima, rimasta vedova pochi giorni dopo aver partorito un figlio maschio. Il padre, ammalatosi gravemente, aveva potuto tenerlo in braccio solo per pochi giorni. La donna raccontò di aver camminato tutto il giorno per cercare giunchi lungo il fiume. Voleva fare una culla per il suo piccolo, come si fanno i canestri; ma non aveva trovato che un piccolo fascio di rami marci.
<< Prendete questa già fatta>> le sorrise dolcemente Giuseppe. <<Sufo, il mercante, non l’ha voluta. Il vostro bambino ci starà come il pane nella madia>>.
<<Potessi pagarvela, sì che la prenderei.>>
<<Prendetela, Lisa, è vostra.>>
E le lasciò la culla sulla porta di casa senza aspettare né benedizioni né ringraziamenti.
Lisa sapeva bene che Giuseppe non era meno povero di lei. Tante volte aveva pesato con gli occhi il poco pane che Maria portava al forno per la cottura. Ma la culla era così bella che fece la gioia del piccolo e della madre. Lisa, venuta la sera, vi deponeva il bambino e cominciava a cantare una dolcissima melodia. Quel canto si diffondeva nella contrada silenziosa e giungeva in tutte le case di Nazaterh. Il vento ne trasportava l’eco lontano lontano nell’oscurità della notte. La voce di Lisa era così limpida e serena che chi la udiva ci sentiva i colori della felicità. D’improvviso, però, il tono si faceva mesto e accorato, come se la mamma fosse stata trafitta per un attimo da una punta di malinconia. La sua voce tremava come un filo d’acqua nel vento, si oscurava per un momento come la luna al passar di una nuvola. Sul suo cuore scendeva il pensiero che la sua felicità era costata un dolore al falegname Giuseppe.
Sufo si fece fare da un altro artigiano la culla per il figlio ormai nato :ricca, pesante e massiccia  come un trono. La pagò un prezzo da dire sottovoce per non offendere la povertà. E vi mise a dormire il suo puttino adorato. Ma questa culla regale si dondolava a fatica e, muovendosi, faceva un rumore così sgradevole da tenere sveglio il bambino. La nutrice, a furia di dondolare, finiva per addormentarsi mentre il pargoletto continuava a piangere  e a strillare disturbato dalla nenia lamentosa di quel legno pesante.
Un mattino Sufo, non potendo più sopportare la tortura del neonato e lo stridere di quella culla, andò da Lisa e le disse: <<Datemi la culla del vostro bambino; vi pagherò quel che volete>>.
<<Come potrei farne dono a Voi senza offendere l’animo generoso che me l’ha regalata?
Non ci penso affatto!>>
<<Andrò da Giuseppe ad ordinargliene un’altra>>.
Ma Giuseppe era alquanto indaffarato in quei giorni. Per intervento della Provvidenza, aveva ricevuto alcune ordinazioni urgenti e lavorava di buona lena.
<<Mi spiace, messer Sufo, ma ne avrò almeno per una stagione. Abbiate pazienza se vi dico che non posso soddisfarvi subito>>.
<<E il mio bambino>> sbottò Sufo << dove lo metto a dormire>>?
<<Chiedete a Lisa di fargli posto vicino al suo. La culla è grande>>.
Sufo tornò da Lisa.
<<Se non volete che questo >>, disse la donna, <<portatemi il bambino questa sera. Il mio canto basterà per tutti e due>>.
<<A proposito>>, chiese Sufo, <<cos’è quella nota di dolore che turba ad un certo punto la dolcezza della vostra canzone? Si sente che avete una spina nel cuore>>.
<<Ogni notte, mentre canto, mi viene in mente che la mia gioia è costata un dolore al falegname Giuseppe. Il dolore che gli avete procurato voi>>.
Sufo tornò da Giuseppe e gli disse: <<Lasciate che vi paghi la culla, Giuseppe, se dovrò metterci a dormire il mio bambino>>.
<<Io sono già stato ripagato in benedizioni da quella povera vedova .E quelle benedizioni sono diventate Provvidenza per me. Farei un cattivo affare se scambiassi queste benedizioni con un quattrino. Quella culla è leggera e trotta felicemente perché è la culla della carità. Non pagate me, ma prendetevi piuttosto cura di quella poveretta che non sa di che vivere>>.
Sufo decise di prendere in casa sua la vedova e il figlioletto e le chiese di essere nutrice del suo primogenito.
Quella notte i due bimbi dormirono placidamente nella culla di Giuseppe dondolati dal canto struggente e dolcissimo di Lisa. Anche Sufo, finalmente, trovò sonno nel pensiero che la carità d’un povero aveva riportato a lui, tanto ricco, la pace e la serenità.

  

LA CHIESA DI SAN GIUSEPPE A MISTRETTA

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La chiesa San Giuseppe fu edificata fuori delle antiche mura della città come cappella tombale di una nobile famiglia del luogo, probabilmente della famiglia Allegra o Gallegra.
Non si conosce esattamente il periodo della sua costruzione, ma la chiesa esisteva già nel 1595, come riporta l’iscrizione sull’architrave del portale in pietra arenaria locale, opera di  ignoto scalpellino siciliano.

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La chiesa presenta una facciata semplice. Pochi gradini ne favoriscono l’accesso all’interno costituito da una sola navata. Una grande struttura in ferro battuto circonda la parte bassa del frontale che si eleva su tre livelli. Nel secondo livello si aprono due finestre, mentre nel terzo livello si apre una sola finestra. Il frontale della facciata termina con un triangolo isoscele.

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Lateralmente, a sinistra, s’innalza la torretta campanaria a tre livelli, nel XVIII-XIX secolo, da dove sporgono le finestre di diversa forma protette da grate di ferro. La torre campanaria è provvista di due campane.
In epoca normanna essa era stata costruita come torre d’avvistamento, secondo il programma di potenziamento dell’antico sistema fortilizio della città. Nel 1595 fu annessa alla chiesa e ristrutturata nel 1760, quando furono eseguiti altri lavori edilizi.

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Le modifiche strutturali e decorative più radicali si datano a partire dal 1760, quando il sacerdote don Felice Mandato, per disposizione testamentaria, con il denaro ricavato dalla vendita dei propri beni, ha promosso l’istituzione del  Collegio di Maria, più precisamente, dell”Istituto del SS.mo Bambino Gesù e della Sacra Famiglia. Il collegio di Maria è addossato al  lato destro della chiesa.
L’istituto religioso è sorto perospitare ed  educare le ragazze povere ed orfane e sostenuto dalle generose offerte dei benefattori.
Secondo il prof. Giovanni Travagliato le modifiche strutturali e decorative iniziarono a partire dal 1760 quando, su incentivo di Mons.Gioacchino Castelli, Vescovo di Cefalù, fu costruito l’adiacente Collegio di Maria, inaugurato ufficialmente due anni dopo e affidato alle religiose che ancora oggi lo abitano.
La storia del sacro edificio da questo momento seguirà dunque le vicende del Collegio, inaugurato ufficialmente il 14 maggio 1762.

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Ricordo perfettamente che le orfanelle delle suore del collegio di Maria e delle suore della Croce accompagnavano il defunto durante il suo funerale per espressa sua volontà o per scelta dei parenti.
Le suore di “San Giuseppe”, per assistere alle funzioni religiose, fino a qualche decennio fa non si mescolavano all’assemblea dei fedeli, ma partecipavano da dietro le finestrelle della cantoria.

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Pur rimanendo inalterate le forme e le dimensioni, nel 1818 avvennero notevoli mutamenti negli altari in marmo, negli stucchi, nei lampadari e nei candelieri in legno dorato.
Chiusa per il necessario restauro, la chiesetta fu riaperta al culto nel 2001 quando il nuovo altare è stato benedetto dal vescovo di patti mons. Ignazio Zambito l’undici marzo dello stesso anno.
Dell’originaria struttura decorativa del tempio rimase lo splendido gruppo ligneo della sacra famiglia con  San Giuseppe posto nell’ altare maggiore del presbiterio. La sacra famiglia è una scultura realizzata da di Noè Marullo.
Nell’opera, firmata in basso, è scritto: “Opera d’arte del paesano Noè Marullo per cooperazione di Basilio Porrazzo Anno 1912” . Vuol dire che l’opera è stata realizzata dallo scultore amastratino però la committenza è stata la corporazione degli ebanisti e dei falegnami della quale Basilio Porrazzo rappresentava la categoria.

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 Il gruppo è formato da tre statue.
Col Concilio di Trento c’è una diffusone non solo della figura di San Giuseppe, ma,  soprattutto,  della sacra Famiglia. Questo culto è stato voluto anche da papa Leone XIII e Noè Marullo  si è attenuto a ciò che ha scritto nell’enciclica Leone XIII.
Il trittico è formato dalla Madonna, vestita con un abito rosso e coperta dal manto celestiale, il Bambino, che tiene in mano il mondo, come per dire che Gesù è il salvatore  del mondo, e San Giuseppe che mostra il bastone fiorito. La Madonna è la moglie di Noè Marullo, la signora Stella Cuva, il bambino è Giustina,  la figlia, morta all’età di 16 anni, San Giuseppe è l’immagine di Marcello Capra, un ebanista aiutante di Marullo.
La sacra famiglia  è in cammino ed è di esempio per le altre famiglie.
La Madonna protegge il bambino tenendolo per mano, mentre poggia  l’altra mano sul  suo cuore come per dire che è  stata l’ancella di Dio e, per amore, ha dato alla luce Gesù, il Redentore. San Giuseppe protegge entrambi  abbracciandoli dalla parte posteriore.
L’espressione dl volto di San Giuseppe è pensierosa, forse perchè  sente la responsabilità  del futuro di Maria edi Gesù.
Secondo l’interpretazione dell’ emerito papa Benedetto XVI Maria rappresenta la Chiesa e San Giuseppe con il pastorale rappresenta il sacerdote della Chiesa.

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Da ammirare anche il Crocefisso ligneo, statua policroma ante 1734.
L’altare del SS.mo Crocifisso funge da reliquiario con l’aggiunta di riquadri con reliquie di santi e le figure dell’Addolorata e di San Giovanni dipinte su tela poste lateralmente sotto le braccia della croce.

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 Il gruppo ligneo polocromo raffigura la Sacra Famiglia, opera di Noè Marullo, coadiuvato da Basilio Porrazzo, del 1912.

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 L’altare di Santa Teresina di Lisieux accoglie la statua lignea policroma, del XX secolo.

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L’altare del “Noli me tangere” accoglie la pregevole tela di Giuseppe Velasco, detto il Velasquez siciliano, che rappresenta Gesù Risorto e la Maddalena.  Nell’opera emerge un intimo lirismo e una mirabile completezza d’espressione.

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La tela raffigura San Giuseppe patriarca. E’ un olio su tela probabilmente di Antonino Manno, della seconda metà del XVIII sec.

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La tela raffigura l’Immacolata Concezione fra gli angeli e la colomba. E’ un olio su tela, di probabile opera di Antonino Manno, della seconda metà del XVIII sec.

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All’ingresso della chiesa, sul lato destro, si possono ammirare tre busti scultorei e marmorei di fine fattura che ricordano autorevoli e generosi benefattori della famiglia Allegra o  Gallegra, componenti famigliari  insigniti del titolo di “Baroni di San Giuseppe“, accompagnati dallo stemma e dai nomi abbreviati, probabilmente gli abati Benedetto e Giovan Battista, e l’anziana madre o sorella R., della fine del XVIII-inizi del XIX. secolo.

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 La grande moderna statua di Padre Pio da Pietrelcina accoglie i fedeli a braccia spalancate.

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