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lug 1, 2020 - Senza categoria    No Comments

LE PIANTE DI TAMARIX GALLICA ABBELLISCONO LE SPONDE DEL SALSO IL FIUME CHE ATTRAVERSA E SFOCIA NEL MARE DI LICATA

 

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Percorrendo il Corso Umberto II a Licata, non è sfuggita alla mia osservazione la presenza di alcuni cespugli di Tamerici in fiore.
Infatti, le sponde del Salso, il fiume salato, son abbellite dal movimento di questi rami fioriti causato dal vento.
Sono piante cespugliose che, pur abitando nel quartiere residenziale “Montecatini” da 27 anni, non avevo mai notato!
Probabilmente sono stati gli uccelli, il vento,  l’acqua del fiume che hanno trasportato i semi provenienti da lontano favorendo la disseminazione in quel tratto di strada.

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Tamarix è un genere di piante originario delle zone delle zone aride che circondano il Mediterraneo e, per questo motivo, è anche spesso conosciuto come “arbusto del deserto”
Il nome scientifico “Tamarix” è di origine latina e deriverebbe dal fiume “Tambre”, che scorre in Galizia, chiamato anticamente “Tamara“.
Il genere comprende circa 60 specie tra arbusti e alberi che possono raggiungere un’altezza fino a 15 metri.
Si dividono in due categorie: le specie che fioriscono in primavera e le specie che fioriscono in autunno.
Alcune varietà:
La Tamarix parviflora, che fiorisce da aprile fino a maggio producendo fiori dal colore rosa chiaro.
La Tamarix tetrandra, che fiorisce sui rami dell’anno precedente da maggio a giugno producendo fiori dal colore rosa chiaro.
La Tamarix chinensis, che fiorisce a maggio producendo fiori dal colore rosa chiaro.
La Tamarix gallica, la più diffusa, che fiorisce tra aprile e giugno, o da maggio a luglio, a seconda delle condizioni climatiche.
La fioritura inizia prima delle foglie ed è caratterizzata da lunghi grappoli rosa.
La Tamarix gallica o Tamarix comune è una specie mediterraneo-atlantica presente in Spagna, in Francia.
In Italia è molto frequente su tutti i litorali.
la Tamarix gallica è un arbusto a portamento cespuglioso, espanso, appartenente alla famiglia delle Tamaricaceae, alto da 2 a 5 metri anche se talvolta, in condizioni favorevoli, può aggiungere i 10 metri di altezza.

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La pianta si lega al terreno mediante un robusto apparato radicale superficiale che riesce a penetrare in profondità per cercare di usufruire dell’umidità necessaria al suo sviluppo.
Dalle radici si sollevano non un solo fusto, ma più fusti sinuosi e contorti, sottili, lisci e coperti da una corteccia bruno-rossiccia cosparsa di lenticelle.Invecchiando, la corteccia diventa  grigia e si screpola.
Dai fusti si dipartono i lunghi rami flessibili, eretti e sottili, che formano la chioma assai delicata anche quando è molto consistente.
I rami tendono a espandersi, ad allargarsi e a curvarsi verso il terreno con un andamento decisamente pendulo.

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Le foglie sono piccole e chiare, di colore verdastro, squamiformi e leggermente carnose, lunghe 1-2 mm.
Sono semipersistenti o decidue a seconda del clima. Esse hanno la caratteristica di essere come degli aghi molto sottili pressati con forza contro i rami. Grazie a questa loro natura la pianta riesce a ridurre la perdita d’acqua. Le foglie formano fascetti inserendosi in modo alterno sui rametti verdastri della pianta.

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Le foglie contengono le ghiandole escretrici addette all’eliminazione dei sali minerali e dell’acqua in eccesso favorendo, nelle piante che vegetano nelle zone più salmastre, in genere direttamente in riva al mare, al fenomeno di “sudorazione”.
Emettono, sotto forma di gocce, un liquido chiaro ed estremamente salato che, durante il giorno e in assenza di vento,  favorisce l’evaporazione, genera una vera e propria pioggerellina che colpisce chi si trova sotto la chioma.
I fiori, ermafroditi, sono raccolti in vistose e spettacolari infiorescenze a spighe lunghe e sottili e  molto compatti si dispondono attorno ai rametti.
Sono molto piccoli, molto numerosi, e si apprezzano per il loro delicato profumo e per il vivace colore rosa chiaro, il tratto più caratteristico della pianta grazie al quale la Tamerice vanta un notevole impatto ornamentale.
L’effetto estetico è di grande eleganza e leggerezza.

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Il fiore ha il calice formato da 5 lacinie di forma ovata e una corolla con cinque petali.
I cinque stami hanno le antere rosse e sono opposti ai cinque sepali del calice.
L’ovario è formato da tre carpelli che assumono una forma a clava.
Terminata la fase della fioritura, spuntano dei “grappoli” di piccoli frutti, delle bacche a forma di piramide a base triangolare, di colore marrone, contenenti piccoli e numerosi semi gialli provvisti di un pennacchio piumoso che favorisce la disseminazione anemocora.

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La moltiplicazione avviene per seme in primavera o per talea legnosa in autunno.
In natura la tamerice si moltiplica mediante auto disseminazione visto che produce una miriade di semi trasportati dal vento anche lontano dalla pianta madre. È frequente trovare delle piccole piantine nei pressi di grandi esemplari.
L’ areale di distribuzione della Tamerice va da 0 a 800 metri sul livello del mare.
Ama gli spazi nelle zone costiere, sulle rive del mare, ma anche lungo i corsi d’acqua, sui greti e sui terreni ghiaiosi e fangosi.
Un folto cespuglio di Tamerice gallica è cresciuto davanti al mare della Poliscia, a Licata, e protegge l’edicola di Santa  Barbara.

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La Tamarix gallica è coltivata come pianta ornamentale per abbellire i viali del lungo mare e particolarmente adatta alla costruzione di barriere frangivento nei giardini in vicinanza del mare con lo scopo di formare una linea di difesa dai venti, dalla salsedine, e dagli spruzzi d’acqua di mare.
E’ una pianta longeva, rustica e pioniera e non richiede grandi cure di coltivazione.
Generalmente non necessita di irrigazioni, anche se è consigliabile annaffiare gli esemplari giovani in caso di prolungati periodi di siccità.
Le piante adulte si accontentano delle acque piovane.
Non necessita neanche di concimazioni.
Gradisce vegetare su suoli poveri, sabbiosi, ma anche su quelli argillosi ben drenati. Tollera bene una diffusa presenza di sale nel terreno, elemento presente nelle zone marine.
Predilige essere esposta in un luogo dove possa ricevere la luce del sole per diverse ore al giorno. Resiste ai venti e alla salinità.
Tutte le Tamerici, piante di lunga vita, spesso formano una ramificazione secca. E’ quindi consigliabile intervenire con delle potature regolari, finalizzate al ringiovanimento del legno così da permettere la crescita di una chioma più equilibrata.
La potatura va effettuata nel mese di febbraio per quelle specie di tamerici che fioriscono sui rami dello stesso anno.
Va praticata immediatamente dopo la fioritura.
Le Tamerici, in genere, vengono attaccate degli afidi o dal ragnetto rosso.
Inoltre, soffrono il mal bianco o oidio, causato dall’ascomicete Sphaerotheca macularis, se il clima è eccessivamente umido, e le carie del legno causate dal fungo Polyporus.
Temono anche l’attacco dello Zeuzera pyrina e Cossus cossus, il rodilegno, le cui larve scavano vistose gallerie nel tronco e sui rami, e dell’omottero Metcalfa pruinosa, un piccolo insetto bianco, simile a una farfallina, che salta da una pianta all’altra.
Esso si nutre della linfa della pianta digerendo solo la parte proteica ed espellendo la parte zuccherina sotto forma di melata appiccicosa che ricade sulla pianta con la probabilità di fare sviluppare la fumaggine di origine fungina e di attirare le api.
I beduini ancora oggi, una volta che si è indurita ed è caduta al suolo, la raccolgono e la impiegano in sostituzione dello zucchero.
Pochi sono gli usi delle parti della pianta. Dalla corteccia si estraggono sostanze tanniche.
Pur essendo piante mellifere, bottinate dalle api, producono miele in piccole quantità.
Ricordo che imparai a memoria, (che fatica!), quando frequentai la Scuola Media “Tommaso Aversa” a Mistretta, i versi della poesia
La pioggia nel pineto”, di Gabriele D’Annunzio.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove sui mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
sui ginestri folti
di coccole aulenti,
piove sui nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
l’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come un foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancora trema, si spegne,
risorge, treme, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontane,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione

(Gabriele D’Annunzio 19°-20° secolo)

“La pioggia nel pineto” è una lirica  contenuta nell’Alcyone, una raccolta di poesie che il poeta Gabriele D’Annunzio scrisse tra il mese di giugno del 1899 e il mese di novembre del 1903, quando dimorò nella celebre Villa La Versiliana immersa nel verde della pineta a Marina di Pietrasanta in Versilia.

 

 

 

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