Crea sito
lug 2, 2019 - Senza categoria    No Comments

“AMOENITATES” IL LIBRO DI POESIE DEL PROF. GAETANO TODARO PRESENTATO A MISTRETTA E A LICATA

 

L’amicizia vera è un valore inestimabile.
Il ricordo delle persone amiche, che purtroppo non sono più con noi,  rimane indelebile nel tempo!
Ecco perché descrivo la figura del prof. Gaetano Todaro attraverso il suo libro “AMOENITATES” composto da101 liriche.
Sabato, 15 marzo 2008, nella prestigiosa sala delle feste della  Società Operaia di Mutuo Soccorso a Mistretta è stato presentato il libro di poesie “AMOENITATES” del prof. Gaetano Todaro, edito da “LA VEDETTA” .

1 ok

2 ok

In copertina:  Gli ulivi dipinto di  Van Gogh

Ho curato la pubblicazione postuma del libro sponsorizzato dalla ditta MAGMA, di Angelo Bellomo di Licata.

3 ok

Il libro è stato ampiamente sostenuto  dall’ Associazione “Progetto Mistretta” e dal giornale “Il Centro Storico”.
Hanno portato il saluto: il presidente della Società Operaia, il signor Nicola Rossini e il sindaco di Mistretta avv. Iano Antoci. Avrebbe dovuto essere presente anche il sindaco di Licata, il dott. Angelo Biondi, ma è stato trattenuto in sede da alcuni impegni istituzionali.
Hanno relazionato: il prof. Ubaldo Lombardo, il prof. Tatà (Sebastiano) Lo Iacono.
Ha letto alcune poesie, tratte dal libro, la figlia Marianna Todaro.
Nella Seminara (sono io) concluse l’evento con le sue riflessioni.
Ha condotto i lavori l’amico Giuseppe Ciccia.

???????????????????????????????

Il tavolo dei relatori

 Ha aperto i lavori  il signor  Mario Lutri, vicepresidente della Società Operaia, in assenza del signor Nicola Rossini. Dopo aver dato il benvenuto ai presenti e portato i saluti di tutti i soci del sodalizio, ha ringraziato Nella Seminara per avere scelto la Società Operaia come luogo idoneo per la presentazione del libro del prof. Gaetano Todaro.
Ha dichiarato che la sede della Società Operaia è sempre disponibile a ospitare eventi così importanti che innalzano il livello culturale della città di Mistretta.

5 ok

 L’avv. Iano Antoci, nel suo  breve intervento, ha parlato del valore dell’ospitalità e dell’accoglienza nel nostro paese di tutte quelle persone che mistrettesi non sono, ma scelgono Mistretta come loro sede di residenza, favorendo l’inserimento nel tessuto sociale locale.
Il prof. Gaetano Todaro era licatese-mistrettese!
Sua moglie, la sua signora Maria Grazia Lo Iacono, è mistrettese e lo sono le loro tre figlie.

???????????????????????????????

Il prof. Ubaldo Lombardo ha parlato dell’attività scolastica del prof.Gaetano Todaro molto stimato non solo dal corpo docente, ma soprattutto dagli alunni delle diverse generazioni che si sono succedute negli anni al Liceo “Alessandro Manzoni”. Hanno apprezzato la sua preparazione culturale e didattica ma, in particolare, la sua grande umanità.

???????????????????????????????

 Molto erudito è stato l’intervento di Tatà Lo Iacono, veramente un po’ lungo, che riporto integralmente:  “Ringrazio il presidente della “Società Operaia”, Nicola Rossini, per l’ospitalità; l’associazione “Progetto Mistretta”, soprattutto la professoressa Nella Seminara e la famiglia, per l’incarico di parlarvi delle poesie del professore Gaetano Todaro: la qualcosa sicuramente mi gratifica…
  Ămoenĭtās amoenitatis, in latino, sta per piacevolezza, soavità, diletto, grazia, fascino, incantamento. Todaro forse conobbe certe composizioni minori e meno note di Charles Baudelaire, da cui mutuò il titolo: una raccolta di 23 poesie, intitolata Amoenitates belgicae.
Il poeta francese le scrisse negli anni del soggiorno in Belgio: là il tono è caustico, c’è acredine contro i belgi e la loro nazione, tema che non è il caso di riprendere.
Per le poesie di Todaro, a cominciare dal titolo, partirei dalla amenità come categoria estetica. Per categoria estetica s’intende uno stile: le categorie estetiche più note sono il gotico, il barocco, il macabro, l’horror, il romantico, il vero, il reale, il surreale, il liberty, il naif .
La categoria dell’amenità è meno celebre. Nessun critico letterario forse l’ha mai formalizzata. Per penetrare nelle poesie di Todaro è quella che adotterò.
E’ probabile che il titolo derivi da fonti di letteratura latina e greca.
Carmelo Incorvaia, amico di giovinezza e compagno di classe, ha scritto che Todaro “amava poco latino e greco, ma li studiava con rigore”.
Quello studio, comunque, lo accostò a quegli autori classici, nei quali, a
ccanto al tema della salute della vita agricola, e dell’attività dell’otium, è fondamentale il motivo dell’amenità del paesaggio.
Per capire questo tipo di amenità, mi piace ricordare un’osservazione che Antonino Testagrossa, presidente emerito dell’associazione “Progetto Mistretta”, l’anno scorso, ad agosto, ospite nella mia campagna, fece sul paesaggio: “Si vede tutto: -disse- le isole, il mare, i boschi, gli uliveti, e anche un pezzo di fiume…”. Sorrise e si abbandonò al diletto e al piacere dello sguardo. Bisogna cominciare da qui per capire cosa sia l’amenità.
Ora facciamo un salto indietro di circa 2117 anni…: da Testagrossa a un autore latino.
Da alcuni passi delle Epistole V e VI, di Plinio il giovane, si percepisce il ruolo del paesaggio, o meglio delle locorum amenitates. In una lettera di Plinio a Tacito, si intuisce come il luogo in cui si trovava la villa dello scrivente fosse in posizione privilegiata rispetto alla vista sul golfo di Napoli, proprio perché si poteva ben vedere la nube di eruzione del Vesuvio.
Lì c’è una prima apparizione della idea della natura come amenità. Il motivo del piacere che deriva dalla contemplazione dei paesaggi naturali lo ritroviamo ripreso più volte, e tale rimarrà come invariante: anche in architettura, da Palladio fino a Le Corbusier.
Nelle poesie di Todaro ci sono i motivi del paesaggio e della poesia come amenità estetica. Stagioni, sole, luna, cielo, mare, sabbia, ruscelli, fiori, zolle di terra, vele, vigne, vitigni, neve, pioggia, stelle, cactus sfioriti troppo presto, valli, fiumi, piazze, spiagge, vento di scirocco, luce, anche “libri di pietra da sfogliare”, onde, giardini, montagne, alberi, foglie gialle, mietitura, rane, cavallette, libellule, girasoli sono elementi del suo paesaggio esteriore e interiore; e compongono il suo repertorio di poeta.
L’amenità della natura, dunque… Il paesaggio esteriore di Todaro è ambiente agreste e marinaro: quello della giovinezza, della provincia di nascita e della famiglia di origini marinare di Licata.
Todaro giovane, alla fine del secondo dopoguerra, è in spiaggia e interroga la naturalità che gli sta di fronte, già da allora; lui e gli amici d’infanzia si devono accontentare di una palla di pezza e di quell’unica amenità disponibile: il paesaggio. All’epoca, non c’era altro di ameno.
“Chissà quando [ri]vedrò l’azzurro di quel mare [e il colore di quelle] bionde spiagge…”, scriverà più tardi.
Il tema dell’amenità del paesaggio c’è in Virgilio. Il sogno virgiliano del ritorno alla campagna e alla natura è motivo centrale delle Georgiche e delle Bucoliche.
Todaro, nella scelta del titolo, ebbe, anche non consapevolmente, questi referenti. Fu questo il suo retroterra culturale e non solo quello della cultura francese.
Il tema dell’amenità è legato nella letteratura scientifica all’universo botanico delle piante esotiche medicinali.
Nella Seminara ha scritto un libro altrettanto ameno e sa che natura e cultura, passione poetica e botanica sono tappe di un viaggio mentale tra Mistretta e Licata: stesso viaggio fece Todaro.
Un altro referente sull’amenità, da fare non per sfoggio di erudizione, bensì per capire meglio le poesie di Todaro, è Teocrito, poeta greco.
Tra Virgilio e Teocrito il modo di rappresentare il mondo rurale, e, quindi, l’amenità, è diverso.
La natura teocritea è ridente, luminosa, mediterranea; il poeta cantava la campagna nel suo vigore e splendore.
I paesaggi virgiliani sono inquadrati sotto l’effetto delle tenue luci della sera, sono soffusi di malinconia (Ecloga I,82-83), sono espressione di un mondo ignoto a Teocrito.
Virgilio, molto più di Teocrito, era figlio di un’età satura di cultura e civiltà, che vide nella campagna l’innocenza, la pace dell’anima, una specie di perfetta letizia.
Teocrito cantò l’amenità della campagna senza alcun senso di nostalgia, come fece, invece, Virgilio.
In quest’ultimo non c’è, però, la sensualità agreste del poeta ellenistico.
L’entusiasmo teocriteo per l’amena campagna odorosa di sole, spogliandosi di sensualità, si è arricchita con Virgilio di sentimento. Teocrito, nel trattare la natura, è realistico e oggettivo e mantiene un certo distacco nel narrare le vicende sentimentali dei pastori; Virgilio è fantasioso, vago, sentimentale. L’amore del poeta romano per i campi ameni non è per nulla letterario; egli non canta l’idealità della campagna, canta la “sua campagna”, quella propria, come io potrei canticchiare quella “mia”, di contrada Cicé…
In Todaro, la natura è rievocazione non dell’amenità di un mondo naturale perduto, bensì di una perduta amenità interiore. Amenità, dunque, non va riferita soltanto al diletto estetico nello scrivere poesia, la qualcosa è, comunque, un altro aspetto dell’amenità in generale. Non a caso, sulla copertina della prima edizione delle poesie di Todaro  ci sono gli ulivi di Van Gogh, non i famosi girasoli dello stesso pittore. L’ulivo contorto e sofferente è immagine più prossima e vicina all’emozialità di Todaro.
I girasoli hanno una valenza solare, serena e meno sofferta. Le poesie di Todaro somigliano più agli ulivi mediterranei, contorti e sofferti, dove l’amenità del paesaggio non è priva di ombre e di amaro ovvero di amarezza e disillusione… L’amenità non amena del paesaggio interiore coincide con la stessa non troppo amena amenità del paesaggio esteriore.
L’amenità è categoria sia estetica sia etica.
E’ anche una non manifesta concezione filosofica su un certo modo di intendere vita, esistenza, paesaggio, natura, rapporto tra uomo e natura, relazione tra uomo e Dio. In etica, l’ameno è anche il bene, la vita sana e pulita ovvero la vita modesta e serena, da cercare e coltivare in solitudine, come una pianta, in campagna, luogo antitetico alla città; in estetica, l’amenità è anche il bello, ma non un bello pacchiano ed esagerato, non il bello sublime e barocco, bensì il bello lieve e sobrio, il bello mediano, il bello della vita moderata; in filosofia, l’amenità è condizione dell’anima che cerca un piacere delicato, mite, lieve, tenue: che non è il piacere edonista sfrenato o eccessivo.
Il termine amenità, nel linguaggio popolare, indica detti piacevoli, motti arguti, facezie, aneddoti divertenti, freddure, battute di spirito, barzellette e, a volte, è eufemismo di sciocchezza. Si dice, di qualcuno che ci ha intrattenuti, a lungo, su un qualche tema: “Ha parlato di questo e altre amenità” oppure “Il discorso di quel tizio era pieno di amenità”: per non dire che era infarcito di cretinerie e scempiaggini. In tal caso, amenità ha un’accezione negativa. Non è il caso delle amenità poetiche di Todaro. La categoria estetica dell’amenità è il tratto estetico di queste poesie, che Todaro chiamò “frasche”, ovvero erba, erba secca da bruciare, poi le definì “battiti, pulsazioni del cuore”: cioè amenità emozionali…
L’amenità, dimensione dell’anima e attributo del paesaggio, è non solo sfondo e scenario. E’ la sostanza delle poesie di Todaro e fu la sostanza della sua idea dell’esistenza. Questa è la mia chiave di lettura delle poesie di Todaro. Le radici di tale amenità estetico-esistenziale vanno ricercate tra i latini e i greci. Non in Francia.
Detto questo, torniamo al back-ground culturale di Todaro e al suo legame con la Francia, la cui cultura conobbe e studiò a fondo. Il soggiorno a Parigi, prima della laurea in Lingue, conferma l’innamoramento per la cultura francese.
Le poesie in francese, la cui musicalità è in sintonia con quella congenita della lingua francese, confermano la passione per la lingua e per la cultura dei cosiddetti cugini d’Oltralpe.
Questo diletto musicale, ovvero lo scrivere in francese, è anche un altro aspetto dell’amenità. Amenità, qui, è sinonimo di musicalità: amenità musicale, amenità linguistica…
Mi spiego: a me, per esempio, danno una qualche vibrazione-emozione i poeti e la poesia spagnola. Prima del significato delle parole mi dà amenità il suono della lingua spagnola: sicché la poesia, prima di essere senso/significato verbale, è senso musicale; prima di essere significato è significante. Questa emozione possono darla le canzoni e anche la sonorità delle parole: mariposa (in spagnolo, farfalla), papillon (in francese) non sono come il suono farfalla, in italiano, che non è poi tanto male.
Successe così a Todaro!
La sua amenità linguistica fu il francese: come diletto musicale. Per Todaro, il francese, prima di essere lingua letteraria, di studio e di professionale, fu lingua di vita e per la vita quotidiana: succede a ogni emigrato, che deve cominciare a capire, quando si trova per lavoro all’estero, suoni e pronuncia delle parole più elementari: deve cioè imparare come si dice pane, vino, olio, giornale, pigiama, mutande oppure come si dice che ore sono, come stai…
La lingua, prima di essere stata approdo letterario, fu accostamento al parlato quotidiano, per viverci dentro e dentro abitarci. Ha scritto Emil Cioran, filosofo e saggista rumeno che adottò il francese come seconda lingua madre, che una lingua si abita: come un vestito, come un paese, come un guanto. La lingua è il familiare nello straniero: per Todaro, straniero in Francia, il francese diventò lingua quasi materna: e siccome per un poeta la sola patria è la lingua in cui parla e scrive, si può dire che Todaro ebbe due patrie perché ebbe due lingue.
Ebbe anche, per così dire, due città natali: Licata e Mistretta.
Todaro, dunque, cominciò a indossare-vestire il francese da emigrato, come tutti gli emigrati. Questa lingua divenne mestiere, allorché la insegnò, e poi diventò segreto esercizio letterario.
Cinque anni a Parigi e in Francia furono un “bagno” linguistico, che chiunque intenda studiare una lingua dovrebbe obbligatoriamente fare come completamento didattico. Per un docente di lingua, il contatto-confronto con la lingua parlata che deve insegnare, prima di quella letteraria, è altrettanto necessario quanto quello di chi la deve apprendere.
Todaro fu mio docente di francese.
Dopo lo spagnolo, il francese è la seconda lingua estera che prediligo. Stiamo scoprendo l’inglese da poco: per colpa dell’informatica e dell’elettronica. Ritengo che il trend culturale dominante, la supremazia dell’inglese, faccia torto all’italiano e alle lingue neo-latine, comprese quelle classiche, e anche al francese, per la quale, se ricordo bene, non superai mai la dignitosa sufficienza.
Per Todaro questa lingua fu una delle sue amenità: fu musica del suo sentimento ovvero del suo sentire; starei per dire che fu musica del suo silenzio…
Ricordo che nella mia classe c’era un amico di gioventù, parente di Todaro, che aveva un legittimo orgoglio nel non sfigurare in francese. Sicuramente era un passetto più avanti di me. Todaro non fu mai parziale né impreciso nelle valutazioni: non si fece condizionare da fattori che non fossero quelli del rendimento. Va ricordato un episodio: fu con Todaro e Antonio Lo Iacono che mi cimentai, per la prima volta, in un esercizio di traduzione in italiano di una notissima e melodiosa poesia di Verlaine, Chanson d’automne, che faceva così: “Les longs sanglots de violons…”.
Quei “lunghi singhiozzi di violini” restarono un esercizio. Se ci penso bene quei “singhiozzi di violino” si risentono rileggendo Todaro: sarà forse conseguenza di un affetto a-posteriori verso un ex-insegnante che non c’è più.
A quell’epoca, e anche dopo, non sapevo che Todaro scrivesse poesie: neppure in francese. Lo appresi poco prima della scomparsa e ne ebbi conferma subito dopo. Qualche anno prima, quando gli capitò di leggere un mio libro di poesie, che ha un titolo strano, “L’infame vergogna del niente”, m’incontrò e mi fece un appello reticente, non chiaro, non manifesto, quasi un invito latente, forse un monito (come quello che può fare un padre); mi accennò vagamente al fatto di come la “poesia possa a volte bruciare dentro, e quindi occorre starsene lontani, onde non farsi scottare”.
Non si capì bene se mi stava complimentando oppure mi stava stroncando: come fa un professore a suo ex-allievo. Mi invitò taciturnamente, com’era nello stile dell’uomo, a non farmi ustionare da quel fuoco o fuocherello che fosse. Credo che fu uno dei pochi lettori che ne capì il linguaggio ermetico dei poeti simbolisti e surrealisti francesi, che Todaro conosceva, e non solo per dovere professionale. Altri ex-professori sono stati più lusinghieri; lui, per così dire, fu avaro di elogi. L’avarizia di parole è sincerità; quando le parole sono elogio abbondante non sono autentiche.
Dice Incorvaia: “Le poesie di Todaro sono vere”.
Fu vero, dunque, quel suo silenzio reticente, anche con il sottoscritto.
Non sto parlando di Todaro per parlare di me. E’, piuttosto, il contrario: sto parlando di me per parlare di Todaro, in una maniera che sia autentica e non retorica, onde entrare meglio dentro le sue poesie.
Todaro, prima e dopo quei contatti, da professore e sporadico collaboratore di un’emittente radiofonica di cui mi occupai negli anni ’70, aveva alcunché di chiuso, di “a parte”, una qualche timidezza, che lo fecero apparire un “isolato”. Fu, forse, come si dice, un incompreso dal contesto mistrettese in cui lavorò. Questo “isolamento”, che non ebbe nella sua Licata, emerse quando tentò, con poco esito e per una sola volta, l’impegno politico. Suppongo che quella esperienza fu una delusione.
Con gli allievi la sua capacità di comunicazione era eccelsa. Aveva quell’autorevolezza che lo rendeva docente carismatico e, quindi, distante: non un docente da prendere alla leggera, la cui materia era, appunto, da non prendere alla leggera.
Distanza e pesantezza non sono difetti. La distanza è ciò che separa persone di generazioni diverse, nonché docente e allievo.
Ci sono docenti che risultano vicini e amichevoli, e non sanno mantenere né imporre la distanza, intesa in senso buono.
La distanza di Todaro non era superbia. La pesantezza era serietà. Todaro fu un docente “pesante”, cioè autorevole, non autoritario, e altrettanto “pesante”, voglio dire densa e importante, fu la considerazione che lui ebbe e che con lui si ebbe dello studio del francese, materia che da tutti era considerata altrettanto autorevole.
Non succede con tutte le materie: ancora oggi l’insegnamento di musica o di educazione fisica è considerato meno “pesante”, quindi leggero (in inglese, diremmo soft) rispetto a matematica, latino e greco. Sono parametri ed etichette sbagliate, che nessuno condivide, me compreso.
Nel mondo anglosassone musica e ginnastica sono discipline di alto livello: nei campus universitari o nei licei americani chi studia musica, quanto meno, suona il violino ed esegue Mozart; noi impariamo appena a recitare Il sabato del villaggio di Leopardi; in quelle stesse scuole chi fa sport aspira, quanto meno, ad andare alle Olimpiadi (e spesso ci riesce).
Questo è un discorso che riguarda la scuola italiana. All’interno di questa scuola, così com’è quella italiana, con i difetti che le appartengono, ci sono docenti che riescono a renderla direi “diversa” e migliore. Todaro appartenne a questa categoria di docenti che rendeva migliore la scuola di quella che ancora oggi è e di quella che era negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.
Le lezioni di Todaro erano sicure, misurate, ordinate da un rigore che non annoiava; erano lievi e al tempo stesso “pesanti”. Non erano un mattone: erano impegnative.
Le poesie di Todaro, comprese quelle in francese, che non sono “pesanti”, hanno una levità e soavità che rimandano al titolo in latino, e, al tempo stesso, sono gravi e pensierose. Le amenità poetiche di Todaro sono levia gravia, come dicevano i latini.
Versi segreti, scritti in segreto, che Todaro in privato raccolse,  oscillano tra amenità e gravità, tra leggerezza e inquieta pensieriosità, oltre al fatto che sono e furono figli di una madre che si chiama taciturnità. Todaro, difatti, apparve persona taciturna che pensava densamente.
Il taciturno non parla a vanità, né invano usa fiumane di parole. Todaro era docente oratore sobrio e misurato, perché era concentrato: le sue parole uscivano, per così dire, da una camera oscura che diventava camera chiara.
Quando le sue poesie furono stampate la prima volta, in edizione familiare limitata, ebbero uno scopo “altro”: ritrovare qualcosa di lui che fosse ancora vivo.
Facciamo così con le parole e con gli oggetti personali rimasti, che la persona che amammo usò, consumò, conservò, toccò, indossò o appena sfiorò con le mani. In questo c’è qualcosa di feticistico e animistico: le cose rimaste, di buono o cattivo gusto che siano, mantengono memoria e hanno il potere magico di richiamarci la persona scomparsa. Sono una forma di elaborazione del lutto, che ha luogo dopo la “crisi della presenza”, cioè dopo la morte, per dirla con l’antropologo Ernesto De Martino.
La crisi della presenza è quel buco vuoto e nero che una persona lascia. La crisi della presenza, ancor più, è quell’angoscia dell’assenza quando ritorniamo a casa e la persona cara defunta è assente, fuori onda, fuori casa, fuori stanza, altrove, non più qui:… sicché per tentare l’impossibile risoluzione dell’immane potenza del negativo, cioè l’immane potenza di quell’assenza-vuota, ci aggrappiamo a cose, oggetti, parole, lettere, biglietti, fiori secchi, monili, gioielli, fotografie…
La fotografia è, al massimo grado, il tentativo inutile di curare e invano risanare la crisi della presenza. La fotografia è apologia della morte nel momento in cui viene scattata, nonché esaltazione-elogio del non-esserci più nel momento in cui viene recuperata dall’album dei ricordi.
Roland Barthes, in un brillante saggio del 1980, La camera chiara, che più di ogni altro ha sottolineato questo motivo, ha parlato di quella “cosa vagamente spaventosa che c’è in ogni fotografia: il ritorno [indietro] del morto”.
Anche le poesie servono spesso a questo scopo non-poetico.
Le poesie di Todaro, in prima battuta, furono raccolte con questo obiettivo: il ritorno indietro (impossibile) della persona che non c’è più. In questa sede, le poesie di Todaro vanno riconsiderate. Non sono rievocazione di chi non c’è più e che ora è nella dimensione dell’assenza. Sono documento testuale, discorso poetico, linguaggio letterario; sicché le dobbiamo analizzare in quanto tali: non come elaborazione di un lutto e neppure come ricordini di parole messe in fila. Vediamo di elevare le poesie di Todaro a ciò che effettivamente furono e sono: cioè linguaggio, parola, monologo, dialogo muto, logos che interroga e s’interroga.
Penso che così gli si renda meglio omaggio e che questo sia il modo migliore per ricordarlo con affetto. La nostra prospettiva, pertanto, non è quella del “c’era una volta un insegnante, che scriveva poesie, e ora non c’è più…”.
Scritte all’interno della sua “camera oscura” ebbero un risultato: quello che opera la luce quando fa emergere colori e diverse tonalità di grigio sulla carta fotografica. Quelle poesie furono il transito di Todaro dalla “sua” camera oscura alla “sua” camera chiara e viceversa. In quella camera della chiarità, ci sono ombre e luce serale, luce d’alba e chiarore crepuscolare.
In quella stessa camera dell’oscurità, c’è luce fievole.
Amoenitatis e chiarità sono quasi sinonimi. Amenità e oscurità sono termini oppositivi. Ma trattasi di una opposizione complementare. In retorica, tale opposizione complementare si chiama ossimoricità. Gli ossimori (nel dizionaro De Mauro, ossìmori o ossimòri) sono l’accostamento di due parole contrapposte. L’amena tristezza di Todaro, dunque…
Un paesaggio ameno non dovrebbe essere oscuro, torbido, tenebroso. Una poesia amena, scritta per amenità, diletto e piacevolezza, non può essere cupa, fosca, caliginosa. Le poesie di Todaro sono amene perché sono chiare, comprese quelle più musicali scritte in francese. Ma la chiarità di queste poesie non è chiarità assoluta, cioè chiarità punto e basta.
E’ una chiarità-amenità ambigua, laddove la luce è screpolata da semioscurità e la piacevolezza dell’amenità è segnata da sapori amari e/o amarevoli. E’ una chiarità scura, turbata da melanconia, da inquietudine.
Carmelo Incorvaia, nel ricordo inserito nella seconda edizione delle poesie di Todaro, traccia un ritratto dell’amico che va ripreso per capire la scura amenità di Todaro. Leggendo quelle righe di Incorvaia ho trovato conferma di ciò che ho pensato di scrivere sulle poesie di Todaro. Incorvaia riferisce le difficoltà familiari e il malessere di Todaro giovane, l’altro periodo di emigrazione in Germania e dice che Todaro, “alto, elegante, sempre con una Nazionale tra le dita, amava gli scrittori moderni; leggeva molto; prediligeva gli umoristi e gli autori satirici; aveva la battuta pronta, spesso amara; che la sua ironia diventava sarcasmo e  che sorrideva raramente”.
Il sorriso amaro è uguale all’amenità amara. Non ricordo che Todaro sorridesse spesso. A me, allievo e  quasi amico di famiglia, sembrava un effetto della sua pensosa taciturnità.
Todaro senza sorriso. Ma non era solo assenza di sorriso. Todaro era tormentato. Le poesie, che Incorvaia definisce “il suo mondo segreto”, lo confermano. Incorvaia, aggiungendo che Todaro “aveva idee sicuramente socialiste, anche se vaghe, [aggiunge] che era convinto che la Sicilia non sarebbe entrata nella modernità e pensava [come Sciascia] che la nostra terra fosse irredimibile”, e così ci consegna un ritratto di Todaro senza speranza; precisa, appunto, che “l’indistinto socialismo di Todaro era senza speranza”…
La penso anch’io così. E se mi si consente una deliberata e premeditata provocazione, penso che anche Mistretta sia irredimibile…
Todaro senza speranza. Todaro senza sorriso. L’ironia che si fa sarcasmo. I versi segreti di Todaro confermano queste assenze: il non sorriso, la non speranza. Todaro, durante l’ultimo incontro con Incorvaia, discusse di letteratura e di Céline, uno scrittore maledetto, e disse di apprezzarne “il genio paranoico e gli stilemi”. In quel momento, come riferisce Incorvaia, “Todaro si sentiva prigioniero, in un vicolo cieco, aveva paura, avvertiva la fine…”.
Se così fu, come di fatto fu, parlare, a proposito delle sue poesie, come ho fatto sino ad ora, di amenità estetica, musicale, linguistica e emozionale sembra un assurdo, una cantonata, un errore, un grosso abbaglio e uno sbaglio: di fatto, le poesie di Todaro hanno questo titolo: Amoenitates, e, quindi, non siamo proprio fuori strada, né fuori binario…
L’amenità esistenziale di Todaro fu amenità interferita, inquinata, torbida, quasi impura. La sostenibile leggerezza dell’amenità di Todaro fu, in realtà, insostenibile pesantezza della oscurità che sopraggiunge, ci sta accanto e ci vive dentro… Con le sue amenità poetiche, in qualche modo, cercò, forse invano, di curare la propria non-amenità esistenziale. Todaro, che amò la scrittura tragica di Céline, sapeva che la vita è tragedia, che l’esistenza è assurdo…
Tra silenzio e parola la scelta di Todaro (che si chiese, mentre contemplava il cielo stellato notturno, quale fosse la sua strada), fu il silenzio ovvero una certa taciturnità (e come abbiamo detto fu questo un suo tratto caratteriale); ma coltivò la parola, da poeta, in segreto, e nell’esercizio professionale.
Il paesaggio ameno di Todaro, che è anche quello che linguisticamente assomiglia alla musica di Verlaine, fu il suo paesaggio dell’anima. Un paesaggio spesso senza connotati topografici precisi. Un paesaggio ferito. Un paesaggio contemporaneamente ameno e cupo. Di fronte ai suoi paesaggi ameni, Todaro ammoniva come non bisognasse “credere che tutto sia apparenza”: quindi, la sua apparente amenità era, di fatto, oscurità, annebbiamento; e se non assenza, quanto meno insufficienza di luce.
Todaro non fu poeta dell’amenità serena e quieta, come quella di Virgilio e Teocrito; fu poeta di un’amenità tragica. Laddove il paesaggio ha connotati fisico-geografici più dettagliati ci sono colori, suoni, sapori e umori siciliani e mediterranei; laddove interpella il succedersi delle stagioni e dei giorni per capire ciò che quel mutare e quella successione di giorni, anni e stagioni gli scatenassero dentro, a livello poetico-emozionale, il suo paesaggio è anonimo. La sua osservazione del paesaggio ameno, comunque, fu un’osservazione-rappresentazione dolente.
Quando parla di giornate piovose e uggiose sembra che sia una pioggia tutta mistrettese: quella che conosciamo noi, a gennaio e a febbraio, la quale, oltre a essere fenomeno meteorologico, è causa di una sorta di malessere dell’anima, una specie di metereopatia mistrettese. Quando parla di sole e stagioni calde il riferimento geografico-topografico non è mistrettese-nebroideo, bensì quello licatese, cioè quello della città natale.
In questa non amena amenità paesaggistica, interiore e esteriore, c’è il controcanto dell’amore. Le poesie di Todaro sono poesie d’amore. In Todaro l’amore è accompagnamento che suona in chiave di basso. Non è amore lieve e ameno: è amore grave. Se l’amenità del paesaggio è riflesso dell’amenità dell’anima è vero anche il contrario: il paesaggio dell’anima cupo, quasi scuro, anche grigio, greve e grave rispecchia la non amenità del paesaggio fisico. In questo rispecchiamento reciproco, se il paesaggio dell’anima è inquieto e scuro allora l’amenità del paesaggio fisico è come un punto di fuga: dalla camera oscura alla camera chiara, dalla non-amenità interiore all’amenità esteriore, la quale dovrebbe diventare medicina e cancellare ciò che dentro ameno non è.
Anche l’amore non è ameno. E’ amore amaro. Dentro quel paesaggio, l’amore è croce, ma è anche delizia. La stessa delizia che Todaro trovava nell’amenità delle sue poesie, nella musicalità del francese e nei suoi paesaggi esteriori.
Non c’è un contrario netto della parola amenità, mentre i sinonimi sono parecchi. Un sinonimo di amenità è anche, addirittura, stupidità. Ma il vero contrario di amenità non c’è. L’ameno, comunque, non è triste. Non è la tristezza il contrario di ameno. L’ameno è lieve e non è grave. L’ameno, nel senso di Todaro, non è sciocco. L’ameno è vago, sottile, indefinito, impalpabile, leggero. L’amenità non è oscurità. Le poesie di Todaro, scritte sull’onda di una sostenibile leggerezza dell’ameno o dell’amenità, sono tuttavia scritte sotto il registro estetico dell’amenità amara, oscura e pesante: una triste amenità…
Non sono frasche secche. Sono frasche ancora verdi, non arse e neppure aride, né da bruciare; sono delizie orali e verbali, sorbetti al limone: dove ci sono, come negli amari amaricanti della vita, tre punte di amaro amore amaro e una punta di amenità. Amenità, dunque, scritte per diletto, con l’amaro in bocca…
L’amaro amore pesa. L’ameno è volatile. L’ameno è il sogno visto di fronte. Il sogno che svanisce è l’amenità che viene meno e si dissolve. L’amenità che si spegne diventa amara/amarevole. Le luminose/oscure amenità di Todaro, non prive di ombre, la cui luminosità non è abbagliante, per queste ragioni, sono, dunque, levia gravia: appaiono lisce, scivolose e musicali, e, al tempo stesso, sono gravi e pesanti, a volte anche aspre, come il sapore del limone. I limoni hanno un colore che è la fotografia-sinestesia dell’ameno amaro e dell’amaro giallo…
Presentate, dunque, come amenità, ovvero nūgae, cioè inezie, bagattelle, quisquilie, bazzecole, quasi sciocchezze, cose da nulla, frivole nullità, leggere e vuote, cioè altresì scherzi e schizzi poetici che valgono uno zero, di contro, nonostante la modestia caratteriale che segnò il fare, lo stile e la persona, hanno alcunché di denso, intenso e corposo. I poeti, di solito, minimizzano il loro fare poetico e non sarebbe accettabile da parte loro la spocchiosa affermazione che le loro composizioni sono le migliori del mondo.
Lo stesso fece Todaro. Minimizzò, tagliò, scelse la sobrietà, fu controllato e frugale nello scrivere; non fu un incontinente verbale; misurò e controllò i versi, consapevole che la categoria estetico-filosofica dell’amenità non può essere priva di moderazione e moderatezza (anche nello stile), misura, freno e prudenza, autocontrollo, equilibrio interiore, nonché estetico.
Questo equilibrio è fatto di bilanciamento dei toni, di armonia e simmetria.
Le crepuscolari amenità di Todaro non hanno sbavature di stile. Non disperdono e non si disperdono. Non debordano e neppure tracimano dalla dimensione dell’amenità, sia essa pure un’amenità ambigua e non solo fatta di chiarità, verso l’angoscia devastante.
In questa chiarità oscura s’innesta lo spleen baudleriano di Todaro, quella forma particolare di disagio esistenziale, che si tradusse -a livello espressivo- in una fertile  creatività poetica, capace di oggettivizzare le sensazioni e gli stati d’animo in numerose immagini visionarie, prodotte quasi da uno stato di sonno-veglia. Lo spleen è altresì una particolare caratterizzazione dell’inettitudine, che indubbiamente include elementi di debolezza psicologica e di mancato adeguamento al reale, ma che -a differenza della noia leopardiana- non produce argomentazione e pensiero, riflessività sulla condizione umana, ma si gioca tutta, a livello poetico-artistico, nella resa espressionistica degli effetti devastanti e a volte allucinatori dell’angoscia esistenziale oppure, come nel caso di Todaro, nell’amena e scura tristezza delle sue poesie.
In Todaro c’è il “male di vivere”; c’è melanconia, ma non c’è angoscia che distrugge; c’è il sentimento dell’essere inadeguati alla realtà; c’è la senzazione che il tempo è erosione e non bisogna perdere la gioia dell’istante; c’è la concezione che la vita è niente; c’è l’idea che nel mondo c’è l’imbecillità degli imbecilli; c’è la lucida certezza che esistere è il piacere degli inganni, che vivere non è altro che senzazione, che la vita è anche assurdo, e che, comunque, alla fine, ma proprio alla fine, c’è spazio per una speranza, quando di ogni speranza è rimasto lo zero assoluto… “…e ti dimeni a cercare la rosa come se il mondo/possa essere un’altra cosa”: altra cosa di che? Altra cosa dell’assurdo o del non-assurdo? E’ qui che s’innesta una ricerca della verità, altrimenti detta divino verbo/da vili sofisti calpestato. Al Dio della verità, che altri calpestano, Todaro rivolge questo quesito: “la tua terra è un dono o un inferno?/ Umanità, chi, che cosa ti governa?”
Tra il niente (le néant) e la bêtise (la bestia o l’imbecillità), dove collocare la bussola: in senso orizzontale o in senso verticale? Verso l’immanente, che dura poco, e che anche politicamente non ha valore né prospettive di speranza, o verso il trascendente, che, comunque, nelle poesie di Todaro sembra esserci?
L’assurdo di Camus e Sartre, che fanno capolino in Todaro (nei suoi morceaux, pezzi, frammenti, bocconi di saggezza), non conducono direttamente alla nausea e neppure al nichilismo della morte di Dio.
In Todaro ci fu anche Gesù e la sua storia: in un passaggio quell’incontro diventò preghiera alla Madonna. Ma scriverà altresì che “non bastano le preghiere ad aprire alla speranza”.
“Là dove tu sei, sai di un Cristo risorto” -scrisse-; “quando si spegne una candela, accendine un’altra: è la luce che devi rincorrere…”.
Questa luce può spegnersi: Dio può non esserci; e, a un certo punto, si legge che, senza amore, anche Dio è morto: “la sua assenza morte permette al mare”, ma “il rimedio non è il pianto”, il piangersi addosso, bensì una specie di insistenza a volere bene, a volersi bene, amare…
L’amore,  come ultima spiaggia, può esserci rapito: “la fanciulla che amavo, un angelo l’aveva presa…”.
In Todaro c’è un dare e un togliere, un concedere e un negare, un mettere e un levare, un cucire e uno strappare.
Ci sono speranza e non speranza. In questa regione mediana tra speranza e sua assenza, la natura partecipa di questo ottimismo del cuore non privo di pessimismo della ragione. In Todaro ci fu il divorzio tra ciò che lo spirito desidera e vagheggia e ciò che il mondo delude e tradisce. L’assurdo non è assurdo totale. C’è una chiara e distinta lucidità della ragione, che non si fa incantare dalle illusioni facili… Nelle amenità di Todaro c’è questa lucidità: la lucidità delle delusioni. Forse, questa lucida dispersione delle speranze va collocata nel periodo della malattia, allorché sentì il momento in cui il sipario si chiude e “i lucidi attori della commedia” umana stentano a vedere i colori dell’amenità. In quella fase, intravide il “colore bianco del mantello della morte”, che qui non ha un colore nero, e il colore dell’altro mantello, quello iridato di chi della vita è innamorato e “a cui non si addice il colore del lutto…”.
Todaro non amò Sorella Morte, non ne amò lo spettacolo e la messinscena: in una poesia, scritta forse dopo un viaggio in Spagna, dice di non aver trovato piacevole, quindi non ameno né dilettevole, lo spettacolo nella corrida.
Solo quel popolo “che spesso sa d’ignoranza” applaude il matador. Todaro ammonisce che non si dovrebbe morire tra gli applausi: neanche le bestie…
“…non canto più -scriverà- ascolto in te il mio silenzio e m’innamoro/andiamo mio piccolo somarello/tu con il tuo raglio/io con il mio silenzio…”.
Qui, non senza amara ironia, definisce i suoi versi come un ragliare d’asino:  e per non stonare e stordire, sceglie il silenzio. E, nonostante la stanchezza esistenziale e fisica, dirà che non “bisogna bruciare i sogni”; che occorre camminare, che ci sono “cavalli in libertà che non diranno mai siamo stanchi”, e che “se amore governa il tuo/nostro soggiorno una luce eterna è dietro l’angolo…”: quella luce, però, può spegnersi: difatti, “un vento di scirocco può accompagnare una bara…”.
Dobbiamo trovare una conclusione, almeno provvisoria: la verità di una nuova primavera, che abita nell’interiorità, cioè nel cuore di chi la cerca, ovvero nel battito del tuo/nostro cuore, sta nell’amore, nell’istante di un amore che dura un istante (e non è solo un gioco di parole)…
Nella sfera di questo amore ci fu quello filiale e materno. Della madre scrisse di sentirla vivente “in un angolo di paradiso”. La poesia alla madre comincia con due sinestesie: fenomeno per cui una sensazione corrispondente a un dato senso viene associata alle rappresentazioni di un altro senso. L’immagine della madre è figura sonora, direi musicale: di lei, difatti, richiama i suoni rotondi e caldi della voce femminile; sono i suoni di una donna che nascose il proprio pianto ai figli, che ascoltò il silenzio (un altro ossimoro), e che ebbe una sola canzone: la canzone di chi ascolta; chi ascolta, di solito, non canta: Todaro, invece, dice che quell’ascolto fu musica… Direi che questa immagine della madre come musica è bellissima.
Credo che chiunque pensi alla propria madre che non c’è più, lo faccia in chiave di musica, di sonorità ovvero di forme acustiche, di risonanze…
Nelle poesie di Todaro, che stanno tra amenità e gravità, come stanno tra silenzio e parola, l’autore scelse entrambi. Tra la sua croce personale e la croce storica ed epocale di Cristo (“nel mondo che ti ha condannato sono vissuto”), anche qui scelse entrambe: quella croce, a un certo punto, gli risulterà come meta, obiettivo, percorso, sentiero…
Le poesie del professore Gaetano furono e sono, dunque, questa specie singolare di grave amara amenità leggera.
Furono una sorta di francescana perfetta/imperfetta letizia per chi le scrisse; stessa perfetta/imperfetta letizia trasmetteranno a chi le ha conservate, a chi ha deciso di ripubblicarle, a me che le ho scoperte…e a chi le rileggerà…”

???????????????????????????????

Sebastiano Tatà Lo Iacono


Gradevole  è stata la lettura delle poesie da Marianna visibilmente emozionata:

A MIA MADRE

Non so da dove venivano fuori

Quei suoni rotondi e caldi.

Amava salutare il nuovo giorno con il canto.

A noi piccoli nascose sempre il suo pianto.

Non guardò mai una data, un calendario.

Quando fummo grandi ci ascoltò ad uno ad uno,

come unica musica della sua amata canzone.

LA BARCHETTA
L’avevo lasciata là                                                             

la barchetta,

tra i giunchi e il dolce canneto.

AL RITORNO DAL VOLO

sciolsi la cima

e al nulla del cielo

al mare l’affidai. 

9 ok

Nella Seminara ha concluso i lavori con un piccolo personale commento. “Cari amici il mio invito è quello di leggere le poesie di Gaetano dalle quali ciascuno di noi potrebbe trarre riflessioni personali. Amore, fede, dolore, gioia, tristezza, nostalgia, speranza, malinconia sono stati d’animo che hanno accompagnato Gaetano Todaro nella sua vicenda personale. “Fai il tuo cammino e non guardare indietro; / potresti perdere la gioia dell’istante”.
Raccolti in un diario personale, i ricordi, le riflessioni sono diventati sorgente di ispirazione per l’uomo, per il poeta che, con pudore e con intelligenza, ha aperto il suo cuore, si è lasciato scrutare dentro.
Nella poesia Gaetano aveva cercato la lettura del mondo e della vita ricevendo da essa gran conforto alla sua immensa, ma dignitosa sofferenza. “La sera allo spuntar delle stelle ,/ levo le mie preghiere a Dio; / Pace chiedo per il mondo ,/ Per me, qualche primavera ancora”.
 E così ha espresso anche l’amore per la Natura: “E’ bella la natura ,/ come di sirene il canto; / Fiori, campi, stelle / In cielo tante ,/ Un tuffo nel mio mare ,/ D’assurdo, la vita piango”.
Esattamente un tuffo nel suo mare, nel mare di Licata.
Sono versi bellissimi, originali, profondamente ispirati, che dipingono, con veloci pennellate, stati d’animo di fiducia in sé e, nello stesso tempo, di sfiducia. “Non chiedere al cielo; / Esso rimarrà sordo; / Non chiedere alla gente ,/ Ognuno ha i suoi problemi. / Il vero che cerchi è il battito del tuo cuore”. Chi ha avuto la fortuna di conoscere Gaetano, ricorderà sicuramente lo sguardo acuto, intelligente, penetrante, buono, il sorriso amichevole, l’uomo gentile, perbene, retto, il professore amabile e amato, capace e sensibile. Ha insegnato per qualche anno anche a Licata, anche se poi è ritornato a Mistretta con la famiglia per accontentare il nonno materno e le  sue nipotine che mal sopportavano la lontananza. Aveva una metodologia chiara, operativa, essenziale, opportuna e una notevole disponibilità all’ascolto e al dialogo con i giovani che lo apprezzavano, gli volevano bene, lo rispettavano. Il suo rigore, il suo essere esigente, preciso, puntuale, non pesavano. Fu d’esempio a tutti coloro i quali lo frequentarono.
Anche io ho apprezzato in Gaetano quella sensibilità che gli ha permesso di rivelare l’amore per la Natura e per Gesù. “Oggi, Gesù e la sua storia sono il faro della mia vita / La Madonna mi accompagni a lenire il mio dolore. / Vado via ./ Benedico i miei amori”.
Vorrei rilevare l’aspetto intimistico delle poesie che Gaetano ha concepito non certo per essere pubblicate, ma, forse, solo per rimanere chiuse nello scrigno del suo cuore e là gelosamente custodite per sempre.
Alla fine Nella Seminara ha ringraziato tutto il sodalizio della Società Operaia per l’ospitalità, i relatori, Angelo Bellomo, la signora Maria Grazia Lo Iacono e le figlie Jessica, Marianna e Olga per avere fornito il testo delle poesie, la numerosa platea. Gli applausi sono stati molto calorosi.

10 ok

CLICCA QUI

Sabato 8 marzo 2008 “AMOENITATES” ,il libro del prof. Gaetano Todaro, era stato presentato anche a Licata, nella sala di rappresentanza della Banca Popolare Sant’Angelo sita in Corso Vittorio Emanuele.
L’amico Sebastiano Insinga ha letto alcune poesie tratte dal libro “Amoenitates”.

11 ok

Il tavolo dei relatori

???????????????????????????????

                                                        Il signor Angelo Bellomo che ha sponsorizzato la pubblicazione del libro

Ha accolto i presenti, dando loro il benvenuto, il vicedirettore dott. Carmelo Ganci.

???????????????????????????????

Ha relazionato la prof.ssa Bruna Montana Malfitano, allora dirigente scolastica del liceo “V.Linares”.
Ha descritto il tratto umano dell’autore scaturito dalla lettura delle poesie. Le sue parole: ” Tutta la raccolta, complessa nella sua apparente semplicità, delinea un territorio lirico che si arricchisce via via di nuovi significati. E’ quasi una meditazione a mezza voce di un io che, pur riconoscendo l’inafferrabilità degli eventi, si muove nella piena accettazione della fine unica, vera, rigogliosa radice, da cui possono generarsi fiori del bene. I sentimenti sono come i fiori,/ Se ben li coltivi ti daranno amore. Valori ed essenze, semplicemente, senza pretese, dalla sensibilità del poeta vengono incanalati lungo una soglia dalla quale si possono riprendere piccoli pezzi di storia personale in una semantica di oscurità e di luce. “Quando si spegne una candela / Accendine un’altra ./ E’ la luce che devi rincorrere”.
Il dolore porta in sé il doppio segno della paura e della speranza, mentre il confronto con le difficoltà della vita esce dalla dimensione individuale di dramma privato e acquista connotazioni collettive, affilandosi nell’unica luce possibile, quella dell’amore: un amore totale, devoto, vissuto e rielaborato, con taglio sempre nuovo, anche perché, nella sua sete di comunione, assume una forma aperta che consente al lettore di avvicinarsi. “Non bastano più le mie preghiere / Né la mia sofferenza / Ad aprirmi il cuore alla speranza ./ Cadde l’illusione di sogni aperti all’amore”. Rimane, tra le schegge dell’interiorità, un sentimento di privazione, uno stato di morte  in -vita con tutto il suo bagaglio di dolore per la separazione da tutto quanto è stato amato. “Chiuso si è ormai il sipario . / Lucidi attori, della commedia della vita / ne lessero i colori. / Arcobaleno in te ciascuno cercò amore!”
A volte Gaetano muta il vuoto in pienezza, l’assenza in presenza, il buio in luce. E’ un conoscere soffrendo che prepara un tempo più ampio, è un concentrarsi dell’anima per aprirsi e dilatarsi fino alla misura divina. “Io con il manto bianco, morte mi chiamo”…. “Io con il manto colorato, la danza della vita voglio celebrare. /  Se tra i due mantelli devo scegliere / Sceglierò quello colorato; / Il lutto non si addice a chi è innamorato della vita”.

???????????????????????????????

Il prof. Emilio Nogara ha parlato della giovinezza sua e di Gaetano, dei loro giochi d’infanzia abitando entrambi nel quartiere della Marina. Il giovane è divenuto adulto. Leggendo le  poesie ho constatato in Gaetano questa riflessione: un insieme di speranza e del contrario di essa, su se stesso, sulla vita, sulla coscienza del suo stato. “Chiudi il quaderno, /  il quaderno della vita! / È vita da ripescare ,/ I ricordi, i sentimenti, un cuore che batte / un fiore morto, suoni sincopati. / Quanto di nuovo hai visto sono immagini tanto amate”. Ciao Gaetano.

???????????????????????????????

Il prof. Francesco La Perna, attento studioso della storia di Licata, ha detto:” Non ho conosciuto personalmente il prof. Gaetano Todaro, ma è stato sufficiente leggere con attenzione e con piacere le sue liriche comprese nell’antologia che lui ha intitolato Amoenitates per capire il valore di questo uomo. Le sue liriche sono una più bella dell’altra, una diversa dall’altra, costruite con versi liberi, ricche di sincera ispirazione.

14 ok

Alcuni alunni del liceo, guidati dalla regista teatrale Luisa Biondi, hanno recitato buona parte delle poesie.

???????????????????????????????

???????????????????????????????

15a ok

16 ok

???????????????????????????????

 Marianna Todaro ha letto la poesia:

LIEVE SI APRE IL GIORNO

Lieve si apre il giorno, lì da levante;

Notte va via portando i nostri sogni bianchi.

Spengono le luci le azzurre stelle mai stanche.

Dei suoi raggi bagna il sole la dolce campagna,

Mentre colorati uccelli,

Con il loro canto,

Invitano il mio amore a non più dormire,

A rallegrare, con rinnovato sorriso, il verde campo.

Pastorella mia, musica, vita, è già la valle. 

???????????????????????????????

La signora Maria Grazia Lo Iacono ha letto la poesia in lingua francese:

IL NE FAUT PAS PENSER

Tu aurais du mal au coeur .

Il ne te resterait que solitude.

Si j’étais un enfant

Je saurais que faire ;

Mais à cet âge

Tout engagement est banni.

Sauve-toi,mon enfant,

Et ne sois pas pressé

A cuellir la rose de tes espérances

A ce monde ne jamais manqué la médisance.

Mon enfant,si tu veux grandir

Apprends bien comme dans ton enfance

à faire usage d’une très bonne balance.

NON BISOGNA PENSARE

Non bisogna pensare,

Avresti male al cuore.

Non ti resterebbe che solitudine.

Se io  fossi un bambino

Saprei cosa fare;

ma a quest’età

ogni impegno è precluso.

Salvati, figlio mio,

e non avere fretta

di cogliere la rosa delle tue speranze.

A questo mondo

non manca mai la maldicenza.

Figlio mio, se vuoi crescere,

Impara bene, come quando eri piccolo,

a usare un’ottima bilancia.

???????????????????????????????

???????????????????????????????

 Il libro è stato distribuito gratuitamente a tutti i presenti sia a Mistretta sia a Licata.

21 ok

???????????????????????????????

23 ok

???????????????????????????????

Nella Seminara, a conclusione della cerimonia, ha ringraziato: la Banca Popolare Sant’Angelo per l’ospitalità, i relatori, il signor Angelo Bellomo, i familiari del prof. Gaetano Todaro per avere fornito i testi delle poesie, la numerosa platea.

???????????????????????????????

 Gli applausi sono stati scroscianti. I saluti cordiali e calorosi.

26 ok

???????????????????????????????

28 ok

???????????????????????????????

   Biografia: Gaetano Todaro nasce a Licata il 01/01/1939 nella zona del porto.

30 Todaro Gaetano ok

Sin da piccolo, è innamorato del suo mare e della sua città. A Licata frequenta tutte le scuole fino al liceo. Dopo il conseguimento del diploma di maturità, s’ iscrive al corso di laurea in Filosofia a Palermo, ma, per problemi economici, interrompe gli studi per recarsi a Parigi in cerca di lavoro. Qui divide il suo tempo: di giorno lavora in una cartiera, di sera insegna italiano all’Istituto “Dante Alighieri”.
L’esperienza parigina è fondamentale per avergli fatto acquisire una profonda conoscenza della lingua e della cultura francese.
In seguito, dopo un breve soggiorno in Germania, dove lavora da operaio in una fabbrica, come tanti altri emigrati italiani all’estero, mette da parte un po’ di soldi e ritorna in Sicilia.  Riprende gli studi universitari interrotti.
Esperto, ormai, in lingue straniere, s’iscrive alla facoltà di Lingue e Letterature Straniere presso l’ateneo di Catania dove si laurea brillantemente, nel tempo record di quattro anni, discutendo la tesi sul critico letterario francese Paul Borger.
Abilitatosi all’insegnamento della lingua e della letteratura francese, ottiene la cattedra a Chiavenna, in Valtellina, dove insegna per un intero anno scolastico.
Ritornato in Sicilia, insegna per due anni ad Enna e, infine, al Liceo “Alessando Manzoni” di Mistretta.
A Mistretta, dove si è fermato, insieme alla sua famiglia, ha operato sino alla fine della sua carriera.
Purtroppo, proprio quando avrebbe voluto gustare la pensione, per dedicarsi serenamente alla famiglia e all’otium letterario, un terribile e implacabile male lo colpisce alla laringe. Lo priva dell’uso della voce.
Dopo estenuanti terapie, affrontate con pazienza e coraggio, il cinque giugno del 2005, all’età di 66 anni, Gaetano si arrende alla morte.
Aveva cercato nella poesia la lettura del mondo, della Natura e della vita ricevendo da essa gran conforto alla sua immensa, ma sempre dignitosa sofferenza.

Print Friendly

Got anything to say? Go ahead and leave a comment!

*

Powered by AlterVista


Hit Counter provided by Sign Holders