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lug 13, 2019 - Senza categoria    No Comments

L’ALBERO DI CERATONIA SILIQUA NELLA VILLA COMUNALE “GIUSEPPE GARIBALDI” DI MISTRETTA

 

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C’era una volta…
Così cominciavano i nonni quando raccontavano “i cunti” ai nipotini che, attenti, ascoltavano.
C’era una volta l’albero di Carrubo posto alla fine del viale di sinistra nel giardino “Giuseppe Garibaldi” di Mistretta, quasi di fronte al laghetto.

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Questo albero era stato piantato nella primavera del 1993 come testimonianza per non dimenticare l’uomo che ha dedicato la sua esistenza, il proprio lavoro e che ha donato la sua vita per la lotta alla mafia. L’albero rappresentava il simbolo della vitalità di Giovanni Falcone, il magistrato ucciso il 23 maggio del 1992 assieme alla moglie Francesca Morbillo e agli agenti della scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani, Antonio Montanaro mentre percorrevano, all’altezza di Capaci, l’autostrada che, dall’aeroporto di Punta Raisi, conduce a Palermo, e di tutti i caduti per mano mafiosa.
Era stato scelto proprio l’albero di Carrubo perché indica la continuità della vita senza pause, nemmeno quelle stagionali, perché Falcone, come l’albero, “vive”.
Le Associazioni avevano donato la targa per ricordare la persistenza dei valori di legalità e di giustizia dove era scritto: “Albero Falcone / coltivare la giustizia / per far crescere la civiltà / Mistretta ai caduti di mafia”.

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Questo albero di Carrubo è morto da tanto tempo e,  finalmente, è stato tolto.

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L’evento è cambiato.
L’amico Giuseppe Ciccia così scrive: “Oggi, 23 maggio 2019, giorno della commemorazione della strage di Capaci, l’Associazione “Progetto Mistretta” ha reimpiantato l’Albero di Carrubo nella nostra Villa Comunale “Giuseppe Garibaldi”.
Il vecchio albero, voluto dalle Associazioni,  fu piantato nel 1993 ed ora si era rinsecchito.
L’Associazione“Progetto Mistretta”, con molto scrupolo, ha voluto doverosamente continuare a rendere omaggio ai due grandi magistrati, Falcone e Borsellino, simbolo della lotta alla mafia.
L’albero crescerà, come si spera possa crescere sempre più forte il sentimento di condanna di ogni manifestazione di violenza mafiosa. Presenti alla semplice e commovente cerimonia il Presidente della Associazione, Nino Testagrossa ed alcuni soci.
L’Associazione ringrazia l’artigiano Sebastiano Testagrossa per il restauro del pannello
”.

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Per la sistemazione dell’albero è stato scelto un posto migliore, esattamente dietro il busto dell’on. Vincenzo Salamone.

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Un altro albero di Carrubo vegeta nella villa comunale di Mistretta posto nell’aiuola dietro le altalene dei bambini, vicino all’albero di Mimosa pudica.
Il nome scientifico del Carrubo è “Ceratonia siliqua”.
Etimologicamente il termine “Ceratonia” deriva dal greco “κεράτιον”, “piccolo corno”, per la forma curva dei frutti.
Il termine “siliqua” deriva dal latino “siliqua”, “baccello”.
Sono stati i fenici ad introdurre nella lingua dei paesi che costeggiano il Mediterraneo il termine “kharrub” e “golab, giulebbe”, nome col quale è chiamato uno sciroppo espettorante ottenuto con carrube cotte in acqua.
Il Carrubo è una pianta sempreverde di gran mole che raggiunge, infatti, l’altezza di diversi metri.

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Appartenente alla famiglia delle Leguminose, il Carrubo è una pianta molto longeva, addirittura secolare, ma lenta nella crescita. Col passare dei secoli il Carrubo non invecchia, diventa più robusto, più chiomato, più possente e più fruttificante.
Da Floridia sono ricordate Carrubi enormi in Sicilia nei territori di Noto, di Messina, di Licata, di Caltanissetta e persino nel parco della Reggia di Caserta dove raggiungono un’altezza di oltre 20 metri.
Il Carrubo possiede il sistema radicale massiccio, fittonante, ricco di numerose ramificazioni secondarie che si sviluppano verso la profondità e, strisciando obliquamente, emergono dal terreno.
Possiedono speciali acidi capaci di frantumare la dura roccia calcarea.
Le radici, sono molto allungate, oltre la proiezione della chioma, servono per succhiare una gran quantità d’acqua dagli strati profondi del terreno, per ancorare tutto il corpo, per opporre poca resistenza all’azione del vento.
Il tronco è sviluppato, tortuoso, rugoso, largo, tozzo, molto ramificato, diviso fin dalla base, scanalato.
E’ rivestito dalla corteccia spessa, ruvida, di colore rossiccio o grigiastro, screpolata nella parte inferiore, abbastanza liscia nelle ramificazioni finali.
I rami sono eretti e flessuosi. Quelli inferiori, più vecchi e più robusti, si dispongono quasi in senso orizzontale tanto da sfiorare il suolo con le loro estremità.
La massa armoniosa delle foglie copre completamente il fusto e i rami principali così da dare alla pianta, più larga che alta, un aspetto globoso, arrotondato, espanso, disordinato, ma straordinario ed elegante.
La chioma è costituita dalle foglie picciolate, composte, paripennate, formate da 2-6 coppie di foglioline ovali, persistenti, glabre e coriacee, di colore verde scuro lucente sulla pagina superiore, di colore verde più chiaro nella pagina inferiore, con nervature ben evidenti e con margini interi o leggermente ondulati.

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Spuntano in primavera e cadono tra luglio e settembre dell’anno successivo assumendo un colore rosso cupo e rinnovandosi ogni 15 -18 mesi.
Il Carrubo è una pianta dioica, a sessi separati, con individui maschili e femminili.
I fiori, unisessuali, piccoli, giallastri, poco appariscenti, senza corolla, riuniti in infiorescenze racemose, possono essere attaccati ai rami adulti di oltre due anni o direttamente sul tronco prima della fogliazione.

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Fiori femminili

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Fiori maschili

Emanano un odore sgradevole, penetrante, anche molesto.
Fioriscono dall’inizio del mese di maggio sino all’autunno. Talora, lo stesso albero porta fiori unisessuali e fiori ermafroditi.
Il fiore ermafrodito ha entrambi i sessi: maschile e femminile.
Molti autori disconoscono l’ermafroditismo del Carrubo e lo considerano solo una pianta dioica. Altri affermano che un tempo era una pianta a fiori ermafroditi e che poi si è differenziata fino a diventare dioica.
Linneo, Toscano, Bonifacio ed altri studiosi hanno ammesso l’ermafroditismo nelle piante nate da semi e quindi selvatiche.
L’impollinazione è entomofila e, in parte, anemofila.
Questo delicato compito sembra essere affidato soprattutto alle formiche.
La pianta è un’ottima riserva di cibo per le laboriose formiche in fila con il loro carico di semi.
Il Carrubo è pure un rifugio per gli uccelli, per le farfalle, per gli insetti, per le lucertole che non potrebbero trovare altrove un riparo migliore.
I fiori sono molto frequentati anche dalle api che producono un miele dall’odore inconfondibile e dal sapore particolare.
I fiori, dopo l’impollinazione, per trasformarsi in frutto, devono permanere sulla pianta molto tempo, anche un intero anno.
Si trovano nella parte interna della chioma protetti dalla pioggia, dal vento e dalle intemperie.
Sulle piante femminili, dai rami fruttiferi pendono lunghi frutti semilegnosi singoli o a gruppi di 4-6.
Il frutto comincia a svilupparsi in primavera per completare la sua maturazione in agosto-settembre.
E’ un legume indeiscente, a forma di falce, lungo fino a 20 centimetri, detto lomento o, più comunemente, carruba o vajana.
E’ di colore verde chiaro quando è acerbo, diventa marrone, tendente al rossiccio quando è maturo, cambiando di colore gradatamente dall’apice verso il peduncolo.
E’ maturo quando il peduncolo è completamente annerito.
Presenta la superficie esterna molto dura, spessa e cuiosa, la parte interna carnosa, grassa e zuccherina.

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I frutti giungono a maturazione dopo un anno dalla fioritura e si raccolgono in estate.
La raccolta si esegue quando le carrube cadono spontaneamente dall’albero oppure si battono i rami con lunghe canne evitando di danneggiare i grappoli fiorali della successiva produzione.
Allorché i frutti sono stati raccolti, l’albero ha già i fiori per la successiva fruttificazione.
Le piante producono frutti dopo circa 10 anni dall’impianto aumentando la quantità gradatamente.
La completa maturità di una pianta è compresa fra i 30 e i 100 anni d’età.
A cinquanta anni il Carrubo può considerarsi ancora giovane e a cento anni, se sano, fruttifica ancora abbondantemente.
Le carrube mature, fatte essiccare al sole, sono conservate in magazzini aerati, ventilati e ben asciutti per evitare la putrefazione.
Ogni frutto contiene da quattro a dodici semi commestibili, scuri, schiacciati all’apice, un po’ acuti alla base, lunghi circa otto millimetri, durissimi, rossicci, lucidi.
Sono detti carati, dall’arabo “qirat”. Per avere un peso costante, per la sua uniformità, i semi del Carrubo sono stati utilizzati dagli arabi come unità di peso per l’oro e ogni seme corrisponde a 0,2 grammi.

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La moltiplicazione avviene per seme. La germinazione è lenta e difficoltosa.
Grazie alla sua bellezza estetica il Carrubo è impiegato anche come specie ornamentale per la realizzazione di aree verdi e di parchi naturali.
L’utilizzo del Carrubo come specie decorativa è legato soprattutto alla sua elevata resistenza alla siccità, all’inquinamento atmosferico ed alle principali avversità fitopatologiche.
Oggi il Carrubo corre un serio pericolo a causa delle alterazioni subite dall’equilibrio ecologico.
Essendo una pianta a crescita molto lenta, il rimboschimento di nuove aree o di zone distrutte dagli incendi richiede molti anni.
Il Carrubo, essendo una pianta mediterranea, cresce bene nelle zone a clima temperato, anche se si è adattato a vivere in montagna, fino a 1000 metri di altezza, riuscendo a sopportare in inverno basse temperature, anche sotto i 5°C, mentre in estate tollera temperature di 45°C.
Ama l’esposizione sal sole.
Essendo una pianta xerofita, vive bene accontentandosi di una piccolissima quantità d’acqua, pertanto le annaffiature devono essere sporadiche bagnando abbondantemente il substrato.
Accetta tutti i tipi di terreni, anche quelli più ingrati, preferendo quelli calcarei e permeabili,  adattandosi pure a substrati aridi e rocciosi, ma la roccia spaccata deve permettere alle radici di insinuarsi in profondità per procurarsi l’acqua e le sostanze nutritive.
Inoltre, essendo una leguminosa, riesce a fissare l’azoto nel suolo.
In primavera è utile interrare ai piedi della pianta una certa quantità di fertilizzante.
Il Carrubo deve crescere in forma naturale e, a differenza degli alberi d’ulivo, che richiedono annualmente la potatura per l’asportazione dei rami che hanno fruttificato,  va salvaguardato dai tagli. La potatura si esegue solo quando si ritiene necessaria asportando i rami secchi o danneggiati, sopprimendo quelli eccedenti, conservando quelli obliqui ed orizzontali.
Il Carrubo, in genere, non è colpito da parassiti o da malattie.
I parassiti che più frequentemente danneggiano la pianta sono le Cocciniglie.
L’Oidio interessa le foglie, che presentano macchie dapprima biancastre e poi brune, i fiori, che abortiscono, e i frutti, che si arrestano nello sviluppo.
Il Carrubo ha grande utilità nei campi:  alimentare, farmaceutico, erboristico, cosmetico.
I frutti, privati dei semi, sono utilizzati per l’alimentazione degli animali, in particolare dei suini e dei cavalli.
L’evangelista Luca (15,11-16), primo secolo dell’Era Volgare, medico d’Antiochia, nella parabola del figliol prodigo scrive: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: <Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta>. E il padre divise tra loro le sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla”.
Le carrube grosse, dritte, carnose sono un valido alimento nutritivo anche per l’alimentazione umana per l’alto contenuto in zuccheri e per i benefici effetti che generano all’organismo, anche se, inesattamente, si credeva che le carrube non avessero sostanze energetiche perchè legnose.
Un proverbio recita: “Mangia carrube e caca legna”!

Le carrube servono per preparare polveri per la produzione di gelati, di creme, di budini, di dolci, di confetture, di pandolce, di sciroppi, di sorbetti, di bevande rinfrescanti e lassative, di caramelle per agevolare la guarigione da tosse e da catarro e per insaporire carni e salumi.
Le farine, esenti da carboidrati, non influiscono sul tasso glicemico e costituiscono un elemento nutritivo importante per i diabetici.
Dai semi si ottiene una farina che contiene un’altissima quantità di carrubina che ha la capacità di assorbire l’acqua per cento volte il suo peso.
La polvere di carrube contiene proteine, zuccheri, vitamine A, D, B2, B3, sostanze minerali come calcio, magnesio, potassio, ferro, anganese, bario, cromo, rame, nichel.
I semi interi si utilizzano per la creazione di rosari, di collane, di ornamenti femminili.
Dalla polpa dei frutti e dai semi di Ceratonia siliqua l’industria cosmetica produce saponi e creme per il viso con azione emolliente, idratante e nutriente.
Nell’industria chimica la polpa fornisce una gomma impiegata nella fabbricazione della carta e per preparare prodotti per la concia e per la lisciatura delle pelli.
Oggi la polpa è destinata esclusivamente alla produzione del “Carcao”, un surrogato del cioccolato povero di grassi e privo delle sostanze eccitanti tipiche del cioccolato.
Grazie all’elevato contenuto in tannini, in pectine, in lignina la medicina popolare dava ampio spazio alle carrube.
La polpa del frutto fresco è dolce, nutriente e gentilmente lassativa. In decotto, al contrario, è astringente, utile per curare casi di diarrea, per purificare e dare sollievo all’intestino irritato. Entra come ingrediente in svariate misture espettoranti nelle affezioni bronchiali.
I frutti del Carrubo, nell’800, erano usati dai cantanti d’opera lirica per aiutare la voce e la gola.
Il medico Scribonio Largo, I Secolo dell’Era Volgare, in una specie di formulario medico, (Compositiones, n. 121), prescrive il decotto di carrube ai sofferenti di coliche, di ulcere allo stomaco, ai malati di milza.
Dioscoride d’Anazarba scrive che “le carrube, raccolte da poco, fanno male allo stomaco, ma seccate sono molto valevoli”.
Il medico greco Galeno disprezza le carrube per il loro potere astringente e ne sconsiglia l’uso.
Molto discusso è il luogo di provenienza del Carrubo.
De Candolle ritenne che il Carrubo fosse spontaneo ad oriente del Mediterraneo, probabilmente sulla costa meridionale dell’Anatolia e nella Siria dove è in coltura da almeno 4000 anni.
Fu introdotto in Italia e in Sicilia dai greci, ma furono gli arabi, che lo coltivavano e consumavano i suoi frutti dai tempi remoti, che ne intensificarono la sua coltivazione assicurandone la diffusione in Spagna e in Marocco insieme agli alberi di agrumi e di ulivi.
Gli Spagnoli introdussero il Carrubo nel Messico e nell’America meridionale, gli Inglesi in India e in l’Australia. Il Carrubo fu introdotto negli Stati Uniti nel 1854.  Nel 1873 in California furono piantate le prime giovani piante.
Hehn, naturalista tedesco, pensò di individuare in Terra Santa l’albero di Carrubo che avrebbe fornito le carrube, dette “fagioli locusta” e “pane di San Giovanni”.
I baccelli avrebbero potuto essere le “bibliche locuste” di cui si nutrì San Giovanni Battista nel deserto.
Giovanni mangiò proprio le locuste migratorie e non i baccelli del Carrubo.
Augustin Pyramus De Candolle, botanico franco – svizzero (1777-1841), studioso di botanica sistematica e d’archeologia, fornì la figura di un legume riconosciuto come carruba disegnata dall’egittologo K. Lepsius. Il botanico Kotschy avrebbe riconosciuto in una tomba egiziana un bastone di legno di Carrubo.
Secondo Hehn, la vera patria del Carrubo è stata, quindi, la terra di Canaan.
Il botanico tedesco Sprengel pensò che il Carrubo fosse stato l’albero usato da Mosè per addolcire le acque del Marah (Esodo 15,25): “Egli invocò il Signore, il quale gli indicò un legno. Lo gettò nell’acqua e l’acqua divenne dolce“.
Secondo Avicenna, filosofo arabo (980 – 1037), il kharrub ha la caratteristica di rendere dolci tutte le acque salate e amare.
Alcuni studiosi della flora e commentatori dell’Odissea ipotizzarono che il Carrubo fosse stato l’albero di cui si alimentavano i Lotofagi incontrati da Ulisse nella loro terra sulle rive africane del Mediterraneo durante le sue peregrinazioni. Il frutto era talmente dolce che aveva il potere di far dimenticare la patria a chi lo gustava.
Erodoto, che verso la metà del V secolo a.C. visitò l’Africa settentrionale, nelle sue “Storie ” (libro IV, n. 177), accenna ai Lotofagi confermando che essi si nutrivano del frutto del loto simile, per dolcezza, al frutto della Palma.
L’Hoefer sostiene che il loto è il Carrubo perché i fiori zuccherini, dall’odore penetrante e dal potere esilarante e i frutti, dolci come il miele e capaci di dare sostentamento, erano usati dalle popolazioni del litorale dell’Africa proprio dove Omero localizzò il paese dei Lotofagi.
L’ omerico detto “rosicchiando loto” si addice proprio al mangiar carrube.
Sono stati i fenici, popoli di prodigiosi colonizzatori, di audaci navigatori e di commercianti che, nel XX sec a. C, hanno aiutato il Carrubo a diffondersi  in tutti i paesi del Mediterraneo con i loro insediamenti nelle isole dell’Egeo, a Cipro, a Rodi, in Egitto, in Africa settentrionale, nella Palestina, nel Libano, in Sardegna, in Asia Minore. La coltivazione del Carrubo in seguito si è diffusa nella Spagna meridionale e nelle Baleari, nel Portogallo.
In Italia Il Carrubo è diffuso in Liguria, nel Lazio, in Campania, in Puglia, in Basilicata, in Calabria, in Sardegna, e soprattutto in Sicilia, la più ricca area di carrubeti dove il Carrubo domina quasi incontrastato e spesso, nei terreni più scoscesi e aridi, costituisce l’unica macchia verde.
I Carrubi, dall’aspetto leggermente “esotico“, rendono piacevole il paesaggio siciliano. Quasi contemporaneamente ai fenici, i Greci e i Cartaginesi, apprezzando la pianta di Carrubo perché rustica, longeva, che non richiede cure particolari, che produce frutti ad alto potere nutritivo, che dà ottimo legname da ardere, sono diventati esperti arboricoltori.
La pianta produce un legno di colore bianchiccio, pesante e duro, utilizzato nei lavori d’intarsio e in ebanisteria.  Dai polloni si fabbricano panieri e ceste.
I Crociati, i Genovesi, i Veneziani contribuirono alla diffusione del Carrubo tanto che alla fine del Medioevo era sicuramente coltivato in tutte le terre del Mediterraneo accessibili alla sua coltura ed i frutti erano usati largamente per scopi industriali, medicinali, dolciari e foraggieri.
Hehn racconta che il Carrubo era oggetto di religiosa venerazione dei Musulmani e dei Cristiani, specialmente nella Siria e nelle regioni dell’Asia Minore dove, all’ombra del Carrubo, s’incontrano icone dedicate a San Giorgio.
Modica e Ragusa sono città molto ricche di Carrubi e il loro protettore è proprio San Giorgio.
Interessanti notizie sul Carrubo in Sicilia sono date dall’abate Sestini, nella seconda metà del Settecento, che inserisce fra le aree di maggior diffusione Ragusa, Comiso, Avola, Noto, Pama di Montechiaro.
Paolo Balsamo, nel suo “Giornale del viaggio fatto in Sicilia” nel 1808, racconta che le carrube erano “una delle più abbondanti produzioni di Vittoria e di tutta la contea di Modica“.
Notizie dettagliate sulla produzione e sul commercio delle carrube nel secolo XII provengono da Al Edrisi, geografo arabo vissuto a Palermo alla corte dei re Normanni.
Nel secolo scorso la coltura del Carrubo ha avuto un ruolo importante nell’economia della Sicilia, dell’Italia, della Spagna, della Grecia, del Portogallo e di tanti altri paesi extraeuropei.
Le persone anziane della Sicilia ancora oggi raccontano dei tempi magri del periodo bellico quando, per attenuare i morsi della fame, la gente rovistava nelle mangiatoie e nelle bisacce, dove si cibavano i cavalli e gli altri animali, alla ricerca delle preziose carrube.
Una realtà tristissima, ma allora molto frequente.
Il consumo delle carrube come “pane del povero” è andato sempre più a diminuire nel tempo ed è un chiaro indice del migliorato tenore di vita delle classi operaie e contadine nell’Italia meridionale e soprattutto in Sicilia.
Per questo motivo, negli ultimi quaranta anni, la coltura del Carrubo e la produzione dei frutti hanno subìto una notevole contrazione.
Adesso la coltura del Carrubo è in fase di ripresa perché la polpa e i semi sono stati valorizzati dalle industrie per gli innumerevoli impieghi. L’Italia è il secondo paese produttore di carrube preceduto dalla Spagna.
I paesi anglosassoni nutrono una gran simpatia verso il Carrubo che chiamano “tree of life” per l’elevato valore nutritivo del frutto che utilizzano come farina nella preparazione dei loro dolci casalinghi.

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